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MEDIUM: l'iperlibro
Giuseppe Genna - MEDIUMLa storia della morte e della transutanziazione del padre: il libro più intimo del Miserabile. Pubblicato in doc e pdf, in html multimediale, e in cartaceo attraverso Lulu.com (un libro vero, il prezzo è stampa e spedizione). Un abbraccio al lettore...
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Fabula Orphica: testo di Giuseppe Genna, regia di Federica Restani
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Ancora Piperno sul Corriere: su Le Benevole di Littell

hitlercovermedia.jpgRiprendo qui lo splendido articolo di Alessandro Piperno su Littell, apparso quest'oggi nelle pagine culturali del Corriere. Non concordo in nulla su quanto Piperno scrive della questione che è per me il buco nero della rappresentazione ne Le Benevole: cioè l'invenzione di una mimesi per me oscena nel campo di concentramento. Sono certamente convinto, come Piperno, che Le Benevole siano un romanzo con cui e su cui confrontarsi. Non sono convinto della critica iperbolica che ne fa Alessandro: l'ambizione esplicita dell'autore amerigo-francese è proprio quello di fare un romanzo "assoluto" (per usare una delle tre scomode parole impiegate dal mio amico Piperno), ma proprio per questo il risultato va valutato in due sensi. Il primo dei quali (ed è il meno impegnativo) è se Littell sappia narrare fino in fondo, ponendosi tale ambizione: la mia risposta (ma è solamente mia) è negativa, il libro non regge nella seconda metà e crolla nel finale, e solo parzialmente è embricato nel mondo che Piperno convoca quale materia unica della letteratura. Il secondo punto riguarda l'assoluta confusione che Piperno (ma la fa Littell a monte) stende tra due aggettivi, "religioso" e "metafisico". Poiché si è qui e ora perduta la percezione dell'elemento metafisico, si scade a quello religioso, che è estetizzabile. "Metafisico" non significa nemmeno "oscuro" o "mistico" (questa incredibile miscomprensione che dobbiamo a secoli di cattolicesimo...). Se non si parte dal dato metafisico, è assolutamente incomprensibile la posizione di Lanzmann. Il quale, proprio, non estetizza il dato reale - dice che la letteratura è penultima, che la realtà ha un punto impenetrabile per i linguaggi (e l'apicalità della realtà che sta alle radici di tutto il contemporaneo, come Atene e Gerusalemme stanno alle radici dell'occidente: mi riferisco all'apicalità dei campi di concentramento nazisti). Se l'immaginazione non entrasse in questo conflitto, che né la filosofia né la letteratura e nemmeno la mistica possono risolvere, non esisterebbe "forma". E' dunque, a mio parere contraddittoria la posizione di Littell, e di riflesso quella di Piperno: due assolutisti della letteratura che relativizzano a priori l'elemento unico di ogni assolutezza, cioè quello metafisico. Le Benevole, solo in questo senso, è un libro irresponsabile e dannoso. Ciò non toglie che sia un gran libro. Ma finché non ci si mette d'accordo sulla percezione di ciò che è metafisico (il che, preciso ulteriormente, non significa che non sia mondano e reale), le esplosioni di successo spettacolare evocate da Piperno e non realizzatesi in Italia saranno assai facilmente spiegabili così: Littell colpisce un punto sociologico, e non lo fa con la narrazione, che è essenzialmente condensata nei momenti allucinatori di Max Aue. Il modernismo di Littell, la titanica convocazione della tradizione letteraria per dire che siamo tutti fratelli (l'incipit è di Villon: Littell lo usa), porta all'inevitabile conclusione che la letteratura, se riguardata in questo modo, produce essa stessa il rogo dei propri libri, poiché, come la tecnica, si pretende assoluta. Non si percepisce la continuità tra la tradizione umanistica e il nazismo. Né si mette in discussione Hitler, che è per me l'aspetto meno grave del buco nero aperto con estetica raffinatezza da Littell. Si scontrano qui due concezioni di letteratura antitetiche. E' bene che accada, anche se l'unica a passare sui mezzi spettacolari (stampa compresa) è quella che dice che Stavrogin è "metafisico" in quanto è "malvagio" mentre non si sa cosa sia l'emento metafisico; l'altra visione della letteratura (a cui aderisco con ogni fibra del mio essere) è, nonostante quanto lamenti Alessandro, minoritaria, incompresa e incomprensibile finché non si compie un atto di scavo di ordine metafisico - che non vuole significare diventare religiosi, ma andare a ciò che un materialista come Marx chiamava "radicalismo".

Tesi - È uscito in Francia «Le sec et l'humide», un'analisi sul materiale utilizzato dallo scrittore. Un romanzo con il quale è necessario confrontarsi

Littell, il male è nel Dna dell'uomo

All'origine delle «Benevole»: la psicologia nazista e la lingua dei carnefici
di ALESSANDRO PIPERNO

benevole.jpgIn questi giorni dietro alle vetrine delle librerie parigine scintilla uno smilzo saggio di Jonathan Littell dal titolo enigmatico: Le sec et l'humide (Il secco e l'umido). Nella postfazione, lo storico tedesco Klaus Theweleit riporta alcune frasi di Claude Lanzmann: «Littell», afferma Lanzmann, «ha inventato la lingua dei carnefici. Ora, per me i carnefici non parlano come li fa parlare Littell. In realtà i carnefici non parlano affatto ». Al che Theweleit insorge: «Su questo punto, Lanzmann si sbaglia. È vero, i carnefici si sono rifiutati di parlare di fronte alla sua telecamera. Ma tra loro hanno sempre parlato».
Theweleit prende capziosamente alla lettera Lanzmann solo per riaffermare che, finché la questione- Shoah verrà affrontata con gli strumenti offerti dalla metafora, essa continuerà a essere quell'anti-Olimpo tenebroso e siderale cui un certo misticismo celebrativo l'ha ridotta. La cosa strana, en passant, è che sia proprio Lanzmann (autore di un film-capolavoro sulla Shoah composto di luoghi, di facce, di corpi, di voci) a rifugiarsi ora dietro detti corrivi e oracolari come «i carnefici non parlano affatto» che fanno il verso alla famosa sentenza di Bataille: «I boia non hanno parole ».
Occorre ricordare che Klaus Theweleit è autore di Virili fantasie,
uno studio teso a dimostrare come il risentimento del nazista scaturisca dal terrore in lui suscitato dalla vischiosità dell'esistenza.



Mauro Trotta su "il manifesto": il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgVorrei ringraziare di tutto cuore la redazione de il manifesto e Mauro Trotta, per la pubblicazione dell'ampia recensione che riporto qui sotto. In queste ore di sconfitta civile del Paese, il pezzo di Trotta sul romanzo Hitler mette in evidenza qualcosa che, evidentemente, io intendevo significare con la pubblicazione del libro. Non riuscendo a ritrovare l'indirizzo mail di Mauro Trotta, gli faccio un appello: scrivermi, se può e ha voglia a questo indirizzo, affinché possa personalmente ringraziarlo, per la generosità e la totale intercettazione dell'autore che emerge dal suo bellissimo articolo. gg

L'orrore di una non persona

il_manifesto.jpg«Hitler», il romanzo dello scrittore Giuseppe Genna per Mondadori. Una biografia asciutta che non cerca spiegazioni, ma che invita a mobilitarsi affinché quella storia non si possa mai più ripetere
di MAURO TROTTA

Scrivere un romanzo su Hitler? Un'impresa da far tremare le vene dei polsi a chiunque. Tanti, troppi, i rischi. Scadere nel sociologismo, ad esempio, o in uno storicismo d'accatto annullando la responsabilità del protagonista, riducendolo a pura espressione di forze presenti nella società e nella storia. Oppure, dall'altro versante, mitizzare la figura del dittatore nazista, rivestendola di un'aura fascinosa per quanto perversa. E, soprattutto, il rischio più grande, arrivare a una forma narrativa epica che, pur all'interno di un'epos del male, ammanti comunque la vicenda e il protagonista di una grandezza a-storica, per quanto negativa.
Nonostante questi e molti altri pericoli, trappole e trabocchetti, un autore, Giuseppe Genna, ha voluto misurarsi con tale impresa ed ha scritto un romanzo biografico su Adolf Hitler. Nasce così Hitler, di recente uscito per Mondadori (pp. 632, euro 20).

Narrazione algida
Genna confessa di averci messo dieci anni per arrivare a scrivere questo libro e, dall'officina sul romanzo che ha pubblicato sul suo sito (www.giugenna.com) risulta che è sempre stato ben consapevole dei tanti rischi cui andava incontro.
Innanzi tutto c'è da sottolineare che non si tratta di un romanzo storico. C'è, semmai, la semplice esposizioni dei fatti e delle vicende relative alla vita del protagonista. Con poche eccezioni. Innanzi tutto la sezione intitolata «Apocalisse con figure» in cui irrompe la Shoah in tutta la sua forza e drammaticità, accentuata dalla netta separazione che la distingue radicalmente dal resto del testo. E, poi, l'inizio e la fine. Quest'ultima soprattutto, dove c'è l'incontro tra il dittatore e le sue vittime. Queste due sezioni escono fuori, esorbitano dal resto del romanzo, e sembrano rappresentare il nucleo metafisico dell'intero testo, dato che tutto il resto - la storia di Hitler - si svolge rigorosamente solo in superficie. Il romanzo, infatti, consiste nella semplice esposizione dei fatti senza che da parte dell'autore ci sia alcun tentativo di ricercarne motivazioni di qualsivoglia genere. Certo, emerge la temperie di quegli anni, l'atmosfera che regnava in Germania, ma la narrazione rimane sempre, per così dire, in superficie.

L'apparenza che stermina
I personaggi stessi non sembrano avere alcuno spessore, nessuna psicologia. E, più di tutti, il protagonista che è una non-persona, come viene definito continuamente dall'autore. E la non-persona è pura apparenza, senza movimento, semza cambiamento, senza spessore. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna, infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma: «Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l'apparenza che simula di essere. L'apparenza, sganciata dall'essere, stermina».
Ma come si fa a narrare di una non-persona? Quale linguaggio utilizzare? Lo stesso Genna confessa di essersi ispirato alle metope del frontone dell'Altare di Pergamo, quelle figure che si stagliano appunto sul lungo frontone raccontando una storia - la battaglia tra gli dei e i titani - dando al contempo una sensazione di linearità orizzontale, tramite le scene isolate contrapposte, e di staticità, di blocco. In una splendida recensione del romanzo, rintracciabile sempre nel sito dell'autore, Demetrio Paolin sostiene che la lingua e la scelta retorica operata da Genna sia riconducibile al linguaggio utilizzato nelle iscrizioni, soprattutto in quelle funerarie o dedicate alla commemorazione di una battaglia o di una vittoria sportiva. La linearità orizzontale, la scrittura di superficie di tutto il romanzo - abbandonata solo rare volte - consiste dunque in quello stile marmoreo e lapidario caratterizzato da anafore, asindeti reiterati, frasi brevi, aggettivazione magniloquente e periodi ellittici. Eppure, i frontoni dei templi greci non possono essere considerati un po' gli antenati dei fumetti? E quel linguaggio lapidario non si ritrova proprio nelle didascalie che caratterizzano le strip? Da questo punto di vista, nella scelta del linguaggio, l'Hitler di Genna può richiamare alla mente proprio un fumetto, che è alllo stesso tempo uno dei libri più belli sull'Olocausto, ovvero Maus di Art Spiegelman.
L'ottica, naturalmente, è completamente differente ma anche qui, tra l'altro, ci sono interventi dell'autore, che è anche personaggio della storia, sul protagonista, ossia suo padre. Certo gli interventi di Genna nei confronti del protagonista del suo libro o di altri personaggi non sviluppano alcun dialogo, come nel caso di Maus, ma si configurano come vere e prorpie maledizioni. Come quando, ad esempio, nel momento in cui Hitler sta per suicidarsi lo scrittore interviene incitandolo a premere il grilletto.

Sull'orlo della catastrofe
L'unico personaggio che non sia esistito storicamente, nel libro di Genna, è quello che, oltretutto, appare per primo nel romanzo. Si tratta di Fenrir, il lupo della mitologia norrena il quale, liberatosi dalla magica catena che lo imprigiona, darà il via al Ragnarok, la caduta di Asgard e degli dei, la fine del mondo. Eppure questa incarnazione di Fenrir ha ben poco da spartire con il terribile lupo che alla fine del tempo divorerà Odino, il padre degli dei. Sembra più una sua grottesca parodia, un bastardo pulcioso. Basti pensare a quello che fa. Finalmente libero, non va alla ricerca degli dei, suoi nemici, ma si precipita sulla terra per unirsi alla non-persona. Non solo, non riesce neanche a mordere, a contaminare Hitler, ma ne viene morso, contaminato. Così anche la mitologia viene svuotata divenendo vuota apparenza, ciarpame retorico senza grandezza né vitalità.
Libro che si legge tutto d'un fiato, l'Hitler di Genna rimane nella mente a lungo perché stimola tante domande, riflessioni. Spinge, insomma, a pensare, a interrogarsi a fondo. Anche sulla politica. Se, infatti, la non-persona, in quanto pura apparenza, «dice al lavoratore quanto il lavoratore vuole sentirsi dire, al capitalista quanto il capitalista sogna, al commerciante quanto spera», se, insomma, è in grado di dire a tutti quello che tutti vogliono sentirsi dire e se questo è proprio quanto avviene nella politica attuale, non stiamo correndo il rischio che giunga di nuovo una non-persona che ancora una volta porti il mondo sull'orlo della catastrofe?



Calvairate-Berlino via Genna

di ALBERTO GIUFFRE'

[Un autentico servizio giornalistico sul mio percorso letterario ed esistenziale: è il video registrato e montato da Alberto Giuffrè, che frequenta il Master in Giornalismo della Statale di Milano, e che mi ha chiesto di potere realizzare una sorta di tesina di videogiornalismo. Questo è il risultato: di cui ringrazio e per cui faccio i complimenti ad Alberto. gg]



Una mail sul romanzo Hitler: intercettazione dell'autore


hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare Fabio Deotto, che mi ha spedito una splendida mail su Hitler: non tanto per l'apprezzamento circa il libro, ma per i ragionamenti che configurano un incontro attraverso il testo. Le meditazioni di Fabio Deotto, che non conoscevo fino alla mail inviatami, intercettano attraverso il libro alcune intenzioni che sono ignorate o date per scontate dalla critica a cui Hitler non è piaciuto - ma per me sono oggettivamente fondamentali e molto lontane dalle mie poetiche. Evidentemente si tratta di elementi centrali e interroganti anche per altre persone. Di tutto questo devo ringraziare Fabio Deotto, di cui vi invito a visitare il blog, http://iononpossoscrivere.splinder.com.

Giuseppe,
io credo, devo dirlo, che tu abbia scritto un libro formidabile.
Voglio essere sincero, ho detestato gli avvitamenti retorici e ombelicali che ho trovato in alcuni tuo interventi su Carmilla, ma sto adorando il tuo ultimo romanzo. Non me lo aspettavo, ma ripeto, è qualcosa di sorprendente.
Coraggioso, rivelatore, didascalico nel senso più omerico del termine. E una volta tanto questo aggettivo non ha per me un'accezione negativa. Il tuo continuo prendere le distanze dal non-essere Hitler può sembrare, almeno in un primo tempo, frutto del terrore di "concedere vittorie postume". Leggendo Hitler mi sono più volte chiesto per quale motivo continuassi a a strappare il lettore dalla dimensione narrativa ("la madre non ha fatto la differenza" "E qui che accade Hitler"), quasi volessi impedirgli di rimanere troppo tempo in contatto con quell'Hitler semi-umano che tu stesso hai sfiorato con attenzione. Mi chiedevo se lo spauracchio del "tabù" avesse appesantito anche la tua penna, ma sono bastati pochi capitoli per comprendere che la tua è stata una scelta cosciente, continua.
Oltre che essere in un certo senso didattico (mi mancavano molti passaggi storici della biografia di Hitler e della Germania nazista. Sembra quasi che tu voglia essere più una guida che un narratore, prendi per mano il lettore e lo porti a ritroso nel tempo a dare un'occhiata ai fatti e ai personaggi. Avanzi ipotesi, in molti casi solo per poi confutarle), questo "romanzo" sprona alla riflessione come pochi, anzi si potrebbe dire che la costringe, ti pone costantemente nell'obbligo affrontare quello che un non-uomo è stato e come abbia ipnotizzato milioni di esseri per il solo fatto di proporre un non-pensiero. Vorrei non pensare alla situazione italiana di oggi (sto leggendo Hitler a cavallo della terza vittoria elettorale di Berlusconi), ma il tuo romanzo me lo impedisce. Il tuo esplicito riferirti a un "non-personaggio che non è ma appare" mi impone di guardare non tanto al non-statista che si appresta a "ridimensionare il peso della Resistenza nei libri di scuola", ma agli italiani tutti. Agli operai che si sono recati alle urne per votare Lega Nord e a quelli che esultano per la scomparsa dei "comunisti" dagli scranni parlamentari. Mi costringe a toccare con mano la sostanza del non-pensiero che sottende la storia del Novecento andando a ingarbugliarsi fino ai giorni nostri.
Ma non si tratta solo di questo. Ciò che mi ha colpito, in questo libro, sono alcuni stati mentali che il giovane Hitler attraversa e che io trovo fin troppo umani, e fin troppo vicini a persone che conosco e, purtroppo, anche a me stesso. In particolare il suo ricorrente ricadere in fasi di abulia estrema, una condizione che fa da contrappeso all'Hitler "esorbitante" che tra alimento dalla "copula con la folla". E' questo l'aspetto su cui la riflessione si fa più dolorosa. Tu parli in continuazione di non-personaggio, di una ideologia-nulla. Eppure io nell'Hitler uomo trovo molti difetti squisitamente umani, che rilevo in diverse persone di mia conoscenza (diretta e indiretta). L'esistenza di uomini che subiscono nel confronto con il singolo e primeggiano in quello con la folla è un dato di fatto, si tratta di persone convinte di avere ed essere troppo per potersi tradurre al singolo individuo. Persone simili esistono e la loro condinzione mentale è esplicabile, il vero mistero non sono loro ma, almeno a mio avviso, chi le eleva a leader.
Questa è la riflessione che secondo me andrebbe fatta. Non ho ancora finito di leggere "Hitler" perciò su questo punto come su altri non posso dare un giudizio definitivo. Ho solo voluto condividere con te alcune reazioni a caldo che questo romanzo mi ha suscitato. Una volta terminata la lettura lo recensirò sul mio blog e, nel caso possa minimamente interessarti, ti comunicherò la pubblicazione del post.
Grazie per l'attenzione e grazie per il libro che hai scritto,
Fabio Deotto



Il romanzo Hitler su Mangialibri: intervista e recensione

hitlercovermedia.jpgDavid Frati, direttore del ricchissimo sito letterario Mangialibri, si è occupato di quasi tutti i libri che ho pubblicato - già solo per questo motivo vorrei ringraziarlo. Circa Hitler ha fatto di più: non solo a scritto una scatenata recensione che coglie molto di quanto intendevo fare al di là dell'esito testuale e della sua eccedenza, ma mi ha anche intervistato a trecentosessanta gradi. Ne è uscito uno degli speciali più gratificanti per me mai apparsi in Rete, anche perché l'intervista di David Frati è in assoluto una serie di domande per me fondamentali, che meriterebbero una riflessione comune - riflessione che, garantisco, una congrega di scrittori sta compiendo e i cui risultati si vedranno presto, in forme differenti e tutte sorprendenti.
Ringrazio sinceramente David Frati e Mangialibri per lo spazio e l'attenzione immani dedicati a me e a ciò che scrivo.

Genna: Hitler

di DAVID FRATI

“Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è. L’amore non è. Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è e lui naviga, bolla oscura nel non essere”.
1887. Klara è la terza moglie di un oscuro funzionario doganale austriaco, Alois Hitler, che ha 23 anni più di lei, e probabilmente è pure sua nipote, non è del tutto chiaro. Nella casa di ‘zio Alois’ c’è entrata per fare la servetta: lui aveva appena divorziato dalla prima moglie per portarsi a casa una procace cameriera di 23 anni, Fanni, che però poco dopo era morta di malattia. Veniva il turno di Klara, sposata dopo una dispensa papale richiesta al vescovo di Linz per la sospetta parentela, che dopo aver perso tre bambini piccoli per colpa della difterite nell’aprile del 1889 dà alla luce Adolf. Lo seguiranno il piccolo Alois, Angela, Paula. Che danno al padre molte più soddisfazioni di lui, a dire il vero. Perché Adolf è un ragazzo sempre con la testa tra le nuvole, un visionario chiuso e cupo. Vuole fare l’artista, figuriamoci. Finché il padre - rigido benpensante asburgico - è vivo, se lo può scordare: piuttosto nerbate sulla schiena e silenzi. Ma quando Alois Hitler muore e Adolf rimane solo con la madre, che lo adora, il ragazzo può dare libero sfogo alle sue velleitarie ambizioni - incurante della disastrosa situazione economica familiare - e recarsi a Vienna, per iscriversi all’Accademia delle Arti Figurative. Non sarà ammesso, e dopo la prematura morte della madre per un tumore precipiterà nell’abisso della povertà, mentre un altro abisso – quello della guerra – è in agguato dietro l’angolo per l'Europa intera. Il futuro più lontano, quello in cui il nome Adolf Hitler risuonerà sinistro in tutto il mondo, è ancora inatteso, impensabile. Eppure così ovvio, così inevitabile…
Previsioni del tempo? Pessime. Un anticiclone di malvagità insiste sull’Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: “l’occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero” è un giovane complessato e inconcludente, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La sua ascesa e la sua caduta coincidono con uno dei periodi più neri e luttuosi della storia, una storia che Giuseppe Genna, dopo aver piegato alle sue esigenze narrative e al suo stile generi come il noir, la science-fiction, l'horror, decide di raccontare passo passo 'mettendo in prosa' una biografia storica, un po' l'operazione che al cinema si fa con i cosiddetti 'biopic'. Ma siamo di fronte a un biopic del tutto sui generis (malgrado la evidente influenza - del resto dichiarata apertamente dall'autore - del lavoro di Joachim Fest), perché Genna usa la storia come un liquido di contrasto, per illuminare tessuti tumorali, metastasi, cancrene in wagneriana progressione patologica. Col suo passo enfatico, col suo procedere a sentenze ad effetto, immagine suggestiva dopo immagine suggestiva, licenza poetica dopo licenza poetica, Hitler ricorda il libretto di un'opera rock: una malsana, potente, rumorosa, emozionante, tonante opera rock. Il romanzo (che romanzo non è) ha suscitato le più vive polemiche nell’ambiente letterario italiano, è schizzato nella top ten delle vendite e si è beccato più di una illustre stroncatura. Nemmeno tanto nascoste tra circonlocuzioni complesse e paroloni arditi, le accuse di apologia ‘estetica’ del nazismo, di cattivo gusto, di opportunismo. La chiave dell’interpretazione del libro (e anche del suo eventuale misunderstanding) è senz’altro nel riferimento frequente alla metafora-simbolo del lupo Fenrir, il divoratore degli dei durante Ragnarok, preso di peso dal pantheon norreno, che qui incrocia il cammino di Hitler, lo ispira, lo protegge, lo affianca, lo possiede, lo divora. Ma lo giustifica? Lo glorifica? Lo legittima con un una sorta di imprimatur divino? Fossimo vichinghi di un millennio fa, forse potremmo pensarla così. Ma né noi né Genna andiamo in giro con elmi con le corna e boccali ripieni di idromele, almeno non in orario d’ufficio. E questa storia del tabù, dei tabù letterari, dei temi intoccabili e intangibili con la quale ce l'hanno menata anche quando è uscito Le benevole di Jonathan Littell ha francamente rotto gli zebedei, ci pare armamentario da intellighenzia culturale fintomarxistaperbenista. Decostruendo il culto della personalità del fuhrer nazista, ridotto a involucro di forze politiche e culturali che operano a un livello oltreumano, a fantoccio, a pretesto, ad avatar, Genna celebra la mitologia di Hitler o la demolisce? La seconda che hai detto.

Intervista a Giuseppe Genna

di DAVID FRATI

Genna Giuseppe è una strana bestia, uno di quegli animali mitici da trattato medievale che avevano come minimo ali d'uccello, corpo di rettile e testa di cane. Perché sei senza dubbio uno scrittore colto (nei temi e nel linguaggio), eppure utilizzi il romanzo di genere per comunicare e comunicarti: noir, fantascienza, esoterismo, storia: generi da sempre considerati 'da B-movie'. Perché non hai scelto la via consueta del 'romanzo esistenziale' italiano?

In realtà, la questione che poni è per me centrale. Non si tratta, a mio avviso, di spostare l’attenzione da un genere all’altro, quanto, per poetica personale e per lunga meditazione sulla tradizione letteraria che mi costituisce in ogni fibra, di distruggere qualunque genere, di approdare alla narrazione che implica uno sforzo di invenzione formale. Non solo questo riguarda i generi (noir, thriller, storico), che in realtà sono sottogeneri del genere “romanzo”. Per me è essenziale (ma la prospettiva non intende essere universale: è idiosincratica) di spaccare anche il genere romanzo, che non è capace di reggere una nuova retorica, più intensa dal punto di vista psichico e in diretta connessione con la retorica arcaica. Per esempio, per quanto possa esistere del tragico nel romanzo, il romanzo non può essere tragico, poiché la sua struttura regge solo il tragico moderno. Io cerco il tragico e mi allineo totalmente a chi cerca una nuova epica italiana attraverso la nozione di oggetto narrativo. Guardo allo "Zibaldone" di Leopardi e a "Petrolio" di Pasolini o, più centralmente, a Kafka e Burroughs: narrazione allo stato puro, seppure non lineare, ma per questo non necessariamente postmoderna. Quanto al genere esistenziale, non l’ho praticato finora, ma sto iniziando a lavorare (e credo che se ne intercettino i segnali in "Medium") proprio a un oggetto narrativo che sia una sorta di mémoire esistenziale spostato.

Da decenni non si fa altro che parlare e scrivere della fascinazione dei nazisti per l'esoterismo, ma tu sei tra i pochi (o forse l'unico) che ha ipotizzato ed esplorato la vicinanza dei regimi comunisti al paranormale...

In “Hitler” ho abolito di proposito l’inconsistente, deviante e per me eticamente oscena ipotesi del “nazismo magico”: nel 1938 gli esoteristi dei circoli, a cui Hitler era stato occasionalmente vicino, finiscono nei campi di concentramento. L’ipotesi regge solo in forza delle follie di Himmler e di Hess – follie che Hitler mal sopportava e derideva. Il paranormale nei regimi comunisti è una questione storicamente accertata e poco esplorata, a partire dai rapporti tra Lenin e il compagno Parvus, decisivo finanziatore della Rivoluzione, di stanza al Monte Verità in Svizzera, tra comunità teurgiche di varia natura. Ma a me, qui, come in passato per i complotti, non interessa il dato in sé: esso mi serve come occasione” narrativa per tentare un’allegoria. Nel caso in cui ho esplorato questo aspetto particolare, io volevo realizzare letterariamente l’invito alla “radicalità” di Marx: che mi porta a sostenere che il comunismo è in fondo non un messianesimo, ma una metafisica. Tutto il contesto mi serviva a chiarire questa parolina scomoda e continuamente male interpretata, che è “metafisica”.



Conversazione con Lucio Angelini sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgLucio Angelini, eccelso autore per ragazzi e irriverente commentatore sul suo blog "Cazzeggi letterari", ha costruito una parodia ragionata sul romanzo Hitler. Da uno scambio via mail, visto che si lamentava che non replicavo su questo sito alla sua ricostruzione parodistica, è nata una conversazione, che Angelini ha pubblicato e che volentieri riprendo.

Genna: «Lucio, nientissimo di personale, ma se collochi la presa per il culo nel tuo blog, va bene. Io vorrei un discorso un poco più alto. Preferivo una stroncatura in una puntata, non ha assolutamente senso che io faccia specchio a cinque tuoi post. A me Hitler è costato metaforicamente molto sangue. Non sto a questionare sulle stroncature, anche se avrei da dire sulla percezione della lingua enfatica. Se scrivi una stroncatura seria, figurarsi, te la pubblico immediatamente, come ho fatto con tutte le stroncature! Ma non mi va per niente di scherzare su Hitler. Anche il cappello di Roberto [Wu Ming 1, ndr] lo misinterpreti: Bui sta dicendo che esiste un kitsch enfatico, che è catalogato come umanismo (Wagner), che parzialmente Hitler ha distorto. Ora, esattamente questa cosa, con quale lingua la rappresenti? "La caduta" è un film la cui sceneggiatura era stata scritta da Fest, che ha poi ritirato la firma: è Fest che, dopo anni di studi, per tentare di rispettare Lanzmann, ho usato, proprio perché è il più vicino a una rappresentazione di questo fenomeno. Non è che disdegni le prese per il culo, ma qui mi sconcerta l'assenza di dibattito, e non intendo sul mio libro. Pensa a Littell: dicono o che è brutto o che è bello, ed è finita lì, mentre è un libro che merita la discussione sulla "cosa", e infatti lo stesso Roberto ci ha fatto praticamente un saggio. Perciò non lamentarti - non contesto in nulla la caricatura, ma non chiedermi di metterla sul sito. Se fai una critica con le categorie di cui disponi, per carità, la pubblico all'istante con la risposta che posso dare...»

lucio_angelini.jpgLucio: «Parli di sconcertante "assenza di dibattito". A dire il vero un po' di dibattito tra le pieghe della mia miniserie ci sarebbe. Scelgo a caso dalla quinta puntata: "Mi preme un CHIARIMENTO: nella mia personale concezione della STORIA, ciò che mi atterrisce davvero non è tanto la periodica insorgenza di personalità trascinatrici più o meno forti o persino deliranti (e non me ne frega nulla di etichettarle persone o non persone), quanto il fatto che, puntualmente, milioni e milioni di altri individui se ne lascino beotamente soggiogare. Certo, esiste un'attenuante: il sempre efficace ricatto del TERRORE. Ancora oggi bastano poche centinaia di malintenzionati disposti a tutto (a incendiarti il negozio, a scioglierti i figli nell'acido e via discorrendo) perché intere città di onesti cittadini si lascino passivamente sottomettere e tenere in scacco... Lì sta il busillis, secondo me, più che nella non-persona...»



Alain Elkann intervista il Miserabile sul romanzo Hitler

Mi si è avverato un sogno: da questo momento, posso morire felice. Sono stato infatti convocato da Alain Elkann, per la sua trasmissione "Due minuti, un libro" in onda su La7, e ho incontrato una mitologia vivente. Ecco l'intervista video, che purtroppo non testimonia della preparazione, che meriterebbe un Foster Wallace per un'attenta fenomenologia.
Ringrazio La7 e Alain Elkann per l'attenzione e lo spazio concessomi.




Dal romanzo Hitler: il brano letto a Roma

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare per l'ospitalità e l'eccezionale lavoro svolto da minimum fax per l'unica presentazione che è stata fatta (e non ce ne saranno altre) del romanzo Hitler. Non si è trattato di una presentazione. Alla libreria minimum fax (in via della Lungaretta 90/e), accompagnato da profondissime letture di Nicola Lagioia e Christian Raimo, che hanno fatto "esplodere" la sezione che fa da perno al libro, cioè Apocalisse con figure, attraverso stacchi musicali mutuati ad hoc da Arvo Part, Lisa Gerrard, Iannis Xenakis, si è inaugurata un'unica lettura dal vivo appartenente al corpo testuale di Hitler: la scena che riporto qui sotto. A introdurre il tutto, la voce del poeta di Paul Celan: una rara registrazione audio del grande autore tedesco che legge uno dei suoi capolavori, Todesfuge (basta cliccare qui per ascoltare il file, mentre in calce alla scena da Hitler riporto la mia traduzione della poesia, che si discosta decisamente dalla versione datane da Giuseppe Bevilacqua).

* * *

Località ignota (Germania), maggio 1943

È qui.
Nessuno sa che è qui.
Adolf Hitler scruta dai finestrini la campagna attorno: terra brulla, cespugli verde marcio, rari. La campagna piatta è deserta. La giornata di maggio è insolitamente fredda, grigia. La nebbia inumidisce i vetri, penetra nell'abitacolo, sa di ozono.
L'autista conosce il percorso e non sa cosa sia la meta. La scorta segue. Nessun contadino in vista.
La recinzione: al blocco di controllo sei membri SS scattano nel saluto marziale, nessuno si attendeva una visita del Führer, all'improvviso, in questo luogo dimesso, segreto.
Ecco i casolari. Li abitano derelitti, consacrati alla causa.
Ciò a cui lui ha a lungo pensato. Ciò che lui ha a lungo desiderato.
Ecco l'enorme hangar centrale, in alluminio. Sembra un magazzino: lo era, è stato confiscato. Alluminio ondulato.
Dai casamenti, dall'hangar, persone in affanno escono, si sistemano i vestiti, finché l'automobile presidenziale non compie un largo giro sulla terra nuda e si va ad affiancare alla schiera che attende, che allarga la bocca davanti al volto pallido, crepato e gonfio del Führer.
La portiera è spalancata, Adolf Hitler esce nel freddo, calza i guanti, dà le spalle al responsabile che si profonde in saluti servili, dice ciò che tutti pensano di dovere dire di fronte all'uomo che la Provvidenza ha inviato, l'uomo che ha dato l'abbrivio alla creazione e alla distruzione.
Hitler è voltato, il suo sguardo assente si perde nella vastità immensa del campo arato, che viene arato per confondere eventuali ricognitori: la terra scura, intrisa di umidità, espira bruma bassa, pesante, grassa.
Hitler si volta. Il responsabile alza il braccio destro, non fa tempo a pronunciare il saluto, Hitler ordina: "Tutti fuori. Desidero vederla da solo. Impiegherò poco tempo".



Il romanzo Hitler ancora su "Bottega di Lettura": la critica di Giorgio Fontana

hitlercovermedia.jpgGiorgio Fontana ha pubblicato il terzo intervento su Hitler che appare su Bottega di Lettura. Nel suo blog si lamenta perché non l'avrei ripreso volutamente su queste pagine, rispondendogli però in maniera trasversale qui. E' un misunderstanding. Semplicemente mi era sfuggita la critica di Fontana e ciò che genericamente scrivevo nell'articolo segnalato era in risposta ad alcuni commenti, altrettanto generici, letti su altri blog e su IBS. Perciò mi scuso con Giorgio Fontana e vengo a rispondergli qui direttamente, prima di riportare integralmente il suo pezzo. Circa il punto 1, ovviamente senza intendere in alcun modo che le impressioni di Fontana non siano giustificate, confermo che, nella mia percezione, in Hitler non c'è la mia lingua. Esistono tre piani stilistici, nel romanzo: il più evidente è un'enfasi che mutua una finta paratassi (che è però complicata nella reiterazione, giungendo allo statuto di ipotassi) tesa a costruire una maschera linguistica dietro cui sia il niente. Questa enfasi non è epica, a mio parere, semplicemente perché non è vero che Hitler affascina: a conti fatti esiste forse una progressione mitologica per cui Hitler esce dal libro accresciuto o costruito? Semmai il problema da discutere è come rappresentare il vuoto umano - e solo in termini di lingua di superficie, perché la lingua è qualcosa di più profondo della superficie. Il secondo piano linguistico, che non è comunque mio, risiede nell'intervento esorcistico e diretto dell'autore, che non sono io, ma è qualunque autore. Il terzo piano linguistico concerne la sezione Apocalisse con figure, dove altri parlano: e si tratta del perno del libro. L'enfasi che irrita è tesa a irritare e, spesso, ad annoiare, a opporre resistenza emotiva contro il testo da parte del lettore. Circa il punto 2, l'esempio delle metope mi sembra riprendere una pratica che, in Benjamin, è detta "mosaico" e tenta di allargare gli spazi tra le tessere. Spesso, tra una scena e l'altra, trascorre un anno. Il salto tra scena e scena non viene visto come silenzio o vuoto o congelamento, perché gestalticamente l'occhio si fa prendere o dalle figure o dallo sfondo o dai rapporti tra i due - ma qui lo sfondo è un salto, un vuoto. Inoltre, la vicenda di Hitler è conosciuta, esattamente come la storia che le metope raccontavano nei tempi antichi. Il fumetto sfrutta questa sospensione di incredulità da decenni. Poiché la storia di Hitler è la storia di Hitler e nulla è inventato, ma comunque lo sguardo del narratore allarga certi particolari, non posso definire romanzo un libro in cui mi limito a inventare ironicamente solo Fenrir, cioè la postura del cosiddetto invasamento del Male in Hitler, per capovolgerla. Potrei chiamare Hitler un "oggetto narrativo". E' certo che non è un romanzo e non ha l'estetica di un romanzo per come il genere del romanzo storico è stato interpretato negli ultimi trent'anni. Sul punto 3: la nozione di "non-persona" è tutt'altro che inindagata, tanto che fuoriesce dalle più che 1.000 pagine della biografia di Fest e ha il suo fondamento filosofico nella Teologia della Shoah. Il non-essere per come è esplicitato nel libro non è un demone: è proprio il non-essere, la corrosione dell'essere e l'annichilimento totale: anzitutto del popolo ebraico. Cosa che a Stalin non venne nemmeno in mente. L'essere è e continua a essere: per questo motivo coloro che subirono lo sterminio raggiungono la massima intensità di essere - il che va ben oltre le categorie etiche di bene e male, e pone la questione su un piano metafisico. Tutto ciò concerne fondamenti filosofici, teologici e storiografici che, se sostanziano Hitler, tuttavia non ne sono elementi poetici. Elemento poetico è invece l'apparentemente sterile nozione di "non-persona" che viene ossessivamente ripetuta nel testo - il che è uno stilema che ha il suo pari nell'insistenza con cui si ripete il verbo "esorbitare", cioè eccedere l'orbita umana, esserne fuori. Quanto all'indagine sul personaggio, non mi pare incompiuta: mi pare ci sia investigazione, solo non c'è giustificazione, cioè dazione di intensità esplicativa a un momento particolare della vita di Hitler che dia senso al passaggio da un Hitler suppostamente edenico e Hitler sterminatore. Sul punto 4, valgano le risposte date in precedenza: la reiterazione meccanica è mimetica eppure evita l'identificazione con Hitler (può non piacere, ma è la mia proposta letteraria); Fenrir non è Fenrir, è la parodia dell'atteggiamento di chi misticamente tenta di spiegare Hitler, è proprio il suo simmetrico capovolgimento, così come il Ragnarok è invertito nella scena del post-mortem; così dicasi circa l'estetizzazione, che è critica accettabile se l'estetica si pone come criterio valutativo, mentre qui non lo è, qui si tratta di un'immagine e di un'etimologia di ordine metafisico (come già detto, "santo" proviene dalla radice ebraica "separato"). Sul punto 5, non posso rispondere: è l'opinione di Giorgio Fontana sul libro. Per quanto concerne la mia autopercezione, non mi pare di non disporre di un apparato filosofico sufficiente a prendermi una responsabilità costatami parecchio, in termini emotivi e di ricerca interiore. Però ognuno può trarre le conclusioni che avverte come veridiche. Che io "spacci una pastoia come base concettuale" è da vedere: qui mi riservo il diritto autoriale di pretendere che il lettore non sia giudice assoluto e abbia delle responsabilità percettive che possono risultare fallaci - e comunque ciò concerne l'officina teorica, non il libro. Tutto il resto è legittimissima impressione di chi legge e, soltanto per lo sforzo compiuto nell'affrontare il libro e nello scrivere l'intervento che segue, mi sento di ringraziare Giorgio Fontana per l'attenzione e la pazienza spesi.

Giuseppe Genna, Hitler

di GIORGIO FONTANA

0. Dopo le precedenti letture di Paolo e di Demetrio, un punto di vista diverso. Dove si pongono alcune domande e dove si presentano parecchie perplessità.



I Balordi sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIl blog 2B, ovvero Due Balordi (ma in realtà sono tre), è una delle realtà più acute, irriverenti, esilaranti della blogosfera nostrana. Uno dei Balordi, con lo pseudo marish, mi ha fatto l'onore di recensire e criticare Hitler. Ringraziando per le considerazioni positive intorno al libro, vorrei discutere ciò che secondo l'autore dell'intervento è sbagliato nel romanzo: cioè l'idea che Hitler andrebbe riguardato da un'altra angolatura, che è quella storicistica. Ne approfitto perché, leggendo giudizi negativi su cui non discuto ma che a me paiono ottusi, questo argomento è reiterato all'infinito. Provo a essere sintetico. Avendo lavorato anni su Hitler e su come rappresentarlo, io ho adottato una prospettiva, che è una prospettiva metafisica. La domanda non permette retroazioni stupidamente temporali avanzate da qualcuno (tipo: se si potesse tornare indietro nel tempo e si fosse davanti al neonato Hitler, lo si ucciderebbe o lo si porterebbe via, per farlo crescere in altro contesto - questo è stupido, poiché ciò che storicamente accaduto è accaduto e noi ci troviamo davanti comunque a Hitler). La domanda che io pongo non è definitiva: è la mia domanda e va letta sul piano in cui viene posta, altrimenti sarebbe come se uno aprisse un saggio e si incazzasse perché non è un libro di poesia. La prospettiva è dunque metafisica. Va specificata. Essa si chiede cosa sia Hitler e non perché sia Hitler. La risposta non può essere fornita letterariamente, se non in un modo: attraverso la ripetizione di moduli che, effettivamente e storicamente l'individuo Hitler praticò dall'inizio alla fine della sua scellerata esistenza. Sul piano di una metafisica della storia, la mia risposta è: Hitler accade come punto terminale dell'Occidente, usa l'armamentario umanista degradato e deviato per costruire una macchina che annichila, che porta il nulla. Il fatto che io lo definisca (e non giustifichi la definizione, ma la ripeta per la noia del lettore) "non-persona" mira al mistero dell'accadimento che, ovviamente, si concreta in problemi storici assai vasti: da quello del "consenso" a quello dei contatti con club ed élite che permettono a Hitler l'ascesa. Qualunque mitologia è svuotata, se non ridicolizzata (il lupo Fenrir, per esempio, è lo svuotamento dello stilema della fabula mitologica che dovrebbe invasare Hitler: Hitler demonico, Hitler occupato dallo Spirito del Male - tesi che desidero evitare). Ora, la prospettiva metafisica può essere retta, oggi, dalla forma romanzo? A mio parere sì, ma solo a certe condizioni. Queste condizioni sono stilistiche per quanto riguarda l'autore (che può cannarle alla grande) e di comprensione metafisica per quanto concerne il lettore. Se avessi desiderato scrivere un romanzo storico o a-metafisico, non avrei isolato Hitler, non avrei puntato l'obbiettivo solo su di lui. Avrei scritto un romanzo che non avrebbe avuto come protagonista Hitler, ma la congerie nazista. A me interessava una tesi: che è quella del rovesciamento dell'elenkos aristotelico, ovvero il fondamento dell'umanismo occidentale. Volevo cioè manifestare un non-essere che è: cioè, un portatore di annichilimento. Se non avessi fatto in questo modo (prendendomi rischi e responsabilità dell'errore che potrei avere commesso), l'unicità della Shoah sarebbe stata legata alla storia e a Hitler, prescindendo dall'elemento metafisico che essa esprime. Questa tesi è chiaramente contestabilissima. Ma non vedo perché avrei dovuto tradurre l'ottima e dilagante storiografia hitleriana in forma di letteratura: le ragioni storiche che spiegherebbero Hitler sono già tutte in questa abnorme saggistica. La letteratura, nella mia prospettiva (continuo a ripeterlo: una prospettiva che non è apodittica), ha altro ruolo da svolgere. Io cerco di entrare in un frame individuale che sta temporalmente prima del realizzarsi della formazione storica, dell'esposizione ambientale - per chiedermi cosa fosse Hitler e non cosa fosse un altro che, in quella situazione storica, avrebbe potuto fare ciò che Hitler ha compiuto.
Questo abborracciato tentativo di risposta non è diretto al Balordo che ha scritto del libro in una maniera che davvero mi onora. La questione meriterebbe un dibattito - ma ho verificato che spazi per un dibattito del genere, attualmente, non ci sono. Se si vuole affrontare la logica storicistica, il romanzo Le benevole di Jonathan Littell è il capolavoro a cui rivolgersi. Se si vuole tentare di penetrare cosa sia la prassi (non la teoria) metafisica, forse (forse) Hitler può fornire qualche aggancio - o forse no, perché il testo "esorbita" le intenzioni dell'autore (a ciò si riferisce l'ossessiva reiterazione del verbo "esorbitare": Hitler diventa equivalente al testo occidentale, che "esorbita" sempre attraverso una finzionalità che spiega da sé l'antiumanismo di Hitler e della letteratura occidentale medesima).

Hitler di Giuseppe Genna

di MARISH

Questo libro, pieno di inevitabili cadute ed imperfezioni, va letto.
Va letto perchè, in un paese paludato come il nostro, trovare uno scrittore che decida di "fare romanzo" della vita dell'"innominabile" va ammirato solo per il coraggio che dimostra.
Pensateci. Vi svegliate e decidete di romanzare Adolf Hitler. Il Male incarnato. Il buco nero delle coscienze del mondo occidentale. Il Nulla fatto uomo come chiosa efficacemente lo scrittore. Non proprio facile come impresa. Anzi, come minimo, da ricovero in ambiente protetto.
Comunque il risultato è efficace. Non si dimentica facilmente come il 99% della produzione artistica italiota e questo è, già di suo, molto importante.
L'argomento è così lontano dalle comodità balneari della nostra scena artistica da far dimenticare alcune cose che non vanno. Su tutte il reperimento delle fonti, in alcuni passi, di non elevato livello e la non brillante analisi della fase da combattente nella prima guerra mondiale. Brillano di contro alcuni passi che raramente ho letto così efficaci in scrittori italiani (la fase viennese ed il dopo guerra nei sanatori sono semplicemente perfette).
Il problema, o forse la grande intuizione dello scrittore non lo so davvero, è l'arrendersi troppo velocemente nel cercare di dare una sua spiegazione alla unicità del personaggio Hitler. Troppo estremo. Troppo inumano. No. Non ci siamo. La valutazione del "pericoloso autocrate" come lo chiamava Liddel Hart non può essere limitata al considerarlo una figura unica e quindi non ripetibile. E' un figlio, ricordiamocelo, di tempi sanguinari, di ideologie contrapposte che spazzavano cadaveri come vento, di una guerra che aveva costretto una generazione di giovani in due metri di fango per anni. Non si deve dimenticare e da lì bisogna partire o si rimane sempre al punto di partenza. Adolf Hitler e i suoi amiconi. Un gruppo di non umani che nessuno sa perchè e come siano riusciti a portare il mondo sull'orlo dell'annientamento.
Comunque si esce dalla lettura del romanzo non sconvolti ma ammirati si. Ripeto, ci vuole coraggio a prendere in mano del materiale del genere.
Quindi massimo rispetto a Giuseppe Genna.
E daje. Daje tutti.



J.P Rossano sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgJ.P. Rossano è autore di un thriller che mi è stato consigliato e che non ho ancora avuto il tempo di leggere, L'ultima stoccata. Poiché è uno scrittore, è anche un lettore e, in quanto tale, senza avanzare credenziali che ineriscano alla comunità editoriale, mi ha inviato una mail in cui, definendosi semplicemente "un Miserabile Lettore", mi invitava a leggere la recensione a Hitler che ha pubblicato sul suo interessantissimo blog. Sono molto grato a Rossano, poiché il suo intervento sintetizza un incontro tra intenzioni autoriali ed esito letterario, riportando l'oggetto di indagine del romanzo su un livello metastorico, che interessa il presente. Il rapporto tra Letteratura e Male diviene così il centro di una meditazione assai significativa che l'ultimo decennio di narrativa italiana ha condotto (e da questo punto di vista andrebbe riguardato il successo del genere nero - non semplicemente in un'ottica di mercato, che viene esecrata da pseudopuristi con argomentazioni fintoadorniane). La Storia passa attraverso il filtro della visione letteraria che cerca di guardare non nell'occhio di un supposto Dio, ma in quello del Male: laicizzato e spiritualizzato al di là di ideologie e confessioni, questo Male è di fatto la ripresa di un discorso autenticamente e orizzontalmente metafisico. Per questo motivo ringrazio J.P. Rossano di avermi iscritto in una comunità che tenta questo lavoro di scavo, magari sbagliando, ma fornendo una chiara estetica comune, priva di manifesti, alla rappresentazione letteraria di questo tempo, anche a rischio di essere etichettata come "paraletteratura".

