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RITORNO NELLA CASA TREMENDA

La porta tremenda di legno verniciato è davanti a me e Federica. L’istinto è abbatterla con una spallata.
Arrivando qui, nella casa ormai per sempre disabitata da mio padre, non ho smesso un attimo di pensare al suo corpo ibernato nella cella frigorifera dell’obitorio. Disteso, vestito, irrigidito. La tessera in plastica del Pci con la medaglietta d’oro di Berlinguer. Le fototessera di mia sorella e mia nella tasca interna della giacca. Ho pensato al mio volto a contatto con il suo capezzolo morto, tumefatto, il mio volto fotografato nel gelo e nel buio di questa cella frigorifera.

Federica adesso è calma. La sua calma è dolcezza irrigidita. “Datti tempo”, dice.
“Non c’è tempo. Domani i funerali, lo si porta al crematorio e lì aspetta due giorni, poi lo bruciano. Altri due giorni e la cassetta con le ceneri viene inserita nel colombario, la stessa cella a parete dove c’è la bara di sua madre e i resti di suo padre. E dobbiamo sgomberare la casa...”
“Incarica una ditta di traslochi. Non sarà faticoso per te”.
“Scherzi? Non ha toccato niente dal divorzio in poi. Cambiamenti marginali. E’ sparito il letto a castello dove dormivamo io e Gisella. Ha soltanto reimbiancato le pareti. Gli armadi con i nostri vestiti, i libri di scuola, diciassette anni di vita mia: tutto intatto. Quella è una casa abitata da quattro persone anche se ci viveva soltanto lui. E’ tutto congelato”.
“Ce la fai a tornarci?”
“Sì. Superato il cadavere, l’idea che potesse spaventarmi, credo sia passato il peggio. Poi vedremo. Mi rode quella telefonata alle tre di notte...”
“Cosa ne pensi?”
“Che è uno scherzo. Mi ha fatto una strana sensazione. Nell’82, dopo il censimento, i lavoratori occasionali che il Comune aveva utilizzato come messi per i moduli, pretesero di essere assunti. Venne occupato l’ufficio del personale, dove mio padre era responsabile sotto l’assessore. Ci furono spinte, una colluttazione. Erano giovani, ancora ideologizzati. Arrivò a casa un plico, mio padre lo aprì: foto in bianco e nero di lui in mezzo agli occupanti, spaventato. Foto di lui che torna a casa. Foto di lui che beve. Lo fotogravano di nascosto per minacciarlo. Vidi quelle immagini: lucide, enormi, mio padre in pose naturali, ignaro. Un duplice disagio: la minaccia e lui, lui che beve...”
“Sgomberata la casa, sarà finito tutto, Giu. E’ l’ultimo ostacolo”.
“Non vedo l’ora. Odio quell’appartamento. Non è soltanto la violenza muta e permanente, l’aria che mancava, il buio, la storia di prevaricazioni, silenzi, umiliazioni. E’ tutta la mia storia. Quell’anticamera, la vedrai: buia, sembra che ti si ripieghi addosso per assorbirti. E’ il villo intestinale di una creatura inorganica ma vivente. Alle pareti ci sono ancora i quadri allucinanti dei suoi amici di partito, due pittori che avevano aderito alla teosofia: dipingevano al di là di ogni canone, soggetti esoterici cupi, sovrannaturali, demonici. C’era il quadro di un pazzo, magro, con le costole a vista, pelato, accosciato, che tirava fuori la lingua rossissima, i genitali in vista, la mano secca e terribile. Io e Gisella eravamo piccoli. Una domenica che stavamo in casa soli, senza quasi concordare a voce la cosa, prendemmo un paio di forbici e cancellammo i genitali, graffiammo tutto il quadro...”
Comunisti che aderivano alla teosofia?”
“Ne era pieno, almeno nella compagnia della sezione PCI di mio padre e mia madre. E poi i libri, Fede: sono tantissimi. Sarà uno sgombero pesante. Non vedo l’ora che sia cancellato tutto, finito tutto...”
Ed era così. Ero risucchiato da un’accelerazione immaginaria di tempo: volevo che fossero già consumati i funerali, la cremazione, la posa delle ceneri dietro la lapide magra del colombario, lo sgombero della scena primaria della famiglia Genna... Volevo dormire, scordare, essere un altro.

