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LE TRACCE

mediumicoaudio.gif Non la morte, ma ciò che accade intorno ossessiona, dunque.
Sono letteralmente tempestato di immagini che riguardano il presente, il postmortem di mio padre. Queste ambiguità snervanti, le telefonate che sembrano uno scherzo e forse non lo sono. L’inesistente figlia di Amedeo che mi rifila una ditta di traslochi inesistente.
E’ tutto spiegabile.

La figlia di Amedeo è un altro avvoltoio, come quelli delle pompe funebri che riciclano bare per cremazioni. E’ un’abusiva, il signor Antonio dev’essere il suo compagno. Ecco motivati i prezzi eccessivamente ribassati di uno sgombero colossale. Si presentano al funerale e fanno così. La precisione con cui si è qualificata: dev’essere stata presente anche al funerale di Amedeo. Dove mio padre e altri quattro amici, in cortile, hanno visto calare la bara in verticale. La moglie, a cui non fregava niente del marito e della sua scomparsa, e che mio padre disprezzava, si era presentata in tuta.
Le cose, nella zona, si vengono a sapere appena accadute, con una velocità che non deve lasciare sospetti. E’ l’evento: cioè il fenomeno umano. Lo scandalo, l’eccitazione della rivelazione. Quando morì sulla Ferrari, nelle prove di un Gran Premio belga, il giovane malinconico Gilles Villeneuve, pupillo di Enzo Ferrari, attesi ore la chiave di mio padre nella serratura della tremenda porta in legno e corsi a perdifiato per l’anticamera oscura, aggredendolo per l’eccitazione, per dargli per primo la notizia. La notizia della morte.
Le telefonate, poi, sono sicuramente lo scherzo di qualcuno a cui non sto simpatico, e sono molti quelli a cui non sto simpatico. Senza scomodare affari da servizi segreti, probabilmente qualche blogger risentito o qualcuno che desidera farmi causa e non ci riesce.
Devo sforzarmi per ricordare, per andare indietro, per riannodare le memorie: per pensare a mio padre vivo.
E’ come se tutto fosse risolto, ma niente è mai risolto: la catena è indefinitamente composita, anelli concatenati ad anelli, in varie sottocatene, che si immergono nel pozzo buio di ciò che non si sa e sta per giungere nelle nostre vite.
Qui, però, è questione del passato.
E’ colpa della lettera. E’ la lettera che muta tutto. Uno può darsi alla rimozione, ma un reperimento simile sconvolge ogni opera di pulizia interiore. Mutano le prospettive. L’introverso, il muto, il rigido e vitreo uomo che conoscevi sprizza, dopo essere morto, un’insospettata vitalità, una vitalità felice. La questione generale della felicità umana non è astratta: è un processo concreto che chiunque di noi conosce fin troppo bene e non esiste scrittore o filosofo che riesca a scalfire il problema. Si scrive su una grafite immune da geroglifici. Le nostre parole sono, da questo punto di vista, di un’inutilità sconfortante. Esse devono sortire altri esiti, devono avere un altro scopo. Le parole non consolano.
A volte, tuttavia, sovvertono
.
Mio padre è rovesciato, scorticato, la sua pelle viene capovolta, mi si presenta con sangue fresco a profusione, irriconoscibile e, scomparso, mi rivela di essere stato felice.
Amore, soldi o fama: non si scappa, questi tre veleni sono il filtri che gli umani si illudono di poter bere impunemente per ottenere la felicità. Non istanti di felicità, tratti di tempo transitori, più o meno brevi. La felicità è una pretesa, per l’umano: essa deve durare. L’umano reclama una stabilità incondizionata della felicità.
Opera impossibile a cui si oppongono le leggi fisiche e ultrafisiche dell’universo intero.
Da dove proviene l’idea di una felicità naturale, una felicità stabile ed eterna? Forse l’abbiamo conosciuta? Poiché è chiaro che ogni idea reclama una potenzialità in noi, conoscevamo già quell’intuizione, che riscopriamo avendola dimenticata.
E l’unico ricordo a cui ho accesso, compulsivamente (mi si ripresenta come il battito su un tamburo arcaico, sciamanico), è mio padre nell’81, rientrato dalla DDR. Ho presente il volto, in maniera così nitida da riconoscere le piccole prerughe che si dipartono dall’angolo oculare in direzione delle orecchie, i singoli capelli bianchi che si stagliano tra quelli neri corvini, la grana della sua pelle, le labbra carnose e tumide che mi parlano con un entusiasmo che classifico come falso: “... E ci hanno portato in questi laboratori all’avanguardia, tecnologie avanzatissime, ci hanno mostrato la preparazione di un satellite che spediranno, entro dieci anni, in orbita attorno a Marte. Intendono umiliare gli americani nella corsa allo spazio. Il primo uomo che scenderà su Marte parlerà tedesco-orientale...”
Di cosa mi stava parlando?
Dante utilizzava una donna schermo, puntava il fuoco della vista su una ragazza per osservarne, sfocata, una seconda, nei pressi della prima, che era l’obbiettivo reale del suo interesse, della sua pulsione d’amore. Mio padre utilizzava una nazione schermo: parlava della DDR e aveva in mente “G.”, la giovane studentessa di Limbach o Lipsia.
L’ossessione batteva la sua percussione come uno sciamano.