HITLER di Giuseppe Genna – Il Male e il dovere della Memoria

di J.P. ROSSANO

jprossano.gifA proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere).
Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche.
A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito.
Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza.
Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito.
Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto.
Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa.
Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano.
Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista.
E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore.
Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900.
Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia.
Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino.
Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente.
Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus.
Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann.
È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto.
Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva.
La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco.
Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, né modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre.
La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata.
Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola.
Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante.
Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.
Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere.
Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire  “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli.
D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé.



Bencistà: la scena del postmortem nel romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare Giacomo Bencistà, già autore di un'accuratissima lettura che mette in connessione il romanzo Hitler a Dies Irae su aNobii, per l'interpretazione sorprendente che dà in questo intervento su un punto chiave di Hitler: l'ultimo capitolo, il postmortem. E' materia di riflessione per me, poiché, se gran parte di ciò che Bencistà intercetta era da me leggibile perché cercata, altri spunti mi fanno profondamente riflettere. La centralità del capitolo finale è per me importante - queste considerazioni mi permettono di approfondirla.

Hitler: il postmortem

di GIACOMO BENCISTA'

 

L’apparizione di Hitler dopo il suicidio (619) fa pensare a una nascita: una rinascita, in realtà, visto che i ricordi permangono. E il primo di questi ricordi (nelle righe che lo precedono ci sono soltanto astratte percezioni e affermazioni di identità fra l’io presente e l’io passato) sono l’immagine e il nome dell’amato cane Blondi, già protagonista della scena nella Grotta del Sale e unico, vero amico di Hitler. Hitler chiama «Blondi?» di fronte alla «sagoma confusa di un cane enorme» (619) che è Fenrir: è un errore di riconoscimento, che produce l’invocazione del nome dell’amico fedele. Il rapporto che balugina, che si instaura solo per un istante è quello fra un bambino e il grande cane amato. L’errore segnala tra l’altro all’attenzione del lettore un elemento importante: l’attuale piccolezza del protagonista. Di fronte al cane, Hitler è fisicamente piccolo. L’elemento sarà ripreso nel prosieguo.

Abbiamo poi la visione della distruzione di Hiroshima, letta da Hitler come distruzione di Berlino (620): qua egli «sul terreno vede sagome disegnate a forma umana» e si chiede: «si sono estinti gli umani?» (620). Mi pare interessante che egli non si trovi in un deserto, nel vuoto, ma in un luogo dove, tra le macerie, residuano tracce umane. Per la precisione, si tratta di sagome umane tracciate sul suolo: esseri umani bidimensionali, esseri umani semplificati. Non estintisi, ma semplificati da un’esplosione atomica.

Hitler confonde poi la distruzione col nulla che aveva desiderato realizzare (il punto è chiarito a 621: «sarebbe il nulla, se non fosse qualcosa. La distruzione non è il niente»). Si tratta del quarto errore di interpretazione/lettura commesso da questo spirito separato dal corpo, ed è seguito da un quinto errore. Precisamente (e in parte riassumendo), Hitler (619-620):

1. chiama Blondi l’entità che si rivela essere Fenrir;

2. identifica con Berlino una città distrutta che si rivela essere Hiroshima;

3. classifica come “estinzione degli umani” la “semplice” eliminazione di alcuni esemplari di questa specie;

4. identifica col nulla da lui voluto un singolo atto di distruzione;

5. dichiara di aver conseguito una vittoria postuma quando invece questo non è accaduto.

In tutti questi casi direi che si può parlare di una proiezione del desiderio sulla realtà (realtà in senso lato, dato che ci troviamo nel “senzatempo”…), di un’ostinata chiusura su se stessi e all’interno dei confini del proprio mondo (fisico, immaginativo, “affettivo”): dal cane amato alla capitale della nazione tedesca, alle proprie fantasie più segrete: Hitler torna sempre al “consueto”, al “già frequentato”. È come se, nell’ambito di una pagina (38 righe), Hitler riaffermasse per cinque volte se stesso, gridasse per cinque volte “io!”, contro la realtà; e la realtà, per bocca di Fenrir, per cinque volte gli rispondesse “no”, gli si rivelasse diversa (variegata, anche nella distruzione) dalle fantasie proiettate su di essa.

Mi verrebbe da definire questi errori di Hitler: errori infantili, manifestazioni di infantilismo, di un rapporto immaturo con la realtà, di un’incomprensione della sua autonoma e variegata struttura.

Arriviamo alla rivelazione: Hitler «riesce a schiarire la zona livida nella parte superiore del campo visivo» (620); vede «i Santissimi. […] Essi sono d’oro. Sono alti trentatré volte lui» (621, miei i corsivi). I Santissimi sono alti, incombono su Hitler (che è piccolo al loro cospetto); e sono d’oro.

La diversità di dimensioni è evidente e ben definita (tanto da essere quantitificata, seppur con termini che ricordano i simbolismi numerici della Bibbia) e credo che sia corretto ricollegarla a una posizione di inferiorità di Hitler di fronte ai Santissimi – analoga alla posizione di un bambino di fronte a degli adulti.

Il fatto che i Santissimi siano d’oro è un segnale di valore: segno di una trasfigurazione dell’umano, senza dubbio (oro come materia incorruttibile, come metallo degno dei regnanti e degli dèi ecc.), ma carico anche di qualche ambiguità. L’oro, infatti, incarna un valore anche nel senso più basso del termine: mezzo di pagamento, riserva di valore ecc. – in una parola: moneta. È dunque (anche) un segno di valore che solo un adulto può comprendere e ciò inchioda la persona di Hitler alla condizione adulta: per quanti tratti infantili possano essere presenti in lui, di un adulto si tratta, còlto, oltretutto, nel suo profilo più sgradevole di essere ben avvertito sulle “cose economiche” del mondo. Se si cerca di andare al fondo delle implicazioni della scena, anche di quelle più “oblique”, e di attivare tutte le sue connessioni culturali, non escludo che qua possa essere all’opera anche una contaminazione con un aspetto della propaganda antisemita – una scoria del mondo passato che appesantisce negli occhi di Hitler la visione ultraterrena: l’oro tante volte nominato in connessione con gli ebrei, il loro supposto rapporto privilegiato con questo strumento di potere, la favola del loro dominio sulla finanza internazionale ecc. Come se la trasfigurazione in immagini bibliche (la visione dei Santissimi ricorda le coorti di creature celesti dell’Apocalisse) non riuscisse a prevalere su un immaginario cristallizzato e irrimediabilmente contaminato. Il risultato mi pare che sia un infantilismo macchiato di gretta sapienza adulta.

Parzialmente in linea con questa nota è la replica di Hitler all’accusa di Fenrir («tu li hai sterminati»): «io non ho firmato nulla! Non esiste un documento scritto che attesti che io…» (621):

1. rivendicare la propria innocenza su un piano così basso e semplicistico di fronte a un’accusa mossa da un tale accusatore e in una tale situazione (entrambi “sovrannaturali” – una sorta di tribunale dopo la morte, dove necessariamente è di casa la “verità”) significa essere inesperti della “realtà” (qui una sovrarealtà, in effetti – ma anche l’accusato, uno spirito, ne fa parte: il risultato è un inizio di lite condominiale alle porte del Paradiso o dell’Inferno) e dei suoi significati: inesperienza e ignoranza, dunque – segni di immaturità;

2. la rivendicazione di innocenza è quasi infantile nella sua immediatezza, nella preoccupazione per l’incolumità personale che da essa traspare: basta far caso a come essa inizi e termini con «io»;

3. l’estrema difesa di Hitler può essere letta come manifestazione di uno sguardo (“burocratico”, formalistico – per quanto sia poi chiaro che ci sono precise implicazioni etiche e giuridiche nell’appellarsi al rispetto delle forme e delle procedure – e in ultima istanza della legge) che appiattisce la realtà (la appiattisce anche fisicamente, schiacciandola alla bidimensionalità del documento cartaceo, analoga a quella dei morti di Hiroshima);

4. solo un adulto, che possiede la sapienza spicciola delle cose del mondo (di quelli che dicono spesso “Ti faccio causa!”, “Sentirai il mio avvocato!”), comprende la “sottile” rilevanza dei documenti e della loro sottoscrizione (per quanto questa rilevanza sia nel “senzatempo” ridicolmente fuori luogo).

Di nuovo, un’ambiguita fra infantilismo (assenza di crescita) e maturità (come “sapienza” di chi “la sa lunga” sul mondo), fra inesperienza (frutto di chiusura mentale – o, meglio, di una mente che non si è mai aperta) ed esperienza (grettezza, furbizia).

Per aggiungere un elemento a questo quadro, torniamo ai Santissimi. Evidenzierei un punto interessante nella loro descrizione: fra gli ebrei sterminati e trasfigurati in statue d’oro sono certamente presenti donne, uomini, vecchie, vecchi, bambine, bambini; ma solo la presenza di queste e questi ultimi è sottolineata: «i bambini, giganteschi, lo orripilano […]. I bambini e le bambine hanno in mano giocattoli immensi, d’oro» (621). Bambini immensi con giocattoli d’oro: pare di trovarsi di fronte alla sfacciata concretizzazione di un incubo infantile, in cui l’invidia (per il possesso dei giocattoli d’oro) si mescola alla paura (per la statura immane di chi li possiede).

Troviamo poi il sorriso dei Santissimi, che trasforma le macerie in edifici e questi in alberi: è qui (621-622) un elenco di essenze arboree ripreso dalle Metamorfosi di Ovidio. Se è ovvio opporre alla terra devastata e priva di vita la presenza della vegetazione, il fatto che questa sia multiforme contrasta in particolare l’unicità della desolazione. In più, l’evocazione degli alberi per mezzo di una citazione da un altro testo chiama in causa una tradizione letteraria, il dialogo fra gli autori ecc. – in una parola: visioni del mondo diverse che dialogano attraverso i secoli. Un’ulteriore negazione dell’estinzione, del nulla desiderato da Hitler – o anche semplicemente delle sagome umane bidimensionali, delle macerie, dei documenti sottoscritti (tutte forme di riduzione di una complessità preesistente) da lui considerati con soddisfazione.

Abbiamo a questo punto un interessante fenomeno: i Santissimi abbandonano uno dopo l’altro la scena – che quindi resta disabitata, eccezion fatta per Hitler e Fenrir. Una terra che prima è stata distrutta e poi ha conosciuto la presenza dei Santissimi (esseri umani trasfigurati), quindi una fioritura di vita vegetale, infine l’abbandono da parte di quegli stessi particolari esseri umani. Adesso vi permangono soltanto uno spirito disincarnato e un “demone”. Questo mondo (questo “senzatempo”: «che non è la terra calpestata dagli umani», 622) è disabitato da presenze umane. E si apre per accogliere l’accesso all’inferno. Quindi, nell’abisso precipitano sia Hitler sia Fenrir, e lo spazio “senzatempo” che è stato Hiroshima, che è stato il luogo in cui sono risorti e si sono trasfigurati i Santissimi, che è divenuto una foresta – resta vuoto.

Questa «terra sottile» (622), questa grande scena è stata funzionale al giudizio di Hitler. È stata anch’essa funzionale a Hitler – scena per la sua tragedia, non diversa dalla Germania e dall’Europa e dal mondo intero, simile alle città e ai mondi deserti da lui sognati. Del resto, anche la punizione interminabile alla quale Hitler è condannato lo vede unico protagonista: non siamo in presenza di un “inferno” dove si esplichi una giustizia sovrumana che colpisce tutti i dannati. In tal caso, come in un inferno dantesco, il luogo e le sofferenze sarebbero semplicemente il luogo e l’occasione per la manifestazione di un qualcosa che trascende le individualità, anche quelle dei colpevoli – un qualcosa, la norma, che essi non hanno voluto riconoscere. Uno spazio paradossalmente comune, leggibile, dove le urla di dolore strappate dalle punizioni sarebbero atti di una comunicazione e parole in un discorso – sarebbero socialità, ormai inutile per chi la vive ma significativa per chi la legge. Qua, invece, abbiamo un “inferno” ad personam che si chiude attorno all’unico dannato: «Fenrir si attacca a lui con i denti, inizia a masticarlo, […] e nessuno sente, nessuno lo sente più, per sempre divorato, […] dove Fenrir lo squarcia ricrescono pezzi di buia carne della sostanza del sogno, lo divorerà per sempre, cadranno per sempre nel gorgo buio. La terra si richiude sopra di loro, rimane occultata la voragine infinita, il pozzo buio dove all’infinito lui è macellato» (622). Nonostante l’occultamento (esplicitato e spiegato: «nessuno sente […] gorgo buio […] rimane occultata la voragine» [miei i corsivi] – c’è assenza di ascolto e di visione), la scena evoca una chiusura circolare del cosmo attorno al suo centro, costituito dai due corpi legati l’uno all’altro nel tormento inflitto e subìto – una chiusura che descrive una sorta di teatro attorno a uno spettacolo: il ciclo senza fine della carne maciullata e destinata a ricrescere e l’intuibile moto di rivoluzione dei due corpi stretti attorno al loro centro nella caduta evocano un’idea di circolarità, mentre l’enunciazione ripetuta della pena che colpisce Hitler (quattro volte ripetuta: «per sempre divorato […] lo divorerà per sempre […] cadranno per sempre […] all’infinito lui è macellato») fissa indelebile la scena sotto i nostri occhi, e anche lo spazio infinito in cui si consuma il tormento («la voragine è buia e senza fine […] la voragine infinita»), grazie alla propria forma e alla dinamicità del processo che vi si svolge (un pozzo in cui un oggetto cade, per sempre), risucchia gli sguardi dietro di sé e li trascina con sé nella caduta.

Il mondo vuoto, svuotato trova un centro in questo tormento senza fine, nel tormento inflitto da un “demone” a un’entità umana che ha fatto del proprio animo un deserto ma che non ha per questo cessato di essere umana. Hitler resta umano – o diventa, proprio ora, nella sofferenza, umano: mentre è divorato dal lupo, «lui urla, urla solo ora ‘Io chi sono?’» (622, mio il corsivo). Solo in questo momento nasce in lui il dubbio in merito alla sua identità. E la domanda è qualificata come doverosa dalla voce narrante: «solo ora», finalmente, ma troppo tardi, Hitler si chiede ciò che avrebbe dovuto chiedersi prima; solo ora si pone di fronte a se stesso e al proprio gelido mistero. Ma chiedersi “io chi sono” è un interrogativo che soltanto un essere umano può porsi. Formulare la domanda quando si raccoglie il frutto della propria vita e con essa ci si identifica totalmente e per sempre (se ne “scontano” le colpe, nella “punizione” infernale) è forse inutile, ma è comprensibile: l’inferno è uno specchio. La disperazione che nasce dalla contemplazione di questa disfatta umana è umana essa stessa.

 

Provo a tirare le fila di questo discorso, raccogliendo gli elementi che credo di aver individuato.

1.  Da un lato Hitler è raffigurato con tratti che delineano una sua posizione di inferiorità di fronte alla realtà – mi viene da dire: una posizione infantile di fronte al mondo. Ma una condizione infantile odiosa perché soddisfatta di sé, perché incancrenita nell’egocentrismo, nell’autoindulgenza, in un approccio che semplifica la realtà.

2.  Questo carattere infantile è però sporcato da una traccia adulta: si tratta di una gretta furbizia, una sapienza d’accatto relativa alle sottigliezze del mondo.

     La situazione della persona Hitler si complica, dunque: ci troviamo di fronte a una sorta di bambino corrotto e bloccato nel suo stato di ambiguità.

     Contro questi “tratti caratteriali” reagisce la situazione da giudizio finale della scena: la trasfigurazione delle vittime e la condanna dell’assassino riaffermano oltre ogni possibilità di contestazione una verità ignorata o oscurata.

3.  Un terzo elemento in gioco è la semplificazione della realtà (la tendenza a semplificarla), che mi pare affondare le proprie radici sia nella sapienza di questo mondo meschina e adulta, sia nell’immaturità e nell’egocentrismo infantili prima individuati (punti 2 e 1). Sia nell’Hitler che “la sa lunga”, sia nell’Hitler “bambino”.

     Contro questa tendenza, di nuovo, reagisce il recupero delle vittime, nella loro multiforme pluralità, ma anche la “fioritura” della terra devastata.

4.  Infine, c’è la “chiusura” della scena attorno al tormento eterno inflitto a Hitler. In questo modo si crea un nuovo centro-palcoscenico occupato dalla persona “gelida” e dal suo “demone”. La punizione, cancellazione finale diventa, paradossalmente, spettacolo senza fine, eternamento della persona morta – cristallizzazione, fossilizzazione finali e perpetue del particolare fenomeno umano analizzato.

 

Che cosa significa tutto questo?

Mi pare che si tratti della conferma che Hitler è un mezzo: metafora di una condizione umana. Di questa si sta parlando: di una modalità di organizzazione della persona, caratterizzata da certi tratti emotivi, intellettivi ecc. Questo è l’oggetto dell’opera. Hitler, la sua biografia, il nazismo, la tragedia che divora l’Europa sono tutti funzionali ad esprimere questo oggetto. Il monito «sia lasciato a sé, che non esiste. Sia lasciato» (622) pare un tentativo di fissare un appiglio sull’orlo di quel buco nero scavato nella nostra attenzione di lettori dall’immagine dell’abisso senza fondo in cui Hitler maciullato da Fenrir cade per sempre. Perché questo è il centro: un abisso in cui cade una persona. Devastata, distorta; gelida, desertica – ma comunque una persona, che urla il proprio essere umano interrogandosi sulla propria identità. In un inferno solitario che non riafferma un valore comune, un’etica ecc., ma svela un’involuzione infernale (condanna? timore? previsione?) di quella persona.



Il Maestro di Haziel: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDopo un periodo di infinita sintomatologia virale, dopo il crash del pc, sopo la gomma bucata allo scooter e la rottura del dvd, e durante il più devastante colpo della strega che abbia mai subìto, riprendo a postare con un pezzo d'eccezione. Mirko Cittadini, creatore e gestore del bellissimo blog Haziel, è già intervenuto, con penetrantissima capacità di analisi, sugli esiti letterari raggiunti dal romanzo Hitler (soprattutto con questo esercizio di acribia ottica davvero per me sorprendente). Ricorrentemente Mirko Cittadini fa riferimento al suo misterioso "Maestro", le cui conoscenze e incursioni testuali e panoramiche sono emblematizzate dalla migliore, più estesa e motivata critica che sia stata mossa a Hitler e che pubblico qui di seguito. Io non posso ribattere, rispetto alle perplessità di Roberto Leopardi (questo il nome, forse de plume, del Maestro di Haziel), poiché toccano momenti fortemente soggettivi e si pongono su un piano metafisico che non può incontrarsi su quello che, nelle intenzioni, ho provato a irradiare attraverso le prosodie, i ritmi, le retoriche e la struttura del mio libro. Ciò che posso invece dire è che le impressioni negative che vengono enunciate mi trovano pienamente d'accordo, a parte l'osservazione sull'eventuale carattere olografico della scena finale, quella del post-mortem: ma qui credo che frizionino proprio due vie metafisiche che non so se guardano al medesimo centro. Le contraddizioni evidenziate da "Roberto Leopardi", che non sono in coincidenza con i giudizi espressi dall'autore di Haziel, sono disnodabili probabilmente in dialogo, dal vivo, in posizione priva reciprocamente di ogni maieutica - e si tratta di un dialogo che spero di avere presto.
Ringrazio e Mirko Cittadini e il suo Maestro per l'attenzione, l'acribia, l'onestà e lo spazio dedicato al romanzo.
Nolite foras ire.

 

Recensione a Hitler di Giuseppe Genna

di ROBERTO LEOPARDI

Ho deciso di leggere Hitler per presa di posizione, disgustato dalla offensiva recensione di Antonio D’Orrico sul Corriere della Sera di qualche tempo fa. L’ho letto anche perché ne sarebbe derivato un atteso dibattito con il mio confidente letterario Mirco Cittadini e anche perché il blog di Genna, che ho visitato per rendere omaggio ad una fortunata incursione di Mirco, esibiva (ed esibisce) Hitler come testo che offre un inedito modello narrativo (almeno nelle intenzioni, precisa Genna) nell’approcciare il (non) personaggio Hitler.

Ho letto le oltre 600 pagine del libro in quattro giorni, senza sforzo e pianamente, come pochi mesi prima avevo letto, dello stesso autore, L’anno luce. Ho letto alla fine la lunga lista dei ringraziamenti che Genna rivolge a molti e ho avuto conferma (nel libro) di ciò che giù sapevo (dal blog), cioè che Genna ha lavorato intensamente ad indagare la materia di cui scrivere e ad elaborare una modalità significativa sul come scriverne. Dato atto e reso omaggio alle intenzioni (che, nell’humanitas che deve avvolgere il parlarsi, hanno cittadinanza e senso), devo confessare che durante ma soprattutto al termine della lettura ho provato un vago senso di delusione.

Il libro è ben scritto, ben distante dal corrispondere alle misteriose accuse di paratassi e modestia lessicale che qualche recensore (che il libro non deve averlo letto) segnala. Ho letto Hitler per impulso e per dedizione, senza fatica, senza mai l’impressione di avere perso il mio tempo.

Perché, dunque, la delusione?

Per due ragioni. La prima: l’attesa di quel modello narrativo originale, spiazzante, rivoluzionario o quanto meno innovativo, non ha avuto riscontro. Temi e forme che Hitler propone li avevo già incontrati in altri libri, li avevo già rielaborati e digeriti. Ho trovato quasi solo cose già lette, atone e un modo di procedere che a me è risultato prevedibile, anche nelle scelte delle tappe evolutive della parabola hitleriana.

La seconda: al termine della lettura, accompagnata come sempre da matita e appunti, non mi è rimasto molto da riprendere in mano. La storia si stagliava luminosa, chiara ma carente di spessore, forse perché lo spessore della shoah è già di per sé imponente e qualunque sia la consistenza di un nuovo strato che vi si sovrappone il senso di insignificanza permane.

Mi sono occupato di questioni ebraiche intensamente per anni e una certa sensibilità e orecchio me li sono fatti. Libri a riguardo ne ho letti molti (diciamo 150) e occasioni per pensare e fare pensare sulla shoah ne ho avute varie. Ai tanti testi narrativi e storici, memorialistici e poetici che sviscerano (senza mai esaurirla) l’enormità della shoah, ho avuto l’impressione che Hitler non aggiungesse molto.

Forse se non avessi letto recensioni e controrecensioni prima di leggere il libro, ne sarei sortito con un’impressione diversa. Ma, così è andata, la sproporzione fra intenzioni e resa l’ho percepita.

Già prima di leggere il libro, trovavo un po’ sconcertante che nel blog di Genna si dibattesse molto più di intenzioni che di sostanza. A livello artistico io credo che non abbia nessuna importanza se la materia trattata è necessaria, se l’impegno dell’autore è stato intenso, se le intenzioni furono eroiche.

Una recensione dovrebbe affrontare IL LIBRO e l’autore dovrebbe scomparire con tutte le sue intenzioni, studi, vissuti e pregressi. Questi stanno fuori dal libro e non sono a tema. Ma quando le intenzioni vengono esplicitate, creano di per sé un campo di attese dal quale non si può più prescindere se non con uno sforzo di rimozione destinato a molte falle.

Intendendo dunque proporre una breve ma motivata recensione del libro Hitler, mi sforzerò di rimanere nel campo letterario per proporre la mia umile risposta alla domanda che qualunque potenziale lettore si pone e in funzione della quale esistono le recensioni, cioè: vale la pena leggere Hitler piuttosto che un altro libro? E perché?

Do subito la mia risposta, e la risposta è sì, con un se.

Secondo me, vale la pena leggere Hitler se della storia della prima metà del ‘900 non si sa molto. Hitler è un’opera accattivante, scritta con un linguaggio immediato ma non banale, capace di fare intuire piani sotterranei a quello immediatamente fruibile della prima lettura. E’ un libro serio, ponderato, documentato. Aiuta a capire, o almeno a porsi domande.

Al lettore mediamente documentato sull’epoca in questione, credo che invece Hitler possa risultare debole nella sua ridondanza.

C’è una tesi di fondo che Genna esplicita fin dalle prime pagine, cioè che Hitler è una non-persona. E questo sembra essere il filo rosso di tutta l’opera.

Eppure, mi pare, il teorema genniano del non-essere di Hitler emerge solo nel suo ribadirlo esplicitamente e continuamente, come una tesi che da sola non riesce ad imporsi. Il racconto, di fatto, è il racconto di un essere (corpo, anima, cervello, follia, lucidità, dolore, empatia). Semmai nell'essere di Hitler è carente (non assente) la relazione, e poiché l'uomo è il punto di incontro di un reticolo di relazioni, è la carenza di intimità che fa di Hitler un essere "fragilmente essente". Ma lo stesso (se non peggio) non si potrebbe dire dei suoi seguaci, uno ad uno, di suo padre, di Eva Braun, ecc.? In cosa Hitler è meno essente di loro? Nell'essere magnete di orrore? Ma Hitler è allo stesso tempo (questo evinco dal romanzo) movente e mosso. L'inazione che produce inesistenza (esistenza come stare fuori, muovere da sé) si riconosce nei seguaci più che in lui. O meglio, nell'agire dei seguaci, al suo cospetto sottomessi e servili, ma nel privato sfuggenti, alla ricerca del proprio volgare interesse.

Il lascito morale che trovo in Hitler (romanzo) è, a mio avviso, un’intima accusa contro l'edonismo. Il grande agente del reich sembra essere, in Genna, lo sfrenato desiderio di piaceri illeciti nella formale società tedesca. Meglio: la ricerca di un nuovo, perverso contesto sociale in cui la devianza sia legittimata da un indulgente giudizio esterno che giustifichi come normative sconcertanti pulsioni (l’es rovesciato in super-io), che spacci il peccato come non peccato, il perdono come assurdo (non esistendo peccato). Hitler, circondato dalle varie e strabordanti perversioni della sua miserevole corte dei miracoli, risulta quasi (fuori delle sue sfuriate maniacodepressive) il più "morale", una specie di stravolto Grande Gatsby teso al sogno utopico di un mondo puro, da purificare nella guerra e nello sterminio profilattico del diverso, dedizione totale di se stesso al desiderio diffusissimo e normalizzato nell’Europa del primo novecento dell’eliminazione fisica degli ebrei.

Poi, l'incentramento su Hitler delle ferocie della seconda guerra mondiale produce una tesi storiografica (o piuttosto di filosofia della storia) secondo la quale è dato a un solo individuo produrre sconvolgimenti inenarrabili in un tempo breve. E non si tratta di sconvolgimenti diretti come potrebbe essere lanciare un missile con testata nucleare, ma l'attivazione a domino delle peggiori inclinazioni di molti (a pagina 620, l’accusa al presidente americano: "la bomba che progettavi tu, l'hanno lanciata loro": il male suscitato da Hitler, il male preconfezionato da Hitler, pret-a-porter  per i signori della guerra dei decenni a venire). E questo non è, contro l’esplicita intenzione di Genna, riconoscere ad Hitler una vittoria postuma? L’Anticristo che Hitler è (p.63) lascia pesante traccia di sé nel mondo, continua ad agire. Come Cristo morendo dona il Consolatore, così Hitler morendo tramanda il Disperatore nella forma di chiunque si faccia carnefice.

Il destino del mondo genniano è segnato: il mondo è inquinato dal male. Unica scelta, ed è il commiato del libro, essere il maledetto piuttosto che il maldicente. Il mondo è dunque oggi ciò che Hitler “vedeva” essere, e che cercò di portare alla luce (tenebra): il luogo del male, del dominio della carne, il mondo di cui parla Giovanni nel Vangelo, irredimibile (e quale terribile paradosso che in Giovanni i cittadini del mondo siano i giudei, negati dal Vangelo al mondo della luce, negati da Hitler al mondo delle tenebre).

Ma torno un istante alla tesi storiografica di Genna: Hitler assorbe, moltiplica, poi rilancia. Il non essere di Hitler si ipostatizza nell’essere ricettacolo di una volontà nazionale, di un hegeliano spirito della nazione che trova in lui il perfetto contenitore. Ma pure il contenitore è. A meno che non sussista una visione manichea della storia. Al Dio della luce che distende la storia del mondo per generare, nella pienezza dei tempi, il Messia, si contrappone un dio delle tenebre che, nella pienezza dei tempi, genera l’anticristo. Porta di salvezza il primo, porta di morte il secondo. Una tesi storiografica che si intuisce nella figura del lupo Fenrir. In questa tesi l’uomo è solo nella misura in cui prende parte alla storia identificandosi con il suo signore. Il cristiano è se, perdendo se stesso, diventa Cristo. Ma allora, Hitler è se, perdendo se stesso, diventa Fenrir. In questo senso Hitler non sarebbe sia pure essendo. E’ e non è. Ma si può essere incarnazione del male quanto lo si può essere del bene? Non seguirò oltre questo angusto sentiero e passo ad altro.

Continuo a pormi dal punto di vista del lettore di media cultura, in grado di mettere a confronto Hitler con altre opere. Hitler è un libro scritto bene, ho detto. Ma in che senso, bene? L’unica frase “bella” (a mio avviso) è la seguente: Sferragliando caracolla sotto il peso umano che si agita nel suo ventre e va, il tram (p.58)., una ritmica splendida che fa vedere il tram, sentirne il suono, sedercisi. Tutto il resto è scrittura "inutile", sostituibile con ogni altra. Ma questa è, si capisce, una scelta di registro, e una scelta opportuna. Come dire di Hitler con una prosa accurata, brillante o sia anche semplicemente elegante? Semmai alcuni difetti che riscontro non stanno nella condivisibile scelta di fondo, ma nella gestione dei margini di tale registro. Certi passaggi, per esempio le citazioni dalla Terra Desolata e da vario Eliot, brani biblici, lettere, li percepisco come post it superflui e talvolta fuori luogo. Trovo sconcertante questa frase (da ovunque sia tratta): Istruzione per tutti gli scrittori: sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca è osceno. Maledizione su di lui (p.553). E nelle pagine successive Genna adotta un’assurda terminologia per narrare il viaggio ad Auschwitz: corpi degli anziani deceduti in rigor mortis, quindi in stato colliquativo. Assenza di luoghi deputati all’escrezione… (p.554), e spaesanti cambi di registro: e non vedo più, nera una barriera mi impedisce la vista…(p.555). L’intenzione doveva probabilmente essere quella di usare un multilinguaggio, di rendere il senso asettico dello sterminio utilizzando modalità descrittorie in sé ripugnanti. Ma a me non sembra che l’effetto sia raggiunto. E, ancora, sempre a titolo di esempio, il riverberare della parola Provvidenza, sette volte in quattro pagine, sulla bocca di Hitler e Mussolini (figli di un dio antagonista?), che poi ritorna una sola volta e scompare.

Via via che la storia procede, emerge la difficoltà di Genna nel tenere negli argini il fiume narrativo che sbanda in una piatta pianura. Quando si giunge a vicende a tutti note, le cose peggiorano. E' dolorosa, in un libro così, la tentazione epica di certe pagine su Stalingrado e sulla Normandia, dove sembra di vedere Il nemico alle porte o Salvate il soldato Ryan. Le ultime cento pagine arrancano per vedere la luce. Se ne esce un po’ esausti. Ci si sente in colpa dall’essere annoiati dall’orrore, ma si è annoiati. Orrori e disgusti diventano parte naturale del mondo, e nel mondo non c’è posto per nulla di bene. I Santissimi sono una visione, i bambini sono altrove. Hitler ha vinto: sprofonda nella terra e vi si insedia. Come dire, con quale coraggio, che basta un solo giusto perché il mondo meriti di essere stato creato? Chi potrà crederci? Il mondo, l’ha scritto Genna poche righe prima, non può più esistere. Il mondo si regge sulle cantilene dei bambini, e i bambini sono morti.

L'impressione finale che mi è rimasta dalla lettura di Hitler è che questo libro non abbia la capacità di riscattare le vittime (la visione finale è olografica, una debole apocalisse) e che il peso dinamico di Hitler risulti sproporzionato, una dinamo di male. Il momento in cui la pietà di Genna riluce è a pagina 98: Hitler fa l’elemosina: “Non ho lavoro…” sussurra mentre sporge sotto la pioggia il cappello militare, floscio d’acqua: non raccoglie moneta. Nessuno lo vede. A me è sembrato il  momento più intenso del libro. Sembra di potere credere che se qualcuno lo avesse visto, se avesse saputo essere il Samaritano, il destino di Hitler avrebbe potuto essere diverso. Vi si capisce, e questo credo derivi dall’involontario emergere dell’anima compassionevole di Genna, che se la pietà per Hitler è impossibile e ingiusta alla fine, può esistere, è necessaria, all’inizio.

Infine, sul genere letterario.

Capisco l’insistenza di Genna nel negare l’attribuzione della dicitura romanzo a Hitler. Il romanzo infatti ha il carattere dell’unicità: non esiste “un” romanzo, ma “il” romanzo. Non può esistere “un” romanzo dei Promessi sposi o di Don Chisciotte, ma “il” romanzo, uno e uno solo. Come pensare di fare “il” romanzo di Hitler? Dunque, se non è, e non è, romanzo, Hitler cos’è? Non è un’opera storiografica (fonti documentarie e metafore, dati e illazioni si mescolano disorientando). Non è trattato filosofico, né opera morale o teologica. L’unica idea che mi viene è che si tratti di una biografia a tesi. E il nome di tale genere letterario è, ahimè, agiografia. Tanta energia spesa a negare essenza a Hitler è frutto di un intenso studio e di una strenua dedizione che, ancora una volta, mettendo Hitler al centro del grande dramma dell’Europa del medio ‘900, lo promuove al rango (ben più elevato rispetto a quello comune di essere vivente) di personaggio.

 

Credo sia un bene che un’opera su Hitler risulti insoddisfacente: le parole hanno il potere di risuscitare i morti. Con tale potere si è misurato Genna e, dal confronto con il male, non sarà uscito integro né uguale.

Hitler è un’opera di dedizione, la testimonianza vivente (perché i libri sono carne) del rifiuto di accettare le regole del male e, come tale, contribuisce non solo a respingere la tentazione di dimenticare, ma anche a suscitare buone intenzioni. Le quali, nell’humanitas che deve avvolgere il parlarsi, hanno cittadinanza e senso.

Ed è in nome di tale umanità che prego Genna di perdonarmi per la sincerità di una lettura critica che un po’ graffia.

Sappia che è segno sincero di rispetto e di incoraggiamento.



Demetrio Paolin su Bottega di lettura: totale intercettazione del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDopo lo stravolgente pezzo di Paolo Cacciolati apparso su Bottega di lettura (al momento, la realtà più prestigiosa, acuta e utile dell'intera blogosfera letteraria: il consiglio è di frequentarla costantamente), è stato pubblicato un autentico saggio sul romanzo Hitler a firma Demetrio Paolin. Si tratta di uno scrittore di cui, come segnalato, andrebbe pubblicato immediatamente il formidabile oggetto narrativo Il mio nome è legione (personalmente, non ho dubbi sul fatto che vedrà la luce questa narrazione escatologica e realistica al tempo stesso, consapevolissima nell'aprire un buco nero sull'ontologia dell'umano: si tratta di uno dei testi principiali di questi anni) e che attualmente è in libreria per i tipi de il Maestrale con Una tragedia negata, saggio sulla narrativa ispirata agli anni di Piombo. Demetrio Paolin è una delle molte persone che compaiono nei ringraziamenti finali in Hitler. Viene ringraziato perché, mentre procedevo con le riflessioni e la stesura del libro, Paolin, laureato e specializzato sulla letteratura e la biografia di Primo Levi, mi ha suggerito letture, mi ha fornito suggestioni, mi ha indicato svolte possibili nei protocolli di rappresentazione da impiegare. E' stato tra i più vicini al sottoscritto in quel momento assai pesante, e lo è stato via mail, senza che ci incontrassimo, ponendo lui un atto di fiducia solo in forza di quanto andava leggendo nell'officina teorica che allestivo sul mio sito. Ora deposita in Bottega di lettura, lui che non aveva ricevuto bozze né saputo alcunché della resa stilistica e strutturale del libro, questo saggio per me sorprendente: ogni elemento rintracciato incrocia una mia intenzione e questa intercettazione avviene sul piano meramente testuale. Dal punto di vista autoriale, insieme all'intervento di Wu Ming 1, e con altra prospettiva rispetto a quello, si tratta dell'excursus che giustifica per me emotivamente l'avere scritto Hitler e l'averlo scritto così. Ringrazio perciò Paolin e lo staff di Bottega di lettura.

Hitler, di Giuseppe Genna

di DEMETRIO PAOLIN

demetriopaolin.jpgIl romanzo di Giuseppe Genna (Hitler, Mondadori) si presenta di per sé come un monstrum per il tema e il soggetto (la vita, la morte del dittatore tedesco), per i tempi di gestazione (10 anni), ma è anche un unicum, in quanto nessun altro scrittore ha tentato di narrare la vita di Hitler.

L’alto e il basso. La scrittura del male

Nel paragrafo iniziale stavo scrivendo invece di “narrare” il termine “romanzare”. In questo caso, però, avrei fatto un torto all’autore e avrei detto una falsità. Esiste, infatti, (e mi pare strano che non sia uscito nelle recensioni almeno quelle che io ho letto fino ad ora) un altro libro che verte sulla vita e la morte di Hitler. E’ un romanzo di Schmitt edito alcuni anni fa dalla E/O che si intitola La parte dell’altro.
In questo libro l’autore francese immagina una sorta di doppio binario, giocando sul “se”. Se Hitler fosse stato accettato all’accademia? Come si sarebbe modificata la storia?
C’è nella scelta, strettamente romanzesca, della storia fatta con il “se” qualcosa di consolatorio: poteva andare diversamente – dice l’autore –, il male non è qualcosa di assoluto e totale, alle volte basta un battito di farfalla a Pechino per risparmiare una morte a New York.
E’ una idea consolatoria quindi, che Genna nel suo Hitler non percorre.
Per Genna, è questo un dato prodromico, Hitler è la non persona, ed è così ab initio, da sempre e per sempre. Per l’autore il dittatore tedesco trascende la sua stessa storia, ne è partecipe e colpevole, ma è oltre. Solo seguendo questo ragionamento, d’altronde, si potrebbero spiegare l’incipit e l’explicit del romanzo, che non avvengono nella storia, nel dato tempo della vita di Hitler, ma in due eternità meta temporali.
Due capitoli avulsi dalla narrazione che per Genna è uno svolgimento orizzontale dei fatti. Una serie di metope, lo dice l’autore stesso, da tempio dove Hitler più che raccontato è scolpito, in cui la lingua dell’autore non ci dà ragione di un movimento, ma cerca proprio di fermare, di bloccare, un gesto, un atteggiamento e una parola della non persona.
Il libro ha quindi questo andamento orizzontale, non si guarda mai al cielo e al dabbasso, se non appunto nel capitolo proemiale del romanzo e in quello conclusivo. In questo caso Genna cambia posizione di racconto, modifica l’obiettivo di narrazione: non più un susseguirsi orizzontale di eventi, ma uno slancio, una improvvisa verticalità, verso l’alto e verso il basso.


Un terrore lo coglie, a cui non resiste, gli viene da urlare, non può.
Essi sono d’oro.
Sono alti trentatre volte lui.
[…]
La crepa è sotto ai suoi piedi, immensamente si spalanca, lui crolla nel vuoto del crepaccio, è buia, Fenrir si attacca a lui con i denti, inizia a masticarlo, la voragine è buia e senza fine […].

E’ questa verticalità che dà ragione del male che è, del male che è in quanto non essere. Mi pare che soltanto in un altro caso, lo sguardo di Genna s’alzi in verticale. E’ nel momento in cui descrive il terribile bombardamento di Dresda, che viene definito una vittoria postuma di Hitler, ovvero il trionfo di ciò che non è. Il disumano, il non umano, non risparmia neppure i vincitori


La crepa propagata dallo zero umano che combatte si è aperta in sir Wiston Churchill.
Il principio di simmetria del male.
Il gelo.
La constatazione del disastro perpetrato.
L’inutilità della strage condotta con lucida insenzienza.
Grava la vittoria postuma di Hitler su tutto ciò.
Siamo, tutti, insetti, in un blocco d’ambra.

Questo, credo, chiarisca come narrare la vicenda non-umana di Aldof Hitler sia in realtà un modo per dire il male, per rompere la nefandezza (il suo non poter essere detto) del male. Solo in questo modo si comprende l’altra stortura rispetto alla narrazione delle vicende del dittatore tedesco che sono le pagine intitolate Apocalisse con figure.
Il testo in questione è un apax nel libro di Genna, perché nella realtà l’autore decide di non entrare nei campi di concentramento, ci gira intorno, li guarda da lontano, ma non ci porta dentro. Genna delega questo a parole altrui, mettendo in scena una vera e propria istallazione, dove chi ha subito e vissuto l’orrore parla. In questo senso Genna sposa le parole di Levi, i cui scritti in Hitler agiscono spesso in sotto traccia (si pensi all’inizio del libro) quando sostiene che solo i morti potrebbero portare testimonianza di quello che è stato il lager.

Lo stile marmoreo buono per le lapidi

Che lingua usa Genna nel romanzo? Leggendo Hitler mi sono venuti in mente due tipi di eventi linguistici: le parole scritte sui cippi funerari e i discorsi commemorativi di qualche guerra, battaglia o eroe.
Qualcuno potrebbe pensare che questa definizione indichi, da parte mia, un fastidio, un giudizio negativo sulla prosa con cui è scritto il libro. Invece è l’esatto opposto, io credo che all’interno di un libro così la scelta di quel tipo di retorica sia necessaria.
La retorica diviene un medium per rendere comprensibile qualcosa che altrimenti sarebbe esorbitante rispetto alle nostre capacità. In uno brano del suo La scrittura o la vita, Semprún riporta un dialogo che avviene tra alcuni detenuti, i quali si pongono il problema se quello che è vissuto nel campo di concentramento può essere detto, se in altre parole l'esperienza del Male Radicale che loro stanno soffrendo e che altri come loro soffrono potrà essere comunicata.
Il problema sostiene Semprún non è la dicibilità o l’indicibilità del fatto (tutto può essere detto, esiste una parola per tutto), quanto la reale comprensibilità di quello che verrà raccontato nei libri sullo sterminio.
L’autore spagnolo parla di comprensione e non di intelligibilità, facendo riferimento ad un area semantica legata alla compassione. Bisogna che i lettori sentano, abbiano una esperienza sensibile di ciò che stanno leggendo. A conferma della tesi di Semprún si prendano le parole di Primo Levi che, nello scritto introduttivo alla riduzione teatrale di Se questo è un uomo, sostiene di voler infliggere agli spettatori ciò che lui e i suoi compagni hanno provato e vissuto.
Genna con Hitler si trova nella medesima situazione. Non tanto dire, quando rendere comprensibile l’esperienza di Hitler; ed è proprio in questo che si gioca la valenza artistica e letteraria del romanzo, che in questo caso non è scrittura di fatti più o meno verisimili, ma semplice ri-proposizione di episodi conosciuti e frusti.
Genna in Hitler non inventa nulla, ne modifica nulla, ripete quello che già illustri storiografi prima di lui hanno scritto e portato alla luce. E’, quindi, logico che tutto diventi una questione di lingua, di scelta della lingua letteraria con cui dire. Mi sembra importante sottolineare come, soprattutto per un tema e un periodo delicato come quello legato al secondo conflitto mondiale, alla ricerca storiografica debba unirsi anche la letteratura. Faccio mia una convinzione che Anna Bravo e Daniele Jallà hanno espresso, nel 1994, quando veniva dato alle stampe Una misura onesta, una sorta di bibliografia generale in cui venivano censiti tutti i libri e testimonianze pubblicati in Italia sui campi di concentramento. E’ necessario che alla storiografia s’accompagni sempre di più nello studio di questi testi la critica e la ricerca letteraria.
S’apre quindi l’idea di una letteratura che abbia a che fare strettamente con il vero e con il bello.
La scelta di Genna quindi non può essere semplicemente estetica, ma deve anche avere un preciso valore etico. Quest’ultima opzione chiarisce la struttura retorica da monumento e da memento.
Le anafore, l’asindeto reiterato, le frasi brevi, l’aggettivazione magniloquente e i periodi ellittici ricordano molto la struttura delle epigrafi nei monumenti, destinati proprio a tenere aperta la memoria a ricordare un evento, a scolpirselo in testa. Lo stesso autore, nell’officina preparatoria del suo romanzo, parla di metope di un tempio, quindi è lui stesso a guidarci nel paragone.
Anche la lingua che usa esce dallo stretto orto della letteratura italiana contemporanea, sempre più piegata o a alla ricerca di un tono medio e colloquiale o a una esasperata gercalità. In Hitler troviamo termini difficili, desuete costruzioni sintattiche, che fanno proprio pensare ad un italiano marmoreo buono per le lapidi e per i discorsi commemorativi.
Questa, guarda caso, è la medesima definizione che Mengaldo dà della lingua di Levi – una ulteriore traccia per sostenere come il magistero dello scrittore torinese sia stato fondamentale in Hitler. Lo stile lapidario e marmoreo definisce una scrittura che non potendo chiedere un perché, in quanto “non esiste perché”, decide di portare memoria e traccia di ciò che accade, decide d’essere lingua che si può mandare a memoria, che può essere ricordata e quindi ripetuta ad altri, perché nessuno dimentichi che questo è stato.

L’autore, il lettore e la materia

In Hitler, l’autore Giuseppe Genna entra spesso in scena, soprattutto rivolgendosi ai lettori e in alcuni casi rivolgendosi all’oggetto della sua materia, Adolf Hitler.
L’invocazione o l’appello ai lettori è appunto un vecchia struttura dei poemi, immancabile nei poemi medioevali, via via più ironica (penso a quelle di Ariosto o a quelle presenti nei poemi eroicomici), ma che con il passare dei secoli viene a mancare.
Uno degli studi più interessanti su questa materia è di Auerbach. Nei suoi Studi su Dante si mette in evidenza come l’appello ai lettori nella Commedia spesso era usato per sottolineare una differenza tra ciò che Dante andava vivendo e quello che loro, i lettori, potevano comprendere.
Si demarca in questo modo una differenza l’autore e il suo pubblico, che è netta anche in Hitler. Genna non vuole ammiccare al lettore quando lo chiama in causa, né vuole usare un sorta di “seconda persona” (non penso tanto al “tu” di Tondelli ma a quello di Brizzi) per la quale fabula de te narratur, ma vuole significare esattamente l’opposto.
Tu, lettore - sostiene Genna-, non puoi essere con me in questo viaggio, il patto narrativo che io faccio con te è che tu non puoi essere qui dove sono io. Questo fa deflagrare i protocolli narrativi ormai consolidati del romanzo, che invece si è mosso sempre nella costante ricerca della prossimità tra l’autore e il suo lettore.
Ciò che ho detto non sembri un controsenso rispetto all’esigenza di comprensibilità che sostenevamo prima. Dante, ad esempio, segna tra sé e gli altri una distanza, ma il suo fine è quello di rendere una minima visione del paradiso.
E’ la materia del romanzo, che costringe a prendere le distanze. E’ necessaria per poter dire, è proprio in quello spazio che la scrittura diviene possibile.
Hitler esige una scelta etica consapevole. Bisogna andare fino in fondo a quello che si è intrapreso. C’è solo un momento in cui l’autore cerca di rivoltarsi, ovvero quando chiede a Hitler di spararsi e di uccidersi : un momento d’oblio molto simile a quello di Dante che smemora Beatrice (Par. X, 58-60), quando intravede la grandezza di Dio.
In quel momento l’autore ci è prossimo, ma è un istante. Subito ritorna la lotta con l’infausta materia e il tentativo di chiuderla dentro al libro.



Il romanzo Hitler sul "Corriere Adriatico"

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare il Corriere Adriatico e in particolare Alessandro Moscè per l'attenzione e lo spazio, oltre che la capacità di acuta analisi, dimostrati nei confronti del romanzo Hitler. Moscè è un critico noto, con alle spalle un'importante serie di saggi e introduzioni (per esempio, quella alle poesie di Alberto Bevilacqua). Mi risulta fondamentale lo spazio che la stampa locale ha speso per recensire il libro: la capillarità della critica in àmbito mediatico locale è uno dei segnali più importanti per la diffusione e la militanza della produzione culturale nel Paese.

