Giuseppe Genna: bio&biblio
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Il romanzo è: HITLER
Dal 16 gennaio 2008 in libreria, per la collana SIS di Mondadori, a 19 euro:

Ecco dunque svelato il soggetto del romanzo di cui si è attrezzata qui l'officina. Le bozze sono corrette, la copertina è decisa [cliccarci sopra per una versione ingrandita]. L'avvicinamento a HITLER continuerà fino al giorno della sua uscita e oltre, con materiali ulteriori di riflessione.
Pubblico qui di seguito una nota, che non sarà edita nel volume, in cui chiarisco gli elementi essenziali di poetica personale che ho cercato di realizzare in questo libro.
POETICA E COSTRUZIONE DEL ROMANZO
Questo libro, prima di essere scritto, ha subìto una gestazione di dieci anni precisi. E’ nato (di qui, una delle dediche) per uno scatenamento interiore provocato dalla lettura di un “romanzo”, che attualmente considero uno dei capolavori in assoluto della letteratura italiana contemporanea: Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Non soltanto la lettura, ma anche la frequentazione continuativa dell’autrice mi hanno spinto alla stesura di quello che, con mia somma sorpresa, si rivela essere al momento il primo romanzo al mondo su tutta la vita e gli orrori di Adolf Hitler. La mia sorpresa è dovuta al fatto che, mentre in altre arti sono state create su e contro Hitler opere di valore imprescindibile (e specialmente nel cinema: dal fluviale Hitler: un film dalla Germania di Syberberg fino all’ultimo in ordine di tempo, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler di Hirschbiegel), la letteratura ha intrattenuto con la figura di Hitler un rapporto casuale e mitologizzante, facendo spesso sponda e non indagine veritativa su questa sagoma apparentemente umana, utilizzando la finzione e aumentandone l’aura livida e morbosamente piegabile a ogni invenzione (gli ultimi casi sono Il castello nella foresta di Norman Mailer, forse il suo peggior romanzo, e Le Benevole di Jonathan Littell, che è uscito in Francia mentre terminavo la scrittura del mio testo ed è del tutto naturalmente l’“avversario poetico” del mio libro).
Il rabbino capo di Amburgo, commentando la letterariamente oscena pubblicazione di Mailer, ha espresso in questo modo una mia difficoltà durata dieci anni: “Non è vietato fare arte su Hitler, ma bisogna pensarci molto, molto, molto bene”. Pensare molto bene a fare arte su Hitler è anzitutto meditare su come rappresentare un dittatore che, a mio parere, introduce una discontinuità decisiva e unica nella storia umana, separando uomo da uomo, ponendo fine alla pietas e all’empatia, sterminando più di sei milioni di ebrei proprio in base a questi presupposti, sapendo di compiere il male, e aiutandosi con la propaganda e la retorica e l’arte male interpretata, che gli forniscono i mezzi per incantare masse le quali desiderano, in profondo, quanto veicolato in quella che gli storici spesso hanno definito – e malamente – “ipnosi”.
L’approccio a Hitler è dunque maturato in dieci anni. Il suo perno centrale è costituito dal divieto di chiedere “perché?” o “quando Hitler diventò Hitler?” – cioè le domande che si pone ogni hitlerologo. Il celeberrimo passo di primo Levi, di cui Claude Lanzmann, autore di quel capolavoro che è Shoah, ha fatto ben più che una poetica, è quintessenziale al mio perno rappresentativo: “Qui non c’è perché” viene detto a Primo Levi, una volta entrato nel campo di sterminio.
Hitler non è rappresentabile in forza della non rappresentabilità di ciò che egli causa come esito dissolutorio finale e che non ha semplice rilievo storico, ma più che teologico: metafisico. Claude Lanzmann ed Emil Fackenheim costituiscono i padri di questo libro: verso di loro provo soltanto riverenza e nessuna angoscia di influenza. Chiedersi il “perché” di Hitler e dare risposte le più varie (l’infanzia suppostamente traumatica; la morte orrenda della madre; la perversione sessuale; e così via...) giustifica Hitler, quando moltissime persone hanno subìto traumi infantili, hanno vissuto lutti dolorosi e precoci, hanno sperimentato perversioni sessuali ben più eclatanti di Hitler – e non sono diventate Hitler.
In questo senso, il mio Hitler non è un saggio bensì un romanzo. Nulla, tuttavia, vi è di inventato. L’invenzione finzionale è bandita nel caso di questa estremalità storica. Inventare su Hitler per raccontarlo con finzione è osceno tanto quanto entrare ad Auschwitz reinventando. “Invenzione” ha una sua etimologia: significa “ritrovare”. L’operazione narrativa qui condotta non è quindi inventare una finzione intorno a Hitler, bensì allargare lo sguardo su determinati particolari della sua vita privata e pubblica. Perfino quelle che appaiono ardite trovate (la presenza del Lupo del Giudizio Finale, Fenrir) hanno una propria radice storica, recuperabile nei molti saggi o nei documenti che ho studiato per comporre questo libro.
Infine, l’unico modo di rappresentare Hitler è, a mio giudizio, seguire la definizione che ne diede Joachim Fest: fu la “Non-Persona”. Ovverosia: fu l’apparentemente umano che non era umano, il non essere che penetra nell’essere e lo divide. “Una bolla vuota”, chiosa Fest. E infatti questo appare dai fatti Hitler – una bolla priva di ciò che è profondamente umano e, in seconda battuta, umanistico.
Adorno asserì che “dopo Auschwitz è impossibile scrivere”: se ne è scritto in ogni modo, quasi sempre a mio parere osceno, per restare all’aggettivo che in questi casi utilizza Lanzmann. L’unica risposta possibile ad Adorno, in termini di scrittura, è stata offerta dal poeta Paul Celan. Questo libro desidera inscriversi in quella possibilità di scrittura e di rappresentazione fuori dalla finzione, che Paul Celan inaugurò e che giunge fino ai risultati artistici di Anselm Kiefer.
Un’ultima notazione: ho seguito essenzialmente lo sviluppo dei fatti per come sono stati investigati da Fest, da Schirer e, in minore parte, da Kershaw. Tuttavia, ciò che mi preme è che la guida del testo è quell’insieme di testi che costuiscono la cosiddetta “teologia della Shoah”. Qualunque interpretazione di questo libro, che non tenga conto di queste osservazioni, è una violenza al libro stesso e, ritengo, alla cosa che in questo libro non viene rappresentata con invenzione finzionale: intendo le vittime dei campi di sterminio, per le quali la sezione Apocalisse con figure, composta essenzialmente da parole non mie, credo sia l’unico modo possibile di rappresentazione, omaggio e memoria in un testo che viene definito “romanzo”.
Pubblicato il Martedì 4 Dicembre 2007
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