“Ne risulta più umano. Perché ti intorcini su questi fatti? Sono accaduti 25 anni fa. Tutto è andato come è andato”. Federica è distesa. Il suo pallore dovuto alla pressione sempre bassa, perfino in inverno.
Poteva andare tutto in maniera diversa. E’ una storia. Mi occupo di storie. Era mio padre e scopro che era diverso. L’avevo cristallizzato in un’immaginetta. E’ un torto. Una colpa. Un tarlo che mi leva ogni capacità di pensare ad altro, capisci?”
Federica allarga le narici per espirare: un atto di pietà che mi irrita. “E cosa vuoi fare? Vuoi rintracciare questa tedesca 25 anni dopo? Cosa vuoi sapere? E quando l’hai trovata? Hanno scopato per cinque giorni, tuo padre si è preso una sbandata. Finisce lì”.
“Magari è morta, nel frattempo. Un incidente. Un tumore. E comunque è impossibile risalire a lei. Impossibile”.
L’umano agisce in simili modi: disegna un limite per prendere potenza acceleratrice. L’impossibile è uno stimolo, l’invalicabile è il pungolo universale.
“Ecco, appunto. Con tutto quello a cui hai da pensare adesso. Il nuovo lavoro...”
E’ vero. Dopo due anni, ho trovato una consulenza. Il lavoro avrebbe dovuto iniziare il giorno successivo al ritrovamento del cadavere di mio padre.
“Mia sorella sta male. Mi preoccupa quello. Sono divorato dai sensi di colpa. Gisella rivede continuamente di notte la scena. Il pugno serrato, bluastro e marrone, rigido, del braccio sinistro piegato a novanta gradi. Devo pensare a quanto sta male mia sorella per ricordarmi quell’immagine. Io ho superato tutto. Sono sbalordito. E’ come se fossi libero dal passato. E’ stato quasi immediato. Non c’è sollievo, ma soltanto constatazione”.
Federica sorride ed è un sorriso lunare, nostalgico. “Ti invidio. Per me non è così. Penso continuamente a mio papà”.
“Non so spiegarmi questa pace che la sua morte induce in me. Il ricordo di lui è una sensazione così calda e dolce, la certezza che sta bene...”
“E’ una reazione a una pena continuativa che hai provato per lui da quando eri bambino...”
“Ma è inspiegabile”.
L’umano agisce attraverso i mezzi della spiegazione: è la nave cargo con cui pretende di penetrare buchi neri, vuoti di conoscenza, ammanchi abissali di esperienza.
Ciò che è inspiegabile spinge alla ricerca.
Il viaggio è spiegazione
.
Intrudersi nel non sapere, e rischiarare, come un insetto: ecco la tarma umana.
E potrebbe non esaurirsi mai, la spiegazione...
“Voglio comunque provare”.
“Provare a fare cosa?”
Tracce. Vedere se riesco a rintracciare qualcuno che sia andato con lui in DDR”.
“Dopo 25 anni. E’ inutile, Giu...”
La tarma, il léndine umano che si nutre di forfora inorganica, gode ad avvitarsi nell’inutilità che è tutto il suo piacere.
E nell’inutilità scatta, trova piacere nel regno provvisorio della lana di polvere, il cosmo e il fiore non interessano, è tutto un correre verso il finire.




Pubblicato il Mercoledì 21 Marzo 2007

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