Hitler: raccontare il male attraverso un romanzo

di ALESSANDRO MOSCE'

Il male, l’uomo del male per eccellenza, tra deliri di grandezza e improvvise abulie, tra guerra e disfatta: Giuseppe Genna, narratore nato a Milano nel 1969, ha scritto un romanzo biografico dal titolo Hitler (Mondadori, Milano 2008), che decifra un confronto serrato in ben 600 pagine, un pretesto alluso con l’incipit della narrazione che è tutto un programma: “Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo”. La non-persona cresce e si nutre di sogni eterei, di male nel male, di frustrazioni. Genna è documentato, non inventa nulla. Include particolari della vita privata di Hitler, più o meno noti, ma significativi per raccontare un’evoluzione temporale. Il romanzo non sbava, è efferato come il suo personaggio estrapolato dai noti saggi. Ma la ricostruzione non è facile per un romanziere, perché smontare una finzione senza essere uno storico, implica una capacità attitudinale e uno studio preliminare (che di solito gli scrittori sentono come un peso). Non c’era bisogno di questo romanzo, perché una trattazione dell’esistenza di Hitler non aggiunge nulla di nuovo alla produzione narrativa italiana di oggi, né tanto meno alla cognizione del personaggio storico in quanto tale. Però Genna è bravo nell’inquadrare il germe che finirà per annientare un popolo. Ha ragione quando dice che Hitler è un problema metafisico (lo ha dichiarato in un’intervista apparsa su Booksblog). “Non tentare di spiegare Hitler è una condizione penosa e tuttavia necessaria”. Fare il male per farlo: ecco cosa emerge dal romanzo distinto in capitoli veloci, ficcanti, in un linguaggio denso e scabro allo stesso tempo, ritmico, come nel resoconto della morte del dittatore, nell’elencazione del buio, dei lampi, del fuoco bianco, del corpo che brucia, che si decompone, della cenere che si alza. Il merito di Genna è di aver evitato, sul piano ideale, la mitologia del male. Non ha concesso nulla ad Adolf Hitler, che viene raccontato dall’infanzia che lo forma, dall’adolescenza che lo corrode, fino all’incredibile successo politico e allo scatenarsi del non-essere come cifra assoluta dell’umano. Certo, possiamo farne a meno di leggere quello che sapevamo, ma Genna è efficace nel cogliere i gesti, e ancora di più nello stigmatizzare i prerequisiti che rispondono, implicitamente, ad un’attesa del lettore. Definire per correre sul filo del personaggio, tra registri espressivi (letterari) e caratteriali (rappresentativi). L’elemento energetico scaturisce da tante curve, disegni, premonizioni: “Adolf Hitler preconizza il futuro, lo fa fiorire dal suo costante inizio, da quando ha iniziato: da sempre, da prima che esistesse lui. E’ percorso dal monologo omicida dell’Europa che lo figlia. Incarna duemila anni che ne fanno l’invaso. Nessun demone al di fuori dell’Occidente intero parla attraverso le sue vibrazioni vocali, atone e gelide”. Se la pratica del libro fa affiorare la verità comune, la contrapposizione tra bene e male è uno specchio contro specchio. Genna scrive che nella Germania nazista esisteva solo lui, il Führer, “l’uomo solo di fronte al suo tempio rarefatto, penetrabile, ominoso”. Può essere retorico e antiromanzesco, ma l’autore ha detto di aver voluto estrarre la carie che continua a molare l’immaginario collettivo. Il risultato narrativo rimane come una voce tra le altre. Non è un risultato banale né esaltante. Ma neppure enfatico. Genna è un narratore vero: di ambientazioni, di tensioni, di intolleranze. Lo avevamo già scoperto con Dies irae (Rizzoli, Milano 2006), dove i personaggi si aggirano dentro e fuori la storia, dietro le quinte. Un romanzo storico e borghese, horror e metafisico. L’Italia si scopre all’alba di se stessa, moderna ma inefficiente. L’incipit rievoca la tragedia di Vermicino del giugno del 1981, con Alfredo Rampi, di appena sei anni, che rimase incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontarono la sua fine trasformandola in un’icona mediatica. Fu quello l’inizio dell’era del satellite.



Con Hitler, insorge postumo e attuale il Dies Irae

diesirae_hitler_genna.jpgCosa sta succedendo? Sia sul piano privato sia sul piano pubblico sta accadendo che, al pari delle acque smosse dal romanzo Hitler (Mondadori), sta salendo a galla il Dies Irae (Rizzoli), il mio libro che precedeva quest'ultimo: soggetto, stile, argomento, piani strutturali clamorosamente differenti dal romanzo Hitler. Mi arrivano e-mail a iosa sul Dies Irae, lettori si lanciano in paralleli illuminanti sui due libri (alcuni contributi li ho pubblicati qui e qui, ma ne metterò on line altri, particolarmente sconcertanti). Antonio Scurati, in un elzeviro illuminante su La Stampa circa la vicenda dei due fratellini di Gravina, cita l'incipit del Dies Irae, che concerne il dramma di Alfredino Rampi. Ho i miei motivi per ritenere che il Dies Irae sia un libro che crei "affetto" e "identificazione", mentre Hitler è proprio l'opposto: è il libro che non deve creare piacere, affettivizzazione, immedesimazione. Però questa coincidenza è abbastanza allibente per il Miserabile sottoscritto. Ho già ringraziato i Subsonica per Canenero, l'eccezionale pezzo ispirato al Dies Irae e inserito nell'ultimo loro album, L'eclissi (ne ho anche tratto una "installazione"). Ora devo ringraziare i Baustelle, che hanno realizzato Alfredo, splendido pezzo che sta tra De André e Pasolini, e, mentre, scalano le classifiche con l'album Amen, continuano a citare il Dies Irae proprio a proposito di Alfredino e del momento storico italiano in cui la tragedia del piccolo Rampi avvenne (è proprio il fil rouge del D.I.).
Assieme ad Alfredo, che traggo da YouTube, sulle medesime frequenze si presenta il reading/performance, un mix di rime a filastrocca (di cui non sono autore e che sono splendide) e di estratti letti dal Dies Irae, a cura di Cevor1981: un lavoro artistico di cui non è possibile ringraziare l'autore (o gli autori) e che risulta davvero particolarmente impressionante.
Qui sotto, i due video. In queste parole il mio ringraziamento che, spero si avverta, corre sotto le parole stesse.

Baustelle - Alfredo - da Amen

Cevor1981 - Dies Irae



Il romanzo Hitler su "Musicaos"

hitlercovermedia.jpgRiporto un lungo e articolato intervento sul romanzo Hitler, a firma di Luciano Pagano, apparso sulla rivista elettronica di letteratura Musicaos.it, uno degli snodi fondamentali della blogosfera letteraria che ha retto al crollo della medesima. Sono onorato di tanta "intercettazione" e ancora più dell'immagine testuale da Primo Levi con cui viene introdotta la complessa recensione di Luciano Pagano: è un'immagine fondamentale, perché qui non si sta tanto nella biografia romanzata di Hitler, quanto nel perno dell'unicità della Shoah, secondo un magistero che è desunto proprio da Primo Levi (più avanti, quando le acque si saranno calmate, vorrei scrivere un'autoglossa che riprende una valutazione degli esiti letterari del libro rispetto alle intenzioni: una sorta di autorecensione dopo una lettura fatta con gli occhi di un estraneo - e il primo punto da chiarire è proprio il primato di questo perno, costituito dalla sezione tra due pagine nere, Apocalisse con figure).
Al critico e allo staff tutto di Musicaos.it (praticamente un portale, non un blog: si invitano i Miserabili Lettori a visitarlo in profondità) vanno i miei ringraziamenti per l'attenzione profusa e lo spazio concesso.

Alcune considerazioni su “Hitler” di Giuseppe Genna

di LUCIANO PAGANO

Mi ero accostato alla lettura di questo romanzo con un’unica cautela, quella di capire se questo fosse davvero, come annunciato dall’autore del medesimo, il primo romanzo su Hitler. Durante la lettura mi sono accorto di condividere appieno il giudizio. Non esiste un punto della biografia di Hitler dove tutto ha avuto inizio, giustificare un inizio significherebbe forse ammettere che senza quell’inizio la vita di Hitler sarebbe stata simile a quella di molti altri. Non è così. Hitler, come racconta Giuseppe Genna, nella disamina delle fonti e delle riviste di antisemitismo dozzinale, è letteralmente circondato dal sentimento antisemita della Germania del suo tempo. Ogni antisemita è un Hitler in potenza, un pensiero che non offre redenzione. La scrittura di Hitler è distante da quella del romanzo precedente, Dies Irae. In quest’ultima opera Genna ha trovato una soluzione differente che non cede nulla all’esagerazione linguistica, che non esorbita. Tanto la materia gli offriva possibilità di onirismo strabordante, tanto la lingua è trattenuta in un periodare netto. Costruito per quadri, delinea la scena in modo succinto. Mai eccessivo. Gli unici momenti che eccedono il limite imposto sono momenti lirici, nei quali ciò che viene narrato a un certo punto trascende, ci si affida alle parole di T. S. Eliot, Mario Luzi, alle similitudini dantesche. Alcuni degli episodi, quello della lotteria, sono presenti anche nel romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt (La parte dell’altro, E/O), in questi episodi è come se in modo sottile si cercasse di lanciare una sfida al pensiero dell’eterno ritorno del male, che cosa sarebbe accaduto se? Sono ipotesi che vengono smentite in modo puntuale, Hitler ha voluto tutto ciò che ha fatto, ogni suo passo era compiuto per assecondare un’idea abominevole di grandezza che non conosceva limite. Fino al racconto degli eventi che narrano l’ascesa del potere tutto il male che emana da questa figura è circondato dalla luce di un bagliore accecante, creato da tutta la corte di cui Hitler si circonda, che annienta tutto ciò che cerca di avvicinarsi al nucleo primordiale e personale di questa non-persona. Se Hitler fosse il personaggio di un romanzo potremmo scrivere che le cose gli vanno bene finché tutti i suoi sogni di dominio si concentrano su qualcosa che è esterno a sé. Quando il suo potere si involve su se stesso declina nella sconfitta. Giuseppe Genna fa incontrare Hitler, di sfuggita, con Sigmund Freud. “L’altro” Hitler di Schmitt si recherà dal medico scopritore della psicoanalisi per farsi curare dagli svenimenti che gli procurano le visioni dei corpi nudi delle modelle, presso l’Accademia dove è riuscito a iscriversi passando l’esame. Questo è un altro punto che assume un significato teorico importante. L’incontro cioè tra l’uomo che ha dispiegato il male, sentimento irrazionale per eccellenza, con chi invece ha cercato di ricondurre le pulsioni ancestrali di ogni individuo in un sistema di interpretazioni, analisi, diagnosi e cura. Quest’incontro può cambiare la storia? No. Ancora una volta la risposta è un secco no. Perfino la psicoanalisi è arrivata in ritardo, così come è arrivato in ritardo, a giochi già in corso, chi governava i paesi europei nel periodo in cui l’astro di Hitler ascendeva indisturbato. Si pensi all’analisi di Erich Fromm contenuta ne L’anatomia dell’aggressività umana. Ogni analisi psicologica, in tal senso, è un riduzionismo. Ogni spiegazione arriva tardi, quando non serve più. L’unico modo di fermare il male era quello di fermarlo sul terreno irrazionale della sua forza, con la guerra. Con un gesto altrettanto potente e maligno, come un assassinio o con un attentato. Ma è troppo presto, in fondo Hitler non è ancora nessuno, e l’autore del romanzo ce lo presenta così come è, un giovane che cova astio esponenziale. Sono diversi i momenti in cui l’autore ci accompagna, fermandosi e discutendo con il lettore, per fare riflettere sulla figura che si sta componendo in un affresco rapido, non frettoloso. Sappiamo quel che dovrà accadere, come i condannati che conoscono la pena che verrà loro inflitta, così da spettatori di una Storia già scritta è come se chiedessimo di non procrastinare l’attuazione della pena. La vicenda storica in cui Hitler si muove è storia universale, il fine, il bunker, il termine, il 1945, lo Sterminio. Durante la lettura succede che si percepisca una sorta di ipervisione di un finale che è già lì, apparecchiato, pronto per essere narrato. Cos’è che sfugge da questo quadro? L’evento peggiore, quello che avrà più ripercussioni nella storia e nel pensiero dei nostri giorni, non c’è, viene accennato, se ne parla per approssimazioni. La tragedia del popolo ebraico, la soluzione finale. Uno degli assunti principali del romanzo è contenuto in epigrafe “è fatto e divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”. Quando Hitler cadeva già c’era chi pensava a come spartirsi l’Europa, così racconta Giuseppe Genna. Il romanzo narra la vita di una non-persona con la quale non può esserci identificazione, il messaggio è tuttavia chiaro, qualora dovesse sorgere un processo identificativo c’è una parte di quella storia, l’Olocausto, che non potrà mai essere soggetta a revisione. E che occupa una parte a sé, nel finale, dal corpo del romanzo. Anche perché in “Hitler”, per quanto l’autore abbia scritto di un uomo che viene definito come la non-persona, vengono raccontati i fatti che sono accaduti. La non-persona non si produce in non-azioni ma in azioni spropositate, che non tengono conto della realtà in cui accadono, emblematici a riguardo i giudizi che Hitler esprime in materia di cose che gli sono del tutto sconosciute o che conosce sommariamente. È quindi apprezzabile che la parte finale sia così costituita, con un infittirsi di citazioni; come a sottolineare che romanzare la storia è possibile (e qui non si è certo davanti a un primo tentativo) ma riscrivere la storia sottoponendola a revisioni narratologiche, quello no, non si può fare. Il romanzo di Giuseppe Genna secondo me non cede una virgola a retoriche di nessun genere. Himmler, Göring, Speer, Eva Braun, Stalin, Mussolini, sono tutti succubi di Hitler, una non-persona che si è spinta nell’attuazione del crimine peggiore dell’umanità. Leggendo “Hitler” il lettore di Giuseppe Genna si accorge che un libro del genere poteva essere scritto e in questo modo soltanto dal Miserabile Autore, uno dei pochi attualmente in grado di descrivere il delirio trasmettendo la febbre. A ciò si aggiunge il dato storico, frutto di ricerca minuziosa, che bilancia la narrazione senza farsi sopraffare da questo ‘motore immobile’ del male. Non c’è proprio nulla che ‘faccia la differenza” tra ciò che sarebbe potuto non accadere e ciò che è stato, neppure la rapidità di anni in cui viene apparecchiato il disastro, né il fatto che tutti i segnali, tutte le avvisaglie, vengono rintracciate nell’inesorabile abulia di un popolo. Il 12 settembre del 1919, Adolf Hitler prende la parola in una riunione del DAP, il partito dei lavoratori. Da quel giorno in poi acquista la consapevolezza che tutti i suoi deliri micromegalomaniaci, curati e cresciuti in un paese che versa nella crisi, coincidono con il desiderio della massa, la maggior parte delle persone di cui si circonda. È l’inizio, per Adolf Hitler, l’eterno inizio, e per il mondo è l’inizio della Fine.
Da quel momento in poi saranno determinanti le amicizie altolocate e le relazioni con gli antisemiti nel mondo, si faranno avanti da soli, da oltreoceano, come Henry Ford, per ricoprire d’oro la Caria Umana, il nulla che ha la tracotanza inusitata di raccontare loro come vorrebbero che fosse il mondo nuovo, l’orripilante visione, il mondo senza ebrei. Alcuni fermo immagine: Jesse Owens che taglia il traguardo, i cadaveri di ebrei gettati nelle fosse comuni, mentre si muovono ancora, le lettere dei soldati tedeschi dal fronte della disfatta sovietica, la comparsa nella vicenda di Winston Churchill. Questo “Hitler”, se letto come un libro di storia, perfino nei punti più ‘imaginifici’ - per intenderci quelli dove vengono descritte le incursioni del “Lupo” - non si discosta di molto dallo stile di certi storici, che condiscono con narrazioni le descrizioni di fatti documentati e frutto di ricerca; credo che Giuseppe Genna fosse consapevole del fatto che sarebbe stato facile, nella scrittura di questo romanzo, cedere alle lusinghe della retorica; in alcuni punti si verifica il contrario, cioè che l’autore potrebbe approfittare della sua condizione di Dominus per calcare la mano, cosa che non si verifica, non c’è sadismo, ma neppure commiserazione. L’autore non arretra di una virgola dalla sua posizione, ed è un bene, anche per il frutto che ne deriva, cioè un ottimo romanzo. C’è un momento in cui un soldato tedesco durante la ritirata, incappa nei cadaveri lasciati durante l’avanzata, si chiede se siano potuti essere loro gli artefici di ciò. Ecco, il delirio della potenza era così terribile che soltanto una sconfitta poteva riportare lo sguardo sulla propria coscienza. Questo libro secondo me fornisce ottimi spunti per la lettura della realtà storica. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.



Il Corriere della sera: sul romanzo storico

hitlercovermedia.jpgIl Corriere della Sera riporta oggi un dibattito a più voci, relativo a un convegno che verte sul romanzo storico, organizzato da Laterza e condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, i quali esprimono due posizioni contraddittorie sulla funzione e l'evoluzione del genere storico. E' il dibattito, che si reitera, sui rapporti tra invenzione e realtà, tra neorealismo ed estetica. L'autrice dell'articolo, la brava Cristina Taglietti, mi ha interpellato a proposito del romanzo Hitler. La mia posizione coincide con quella di Cortellessa, a parte un unicum, che è quando si tenta di rappresentare un'estremalità della storia. Bisogna inoltre domandarsi, a fondamento della tesi, che cosa stia effettivamente facendo il romanzo storico italiano contemporaneo: ciò imporrebbe una rivisitazione delle nozioni retoriche di allegoria e metafora, che, ovviamente, non può essere svolta in questa sede, ma che, spero, nella sede del convegno verrà discussa.

L'articolo integrale sul Corriere (in jpg)

Tendenze - Un incontro sulla responsabilità dello stile e una raccolta di saggi riaprono la discussione

La realtà nascosta nella finzione

Pascale: «La verità non va tradita». Cortellessa: «Si criminalizza l'estetica»
di CRISTINA TAGLIETTI

Ipascalecortellessa.jpgl ritorno del romanzo storico, la moda del reportage narrativo, le ibridazioni dei generi: le recenti evoluzioni della letteratura contemporanea, da Gomorra di Roberto Saviano a Hitler di Giuseppe Genna (ma ancora prima c'è stato il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo) riportano di attualità un tema antico e dalle molteplici declinazioni (storiche, filosofiche, letterarie, linguistiche) come la commistione (e la sua legittimità) di verità e finzione. Proprio su questo tema la casa editrice Laterza organizza, per mercoledì prossimo a Roma, un seminario dal titolo «La responsabilità dello stile» condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, a cui sono stati invitati editori, scrittori, critici, storici, come Alfonso Berardinelli, Massimo Onofri, Mario Desiati, Antonio Scurati, Anna Foa, Marco Cassini. Punto di partenza è un saggio di Pascale contenuto nella raccolta Il corpo e il sangue d'Italia, curata da Christian Raimo per Minimum fax: un'inchiesta a otto voci sul nostro Paese e sui suoi conflitti, più o meno palesi. Pascale nota che «la rappresentazione come la conoscevamo un tempo sta cambiando passo. Al suo posto avanza la teatralizzazione di sé». Citando Alfonso Berardinelli, l'autore scrive che «il racconto è finzione, ma quel genere di finzione attraverso cui si cerca di mettere in scena la verità». Ma, si chiede: in un reportage, per esempio, qual è il tasso legittimo di invenzione per arrivare alla verità? «Il tema — dice Pascale — è la responsabilità morale che ha l'autore quando scrive qualcosa. Spesso accade che si vuole denunciare una situazione, per esempio la camorra, ma lo stile che si usa assomiglia a quello di ciò che vogliamo condannare. L'ambiguità è rischiosa».
Pascale fa l'esempio di Saviano: «Il suo è un libro molto bello e importante, ma forse un maggior rigore stilistico gli avrebbe giovato. Ci sono parti in cui l'eccesso di rappresentazione non favorisce la verità». Nel libro, Saviano racconta del funerale di Annalisa Durante, una quindicenne uccisa perché si è trovata in mezzo a un agguato di camorra. La descrive vestita con «un vestitino bello e suadente», racconta del telefonino che le amiche di Annalisa fanno squillare nella bara. Dettagli che fanno parte della componente di «invenzione» del romanzo, smentiti dai testimoni. «Uno scrittore — dice Pascale — può sacrificare una dose di verità per una maggiore giustizia ed efficienza narrativa. Però, forse, il telefonino che trilla può rappresentare proprio quella invenzione di cui non si avverte il bisogno e che rischia di inficiare tutta la narrazione precedente».
Una conclusione che Andrea Cortellessa, però, non condivide: «Pascale esprime in modo convincente ed efficace un sentire diffuso, sintetizzabile con la formula "non si estetizza un'emozione". Oggi mi sembra che ci sia una sorta di "ideologia del documento", per cui ogni forma di estetizzazione della realtà viene considerato un crimine anche etico». Invece, inevitabilmente, spiega Cortellessa, ogni volta che raccontiamo qualcosa scegliamo una messa in forma narrativa, lo estetizziamo. «Lo stile, diceva Contini, non è un orpello, è il modo in cui lo scrittore conosce la realtà. Questa ideologia della documentarietà, questo puritanesimo della trasparenza mi sembra riproporre quell'impasse in cui già si trovò Manzoni nella seconda metà dell'800, quando qualsiasi parte di invenzione era eticamente, religiosamente negata. Oggi sembra che ci sia il rifiuto morale dell'invenzione in nome della verità. Ma già Gadda nel '51, a proposito del neorealismo scrisse, citando Kant, che la realtà rappresentata dai neorealisti mostrava solo il fenomeno, e non il noumeno. A lui, invece, interessava vedere il meccanismo che sta dietro, e questo dovrebbe fare l'arte in genere. D'altronde anche Fenoglio in Una questione privata parla di una partita di verità dove la verità è un oggetto verso cui si può solo tendere». Cortellessa porta ad esempio anche Primo Levi che, negli anni Ottanta, difese la verità storica del Diario di Anna Frank, quando venne messa in dubbio perché si scoprì che era stato «manipolato», interpolato dal padre che lo aveva a pubblicato. «Certo, bisogna certificare filologicamente gli interventi, ma il fatto che ce ne siano stati non può inficiare il valore del documento. E d'altronde lo stesso Levi con Se questo è un uomo ha dato forma a un documento (la sua detenzione nel campo di concentramento) per renderlo vero, percepibile in modo immediato dal lettore».
Per Giuseppe Genna, che ha appena pubblicato il romanzo-biografia Hitler,
l'invenzione nella tradizione del romanzo storico è fondamentale, da Walter Scott a Hugo, ma c'è un punto in cui l'invenzione è proibita e vale quello che dice la storia. «Io, in Hitler, non sono entrato nel campo di concentramento, sono rimasto sulla porta, a differenza di quello che ha fatto Littell ne Le benevole.
Fare opera di invenzione sui campi di concentramento è osceno». Ma, secondo Genna, oggi c'è un'altra dimensione che la critica non coglie. «Il fatto è che c'è una generazione di narratori, tra cui Scurati, Evangelisti, Wu Ming, Saviano che spacca i protocolli, le gabbie della letteratura e che sta lavorando sul romanzo storico con una visione metafisica, allegorica della storia. L'impressione è che i critici non lo capiscano questo e che quindi vedano questo romanzo storico reinventato come un oggetto strano, indefinibile».



Sull'Avvenire, l'inutile dialogo col critico Bonura

hitlercovermedia.jpgSulle pagine culturali di Avvenire, il 22 febbraio, è apparso un elzeviro a cura di Giuseppe Bonura, che per la testata cattolica fa il critico. L'elzeviro, che riporto qui di seguito era, come ognuno potrà verificare, insultante nei confronti di Jonathan Littell e di me in particolare. Ho chiesto al capo della Cultura di Avvenire la possibilità di rispondere, civilmente e senza polemiche (la risposta è anch'essa riportata di seguito). Avvenire si è peritato di fare controrispondere al critico bonura, sotto un titolo che mi lascia indignato: Sospette perversioni della metafisica del Male. Come se le ragioni di poetica e di immersione decennale e riflessione nella materia che adduco nel mio breve intervento non fossero neanche esistite, come se Bataille o Deleuze fossero nomi buoni per un teologo più medicine-man che metafisico, il critico Giuseppe Bonura reitera il suo giudizio e ripete il punto che, a mio avviso, è più insultante. Si determina così un'impossibilità di dialogo critico e teorico che, a mio avviso, nonostante gli sforzi dell'attuale generazione editoriale, risulta non praticabile. A questo punto, ciò che uno scrittore dice di un altro scrittore, il dialogo interno a chi condivide, se non le medesime poetiche, almeno l'orizzonte di azione letteraria, è più centrale che mai. E l'interpetazione dei lettori si eleva a giudizio critico molto più interessante e dialogante di quello che la critica ufficiale mediatica è in grado di formulare.

MA SI POSSONO FARE ROMANZI SUL FÜHRER?

di GIUSEPPE BONURA

bonura.jpgIl grande scrittore tedesco Karl Kraus, nel suo diario, scrisse: «Quando penso a Hitler non riesco a pensare a nulla». Kraus era uno scrittore satirico prolifico, e figuriamoci se non avesse avuto nulla da dire sulla marionetta in camicia bruna.
Ma Kraus voleva sottolineare il vuoto totale che gli ispirava il personaggio. In quegli stessi anni artisti e cabarettisti si burlavano dell’ometto che riempiva le piazze. Ma non se la prendevano con Hitler il politico bensì con la borghesia che lo aveva mandato al potere, La borghesia, non temiamo di dirlo, più ottusa e feroce di tutta la storia dell’umanità. Questa borghesia era composta di famiglie deliziose: padre, padre, un paio di figlioletti biondi e pasciuti. La passeggiata serale, il gelato, il cinema, i vasi di fiori sul balcone, il canarino appeso sotto la veranda, La tavola era sempre bene imbandita, denaro non mancava, il futuro non aveva ombre. Ma ecco che questa stessa borghesia così bonacciona si metteva ad abbaiare e mordere come un rottweiler appena sentiva odore di ebreo. Parliamoci chiaro, se nono ci fosse data questa borghesia danarosa, ipocrita, egoista e razzista Hitler non avrebbe mai osato inventare i Lager.
Lui sapeva che dietro le sue spalle c’era un esercito in borghese che lo spingeva a sterminare gli ebrei con tutti i mezzi. Pochi scrittori e pochi artisti si sono arrischiati, nel dopoguerra, a dipingere questa borghesia feroce. Insomma, la maggioranza dei tedeschi non ha mai voluto fare i conti con se stessa, oppure ha dichiarato che non ne sapeva niente. Figuriamoci. La verità è che per quieto vivere fingevano di non sapere. D’altra parte, a essere onesti, che cosa potevano fare? Gli eroi si contano sulle dita di una mano.
Più ripugnanti di Hitler, se possibile, furono coloro che obbedirono ai suoi ordini con zelo e perfino con entusiasmo. È questa la tesi sottintesa, per esempio del romanzo di Jonathan Littell, intitolato Le benevole (Einaudi), che è la storia di efferato nazista addetto alle camere a gas. Svolge il suo compito con un sadismo delirante, facendola sempre franca dopo la caduta del Terzo Reich. La novità sta nel fatto che la tragedia degli gli ebrei viene vista da un nazista. Invece l’italiano Giuseppe Genna ha avuto la peregrina idea di fare un ritratto a tutto tondo di Hitler (Mondadori). Sono libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male, facilissima da scrivere. Il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile.

Risposta a Giuseppe Bonura

di GIUSEPPE GENNA

Parlare di sé è sempre sgradevole, ma a volte necessario. Il 22 febbraio, sulle pagine di Agorà, Giuseppe Bonura, scrittore e critico, ha affrontato a suo modo il problema se sia possibile o meno scrivere un romanzo su Adolf Hitler. L’elzeviro di Bonura, che contiene una spiegazione storiografica e sociologica circa le possibilità che hanno permesso a Hitler di giungere al potere, non dà rappresentazione alcuna di cosa fu e cosa continua a essere il carnefice tedesco. In chiusura del suo articolo, veniamo convocati Jonathan Littell, con il suo Le Benevole (Einaudi), e io, con il mio Hitler (Mondadori). Il giudizio mi sembra non soltanto sbrigativo, ma ingeneroso: io e Littell avremmo pubblicato “pornografia del Male, facilissima da scrivere”, e “il volumone di Genna, poi, conferma la totale mancanza di gusto letterario di questo autore tipicamente mercantile”. A questo proposito, per quanto mi senta poeticamente distante da Littell, non credo affatto che la sua operazione, straordinaria mappatura modernista di storia e letteratura novecentesche, sia pornografia del Male e neppure immagino che sia stato facile scrivere il romanzo. Quanto al sottoscritto, garantisco che i dieci anni di duro studio e meditazione intorno a Hitler mi sono costati un perenne bagno nell’orrore e una persistente riflessione sulla domanda metafisica: “unde Malum?”. Specifico che, come dimostra lo stesso Hitler, i miei libri non sono oggettivamente bestseller e che con il mercantilismo non ho nulla a che fare. Avere non solo studiato, ma infittito nel libro variazioni da Aristotele a Sant’Agostino a san Tommaso fino al Novecento di Celan, Eliot, Wallace Stevens, Antelme, Wiesel e tutta la teologia della Shoah credo determini che un’eventuale mancanza di gusto letterario vada imputata all’intera tradizione filosofica, poetica e narrativa che abbiamo catalogato sotto l’etichetta “umanismo”. Il punto, in Hitler, è fare metafisica nel romanzo. L’autore è nulla di fronte alla responsabilità della “cosa” che si cerca di rappresentare. La prospettiva critica rispetto a Hitler mi auspico sempre che sia: viene qui demolito o no il mito di Hitler? Ogni posizione, intorno a ciò, è ovviamente legittima.

Sospette perversioni della metafisica del Male

di GIUSEPPE BONURA

Caro Genna, intanto la ringrazio per la ci­vile polemica ( u questo te­ma bisognerebbe fare dei convegni ma ce ne sono già troppi). Una se­conda premessa: ovviamente non sono d’accordo con quello che scris­se Adorno secondo il quale dopo Auschwitz non si potevano più scri­vere poesie. Ma credo che si riferisse alla pretesa autonomia dell’arte. E allora sono d’accordo con Adorno. Ogni artista ha una responsabilità sociale, nessuna scrittura è inno­cente. E veniamo a Littell. Sulla sua fatica, non ci piove. Ma non è que­sto il punto. Il suo protagonista è un pazzo pervertito, per cui sembra che tutto il nazismo fosse un vulcano di pazzi pervertiti. No, i nazisti erano gente comune, che si estasiava al canto dei canarini, anche durante il funzionamento dello camere a gas. La pornografia del Male di Lit­tell sta proprio nel puntare tutto su un pazzo pervertito, così dando un grosso alibi alla vera natura «nor­male » del nazismo. Quanto a lei, caro Genna, il problema è diverso. Prima cosa: il conte­sto. Siccome lo scrittore ha una re­sponsabilità sociale, doveva pen­sarci dieci volte prima di scrivere un romanzo su Hitler. Il contesto sociale, nelle sue frange più estremi­ste, presenta punte nazifasciste, e comunque il culto di Hitler viene tenuto ancora in vita, purtroppo. E più se ne scrive e più viene tenuto in vita, anche se se ne dice peste e cor­na, naturalmente. Perché? Perché il Male assoluto respinge ogni argo­mento in contrario, anzi lo trasfor­ma addirittura in un evento positi­vo. E poi c’è la sua prosa. L’eccita­zione del suo stile non solo non de­molisce il mito di Hitler ma lo rafforza (involontariamente, si ca­pisce). La metafisica del Male è ma­teria teologica. Non fa per lo scrit­tore, il cui compito è lo svelamento della concretezza sociale del Male. E per finire: lei non sarà uno scrit­tore da bestseller, ma la scelta del te­ma è oggettivamente mercantile, dato il contesto di cui sopra. Un cordiale saluto,
Giuseppe Bonura



Piperno-Mendelsohn: un dialogo a cui avrei voluto partecipare

hitlercovermedia.jpgA tutta pagina, oggi, in prima di cultura del Corriere della Sera, un lungo, interessantissimo (direi: fondamentale) dialogo tra Alessandro Piperno e Daniel Mendelsohn, autore de Gli scomparsi (Neri Pozza). Il dialogo è fondamentale per l'autore del romanzo Hitler, poiché verte proprio sui protocolli di rappresentazione dell'estremalità storica. Manca, al solito e come comprensibile, il confronto con Hitler, proprio nella prospettiva enunciata dai due scrittori. Partecipare a quel dialogo mi sarebbe piaciuto tantissimo. Ma importa la "cosa": se non la dice il romanzo e però viene detta grazie a un altro libro, è un fatto per me principiale. Enunciare quali prospettive estetiche e letterarie a proposito del silenzio, dell'inimmaginabile e dell'irradiazione (più volte evocata da Piperno e Mendelsohn) dell'opera di Lanzmann era ed è la missione del romanzo Hitler. L'enunciazione della centralità del Libro come perno metafisico e, quindi, letterario dell'occidente è esattamente ciò che nelle intenzioni, e nel mio piccolo, ho tentato.

La versione jpg del dialogo Piperno-Mendelsohn sul Corriere

Dialoghi - Alessandro Piperno e Daniel Mendelsohn, autore degli «Scomparsi», riflettono sull'Olocausto, l'estetica e la letteratura

Dopo Auschwitz c'è solo la Bibbia

«L'arte non si è esaurita con la Shoah ma deve ispirarsi ai grandi modelli: le storie che parlano di Noè e Diluvio, di Caino e Abele, della moglie di Lot»

colloquio di ALESSANDRO PIPERNO con DANIEL MENDELSOHN

gli_scomparsi_02.jpgSono di fronte alla porta dell'appartamento di Daniel Mendelsohn nell'Upper West Side e ho troppa sfiducia nelle fotografie per non sapere che tra qualche istante aprirà la porta un uomo non corrispondente alle mie aspettative. Sarà per questo che mi sento così nervoso? Un vento gelido ha lustrato il granata del tipico brownstone newyorchese. Non lontano da qui c'è Barney Greengrass, la «Deli» dove Isaac Singer addentava bagel con lo storione. Tutto congiura a intimorirmi; soprattutto il libro di Daniel Mendelsohn che stringo tra le mani: Gli scomparsi (Neri Pozza).
«Tempo fa, avevo tra i sei e gli otto anni, appena entravo in una stanza, capitava che qualcuno scoppiasse a piangere». Ecco l'incipit, dal prelibato accento proustiano, che mette in scena vecchi parenti di Miami Beach che quando incrociano lo sguardo di Daniel bambino si disperano per via della sua somiglianza con lo zio Shmiel, il fratello del nonno, ucciso, in pieno genocidio ebraico, a Bolechow, non si sa bene da chi né in che modo. Una storia comprensibilmente esclusa dal folto catalogo di avventure raccontate dal nonno a Daniel. Gli scomparsi non è che il tentativo di spezzare l'assedio di quel riserbo (omertà?) familiare. Uno sforzo fisico, intellettuale, morale, a cui Mendelsohn — talentuoso critico del New York Times nonché raffinato antichista — ha donato una struttura biblica con la spregiudicatezza di un grande scrittore modernista.
Ecco la porta schiudersi su un ragazzo il cui aspetto atletico male si accorda ai suoi quarantasette anni e agli studi classici. La testa lucida come quella di Yul Brynner, gli occhi d'un azzurro guizzante. Dopo avergli sporcato il tavolo con un paio di mal calibrati cucchiaini di zucchero, attacco con la brutalità di chi parla di un'esperienza che conosce dall'interno.
Non hai l'impressione che loro siano morti e che noi ci prendiamo il merito?
«Sai, in letteratura un argomento vale l'altro. È normale che esso contribuisca al tuo successo letterario. D'altronde non ho mai pensato che il mio fosse un libro sull'Olocausto. Ma semmai sulla mia famiglia: materia legittima per un'impresa letteraria. Il racconto della mia visita ad Auschwitz dimostra con quanto impegno abbia cercato di tenermi lontano dal business dell'Olocausto».
In quelle pagine Mendelsohn arriva a definire Auschwitz una «triviale generalizzazione». E, in effetti, il suo libro testimonia come il solo diaframma attraverso cui un ebreo di terza generazione può valutare il genocidio sia la nuda esperienza individuale, filtrata attraverso gli strumenti offerti dalla filologia e trasfigurata dall'ossessione. «Da quando ho scritto questo libro non faccio che ricevere consigli letterari sull'argomento. Ma a me non importa niente. Non sono ossessionato dall'Olocausto. Io leggo romanzi. Pretendo che siano buoni romanzi. Non mi interessa il tema».
La gelida perentorietà con cui parla mi ricorda che una delle encomiabili qualità de Gli scomparsi è l'assenza di patetismo e la cura maniacale per i dettagli.
Mendelsohn evita le Grandi Domande. Un metodo non dissimile da quello usato da Lanzmann nel suo famoso film-documentario, Shoah.
Gli chiedo se lo conosce: «Lo vidi molti anni fa. Rimasi colpito dall'approccio metodologico. Anche io come lui ho evitato quelle che tu chiami le Grandi Domande. Ma non per questo Gli scomparsi è un libro freddo. Si apre sul fiume di lacrime versate dai miei parenti per me. Si chiude con quelle mie per loro. A parte questo, era importante mantenere un certo distacco. Non volevo unirmi alle più deteriori abitudini americane: quelli che chiamo i momenti di Oprah (da Oprah Winfrey la più popolare influente controversa conduttrice televisiva americana). Tu mostri un dramma in tv per cinque minuti, la gente si commuove, eppoi si sente migliore. Al museo dell'Olocausto di Washington hanno allestito un carro bestiame simile a quelli su cui deportavano gli ebrei. La gente ci sale su, poi va a prendere un'insalata di pollo alla caffetteria attigua e sospira: "Ora ho capito cosa è successo agli ebrei". È disgustoso. D'altra parte perché stupirsi? L'Olocausto non è un'esperienza americana. Tutto quello che noi sappiamo è di seconda mano».
Per questo ti sei avvalso dei temi biblici? Sospetto che ti sia servito del commento su Caino e Abele per valutare da un punto di vista oggettivo le ambiguità tra tuo nonno e suo fratello Shmiel, per non dire di quelle tra te e tuo fratello, tra gli ebrei sterminati e gli ucraini sterminatori, e perfino tra gli ebrei americani e gli ebrei europei. Qualcuno potrebbe trovare questa trovata estetizzante, per me è un colpo di genio.
«Ogni libro è un oggetto estetico. Né bisogna dimenticare che esiste una relazione tra narrativa e oralità. Te lo dice un classicista: chiunque racconta una storia deve porsi l'interrogativo su come raccontarla. Non è forse questa la più estetica delle domande? L'arte impone l'estetizzazione. In fondo lo stesso film di Lanzmann è un oggetto artistico fatto di materiali riciclati».
Ripenso alle pagine de Le considerazioni di un impolitico che ho letto di recente, in cui Thomas Mann interpreta l'estetismo in una chiave assai più seria di quanto non si faccia abitualmente. L'estetico come antidoto al politico, dice Mann. Mi chiedo se Mendelsohn non stia parlando della stessa cosa.
«Le lunghe digressioni bibliche dovevano ricordare al lettore l'artificiosità dell'impresa. E allo stesso tempo offrire a me una risposta agli interrogativi sulla mia famiglia che non avevo il coraggio di formulare: "Cosa ha fatto il mio nonno americano per salvare suo fratello europeo?". E allora ecco Caino e Abele. È stato un riflesso filologico. Sai, non sono tra coloro che pensano che la poesia sia finita dopo Auschwitz, credo semmai che l'arte sia il modo più discreto e incisivo per esplorare l'inesplorabile. Vuoi sapere cosa significa sopravvivere allo sterminio del tuo popolo? Leggi la storia di Noè. Vuoi comprendere cosa significa ammazzare un fratello? Per questo c'è Caino e Abele. Vuoi sapere perché la gente volge lo sguardo al passato? Rifletti sulla moglie di Lot. La Bibbia mi ha consentito di riaffermare il primato della letteratura come strumento supremo di comprensione».
La mia prossima domanda ha il nome e il cognome di una persona che avrebbe molto apprezzato quello che stai dicendo: Marcel Proust. Non puoi negare che sia lui il convitato di pietra del libro. Le lunghe frasi, le digressioni. I dettagli. Un narratore che impara solo attraverso gli sbagli. La struttura circolare. L'ossessione per le cose perdute. E soprattutto il modo in cui prendi seriamente la letteratura, che ti esclude dalla lista di molti tuoi colleghi ancora intrisi di post-modernismo.
«Non amo il prefisso "post". Non sono una post-persona. Io prendo dannatamente sul serio la civilizzazione. Per me è insopportabile che molti la ritengano un gioco. Io amo scrittori seri come David Mitchell e come Jonathan Franzen. D'altra parte non posso negare la presenza proustiana nel mio libro. Ma allo stesso tempo ti assicuro che l'intricatezza della prosa è un riflesso dell'ossessione per l'oralità. Una cosa ereditata dai classici, da Omero a Erodoto. Loro ti insegnano che quando racconti una storia sei tenuto a fermarti, spiegare, fare un passo in avanti e un paio indietro».
Un mio amico francese un po' troppo fissato con le definizioni sostiene di aver amato molto il tuo libro ma di non riuscire a chiamarlo romanzo. Ho provato a dirgli che il miglior libro di Amos Oz è Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli), che è un'autobiografia. E che lo stesso si può dire per certi libri di Sebald o di Amis, che giocano con la saggistica, l'autobiografia, la finzione. Non c'è stato verso. «Avrei trovato ripugnante e ridicola l'idea di inventare mentre scrivevo Gli scomparsi, ma allo stesso tempo sono certo di averlo fatto. Sono d'accordo con te: molti dei bei romanzi di Amos Oz non valgono quanto Una storia di amore e di tenebra proprio per il potere di quel libro di trasfigurare un'esperienza individuale. Tutto oggi congiura a farci credere nel primato dell'Io su qualsiasi altro punto di vista. Tanto che uno corre il rischio di risultare trivialmente solipsista. Ho fatto di tutto per evitare il narcisismo di molti mémoires americani. Ce l'ho messa tutta affinché il racconto di zio Shmiel acquistasse una rilevanza artistica. Sapevo che la differenza tra una storia interessante e una storia trascurabile equivale alla differenza che c'è tra letteratura e cronaca. Non è detto che un fatto vero esprima alcuna verità. E talvolta la verità per manifestarsi ha bisogno dell'immaginazione. Sono affascinato dall'ambiguo rapporto tra il vero e la verità. Non c'è nulla di vero nelle pagine di Anna Karenina, ma esse esprimono una verità universale. D'altra parte il film di Lanzmann è un collage di materiali veri resi artistici dalla lucidità di uno sguardo narrativo. Ecco perché, con buona pace del tuo amico, non credo sia interessante stabilire se un libro è o non è un romanzo. La distinzione interessante è quella che divide l'arte da tutto il resto».



Salvatore Agresta: il romanzo Hitler e la "materia oscura"

hitlercovermedia.jpgPubblico un'osservazione fondamentale che via mail mi ha inviato Salvatore Agresta, psicoterapeuta residente a Teramo, che mi ha fornito riflessioni essenziali durante la stesura e le considerazioni postume del romanzo Hitler (i suoi intervento, qui e qui): l'intervento chiarisce moltissimo la nozione di "non-persona" che è applicata a Hitler. Credo che la connessione stabilita da Agresta risalga alle origini della mia scrittura. Il passo in exergo che introduce ad Assalto a un tempo devastato e vile (che uscirà in versione 3.0 da minimum fax in settembre) era mutuato da Fortini e così recitava: "Questo scritto presuppone, naturalmente, un ordine di comuni rifiuti. Fra questi, anche quello di rispondere ad un buon numero di persone che domandassero in nome di quali valori stiamo parlando. 'Il generale Gallifet osservava il gruppo degli arrestati... e si cercava le vittime. Ora sceglieva dei vecchi dichiarando che essi ‘avevano già visto una rivoluzione e perciò erano più colpevoli degli altri’...'. Sebbene non abbiano veduto una rivoluzione, quelli che hanno la mia età hanno veduto quanto basta per essere considerati “più colpevoli degli altri”. A costoro non si deve nessuna spiegazione. Se la vedano tra sé e sé. Per quelli che conoscono solo il mondo dell’ultimo decennio: i 'valori' non li troveranno nei nostri discorsi. Si può solo augurare che dalla aberrazione impercettibile ma inequivocabile delle più brillanti traiettorie essi rilevino - come sembra abbiano talora fatto gli astronomi - l’esistenza di un corpo celeste temporaneamente invisibile ; e poi giungano ad identificarlo. Che quello corrisponda ai miei amici o a ben altro, ha un’importanza inversamente proporzionale alla sua capacità di alterare il sistema".

Hitler, la "materia oscura" e il Dies Irae

di SALVATORE AGRESTA

Riprendo questo tuo passaggio: "Ecco quanto sto facendo, dunque: un romanzo sperimentale che è un romanzo realista. Io sto annusando, osservando e infine estinguerò tramite soffocamento letterario la bestia. La bestia è il mito-antimito che il romanzo cerca di scarnificare: sarà sperimentale, senza che nessuno se ne accorga, perché sarà gelidamente autoptico. L'autopsia è però quella di Hubble su regioni distanti, luce del passato che investe il nostro pianeta mentre la stella è magari estinta. Il tentativo è questo".
Ri-connettere il piccolo al grande: la non-persona equivale alla non-materia. In astrofisica è noto che più del 90% dell'intera massa dell'universo visibile è fatta di materia invisibile ai telescopi. L'attrazione gravitazionale di questa non-materia dominante determina il moto galattico: si tratterebbe di "materia oscura fatta della stessa sostanza di cui siamo fatti noi ma che, per una ragione o per l'altra, semplicemente non risplende" (da Lawrence Krauss, Il mistero della massa mancante nell'Universo). E' di pochi giorni fa la scoperta della più grande struttura di materia oscura: la luce che ci raggiunge dagli abissi spaziali è deviata da questa non-materia (notizia Ansa). Questa massa oscura "prescinde dal tempo: è in ogni istante, da principio, uguale a se stessa". Il tuo Hitler non risplende mai di luce propria, ma assorbe ed esorbita. Non si trasforma, non si distrugge ("spàrati, Adolf. Fallo. Non lo fa"). Da questo punto di vista, Hitler era già in nuce nelle scene interstellari del Dies Irae.



Su fReAkS: messa in discussione della non-persona nel romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgRiporto il post che il blog fReAkS ha dedicato al romanzo Hitler. Lo riporto perché, oltre ai complimenti di cui ringrazio, l'autore, con lo pseudo di Mario Attilio Jebba, compie un lavoro di interpretazione che è centrale per la comprensione del libro: mette in dubbio l'efficacia morale e rappresentativa della nozione di "non-persona", desunta da Fest e applicata a Hitler. Non solo: compie un rilievo circa la mia scrittura, asserendo di non riuscire a seguirla fino in fondo, fino alle possibili conseguenze ultime. Comincio rispondendo, dalla mia prospettiva, a quest'ultimo rilievo. Il tentativo, abbastanza esplicito in Hitler, è quello di annullare la lingua di superficie. Nonostante certe critiche, non esiste né paratassi né ipotassi, la mimesi della voce di hitler che copre il nulla dietro la sua maschera non è mimesi e l'intervento di quello che sembra il mio "io" non è tale. Se aggiungiamo il perno fondamentale del libro (sempre per quanto concerne la mia prospettiva), che è Apocalisse con figure, i registri linguistici raggiungono un alto grado di ambiguità. Io tento la scrittura senza conseguenze estreme. Ciò ha una funzione: confondere l'istinto algebrico che cerca una soluzione, una risposta, e così facendo evita di farsi la domanda. Accetta, cioè, che la domanda sia fatta dal libro, ma questa domanda non si interiorizza. Io tento con la scrittura una nube purpurea: non so se ci riesco, l'esito può essere errato o grossolano, ma il tentativo è consapevole. Quanto alle osservazioni sulla "non-persona" devo rimandare alle elaborazioni teoriche dell'officina aperta durante la preparazione, la stesura e l'attesa dell'uscita di Hitler. "Non-persona" non significa che Hitler è un alieno, non implica che egli sia fuori dal cerchio umano. Implica che in lui è del vuoto inumano. Siamo abituati ad attribuire a questo vuoto caratteri di anaffettività: si gioca tutto sull'emotivo, oggi. Il vuoto a cui faccio riferimento è invece tumorale, cioè metastatico: "esorbita" (di qui l'insistenza del verbo nella prosa del libro) e contagia. Questo vuoto non ha nulla di emotivo: è assenza di empatia. Se non fosse vuoto, esso sarebbe il luogo in cui l'empatia avviene e, dunque, sì che si proverebbero emozioni, identificazione e condivisione con l'altro. L'esorbitare della non-persona riguarda il futuro di Hitler: cioè, secondo una prospettiva non solo mia, riguarda l'oggi. E' ben vero che anche io, scrivendo, ho pensato al monolite nero di Kubrick - ma solo quando c'era da afrontare il congelamento, il vuoto. Per il resto, Hitler è un uomo. Dire che è una non-persona implica che sia una persona. Nulla della sua responsabilità viene levato dalla storia tragica che ha imposto a milioni di persone. Io non dico: "Questo non è un uomo"; io chiedo: "Considerate se questo è un uomo". E' il lettore che ha in mano il pallino: ce lo ha coscienzialmente.
Un'ultima osservazione, prima di riprodurre l'intervento apparso su fReAkS. L'autore dell'intervento esprime perplessità motivate fenomenologicamente e teoreticamente. Ciò dimostra che il dialogo è possibile, anche se non si raggiunge un'osmosi nel giudizio e nella cellula mitocondriale che è un testo. E' questo a impedire il vuoto, a impedire vittorie postume di Hitler: questa ambiguità tra consentire e dissentire, questa motivata e sentita possibilità di dire no - all'autore, al testo stesso. A mio avviso,
questa è la critica di cui gli autori e i lettori, che sono la medesima cosa, hanno bisogno oggi. Quindi ringrazio profondamente Mario di fReAkS, e invito a leggere attentamente i suoi disinibiti e rivelativi post.