mediumicoaudio.gif E ora, davanti alla porta tremenda in legno verniciato, apro.
Gli scatti risuonano nella tromba delle scale.
Federica è pallida.
Apro.
La porta interna, divelta, mostra i segni dello sfondamento, il legno rotto, la serratura saltata.
Dentro tutto è buio.
Accendo la luce dell’anticamera.
Federica entra come si entra nel tempio di una religione diversa da quella professata. Una religione avversa, ma non sconosciuta. I punti di contatto tra la mia e la sua infanzia...
Subito si vede il quadro di uno dei due pittori comunisti teosofi: il volto distorto, disumanizzato di un maschio che mangia un uovo con il guscio.
Avanziamo.
“Avevi ragione...” dice Federica.
Vado ovunque, lasciando per ultima la stanza da letto di mio padre, ad alzare le tapparelle, a fare entrare luce. Vorrei essere inondato di luce.
Federica si è fermata in anticamera, osserva la libreria a muro, in metallo dipinto di un verde impossibile a definirsi – un verde scuro, malsano.
Accendo la luce della stanza da letto.
Sul letto: la traccia del peso del corpo morto di mio padre, fino a poche ore fa lì disteso, piccoli avvallamenti sul lenzuolo, bozzi lasciati dai glutei. Mi avvicino al punto in cui era steso a pancia a terra quando l’ho trovato, rigido con il braccio piegato e il pugno bluastro neromarrone serrato, accanto alla finestra.
Sollevo la tapparella. La luce entra, la stanza è rifatta. Entra il tempo. Niente si scioglie.
Spengo il lampadario.
Sto in questa stanza desolata.
Vedo le pantofole.
Il servo muto con i vestiti del giorno dopo, non quelli con cui l’abbiamo abbigliato.
E compio il gesto sacro, il gesto empio, spinto a farlo.
Mi distendo sulla zona di parquet su cui l’abbiamo trovato, su cui è morto. Mi stendo, aderisco con la pancia e la guancia dove erano la sua pancia e la sua guancia.
Annuso il parquet, tento di percepire l’eventuale odore della decomposizione. Invece inalo sentore di cera.
Sono nel posto preciso.
Aderisco all’unico fantasma: quello che non è dato vedere. L’area umana che non c’è più.
Mi volto sulla schiena.
La sensazione di base: un vago giramento di capo dovuto a ebbrezza alcolica. Un’ebbrezza maligna. Poco prima della nausea. Osservo senza pensieri il fascio di luce che trapassa la finestra: rinnova le prospettive della stanza della morte.
Chiudo gli occhi, avverto le folate di aria calda dal termosifone, che hanno accelerato il processo decompositivo nel corpo di mio padre. Il rigor mortis. Quella tinta che ricordo, quei polpastrelli gonfi, le impronte digitali dilatate.
Riapro gli occhi, con la paura di vedere la sagoma su di me, in piedi immobile. E c’è: la sagoma di Federica è in piedi, immobile sopra di me. Mi osserva. Tace. Scende su di me.

Facciamo l’amore. Lì.

Compiamo la dissacrazione. Sacralizziamo l’area. Inumidiamo di liquori fisiologici ciò che il cadavere di mio padre, ore dopo il mancato ritrovamento, avrebbe invaso di liquidi colliquativi.
Lei mi monta, io rispondo meccanicamente. Se chiudo gli occhi, la vista interna mette a fuoco il volto di mio padre sovrapporsi a quello di Federica.
Vengo in lei.
E’ il funerale celeste.
Spruzzo i miei tranci di umanità, ventitré coppie di cromosomi al margine dell’orizzonte. La prostata mi si indolenzisce, poi la sofferenza aumenta, ho male, la prostata immaginata come un tartufo infiammato e tumefatto, la prostata che tolsero a mio padre perché invasa dal tumore.
Stiamo abbracciati per non so quanto tempo, vedo dietro la spalla di Federica luce che invade dalla finestra, avverto la prostata declinare nella sua tumefazione.
Poi ci solleviamo da terra.
Vado in bagno.
Mi pulisco con il sapone che ha usato mio padre prima di morire. Mi asciugo con il suo asciugamano.
Sul lavandino, in una terrina di vetro, l’acqua vecchia fitta di piccole bolle dove è immersa la dentiera di mio padre, che si è tolto qualche minuto prima di raggiungere il letto e crollare per l’infarto violentissimo.
La dentiera rosea, bianca: a tenaglia con pollice e indice la tolgo dall’acqua, vado in cucina, dove c’è il contenitore della spazzatura, vent’anni e ogni cosa è la stessa di vent’anni prima e nel medesimo luogo, e butto via la dentiera di mio padre morto.




Pubblicato il Mercoledì 14 Marzo 2007

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