Giuseppe Genna: Hitler

di MARIO ATTILIO JABBA

Genna e‘un talento letterario nutrito dall’alimento imprescindibile di ogni grande scrittore: la sofferenza.
Che lo sguardo di Giuseppe Genna si sia posato sulla vicenda di Adolf Hitler, colui che è stato fonte di oscena sofferenza per decine di milioni di individui è quindi cosa giusta.
Genna racconta la vita di un uomo incomprensibile scegliendo la strada di non cercare di capirlo.
Chiude idealmente il cerchio narrativo aperto da Primo Levi con la sua domanda: questo è un uomo?
Trasforma la domanda in una constatazione riferita non più alla vittima, ma al carnefice. Questo non è un uomo.
Perchè Genna rifiuta di affrontare il viaggio alla scoperta delle radici del male?
Perchè individuare una o più cause della Cattiveria di Hitler, della sua capacità di irradiare Male, sarebbe un atto deresponsabilizzante nei confronti dell’uomo e degli uomini.
Perchè cercare di capire vorrebbe dire giustificare, reperire tracce di comprensibilità negli atti compiuti da Hitler, riconoscere un’umanità che ad Hitler deve essere eticamente negata.



Su aNobii: arco voltaico tra Hitler e Dies irae

hitlercovermedia.jpgaNobii è la più estesa comunità mondiale interessata alla lettura e una delle realtà più strutturate e utili del cosiddetto Web 2.0. Su aNobii, Giacomo Bencistà, che ringrazio per la generosità delle parole e per lo spostamento a cui mi induce, propone un'interpretazione critica davvero sorprendente per me: un cortocircuito e un parallelo tra il romanzo Hitler e il romanzo che lo ha preceduto, Dies Irae (Rizzoli). I riferimenti dell'intervento di Giacomo Bencistà sono precisi e filologici. Resto spiazzato da questa prospettiva e davvero ne ringrazio l'autore. E' il punto cieco in cui lo scrittore non riesce a vedersi, perché l'occhio non vede se stesso e ha bisogno dello sguardo altrui per essere guardato e prendere più ampia coscienza di sé. Questo dovrebbe essere il ruolo della critica, e specificamente anche della teoria della letteratura. Non è in gioco l'esito: se Giacomo Bencistà, con gli stessi mezzi, fosse giunto alla conclusione che il risultato letterario era fallimentare, sarebbe partito un ringraziamento comunque - poiché è l'intercettazione che conta, l'abbraccio tra scrittore e lettore, che sono la stessa cosa.

Hitler di Giuseppe Genna

di GIACOMO BENCISTA'

Serie di scene esemplari dalla vita di Hitler e della storia d’Europa, unite per essere la biografia del dittatore tedesco, dalla nascita alla morte. Hitler è rappresentato – dichiarato, in modo esplicito, più volte, dall’autore, all’interno dell’opera – come un non-essere-umano, come un puro nulla… un buco nel tessuto della cultura e della società europea, una carie, una ruggine… Dietro questa enunciazione sta una forte tensione non più soltanto (?) civile, come in Dies Irae (ma era soltanto tale, quella tensione? Vedi oltre), bensì filosofica e religiosa: un tentativo di parlare delle cose ultime, in quanto tali decisive, che la figura Hitler implica.
Da qui, credo, dalla vitale importanza di quel che si deve dire, testimoniare, la semplicità (massimo rispetto, ovviamente, per lo studio profuso nel realizzarla) della scrittura di Genna e un procedere essenziale, per scene esemplari, a metà fra il teatro delle marionette, la sacra rappresentazione e il telefilm. Del resto è una scelta quasi obbligata quella di trasformare in comici burattini, in demoni tremendi o in triti villain l’accolita di rifiuti umani che circondava Hitler.
Ma lui, il führer, resta solo sulla scena, nell’intenzione di Genna simile a un buco nero che attrae a sé prima spostati e folli, poi l’intero popolo tedesco, infine l’Europa intera, tracciando attorno a sé un’architettura della distruzione. Mi pare centrale, da questo punto di vista, il “capitolo” 53 (pp. 279-285), dove Albert Speer, l’architetto, balza in primo piano mentre espone progetti e mostra modellini di città future a Hitler. Ecco la particolarità, enunciata da Speer: «noi non dobbiamo semplicemente costruire i monumenti: dobbiamo prevederne le gigantesche rovine, a monito dei secoli. Dobbiamo inventare l’arte anche nella dissoluzione fisica del monumento. […] Chiamiamola una teoria delle rovine»; subito ripresa da Hitler: «Quand’anche tra secoli il Reich si spegnesse, noi avremmo mutato il volto della nazione»; chiosata, infine (in fine di capitolo) dal narratore: «La fine è la sua possessione e lui si mette in postura e sa che il mondo osserverà comunque la sua rovina, la gigantesca megalomania con cui l’avrà costruita», un narratore che si inarca per giungere ad afferrare in sé lo stesso autore: «Mie parole, distruggete questa immensa rovina a cui tutti guardano con orrore. Vi regni il vuoto, che è la verità». La verità del finto mistero Hitler, credo di capire, secondo Genna. Il dittatore, infatti, nella lettura proposta dall’autore, è una non persona, un puro nulla che divora tutto ciò che ha attorno; e la vittoria di questo puro nulla sarebbe consistita nel ritagliarsi una nicchia nella storia, nel tramandarci il proprio fossile, vuoto mito. Una vittoria postuma che Genna cerca di scardinare col suo testo – non romanzo, ovviamente, per non aggiungere storia a Storia, storia a mito. Da qui il tono tribunizio, predicatorio: una lezione di verità e di posizione da tenere di fronte ad essa.

E tuttavia… Non posso non cogliere segni di umanità nella figura ritratta da Genna. Di un’umanità rattrappita, distorta, gelida: che si racconta nella propria meschinità rancorosa per mezzo di visioni e di incubi, come quelli narrati nel significativo “capitolo” 83 (pp. 448-453), il bagno di Hitler nella Grotta di Sale, il bagno in cui non a caso Hitler si immerge (e da cui emerge) nella propria corporalità più fragile, accompagnato da uno sguardo che cerca di essere chirurgico ma resta, anch’esso, umano, in fondo empatico (anzi: fonte di emozioni in un deserto che ne è privo).
Qua il dittatore è invaso da una visione escatologica e osserva «una deflagrazione immane, che cancelli l’uomo, un incendio paradossale che investa tutto il globo, causato dall’ultimo ariano che innesca un impensato ordigno totale […] Non resta nulla: la terra desolata»; e pochi attimi dopo vive un doppio terribile incubo, in cui prima è maciullato dal cane amato e poi ne fa scempio.
L’incubo desta orrore e pietà, che cogliamo, io credo, come in uno specchio nella figura del cane fedele. Pietà… E in una visione come quella ora ricordata parla la nostalgia di una purezza incontaminata dalla presenza umana – ed è un sentimento che torna altrove nel romanzo, addirittura filtra attraverso le parole del narratore, come quando è evocata la trasformazione del bacino carbonifero della Saar: «tre miliardi di anni, tutto qui rilucerebbe, abbacinante: questo carbone, pressato in metamorfosi chimica dal tempo, sarebbe un unico inscalfibile diamante. […] Ma il tedesco della Saar anticipa i tempi, corrode quel futuro adamantino» (p. 296), dove emerge di nuovo la fantasia di un mondo libero di perfezionarsi perché liberatosi dall’essere umano; o, di nuovo, nei pensieri di Hitler di fronte a uno sferico prototipo di bomba atomica: «questo è il pianeta a venire. La sua sorte. Il suo avvenire racchiuso nella forma perfetta che lo stesso pianeta assumerà, una volta che tutto sarà estinto: una sfera che vaga disabitata nel vuoto sidereo, nel gelo perenne, sganciata dal sole, da ogni sistema – la Terra metallizzata» (pp. 533-534).
Ora, a me pare che qua si delinei un tipo umano ben preciso, e non un demone, la non persona o il non essere: qua vediamo una persona che odia se stessa per la propria aridità, che non trova in se stessa un motivo per amarsi e, quindi, per amare gli altri: sperimentato il deserto in sé, scesa al fondo del vuoto emotivo, ne trae conclusioni inappellabili per l’umanità intera, che condanna a una pena capitale collettiva, cosmica – ridicola fantasia di onnipotenza nella vita di tanti; tragedia in questa vita, in cui gli atti seguono i deliri e cercano di tradurli in realtà. A me pare che qua emerga soltanto (ma è molto) un essere umano che conosce il nulla, che lo trova in sé, ma come disperazione e gelo.
Un tipo umano – una forma dell’umano che ho già trovato altrove nell’opera di Genna: nel protagonista di Dies Irae, vittima di un’aridità emotiva, riflesso dell’intera nazione italiana sclerotizzata e fossilizzata, persa, cacciata a forza in un pozzo oscuro – in un buco nero, lo stesso in cui era stato spinto il bambino innocente. Certo, in Dies Irae siamo di fronte a vittime; in Hitler l’essere umano dal cuore deserto si fa carnefice. Momenti diversi di un unico studio dell’umano. Colgo un’ulteriore analogia: Dies Irae termina con il risveglio del bambino, carne sacrificata, trasfigurato: «È un bambino umano arcaico, è fatto in lega aurea. È un bambino d’oro. È come una statua d’oro, ma è vivo. Solleva l’avambraccio destro…» (e qui vedo l’orizzonte di questo romanzo che si allarga al di là della sfera civile). Hitler termina con la visione dei Santissimi, gli ebrei sterminati: «sagome dorate, lontanissime […] Essi sono d’oro […] Sono viventi: oro vivente […] Tutti loro sorridono […] Irradiano sorriso» (p. 621). Un’immagine di salvezza: l’umano che si fa incorruttibile e regale, speranza al di fuori del tempo nell’uno e nell’altro caso (un remoto futuro – e un altro testo – in Dies Irae, il “senzatempo” in Hitler), anche se solo nel precedente romanzo ci poniamo al di fuori dell’umano, oltre l’umano. In Hitler, invece, la trasfigurazione dell’umano è ben radicata nel nostro mondo e, nelle intenzioni dell’autore, cancella la vittoria postuma di Hitler – e, concretamente, pone il sigillo sulla sua caduta agli inferi, nella disperazione e sofferenza eterne. Ma l’inferno può essere anche letto come la forma definitiva assunta da un’anima che si è consumata nella contemplazione del proprio vuoto e che non ha saputo riempirlo. Quasi un diverso, più sfortunato esito di una medesima patologia spirituale. Umana. E forse questa è una vittoria postuma, sì: ma dell’umano su Hitler, che credeva di averlo sterminato.



Il romanzo Hitler a RadioUno

hitlercovermedia.jpgIeri sono stato ospitato sulle frequenze di RadioUno, nel corso della puntata di uno dei più bei programmi radiofonici emessi dal servizio pubblico, Nudo e crudo, trasmissione quotidiana condotta da Giulia Fossà e preparata da un eccezionale staff di autori. Il tema del giorno era la memoria, nelle sue più estese declinazioni. Si è parlato del romanzo Hitler, sono stati letti brani dal libro, si è ascoltato un intervento dal corrispondente Rai a Berlino Marco Varvello, si è tornati a parlare del libro. In coda, si è affrontata anche l'antologia minimum fax Tu sei lei, di cui sono il curatore, con un duetto tra me e una delle autrici, Veronica Raimo. Moltissimi gli sms giunti in redazione durante la trasmissione.
radio1.jpgNon so come ringraziare Giulia Fossà e il suo staff, tutti gentilissimi e profondamente impegnati e informati: a mio modo di vedere, questo è il servizio pubblico al suo meglio e in questo modo si fa cultura in radio.
Qui sotto, due link per ascoltare la puntata: il primo per downloadare l'mp3, il secondo per ascoltarla in streaming.

La puntata di Nudo e crudo in mp3
La puntata di Nudo e crudo in streaming



Il romanzo Hitler al Tg1

gennatg1.jpgPresentato da Gianni Riotta, è andato in onda, domenica nell'edizione notturna del Tg1, il servizio che la bravissima giornalista culturale Gianna Besson ha realizzato sul romanzo Hitler, insertando alcune mie dichiarazioni e compiendo una perfetta sintesi critica del libro. Sono grato al direttore Riotta e a Gianna Besson, la cui professionalità e capacità di sintesi quasi chirurgica è davvero una consolazione, per la possibilità concessami e per l'attenzione e la cura che hanno dedicato a Hitler.
Qui sotto oppure cliccando sull'immagine a sinistra, il link per downloadare il file video del servizio [1.56M].

Il servizio del Tg1 su Hitler



Il romanzo Hitler per la terza volta sul "Corriere": su Primo Levi nel romanzo

hitlercovermedia.jpgTra tutte le critiche formulate intorno all'esito, alle intenzioni autoriali e alle meditazioni che fanno il romanzo Hitler, l'osservazione di Paolo Fallai, sul Corriere della Sera di sabato 16, è la più profonda e decisiva. E' una critica penetrante, che scuote davvero le fondamenta e l'architettura del romanzo. A questa osservazione vorrei rispondere, perché la questione messa in gioco da Fallai è talmente decisiva da un punto di vista etico che, davvero, mi pare irrinunciabile l'assunzione di responsabilità da parte mia e l'espressione delle ragioni per cui non sono d'accordo con quanto Fallai vede e rileva. Tuttavia mi sia consentito questo giudizio: quando la critica è così radicale e penetrante l'oggetto, la "cosa" del romanzo, allora a qualche esito si è giunti e, nel caso l'autore abbia errato, è felice di ammetterlo, perché il critico gli è stato di aiuto ed è stato d'aiuto alla "cosa" stessa del libro.
Mi sia dunque permesso di ringrazia Paolo Fallai e Antonio Troiano, quest'ultimo responsabile delle pagine culturali del
Corriere, per l'attenzione rinnovata al "discorso" del romanzo Hitler.

La critica di Paolo Fallai sul Corriere della Sera

Genna e l'uso di Primo Levi per raccontare Hitler

di PAOLO FALLAI

C'è un assunto agghiacciante posto a premessa, apparentemente incontestabile, del romanzo dedicato da Giuseppe Genna a Hitler. «Considerate se questo è un uomo»: l'autore pone le parole di Primo Levi in epigrafe, insieme alle citazioni di Emil Fackenheim, Claude Lanzmann e Ron Rosenmbaum. Poi la frase torna nell'incipit stesso del romanzo, appena introdotta da un perentorio «Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo». È difficile contestare la domanda essenziale che continuiamo a porci di fronte al male assoluto.
Che uomo è Hitler? A quale umanità appartiene? È il tema della ricerca che Genna svolge, con il suo stile, scegliendo la forma di romanzo biografico al punto da superare l'uomo Hitler per concentrarsi sull'idea Hitler, «una non-persona, un punto di vuoto» come ha scritto Franco Cordelli. Ma quelle parole di Primo Levi non indicavano un'idea: hanno rappresentato carne, sangue e sgomento delle vittime. Sono forse, insieme a quelle di Robert Antelme, lo sforzo più compiuto per dare a noi la misura concreta dell'indicibile.
È possibile accostare quelle parole al carnefice? E siccome non di Hitler ci preoccupiamo ma della fertilità del male, se e quanto rischia di essere fuorviante usare in questo modo la dolente affermazione di Primo Levi? Forse, non dovrebbe essere proprio usata, ma lasciata allo stato puro di testimonianza: «Sono di nuovo in Lager, e nulla è vero all'infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa». È l'ultimo paragrafo de La tregua scritto da Primo Levi sedici anni dopo il ritorno da Auschwitz.



Videointervista sul romanzo Hitler

Il Web del libri Mondadori, recentemente rinnovatosi, propone, a partire da YouTube oltre che nella gallery del suo sito, due brani di una videointervista al Miserabile sottoscritto: che, avendo contratto un herpes che scorre nel sangue come gli pare e piace, al momento non corrisponde in nulla all'immagine che si può visionare (il volto è obitoriale e le capacità mentali pure, sic stantibus rebus). Per chi avesse interesse a ricordare il Miserabile com'era un tempo o ad ascoltare considerazioni dell'autore sul romanzo Hitler, ecco i due stralci da YouTube:



La recensione del Mucchio Selvaggio

hitlercovermedia.jpgOltre alla splendida intervista di Alessandro Besselva, come scrivevo, il Mucchio Selvaggio ha pubblicato una recensione di Aurelio Pasini che è per me illuminante in più aspetti, concernenti le perplessità del recensore. Insieme a Franco Cordelli sul Corriere della Sera e Wu Ming 1 su l'Unità, Pasini vede la lingua utilizzata in (non tutto) il romanzo Hitler come paradossale esibizione della maschera che copre il Nulla e, al tempo stesso, il fallimento stesso della lingua medesima. Ciò corrisponde a un momento che avevo teorizzato appoggiandomi a Grotowski (la forma costruita come freno alla forma): il libro è fallimentare proprio perché sono le retoriche letterarie umanistiche a rovesciarsi in strumentazione che l'antiumano utilizza per persuadere l'umano e agire sulla realtà. A questo protocollo linguistico intendono opporsi gli esorcismi, che non sono canonizzati in alcun apparato retorico: i momenti in cui non il sottoscritto, bensì "lo scrittore" entra e anticipa, devia, o fa muro al Niente che avanza. Questa l'intenzione, al solito l'esito è altra cosa ed è valutabile solo dai lettori.
Ringrazio Alessandro Besselva che mi ha procurato il file pdf della recensione, e il
Mucchio e Aurelio Pasini per l'attenzione e lo spazio dedicato a Hitler.

La recensione del Mucchio Selvaggio



Seconda ristampa per il romanzo Hitler!

hitlercovermedia.jpgA temperare i 38.5° della seconda influenza in tre settimane, e la conseguente esasperazione, mi giunge una notizia che mi rende felicissimo: non sfebbra, ma mi inorgoglisce un sacco. Il romanzo Hitler è stato ristampato per la seconda volta. Dopo la prima ristampa di 2.000 copie, si aggiunge una nuova ristampa di altrettanti esemplari, poiché i magazzini della casa editrice sono sforniti, il che significa che il libro "si è mosso" e "si sta muovendo" e si è raggiunta ora una tiratura di circa 16.000 copie. Non è mai capitato a nessuno dei romanzi che io ho pubblicato.
Ringrazio sinceramente tutto l'apparato mondadoriano che ha lavorato alacremente affinché fosse raggiunto questo risultato, ma soprattutto ringrazio i lettori e gli interessati, che eventualmente faranno scattare il tam tam, se il romanzo Hitler li convince o è sembrato loro significativo: il libro è affidato alla sacra Repubblica dei Lettori. Davvero: grazie.



Tre pagine sul romanzo Hitler su Mucchio Selvaggio

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare la direzione e lo staff tutto del mitologico mensile Il Mucchio, che mi annovera da tempo tra i suoi affezionati lettori. In questo numero appaiono infatti una splendida recensione al romanzo Hitler (con motivate perplessità incluse) e uno speciale/intervista di tre pagine. L'intervista è frutto di una lunga telefonata con il critico Alessandro Besselva, che si è sobbarcato in tempi record la lettura del romanzo e mi ha posto domande che considero decisive per l'autore del libro e, spero, siano utili ai lettori interessati. L'intervista di Alessandro Besselva è tra le più belle e complesse che mi siano state fatte in Italia da quando pubblico: a lui rivolgo complimenti e ringraziamenti, perché non so come sia riuscito a estrarre un pezzo tanto preciso e stilisticamente bello da un flusso logorroico telefonico come quello che ho emanato.
Purtroppo non dispongo della versione digitale della recensione del
Mucchio. Qui sotto, la versione pdf delle tre paginate di intervista.

Autori - Giuseppe Genna

ilmucchio.jpgOpera dalla monumentalità quasi metafisica e di grando impeto morale, di difficile classificazione e a lungo meditata, Hitler (Mondadori) di Giuseppe Genna cerca di disgregare il mito del dittatore nazista attraverso una grande fede nel potere della letteratura. Operazione ambiziosa e riuscita che indaghiamo attraverso le parole dell'autore
di ALESSANDRO BESSELVA AVERAME

Le tre pagine del Mucchio



Recensione e intervista sul romanzo Hitler sulla Gazzetta del Sud

hitlercovermedia.jpgE' per me un onore che uno dei più importanti quotidiani del Sud, la Gazzetta del Sud, abbia deciso di dedicare uno spazio tanto esteso a considerazioni e domande al sottoscritto a proposito del romanzo Hitler. Come già detto, è fondamentale che la militanza culturale, soprattutto da parte degli autori, per quanto possibile, includa ed esalti il Sud del Paese, laddove le rilevazioni delle classifiche di lettura sono piuttosto incerte, mentre la fame di cultura, e di letteratura, è altissima, da come si desume se solo si osserva la quantità di eventi culturali organizzati a ciclo continuo in ogni regione. In questo caso desidero ringraziare Antonio Prestifilippo, che ha scritto giudizi lusinghieri e mi ha posto domande (anche sul futuro della mia scrittura, sui rapporti con gli altri scrittori, sull'effetto che mi fanno le critiche) a cui è stata una gioia rispondere, instaurando un dialogo che, almeno per quanto mi riguarda, è l'elemento essenziale che deve irradiare dal libro.
Non disponendo del file pdf, risproduco pezzo e intervista di Antonio Prestifilippo in html, qui di seguito.

Parla Giuseppe Genna, il giovane scrittore che si è cimentato in un'opera ciclopica eppure straordinaria

Hitler, il "non romanzo"

«Avevo un'urgenza sociale e poi c'era un vuoto scandaloso nella letteratura»
di ANTONIO PRESTIFILIPPO

gazzettadelsud.jpgGiuseppe Genna è un giovane scrittore. C'è chi lo ha definito l'ex ragazzo prodigio della letteratura italiana. Ex, non nel senso che egli non abbia più le carte in regola per costituire comunque un esempio nel panorama della narrativa contemporanea, ma per la circostanza che si avvia a diventare un quarantenne. E quindi, un uomo.
Ora, questo quasi quarantenne ha scritto un romanzo che ha disorientato più di un frequentatore di premi letterari e di salottini esclusivi che non ha potuto ignorarlo (soprattutto per la casa editrice che gli ha stampato il lavoro e che è la signora Mondadori) e che allora lo ha affrontato tentando spesso di banalizzare e ridicolizzare le sue 600 e passa pagine dedicate a Hitler. Lui, Genna, un po' se ne è infischiato e un po' s'è arrabbiato per qualche veleno di troppo (i cosiddetti critici spesso invidiano gli scrittori) sparso qua e là tra una recensione e l'altra.
Romanzare la vita di Adolf Hitler come ha fatto Genna (Mondadori, pagg. 623, euro 20,00) dev'essere stata, al di là del risultato, obiettivamente un'opera ciclopica, anche perché in queste pagine non c'è un solo fatto inventato. Allora sapete che significa compiere un'operazione del genere? Prendere la storia di un uomo (anzi «un non-uomo, una persona vuota, dentro una bolla vuota»), studiarla tutta senza tralasciare una fonte, un documento, una memoria, appena una traccia e quindi smontarla, rimontarla e darle forma di romanzo, dilatando e sceneggiando anche i momenti, dalla culla della sua nascita al bunker della morte, che apparentemente sembrano insignificanti. Una cosetta da nulla...
Avvertenza: l'ex ragazzo prodigio, oltre a Hitler, ha undici altri libri alle spalle e un paio in gestazione.

Genna, cominciamo da questo librone di oltre seicento pagine. Come le è venuto in mente di romanzare la vita di Hitler?

«Era un vuoto scandaloso nella letteratura mondiale. E un'urgenza sociale che avvertivo con particolare intensità. Hitler è la terza parola più ricercata su Google, è parte integrante dell'immaginario collettivo. L'obbiettivo diventava dunque disgregare questa mitologia, che si autoalimenta e garantisce una vittoria postuma a Hitler. La letteratura non poteva abdicare, mentre il cinema e le altre arti si sono impegnati in quest'opera di demistificazione. C'era quindi da raccontare: romanzare qui non significa inventare, significa dare vita sulla pagina a eventi reali, cosa che la storiografia non può fare».



Il romanzo Hitler sulla Gazzetta di Parma

hitlercovermedia.jpgSulla Gazzetta di Parma, uno dei quotidiani che in tutta Italia vantano tra le migliori pagine culturali, è apparsa una lunga recensione del romanzo Hitler, a cura della critica Lisa Oppici. Sotto il titolo bellissimo "Genealogia del Male", si sottolinea in occhiello lo "stile asciutto, la narrazione è secca e fredda: il giudizio morale emerge dai fatti" e si chiude con una valutazione della quale non posso che essere gratissimo a Lisa Oppici: "Severo, compunto, gelido, non assolutorio, questo film nero scritto col bisturi fa riflettere e lascia il segno: un segno duro, scuro, difficile da cancellare".
Ringrazio sia l'autrice della recensione sia la direzione e lo staff della
Gazzetta di Parma per l'attenzione, lo spazio e il giudizio riservato al libro.

La recensione della Gazzetta di Parma



CoolClub recensisce il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgCoolClub è non soltanto un portale di musica, spettacolo, letteratura ed eventi culturali - è anche un coraggioso free-press distribuito in Puglia, con vasta diffusione e uno staff di collaboratori di eccellenza (tra le firme annoverate in questa straordinaria iniziativa, giornalisti da Radio Capital, L’Unità, Il Manifesto, Radio Popolare, La Gazzetta del Mezzogiorno, QuiSalento, Repubblica Radio, Left). Stefania Ricchiuto ha dedicato al romanzo Hitler una recensione su cui vorrei appuntare l'attenzione: le conclusioni etiche che trae dalla "cosa" per cui il romanzo è stato scritto sono esattamente l'esito ricercato - è cioè il politico che irradia da un problema. L'esito letterario del libro è secondario, mentre è fondamentale il discorso sul revisionismo e sulla rappresentazione del Male come annichilimento che Stefania Ricchiuto mette in incipit del suo pezzo.
Ringrazio la direzione, lo staff e l'autrice della recensione di
CoolClub. Annunciando che, a fronte della vergognosa assenza di attenzione allo sviluppo culturale del Sud, ho deciso che Hitler verrà presentato anzitutto in Puglia, in segno di militanza culturale e, dunque, politica.

Genna: Hitler

di STEFANIA RICCHIUTO
Difficile scrivere di inumanità. Soprattutto quando la si spaccia per disumanità, quindi per una forma distorta di umanità. Soprattutto quando la traduzione di essa rischia di costruire e alimentare un fraintendimento subdolo e pericoloso: che tutto filtri attraverso il tentativo di ridimensionare l’orrore di quanto è stato. Soprattutto quando il risultato temibile è già avvenuto, attraverso la pratica imprudente di certo revisionismo. Esempio. Le diverse interpretazioni del nazismo, e delle persecuzioni messe in atto da questo potere, hanno voluto attingere suggestioni affascinanti dalla materia esoterica in special modo, come dalle trattazioni infinite sui meccanismi di formazione della massa sociale, nonché dalle indagini di certi storici, attenti più a registrare il perché - invece di abbracciare il come - di un progetto malato. L’effetto ha visto ridefinire gli stereotipi negativi legati al regime hitleriano, e allargare la via a un immaginario nazista, abbondante e ridondante di miti. Questi hanno sottolineato l’identità collettiva e la sua responsabilità, minimizzando, quasi oscurando, il totem-feticcio principale della scena immane, e paradossalmente nutrendo, in maniera rischiosa e azzardata, il “fascino del persecutore”. Per conseguenza, oggi gestiamo un’indignazione fintamente feroce, che in realtà ha pacificato le coscienze di tutti; muoviamo l’edificazione di una cultura, che in quanto tale è ora legittimata a esistere e a sopravvivere; suggelliamo la condanna della Storia a serbarsi costantemente fallace, allevando i corsi e ricorsi di se stessa nel terreno fertile della finzione pseudo-documentata. Ciò che ha abitato molta sociologia e altrettanta storiografia, ha animato anche certa letteratura, facendo il gioco di un orrore in forma di uomo, e della sua rappresentabilità equivoca quanto ormai giustificata. Per tutto quanto, difficile – iniziavo - scrivere di inumanità. Non per Genna, però, che scaglia la sua ultima opera contro la resistenza scandalosa di una figura mitizzata con indecenza. In un contesto temporale giusto, l’autore milanese, non ancora quarantenne, ci rende dieci anni di attraversamento metafisico di Hitler, e pubblica un resoconto totale e puntuale sull’impersonalità dell’atroce sterminatore.



L'omaggio agli Stormy Six nel capitolo su Stalingrado

stormysix.jpgSono stato contattato da un membro degli Stormy Six, il mitico complesso autore dell'altrettanto mitica canzone Stalingrado. Poiché, nei ringraziamenti finali, non appare il dovuto omaggio alla storica band, cerco di riparare qui in Rete, promettendo che, alla prossima tiratura del romanzo Hitler (probabilmente in occasione dell'edizione economica) verrà aggiunto il doveroso ringraziamento. Parti del testo della canzone Stalingrado appaiono infatti nel secondo dei due capitoli dedicati alla battaglia più disumana della storia. Si tratta evidentemente di un omaggio a un pezzo musicale che fa ormai parte dell'immaginario collettivo di più generazioni. E' un omaggio a doppiofondo: da un lato verso gli Stormy Six, dall'altro verso mio padre che mi faceva ascoltare quella canzone quand'ero bambino.
hitlerstorefront.jpgMi scuso perciò con la band se posso avere dato l'impressione di "plagiare" il loro testo - intendevo fare tutt'altro, secondo una delle poetiche del romanzo Hitler, che è un certo citazionismo (a seguire, dopo le righe tratte da Stalingrado, una torsione della Waterloo di Hugo, per esempio).
Qui di seguito, il brano con gli inserti dai versi della canzone, il cui testo integrale e il file audio è disponibile sul blog di Mario Benedetti.



La stroncatura di Enzo Di Mauro

hitlercovermedia.jpgIl romanzo Hitler termina con una chiusa di sapore talmudico: "Sii il maledetto e non colui che maledice".
Per completezza e obbiettività di informazione, pubblico la "cosa" che Enzo Di Mauro ha pubblicato sull'ultimo numero di
Alias, inserto culturale del manifesto.
Ognuno, come è legittimo, è libero di giudicare da sé.
Ovviamente non ringrazio Di Mauro, però tengo a ringraziare la direzione e lo staff di
Alias e la direzione del manifesto per avere comunque dedicato spazio e attenzione a Hitler.

La stroncatura di Enzo Di Mauro



Haziel: totale intercettazione del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgAvevo già segnalato un intervento dal blog Haziel, esprimendo tutta la mia stima per lo sguardo profondo, analitico e distaccato (cioè critico) che Mirco Cittadini, il gestore e autore del blog, riusciva a fare passare attraverso le sue osservazioni. Adesso riprendo alcuni stralci, fondamentali per me in quanto autore, di un pezzo (qui la versione integrale), in parte polemico con certo stroncatore - pezzo da cui vengo spiazzato per la totale intercettazione delle retoriche e del tentativo di produrre un esito intimo con cui mi sono approcciato alla scrittura del romanzo Hitler. Non rivelerò quanto sia importante l'opera che Mirco Cittadini, nell'ombra, insieme ad altri, sta compiendo a favore della letteratura e della comunità dei lettori in questi anni. Certo è che, se uno sguardo e una propensione simili vengono impegnati a favore dell'emersione di scritture nuove, c'è da stare tranquilli e da gioire: significa che i sintomi di una garanzia incominciano a emergere, nonostante le diversità di propensione poetica (che, io credo, si riducono poi alle differenze di idiosincrasie linguistiche). Ringrazio per lo spiazzamento e le parole utilizzate Mirco Cittadini e invito a considerare che soprattutto questa modalità funziona nell'addentrarsi in ciò che è oggi la lingua, in ciò che la lingua è sempre stata.

mircocittadini.jpg[...] C’è una critica allo stile, accusato di essere troppo ripetitivo. È vero, può piacere o non piacere, ma qui lo stile ha un suo senso e una sua giustificazione. La ripetizione indica la ripetitività di Hitler. Il meccanismo della ripetizione o della tautologia è il meccanismo della stupidità. Hitler è colui che si ripete. La Storia è colei che si ripete.

La scrittura di Genna è musica seriale, “imprimitura dello svuotamento”. La lingua epica si scarnifica pur nel gonfiore tumorale della sua retorica. Cambiano le parole, resta medesimo il mantra. Il significato prosciuga il significante. Tutto è ossessione vuota, serpentina, arrotolata su se stessa. (Cordelli: “Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi, tutti soggetto e verbo. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria.”)

Ho annotato in un foglio alcune delle figure retoriche impiegate:

Allegoria – il lupo;
Tautologie vere: “Il Fuhrer è Hitler e Hitler è Hitler da sempre”; presunte: “La battaglia nei cieli d’Inghilterra non è la battaglia nei cieli d’Inghilterra” ma queste identità possono anche seguire catene metamorfiche: “Il lupo è la volpe è il serpente”;
Bisticci o paronomasie: “Il colosso collassa”;
Du-Stil: “Spàrati, Adolf”
Reticentia – viene tolto ogni elemento di umanità. Vengono tolti tutti gli elementi che possono creare simpatia verso il protagonista: l’amore per gli animali (indirettamente accennato attraverso l’odio di Eva), Hitler vegetariano (si insiste piuttosto sulla sgradevolezza di Hitler che mangia). Tolta l’empatia verso la debolezza fisica (la mano con il Parkinson nel film “La Caduta”), per sostituirla con una maschera ferina e grottesca (ira, denti giallastri, paranoie, abulia)

Moltissime le pagine dove la poesia si innalza. Tra i brani più potenti ed emblematici, sicuramente c’è il rogo paradossale dei libri (compare l’io dell’autore).



Il romanzo Hitler per la terza settimana in classifica: grazie!

hilerclassifica3.jpgSecondo le rilevazioni Demoskopea, pubblicate nelle pagine culturali dell'edizione domenicale del Corsera, il romanzo Hitler è per terza settimana consecutiva (e, suppongo, per l'ultima) in classifica, al 19° posto ma con un indice di vendita pari a un decimo del leader di classifica, il che è un dato notevole. E' abbastanza sconcertante, se si osservano i prezzi di copertina degli altri libri in classifica: il mio è l'unico che supera i 19.99 euro, è il romanzo dal prezzo più alto. Nella classifica Demoskopea non vengono rilevate le vendite su Internet, per esempio quella attraverso iBS che vi consiglio, se interessati, in modo da spendere 4 euro in meno.
Dato l'indice di mercato, che è piuttosto basso, suppongo che, fino a ora, siano circa quattro/cinquemila (ci si avvicina alla metà della tiratura iniziale in tre settimane...) le copie raggiunte. Ora la palla passa ai lettori - si osserverà se, eventualmente, parte un tam tam, nel caso il libro interessi. Io sono già felice che una questione spinosa e per me tanto urgente (eticamente, letterariamente, politicamente) possa circolare. Se non muta la struttura dell'andamento a cui sono abituato dai miei libri, entro due anni saranno quattordicimila le persone che avranno acquistato e, si spera, letto Hitler. Se il libro avesse un'edizione economica, la comunità lettrice salirebbe in consistenza numerica esponenzialmente.
Di tutto ciò non posso che essere grato ai lettori e a chi ha dedicato attenzione e lavoro intorno al lancio del romanzo.



Una mail sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgSono giorni convulsi. La pubblicazione del romanzo Hitler e la contemporanea uscita per minumum fax dell'antologia Tu sei lei, il "best off 2008" che ho curato (e che editorialmente "si sta muovendo" a inaspettata velocità...), impongono ritmi che spesso mi costringono a dilazionare impegni, a non azionare il telefono anche se sono amici a chiamare, a faticare nella doverosa opera di rispondere alle moltissime mail che mi vengono inviate. Tra queste ultime, una di Marco Lo Giudice, che mi scrive alcune cose che mi lasciano allibito. Dovrei postare alcune uscite stampa intorno al romanzo Hitler, ma nessuna critica, cartacea o digitale, significa tanto quanto questo abbraccio lanciatomi per via digitale da Marco Lo Giudice - abbraccio digitale ma anche fisico e pure uno sguardo che abbraccia. E' fondamentalmente la speranza che ho riposto nella stesura del libro e, poiché mi si rende concreta, voglio darne testimonianza - non tanto perché si tratta di parole buone nei miei confronti, ma perché, grazie al lavoro preliminare effettuato sul sito e alla pubblicazione del romanzo, un lavoro interiore si è messo in moto e ha finito per fare coincidere in un luogo di comprensione il sottoscritto e una persona che non conosceva. Quanto scritto in questa mail, sbaraglia la critica tutta. E' per me chiaro che questo è l'atto politico della letteratura. Fare vedere che accade e viene realizzato supera l'esito letterario e l'identità di autore. Perciò ringrazio Marco Lo Giudice: non soltanto per le belle parole, appunto, ma per lo scavo interiore che ha compiuto usando cose da me scritte come strumenti utili. Il che non è necessario, ma, se accade, va detto. E' il puro significato di ciò che intendo quando parlo di "mitopoiesi".

"Ciao Giuseppe,
scusa ma mi permetto la confidenza di darti del tu.
Mi chiamo Marco e sono uno studente ventiquattrenne di Filosofia a Padova. Un paio di anni fa mi hai letteralmente folgorato con Dies Irae: un lampo di luce deflagrante sulla mia morbosa curiosità da imberbe riguardo a complottismi e affini nell'italia dai Sessanta in poi. Nessuno aveva mai de-scritto l'italia così, e non ho potuto fare meno di leggerti.
Fino a oggi. Fino a Hitler.
Devo essere sincero: non è stato facile leggerlo. tantomeno iniziare a leggerlo. Il brivido che mi ha percorso la schiena quando ho letto il titolo del romanzo sul tuo sito mi ha fatto tentennare non poco, alla prima pagina. Poi è stata questione di giorni, e l'ho finito.
Non ti annoierò con ulteriori onanismi da lettore incallito, e vado al dunque (una minimissima riflessione, vedi alla voce "faccio una pausa dallo studio e scrivo questa cosa che ho in testa da quando sono sveglio").
In questi giorni mi sto confrontando, di necessità (esame di Storia dell'estetica tra qualche giorno...!), con il Dramma Barocco Tedesco di Benjamin. e mi rendo conto che i tuoi interventi di avvicinamento al romanzo ora mi sono molto più chiari.
Credo che ci sia tuttavia un aspetto ancor più illuminante, e lo si può trovare nelle pagine della Premessa Gnoseologica. E cioè nel momento in cui Benjamin si confronta/scontra con la prospettiva del "verismo" storico, cultore del fatto. Il meccanismo critico innescato da Benjamin a tale proposito mi ha chiarito (ancora non del tutto, fortunatamente!) molte cose del tuo libro.
Tu dici che l'oggetto è la Storia. E' vero. ma è determinante che non sia la Storia dello storico, del confronto identificante col fatto. Confronto che alla fine non può che portare il verista (la cui domanda centrale, scrive Benjamin, è "come sono andate davvero le cose?") a trovare, inesorabilmente e nuovamente, se stesso.
Il tuo Hitler non è questo.
il tuo Hitler è pura Darstellung (non Vorstellung!). Rappresentazione oggettiva, che riconosce l'idea, la sua datità e soprattutto ciò che di essa è inesprimibile e inespresso.
Allo stesso modo, è chiarissimo il motivo del tuo distaccamento deciso (credo non sia stato facile...) da qualsivoglia prospettiva mistico-esoterica. nessuna identificazione con l'oggetto, con la Storia in quanto oggetto. Che sia essa veristica o mistica.
La tua scrittura, in tal senso, è profondamente filosofica.
E salva. Quella melanconia della quale Benjamin parla continuamente, è la nostra melanconia del nuovo secolo che continua a confrontarsi con il vuoto (quel vuoto) del Novecento, identificandosi: con l'oggetto e con il fatto. Nessuna identificazione, qui: solo darstellung.
il tuo romanzo salva da questa melanconia.
in questo senso è necessario, a mio avviso.
Complimenti ancora per un romanzo così.
a presto
Marco



Bottega di lettura: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgSull'ormai insostituibile centrale letteraria Bottega di lettura, comunità di lettori recensori e scrittori che è segnalata nei link di questo sito (nella colonna a sinistra) per l'altissima qualità dei giudizi espressi e del tasso di scrittura, Paolo Cacciolati mi fa l'onore di una recensione che non è recensione: questo è un intervento di natura compartecipativa che, pur non esimendosi da una fondamentale perplessità che coglie in pieno la natura del libro (almeno per come io lo percepisco), sbaraglia qualunque gabbia critica e mostra come gli scrittori possano affrontare l'altrui scrittura. Paolo Cacciolati ha pubblicato anche sul suo blog questo pezzo, che trovo commovente e che da solo basterebbe a giustificare le fatiche che ho esperito nella stesura del romanzo Hitler. Non so se Cacciolati sia effettivamente uno scrittore, se ha pubblicato qualcosa, se ha intenzione di farlo - ma, quanto a me, questa è letteratura e sono onorato che venga esercitata sulla "cosa" del libro. Grazie allo staff di Bottega di lettura e a Paolo Cacciolati.

hitler, di Giuseppe Genna

di PAOLO CACCIOLATI

Il paese di mia madre si chiama Borgo S. Dalmazzo, quartieri residenziali, villette e fabbrichette, il centro storico addensato lungo la statale che sale verso il Colle di Tenda, come un trampolino per la Francia. La ferrovia che si affianca alla strada, bucando la montagna.
Nel paese c’è anche una piccola stazione, con le porte di legno e gli altoparlantini tondi che gracchiano ai treni da e per Cuneo. Oltre la stazione, su un binario morto, è parcheggiato un vagone dalle lamiere rosate, contornato da una passerella di ferro.
In occasione del Giorno della Memoria la passerella ospita ghirlande, corone, e autorità variegate che pronunciano alti discorsi. Per il resto dell'anno il vagone è lasciato in pace, i viaggiatori sui treni per la Costa Azzurra gli riservano al massimo qualche occhiata distratta. Guardano e passano oltre.



Il romanzo Hitler su Wuz.it

hitlercovermedia.jpgWUZ è un portale di cultura e spettacolo tra i più qualificati, completi e puntuali della Rete italiana. La redazione di WUZ ha recensito il romanzo Hitler, con una concinnitas che mi risulta precisissima rispetto alle intenzioni d'autore. Ringrazio davvero il recensore e lo staff del portale, per quanto scritto intorno a questo lavoro che, come continuo a ripetere, ha al centro la "cosa" e non l'autore.

"La disfatta è sotto gli occhi di tutti: sta maturando.
Hitler fa sempre più fatica a mascherarsi da Führer. Dorme tre ore al giorno. I suoi denti sono sempre più grigi e gialli, sempre più cariati. È cariato dal delirio. Nega la realtà. Urla in continuazione: “Resistere fino all’ultimo uomo, tenere la posizione, fino all’ultimo proiettile! Non capitolerò mai! Se io vengo sconfitto, la Germania sarà annullata!”"

È difficile scrivere un romanzo che abbia un personaggio veramente esistito come protagonista. Ancora più difficile se si tratta di un personaggio storico di cui tutto è già stato detto, scritto o filmato. La cui vita è stata messa sotto una lente per soddisfare il bisogno di sapere, o la curiosità a volte perfino morbosa di conoscere ogni dettaglio che aiuti a capire il totale asservimento di un intero popolo ai suoi dettami. Perché non è possibile trovare niente di nuovo da dire di Adolf Hitler, protagonista del romanzo di Giuseppe Genna. E perché è sempre rischioso far parlare sulle pagine un tale personaggio, al di là dei discorsi ufficiali documentati.



Wu Ming 1 su "l'Unità": sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgSono onorato di riprodurre ciò che è accaduto sulle pagine culturali de l'Unità domenica: un'intera pagina di riflessioni teoriche acutissime a firma Wu Ming 1. Sono amico di Wu Ming 1. Non basta: Wu Ming 1 è un collega scrittore. Soprattutto questo secondo dato è significativo. Nelle recensioni di cui è autore, soprattutto quelle che concernono i libri di conoscenti, WM1 non è tenero mai: è obbiettivo e forse più severo del dovuto, perché giustamente pretende livelli che riconosce a interlocutori che operano sul suo stesso piano, che è duplice - letterario e teorico. Anche in questo che, più che una recensione, è il più attento e denso saggio che sia mai stato scritto su qualcosa di mio, WM1 esprime alcune riserve. Ma è indubitabile che si tratta di un lavoro di intuizione e acribia senza pari, almeno per ciò che riguarda la mia produzione. In tutta la mia carriera di scrittore soltanto Valerio Evangelisti (a proposito di Ishmael) si era spinto così in profondità nell'osservare, a proposito dell'esito letterario, pregi e difetti, non secondo una prospettiva personale e impressionistica, ma motivando attraverso la teoria della letteratura ciò che veniva enunciato. Così Wu Ming 1 intercetta non soltanto le intenzionalità dell'autore, senza appoggiarsi minimamente ad alcuno dei materiali dell'officina teorica dedicata al romanzo Hitler, ma si sprofonda nella lingua, che è anche struttura, tentativi di retorica, impiego particolare dell'allegoria e destrutturazione di una mitopoiesi, aggiungendo osservazioni decisive sul piano poetico, politico e della realizzazione dell'immaginario. Le sue formule dubitative contribuiscono ad aumentare la coscienza dell'autore, poiché sono motivate. Nulla è dato per scontato: l'incipit dell'intervento, che sembra apparentemente pop e leggero, è una perfetta descrizione di cosa io intenda per "mito" quando ne assalto l'essenza incarnata oggi dall'icona metafisica di Hitler. Dicevo che è significativo che uno scrittore vada a esercitare una critica tanto ricca di riferimenti teorici e pregna di esattezza dal punto di vista fenomenologico, e intendo perfino nei momenti in cui tale critica mette in luce le mancanze del romanzo: sta accadendo che alcuni scrittori sono ormai i critici contemporanei più affidabili e acuti, capaci cioè di eviscerare cosa sia la complessità della letteratura, e questo a vantaggio degli autori stessi e soprattutto dei lettori. Si tratta di un passaggio storico decisivo: fossi un critico di professione, smetterei di cercare sedie a cui incollarmi e mi metterei a studiare. Vorrei controintervenire (e lo farò) per delucidare ancora meglio alcune nozioni messe in campo da Wu Ming 1 - sapendo però, che non è certa una risposta dal membro del collettivo bolognese, che, oltre a provenire da un anno in cui Wu Ming ha imposto un autentico tsunami editoriale anche in termini di catalogo, tutto il gruppo è alle prese con il massacrante tour (nazionale e internazionale) relativo al prolungatissimo lancio di Manituana.
Non mi resta che ringraziare Wu Ming 1 per la lezione di visuale, già impartita nel caso di quel microsaggio che è stata la recensione a Littell, e, del pari, ringraziare i responsabili delle pagine culturali
l'Unità per l'attenzione dedicata al mio libro.

La pagina integrale de l'Unità col saggio di Wu Ming 1

Il nuovo romanzo di Giuseppe Genna è l’unico testo in cui un autore auspica che il proprio personaggio, in questo caso Hitler, si tolga di mezzo. Un libro che sogna l’impossibile: non essere mai stato scritto, né immaginato

wuming1.jpg«Spàrati, Adolf
Spàrati adesso»

di WU MING 1

"Non riesco ad ascoltare Wagner tanto a lungo. Dopo un po' mi viene voglia di invadere la Polonia". E' una celebre battuta di Woody Allen, densa e folgorante. L'allusione è chiara: la musica di Richard Wagner - colonna sonora prediletta dei crimini nazisti - è stata per molto tempo proibita in Israele. Nel 2001 il pianista e direttore d'orchestra Daniel Barenboim ruppe il tabù e le reazioni furono violente, si discusse a lungo, si riaprì il dibattito su "Wagner precursore del Terzo Reich". Intervennero intellettuali prestigiosi, Edward Said difese la scelta di Barenboim e scrisse che la musica di Wagner ("ricca e straordinariamente complessa") andrebbe in parte separata dal suo compositore ("personaggio oggettivamente ripugnante"). Vecchio e irrisolvibile dilemma, il rapporto tra autore e opera.
Oggi possiamo apprezzare un'ouverture di Wagner senza patemi d'animo, ma nel mondo tedesco fin-de-siècle le sue opere, miscelate ad altri reagenti, ebbero un effetto politico e mitopoietico, contribuirono ad alterare la chimica della mente sociale.
Lo stesso Adolf Hitler, com'è noto, era un grandissimo fan di Wagner. A conquistarlo era la titanica teatralità di Wagner. Si esaltava per la rappresentazione maestosa, andava in trance per la grande e percussiva messa in scena. Wagner calza scarpe chiodate, parte alla carica, ti assalta e frastorna finché non ti domina totalmente. Francis Ford Coppola si riferiva a questo quando, in Apocalypse Now, mostrò gli elicotteri USA calare sui villaggi vietnamiti al suono della Cavalcata delle Walkirie.
Nel suo ultimo libro, intitolato Hitler (Mondadori, pp. 624, € 20), Giuseppe Genna sfrutta quell'impeto per avviare la narrazione della vita del Führer. Dopo un classico inizio ab ovo (dal concepimento del protagonista) e un po' di preludio familiare, vita e carriera di Hitler partono con la scoperta di Wagner, nel mezzo di un'adolescenza vissuta "da cretino" sullo sfondo dell'intorpidita provincia austriaca. "Wagner è un genio, l'uomo più grande che la stirpe tedesca abbia mai partorito!" dice Adolf al piccolo Kubizek, suo unico amico. "Abbiamo incontrato l'opera di un eroe, di un gigante, di un uomo che ha una visione! Tutto è una visione e sta a noi realizzarla! Tutto ha inizio in questo momento!".
La catastrofe europea del periodo '39-'45 fu il risultato di una lunga percolazione di sostanze tossiche nelle falde della cultura. Fior di storici, sociologi e filosofi hanno ricostruito i processi che formarono ideologia e immaginario del nazismo, risalendo le genealogie, mappando le ascendenze, ingrandendo ogni dettaglio del grande quadro. Alcune scoperte sorprendono, come l'influenza - indagata da George L. Mosse - dei film d'alpinismo durante Weimar. In quelle pellicole si distinse come attrice Leni Riefenstahl, in seguito regista e grande apologeta del regime.
Eppure non ha torto Claude Lanzmann quando, in una delle frasi riportate da Genna in exergo, dice che queste sono "semplici condizioni. Se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. Io dico che c'è uno iato tra queste spiegazioni e il massacro".
In questo iato si muove Hitler. Dopo il piccolo orrore della borghesia italiana dei nostri giorni (L'anno luce, 2005), dopo lo sguardo all'indietro sulle miserie degli anni Ottanta (Dies irae, 2006), dopo l'elegia medianico-stalinista per il padre morto da poco (Medium, 2007), in questo libro Genna si confronta con il grande orrore, l'orrore per antonomasia, di quando l'Europa divenne, per usare un'immagine trovata nel libro, "un immenso occhio che serra la sua palpebra, stritolando carne ossa membrane ricordi".
Carne, ossa, membrane. Leggendo Hitler mi figuravo una lezione di chirurgia in un teatro anatomico, sezionamento di cadavere di fronte a un pubblico, a scopo didattico o di ricerca. L'autore lavora di sega vibrante, scalpello, encefalotomo, e intanto commenta ogni mossa, ogni fase, illustra i risultati.
E' l'improba autopsia morale di Adolf Hitler, condotta dopo sei decenni su un corpo ormai ridotto a evanescenza. Oggi più che mai, Hitler sfugge alla comprensione. Sfugge, benché sia l'uomo del Novecento più discusso e analizzato. Sfugge, a dispetto di inchieste, biografie monumentali e perizie psichiatriche postume. Hitler è "non-persona", simulacro, nebulosa di immagini e parole, icona per fantasticherie d'ogni ordine e grado.
A pag.133, Genna si rivolge direttamente al suo personaggio e lo invita a suicidarsi: "Spàrati, Adolf. Fallo". E' l'unico romanzo il cui autore, a nemmeno un quinto del percorso, si auspica che il protagonista si tolga di mezzo, scompaia, e con lui tutto ciò che gli sta intorno. Il libro sogna l'impossibile: la propria estinzione, non essere mai nato, non essere mai stato scritto e nemmeno immaginato. Con quest'artificio retorico Genna rimarca che Hitler non è il "suo" personaggio. Non c'è alcun tentativo di immedesimazione, nemmeno una frazione di secondo di empatia. L'autore mantiene distacco e straniamento, lotta per rimanere ancorato all'adesso e al senno di poi, e per questo adotta alcune strategie: usa parole che sono platealmente di oggi ("surfing", "supermarket", "beauty farm"); esprime netti giudizi di valore senza mimetizzarli nella narrazione ("Ed è un cretino. Uno zero assoluto che crede di avere una visione"); interrompe più volte il flusso delle storie per rivolgersi ai lettori ("Abituatevi a questo destino: a ogni crisi, il corso dei giorni riporta a galla Adolf Hitler") e ricorre con frequenza alla prosopopea, interpellando enti astratti o inanimati ("Canto. Visione. Unitevi nel dolore che si annuncia, che si perpetra").
A un certo punto, Genna arriva a celebrare la propria vittoria personale (non soltanto storica e simbolica) contro Joseph Goebbels, soprannominato "la scimmia". Lo scrittore ci mostra i roghi di libri "infetti" organizzati dal ministro della propaganda, poi infligge la stoccata: "Io [descrivo Goebbels] in questo libro. Questo libro esiste, la scimmia no". Il romanzo che sognava di non esistere esiste e si dichiara vincitore.
Una caratteristica di Hitler che pochi noteranno è la continuità col ciclo narrativo di un altro romanziere, Valerio Evangelisti. Il mondo di Hitler è lo stesso di Metallo urlante, Black Flag e Antracite, un mondo di licantropi e metallo senziente, che Evangelisti usa come metafore - rispettivamente - della borghesia e del capitale. Lupi mitologici e uomini-lupo affollano le pagine del libro di Genna. L'artiglieria tedesca è "metallo che chiede sangue e desidera da sé marciare sui territori che a quel metallo spettano". Hitler è "l'uomo che ha dato l'anima al metallo, che al metallo ha inoculato il desiderio: di divorare, di bere sangue". Alla firma del Patto Molotov-Ribbentropp, constata l'autore, "il lupo si è fuso con l'acciaio".
Hitler, come tutte le opere di Genna, è un libro di eccessi. A tratti eccede nell'acribia documentale (avrei evitato gli stralci del diario di Rommel) e a volte indulge in riferimenti oscuri ai più, in una sorta di caccia al tesoro per iniziati. A pagina 310, l'autore camuffa nel testo versi da "The Waste Land" di Eliot; più avanti infila un omaggio alla canzone "Stalingrado" degli Stormy Six, dall'album Un biglietto del tram (1975), interamente dedicato alla Resistenza; in apparenza non c'è relazione, e invece l'omaggio retroagisce sull'utilizzo di Eliot. Tra i brani di quell'album, infatti, c'è anche La sepoltura dei morti, che fin dal titolo riprende "The Waste Land" e contiene i versi: "Quel corpo che tiene sepolto in giardino / di fiori ne dà o non ne dà? / Tenga lontano il suo cagnolino: / se scava lo ritroverà". Se scava lo ritroverà. Pochi capitoli dopo, un soldato tedesco in ritirata inciampa e spezza un braccio nudo che spunta dalla neve, trovando una fossa comune.
Di questo libro non si può dire che sia discontinuo, anzi, è di una coerenza marziale, la prosa porta avanti un proposito granitico. La tesi – Hitler come personaggio del tutto vacuo - è svolta in modo inesorabile, e in fondo è questo il vero limite del romanzo: in nome della coerenza, Genna è costretto ad alternare capitoli formidabili ad altri di puro transito, di mera giuntura tra momenti-chiave. Poco male, se dopo i transiti ci attendono capitoli commoventi come quello dedicato a Van Der Lubbe (plagiato esecutore dell'incendio del Reichstag), squassanti come quello del bombardamento di Coventry, elettrizzanti come quello della controffensiva "siberiana" che allontana i tedeschi da Mosca. Genna, poi, è prodigo di immagini e scene memorabili: i fiori lanciati dagli abitanti della Saar in festa si seccano in volo prima di raggiungere i militi di Hitler. I paracadutisti appaiono come spermatozoi che cadono dall'alto. La Siberia è una regina di termitaio che copula con Stalin e depone le uova dei soldati che sconfiggeranno il Führer.
In mezzo a un tale frastuono, inattesa, si isola e si svolge una scena-madre di quiete e silenzio. Hitler, a Parigi, tocca il sarcofago di Napoleone e non capisce, è sordo al monito della storia. Non capisce, e attaccherà la Russia. Sarà l'inizio della fine, ma quella fine dura ancora, il pericolo non è scampato, quel ventre è ancora fecondo, è sempre fecondo, e anche libri come Hitler contribuiscono a ricordarcelo. Da leggere, e da capire.



La stroncatura su ttL de "la Stampa"!

hitlercovermedia.jpgA firma Andrea Cortellessa, sabato è uscita su tuttoLibri una stroncatura del romanzo Hitler. Non avendo il sito de La Stampa ancora aggiornato le pagine dell'inserto letterario, propongo lo stralcio finale dell'articolo di Cortellessa, che può integralmente essere letto nella versione pdf procuratami dall'ufficio stampa Mondadori, che ringrazio. Ringrazio anche La Stampa e la direzione di tuttoLibri per l'attenzione concessa al libro. Ho contattato Andrea Cortellessa telefonicamente, per chiedergli se desiderava rispondere a un mio intervento, che esula da Hitler e si appunta sulla prima parte del suo articolo, riguardante i protocolli di rappresentazione dell'estremalità in genere. Cortellessa si è detto disponibile. Entro la settimana stenderò quindi l'intervento, lo spedirò al critico romano e, quando avrò la risposta, la pubblicherò su queste pagine.

La versione integrale della stroncatura su ttL de La Stampa

andrea_cortellessa.jpgMETA-KITSCH: Il dittatore fuori misura di Genna
All'ambizione dell'opera non corrisponde lo stile

Diabolico Adolf, un colosso che divora il suo autore

"Hitler", ogni frase scandita come Clausola Definitiva, Marmorea; ma che risulta invece Gesso e stucco
di ANDREA CORTELLESSA

[...] Uomo non stupido ma scrittore improbabile, Genna ha capito che la via intelligente era quella di Sokurov, ma il suo animo pompier l'ha irresistitbilmente portato a tentare Syberberg. Così ripetendo il destino Kitsch del suo avatar: scimmiottare il Sublime con mezzi Miserabili.



Il romanzo Hitler per la seconda settimana in classifica!

hitler_11_class.jpgE' la prima volta che accade a un libro scritto da me: due settimane consecutive in classifica Demoskopea (come riportato dal Corriere della Sera), sempre stabile all'undicesimo posto.
E' un dato che mi fa felice, soprattutto per l'abbraccio coi lettori, che è l'elemento essenziale in questo e altri casi. In questo caso, maggiormente - poiché qui si gioca, per quanto mi concerne, la rappresentazione di un'urgenza che ha evidenti rispecchiamenti nell'oggi e che affronta un nodo irrisolto e decisivo dell'immaginario e del politico.
Nuovamente, dunque, grazie a coloro che hanno impegnato euro, tempo, attenzione e giudizio per leggere il romanzo Hitler - qualunque sia il verdetto circa l'esito letterario: davvero grazie!
N.B. Ricordo che, essendo il prezzo di copertina ammontante alla considerveole cifra di euro 20, conviene, se interessati, acquistare il libro tramite iBS, risparmiando 4 euro.



Ancora il "Corriere della Sera": Cordelli sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgFuoriesco per un attimo dal protocollo essenziale del romanzo Hitler (non importa l'autore, non importa il libro: importa la prospettiva a cui si guarda la "cosa" - prospettiva che si invoca non essere unica, che si chiede venga anche contestata) e rimetto i panni dello scrittore che ha pubblicato Hitler. In questi panni, oggi, mi accade di essere felice come non mai. Cosa può infatti desiderare un autore, se non una visione critica (che muove anche appunti importanti) da parte di colui che l'autore stesso da sempre giudica un Maestro? Oggi mi è infatti capitato questo: Franco Cordelli, il critico e scrittore che giudico un Maestro (qui l'intervento che tempo fa gli dedicai sulle pagine dei Miserabili) ha scritto un elzeviro per me sconcertante nella Terza Pagina del Corriere della Sera. Perché sconcertante? Perché Cordelli, come so e come dovrebbe essere risaputo, fa la critica per come la critica dovrebbe essere fatta - non c'è intenzione, riferimento o prospettiva a cui io abbia guardato che Cordelli non enunci, analizzi e discuta. Il discorso generazionale che fa è esattamente rispondente alla mia percezione e alla mia intenzione (rimando a quanto ho scritto sullo sfondamento del genere storico a proposito di Antonio Scurati e altri su Carmilla). La memoria, la cultura, la sensibilità al servizio non tanto della legittimazione, quanto dell'affrontamento del testo: io desidererei che l'atteggiamento critico di Cordelli, che a mio avviso ha il suo apice ne La democrazia magica (Einaudi - scomparso dal catalogo; e sarebbe urgente riproporlo, per tutta la mia generazione), fosse la spina dorsale dell'umanismo che guarda al testo come centro fondamentale di ciò che la letteratura irradia, se riesce a irradiare qualcosa.
Desidero ringraziare moltissimo Cordelli per la sua attenzione e per questa sconcertante profondità di sguardo che mi ha regalato, e voglio anche ringraziare la redazione culturale del
Corriere, che ha permesso che il romanzo Hitler venisse discusso sulle pagine del quotidiano di via Solferino ben due volte e da due prospettive diverse. Davvero: grazie.
Riproduco in due modalità l'intervento di Cordelli: può essere letto in pdf cliccando qui sotto o letto direttamente in html di seguito.

L'elzeviro di Franco Cordelli su Hitler (pdf)

franco_cordelli.jpgElzeviro - Il romanzo biografico di Genna

Adolf da vicino
un tipo allucinato

di FRANCO CORDELLI

Se fosse un film, Hitler di Giuseppe Genna (Mondadori) sarebbe rubricato come biopic. Ma è un romanzo, più difficile stringerlo nel genere biografia. Ciò che in esso colpisce è la spasmodica lotta per sfondare i limiti del genere. Si tratta, insomma, di una lotta per lo stile. In senso strutturale il testo si presenta come somma di momenti culminanti, ben centoundici, più uno denominato «Postmortem». Ma questi culmini, tutti insieme, o uno dietro l'altro, formano una storia, più precisamente una biografia, dal principio alla fine, senza clamorose varianti rispetto all'abbondanza di cognizioni in nostro possesso. A proposito di Hitler, è notevole che l'interesse per questo personaggio, benché continuo, vada a ondate. C'è l'onda alta degli anni Cinquanta, da Trevor-Roper a lord Russell a William Shirer, da Grass a Weiss; c'è l'onda degli anni Settanta, con quella fremente speculazione filosofica che è Il processo di San Cristobal di George Steiner, con Canetti geniale lettore di Speer memorialista del suo Führer, e con l'insuperabile summa che è Hitler, un film dalla Germania di Hans Jürgen Syberberg; c'è infine un altro ritorno nei nostri anni: penso al lavoro di Joachim Fest, a Moloch di Sokurov, a Him di Maurizio Cattelan, l'umile-umiliato pupazzo che ora il regista di Fanny e Alexander, Luigi De Angelis, ha messo in scena in rapporto a Il mago di Oz di Fleming; e c'è, infine, The Castle in the Forest di Norman Mailer, che i lettori italiani ancora non conoscono.
Forse è a quest'ultimo (lo dico intuitivamente) che si può agganciare il testo di Genna. Con il grande scrittore americano Genna ha in comune il vitalismo, se non lo sfrenato bisogno di letteratura, o addirittura di scrittura. Al di là di questi dati, di tipo storico, o sociologico, resta l'abnormità dell'impresa e che essa segua a distanza di poco più di un anno Dies irae, un romanzo- romanzo, di ancor più impegnativa mole. D'altra parte, poiché tra le persone ringraziate alla fine del libro figura Antonio Scurati, come non pensare al suo Una storia romantica? Come non pensare che era un libro di mole considerevole e che sia l'epopea di Scurati sia Hitler di Genna sono romanzi storici, di autori nati nello stesso anno, il 1969? Insomma, ciò che a noi appare sovradimensionato, rispetto alle abitudini recenti, per l'ultima generazione è normale, normale che un romanzo debba avere una certa consistenza e che, evadendo dal genere (nella fattispecie la biografia), di nuovo approdi in antico, al romanzo storico.
Sfogliando una qualunque, buona biografia, per esempio La regina Vittoria di Edith Sitwell, si riscontrano stilemi in Genna assai frequenti. «Guardate — dice la scrittrice inglese — guardate Gladstone che, nel Colosseo, al lume di luna, fa la sua proposta di matrimonio a colei che diverrà sua moglie »; e poco dopo: «Guardate Disraeli, lucciola attempata ma sempre luminosa, che altri biografi definiscono una specie di Byron mediterraneo». Questo invito all'attenzione in Genna è costante. I suoi «guardate », «osservate», «preparatevi » sono così incalzanti da conferire al testo tutt'altra dimensione rispetto alla Sitwell. La Sitwell è discorsiva, ci richiama all'ordine in modo incidentale. Avvertendo l'attuale mancanza di fiducia nel romanzo come opera d'arte, Genna è imperativo. Anzi, percussivo, martellante. Per usare l'aggettivo che più spesso ricorre nel testo, è esorbitante. Per Genna, non c'è ritratto che non sia survoltato: «Il volto largo e unticcio di Bormann si sporge verso il Führer, la bocca dalle labbra a ciliegia». Ma Hitler (cioè l'oggetto della sua narrazione) è una non-persona, un punto di vuoto, ovvero il male, anzi il Male: per Genna la Storia è un'entità allegorico- metafisica. Antagonista, rispetto a questo inestimabile deserto (il deserto è dove appare il diavolo), è, nell'inerzia della struttura biografica, lo stile, anzi l'eccesso stilistico: in Hitler di Genna tutto è euforico, esclamativo, lapidario. A soggetto posticipato, o ripetuto e posticipato, ogni frase è breve, fino a configurare una specie di monstrum paratattico.
Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi, tutti soggetto e verbo. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria.



Altieri su "Border Fiction": sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgAlan D. Altieri, autore della memorabile Trilogia di Magdeburg, di cui su questo sito si è accennato, mi fa l'onore di occuparsi del romanzo Hitler. Lo fa con una recensione che mi imbarazza, per l'entusiasmo e la prosa che Altieri (di cui va assolutamente visitato il forum a lui dedicato) impiega in questo esercizio interpretativo, con cui ribalta la mia personale prospettiva sulla "non-persona" Hitler. La recensione sta su Border Fiction, sito letterario frequentatissimo, che si occupa di genere, fiction e realtà, o, meglio, come dice la sottotestata, di "storie di frontiera". Riproduco, col permesso dell'autore, l'articolo, che si trova qui su BF, con la possibilità eventuale di commentare.
Mi sento in dovere di esprimere tutta la mia gratitudine ad Altieri, il cui parere è per me fondamentale trattandosi di uno scrittore che ammiro indicibilmente, e a Border Fiction che ha dato ospitalità alla recensione.

Giuseppe Genna's "Hitler"

di ALAN D. ALTIERI

ALTIERI_HITLER.jpgLA MAPPA DEFINITIVA DEL MALE UMANO
Uno spettro si aggira per (i cieli dell’) Europa. No, non e’ una inedita ideologia collettivistica (o qualsivoglia grottesca distorsione globalizzata della medesima). Non e’ nemmeno una stella cometa portatrice di pace/fede/speranza (o qualsiavoglia ridicola illusione psicotica delle medesime). Questo spettro e’ una entita’ mostruosa. Un osceno lupo deforme, il Fenrir, scaturito da un abisso di incubi. Ha una missione: trovare un araldo in grado di spalancargli le porte del Ragnarok, la Fine dei Giorni. Non deve cercare a lungo. L’araldo del Fenrir ha gia’ un volto, ha gia’ un nome. E dopo il suo passaggio sulla terra, nulla, nulla in assoluto, sara’ piu’ lo stesso.
Quanto sopra e’ l’inizio, pura rivisitazione del gotico scandinavo, di Hitler, il nuovo, grandioso romanzo di Giuseppe Genna, Mondadori Editore, collana Scrittori Italiani e Stranieri. Poco meno di dieci giorni dall’uscita e gia’ alla seconda edizione.
Non tentiamo neppure di nasconderci dietro orpelli piu’ o meno ipocriti: la storia dell’uomo E’ la storia degli sterminatori dell’uomo. Alessandro Magno e Giulio Cesare, Gengis Khan e Timur Lenk, Albrecht von Wallenstein e Napoleone Bonaparte. Eppure, nessuno di questi super-killers riesce ad avvicinarsi neppure lontanamente ai trionfi, genocidari e non solo, di Adolf Hitler.
Molto si e’ scritto su Adolf Hitler, molto altro si scrivera’. Sempre pero’ in forma di saggistica. In un suo libro non troppo conosciuto, Norman Mailer esploro’ la strada di tramutare Hitler in personaggio. Con dubbi risultati.
A tutti gli effetti, questa e’ la prima volta, la prima volta in assoluto, che un autore in generale -- un autore italiano in particolare -- affronta la sfida impossibile di Adolf Hitler protagonista di un’opera di narrativa.
Giuseppe Genna non vince questa sfida: Giuseppe Genna la annienta... L’uomo in questione non e’ alieno da imprese temerarie. E straordinarie. In Nel Nome di Ishmael ha ridefinito il thriller di cospirazione. In Grande Madre Rossa ha tramutato Milano in una distorsione di Dresda. In Medium -- singolare proposta narrativa a diffusione (per ora) solamente Internet -- fonde tragedia personale e intrigo esoterico. Per questo autore pressoche’ unico sulla nostra scena letteraria, Hitler rappresenta una nuova frontiera. In tutti i senti. Se la lingua italiana avesse un equivalente del genitivo sassone, il titolo esatto di questolibro dovrebbe essere “Giuseppe Genna’s Hitler”. Il motivo? Tanto semplice quanto agghiacciante:
“Giuseppe Genna’s Hitler” E’ la mappa definitiva del Male umano.
Basate su ricerche storiche di precisione cartesiana, queste 623 pagine -- ben pochi autori, italiani e non, hanno un simile respiro narrativo -- ipnotizzano e spiazzano, affascinano e coinvolgono, demoliscono e vorticano, denudano e giudicano. Esatto: giudicano. L’autore non si colloca fuori dalla storia, esistita e narrata. L’autore vi si getta dentro, alla massima profondita’. E trascina dentro anche il lettore.
“Giuseppe Genna’s Hitler” e’ la radiografia ad alta definizione di come un patetico idiota maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa assurgere al ruolo -- sanguinoso, sanguinario e molto, troppo temporaneo -- di “Re del Mondo”. Nessuna mitizzazione, nell’analisi di Giuseppe Genna, nessuna assoluzione. Certamente nessuna redenzione. Per spiegare il sorgere della Bestia, non e’ sufficiente un’infanzia fottuta (chi non l’ha avuta, un’infanzia fottuta?). Non e’ sufficiente nemmeno un’adolescenza ingombra di demenze erotiche pregresse (sai che novita’). Di certo non basta un breve, quanto duro, transito nelle trincee della Grande Guerra (c’e’ andato solamente lui, in trincea?).Nulla di tutto questo spiega semplicemente perche’ non-puo’ spiegare.
Lo Hitler di Giuseppe Genna “e’ un cretino”. Testuale inizio di capitolo. E restera’ un cretino fino all’abisso conclusivo nel Bunker. E’ un miserabile che si aggira per la Berlino post-bellica (sempre la Prima Guerra) delirando di architetture infernali e di grandiosita’ blasfeme. Mentitore e illuso, giocoliere e vile, istrione e schizoide. Ha un unico punto di forza dalla sua: una logorrea tanto dilagante quanto trascinante. E di che cosa potra’ mai parlare, la non-persona? Del vuoto, del nulla, del niente. Hitler visto da Giuseppe Genna e’ un untore del nihil. Lo sparge come un virus. Lo diffonde come una metastasi. E in un corpo gia’ malato per la depressione economica, gia’ prostrato dalla fame cronica come quello della Germania della repubblichetta di Weimar, la metastasi non puo’ che tramutarsi mega-metastasi. Cosi’ il blocco canceroso originario diviene un putrido bubbone rigonfio di altre non-persone, ani dementi meno carismatici ma ugualmente grotteschi, parimenti atroci. Il tossico Goering, il turpe Röhm, il pervertito Goebbels, il viscido Hess, il subdolo Himmler.
Una irrestibile ascesa, quella della non-persona e dei suoi nani dementi. Dal tragicomico “putsch della birreria”, all’infamante incendio del Reichstag, dalla feroce “Notte dei Lunghi Coltelli”, ai grondanti pogrom anti-ebrei, fino alla millenarista apoteosi pre-apocalittica della “Notte di Norimberga”.
Di questa agghiacciante epopea, Giuseppe Genna non ci risparmia -- ne’ si risparmia -- nulla.
Mentre i potenti d’Europa e d’America stanno a guardare -- in folgorato equilibrio instabile tra ammirazione e soggezione, acquiescienza e diffidenza, ardore e terrore -- la piu’ grande delle tragedie europee avanza verso l’inevitabile compimento della Seconda Guerra Mondiale. Ed e’ proprio in questa sezione del libro, il terzo atto, che Giuseppe Genna si riscopre prodigioso cantore dell’epica della distruzione. Un garrote la sua descrizione dello sterminio perpetrato dai famigerati Einsatzkommando. Un turbine la sua mis-en-scene dei bombardamenti sull’Inghilterra. Un tifone di metallo la sua rappresentazione dell’attacco all’Unione Sovietica. Uno tsumani bianco il contracco russo d’inverno alle porte di Mosca. Un’orgia del caos il suo affresco della Battaglia di Stalingrado. Una valanga di disperazione la sua cronaca del progressivo collasso del Terzo Reich. Un delirio al limite dell’onirico la sua autopsia gli ultimi giorni della non-persona in una Berlino da girone dantesco.
Uno stile, quello di Giuseppe Genna, esplosivo quanto il fiume del suo raccontare. Niente concessioni alla “bella prosa dei fasulli”, in Hitler. Niente intorcinamenti da “salotto buono dei fighetti”. Ogni singola frase e’ un colpo di maglio, perfino quando quella frase e’ composta da un’unica parola. Tutto questo integrato in una struttura della storia narrata ben piu’ solida del “Patto d’Acciaio”.
“Giuseppe Genna’s Hitler” non e’ affatto un ennesimo libro su Hitler. “Giuseppe Genna’s Hitler” arriva addirittura a scavalcare la mappa del male umano che esso stesso traccia. “Giuseppe Genna’s Hitler” e’ la parola terminale in materia della farneticazione distruttiva e auto distruttiva insita nella mente.
Ma “Giuseppe Genna’s Hitler” e’ anche, e soprattutto, un appello privo di compromessi sulla necessita’ della memoria -- inevitabile e struggente l'Apocalisse con Figure nell’ultima parte del testo.
Capolavoro e’ una parola da usarsi con cautela, d’accordo. Ma se Hitler non e’ un capolavoro, certamente da queste pagine si riesce a vaderlo. Un autore da NON ignorare e un libro da NON perdere. A nessun costo.



Bertante su "Liberazione": Hitler e Le Benevole

hitlercovermedia.jpgSotto un titolo totalmente distonico dal contenuto dell'intervento (ma, si sa, non è l'autore dell'articolo che sceglie i titoli...), è uscito su Liberazione domenica un pezzo assai complesso a firma Alessandro Bertante. Effettuando un parallelo tra la prospettiva del romanzo Hitler e quella realizzata nel successo editoriale di Jonathan Littell, Le Benevole, Bertante affonda il bisturi in questioni che a mia detta costituiscono, se non il manifesto, l'imperativo categorico per uno scrittore: interrogarsi sull'autenticità, la complessità e il significato che la finzione romanzesca, se adottata, che costituiscono il cuore della mitopoiesi e della rappresentazione del rapporto tra Storia e invenzione. Viene, cioè, messo a nudo lo scheletro etico e poetico del romanzo storico oggi, fino alle sue fondamenta. Per quanto mi riguarda, avendo un'opinione che si discosta in parte da quella di Bertante, chiederò all'autore dell'intervento se ha voglia di discutere pubblicamente su questi nuclei centrali del fare letteratura oggi. Comincerei da subito la discussione, se non fossi azzoppato da 38 gradi di febbre influenzale. Intanto riporto l'integrale intervento di Bertante, escluso il titolo, che non è suo e che nulla ha a che vedere con la materia trattata, che è seria - pubblico io un titolo di servizio.

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Su Hitler, Benevole e romanzo storico

di ALESSANDRO BERTANTE

L’intenso dibattito sul ruolo della letteratura in rapporto alle importanti questioni politiche e storiche scatenate dall’uscita delle Le Benevole (Einaudi) dello scrittore ebreo americano Jonathan Littell - monumentale romanzo che ripercorre la shoah e l’offensiva nazista sul fronte orientale della seconda mondiale - sarà senza dubbio enfatizzato dall’uscita di Hitler (Mondadori), dello scrittore milanese Giuseppe Genna, già autore di numerosi romanzi, fra cui Dies Irae, uscito per Rizzoli due anni fa. Dibattito interessante e articolato che ha coinvolto diversi esponenti della narrativa nazionale, divisi sulla legittimità meno di rappresentare artisticamente l’Olocausto.



Segnalazioni e schede del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgNel week-end sono state pubblicate, da diversi quotidiani e magazine, segnalazioni e schede che riguardano il romanzo Hitler. Si tratta di brevi interventi, comunque significativi, che ho recuperato in forma di jpg. Da Caterina Soffici de il Giornale a Rossella Martina de il Giorno a un piccolo ritaglio su Anna. Ringrazio per l'attenzione e i pareri espressi, che, pur nella brevità, mettono in luce alcuni elementi chiave del libro e mi consentono di riflettere intorno all'eventuale scarto tra intenzioni ed esito del romanzo (come, per esempio, Soffici che si chiede che bisogno avessi di rischiare: mi viene spontaneo pensare a cosa sia effettivamente la necessità in letteratura e questo è un punto che mi piacerebbe dibattere molto, non solo per quanto riguarda me, ma tutti gli scrittori in generale). Li metto a disposizione qui in calce, per chi fosse interessato.

Caterina Soffici su il Giornale
Rossella Martina su il Giorno
La segnalazione su Anna



Il romanzo Hitler 11° in classifica: grazie!

classificademoskopeamini.jpgNon è mai accaduto ad alcun libro scritto da me: secondo la classifica Demoskopea, riportata oggi dal Corriere della Sera, il romanzo Hitler è undicesimo nella sezione della narrativa italiana, grazie a mille copie vendute nei cinque giorni di rilevazione [cliccando sull'immagine, la classifica completa]. E' una partenza davvero inaspettata, visti la mole, il prezzo alto e la materia del libro. Sono sorpreso e, più che lusingato, felice se la "cosa" che il romanzo affronta coglie l'interesse dei lettori ed, eventualmente, di altri scrittori. Le classifiche, si sa, sono transeunti, per cui è probabile che il libro non si assesti in questa posizione, ma l'evento è per me emblematico. L'urgenza del libro, come vado ripetendo, non ha a che vedere con l'autore, che si assume in questo caso la responsabilità pesante di avere trattato, in un determinata prospettiva, una materia ignorata dalla letteratura - hitlercovermedia.jpgl'urgenza ha a che vedere con la necessità di non garantire vittorie postume a Hitler, secondo il comandamento talmudico enunciato da Emil Fackenheim, che, insieme a Claude Lanzmann, è il Maestro a cui ho guardato per stendere la rappresentazione di Hitler come "non-persona".

E' mio desiderio ringraziare, uno per uno, i lettori che finora si sono dimostrati interessati a confrontarsi con la prospettiva che Hitler avanza, acquistando il libro e ricavandone qualunque impressione, anche ostile - nel qual caso invito a esporre le ragioni del disaccordo, poiché il romanzo è un invito al dialogo e ogni prospettiva alternativa od opposta a quella contenuta del libro mi farebbe piacere discuterla. Perciò, se avete desiderio di farlo, inviatemi pure interventi di contestazione a quanto letto - è anche nel "no" che si sutura la ferita all'empatia e all'umanismo perpetrata dal carnefice del Terzo Reich, è anche in un dialogo tra opposte posizioni che si impedisce la vittoria postuma a Hitler.



Il romanzo Hitler su l'Almanacco di "Repubblica"

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La vita di Hitler, "l'uomo che non è"

di GIUSEPPE LEONELLI

Non si può dire che la figura di Hitler abbia ispirato molti narratori. Fra essi, fa parte l'ultimo romanzo di Mailer, The Castle in the Forest, dedicato all'infanzia e all'adolescenza del dittatore, un breve e bellissimo racconto di Buzzati, Povero bambino. Nel grosso volume fresco di stampa Hitler, Giuseppe Genna, affrontando il personaggio, rispolvera l'idea manzoniana secondo la quale il romanzo risuscita e illumina i fatti storici non tanto per cercare una spiegazione al loro farsi, ma per coglierne l'inquietante essenza umana. Gli avvenimenti, privati e pubblici, della vita di Hitler, definito l'uomo che non è, tornano a stagliarsi davanti a noi. Riemergono da un buio gorgo biografico gli anni della miserabile giovinezza, la povertà, le frustrazioni di artista fallito, la solitudine quasi assoluta, cui seguono l'incredibile ascesa politica, la soggezione stolida prima della nazione tedesca e poi di tutta l'Europa.
Risorge nella sua evidenza drammatica la tragedia di un male che non ha radici metafisiche, ma, come pensava Hanna Arendt, sembra svilupparsi dal grigiore e dalla banalità di esistenze qualunque, quelle del futuro Führer e della trista corte di persone che lo circondarono e collaborarono al folle progetto del Reich millenario: hitler_almanaccorepubblica.jpgGöring, il grassone morfinomane; Goebbels e Himmler, ometti da nulla; Hess, poco più che un idiota. Tutti eroi da parodia wagneriana, che incarnarono un complesso raffazzonato di cascami sottoculturali, facendone armi spaventose. Dov'eri, uomo?, si sarebbe chiesto, di fronte a tanti orrori, Heinrich Böll nei suoi romanzi.
Il romanzo di Genna orchestra, con altalenante efficacia stilististica, una materia lutulenta e forse sovrabbondante. Averlo scritto, ci diciamo, pensosi e un po' spossati sull'ultima pagina, è un'impresa che merita comunque rispetto.



Intervista a "Grazia" sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDue pagine su Grazia dedicate a un'intervista che la critica Silvia Bergero ha fatto al Miserabile sottoscritto. Ore di conversazione con una giornalista che esorbita per sua natura la professione giornalistica e che mi ha sottoposto a domande spiazzanti, paralleli illuminanti, osservazioni che mi hanno dato molto da riflettere. Poi il tutto va condensato, come è ovvio, in un articolo. Sono perciò in debito con Silvia Bergero per quella che non è stata un'intervista, bensì un'esposizione di prospettive diverse e di sguardi che tengono presente uno spettro amplissimo, esito evidentemente di una sommatoria di letture ed esperienze esistenziali a dire poco invidiabili. Il mio ringraziamento a Silvia Bergero e alla direzione di Grazia, per l'attenzione e l'interesse dedicato al romanzo Hitler.
Qui sotto, la prima parte dell'intervista, che è visionabile in jpg nella sua integralità e impaginazione originale cliccando i due link qui sotto.

La prima pagina dell'intervista a Grazia
La seconda pagina dell'intervista a Grazia

«HITLER È SEMPRE STATO HITLER»

di SILVIA BERGERO

grazia_mini.jpgUna bolla vuota, una non-persona, il non-essere, Hitler. Giuseppe Genna, al suo dodicesimo libro, dopo il
noir - d’autore e esorbitante il genere - dopo le trame e le stragi del nostro passato, le sette, i complotti internazionali che sono stati sostanza della sua narrativa (Catrame, Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago, Grande madre rossa, Mondadori), dopo L’anno luce (Saggiatore) e Dies Irae (Rizzoli), affronta l’inaffrontabile: quell’ombra nera e lunga che ha scavalcato il secolo breve (e tre generazioni, altre guerre e genocidi), senza che la coscienza dell’Occidente l’abbia elaborata o superata. E l’affronta non da storico o biografo, da narratore (Hitler, Mondadori). Racconta una storia, Genna, dove sono ammessi salti cronologici, dotato di una potentissima lente d’ingrandimento, messa a fuoco su una persona, un episodio, li guarda con l’immaginazione, li vede, li “sente” e li restituisce con le parole della sua poetica.
Perché Hitler?
«Perché non bisogna concedergli nessuna vittoria postuma, neppure come male assoluto, nessuna mitologia, neanche negativa. Nessuna giustificazione psico-sociologica: il padre violento, la povertà, la frustrazione delle sue velleità artistiche perché significherebbe deresponsabilizzarlo. Hitler è una non-persona, il vuoto, non prova emozioni, nessuna empatia, finge di provare, di piangere. È solo gelo. Io non lo spiego, l’ho guardato in faccia: è l’unica cosa da fare»....



Audiofile: l'intervento a "Fahrenheit"

romanzo_hitler_mini.jpgfahrenheit_hitler.jpgCome anticipato, ieri il Miserabile sottoscritto è stato ospite dei microfoni di Fahrenheit, su Rai RadioTre, per una conversazione con Tommaso Giartosio sul romanzo Hitler, davvero alta e intensa. Devo ringraziare per l'ospitalità, l'attenzione, la competenza e l'intelligenza delle domande il conduttore e lo staff tutto della trasmissione. Per ascoltare, basta cliccare qui sotto, disponendo di Real Player.

Ascolta l'intervento a Fahrenheit [in streaming]



La stroncatura di D'Orrico!

hitlercovermedia.jpgIeri, sul Magazine del Corriere della Sera, Antonio D'Orrico ha dedicato una pagina e mezzo alla stroncatura del romanzo Hitler. Legittimo esercizio, quello della stroncatura, nel caso di questo libro perfino invocato, perché ci sia confronto con prospettive altre. Tuttavia D'Orrico ha compiuto esattamente ciò che Claude Lanzmann definirebbe "osceno": per stroncare me con insulti e il libro con un vago umorismo, si è inventato un'intervista a Hitler. E' Hitler che mi stronca, rispondendo alle domande del giornalista. Perché? Perché non prendere direttamente di petto la questione e scrivere senza questo espediente osceno che il libro è brutto, che la mia lingua è orrenda e che il mio tentativo non merita attenzione? Ciò sarebbe accettabile. Riesumare Hitler, mettendogli in bocca un cabaret, no. Io vorrei che tutti coloro che leggeranno il file dell'articolo, qui sotto riprodotto in pdf, si mettessero nei panni di un sopravvissuto ai campi di sterminio o in quelli di un parente di una o più vittime dello sterminio nazista - e che ne traessero le conclusioni. Questa osservazione non ha nulla a che vedere con un narcisismo d'autore o col fatto che al giornalista il libro ha fatto schifo. E' il protocollo che ha usato che, a tre giorni dalla celebrazione del Giorno della Memoria, mi pare un abominio. Ecco cosa significa non garantire a Hitler vittorie postume: questa leggerezza nell'usarne l'icona, a piacimento, sfruttando secondo ogni declinazione il mito.

La stroncatura di D'Orrico sul Magazine del Corriere della Sera



Oggi alle 16.30: il romanzo Hitler a 'Fahrenheit'

fahrenheit_hitler.jpgOggi, 24 gennaio, alle ore 16.30, il Miserabile sottoscritto sarà ai microfoni di Radio Tre, ospite della non mai abbastanza elogiata trasmissione Fahrenheit, la meritoria e ascoltatissima rubrica letteraria diretta da Marino Sinibaldi. hitlercovermedia.jpgSi parlerà, insieme a Tommaso Giartosio, del romanzo Hitler, con lettura preventiva di un breve brano dal libro. Come dovuto, ringrazio tutto lo staff di Fahrenheit per l'invito e per l'attenzione dedicata al romanzo e all'autore.
Domani, appena disponibile il file audio on line, lo linkerò a beneficio di chi fosse interessato e non avesse ascoltato la trasmissione, il cui sito e il cui sterminato archivio esorto a visitare e sfrucugliare, poiché trattasi di una forma di resistenza culturale quasi eroica, oggidì: Fahrenheit è infatti il bastione letterario del servizio pubblico radiofonico, condotto con perizia straordinaria, aperto a qualunque poetica e novità, a ogni forma di scrittura, sia saggistica sia narrativa sia poetica, e nell'archivio è possibile ascoltare la viva voce di una sterminata teoria di autori, che è un patrimonio pubblico e una testimonianza fedele di cosa è la letteratura e la cultura nel tempo che non ama i suoi poeti (per parafrasare un grande padre...).



Mariarosa Mancuso su RTSI: audiointervista al Miserabile sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgMariarosa Mancuso, critica letteraria e cinematografica, firma de il Foglio e Panorama, tiene sulle frequenze della Radio Svizzera italiana un'ascoltatissima trasmissione dedicata ai libri, dall'inquietante sigla che si accompagna al titolo della rubrica, Libridine. Mancuso, che ringrazio per l'attenzione e l'onere che si è presa nel leggersi a tempi record le 630 pagine del mio libro, mi ha intervistato a Libridine, ponendomi domande che non esito a definire decisive per l'impostazione con cui ho affrontato la stesura del romanzo Hitler, e concedendomi un accredito critico che mi consola. Purtroppo, nella registrazione on line, manca la premessa della giornalista, intuibile comunque dalla prima domanda e dalla mia risposta. La registrazione è ascoltabile cliccando qui sotto e disponendo del software Real Player (scaricabile qui).

Ascolta l'intervista (11'28'' - Libridine su RTSI2)



Il romanzo Hitler già in seconda edizione!

hitlercovermedia.jpgA nemmeno una settimana dalla sua uscita in libreria, il romanzo Hitler è già in seconda edizione: Mondadori ha deciso oggi di farne una nuova tiratura. E' per me un dato importante, non tanto dal punto di vista autoriale o dal punto di vista dell'eventuale vendita del libro - è per me importante che ci sia diffusione della "cosa" che Hitler affronta. Francamente sarei felice se altri scrittori affrontassero la materia, magari criticando la mia personale prospettiva, ma comunque contribuendo al tentativo letterario (finora rimosso) di disgregare la mitologia e l'immaginario (non la memoria) che si sono eretti sul fondamento del carnefice del Terzo Reich. In un periodo di devastante dilagare di revisionismo e di pubblica incoscienza e dimenticanza di quanto è stato e quanto continua a essere, ritengo che l'opera letteraria debba esprimere una valenza politica, che sta proprio nel lavoro sull'immaginario: da un lato si tratta di costruire un immaginario, dall'altro - ed è il caso di Hitler - di decostruirlo. Poiché il mio Hitler affronta la prospettiva storica e la prospettiva metafisica secondo i dettami della teologia della Shoah, sarebbe importante (e il successo estero di Littell lo ha confermato) che oggi venisse praticata la disgregazione, la deviazione e la dissoluzione di un periodo storico la cui lezione stenta a essere recepita a tutt'oggi e che questo venisse letterariamente fatto affrontando la traiettoria sociologica, quella storica pura, quella documentale e, al di fuori di Hitler ma non del nazismo, quella finzionale. Del resto, ho informazioni che proprio intorno a queste tematiche stanno lavorando alcuni dei migliori scrittori italiani. Se il contagio letterario si allarga, sono felice in quanto intellettuale. Per questo la seconda edizione di Hitler è per me un onore. E per questo voglio ringraziare tutti coloro che finora hanno letto e dedicato attenzione al libro.



Sul romanzo Hitler: intervista a BooksBlog

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Riproduco qui la bellissima intervista che Dario Morelli di BooksBlog.it mi ha fatto. Sono domande centrali, che mi permettono di riflettere e di fare il punto sugli esiti letterari, politici e metafisici che, per mio conto, ho tentato di implicare nella stesura del romanzo Hitler. BooksBlog.it è una delle migliori realtà della blogosfera letteraria e, al solito, formulo un caloroso invito ai lettori di questo sito: andate a spulciarne le pagine e misurate la qualità di riflessione e di giudizio, che assolve pienamente a una delle funzioni principali che la Rete dovrebbe sostenere quando si occupa di letteratura.
Ringrazio Dario Morelli per l'attenzione e per il permesso di pubblicare qui l'intervista
.

"Hitler": intervista a Giuseppe Genna

di DARIO MORELLI

booksblog.jpgÈ uscito finalmente l’ultimo, monumentale (non)romanzo di Giuseppe Genna, Hitler, edito da Mondadori, 624 pagine; la prima organica trattazione narrativa dell’esistenza di Adolf Hitler, realizzata da un autore italiano.

BooksBlog ha intervistato il Miserabile, come ama definirsi Genna.

Perché ha scelto Hitler e non Mussolini?
Mussolini non è un problema metafisico planetario, mentre Hitler lo è. Hitler è penetrato in maniera distorta nell’immaginario collettivo, è – ahinoi… – uno dei fondamenti dell’immaginario contemporaneo (basta cercare su Google: “Hitler” è la terza parola più ricercata dopo “sex” e “poesia/poetry”). Mussolini non ha la statura metafisica di Hitler e non irradia il Male ai suoi vertici. Non stermina fordisticamente sei milioni di ebrei, non cerca di annientare un popolo con scientezza.



Haziel e la questione della scrittura nel romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgCome è chiaro, le intenzioni dell'autore, quando il testo diviene pubblico, sono scavalcate dalle percezioni, gli esiti mostrano la loro efficacia o il loro fallimento, le prospettive di chi legge sovrastano qualunque enigmistica a cui, altrimenti, si ridurrebbe la letteratura. Certe letture avvengono in base a impostazioni teoriche che divergono da quelle dell'autore. Mirco Cittadini, di cui qui non si dirà il motivo per cui svolge un'opera importante nell'avanguardia culturale di questi anni, è il creatore del bellissimo blog (non solo) letterario Haziel e ha pubblicato una sorta di pre-intervento sul romanzo Hitler, mettendo in luce proprio una prospettiva differente a quella attivata dal mio sguardo sul testo. Avendo avuto uno scambio di mail con lui, comprendo perfettamente l'importanza che riveste il protocollo epico per Mirco Cittadini e le modalità a cui il protocollo epico si è sempre rifatto e, probabilmente, sempre si rifarà. Quanto alle acute osservazioni che MC compie su Hitler, detto che ribadisco che quoad me (e senza apodissi) la questione della bellezza e del piacere della lettura in Hitler non si dà o è secondarissima, posso soltanto osservare che la lingua è comunque il punto di partenza e che anche è qualcosa di pluristratificato, che esige strutturazioni, movimenti sotterranei, metriche che non hanno nulla a che vedere con la lingua di superficie e con la bellezza della lingua stessa. Senza questa lingua complessa, non riuscirei a vedere il libro ed è probabilmente anche per il portato stilistico che, anziché un romanzo, sostengo di avere lavorato a un romanzo.
Ringrazio Mirco Cittadini delle preziose osservazioni e dell'attenzione dedicata al mio libro, invitando tutti i lettori di questo sito a tenere d'occhio ed esplorare
Haziel. Di seguito, l'intervento in questione.

Hitler (o della stupidità)

di MIRCO CITTADINI

[...] Lo scopo che Genna persegue è altamente morale: demitizzare il personaggio Hitler, rivelandone l’assoluta stupidità. La stupidità del male.
Hitler è la non persona. Hitler è vuoto. Come Dracula, come Don Giovanni. A differenza però di questi che in qualche modo attraevano energie vitali o erotiche, Hitler attira la stupidità e noi stupidi a seguirlo.
Può reggere un testo che ha per centro una non persona e per comparsate solo stupidi? Sì, grazie alla scrittura.
In una sua mail, molto cortese, Genna mi scriveva che “la bellezza è fuori gioco, non è un elemento che rientri da alcuna parte”. Credo che sia qui a sbagliarsi l’autore (io e Genna, da quello che ho intuito abbiamo concezioni teoriche molto diverse circa la scrittura epica). Io penso che questo libro regga solo perché è bello. Solo la bellezza della parola (il potere formativo della parola) permette al lettore di accettare la più sgradevole della realtà, arrivando fino in fondo, senza mollare, costretto a pensare e a confrontarsi con la Storia, oltre che con questa storia.

Ha ancora senso parlare di Hitler oggi?
Quella di Hitler è una storia che ci riguarda, parafrasando Littell (autore che pure con Genna è in rapporto dialettico). Questa della stupidità del male è una storia che colpisce direttamente la nostra stupidità. Fuggire la Storia per inseguire il Mito.
Genna è riuscito nel difficilissimo compito di annullare il Mito, attraverso una scrittura mitica. La voce dell’autore è insistente, ci ricorda ad ogni secondo, a costo di diventare pedante e didascalica che quello che stiamo leggendo è la storia di uno stupido che attira stupidità. Non meno angoscioso di Chaplin nella sua apocalittica rappresentazione di Hinkel.
Può uno scrittore penetrare il senso della storia, meglio di uno storico? Sì. Genna c’è riuscito.
Leggo Hitler e leggo Bush. Leggo Hitler e leggo Berlusconi. Leggo Hitler e leggo Napoli e le sue immondizie. Leggo Hitler e leggo l’oppio dei popoli, le ideologie, l’homo homini lupus. Leggo Hitler e leggo noi.
Ha senso leggere questo romanzo per aprire gli occhi (meglio di 100 V-Day). Perché il male non attira attraverso il lato oscuro della forza, come potrebbe farci credere un romanzo. Il male attira nel suo vuoto (il lupo Fenrir di Hitler è il lupo araldo del Nulla di Ende e la sua Storia Infinita) perché siamo stupidi come falene attratti dal bagliore (spesso attraverso la retorica combustibile dell’odio), perché dalla storia (questo non capiremo mai), dalla storia e dalle sue reincarnazioni non abbiamo capito mai nulla.

Tornerò ancora su questo libro. Questo vuole essere più un promo che una recensione. Vuole essere più una riflessione che una lettura. Lo consiglio caldamente. Fa star male. Mostra lo specchio a Calibano.



Il romanzo Hitler: il primo capitolo

hitlercovermedia.jpgAnzitutto, una segnalazione. Poiché il prezzo fissato da Mondadori per le 630 pagine di Hitler è € 20, consiglio a chi fosse interessato a leggere il libro di acquistarlo attraverso iBS, che pratica uno sconto tale per cui il prezzo è € 16, che è un prezzo più civile.
Riproduco qui il primo capitolo del romanzo Hitler, scena iniziale che pone il fondamento metafisico e poetico di tutto il libro. Hitler è già vivente, ha sette anni. Poi si tornerà indietro, con un doppio passo, al momento in cui la non-persona esce nel mondo dall'utero della madre Klara.
Prima della riproduzione del capitolo, riporto i tre exergo ad apertura di romanzo, che ritengo fondamentali, perché costituiscono l'ossatura ideale e la prospettiva a cui non ho smesso di guardare mentre scrivevo. Eccoli:

“È fatto divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”
614ma norma del canone ebraico istituita da Emil Fackenheim, in La presenza di Dio nella storia

“Si possono esaminare tutte le ragioni, tutti i tentativi di spiegazione: il contrasto tra lo spirito tedesco e lo spirito ebraico, l’infanzia di Hitler, e così via. Ogni spiegazione può essere vera e tutte le spiegazioni prese insieme possono essere vere. Ma sono semplici condizioni: se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. E io dico che c’è uno iato tra queste spiegazioni e il massacro. Non si può generare un male di questa portata. E se si comincia a spiegare, a rispondere alla domanda ‘perché?’, si finisce, lo si voglia o no, per giustificare. La domanda in se stessa esibisce la sua oscenità. Perché gli ebrei sono stati uccisi? Perché non c’è risposta alla domanda ‘perché?’”.
Claude Lanzmann, regista di Shoah, a Ron Rosenbaum in Il mistero Hitler

“Considerate se questo è un uomo”
Primo Levi, Se questo è un uomo

E adesso, cliccando su "CONTINUA", il primo capitolo...



"la Repubblica", edizione Milano: intervista su Catrame e Hitler

Intervista con lo scrittore, in libreria con la riedizione di "Catrame" e il nuovo romanzo "Hitler"

Apocalittico e disintegrato
il ritorno di Giuseppe Genna

di GIAN PAOLO SERINO

romanzohitler_repubblicamil.jpg«Quella che descrive Genna è una Milano cupa e intensa: strappa dal già visto cortili, sotterranei, scali ferroviari, ex macelli»: così Fruttero e Lucentini hanno sintetizzato «la scrittura adrenalinica» di Giuseppe Genna, appena tornato in libreria con l´ormai introvabile Catrame, pubblicato per la prima volta nel 1999, e con il nuovo romanzo Hitler (entrambi per Mondadori).
Nato a Milano il 12 dicembre 1969, Genna è stato il primo scrittore italiano ad indagare tra le macerie morali degli anni ´70 facendoli diventare un "romanzo criminale": con la sua Trilogia - Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago e Grande Madre Rossa - ha raccontato la storia italiana più recente riportando la narrativa al ruolo pasoliniano di letteratura civile, del romanzo inteso non solo come fiction ma come "impegno". Perché Giuseppe Genna l´unico vero romanzo che sembra aver scritto è quello della sua vita: nato a Milano lo stesso giorno della strage di Piazza Fontana, è cresciuto a Calvairate, dove la periferia si imprime spesso nell´anima, è stato redattore del mensile "Poesia", ha lavorato ad una delle prime emittenti televisive private, "Telereporter", e a soli 25 anni, nel 1994, è stato collaboratore del Presidente della Camera Irene Pivetti. I suoi libri sono tradotti negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Giappone.
In Catrame scrive del dopo ´68 come di «una morte lenta, stupidissima, di una generazione intera: la normalità».
«E´ quanto è accaduto, esclusa la parentesi del ´77. Dalla creatività al piombo fino a Moro: un percorso che ha mostrato come non fu una rivoluzione della borghesia. I leader di quella generazione dove sono finiti? E oggi non scontiamo forse quella deflazione emotiva e psichica che io chiamo "normalità", ma che è pura alienazione, insicurezza, assenza di desiderio?».
Esponenti di destra e di sinistra, come scrive nel romanzo, hanno «inghiottito l´ideologia come un affamato si mangia vivo un animale, per sfamarsi al di là del disgusto, per non morire d´inedia».
«Il paradigma è mutato proprio per questo processo. Io non vedo destra e sinistra, vedo reazionariato un po´ ovunque. Oggi viviamo un diverso paradigma sociale e politico: è la periferia contro il centro, i diseredati (tra cui possiamo annoverare gli ex borghesi) e i privilegiati, gli invisibili e i fin troppo visibili. In mezzo: la scomparsa della cultura».
Come scrive, sempre in Catrame, è «una lotta senza dignità o bellezza, la lotta di acrobati fallimentari, che non si preoccupano più della bellezza dell´esercizio: cercano solo di arrivare alla sponda opposta sani e salvi…».
«La conflittualità esisterà sempre, anche se sottotraccia. Non credo ci sia da illudersi che lo scontento generalizzato del nostro decennio creerà solo sismi in Borsa. E´ ancora presto, ma credo che Milano sia sull´orlo di un drammatico abisso: o ci cade dentro o se ne sottrae con uno scatto che, probabilmente, avrà esso stesso qualcosa di drammatico».
In tutti i suoi libri racconta la «Milano bella, intensa e cupa» ma anche la Milano delle case popolari di Calvairate, di Quarto Oggiaro…
«Negli immensi quartieri popolari si annidano tutte le contraddizioni pronte a esplodere: mafia nell´assegnazione degli appartamenti, immigrazione che gli italiani ridurrebbero in un unico CPT tipo via Corelli, parabole satellitari un balcone sì e uno no, anziani che stanno morendo e che ricordano un´altra Italia. Da lì verranno mutamenti, a mio parere».
hitlercovermedia.jpgNelle librerie, intanto, è appena uscito Hitler: una biografia romanzo non sulla follia di Hitler ma sul suo essere una «non persona».
«Hitler è semplice un insieme di quadri, di scene, che mostrano questa non-persona, dalla culla al bunker e anche oltre, nel post-mortem. L´esistenza di Hitler è sorprendente. Penetrato purtroppo nell´immaginario pop, Hitler va distrutto proprio su quel piano: la sensazione di conoscere cosa fu non ha nulla a che vedere con la sua allucinante giovinezza, i suicidi delle sue donne e, soprattutto, col fatto che ci si trova a che fare con una bolla vuota in forma umana, che non intrattiene alcuna empatia con gli altri umani. Il romanzo è proprio il tentativo di suturare letterariamente la ferita tra umano e umano che garantisce una vittoria postuma a Hitler».
Hitler ruota attorno a una crepa, a una rottura, i cui lembi sono due pagine nere tratte da Apocalisse con figure che lesse lo scorso anno in anteprima a "Officina Italia" a Milano.
«Sì, è il perno del libro: un kaddish privato, composto da parole non mie, bensì di poeti, storici e soprattutto sopravvissuti alla tragedia della Shoah. Da quelle parole diventa leggibile in quale senso io tratti il "personaggio" Hitler, che impone la crepa, la ferita».



Sul romanzo Hitler: dopo il "Corriere", "Vanity Fair"

vanityfair23gennaio.jpgDopo l'intervista/anticipazione sul Corriere della Sera, a firma Ranieri Polese [qui leggibile], sul nuovo numero di Vanity Fair, da oggi in edicola, due pagine dedicate al romanzo Hitler.

L'autrice è Enrica Brocardo, che ha scavato e nel libro e nel "personaggio Giuseppe Genna" (qui valgono le considerazioni sulla confusione tra vero, finto e verisimile, più volte reiterate sulle pagine di questo sito). Ringrazio
Vanity Fair ed Enrica Brocardo per l'attenzione dedicata al sottoscritto e al libro.

Riproduco parte dell'intervista qui di séguito. Per leggerne la versione integrale in formato pdf, è sufficiente cliccare qui o sull'immagine qui sotto, sulla destra. gg.

Che cosa c'entra Hitler con la legge 194?

Seicento pagine dedicate al Führer, in un romanzo dove "non c'è una riga di finzione". E' l'ultimo libro di Giuseppe Genna,che raccontando il male del passato ha visto quello del futuro di ENRICA BROCARDO

romanzohitler_vanityfair.jpgGiuseppe Genna ha scritto un libro, esce il 15 gennaio e si intitola Hitler. E' un romanzo, ma dentro non c’è niente di inventato. Tanto che sul suo sito Internet (www.giugenna.com) lo descrive come "ROMANZO". Scritto proprio così, con una riga tirata sopra. Per chiarire che non si tratta di finzione.

Domanda magari banale ma, in questo caso, inevitabile: perché un libro sulla storia di Hitler, dal parto fino alla caduta?

"Per demolirne il mito. La gente pensa che lo sterminio nei lager sia un evento unico nella storia, in quanto effetto catastrofico dell’azione di un demone altrettanto unico, ovvero Hitler. Questo significa che rendendo omaggio a quei sei milioni di morti si alimenta, inconsapevolmente, la mitologia di Hitler. E mitologizzarlo in quanto archetipo del male vuol dire concedergli una vittoria postuma. Sputare sulla tomba di Primo Levi".

Siamo in un bar, a Milano, dove lo scrittore è nato 38 anni fa, e dove continua a vivere. Genna parla tanto, veloce e, a volte, strano. Alla domanda se la sua famiglia abbia origini ebree, spiega in modo molto chiaro che il suo cognome "viene dall’Antico Testamento, dove Geenna vuol dire 'valle dell’Inferno'. Mio padre (morto due anni fa, ndr) era originario della Sicilia, della zona di Marsala, dove, in passato, c’era una comunità ebraica. Quindi, sì, è possibile, ma parliamo di radici molto lontane".

Ma che differenza c'è tra Hitler e gli altri "cattivi" della storia? Purtroppo, dimensioni della strage a parte, non è stato l'unico sterminatore.

"Non è questione di quantità, ma di qualità. La differenza è che lui fa il male sapendo di farlo. Non ritiene che sia una necessità per il raggiungimento di uno scopo 'buono'"...

CONTINUA: La versione integrale dell'intervista in formato pdf



Il romanzo Hitler è in libreria! L'anticipazione del "Corriere della Sera"...

hitlercovermedia.jpgE' da oggi, 15 gennaio 2008, disponibile in tutte le librerie il romanzo Hitler. Nel giorno dell'uscita, il Corriere della Sera dedica al libro un'anticipazione prestigiosa, firmata da Ranieri Polese, tra le migliori firme dell'intero comparto del giornalismo culturale italiano. Qui sotto riproduco integralmente l'ampia anticipazione del Corsera (che ringrazio: è la prima volta che viene dedicata a un mio libro tanta attenzione da parte della testata di via Solferino), così come tenterò di riprodurre su questo sito tutti gli articoli e le interviste relative al libro.

Per scaricare e leggere la versione originale in pdf del pezzo/intervista di Ranieri Polese su Hitler, basta cliccare qui oppure sull'immagine a destra qui sotto.

Anticipazione - Un romanzo sul nazismo visto come punto terminale della crisi dell'Occidente

Hitler, dietro al Führer il Nulla

Il dittatore secondo Genna: un anti-uomo volto solo a distruggere
di RANIERI POLESE
romanzohitler_corriere.jpgUn romanzo con Hitler protagonista è un'impresa a dir poco audace. Ma Giuseppe Genna non ha paura delle sfide. Nel suo noir d'esordio, Catrame (torna in libreria in questi giorni negli Oscar a nove anni dalla sua pubblicazione), riapriva i misteri d'Italia: l'assassinio di Moro, la loggia P2, gli intrighi bancari con nomi e cognomi. Nel 2001, poi, l'uscita del suo Nel nome di Ishmael fu rinviata per certe allarmanti concordanze con l'organizzazione degli attentati alle Twin Towers. Certo, nella imponente bibliografia dedicata al Führer abbondano i saggi storici e le biografie, ma i romanzi scarseggiano. Fra i titoli che si ricordano c'è il recentissimo, ultimo lavoro di Norman Mailer, The Castle in the Forest (infanzia e adolescenza del futuro capo del nazismo) e Siegfried di Harry Mulisch (la ricerca di un figlio presunto di Hitler). Si può pure aggiungere il film Der Untergang - La caduta di Oliver Hirschbiegel, ispirato al libro di Joachim Fest sugli estremi giorni nel bunker. Poi, praticamente, nient'altro. Ma allora, perché un romanzo (Hitler, edito da Mondadori, da oggi in libreria), e perché Hitler?
«Ho cominciato a lavorare su Hitler circa dieci anni fa, come reazione alla rilettura revisionista del personaggio e del periodo che allora si faceva. La scelta della forma romanzo dipende soprattutto da due ordini di motivi. Primo: lo storico con le sue ricerche vuole trovare una spiegazione, una causa. Ma nel caso di Hitler, questo tipo di lavoro nasconde un rischio gravissimo: la deresponsabilizzazione del dittatore. Alcuni così fanno dipendere i suoi atti da una particolare disposizione psichica, altri chiamano in causa la frustrazione dei tedeschi dopo la sconfitta del 1918. E c'è anche chi parla di una congiura esoterica che lo avrebbe portato al potere. Mi sembrava che questo fosse, almeno in parte, un modo per giustificare lui e il male perpetrato: date queste premesse, non poteva essere altrimenti. L'altro motivo riguarda proprio il male, e le domande che noi uomini ci poniamo: che cos'è il male? Perché c'è il male? Questioni che non riguardano lo storico, che appartengono semmai alla metafisica. E alla letteratura. Il cui compito appunto è quello di fare interrogare il lettore sul senso del mondo, magari — come in questo caso — senza fornire una risposta. L'importante comunque è la domanda».
E il suo Hitler, chi è?
«Io vedo in lui il punto terminale, estremo della crisi dell'Occidente. L'antiumano che ha come progetto la distruzione dell'umanità. Il niente che assale il mondo e vuole annichilirlo. È un non-uomo, un essere vuoto, uno che dice di sé di appartenere a "un'altra specie umana". Un'intuizione questa che ho trovato nella biografia di Joachim Fest, che io preferisco di gran lunga al monumentale lavoro di Ian Kershaw, uno storico in cerca di cause, di motivi che avrebbero determinato ascesa e opera di Hitler».
E come personaggio, Hitler come funziona?
«Direi, quasi, che è un non-personaggio: lui, infatti, non ha evoluzioni, non cambia, rimane lo stesso dagli anni giovanili di miseria e rabbia alla fine in cui chiede ai suoi gerarchi di far scomparire con lui tutto il popolo tedesco. Senz'altro è un soggetto afflitto da disturbi psichici: l'odio per il padre, il legame malato con la madre, i rapporti micidiali con le donne (due sue intime amiche, la nipote Geli e l'inglese Unity Mitford si suicidano; anche Eva Braun, la donna che lo sposerà in extremis, tenta di uccidersi). Senza una vera preparazione scolastica, imbevuto di pessime letture, crede di essere un grande artista e un grande architetto: respinto due volte dall'Accademia di Vienna, coltiva la sua voglia di vendetta. Questo comunque non può spiegare l'enormità del suo operato».
Lei lo definisce un uomo senza idee, senza intuizioni originali.
«Prendeva tutto dagli altri: da Wagner assorbe l'idea del primato germanico. Più avanti si appropria delle teorie antisemite, anche il simbolo della svastica non è suo. Come tutta la destra tedesca incolpa i ricchi ebrei e i comunisti della sconfitta del 1918. La svolta è a Monaco, primi anni '20, quando scopre le sue capacità oratorie e l'effetto che i suoi discorsi provocano. Ma in fondo il giovane studente che a Linz, nel 1905, credeva fermamente di poter vincere la lotteria e il Führer che nel '41 comanda a Guderian, ormai a 29 chilometri da Mosca, di spostare la sua armata verso Sud sono esattamente la stessa persona ».
Mailer, nel suo romanzo, fa raccontare la giovinezza di Hitler da un diavolo. Lei mette in scena il lupo Fenrir.
«I lupi sono un'ossessione ricorrente di Hitler. Il quartier generale era la Tana del lupo. Quando conosce Eva Braun, a Monaco, si fa chiamare Herr Wolf; Wolfie era uno dei suoi diminutivi. Nelle allucinazioni di cui a volte soffre, vede lupi. Quanto a Fenrir, il lupo delle saghe nordiche destinato a scatenare la distruzione finale, compare in una lettera di Martin Bormann alla moglie, scritta negli ultimi giorni nel bunker. Non ho voluto inventare niente su Hitler».
Come romanzo, il suo Hitler è fortemente atipico: ci sono frequenti interventi dell'autore che mette in guardia il lettore; il racconto procede per capitoli che a volte sono separati da stacchi temporali non piccoli; ci sono due larghe sezioni dedicate alle vittime dell'Olocausto.
«In queste ultime non uso quasi parole mie, ma un montaggio di testi delle vittime del genocidio: credo profondamente a quanto detto da Claude Lanzmann in Shoah, che è osceno fare opera di invenzione sui campi di sterminio. Per questo giudico molto male le parti del romanzo di Jonathan Littell,
Le benevole, in cui ci fa entrare nei campi. Quanto alla successione di quadri staccati, un po' risponde al carattere di Hitler, al personaggio che non si evolve, che assomma cadute, fallimenti, ma riparte sempre senza veramente mutare. Infine, gli interventi di chi scrive: sono avvertimenti, chiedo al lettore di non indulgere alla mitizzazione del male, come quando alla fine chiedo di non udire lo sparo con cui Hitler si toglie la vita. Voglio lasciare aperta la domanda, com'è stato possibile tutto questo? Perché il male nel mondo?».
Un romanzo atipico, comunque: il Napoleone di Tolstoj non somiglia per niente al suo Hitler.
«Non potrebbe nemmeno. Hitler è la potenza assoluta del vuoto che vuole annientare il mondo, non ha altro progetto, non si ferma davanti a nessun ostacolo. In questo, fra l'altro, c'è la differenza fra lui e Stalin: sulle similitudini fra i due totalitarismi si è molto scritto, e anch'io concordo con questo paragone. La differenza sta nel fatto che Stalin, seppure a un passo dallo scatenare lo sterminio degli ebrei, non lo mette in atto. Hitler sì. Ma tornando alla forma-romanzo: oggi le gabbie, i generi sono saltati. Non c'è più il romanzo storico tradizionale. Ci sono forme ibride, diverse. Per esempio, American Tabloid di James Ellroy, che racconta la presidenza Kennedy e la preparazione dell'attentato di Dallas, narra la storia americana ma non si può definire un romanzo storico».
Il profilo
Non ha evoluzioni, non cambia, e alla fine chiede ai gerarchi di far scomparire con lui il popolo tedesco.



Dagli extra del dvd La donna che amava Hitler (Dolmen): intervista al Miserabile


ladonnacheamavahitler.jpgEsce in homevideo il 15, un giorno prima dell'approdo in libreria del romanzo Hitler, il dvd La donna che amava Hitler, straordinario film documentario di Daniel Costelle e Isabelle Clarke, che ha ottenuto un successo rimarchevole all'estero, e che in Italia è prodotto e distribuito da Dolmen (basta cliccare qui per acquistarlo on line, a 13,41 €). Negli extra del dvd, una lunga intervista al sottoscritto su Le donne di Hitler, di cui un estratto nel video qui sopra.
La donna che amava Hitler presenta molto materiale inedito, desunto dai chilometri di pellicola che Eva Braun impressionò tenendo costamente sotto l'obbiettivo il suo sfuggente amante, quando per esempio si rifugiava al Berghof, la tenuta montana bavarese sopra la quale sorgeva, in piena vetta, l'inquitante creazione di Albert Speer, il cosiddetto Nido d'Aquila.
hitlercovermedia.jpgLa storia di Eva Braun (due suicidi tentati, prima del terzo, fatale, consumato insieme a Hitler, ormai legalmente suo marito, al termine della vicenda del bunker, viene narrata con una impressionante messe aneddottica e una capacità narrativa notevole. A mio avviso, si tratta di un documentario fondamentale, per osservare proprio nel privato la non-persona Hitler, che si muove davanti all'occhio vuoto di una cinepresa e allo sguardo dipendente della sua compagna, pervicacemente occultata alla nazione tedesca. L'intervento del sottoscritto sulle donne che amarono o ebbero rapporti con il Führer, tutte suicide tranne Leni Riefenstahl (che però non ebbe mai relazioni erotiche con Hitler), è coerentemente un apparato e un'estensione del romanzo Hitler, che narra, per ognuna di loro, la trista vicenda delle persone che più intimamente entrarono a contatto con il non-essere e il non-sentire irradiato da Hitler, fino a esserne contaminate, erose, consumate alla morte: dalla nipote Geli Raubal alla poco nota inglesina Unity Mitford, dall'insospettabile Magda Goebbels alla stessa Riefenstahl, fino all'emblematica storia dell'isolamento e della dipendenza a cui accettò di sottoporsi Eva Braun.
Riproduco qui la scheda ufficiale del docufilm:
"Una strana storia d'amore, di desiderio, di disperazione: la relazione tra Adolf Hitler e la sua amante segreta Eva Braun durò dal 1932 al 1945, quando si suicidarono insieme.
Per la prima volta, un documentario straordinario ritrae Hitler nella sua intimità, attraverso gli occhi e l'obiettivo di Eva Braun. Lei stessa girò infatti, dei filmati amatoriali nello chalet del Berghof, nelle Alpi Bavaresi, centro decisionale del Nazismo dove Hitler amava ricevere il suo entourage.
Oltre che dai filmati di Eva Braun, il documentario è composto da foto inedite di Heinrich Hoffmann, fotografo ufficiale di Hitler e del Partito.
Uno sguardo unico sulla vita privata e i crimini pubblici del dittatore tedesco".



In attesa del romanzo Hitler, "QN" fa il ritratto del Miserabile

hitlercovermedia.jpgCon una foto che dev'essere stata scattata al fine recondito di alzare l'inesistente autostima fisica del sottoscritto, QN (il network di quotidiani che comprende Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno, Il Tempo e Il Secolo XIX) traccia un profilo del Miserabile autore, della sua convulsa gavetta e della sua altrettanto convulsa carriera letteraria. Niente è risparmiato e molto è desunto da quello che io ho scritto, a proposito di "Giuseppe Genna" nei miei libri o, sempre a proposito di "Giuseppe Genna" ho dichiarato in interviste e articoli. Il che aprirebbe una riflessione assai lunga su cosa io abbia scritto o detto di vero, di verisimile o di finzionale a proposito del personaggio "Giuseppe Genna". Diamo per buona, e in linea con la coerenza di questo personaggio, la versione che l'autore dell'articolo ha desunto circa la mia esistenza e i passaggi della mia formazione. Quanto a ciò che appare come "pubblico" del sottoscritto, è tutto corretto.

Il giornalista, Carlo Donati, non ha ancora letto il romanzo Hitler, ma ha seguito con un'attenzione sconcertante l'officina teorica che si è dispiegata su questo sito nel corso della stesura e delle riflessioni postume sul libro.

hitler_romanzo_qn.jpgVa detto, con sincerità, che vedersi oggettificati in qualche modo (anche con la premessa delle avvertenze, di cui sopra, circa il carattere indecidibile tra vero e falso del personaggio autoriale) in una percezione del proprio percorso esistenziale fa sempre uno strano effetto - di più se il ritratto è fin troppo generoso.

Va da sé che qui si darà conto, per quanto possibile, degli eventuali articoli che accompagneranno l'uscita del romanzo Hitler. Per il momento, non disponendo di file digitale unico del testo dell'intervento uscito su QN, ne offro una lettura in immagine a definizione nitida: basta cliccare l'immagine a destra o il link qui sotto riportato e parte il relativo pop-up.

GENNA E I PICCOLI HITLER D'OCCIDENTE - di Carlo Donati, da QN



Le Lezioni di tenebra che hanno messo in moto il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgA quando risale l'idea di comporre un impossibile romanzo (ma una possibile narrazione) di cui la non-persona Hitler fosse il centro? Risale a dieci anni orsono, alla lettura di uno dei testi a mia detta più importanti della narrativa italiana contemporanea - Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Il motore è stato quello, è lì che mi è stato messo davanti agli occhi, da Janeczek, un possibile modello di rappresentazione che esulasse dall'estetica e dalla finzione inventiva, per dare corpo narrativo a ciò che non è possibile inventare, che non è possibile riguardare come romanzesco o prosastico, nel senso in cui "la prosa del mondo" è inefficace ad avvicinare il buco nero della Shoah. Sono debitore a Janeczek di dieci anni di meditazione e di ossessione creativa, tenuti a bada attraverso studi e riflessioni su come guardare in faccia letterariamente Hitler. Dal punto di vista della storia e della sociologia della letteratura, Janeczek aprì nel 1997 la possibilità di percorrere una strada che, dieci anni dopo, emerge prepotente e permette di raccontare esulando la radiazione della leggibilità lineare, e cioè della vendibilità di un'opera premasticata da un movimento di autocensura a favore di ciò che non è difficile. Il suo protocollo di rappresentazione è evidentemente, al tempo stesso, un apparente realismo che viene in realtà sfondato. janeczekin.jpgL'"io" autobiografico è talmente psicologizzato da risultare svuotato, esanime, non giudicante. Lezioni di tenebra narra del viaggio che la scrittrice (nella foto a destra) e sua madre, che fu lì deportata, ad Auschwitz - laddove viene rappresentata la scena più impossibile da rappresentare della nostra narrativa contemporanea - l'urlo cieco della madre che consente la condivisione, restaura l'empatia, ricuce la ferita tra umano e umano, risponde all'antimito Hitler annullandolo, arriva infine a permettere il rapporto tra madre e figlia, erede di un orrore che non ha vissuto in prima persona.

Sfortunatamente, o meglio sciaguratamente, Lezioni di tenebra non è più nel catalogo Mondadori. Si spera che si rimedi presto a questa clamorosa svista.

Pubblico di seguito due pezzi sul romanzo di Janeczek, che proprio a dieci anni fa risalgono e che erano già stati ripresi su i Miserabili: una mia recensione e un articolo da L'indice dei Libri.



La responsabilità di Hitler nel romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIeri, discutendo con due eccelsi intellettuali, di cui uno ha letto in anteprima Hitler, spiegavo la necessità della disgregazione di ogni mitologizzazione di Hitler, foss'anche quella dell'Invasato dal Male, a favore della piena responsabilizzazione di ciò che Hitler ha compiuto e dell'orrore a cui ha condotto la storia umana. Il fatto che, seguendo la nozione di "non-persona" elaborata da Fest, io sia giunto alla necessità narrativa di fare muovere il personaggio Hitler nella sua bolla vuota e congelata, destava alcune perplessità, che posso comprendere, nel secondo interlocutore, che il libro non l'aveva letto. L'argomento oppostomi è: se Hitler è il non-essere che appare, la deresponsabilizzazione non è ai suoi massimi di intensità? La risposta, a mio avviso, è no: soltanto ravvedendo in Hitler il non-essere, che corrode l'essere e frattura l'empatia che corre tra umano e umano, si giunge alla piena responsabilizzazione di questo carnefice. La sua specificità, se è la specificità del non-essere che appare nell'essere, non è quella del canale attraverso cui una supposta sostanza, che definisco non-essere, scorre e devasta il mondo. Tutt'altro: il non-essere che appare è topico ed è il culmine dell'individuazione. Mi è molto chiaro che queste categorie sono in disarmonia con quelle a cui apparentemente sarebbe abituato l'umanismo occidentale, ma il fatto è che proprio tali categorie sono la premessa a ciò che sto enunciando. Hitler è sempre se stesso e solamente se stesso. Nessuno entra nella sua bolla vuota - ogni empatia è interdetta, nessun affetto penetra il non visibile (ma assai sensibile) diaframma che separa Hitler dagli altri. Ciò è evidente a chi studi qualunque buona biografia hitleriana: da subito, Hitler è un individuo assoluto, che non ammette se non se stesso. Questo "se stesso" non è mai ambiguo: è incerto, è abulico, non sa a volte cosa fare, ma non irradia l'ambiguità umana, la possibilità effettiva di assumere su di sé il peso dei propri errori (nonostante Hitler ripetutamente dica di volerlo fare - ma è pura finzione). In questo senso egli diviene il più responsabile degli individui: poiché è il più individuato, non è umano. Dentro la bolla vuota, atmosfere di paura, panico, delirio si alternano - ma stanno in quella bolla. La condivisione è per Hitler un problema emotivo? No: non prova emozioni. Le emozioni provate (soprattutto per la morte della nipote Geli) sono finte: svaniscono nel giro di quarant'otto ore. La condivisione è per Hitler un problema perfino organizzativo: egli raddoppia le cariche e le competenze nel suo Stato maggiore e nella sua alta burocrazia, appositamente, perché si creino conflitti che soltanto lui può risolvere. Che non esista un ordine scritto firmato da Hitler che dà inizio al sistematico sterminio del popolo ebreo, è sintomatico: la scrittura non esce da quella bolla in cui abita l'apparenza della non-persona, e ciò corrisponde a una sua ossessione che data dagli inizi della sua vita: mai nulla di scritto deve essere lasciato, mai nessuna traccia scritta deve dare conto del non-essere che appare. La sua memorabilità gli pare garantita anche da questo essere individuato al di là di ogni possibilità osmotica e soprattutto da ogni traccia scritta di volontà personale.
Qui si incrociano i due piani del romanzo Hitler: quello storico e quello metafisico. Sul piano della storia, Hitler appare e compie quanto gli storici testimoniano e ricostruiscono; sul piano metafisico, Hitler è il punto terminale del non-essere che deflagra nell'essere. La sua responsabilità è dunque massima sul piano che mi interessa, cioè il metafisico; questione per storici è il consenso e la condivisione degli atti che vengono compiuti in armonia con la responsabilità assoluta e individuale di Hitler. La letteratura non è però sociologia. Io non affronto il problema del consenso, che da Kershaw a Goldhagen ha interpreti vari e discordi. A me interessa la quintessenza della non-persona Hitler: che non è un'essenza. Se scavo, ravvedo il vuoto (di qui l'impossibilità di una letteratura e la scelta di una letteratura: il personaggio che è la non-persona apparsa storicamente non può essere affrontata in termini di romanzo, esorbita e distrugge il romanzo, si autopotenzia nell'invenzione finzionale - Hitler non può essere il personaggio di un romanzo).
Ciò non significa che la responsabilità evapori: al contrario, la responsabilità è al culmine. Lo sterminio è ascrivibile a un massimo di responsabilità: che sta nella bolla vuota di questa non-persona. Lo è metafisicamente e lo è storicamente. Al polo opposto, che è l'umano aggredito, non esiste responsabilità: gli sterminati sono anzitutto privati di ogni responsabilità, si cerca cioè di separarli dall'umano. Il tentativo di Hitler, visto nella prospettiva del non-essere, è annullare, rendere non-essere, coloro che vengono sterminati. Nel sacrificio di queste vittime, che non hanno responsabilità del proprio eccidio, sta tutta la resistenza umana all'avanzamento del non-essere. Ciò determina che queste persone sono, al massimo grado dell'essere. E che, se io sono umano, è grazie a loro. Essi si autoperpetuano nell'essere: non è possibile che accada con la non-persona, a cui va vietata l'autoperpetuazione. La trasmissione del loro essere, in quanto umani alla massima intensità, permette la letteratura che rigetta le premesse dell'umanismo occidentale (e questa letteratura permessa dall'essere delle vittime è ciò che chiamo letteratura) che, rovesciandosi secondo propria coerenza interna, è diventato un antiumanismo - cioè l'impossibilità di porsi la domanda metafisica, di assumersi la responsabilità, di vivere l'ambiguità, di avvertire l'empatia, di stare in comunione con l'altro prima che intervenga l'idea occidentale dell'essere.



Il romanzo Hitler contro l'inganno del segreto di Hitler

hitlercovermedia.jpgHo già affrontato la sgradevolezza (che sul piano etico è ben più che tale) della spiegazione magica ed esoterica con cui si è tentato e si tenta di dare una forma di giustificazione e un rapporto causa-effetto alla sagoma vuota di Hitler. Questo errore fatale, a cui la storiografia hitleriana sembra consegnarsi nella sua quasi totalità, avviene perché la storiografia non intende minimamente accompagnarsi a una visione metastorica della vicenda umana. Così facendo, tratta Hitler come l'umano e tratta l'umano come una variabile determinabile da un complesso sistema di causa-effetto. Il risultato è sempre il medesimo: la necessità di approdare a una spiegazione, quasi che la storia fosse un'equazione e che oltre il segno "=" ci dovesse essere il disvelamento, la verità oggettuale e chiusa che rassicura. Nel caso di Hitler, le cose vanno molto diversamente rispetto alle analisi usuali: qui non si tratta di spiegare Napoleone a Waterloo o la guerra contro gli Imperi Centrali. Ne deriva che la sommatoria di spiegazioni storiografiche, che darebbero conto dell'elemento differenziale che portò Hitler ai vertici dell'orrore, è sbalorditiva. Una simile sommatoria di spiegazioni non è solo immorale, nel suo intento di giustificare ragionevolmente la figura di Hitler e quindi Hitler stesso, ma compie un danno che i cinquant'anni post-bellici hanno scontato e stanno scontando: ciò che resiste a tutte le spiegazioni, ciò che innesca l'interpretazione infinita, ciò che esorbita dalla somma delle prospettive diviene istantaneamente mito - è il mito,anche se si tratta di un antimito. E' sconcertante che in pochissimi hitlerologi abbia presa l'urlo di Lanzmann, che esige l'impossibilità della categoria di spiegazione, cioè di giustificazione, a proposito di Hitler: ne avverrebbe l'oscena deresponsabilizzazione e, conseguentemente, la mitizzazione.
Addirittura c'è un'intera area interpretativa, all'interno della totalità delle molte prospettive che tentano di spiegare Hitler, e cioè quella psicologica. Essa punta spesso morbosamente sulla morbosità sessuale dell'uomo che diede putrida vita al Terzo Reich. Sullo sfondo, però, c'è una spiegazione che richiama l'inconscio collettivo e che come conseguenza ha che Hitler sarebbe semplicemente un captatore di movimenti tellurici psichici. L'iniziatore di questa fallimentare e dannosa teoria è un testimone d'epoca: Cal Gustav Jung. Si sorvolerà sulle eventuali simpatie naziste del celebre psicanalista: basterà mostrare in che modo avviene la giustificazione (in Jung parla: interviste e incontri, edito da Adelphi):

jung.jpg"Nella società primitiva c'erano due tipi di uomini potenti. Uno era il capovillaggio, fisicamente possente, più forte di tutti i suoi rivali; e l'altro era lo stregone, che non era forte per se stesso, bensì in ragione del potere che il popolo proiettava su di lui… Orbene Mussolini è l'uomo della forza fisica… ha la psicologia del capovillaggio. Alla stessa categoria appartiene Stalin… Stalin è un predatore; non ha fatto altro che prendersi quello che Lenin aveva creato per affondarvi i denti e divorarlo… Hitler è tutt'altra cosa… Non c'è dubbio che Hitler rientri nella categoria dello sciamano… La caratteristica segnatamente mistica di Hitler è ciò che lo spinge a fare cose che a noi sembrano illogiche, inesplicabili, stravaganti e irragionevoli… la svastica è una ruota che forma un vortice ruotante incessantemente verso sinistra: il che nella simbologia buddhista ha un significato appunto sinistro, infausto, diretto verso l'inconscio. E tutti questi simboli di un Terzo Reich guidato dal suo profeta sotto le insegne del vento e della tempesta e del vortice incessante alludono a un movimento di massa che, in un uragano di emotività irrazionale, trascinerà il popolo tedesco sempre più verso un destino che nessuno può predire, tranne il veggente, il profeta, il Führer, e forse neppure lui… Il potere di Hitler non è politico: è magico… Il segreto di Hitler è duplice: primo, in lui l'inconscio ha accesso in maniera eccezionale alla coscienza, e secondo, egli se ne lascia dirigere. Possiamo paragonare Hitler a un uomo che ascolta attentamente il torrente di consigli che gli vengono sussurrati da una fonte misteriosa e che poi li mette in pratica… La sua Voce altro non è che il suo inconscio, sul quale il popolo tedesco ha proiettato il proprio essere: vale a dire, è l'inconscio di settantotto milioni di tedeschi. È questo che lo rende potente. Senza il popolo tedesco, Hitler non sarebbe quello che ora ci appare."
E' proprio la distorsione che con il romanzo Hitler ho tentato di frenare grazie alla narrazione: è la narrazione (non il repertorio tradizionale della letteratura) che può fermare il delirio di spiegazione e di giustificazione della non-persona. Essa va fatta agire vuotamente - questo esige l'invenzione di una forma che non sia invenzione finzionale. Conta maggiormente l'irradiazione di vuoto che la sagoma hitleriana emette piuttosto che l'atto che ne è solamente il sintomo.



L'umanismo occidentale come momento sorgivo di Hitler: l'esempio Blanchot

hitlercovermedia.jpgCosa ha fatto, di Hitler, Hitler? Nulla. Non esiste un Hitler. Hitler è sempre stato il medesimo. Uno studio attento delle sue origini e degli episodi, anche i minori, che costellano la sua apparizione è proprio la continuità congelata di un'idiozia che è, in realtà, un'alterità. L'impressione di qualcosa di alieno, che balugina nelle sue pupille e che tanto ha incantato gli hitlerologi, fino a farne una mitologia, non determina affatto l'unicità di Hitler, bensì il suo contrario: la non unicità in quanto non-essente. Non significa, questo, porre Hitler al di fuori del cerchio umano, il che mitologizzerebbe Hitler ulteriormente, molto più di qualunque spiegazione storicistica o psicologica. Il suo non-essere ha la possibilità di imporsi non per la presenza di un contesto tecnologico adatto a un male mai visto prima nella storia, il che non impedirebbe che questo male, per esito tecnologico, si ripetesse. Piuttosto Hitler si impone utilizzando tutta l'ambiguità della cultura nel cui brodo cresce: ignorante, approssimativo, velleitario, Hitler ha comunque a sua disposizione un armamentario che la cultura occidentale mette a disposizione al non-essere che appare. La non-persona parla e legge, usa la persuasione e la retorica, utilizza il linguaggio portando a termine le premesse rovinose della cultura occidentale che, non avendo realizzato il Libro come prassi metafisica, arriva al massimo a intercettare proprio l'ambiguità, l'incrinatura che permette la frattura tra umano e umano.

E' il caso, per esempio, di Maurice Blanchot. Le sue riflessioni sul Neutro e sull'Altro (in concordanza ma anche in decisiva divergenza con le meditazioni di Lévinas, sulle quali si consiglia di leggere qui e qui), sebbene interpretabili come estremo tentativo filosofico di suturare la ferita tra umano e umano tramite l'intelligenza di ciò che accade grazie alle premesse dell'umanismo occidentale, fallisce nel suo compito, poiché esula completamente dalla pratica interiore che il Libro indica, che le Scritture (e per gli occidentali il Talmud in primis) si sforzano di indicare, venendo ignorate in questo estremo appello, che è qui e ora da realizzare.

Pubblico perciò uno stralcio di un significativo saggio di Augusto Ponzio (Il neutro e la scrittura ante litteram, dalla rivista dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici), dove si inscena esattamente questo teatro filosofico, che è totalmente inadatto a rompere la continuità della radiazione extraumana che Hitler imporrebbe e che la storiografia, ma soprattutto la letteratura, ha evitato di spezzare.

Mi scuso con i lettori del sito per questi ultimi interventi, che sono difficoltosi a leggersi: sto tentando di mostrare le origini teoretiche del tentativo di rappresentare la non-persona che ho provato a compiere in Hitler. Il romanzo non ha nulla a che vedere con questa difficoltà teoretica, che è desumibile soltanto a livello critico, ammesso che il tentativo che ho fatto sia anche solo parzialmente riuscito. Ciò che si legge nel romanzo è molto semplicemente e linearmente la vita romanzata di Hitler (cioè una sequenza di scene - o metope - che rappresentano di anno in anno, o con salti temporali, ingrandimenti a grandangolo di ciò che la non-persona fa, non sentendo umanamente): poi ogni lettore trarrà le proprie conclusioni, nel caso avverta che ne valga la pena.



Nucleo metafisico del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgLa metafisica non è la religione. La metafisica è pratica coscienziale, cioè individuale e intima. Essa predispone alla realizzazione interiore individuale di ciò che è stabile a fronte dell'identificazione attuale nel divenire. Questo divenire in cui siamo immersi si presenta come essere a bassa intensità: il divenire è, ma è percepito diverso dall'essere. Questa percezione è tale, è diversa dalla percezione dell'essere: è allucinatoria. Ciò non significa che non sia reale - è reale nella prospettiva della percezione. Il divenire è transeunte: ciò esige che si abbia percezione di qualcosa che non è transeunte. Che cosa nella vita è stabile, non transeunte? Non c'è risposta mentale o linguistica a questa domanda: c'è la domanda da porsi.
Quanto qui detto si lega alla desunzione dell'oltrepassamento dell'essere cristallizzato che Emmanuel Lévinas dichiara non solo nei suoi scritti, ma esplicitamente nell'intervista qui pubblicata. E' il legame con il Talmud a permettere una simile concezione - tutta da realizzare, e non intellettualmente - di qualcosa che preceda l'idea dell'essere? Questa considerazione ha a che fare con il romanzo Hitler: laddove, partendo dalla nozione di "non-persona" formulata da Joachim Fest, giungo narrativamente a fare muovere nell'apparenza il non-essere, a definire Hitler come sagoma terminale del non-essere che l'occidente ha fatto penetrare nell'essere. Ci sarebbe da chiedersi perché, storicamente, Hitler appaia in occidente e non in oriente. A nulla varrebbe la spiegazione storicistica che solo in occidente ciò che ha compiuto Hitler era tecnicamente possibile. Non varrebbe a nulla perché la tesi da cui si parte è proprio che l'occidente stesso è Hitler, senza che che a Hitler sia sottratto un grammo di responsabilità: l'occidente che non ha compreso il Libro, che non lo ha praticato metafisicamente, che ha separato la realizzazione della domanda priva di risposta dall'umano. E' una denuncia che, dalle parole di Lévinas andrebbe esplicitata ed estesa. E che è in armonia con quanto i rishi orientali dichiarano circa il fenomeno detto "Maya": gli occidentali pensano che si alluda a un'illusione, al mondo come illusione. Mentre non è così: si sta dicendo che l'identificazione con la percezione porta ad assolutizzare qualcosa che è relativo, ed è proprio in questo modo che nell'essere penetra il non-essere e corrode l'essere stesso. E' ciò che, se si studia la vita di Hitler (letteralmente da idiota, tranne che in un decennio: non c'è la banalità del male, quanto a Hitler stesso, ma l'idiozia del male), ci si accorge che viene compiuto.
Si consideri perciò la seguente meditazione orientale, che corrisponde alla meditazione talmudica - è ciò che ha permesso al volto di Hitler di mostrarsi e di tentare di autoperpetrarsi al di là della morte fisica, in ciò che rimane dopo la sua opera di dissoluzione, e a cui bisogna opporsi per non garantire la vittoria postuma a Hitler medesimo (che corrisponde al noto comandamento di Fackenheim):

"I quattro elementi sottili della consapevolezza, cioè Manas (la mente), Buddhi (l’intelletto), Chittha (la volontà) e Ahamkara (il senso dell'"io") sono tutti Maya (movimento conformato, a cui si aderisce percettivamente). Che cos’è Maya? Maa (non) ya (esiste). Ciò che non esiste ma appare esistente è Maya; essa fa sembrare reale l’irreale ed il reale irreale. Un altro suo nome è Ajnana (ignoranza), che è ciò che nasconde la realtà, fa considerare esistente il non esistente, fa apparire vero il falso. Se vi muovete verso la luce, la vostra ombra cade dietro di voi ma, quando ve ne allontanate, dovete seguire la vostra stessa ombra. Andate in ogni istante un passo più vicini alla luce e quindi Maya, l’ombra, cadrà dietro di voi e non vi ingannerà."



Lévinas, o del nucleo del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgSe si legge La comunità inconfessabile di Maurice Blanchot, si fa l'incontro più opportuno e corretto con la filosofia di Emmanuel Lévinas, autore di testi fondamentali, quali Dall'esistenza all'esistente, Il tempo e l'altro, Difficile libertà: saggio sul giudaismo, Quattro letture talmudiche, Umanismo dell'altro uomo, Altrimenti che essere, Nomi propri, Dal sacro al santo, Di Dio che viene all'idea, Etica e infinito.
Lévinas è il fondamento di uno dei passaggi più difficili da affrontare e teoreticamente e narrativamente se si accosta la sagoma vuota di Hitler, per come io ho inteso rappresentarla. E' per me, come vado ripetendo spesso nell'arco di tutta l'officina teorica intorno alla composizione del romanzo, un momento cardinale di un processo che l'umanesimo, date le sue premesse occidentali, giunge a conclusione e compimento, nella vuota figura hitleriana: quella dell'antiumanesimo, cioè di un non-essere che non è relativo (non ha natura logica e ontologica secondo quanto al non-essere attribuisce Platone nel Sofista), ma è attivo, autoinoculantesi, corrosivo e ha una forma: è la negazione dell'alterità, poiché l'alterità è l'essere al suo massimo grado e lo è soprattutto in quanto immolata sugli altari della dimenticanza dal non-essere che agisce nell'essere, dal non-umano che agisce nell'umano. Si tratta di lasciare libero l'uomo al di là della libertà che l'ideologia ontologica può prescrivere (anche nelle sue declinazioni confessionali), e al tempo stesso di appesantirlo di una responsabilità schiacciante: non è automatico diventare nazisti, è questione di scelta, di rimanere ancorati a qualcosa che è talmente essente da superare l'essere per come logicamente lo si intende - è l'essere puro nella sua fase prelogica.
Qui, su questo punto, si consuma in Lévinas la rottura con Heidegger. A partire dalla contestazione a Sartre. Scrive il filosofo ebreo francese. "Il soggetto non risalta sull'essere per una libertà che lo renderebbe padrone delle cose ma per una suscettibilità preoriginaria, più antica dell'origine, suscettibilità provocata nel soggetto senza che mai la provocazione si sia fatta presente o logos che si offra alla assunzione o al rifiuto e si ponga nel campo bipolare dei valori. Per tale suscettibilità, il soggetto è responsabile della sua responsabilità e incapace di sottrarsi ad essa senza conservare la traccia della sua diserzione". Lévinas non esita ad indicare nella malia autoreferenziale l'essenza stessa della filosofia occidentale (cioè dell'emblema dell'umanismo) e argomenta: "Anche se la vita precede la filosofia, anche se la filosofia contemporanea, che vuole essere antiintellettualistica, insiste sull'anteriorità dell'esistenza rispetto alla essenza, della vita rispetto all'intelligenza, anche se in Heidegger, la gratitudine verso l'essere e l'ubbidienza si sostituiscono alla contemplazione, la filosofia contemporanea si compiace nella molteplicità dei significati culturali; e nel gioco infinito dell'arte, l'essere si libera dal peso dell'alterità. La filosofia sorge come una forma sotto la quale si palesa il rifiuto di impegnarsi nell'Altro, l'attesa preferita all'azione, l'indifferenza verso gli altri, l'allergia universale della prima infanzia dei filosofi".
E' un ulteriore ostacolo alla vittoria postuma di Hitler, questa dichiarazione di Lévinas. E che, con profondità, egli accenni al "gioco dell'arte" è un ulteriore sprone a disinvestire assolutamente dalla pratica di invenzione finzionale. Si esige qui di fare arte all'altezza del superamento dell'essere identitario che diverrebbe idolatria, che farebbe calare assolutismi in terra, miti e antimiti che sono miti, in nome del non-essere, che è sempre non-essere dell'altro, in quanto non-essere dell'"io", nello stesso istante in cui "io" e altro entrano in contatto.
Di seguito pubblico una bellissima intervista che Renato Parascandolo e Sergio Benvenuto fecero a Emmanuel Lévinas. Siamo in àmbito filosofico - ma l'estremalità Hitler costringe a smuovere tutto l'umano: arte, storia, filosofia devono essere rivisti alla luce della frattura comminata dall'estremalità che è il non-soggetto di cui ho tentato di occuparmi.



Dal romanzo Hitler: l'installazione APOCALISSE CON FIGURE

hitlercovermedia.jpgCome già annunciato, tutto il romanzo Hitler ruota attorno a una crepa, a una rottura, i cui lembi sono due pagine nere: si tratta del kaddish personale Apocalisse con figure (un titolo mutuato da Grotowski), il cui testo è stato anticipato inedito da l'Unità e letto a Officina Italia a Milano, in una versione ridotta e differente rispetto alla sezione interna al libro. Potete leggere una delle versioni qui e qui ascoltarne la lettura, mentre qui è acquistabile il libretto cartaceo della versione integrale stampato su Lulu.com.
Prima della chiusura per ferie invernali, su questo sito ho deciso di tentare la traduzione in slideshow di Apocalisse con figure: si tratta ovviamente di un analogon, che cerca di rispettare il comandamento poetico ed etico che viene conferito da Claude Lanzmann a qualunque tentativo di intrudersi storicamente o, peggio, esteticamente, nella questione della Shoah. Non ho dunque creato un'installazione come quelle già realizzate - qui non esiste alcun intento artistico, bensì il tentativo di abolire la vista a favore di quella che Lanzmann chiama "trasmissione" e Celan "testimonianza".
Non è dunque un'installazione: come il romanzo Hitler è un romanzo, così questa è una installazione.
Al solito: essa è scaricabile e visionabile in versione html per Mac e Pc, oppure solo per Pc in file eseguibile (per vedere a schermo intero, cliccare sulla freccina obliqua arancione in basso, una volta downloadato il file e fattolo partire). Dato il peso, che si aggira intorno ai 5 megabyte, si consiglia il download a chi disponga di adsl o banda larga.

Apocalisse con figure - slide - versione html (4.9M)
Apocalisse con figure - slide - file exe



Perché il romanzo Hitler oggi?

hitlercovermedia.jpgQualcosa si sta muovendo, in un momento in cui lo psichismo occidentale è vòlto alla preoccupazione di un decadimento che include perfino i fantàsmata apocalittici (e non per questo meno reali della concreta possibilità che si avverino) dell'estinzione di specie e di un mutamento definitivo del pianeta per mano umana (umana? Questa è la domanda...). Conati e rigurgiti del passato in forma di presente su cui incombe un futuro spettrale, tecnologie intrusive e aggressive al servizio della morte indotta, vizi e agghiaccianti comportamenti sociali, ricorso terapeutico a supporti artificiali - dove abbiamo visto prendere forma contemporanea tutto ciò? Io sostengo (e me ne prendo tutta la responsabilità) che la secolarizzazione avvenuta nel Novecento, grazie a radici ben più profonde e che affondano in tempi antichi, ha acquisito un senso nuovo rispetto a quello che poteva conferirvi un bigotto del XIX secolo. La secolarizzazione che viviamo per me coincide con l'incapacità umana di affrontare il nodo metafisico "Hitler": coincide con l'incapacità di ridurlo a ciò che è - cioè a ciò: che non è. Si tratta dell'inoculazione del non-essere tra persona e persona, nella comunità umana ferita irrimediabilmente nella sua componente che, a occidente, ha condotto ad apparenza il Libro, non letto, stravolto, non praticato intimamente. E' ciò che io intendo per fase terminale dell'umanesimo: noi non viviamo tempi umanistici, ma tempi antiumanistici. La fenditura da cui il non-essere penetra e dissolve pietas ed empatia tra umano e umano è l'apparire del non-essere stesso - cioè del non spiegabile non nel senso della teologia negativa, poiché nulla di divino o demonico connota questa apparenza che non è. Si tratta del non-essere che appare: questa "cosa" che appare non essendo è per me Hitler. Il Male che ha perpetrato non può essere sciolto con gli strumenti della morale semplice. In questo senso, il racconto supera la semplice morale e la semplice memoria.Il racconto deve essere vendetta, come recita Apocalisse con figure, e che interrompe momentaneamente, per forma contenuto e intensità di amore, la narrazione di una vicenda che testimonierebbe l'ingresso dell'antiumano nel cuore stesso dell'umano. In questo senso Hitler è per me un enorme esorcismo contro l'antiumano, condotto nei termini di una enunciazione in canto di parole non mie, e amorose, di testimonianza verso ciò che l'umano ha subìto e che ancora regge, sostanzia noi e il nostro essere nell'umanità umana ancora oggi, impegnati (epperò così in pochi rispetto a quanto dovrebbe l'umanità intera...) a suturare quella ferita, ad accoglierne la benedizione che essa irradia, secondo quanto dice il Libro stesso a proposito di Giacobbe.
Per questo pubblico di seguito un vecchio articolo di Marek Halter da La Repubblica: il ricordo di quanto accade nel giorno del Kippur 1941 a Babi Yar e come la commemorazione contemporanea vendichi attraverso amore l'opera di dissoluzione del non-essere che smangia, divora, stermina l'essere. Questo amore che ci mantiene passa necessariamente per il Canto dei Morti in devozione (non semplice memoria: devozione e gratitudine) per il popolo ebraico - ciò che le altre religioni monoteiste, come evidenzia l'articolo, non hanno ancora compreso, perpetuando la crepa tra umano e umano, essendo esse stesso veicolo di quel nuovo tipo di secolarizzazione che è il nemico della pietas, tratto che è il fondamento dell'apparire dell'umano ovunque esso appaia.



Quello che nel romanzo Hitler non c'è: il nazismo magico

hitlercovermedia.jpgHo sempre covato una certa irritazione per gli storici che hanno appuntato la propria attenzione a un determinato tipo di sensazionalismo, intorno a Hitler e al nazismo. L'impostazione del famoso saggio di Giorgio Galli, Hitler e il nazismo magico, che nasce da una pregressa intuizione de Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier, mette in luce incontestabili legami di ordine esoterico tra esponenti del Reich e massonerie varie, con il risultato di spiegare il nazismo stesso alla luce delle tenebre (o di quelle che il piacere del lettore complottista ritiene essere tenebre). La verità vera sarebbe altrove: ed ecco la distrazione fatale, ecco che Hitler non basta più a se stesso, dopo essere bastato a sei milioni di deportati ebrei e ad altri svariati milioni di caduti in guerra, civili e non. Questo tipo di modulo storiografico non sposta di un millimetro la realtà e la responsabilità connessa di ciò che avvenne. Non spiega minimamente il perché e il percome di certe apparenti anomalie che permisero al partito neonazista, lo NSDAP, di prendere il potere: l'aiuto bancario (anche grazie ai buoni uffici di Prescott Bush, patriarca della famiglia regnante USA), quello di Henry Ford (fitta la sua corrispondenza ideologica con il futuro Führer, a partire dal 1921), della Standard Oil, dell'IBM hanno in sé la risposta, che è dell'ordine del mercato. Tali e tanti furono i ventilati contatti esoterici di Rudolf Hess, che se lo tennero in carcere in Inghilterra fino al termine del conflitto. Hitler aveva un mago di fiducia (Hanussen: lo fece uccidere poco dopo l'autoincendio al Reichstag) e credeva negli oroscopi: e allora? Fatto sta che nel '38 molti esponenti della Società Thule, la cricca esoterica di Von Sebottendorff, che veramente è l'ultima Thule dei revisionisti esoteristi, furono mandati nei campi, che a quei tempi erano ancora centri "di rieducazione" e non ancora di sterminio. Hitler non smetteva di parlare male, tra gli intimi, delle "pacchianate pagane" di Heinrich Himmler. Il quale, dal canto suo, è vero che giunse a credere di essere la reincarnazione di Enrico il Plantageneto e organizzò secondo canoni di esoterismo pratico l'ordine delle SS.
Nella stesura del romanzo Hitler è stato scartato da subito è proprio questa tentazione non soltanto di spiegare Hitler (che è cosa ben più seria e mette in scacco l'ontologia di qualunque hitlerologia storiografica), quanto di spiegare Hitler con una sottospiegazione, che ha in sé una fascinazione pericolosa, inquinante oltremodo, fumosa al punto che lo sguardo - che deve essere testimoniale e lucidissimo - non riesce a vedere oltre la cortina spessa e livida di quel tenebroso vapore. Cortina fumosa che diviene, nei nostri decenni, uno degli elementi portanti del Mito di Hitler (la medesima operazione non ha funzionato col tentativo, pure effettuato, di legare Evola al regime mussoliniano). Proprio per questo, considero l'ermeneutica esoterica una delle emanazioni di quella che si potrebbe convertire nella "vittoria postuma" di Hitler: ciò che il romanzo si propone di impedire sul piano letterario e metastorico.
A tale proposito, pubblico una significativa intervista che giorgio Galli ha rilasciato al periodico 30 giorni, diretto da Giulio Andreotti.



La linea storica del romanzo Hitler: Fest vs Kershaw

hitlercovermedia.jpgUno dei molteplici problemi che ci si deve assumere per scrivere un romanzo su Adolf Hitler, poetiche ed estetiche di rappresentazione a parte, consiste nella scelta di una linea storica da seguire. Si intenda per linea storica: la successione degli eventi, che dalle biografie emergono ambigui perfino nelle date, nelle grafie, nelle decisioni su cosa inserire nell'ovale luminoso e cosa lasciare in ombra. Il problema, per il narratore, coincide dunque con un problema ancora più profondo: che è quello di emendare l'invasiva interpretazione che gli storici hitlerologi hanno dato di Hitler, cercando la spiegazione, tentando di isolare elementi che potessero indicare il punto o la dinamica di trasformazione da un supposto Hitler edenico (spesso: il bambino, che sarebbe stato innocenza) allo Hitler che è pronto a sterminare un popolo. La scelta personale è caduta su un mix di testi biografici e di saggi specifici (tematici: per esempio Erich Schaake, ma non solo lui, sulle donne di Hitler; oppure teorici, come quelli di George Mosse o quello di Ian Kershaw sull'enigma del consenso, che per me non ha nulla di enigmatico). Sono il testimone diretto William L. Shirer (con l'aggiunta dei reportage in Qui Berlino) e il biografo Joachim Fest (con l'appendice de La disfatta) le scelte che ho compiuto - emendando ogni giudizio, tranne quello, per me già formulato e ritrovato in Fest, di Hitler come vivente una bolla vuota: la non-persona che ho tentato di rappresentare. Ho totalmente evitato, invece, l'interpretazione iperstoricistica, che a mio parere va a deflettere la colpa e l'estremalità ontologica di Hitler, data da Ian Kershaw, la cui monumentale biografia è virata secondo un preciso indirizzo, contestato dallo stesso Fest.
Di una simile cotestazione è testimonianza una fondamentale intervista che Fest rilasciò al Corriere della Sera in occasione dell'uscita della biografia di Kershaw e che qui di seguito riproduco: vi si leggerà come perfino i più rigorosi storici lanciano un appello (del tutto inascoltato) alla letteratura, poiché a questo li constringe l'estremalità di cui si diceva.



Avvicinamenti al romanzo HITLER: Paolin su Littell

hitlercovermedia.jpg1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio - Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
11. Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell
12. Avvicinamenti al romanzo: Sebald e Austerlitz

Demetrio Paolin era già intervenuto, a proposito della nozione di "Zona Grigia", nel dibattito su Littell e il suo Le Benevole. Sulla splendida biblioteca di Babele recensoria che è Bottega di lettura, ha adesso pubblicato un articolo, che condivido in ogni sua sillaba, circa la struttura poetica e immediatamente morale del romanzo di Littell, soffermandosi tuttavia anche sulle implicazioni strutturali e stilistiche, e proponendo un paragone che, ai critici letterari, può apparire scabroso, ma che di fatto non lo è, in quanto è emblematico della leggerezza etica che implica l'atteggiamento poetico di Littell. Ripresento qui di seguito l'articolo di Paolin, che rimane una panoramica penetrante, poiché fa riflettere su temi centrali, che sono poi ancora più centrali per uno scrittore che ha tentato di affrontare la rappresentabilità non del nazismo, bensì di Hitler stesso.



Il romanzo HITLER: fare ed evitare La caduta

hitlercovermedia.jpgUno dei protocolli rappresentativi che potevano interessarmi, nel rappresentare in forma di romanzo quel buco nero che è Hitler, non è letterario, poiché non avevo alle spalle letteratura che mi sostenesse: è un protocollo rappresentativo cinematografico. Si tratta del film La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler, del regista Oliver Hirschbiegel, dove Hitler è interpretato da uno strepitoso Bruno Ganz. Ciò che mi interessava erano i momenti che potevano risultare (ma non erano) documentaristici, mentre rigettavo tutto ciò che di collaterale e inventato veniva inserito. Il film fu realizzato con la consulenza di Joachim Fest, sulla traccia della testimonianza resa dalla segretaria personale del Führer, Traudl Junge (testimonianza peraltro contestata). Soltanto un hitlerologo può comprendere un'operazione come quella che Hirschbiegel compie a tratti - e sono i tratti per me decisivi: è dagli ultimi filmati in cui si scorge Hitler e dalle foto finali che partono alcune delle sue scene, le quali, sviluppandosi, si attengono al dettato di Fest (per esempio, il momento in cui Hitler esce coi gerarchi dal bunker, per premiare i bambini della Hitlerjugend che difendono Berlino: un calco dell'ultimo filmato originale che riprende in vita il dittatore). Lo storico si chiudeva nel camerino con Ganz per due ore, prima che una scena venisse girata. A risultato concluso, Joachim Fest ritirò la firma della consulenza. Perché? Non si conoscono i motivi, anche se si sospetta che coincidano con le ragioni che spinsero Wenders a contestare duramente la pellicola: ne veniva fuori un Hitler troppo umano. Ed è vero: per cui, La caduta si pone come possibile modello rappresentativo e anche come il suo opposto - cioè ciò che non si deve fare, la concessione empatica a Hitler. Questa empatia viene soprattutto enfatizzata dal soffermarsi della cinepresa sul tremito parkinsoniano della mano che Hitler nasconde dietro la schiena. La si vede troppe volte, è un segno che Hitler è umano ed è il corrispettivo dell'appello dell'SS Max Aue, in incipit delle Benevole di Littell: "Fratelli umani". Nego questa fratellanza. Questa fratellanza va negata. L'impostazione della Caduta diviene, tramite empatia, il dramma di un uomo, aspirando a rappresentarne la tragedia. Non riesce a rappresentarne la tragedia perché il tragico è altra cosa, ma riesce a rappresentarne il dramma, che presuppone una continuità tra Hitler e l'umano che, per lo stesso Hitler, non esisteva (Hitler stesso disse all'ambasciatore spagnolo, Espinosa: "Sono un uomo, ma di altra specie" - si deve partire di qui, a mia detta).
Il problema di rappresentazione di Hitler, a mio parere, può attenersi soltanto al movimento di dilatazione oculare circa ciò che è accaduto, affinché sia mostrato il vuoto che Hitler incarna. Questo vuoto è non-essere, negazione dell'empatia e apertura della faglia e della ferita tra umano e umano. Si tratta di qualcosa di estremamente contagioso, che funziona per metastasi, e a cui soprattutto l'artista deve opporsi. Non però con i mezzi dell'umanesimo occidentale che figlia Hitler, realizzandosi nell'opposto di se stesso: nell'antiumanesimo. C'è da ragionare circa il perché Hitler appare in Occidente: io non credo nella determinazione da parte della tecnologia, nella destinalità della tecnologia che figlia Hitler (la questione dei campi come possibilità tecnologica che, prima di Hitler, non era data: non è questo il cuore del problema, per me - e non soltanto per me). L'umanesimo occidentale accumula nubi per secoli, finché le nubi non scaricano sulla terra un fulmine - qualcosa di elettrico, impulsato, che lascia sentore di ozono dove cade, dove cade brucia tutto e lo annichila, separando anziché unire il cielo e la terra: è, insomma, qualcosa di totalmente altro dall'umano.
A ciò si aggiunga una difficoltà ulteriore: rappresentando Hitler nel modo in cui vado dicendo, sfumerebbe la possibilità di dire che nessuno è immune dall'essere nazista. Io non credo a questa celebre massima: è la linea di discrimine in cui l'umanità si trova sempre. Alla prova dei fatti, quando era possibile diventare nazisti, molti non lo diventarono e pagarono con enormi, o insuperabili sul piano ontologico, sofferenze e orrori la propria scelta - a riprova che bisogna rovesciare questo ulteriore truismo in una verità meditata: ciascuno è libero di scegliere di non diventare nazista, conoscendo ciò che comporterà per lui tale scelta che ribadisce l'umano e la libertà autentica.
Infine, un'altra distanza dalla Caduta. Il film si erge come LA pellicola definitiva sulla fine di Hitler. Questo sogno di unicità è esattamente l'umanismo rovesciato, è un sogno artistico demiurgico che esprime la retorica precisa con cui Hitler appare e si impone. Quindi, il romanzo Hitler ha predisposte in sé le difese, tutte annidate nel testo, per evitare tale retorica: lo Hitler che ho scritto non è il romanzo finale su Hitler, anche e soprattutto perché è il primo a essere scritto.
Riproduco una sintetica ma puntualissima recensione cinematografica a La caduta, pubblicata su Cinemavvenire, a firma Guido Vitiello: concordo su ogni punto evidenziato dal critico, a parte il giudizio dato sulla biografia hitleriana di Fest, che definirebbe il Führer come figura "eroica e plutarchiana": tutt'altro, se è vero che il lungo capitolo centrale è una rigorosissima meditazione su Hitler come "Non-Persona", e non esiste altra biografia che testimoni della vuotaggine e dell'abulia idiota di Hitler lungo tutta la sua esistenza.



Avvicinamenti al romanzo HITLER: Sebald e Austerlitz

hitlercovermedia.jpgTre sono le dedicatarie del romanzo Hitler. Una è Helena Janeczeck, che ha messo in moto, con il suo "romanzo" Lezioni di tenebra, nove anni orsono, il progetto necessarissimo (per me, ovviamente) di osservare letterariamente Hitler: questo volto a cui gli scrittori si sono appoggiati senza guardarlo in faccia, senza scoprire che questo volto (iconizzato, reclamizzato, mitologizzato) è un volto bianco, vuoto, privo di caratteristiche - come ribadito ossessivamente, il volto che non è, il volto di una bolla di non- essere, il volto della non-persona. Un'altra delle deicatarie è Babsi Jones, l'autrice di Sappiano le mie parole di sangue. La spinta meditativa che mi ha fornito, nel momento in cui, dopo anni di studio, mi accingevo tra mille incertezze a scrivere, è stata fondamentale. Così come quella, ancora più decisiva, poiché mi è stata allestita una fucina teorica e pratica su forma e struttura e poetica, che Donata Feroldi, la terza dedicataria del libro, mi ha dato con una generosità da lasciare allibiti. Babsi Jones, tuttavia, e proprio in linea con la poetica dello sguardo da un tempo assoluto, che è il qui e ora, è riuscita retroattivamente a imporre uno sguardo confermativo e ulteriore sul Hitler.
sebald_austerlitz.jpgQuesta estate, in condizioni personali assai penose, in un luogo indicibile (che sarà tra l'altro il soggetto, lo sfondo e la sostanza del "romanzo" che verrà pubblicato presso Mondadori dopo Hitler, prevedibilmente a fine 2009 o inizio 2010...), mi ero portato molti libri da leggere. Tra questi, Austerlitz di W.G. Sebald. Non riuscivo a sfondare la lettura, mi respingeva. Storia naturale della distruzione lo lessi in un giorno. Austerlitz mi opponeva come un muro. Raffinato, warburghiano - eppure spaventoso, in qualche modo - in qualche modo ne avevo paura. Tornato a Milano, ne parlai con Babsi che mi spronò, dicendo che era fondamentale per me leggerlo. Lo feci. Era fondamentale.
A cominciare da qui: "Tutti questi oggetti inerti che mi circondano - penso - sono l'unica traccia della storia individuale delle persone imprigionate e uccise ad Auschwitz".



HITLER - romanzo: la quarta di copertina

hitlercovermedia.jpg[Per chi ha seguìto le riflessioni e letto i materiali allestiti nell'officina del romanzo HITLER, che, come detto, è in uscita presso Mondadori il 16 gennaio 2008 a 19 euro, la quarta di copertina non costituirà novità: è la sintesi dell'atteggiamento di poetica adottato nella difficoltosa opera di ricerca di un modulo per rappresentare il non-essere che appare, oltre che il tentativo di risarcimento amoroso che per sua natura oltrepassa quel non-essere e fa coincidere con le vittime della Shoah, che sono i rappresentanti dell'essere avvertito al suo livello più intenso. Per i lettori che non hanno mai messo naso nell'officina del romanzo, la quarta di copertina costituisce un'ideale summa di tutto quanto ho tentato di ragionare nel corso delle mie meditazioni - ogni frase potrebbe dare vita a una digressione che spieghi e dipani l'orrore e l'errore, e la colpa che la scrittura condurrebbe su di sé qualora fosse finzionale. gg]

Il personaggio che si muove attraverso snodi poco conosciuti oppure tristemente noti, il protagonista di queste pagine è di fatto Adolf Hitler.
E questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto su tutta l'esistenza di Adolf Hitler.
Non ci sono discronie né invenzioni; Genna piuttosto dilata particolari e fatti reali della vita del Führer, dalla sua infanzia fino al suicidio nel bunker, con sguardo attonito di fronte allo scatenamento di uno tsunami di coincidenze che conducono al potere una nullità: l’omuncolo destinato a produrre la più efferata tragedia della storia.
Hitler è, secondo il suo biografo Joachim Fest, la “non persona”, un essere che irradia non essere e morte, banalità e follia, l’ uomo le cui donne - tutte – tentarono il suicidio. Ma qui non c’è quasi nulla della morbosità che affligge tanta storiografia hitleriana, né indagini fantasiose sulla sua vita sessuale né evocazioni di inverificate forze esoteriche: Hitler è irrevocabilmente consapevole e responsabile, gli eventi sono descritti per come è accertato che andarono. Ricamare con la finzione sulla ferita che ha marchiato a fuoco il Novecento sarebbe osceno.
Strutturato per capitoli concepiti come le metope di un frontone, il romanzo di Genna sorprende per come connette i fatti più risaputi con elementi assai poco noti della vita del Führer. Dall’incredibile labirinto familiare da cui fuoriesce il piccolo Hitler, con i suoi deliri di grandezza e le sue improvvise abulie, all’esperienza limite dell’umanità disfatta nel gorgo della Männerheim, l’ostello per poveri e criminali dove passa anni da nullafacente; dall’esposizione al fuoco e ai gas della Prima guerra mondiale al ricovero in ospedale; dal rapporto incestuoso con la nipote Geli Raubal al comporsi dell’abominevole, grottesca corte dei suoi scherani.
Quest’opera ispirata e severa smonta qualunque funzione mitica attribuita al Führer, è il canto che non può ma vorrebbe risarcire di amore e di pietà le vittime del suo sterminio. Senza nulla concedere a lui personalmente, all’essere che più di quaranta volte pensò di suicidarsi, non riuscendoci che alla fine, dopo aver trascinato con sé nel baratro milioni di vite.



Il romanzo è: HITLER

Dal 16 gennaio 2008 in libreria, per la collana SIS di Mondadori, a 19 euro: hitlercovermedia.jpg
Ecco dunque svelato il soggetto del romanzo di cui si è attrezzata qui l'officina. Le bozze sono corrette, la copertina è decisa [cliccarci sopra per una versione ingrandita]. L'avvicinamento a HITLER continuerà fino al giorno della sua uscita e oltre, con materiali ulteriori di riflessione. Pubblico qui di seguito una nota, che non sarà edita nel volume, in cui chiarisco gli elementi essenziali di poetica personale che ho cercato di realizzare in questo libro.

POETICA E COSTRUZIONE DEL ROMANZO

Questo libro, prima di essere scritto, ha subìto una gestazione di dieci anni precisi. E’ nato (di qui, una delle dediche) per uno scatenamento interiore provocato dalla lettura di un “romanzo”, che attualmente considero uno dei capolavori in assoluto della letteratura italiana contemporanea: Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Non soltanto la lettura, ma anche la frequentazione continuativa dell’autrice mi hanno spinto alla stesura di quello che, con mia somma sorpresa, si rivela essere al momento il primo romanzo al mondo su tutta la vita e gli orrori di Adolf Hitler. La mia sorpresa è dovuta al fatto che, mentre in altre arti sono state create su e contro Hitler opere di valore imprescindibile (e specialmente nel cinema: dal fluviale Hitler: un film dalla Germania di Syberberg fino all’ultimo in ordine di tempo, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler di Hirschbiegel), la letteratura ha intrattenuto con la figura di Hitler un rapporto casuale e mitologizzante, facendo spesso sponda e non indagine veritativa su questa sagoma apparentemente umana, utilizzando la finzione e aumentandone l’aura livida e morbosamente piegabile a ogni invenzione (gli ultimi casi sono Il castello nella foresta di Norman Mailer, forse il suo peggior romanzo, e Le Benevole di Jonathan Littell, che è uscito in Francia mentre terminavo la scrittura del mio testo ed è del tutto naturalmente l’“avversario poetico” del mio libro).



Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio - Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male

gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All'ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata - un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale... gg]

DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli

littellface.jpgCaso letterario dell'anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l'altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi - che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli - che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d'accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos'altro, e più interessante: una crisi - non solo personale - di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l'enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto - si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?



Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio - Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male

Su suggerimento di Antonio Scurati, a proposito del romanzo, di cui qui si possono visionare i materiali di riflessione che hanno condotto alla stesura, ho visionato un testo fondamentale del filosofo e semiologo Hubert Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto, uscito per i tipi Cortina. didi_huberman.jpgE' a partire dalle sequenze di immagini scattate all'interno del campo di sterminio di Auschwitz (nel '44, da un deportato noto col nome di Alex) che il filosofo francese, evitando la feticizzazione dell'immagine stessa, tenta di avvicinarsi alla possibile rappresentazione dell'orrore. La rappresentabilità degli esiti del Male Assoluto è qui in questione. Qualcuno ricorda un monito di Agamben: se non fosse possibile immaginare quel Male, si darebbe ragione ai nazisti, che sostengono: "La storia dei lager la detteremo noi".
Fatto sta che la storia dei lager non l'hanno dettata i nazisti e nessuno ha impedito a nessuno di immaginare cosa successe ad Auschwitz. E' piuttosto nella disgiunzione tra il sentire metafisico e l'immaginarsi Auschwitz che avviene la sconfitta di tutto il protocollo umanistico occidentale - o, meglio, il suo inveramento, che è Auschwitz stessa. Poiché l'immaginare viene pensato dall'Occidente come connesso eventualmente all'emotivo, e l'emotivo non è il piano dell'ontologico, dove risiedono gli effetti del Male Assoluto. Quando scrivo "piano ontologico" non intendo qualcosa di differente rispetto alla storia umana. Se però la storia umana non è sacra in forza della pietas e dell'empatia, o se l'empatia e la pietas non giungono alla percezione dell'assolutezza del gesto umano, l'emozione e l'immaginazione e tutta la cultura divengono un campo di coltura delle premesse che giungono a una conclusione inevitabile, inevitabilmente voluta: il disgiungimento assoluto tra umano e umano. Quando Adorno sentenzia che "è impossibile scrivere dopo Auschwitz", ha ragione - poiché ormai conosce bene il potere delle immagini, sganciate dal sacro e dal metafisico. E' questo lo snodo fondamentale: se si perde la sacralità dell'empatia, l'umanesimo si rovescia nel suo opposto, l'antiumanesimo.
Non è perciò data, almeno per me, alcuna rappresentabilità degli esiti del Male Assoluto: non immagino, cioè non invento, l'orrore abissale avvenuto in quella breccia della storia umana che fu il campo di sterminio nazista. Se lo immaginassi, la storia dei lager verrebbe dettata dai nazisti. La rappresentazione del Male Assoluto è possibile soltanto quando la rappresentabilità stessa è nella sacralità, è nella metafisica: soltanto chi ha vissuto la storia del campo di sterminio può rappresentare. E' questo a conferire l'unicità della Shoah. Altrimenti, all'unicità dello sterminio ebraico corrisponderebbe l'unicità di chi lo ha perpetrato - e questa è una vittoria postuma che non si può concedere ai nazisti.
A noi tocca creare all'interno di un cerchio ristretto di rappresentabilità: si esige una potente, lunga e ponderatissima meditazione sulla rappresentazione di chi ha commesso il Male, non del Male commesso. Questa rappresentazione esige lo sforzo di adoperarsi per una forma che annulli il primato ontologico di chi esercita il Male, per disgiungerlo dall'unicità dello sterminio. Se non fosse così, l'unicità della Shoah manterrebbe in vita il ricordo di chi praticò quel Male, mitologizzando. Di ritorno, l'unicità della Shoah rischierebbe di essere considerata alla stregua di un mito: ed è proprio il movimento che compie chi secerne vergognose tesi revisioniste. Bisogna andare al di là della nozione di persona, a proposito di chi compie il Male. Se è un unicum, si tratta di un unicum che non esiste, che non è, che non ha statuto di essere: bisogna sottrarre statuto di essere a colui che compie il Male assoluto. Questo zero, questa Non-Persona è una discontinuità nella storia umana: appare come umano e non è un umano. Quale forma di rappresentazione, dunque, utilizzare?



Avvicinamenti al romanzo: la rappresentezione del Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
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3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
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5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio - Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell

bataille.jpgEsattamente come Alessandro Piperno, che si riappropria di una supposta assolutezza dissacratoria della letteratura, Felice Piemontese, autore di una recensione de Le Benevole di Littell sul Mattino, la fa facile: "Fino a che punto il Male può essere mostrato, senza schermi e senza infingimenti? Sono le stesse obiezioni che furono, e sono, mosse a Sade o al Pasolini del «Salò» e a cui si può rispondere - con Bataille (caro a Littell) - che lo scrittore autentico è colui che trasgredisce o mette in discussione convenzioni e interdetti, principi di uniformità e di prudenza essenziali". Così è facile: non si assume a fondo lo sguardo dello scrittore che, non a caso, con l'Olocausto non intrattiene da cinquant'anni un facile rapporto.
Se è vero che "il bene non fa romanzo" (e quanto mi piacerebbe sfatare questa specie di credenza superficiale...), è anche vero che non lo fa il Male. Poiché né Sade né Pasolini toccano l'estremalità della Storia, che fu l'Olocausto - essi distrussero tabù, rovesciarono uno stato di fatto morale: rappresentarono il male (il relativo all'umano) e non il Male (il relativo all'inumano). Sebbene, e questo va chiarito, Pasolini, nella sua denuncia contro la mutazione antropologica occidentale, ravvisava perfettamente le radici di quella deriva: era essa stessa un sintomo di un Male che era ed è in dilagante contagio. Aperta, la crepa non è stata chiusa: almeno, non dagli scrittori.
E nemmeno da Bataille, così amato da Littell, il quale non fa occultamento della perversione attiva che il male relativo può esercitare, mentre il Male assoluto no. Già La letteratura e il male di Bataille è l'esito che la crepa ontologica, questa faglia imposta dallo sterminio ebraico per mano di Hitler, è ormai attiva, non compresa, evidenziata nel suo pernicioso nascondimento: che è quello di perpetuare carsicamente la fine dell'umanesimo.



Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
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4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio - Levi Della Torre e Mengaldo

caduta.jpg[Dall'officina teoretica di Autet - Autismo eterorivolto, uno degli infaticabili creatori del sito, Giacomo Pellizzari, mi ha inviato queste riflessioni che concernono quanto da me accostato, a partire dallo Zibaldone, a Le Benevole di Jonathan Littell. Sebbene decisamente orientata in senso filosofico, e heideggeriano per la precisione, questa meditazione enuncia con intensità folgorante quanto intendevo dire io più cripticamente: è esattamente la mia personale prospettiva sulla drammatica questione, sia in senso esistenziale sia in senso essenziale. L'unico punto da cui mi discosto e su cui vorrei nei prossimi giorni dipanare l'equivoco riguarda il giudizio di Wenders sul film La caduta: concerne la questione dell'abitare la domanda heideggeriana senza rispondervi. A mio avviso, la risposta non può essere finzionale nel senso in cui la fiction è intesa coi canoni odierni - va cercata una forma diversa, spetta alla creatività dell'umano trovare questa forma che tenga la totalità del tragico senza esibirne smaccatamente la maschera, cioè senza amplificare lo smacco dell'umanesimo che il nazismo ha imposto come separatezza ontologica tra uomo e uomo. gg]

L'ERRORE LITTELL
di GIACOMO PELLIZZARI

Tu dici che Littell si è fermato a un piano "ontico", senza entrare nell'ontologico. Cioè ha scritto dimenticando di far parte, come tutti noi, di ciò di cui scrive. E' come, mutuando dal passo dello Zibaldone che citi, se avesse guardato "da fuori" ciò in cui è in realtà dentro fino al collo. Ciò che fonda la sua, come la nostra, esistenza storica. E, aggiungerei, morale. Come se, per l'appunto, il nazismo fosse qualcosa che non può esser guardato e colto "da fuori" (fatti salvi i testi di storia e le cronache), ma solo "da dentro". Cioè, per l'appunto, raccogliendo le testimonianze dirette. Cioè solo chi vi è dentro per davvero può raccontarlo per davvero. Chi vi è fuori, proprio in quanto in realtà vi è dentro (ovvero tutti noi, che non l'abbiamo vissuto, ma che proprio nei fatti della seconda guerra mondiale e nello sterminio degli ebrei, nel considerarli il "sommo male", da un punto di vista esistenziale, fondiamo la nostra moralità e la nostra esisenza), non può raccontarli. Nemmeno attraverso la finzione narrativa. Anzi soprattutto attraverso la finzione narrativa, come invece fa Littell, cadendo in errore. Una fallacia etica. Occorre cioè un comportamento "morale" (nel senso nobile del termine) da parte di tutti coloro che non hanno vissuto il nazismo e che pure, prorpio nella loro sfera morale, sui fatti del nazismo fondano la propria identità.
Noi siamo il ripudio del nazismo. Noi siamo "mai più". Non possiamo uscire da noi stessi, per vedere ciò che ci fonda in quanto individui morali. Possiamo al massimo apprenderlo, abitarlo. Come si abita la domanda heideggeriana. Cioè senza rispondervi. La nostra dimensione ontologica è quella di abitare il nostro essere esistenzialmente "ripudio" del nazismo. E mai, nulla al mondo, giustifica un nostro sconfinamento, attraverso finzioni letterarie o cinematografiche, nel tentativo di testimoniarlo e di raccontarlo come fosse cosa "normale" o che "può capitare".
Per questo Lanzmann sì, ma Littell no. Per questo (e consiglio di trovare l'articolo, apparso sullo "Zeit", con cui Wenders condannava il film La Caduta con Bruno Ganz, sugli ultimi giorni di Hitler, circa tre anni fa) ogni scrivere di Shoah deve essere "fare memoria". Comportarsi ontologicamente e, direi, heideggerianamente in modo "autentico" nei confronti di ciò che si è.
Noi siamo il non-nazismo. L'esserlo è il nostro compito. L'unica forma di vita "autentica" che ci è storicamente concessa. Se scriviamo, attraverso finzione letteraria, la barbarie di un ufficiale immaginario delle SS che ci chiama "fratelli", compiamo uno sconfinamento nell'ontico. Cioè in cio che non siamo e non possiamo che non essere. Cioè uno sconfinamento nel "si dice", nella "chiacchiera" della vita inautentica.



Avvicinamenti al romanzo: un dialogo illuminante

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
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4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze

Sul tema della memoria, la trasmissione Uomini e profeti di Radio 3 ha recentemente intavolato un dibattito illuminante, anche e soprattutto alla luce di quanto si è tentato di dire a proposito della questione-Littell e del suo romanzo-mondo Le Benevole. Il tema del colloquio è in che modo la cultura ebraica ha elaborato le atrocità della Shoah e in che rapporto si pone nei confronti della sofferenza di altri popoli. Intervengono lo studioso di ebraismo Stefano Levi Della Torre, il palestinese Mahmoud Al Safari e lo scrittore Pier Vincenzo Mengaldo (autore dello studio di esemplare acribia La vendetta è il racconto. Testimonianze e riflessioni sulla Shoah, edito per i tipi Bollati Boringhieri. Dalla cui impostazione iniziale non discordo, ma dai cui esiti teorici sì).
La mia personale prospettiva coincide totalmente con le meditazioni di Levi Della Torre.

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Avvicinamenti al romanzo: le bozze

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
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4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi

Sono arrivate le bozze del nuovo libro, il romanzo, la cui uscita in libreria è prevista da Mondadori per il 15 gennaio 2008. Al momento torreggia sul mio tavolo di lavoro un blocco che ammonta a 588 pagine. La correzione è abbastanza impegnativa e, sicuramente, è la più complessa tra tutte quelle che finora ho affrontato. Già da ora vorrei ringraziare le persone che si stanno facendo in quattro per la lavorazione, i cui nomi appariranno sulla pagina finale, quella delle note e dei ringraziamenti.
Quando titolo e copertina saranno definitivi, ne darò comunicazione qui, mostrando, infine, il soggetto del romanzo, ormai intuibile a molti, ad altri ancora non chiaro - verrà svelata l'identità delle Non-Persona di cui ho discusso nella costruzione dell'officina che ha accompagnato la stesura del romanzo.
Nei prossimi giorni, comunque, nonostante la carenza di tempo imposta da un lavoro quotidiano assai pesante, continuerò nella serie di "avvicinamenti" che ho iniziato a pubblicare da qualche giorno.
Una buona giornata a tutti i Miserabili Lettori! gg



Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi

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3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell

C'è un passo dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi che, per metafora, colpisce esattamente quanto penso sia errato nell'atteggiamento etico che Littell sfodera nell'affrontare, ne Le Benevole, la questione ontologica degli esiti del nazismo, con tutta la sua poetica che fa perno su tale atteggiamento. Leopardi oppone due specie di filosofi, che vanno qui sostituiti con l'idea di "scrittore". Siamo al momento iniziale, preiniziale della stesura: siamo al momento dell'assunzione di responsabilità rispetto all'intenzione di narrare quell'estremalità della storia. La prima specie di scrittori ben rappresenta, a mio parere, il tentativo di Littell. La seconda specie è la premessa necessaria invocata e praticata da Lanzmann, Fackenheim, Levi - ed è la mia personale posizione. Da questi diversi gradi di consapevolezza rispetto alla rappresentazione, segue tutto quanto può seguire, e sommamente quanto Wu Ming 1 afferma rispetto all'autore delle Benevole: cioè, che il romanzo gli è sfuggito di mano, ma non sul piano letterario - su quello ideologico e poetico.
Ecco il passo (Zibaldone/1085-6):

Parecchi filosofi hanno acquistato l’abito di guardare come dall’alto il mondo, e le cose altrui, ma pochissimi quello di guardare effettivamente e perpetuamente dall’alto le cose proprie. Nel che si può dire che sia riposta la sommità pratica, e l’ultimo frutto della sapienza.



Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno

benevole.jpg[Esponente di spicco della Nuova Destra di Tarchi negli anni Settanta e Ottanta, Stenio Solinas è un giornalista e, in quanto giornalista, è giusto che scriva su Il Giornale. Fosse un ideologo, dovrebbe scrivere su Ideologia, che non esiste, o su Ideazione, che esiste e forse ha nel suo archivio qualche intervento di Solinas. Il giornalista mantiene alcune peculiarità che lasciano perplessi: in diretta a Otto e Mezzo, qualche anno fa, si augurò che Antonio Moresco finisse sottoterra. L'entusiasmo di Solinas per Le Benevole di Jonathan Littell mette in mostra limpidamente quale sia l'ambiguità di poetica e di politica implicita in questo romanzo, che - va ripetuto - è esteticamente splendido. L'intervento di Solinas chiarisce gli effetti sul lettore, che sortiscono da un affrontamento del tema dello sterminio nazista per come Littell lo affronta: cioè la stesura di una mappa totale, il tentativo di trovare e spiegare le cause e, soprattutto, la finzionalizzazione applicata a un evento estremale della Storia che non può essere raccontato con un romanzo storico senza che poi se ne avvertano conseguenze politicamente ed eticamente gravi. L'incursione entusiastica di Solinas è, punto per punto, la smentita di quanto Levi e, sulla sua scorta, Lanzmann indicano come forma di avvicinamento artistico alla materia. Nella recensione, che è un peana, stilata da Solinas, intervengo con incisi in corsivo: brevi ma, spero, comprensibili, per evidenziare questa distanza che non può essere limitata a un effetto estetico]

IL CASO LITTELL - VIAGGIO AL TERMINE DI UN SS
di STENIO SOLINAS
[da "il Giornale"]

Nell’Orestea di Eschilo, le Furie che incalzano Oreste, uccisore di sua madre che aveva ucciso suo padre, reo di aver sacrificato una figlia, si placano allorché, grazie al voto determinante di Atena, i giudici mandano libero il matricida: le ragioni per condannarlo equivalgono infatti quelle per assolverlo [ecco uno dei punti più clamorosamente dannosi della finzione: assoluzione garantita, perché messa sullo stesso piano della condanna. Littell inizia con: "Fratelli umani..." - ma, per quanto il Male sia in ognuno di noi, io non sono affatto fratello del protagonista delle Benevole, e non lo sono per una frattura ontologica nell'umano di cui il responsabile è Hitler. Le ragioni della condanna non sono le stesse dell'assoluzione: io devo compiere un lavoro spirituale in me per perdonare. Tutto ciò, Littell se lo beve, grazie all'ubriacatura della finzione, che è in prima persona e crea quindi una perniciosa identificazione]. Da persecutrici le Furie diverranno da ora in poi le Eumenidi, benevole custodi della giustizia e della prosperità ateniese.
Vera e propria summa del Senso del Tragico [non è vero: Le Benevole non è una tragedia; la sua mimesi è finzionale, la sua catarsi è offuscata, rimane la potenza di una mitologia, che viene scaricata, come vedremo, sulla parte sbagliata - infine non si tratta di una rappresentazione sacrale comunitaria: questa misinterpretazione avviene nuovamente grazie alla finzione inventiva], non è un caso che Jonathan Littell abbia tratto il titolo del suo ambiguo e straordinario romanzo proprio dall’ultimo capitolo della trilogia eschilea: Les Bienveillantes (Gallimard, pagg. 900, euro 25, pubblicato in Italia da Einaudi) non sono altro infatti che le Benevole, le Erinni placate...



Avvicinamenti al romanzo: Demetrio Paolin sulla recensione a Littell di Piperno

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann

levisommersisalvati.jpg[Ricevo, e volentieri pubblico, questo accurato, breve e incisivo intervento di Demetrio Paolin, che è un profondo esperto di Primo Levi e dà voce a una delle mie perplessità su quanto Alessandro Piperno ha scritto a proposito de Le Benevole di Jonathan Littell. ncora una volta: non viene messa in discussione la qualità letteraria del romanzo di Littell, bensì il suo irradiamento etico politico e poetico, che Piperno recepisce in maniera per me preoccupante, poiché vi ravvede nuclei che lo entusiasmano, mentre a me sembrano, proprio quei nuclei, pericolosissimi. Tutto ciò abbisognerebbe di un dibattito serio - per ora osservo che, sull'ondata del successo commerciale de Le benevole, tale dibattito non si sviluppa in sedi cartacee e nemmeno in Rete. gg]

PRECISAZIONI SULLA ZONA GRIGIA
di DEMETRIO PAOLIN

Nel suo articolo apparso sul Corriere della sera Alessandro Piperno parlando di Le Benevole di Littell ad un certo punto scrive: “Intendiamoci: non sto facendo alcuna confusione tra vittima e carnefice (psicologismi da strapazzo!). Sto parlando della Zona Grigia, della complessità del Male.” Quando si parla di Zona Grigia è ovvio far riferimento a Levi e al suo libro I sommersi e i salvati. Ora nella frase di Piperno c’è qualcosa che stona rispetto alla vera definizione di Levi: “Da molti segni pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera e spirito meno torbido”.



Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell

INTERVISTA A CLAUDE LANZMANN
di BERNARDO VALLI
[da "La Repubblica"]

lanzmann.jpgParigi - L´incontro comincia male. Claude Lanzmann si impenna. Si inalbera, non tanto perché risentito dalle mie domande, ma perché le trova stupide. «Non capisco perché mi pone questi interrogativi storici stravecchi e supertrattati, io vorrei che lei parlasse di Shoah, del mio film che è un capolavoro cinematografico, un´opera d´arte riconosciuta come tale...». In altre occasioni ha parlato del suo film come di una sinfonia o di una grande opera architettonica, come se si trattasse di una tragedia shakespeariana. In fatto di umiltà c´è di meglio. In fatto di egocentrismo è difficile fare di più.
Ma Lanzmann ha ragione. I superlativi che ti riversa addosso sono giustificati. E´ stato detto che Shoah è una « fiction della realtà»: ha il ritmo e le immagini di una fiction, in cui sono protagonisti testimoni autentici, diventati naturalmente veri attori, e al tempo stesso è un documentario di straordinaria esattezza, un documento storico rispettoso della realtà nei minimi particolari. Simone de Beauvoir ha parlato di un´inimmaginabile «mescolanza di orrore e bellezza». La formula suona come un ossimoro. Non so se sia ben trovata, ma io ho rivisto di filata le nove ore e mezza del film-documentario di Claude Lanzmann, già visto anni addietro, con intatta emozione.



Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell

benevolelittell.jpgGrandissimo libro-mondo, Le benevole di Jonathan Littell è un caso estremale, per due motivi: affronta l'estremalità del secolo - cioè la mobilitazione totale bellica nazista che ha la sua apicalità obbrobriosa nello sterminio ebraico; e il punto preciso in cui la letteratura e la realtà si distaccano, perché la letteratura si fa morbosa. Riproduco qui di seguito due recensioni al romanzo a-storico di Littell, che mi paiono contrapposte nelle prospettive assunte: quella di Alessandro Piperno uscita sul Corriere della Sera e quella di Wu Ming 1 uscita su L'Unità. La questione che fa da perno è, per Piperno, letteraria; per Wu Ming 1, politica e letteraria nello stesso tempo. Il relativista blasé Piperno arriva a enunciare, proprio laddove non sarebbe il caso, un assolutismo della letteratura di invenzione che, come osserva all'inizio del suo articolo, sulla questione dell'Olocausto avrebbe indotto Primo Levi a trovare "rivoltante" il libro di Littell. Essendo lontano da una concezione assoluta della letteratura, Piperno cade a mio avviso nella posizione opposta, secondo un movimento che fu proprio delle avanguardie storiche italiane: l'invenzione iuxta propria principia, l'abbassamento che può tutto, la comunicabilità del tutto. Letterale da Piperno: la letteratura "da sempre, si è sobbarcata l'onere di cercare la verità attraverso la desacralizzazione". Si tratta di un'affermazione censurabile nel momento in cui, a pronunciarla, non tanto è un intellettuale (peraltro un amico) che sa di letteratura, ma una persona che non ha la benché minima idea di che cosa sia il sacro (censurabile e scandaloso, dal mio punto di vista, un suo intervento, ancora sulle pagine del Corriere, circa la rivolta dei monaci buddhisti in Birmania, dove Piperno si mette a dare una definizione di pratiche buddhiste a partire da ciò che vede in tv, senza minimamente sapere che tipo di riflessi "karmici" ha l'ahimsa su chi la compie in quel modo, cosa voglia davvero "rovesciare la ciotola delle offerte", su piani di cui Piperno non è disposto ad ammettere nemmeno lontanamente l'esistenza). In questo caso, come già meditato e reiteratamente espresso da Claude Lanzmann (anche violentemente, su Le Monde, a proposito di Littell) si viene a ricoprire una posizione oscenamente morbosa. Se ci si vuole divertire delle varianze inventive della letteratura su un fatto storico che è costato la vita, tra indicibili (e l'aggettivo non è casuale) orrori a 6 milioni di persone, si è liberi di farlo. Non contesto né la grande operazione stilistica né la qualità del romanzo-universo di Littell, sia chiaro: mi oppongo allo sguardo finzionale che ad Alessandro piace molto, fino a essere elevato come assoluto della narrazione. Avrei volentieri risposto a Piperno - ma si sa: non dispongo di sedi pubbliche per ingaggiare un dibattito tanto alto, e il Corriere è una di queste sedi.
D'altro canto, la precisissima analisi e le molteplici prospettive richiamate da Wu Ming 1 mi sembrano ricoprire la mia posizione in merito. E' proprio per l'adozione inventiva dello sguardo in prima persona che il libro di Littell è un atto che tracima dalle buone intenzioni di un fan del Novecento, che pretende di scrivere il romanzo definitivo sul nazismo (ambizione, questa, non francese: americana, semmai). Littell si fa sfuggire di mano, anche grazie all'immensa competenza filologica e storica, il racconto di una realtà che, in quanto estremale, non può cadere nelle gabbie del romanzo storico e tuttavia non vuole essere un saggio: il problema è irrisolto, ma la conclusione è che si esce dalla lettura di questo libro avendo adottato un protocollo mitologico sbagliato, morboso e osceno.
Littell, a proposito del titolo che ha dato al suo libro, richiama l'Orestea, e fa male: qui non c'è nessuna mimesi (appare come mimesi, ma, essendo filtrata dallo sguardo finzionale, non è mimesi) e nessuna catarsi (sulla quale non c'è meditazione: si assume che la catarsi sia l'effetto dell'identificazione, il che significa non avere compreso Platone, Aristotele e la tradizione umanistica che ne discende). C'è semmai l'adozione di una mitologia che va negata - non c'è mitologia nell'Olocausto ed è immorale sostenere il piacere di averla esperita, seduti in poltrona a sfogliare un libro. Con felice intuizione filologica, Wu Ming 1 individua in Melville e in Moby Dick il modello letterario che Littell cerca vanamente di fare deflagrare: e, siccome ci riesce solo in parte (ed è la parte sbagliata), la questione si fa politicamente grave, e letterariamente consona a una vittoria postuma concessa a Hitler proprio sul piano in cui Fackenheim chiede che sia negata. Mentre la Balena Bianca (si veda il 42 capitolo di Moby Dick) è il mito vuoto e potenziale, la Balena Bruna e Novecentesca di Littell rischia di essere il mito pieno - una posizione che non letterariamente, ma umanamente eticamente e in assoluto giudico come l'avrebbe giudicata Primo Levi: "rivoltante".
Tutto ciò meriterebbe un dibattito in sede adeguata. Lancio qui un appello a chi voglia riprenderlo o, eventualmente, organizzarlo.
Di seguito, gli articoli di Alessandro Piperno e di Wu Ming 1.



Il canone Burroughs nascosto nel romanzo

Poiché il romanzo, che uscirà a gennaio da Mondadori, non è un saggio, eppure sdegna la finzione immaginaria e l'invenzione quali veicoli di identificazione, ho da chiarire in quale modo si ponga il discrimine tra realtà storica e ciò che ho scritto. L'evento storico estremale che ho scelto come soggetto del libro, cioè la Non-Persona, che la letteratura ha ignorato finora e adesso inizia timidamente ad affrontare deviando attraverso grottesche immaginazioni e disforie inventive, non concede, a mio parere, la possibilità di variare sulla realtà che ha plasmato - realtà che, a fronte della sparizione possibile dell'umano, io delineo come Male. E' dunque in un altro ordine che agisco: io dilato e rallento la realtà. Questa modalità, che non fa uscire dal romanzo storico ma sicuramente non va in coincidenza con i i canoni di quello, è l'unica possibile - almeno nel caso in cui sia io a dovere affrontare una simile situazione -, ed è frutto di lungo ragionamento, di cui soltanto brandelli recenti sono rappresentati nell'officina allestita durante il lavoro di scrittura e di riscrittura del romanzo. burroughsx3.jpgE tuttavia, rileggendomi per intero questa estate la quadrilogia di William Seward Burroghs, nell'ultima stazione di questo quartetto che ancora oggi non è stato compreso a pieno (né criticamente né filologicamente), poiché nessuno lo legge come se fosse vero, ho trovato la più precisa definizione dell'operazione che ho compiuto. E' sorprendente che, mentre Burroughs oppone una forma di difficoltà alla leggibilità del romanzo, il mio libro sia invece lineare e leggibilissimo? No: ciò accade perché evidentemente Burroughs stabilisce un canone interno, che nulla ha a che vedere con la forma di superficie, e questo canone è ancora ben al di là dall'essere visto e praticato, nonostante a frotte si contino adepti burroughsiani che imitano lo stile del maestro - e non è quello il punto.
Ricopio parti del passo in questione: è precisamente l'operazione che io ho compiuto poeticamente con il romanzo, rallentando il film della realtà e facendo precipitare in dilatazione e peso le figure che vi si muovono: disvelando così il segreto virale, per stare alla terminologia di WSB...



Il nuovo romanzo: contro l'immaginazione, contro il morboso

Tra poco, per necessità polemiche, sarò costretto a svelare definitivamente il soggetto del nuovo romanzo, in uscita presso Mondadori nel gennaio 2008. L'argomento affrontato è talmente estremale che, a fronte di un prestigioso bestseller che sta per essere pubblicato in Italia, sarò costretto, per imperativo categorico e politico ed estetico, a prendere posizione contro l'impianto inventivo, molto celebrato, di tale lavoro, che costituisce esattamente l'opposto polare, e per me immorale, della posizione poetica che ho assunto nell'ingaggiare un'opera di riflessione esorbitante il poetico stesso, come nell'officina riguardante il nuovo libro ho ripetutamente spiegato.
Il nucleo della questione sta proprio nell'estremalità della rappresentazione. Per il momento mi sposto in altro àmbito, cioè quello cinematografico, riproducendo un bell'articolo di Attilio Scarpellini da Lettera 22, che riguarda un confronto/scontro tra Godard e Lanzmann. Io sto dalla parte di Lanzmann, che è il magistrale Virgilio a cui non mi è possibile rinunciare, colui che traccia il discrimine tra la moralità dell'arte e il suo degrado sottile e di successo - un degrado che getta nell'incomprensione la tragedia e la trasforma in una mitologia grazie a una spirale di ascendente morbosità dovuta alla finzione...



Il pericolo della riscrittura


x2.jpgRiscrivere espone a un pericolo. Bisogna affrontare molte pavidità, del tutto interiori, nell'isolamento, ma riguardanti l'esito concreto e materiale, cioè esterno, di ciò che si sta riscrivendo. Interpretazioni che diventano surinterpretazioni, irregolarità che vengono normalizzate, timore di risultare incompresi che per l'editore si commutano in allerta mercantilista con subitaneità. Si è doppiamente soli: nel senso che si è soli, ma sdoppiati. Un occhio suppostamente esterno si inserisce nel processo creativo. Bisogna tenere a freno la potenza normalizzante di questo sguardo secondo, sempre mentale, sempre giudicante: ipergiudicante - superegoico. Riproduco un brano dal bel saggio Riscrittura come interpretazione. Dagli umanisti a Leopardi di Francesco Tateo. I passi di e su Leopardi non hanno a che vedere nei loro termini con quanto penso di avere fatto o di fare: non sto a livello di Leopardi e non ci penso nemmeno ad avere scritto un classico. Vorrei porre l'attenzione sui rischi e i processi evidenziati da Leopardi, invece: si tratta di qualcosa di estremamente profondo rispetto ai movimenti di revisione, ai pericoli che corre l'esito che si raggiunge, alla castrazione della rottura delle norme ottenuta tramite fantasia: al libro che, scritto, si continua a scrivere nell'abbraccio eventuale dei lettori e, purtroppo, anche delle accademie che non comprendono e oggettivizzano ciò che non è oggettivizzabile. Tanto più che qui Leopardi sta alludendo a rotture di schemi e generi, così come il romanzo si propone l'allargamento della gabbia del genere storico romanzesco. L'ultimo passo, in corsivo e sottolineato dal sottoscritto, è una perfetta definizione di quello che intenderebbe essere il romanzo. gg

leopardiclass.gif‘Classici’ non appare che una volta nell’indice leopardiano, in un’accezione perfettamente contraria a quella di ‘antichi’, per designare appunto l’esattezza della pedanteria che guasta l’irregolarità del genio: «È un curioso andamento degli studi umani, che i geni più sublimi liberi e irregolari, quando hanno acquistato fama stabile e universale, diventino classici, cioè i loro scritti entrino nel numero dei libri elementari e si mettano in mano dei fanciulli, come i trattati più secchi e regolari delle cognizioni esatte» (Zibald. 307).
Segue uno sfogo contro i grammatici, in cui Leopardi recupera significativamente la figura di Omero, che «scriveva innanzi ad ogni regola» e «non si sognava [...] che la sua irregolarità sarebbe stata misurata, analizzata, definita e ridotta in capi ordinati per servir di regola agli altri, e impedirli di esser liberi, irregolari, grandi e originali come lui». È un discorso che può trovarsi testimoniato in tutti i tempi e in forme diverse, ma che qui appartiene ad un filone chiaramente riconoscibile che va da Poliziano, passando forse per l’anticlassicismo secentesco, al Vico, e che assume Omero quale simbolo del genio anteriore alle norme dell’arte, come assume Virgilio quale simbolo dell’arte matura. Un discorso plurisenso, che s’intreccia con la topica riguardante le forme di barbarie e che ha anch’esso la sua matrice nella cultura umanistica.
Intuizione originaria di Leopardi è l’identificazione dell’antico con la distanza e con l’eco, con l’immagine della distanza e col senso della perdita, si direbbe della negazione e del nulla, che non è disvalore ma valore dello spirito e della sensibilità, dell’umanità autentica, il contrario della inconoscibile materia e dell’immobile natura.



Agamben tra le teologie del romanzo


Giorgio_agamben.jpgdi Giorgio Agamben
[da Idea della prosa, Quodlibet, 2002]
[Mentre rivedo il romanzo, ho la possibilità di allargare la visione sugli elementi ideologici che permettono di denunciare la radice criminogena della letteratura. Nel mio caso, non solo il protagonista irradia il Male - e ne è totalmente e personalmente responsabile - utilizzando la retorica letteraria fuori della letteratura, e cioè pensando letterariamente ogni sua strategia, ma chi viene sedotto dal Male lo fa perché non ha compreso il Libro, l'impossibilità e la possibilità della domanda che, unendo l'uomo a se stesso, irradia dal Libro dei Libri come alleanza che ci fa fraterni. Questo prevedeva il progetto umanistico: questo esito criminoso. Il romanzo è anche la denuncia di questo crimine plurisecolare, che ha il suo culmine e la sua figurazione storica: che io racconto senza finzione. E' un intreccio di teologie che mi permette di sospendere la domanda: "Perché?", di rimanere nella posizione di apertura indiscriminata verso l'alterità, il che non concede vittorie postume al Male, che è sempre attivo secondo oggettivazione, autoidentificazione. Teologie particolari sono lo sfondo del libro a cui lavoro. Sono Benjamin, Scholem, Taubes, Fackenheim, ma anche Agamben. Per questo è importante ritrovare il ragionamento fondamentale di Giorgio Agamben intorno a cosa sia davvero la metafisica quand'essa è assimilata come legame comunitario di fronte all'apertura indiscriminata che fa l'umano. Per questo va riproposto tale ragionamento, per quanto arduo appaia. gg]

Scholem ha scritto una volta che vi è qualcosa di infinitamente sconsolato nella formulazione dell’assenza di oggetto della conoscenza suprema, che viene insegnata nelle prime pagine dello Zohar e che costituisce, del resto, la lezione ultima di ogni mistica. x2.jpgIn queste pagine, sul limite estremo della conoscenza sta il pronome interrogativo Che? (Mah), oltre il quale non vi è più alcuna risposta possibile: “Quando un uomo interroga, cercando di discernere e di conoscere grado dopo grado fino all’ultimo, raggiunge il Che?, cioè: hai compreso Che? Hai visto Che? Hai cercato Che? Ma tutto resta altrettanto impenetrabile che al principio”. Più intimo e occulto è, però, secondo lo Zohar, l’altro pronome interrogativo, che segna il limite superiore dei cieli: Chi? (Mi). Se Che? è la domanda che chiede il che cosa (il quid della filosofia medievale), Chi? è, infatti, la domanda che interroga il nome: “L’impenetrabile, l’Antico ha creato ciò. E chi è? È Chi?… Poiché è, insieme, oggetto di domanda e indisvelabile e chiuso, è chiamato Chi? al di là non ci sono più domande… Esistente e inesistente, impenetrabile e chiuso nel nome, non ha altro nome che Chi?, aspirazione al disvelamento, a essere chiamato con un nome”.
Certo, giunto al limite del Chi?, il pensiero non ha più oggetto, sperimenta l’assenza di un ultimo oggetto. Ma questo non è sconsolante o, piuttosto, lo è soltanto per un pensiero che, scambiando una domanda con l’altra, continuasse a chiedere Che? là dove, nonché risposte, non ci sono nemmeno più domande. Veramente sconsolante sarebbe se la conoscenza ultima avesse ancora la forma dell’oggettualità. Proprio l’assenza di un ultimo oggetto della conoscenza ci salva dalla tristezza senza rimedio delle cose. Ogni verità ultima formulabile in un discorso obiettivante, fosse anche in apparenza felice, avrebbe necessariamente il carattere destinale di una condanna, di un essere condannati alla verità. La deriva verso questa definitiva chiusura della verità è una tendenza presente in tutte le lingue storiche, che poesia e filosofia ostinatamente contrastano, e in cui trovano, invece, alimento tanto il potere significante dei linguaggi umani che loro ineluttabile morte. La verità, l’apertura che, secondo un oros platonico, è propria dell’anima, si fissa, attraverso il linguaggio e nel linguaggio, in un ultimo, immutabile stato di cose, in un destino
Questo difficile incrocio fra dono e memoria, fra un’apertura senza oggetto e ciò che può solo essere oggetto, è la verità in cui, secondo l’autore dello Zohar, il giusto dimora: “Chi? è il limite superiore del cielo, Che? il limite inferiore. Giacobbe li riceve entrambi in eredità: egli fugge da un limite all’altro, dal limite iniziale Chi? al limite finale Che? e si tiene nel loro medio”



Perché "il bene non fa romanzo"

satori.jpgOggi, a casa di un amico scrittore.
Lui: "Perché è la letteratura che è diabolica".
Io: "Come appendice del nostro sguardo. L'empatia dello scrittore è spostata, minata, turbata, deviata. Di fatto: è malsana. Fuori norma. Come la persona dello sciamano è fuori norma rispetto alla sua comunità. Però lo scrittore è sciamanico non come lo sciamano: è sciamanico in un altro modo. La letteratura non coincide con lo sciamanesimo, anche se lo incrocia in più esiti. Prima, mentre venivo da te, giro l'angolo, c'è la buca del metrò, e vedo che sta salendo le scale, con una fatica dolorosa, una nana equadoregna, sudamericana. E' davvero una nana, una nana brutta, le ossa distorte, fuori sede, dovevi vedere gli arti, i muscoli distrofici. Esce nella piazza e automaticamente si volta, come se non avesse la necessità di sorpendersi della piazza stessa, di orientarsi. Meccanicamente si dirige verso un'altra sudamericana, che si è messa in moto verso di lei prima che la nana apparisse: come faceva a sapere che sarebbe apparsa? Già così sarebbe troppo. Però fanno di più: anziché salutarsi, senza scambiarsi una parola, si consegnano vicendevolmente due santini, due madonne, ho visto scritto su un santino la parola Virgo. Sotto questa scena, che appartiene alla realtà, c'è il male, perché io l'ho strappata dalla realtà e ne ho fatto una narrazione".
"E' assolutamente così. Bisogna stare attenti, infatti, quando si scrive".
"Che il bene non fa romanzo ha un'accezione più profonda di quella superficiale. Il romanzo del bene non viene scritto perché la letteratura, lo scrittore è incapace di scriverlo. Ovviamente ci sono ritmi del bene, apici eroici ed epici, ma un romanzo sul bene non c'è - solo il bene, intendo: quello annoia. Dante ha le sue difficoltà in Paradiso, rispetto all'Inferno: non per colpa del bene, che sarebbe noioso, ma della letteratura, che non sa che farsene del bene. E non è che il bene non sia incantatorio o narrativo: il miracolismo, per esempio, è una tecnica del reale in cui il bene fa romanzo, aggrega comunità con una narrazione reale".
"Ma non lo scrittore può fare questo. La letteratura stessa è diabolica, dà vita al male. Lo tiene in sé, è apocalisse sempre".
"Questo è il tempo dell'apocalisse, pensi?"
"Sì. Non esiste più la letteratura, se non per pochissimi, e va bene così, è stato sempre così. Però non guardo soltanto alla letteratura, chi se ne frega della letteratura? E' il fenomeno umano, la sua evoluzione: lì vedo l'accelerazione verso una fine, cosa che peraltro è sempre stata pensata, ma che per la mia esperienza non è mai stata così solida, così tangibile. E' questione di tempo. Soprattutto in letteratura. Bisogna aspettare duecento anni, o più, perché diventi popolare nel senso epico. Ma la letteratura come l'ha conosciuta la modernità è finita".
"E' finita l'empatia. Pochi sono in grado di leggere davvero oggi, di sentire profondamente un testo. Poco è scritto con la sostanza dell'universale trattenuta dal guscio della lingua e della struttura".
"Lo scrittore è uno spettro e si aggira riconoscendo altri spettri. Ciò non impedisce che si possa lavorare sul presente. Ma chi si pone all'avanguardia e cerca strade di rottura, alternative, non può aspettarsi un riconoscimento. Io non credo all'ipotesi del successo della rottura".
"Eppure è accaduto. Ci sono stati tempi in cui la letteratura che rompeva era direttamente popolare".
"Ma i tempi mutano. Non si può pensare che ogni tempo sia uguale a ogni altro tempo. Questo nostro tempo ha sue peculiarità".
"Soprattutto l'accelerazione. Io mi ricordo dieci anni fa, quando si parlava di letteratura, lo facevamo in tanti, era una cosa diversa da oggi. Oggi parlo di letteratura con cinque, sei persone. E sono passati solo dieci anni. D'altra parte, le menti migliori mi sembrano essersi ingigantite, quanto a profondità, e sono quelle con cui ho la fortuna di parlare di letteratura".
"Io non parlo nemmeno di letteratura".
"Questo perché bisogna fare il testo. Bisogna captare. Bisogna immergersi negli universali, trovare la loro forma, attuale e futura. Attuale è interessante; futura è per me ormai fondamentale, sto slittando verso lì, verso la possibilità di sbagliare tutto e risultare ridicolo. Però per me, non dico per gli altri, ma solo per me, nel momento in cui scrivo, è nella forma futura che si dà una chance di verità, a rischio dell'indecifrabile, dell'incomprensibile, dell'astio e del dileggio".
"Sì, il momento veritativo della letteratura. Sta proprio lì. E' che oggi non so quanti sono disposti a credere che la letteratura conceda il momento veritativo".
"In 37 anni di vita ho già visto alcune stagioni mutare radicalmente il paesaggio. Anche questa trapasserà".
"Ho l'impressione che questa stagione tenda a perpetuarsi, raffreddandosi, congelando tutto. Credo, però, che succederà qualcosa di talmente enorme che le cose si rimetteranno in moto con rinnovato slancio, con una grammatica completamente diversa".
"Già adesso accade. La crepa è aperta. Si lavora perché si spalanchi".
"Sì. Pensa per esempio a Walser..."
"Sì, Walser..."



Seconda stesura del romanzo: le linee guida


x2.jpgCome affrontare la seconda stesura di questo nuovo libro a cui sto lavorando? Il libro, come già precedentemente asserito nel corso del lavoro teorico testimoniato dall'officina, ha già le sue linee guida, un'impalcatura strutturale che non può essere toccata, senza parlare dell'impostazione etica e ideologica, che evita la presenza di sottolivelli che non siano coincidenti con la superficie stessa del romanzo, a differenza di altri romanzi del sottoscritto, in cui i sottolivelli rovesciavano letteralmente e l'impianto e la superficie del testo. Le direttrici, dunque, sono due. La prima è stilistica: qui io impiego una lingua che non può che essere la mia lingua, ma stornata dei leopardismi e con una concessione topica e minima agli hugolismi che costituiscono il mio stile - la lingua qui è fredda, poiché siamo a contatto con il genere storico. A contatto con questa lingua, più paratattica che gelida (il gelo è in mimesi col protagonista del libro), c'è la materia che, in zone in cui la mano mi è sfuggita, rischia l'esposizione dei fatti in senso non letterario. Cosa significherebbe "senso letterario"? Che l'invenzione, che nel romanzo è negata, viene sostituita da uno sguardo continuamente in spostamento rispetto alla materia storica. Fatti pubblici, per esempio, sono descritti dalla prospettiva privata o presi al microscopio, con distorsione di montaggio che non inficia la verità storica. In alcune aree, che mi sembrano tutto sommato poche, la descrizione ha preso il sopravvento sulla scrittura, cioè sullo spostamento dello sguardo - ed è qui che intervengo, spostando l'asse ottica. L'altra direttrice su cui lavorare è l'intertestualità. Una delle tesi non secondarie del libro è che la letteratura è in questo caso storico criminogena. Il lavoro sull'intertestualità è quindi fondamentale. Il numero di citazioni occulte (anche quelle più riconoscibili, di cui una clamorosamente intercettabile nelle prime righe dell'incipit) deve di forza essere altissimo. Tra gli obbiettivi polemici c'è il progetto umanistico veicolato dalla letteratura e dalla lettura incompresa, non meditata e assimilata a fondo, con cui io identifico e colpevolizzo l'occidente sviluppato. Quindi: inserti che ritmino ulteriormente il testo, e inserti che non siano miei o, al massimo, che io modifico appositamente.
Per ampliare le prospettive della riscrittura ed evidenziare il lavoro da compiere su un testo che (quanto a me) è complesso (mentre sembra lineare, scorre, è semplice da leggere), pubblico di seguito uno straordinario saggio di Andrea Severi sull'intertestualità umanistica: la macchina del testo funziona così, il cuore funziona altrimenti. Qui siamo in un'officina che si occupa e del cuore e della macchina. L'intervento a seguire è il macchinico del testo, la messa a punto, i segreti della scocca, del motore, l'albero a camme da regolare.



Le metope del romanzo

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Un libro per metope dovrebbe istituire: una apparente linearità di lettura; il racconto di una vicenda mitica. Dove pongo le metope del romanzo? Sul frontone del Tempio Umano. La vicenda sembra lineare e non può esserlo: è un'esistenza intera, ed essa coinvolge esistenze intere. La vicenda per metope fa compiere salti in modo che la linearità sia mimata, ma non sia affatto linearità. x2.jpgQuanto al mito, si tratta di realtà: non c'è mito, qui - c'è l'ingiustizia di una nemesi che colpisce chi non ha commesso la colpa tragica, l'eroismo che diserta il protagonista, che finge sempre di essere un eroe tragico e non lo è mai.
E, per chi ha occhi per vedere, la struttura è esattamente ciò che fu come riappare dopo un tempo infinito. Il modello esplicito è architettonico ed è l'Altare di Pergamo al Pergamon Museum di Berlino. La stanza dedicata all'Altare è immensa e bianchissima. Il frontone esorbita dall'altare: è un fregio lunghissimo, le metope sono isolate, attaccate in linea orizzontale alle tre pareti della stanza che ne permettono l'esposizione, a destra, di fronte e a sinistra dell'altare stesso. Sono metope isolate, resti ritrovati, non collocabili nel corpo architettonico. L'audioguida non guida affatto, si stenta a comprendere il disegno generale. Ciò accade se le metope fanno parte di una storia che si credeva conosciuta e invece non lo è affatto: esattamente la situazione del romanzo. La battaglia tra dèi e titani là, mentre qui è la battaglia tra un uomo "di un'altra specie umana" e gli umani. Là, l'altare era dedicato a Zeus; qui, l'altare è dedicato all'uomo che non maledice, ma è maledetto (come prescrive il Talmud). Là, la classicità che fonda il progetto umanistico; qui, i danni del progetto umanistico, i danni estremi, la sua naturale e per secoli progettata conclusione.



A chiusura del romanzo: il senso di fallimento

x2.jpgIl romanzo è terminato. Ora comincia la seconda stesura. L'impianto, a mio avviso regge. E dunque?
E' il fallimento.
Questo momento in cui tutto è sbagliato, la scrittura è inadeguata, l'obbiettivo è mancato, l'incidenza del testo sulla realtà risulterà minima, il lettore non abbraccerà l'autore nel nucleo invisibile dell'immaginario, individuale e collettivo, che dilaga nella sua immane potenza, i protocolli non sono stati rispettati. Ho sbagliato. Sono andato oltre o sono rimasto al di qua. Non ho sfondato la barriera delle parole, non ho raggiunto il silenzio. Le citazioni sono troppo evidenti. Il montaggio non è armonico alla struttura. La struttura non fa affondare sotto la struttura, dove non è la struttura, ma la cecità che mai sarà sfondata e incanta. Non ho espresso libertà, non sono stato libero a sufficienza. Ho studiato, ma dovevo studiare di più. Sono niente, le parole sono prive di senso.
Sono felice.
Ecco, dunque, la pressione psichica a metà dell'opera: l'opera è già conclusa. Questo avvertimento intimo, questo sentore di mandorla amara, di cianide spezzata tra i denti, questo effettivo rapporto col premorte e col postmorte contemporaneamente. Questa divaricazione schizoide. Questa percezione dell'imprecisione di sé nel testo. Questa pia madre stremata. Tutto ciò è quanto lo scrittore affronta "nel mezzo del cammin" della sua opera. Il colore è verde scurissimo: ciò che deve germogliare è lugubre. I nodi appaiono non sciolti, in tutta la loro evidenza - e sono nodi psichici.
Ecco, dunque, il mestiere dello scrittore.
Da domani, si interviene. Mestiere e cecità su qualcosa che è già stato visto.
historiek_Muller.jpgEppure... Eppure il sogno non abdica. Sotto, occulto, al di sotto del romanzo, non visibile, è il buco nero che piega la luce, la disgrega. Questa disgregazione ha una forma ultima, che è ciò che sta sotto e oltre la forma-romanzo. Per darne un esempio, ricorro ancora a Heiner Müller: uno dei numi tutelari del libro e anche di altro. Questa forma è ciò che io chiamo Installazione.



Il romanzo al traguardo. Della prima stesura...

Mancano otto scene, di cui due assai complesse, ma è ufficiale che il romanzo viene chiuso nella sua prima stesura entro domenica 11 febbraio. La seconda stesura si rende necessaria non per perfezionare i dati storici, ma per tagliare la sommatoria di caratteri, che esorbitano notevolmente i limiti che questo libro, per sua natura, deve avere. x2.jpgSi tratta di compiere inoltre ricognizioni su alcune aree dove la carne viene a mancare. Scrivere un libro sullo Zero che irradia il Male e dice di sé "Io appartengo a un'altra specie umana", forzosamente, desertifica dall'umano - e l'umano è la letteratura. Confermo, mentre sto terminando, che questo è il libro più necessario, difficile, titanico, impegnativo che io abbia mai scritto. Non tanto è in discussione l'esito, come al solito, quanto la mia esperienza interna. I nervi sono stremati dalla concezione della struttura, dalla scrittura cautissima e attenta e tanto diversa dallo stile mio personale - e soprattutto dall'esposizione a un orrore senza fine, dalla responsabilità che grava su ogni parola scritta, dalla renitenza impostami a non inventare: nulla è di fatto inventato, tutto è invece osservato e lo sguardo è montaggio. Le metope sono poste sul frontone del tempio umano. Ora si torna, metopa per metopa, a scalpellare le imperfezioni. E a ragionare sul testo: l'officina teorica non è chiusa - tutt'altro, siamo ancora a metà...
[Nella foto superiore, cliccabile: Livio Berruti taglia il traguardo nella gara dei 200 metri piani ai Giochi della XVII Olimpiade di Roma del1960]



Il discorso del Grande Inquisitore nel romanzo


Dostoevskijdgi.jpgSono stremato. Ho superato i 5/6 della stesura del romanzo, ma oggi ho dovuto affrontare una scena, soltanto una, la più difficile, la più complessa, la più estenuante: si tratta del discorso che simula quello del Grande Inquisitore dostoevskijano e che viene fatto allo Zero umano che irradia il Male, il protagonista del mio nuovo libro. il personaggio, come da premesse esposte più volte nell'officina teorica che sto allestendo, deve essere non soltanto deshakespearizzato, ma anche dedostoevskijzzato, pena il fornirgli un rilievo mitopoietico che sarebbe osceno e giustificherebbe lo stesso Male che irradia da questa figura (credo che figura sia un termine più appropriato di personaggio, in questo caso). Svuotato di ogni finzione, dunque, stando fedelmente aderente alla storia effettiva, lo Zero umano trova Dostoevskij fuori di sé, nell'unica scena di finzione, che è esterna alla storia, prima del finale, che sarà un postmortem e quindi ovviamente una finzione. Il discorso non è quello di Dostoevskij, poiché non è il Cristianesimo a venire investito dal giudizio. x2.jpgQuesto è un discorso metafisico che denuncia l'a-metafisicità, e quindi il corollario della non-diabolicità e di qualunque altra giustificazione, della figura centrale del romanzo. La responsabilità è metafisica, l'uomo è angelico? Ho impegnato Eliot, Celan e altre fonti che mantengo occulte, per riuscire a imbastire un discorso che è mondano e ultramondano, laddove l'ultramondano per necessità non deve investire il destinatario del discorso.
Questa scrittura mi ha devastato. Accade, nel corso della stesura, che la devastazione trionfi e lo sconforto dilaghi. La cosa che ho da dire sembra davvero sopravanzare le mie capacità di scrittore. Non è questione tematica e nemmeno di stile. E' che il libro non riesce a stare nel libro: è la tensione che si sperimenta nel momento preciso in cui la letteratura non ce la fa a contenere la cosa. La letteratura è destinata a non esserlo. L'ambizione, qui, non c'entra. Non sto parlando di entrare nella storia della letteratura. Sto parlando di un'esperienza: l'estrema tensione mentale, della concentrazione e dell'emozione, che trabocca da se stessa, esorbitando il linguaggio. In questi casi, la meta è sempre la redenzione (e non in termini cristiani). L'impossibilità della letteratura a redimere è uno dei nuclei intorno a cui sta gravitando la mia scrittura in questo momento. Speriamo che l'opera ne sia all'altezza.
Propongo, comunque, una straordinaria riflessione su Dostoevskij, a cura di Andrea Oppo: serve per un parallelo che accosta, ma non coincide con, il lavoro che sto tentando.



Ontologia poetica del romanzo

Franz_Rosenzweig.jpgNihil humanum a me alienum puto: è il cardine intorno a cui ruota il romanzo. In questo caso, però, va pensata estranea l'invenzione. A questa si sostituisce un'ontologia, che è una poetica. E' il filosofo Franz Rosenzweig [a sinistra], ne La stella della Redenzione (1921) a esprimere questa ontologia poetica a cui mi attacco come una boa, in mezzo ai flutti, per evitare di essere risucchiato, nell'atto della scrittura (giunta ai 5/6 del totale), in un abisso che stabilirebbe illusioni metafisiche in forma di giustificazione di questo Zero assoluto dell'umano da cui il Male irradia. La scrittura del romanzo è molte lotte: ma la principale è contrastare questa tentazione, l'invenzione che finge la giustificazione e legittima l'oscenità. Bisogna contare sugli antichi, sui padri, in questi casi. Rosenzweig è il padre antico a cui mi sto aggrappando, aggiungendo a quanto egli nomina "filosofia" ciò che io chiamo "letteratura", e alla parola "suicidio" ben altro - ciò che fa uscire dalla natura:
"Dalla morte, dal timore della morte prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto. Rigettare la paura che attanaglia ciò ch’è terrestre, strappare alla morte il suo aculeo velenoso, togliere all’Ade il suo miasma pestilente, di questo si pretende capace la filosofia. x2.jpgTutto quanto è mortale vive in questa paura della morte, ogni nuova nascita aggiunge nuovo motivo di paura perché accresce il numero di ciò che deve morire. Senza posa il grembo instancabile della terra partorisce il nuovo e ciascuno è indefettibilmente votato alla morte, ciascuno attende con timore e tremore il giorno del suo viaggio nelle tenebre. Ma la filosofia nega queste paure della terra. Essa strappa oltre la fossa che si spalanca a ogni passo. Permette che il corpo sia consegnato all’abisso, ma l’anima, libera, lo sfugge librandosi in volo. Che la paura della morte nulla sappia di una pretesa divisione in anima e corpo, che essa urli: io, io, io! e non voglia saperne di far risalire la paura esclusivamente al 'corpo', che importa questo alla filosofia? L’uomo si appiatti pure come un verme nelle fenditure della nuda terra davanti al sibilare dei colpi della cieca morte implacabile, e poi senta violentemente, inevitabilmente senta quanto altrimenti non avrebbe mai percepito: che se mai morisse, il suo io sarebbe soltanto un 'illud' e perciò, con tutta la voce che gli resta in gola urli, urli ancora il suo io in faccia all’implacabile che lo minaccia di un cosí inconcepibile annientamento. A tutta questa miseria la filosofia rivolge il suo vacuo sorriso e alla creatura, che è squassata in tutte le membra dalla paura del suo aldiqua, mostra con l’indice teso un aldilà di cui essa nulla vuol sapere. Perché l’uomo non vuole affatto sottrarsi a chissà quali catene, vuol rimanere, vuole vivere. La filosofia che davanti a lui esalta la morte come la propria prediletta e come la nobile occasione per sottrarsi alle angustie della vita, sembra soltanto prendersi gioco di lui. L’uomo sente fin troppo bene di essere condannato alla morte, ma non al suicidio. E quella raccomandazione filosofica saprebbe soltanto suggerire il suicidio, non rendere accettabile la morte che a tutti incombe. Il suicidio non è la morte naturale, bensí quella assolutamente contro natura. La raccapricciante capacità di suicidarsi distingue l’uomo da tutti gli esseri che conosciamo e che non conosciamo. Essa designa addirittura l’atto di uscire dall’ambito complessivo della natura. Certo è necessario che almeno una volta nella vita un uomo si spinga fuori; egli deve accostare a sé almeno una volta in trepida meditazione la fiala preziosa, egli deve essersi sentito almeno una volta in tutta la propria terribile povertà, solitudine e lacerante separazione dal mondo intero ed essere rimasto un’intera notte faccia a faccia con il nulla. Ma la terra lo reclama di nuovo. Non gli è concesso, quella notte, bere fino in fondo la pozione. Per sfuggire alla strettoia del nulla un’altra via gli è destinata, una via diversa da questo precipitare nelle fauci dell’abisso. L’uomo non deve rigettare da sé la paura terrena, nel timore della morte egli deve rimanere".



Io e il romanzo e la storia: Szondi su Benjamin

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
x2.jpgQuesto, che Benjamin descrive nel suo saggio Tesi di filosofia della storia in Angelus Novus, è la descrizione perfetta del rapporto che intrattengo con la materia del romanzo che sto scrivendo. Ho superato ampiamento i 2/3 della prima stesura, per cui la prova dell'officina teorica qui allestita può dirsi compiuta. Ciò che ha resistito all'incalcolabilità a priori della scrittura, è questo atteggiamento: il tentativo impossibile di richiamare in vita la storia fatta a pezzi e gli innocenti che hanno subìto il male. L'angelo sono io scrittore, è il lettore. wben.jpgCiò che Benjamin [a fianco] chiama "progresso" è ciò che costituisce il futuro dopo l'estinzione della materia storica narrata nel romanzo. L'impresa non è possibile. Comunque, qualcosa avviene. La letteratura non redime nulla, in particolare ciò che essa stessa (è una delle tesi del libro) ha prodotto.
Non dell'Angelus Novus scrive il geniale critico Peter Szondi, nello splendido intervento che vi propongo, uscito nel 1982 sulla rivista Aut-Aut. Scrive tuttavia del tempo, della vicenda di Benjamin stesso, facendo perno sull'Infanzia berlinese e giungendo esattamente alle medesime latitudini tempestuose in cui l'angelo benjaminiano constata la propria impotenza a compiere quanto dovrebbe e vorrebbe, mentre qualcosa comunque accade, sta accadendo. Scrive infatti Szondi: "Benjamin non costruì l’arca solo per i morti, la costruì in grazia della promessa che egli aveva trovato nella sua propria vita passata. Giacché la sua arca non doveva salvare soltanto se stessa. Essa partì nella speranza di poter raggiungere anche quelli che avevano considerato come una feconda inondazione quello che in realtà era il diluvio universale".
Per leggere lo straordinario intervento di Szondi su Benjamin [in formato pdf], basta cliccare qui sotto.

acrobaticon.jpgSzondi: Speranza nel passato. Su Benjamin



Ciò che spinge il romanzo è non visto

x2.jpgCiò che sospinge la scrittura del romanzo, che è estenuante per l'esposizione continua all'orrore e per l'impossibilità di rappresentare il Male e distruggere l'illusione di un romanzo storico finzionale, è il non visto, ciò che soltanto occhi viventi posso avere visto e non la vista monocola di uno scrittore o di un lettore. Eppure, il non visto è visibile. Visibile, esso non è visto. La riprova sta qua sotto. Quella che segue è l'immagine che fa da buco nero al gorgo di questo libro, necessario perché immondo. E' un'immagine d'epoca, scattata male. La sua innocenza è apparente. La sua qualità precipua è di essere quasi unica. L'incomprensibile avviene qui sotto i nostri occhi, trasmesso col pudore di una denuncia impossibile - ed è impossibile accorgersi della denuncia. Ingranditela, cliccandoci sopra. Osservate gli alberi, immaginate lo stormire silenzioso. Questa finestra muta. La confusa scena che si svolge nel minimo appezzamento. Il tempo fermato che non redime. Questa immagine è tutta la poetica del romanzo. Io stopperò lo sguardo dei lettori, per non farlo scivolare nell'oscenità assoluta. Io esorcizzerò, maledicendo chi inventa, chi sovrappone finzione a realtà. Questa immagine richiede un simile silenzio, questa immagine punta il dito sulla letteratura, sulla sua criminogena irradiazione.



Lo Jakob von Gunten di Walser nel romanzo

Mentre scrivo, tutto si muove. La pangea teorica iniziale si rombe, dalle falde esce lava, si infilano oceani, si formano nuove concrezioni geomorfiche. E' soltanto dopo avere superato la metà del libro che mi è chiaro come il mio protagonista, lo zero che è umano e non-umano e irradia il Male, abbia già un'occorrenza nella letteratura. Mi attendevo di trovarla in Kafka, ma ierinotte, ritornando da una cena con un amico scrittore, con cui si è parlato della distruzione del romanzo storico, mi è venuta alla mente l'isolata figura, la figura perfettamente isolata e metafisica di Jakob von Gunten, il protagonista omonimo del romanzo di Robert Walser, con cui lo scrittore svizzero distrugge il romanzo di formazione, trasformandolo in narrazione metafisica. Un indimenticabile scritto di Giorgio Agamben, letto in rivista anni fa (la rivista si chiamava Marca), si addentrava nello "zero assoluto di Jakob con il passo che avrebbe condotto lo stesso Agamben, insieme a Deleuze, a passeggiare per il linguaggio esistente e non-esistente di Bartleby lo scrivano di Melville. Jakob von Gunten e Bartleby non fanno il Male, ma pongono il mondo fuori gioco. Lo fanno (e non è la conclusione né di Agamben né di Deleuze) rinunciando all'empatia. La chiave che lega il protagonista di Walser, quella caricatura di Hölderlin che osserviamo morta nella neve, al personaggio di cui nel romanzo si opera l'autopsia è proprio questa: l'incrinatura dell'empatia, del legame tra sé e l'altro - il legame di specie. x2.jpgLa differenza è che Jakob resta nella superficie vuota che è sé, mentre lo zero umano e non-umano non resta in sé: esorbita, irradia. Di qui, l'orrore. Jakob von Gunten non esorbita e non comunica orrore, ma soltanto vertigine. Egli è metafisico; il mio personaggio no. Egli è simile, anche se non identico, a un illuminato; il mio personaggio è l'opposto di un illuminato, anche se si crede un illuminato. Tuttavia la chiave retorica è quella: è Walser che devo usare.
Da uno splendido articolo di Giorgio Vasta su Nazione Indiana, desumo le citazioni dal romanzo di Walser che definiscono certamente Jakob e, per paradosso, si attagliano perfettamente al buco nero che sto esaminando mentre stendo il romanzo



Kafka e gli Aforismi di Zurau nel romanzo

kafkanl.jpgNegli Aforismi di Zürau di Franz Kafka (curati da Roberto Calasso ed editi nell'economica Adelphi) sono racchiuse le minimali verità sul rapporto che mi lega al libro che sto scrivendo - libro che mi erode, mi espone a visioni e letture d'orrore. Libro che dichiara demonica la letteratura.
Vivo un disagio complesso, interrotto da brevi illuminazioni, nel buio terrifico di un tunnel che ho intrapreso a percorrere volontariamente, per scelta più morale che estetica, il che dovrà x2.jpgessere meditato, perché qui io intendo non aderire al paradigma dell'opposizione bello/brutto, bensì a quello del conflitto vero/falso, smascherando il falso, non concedendogli nemmeno un millimetro di spazio - ragione per cui la finzione non si aggiunge alla vicenda che narro e l'opera è letteraria nella trattazione attraverso posture di sguardo, tagli di sguardo sulla materia bruta, che tutti credono di conoscere e invece non conoscono affatto.
Kafka definisce l'apocalisse umano, il qui e ora sempre costanti, sempre presenti, il non sfuggibile presente.
Per esempio, la secca definizione kafkiana che si attaglia a me mentre scrivo (e che si allarga metafisicamente a me come uomo incarnato):

È ridicolo come ti sei bardato per questo mondo.

E' una pretesa ridicola, in effetti, quella che tento di realizzare nel romanzo. Lo è almeno finché l'io non sia abraso, scarnificato e, altrettanto ridicolmente, venga assunta una parola che parli per tutti, per tutti gli umani esposti alla vittoria postuma del male, che è l'interruzione empatica. Kafka conosce questo saldo legame empatico, sa che soltanto la distrazione, la dimenticanza e l'oblio della non consapevolezza possono inficiare questo rapporto - che attualmente mi pare incrinato, e tale incrinatura mi sembra inaugurata proprio dal soggetto/non-soggetto che è il personaggio di cui il nuovo libro tenta l'autopsia:

In teoria vi è una perfetta possibilità di felicità: credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo.

L’indistruttibile è uno; ogni singolo uomo lo è e al tempo stesso è comune a tutti, da qui il legame fra gli uomini, indissolubile come nessun altro.

Di mezzo, c'è l'arte. Non sottovalutate la sua natura serpentina, bifida. Lo zero che irradia il Male è il soggetto del romanzo in quanto viene identificato con la degenerazione della letteratura, della potenza di consapevolezza o non consapevolezza che la letteratura irradia, esorbitando e agendo nel mondo. L'arte è duplice. Dualis est numerus infamis diceva Tommaso. C'è del demoniaco nell'arte:

La nostra arte è un essere abbagliati dalla verità: vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro.

Per cogliere quell'abbaglio, bisogna indentrarsi. La percezione, che è anche memoria, fornisce la carne immaginifica che si muove, agisce e opera nella letteratura, fa emergere la verità accecante. A chi scrive resta l'abbaglio, la smorfia. Non ha altro da fare che indentrarsi, come nota Kafka:

Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.

La rappresentazione di un mondo estasiato che si torce: è il primo effetto di irradiazione del Male, su cui sto lavorando, abbacinato, la bocca distorta in una smorfia.



L'impossibile rappresentazione del male: il romanzo si rivolta contro l'autore


x2.jpgHo appena toccato la metà precisa della stesura del nuovo libro. A differenza del metodo di lavoro impiegato solitamente, il romanzo imporrà una seconda stesura. I motivi risiedono nel fatto che il libro si rivolta contro l'autore. Rappresentante di una storia ben precisa, e cioè quella dell'estremità del Male irradiata dallo zero umano, esso rifugge alla narrazione in quanto invenzione. Non è possibile fingere, come avevo previsto, non è possibile deviare attraverso la retorica dell'ucronia, dell'inserzione di personaggi fittizi. zeromale.jpgCiò che accade è che il romanzo si rivolta e vuole essere romanzo: un autentico romanzo storico, in cui, accanto ai fatti, di supporto avviene la storia inventata. Il romanzo sente la mancanza della carne, che del resto è totalmente assente accanto al protagonista. Questa impressionante assenza e questo isolamento che non permette, se non a prezzo di oscenità, la collocazione dell'invenzione, coniuga il romanzo alle narrazioni antiche: quando il fatto storico veniva gonfiato e distorto, ma rimaneva il fatto reale. Si era ben lontani dal genere romanzesco, millenni dovevano trascorrere prima che si arrivasse a questo artificio narrativo. Sarò quindi costretto a rivedere, in un secondo tempo, il percorso, i momenti, le singole metope che disegnano questa vicenda. Dovrò enfatizzare alcuni aspetti, alcuni volti, alcune figure reali, climatiche, storiche, senza che ciò sia di detrimento alla rappresentazione naturalista e sperimentale che è la quintessenza del romanzo. E' una fatica titanica e io sono stravolto. Ciò che determina la difficoltà, infine, è la persistenza del non-umano all'interno di un quadro che, essendo storico, è anche morale. Ogni approccio umanistico è reso vano dalla figura intorno a cui il libro fa perno. La psicologia esistenzialista e fenomenologica, oggi in gran voga, per esempio, crolla di fronte a questa impresa. Pubblico, per verifica di quest'impossibilità, un intervento di Piero Paolicchi, che riassume l'approccio psiconarrativo con cui si crede oggi di potere osservare l'uomo, attraverso il potere dell'autonarrazione. Lo zero che irradia il Male mette in crisi la narrazione: questa verità avevo intuito, questa verità sto subendo, in un confronto all'ultima parola con l'impenetrabile che è il non-umano.



Romanzo: il centro è Kiefer

Un'istallazione di Anselm KieferIl libro che sto scrivendo, dopo averne illustrato l'officina teorica, autoseleziona, nel suo farsi, ciò che di quell'officina è utilizzabile e ciò che invece va scartato. In realtà, mentre si scrive, conta soltanto l'intenzione di intercettazione, la messa in immagine, il trascinamento che il ritmo della lingua (qui: freddo, semplice, antibarocco, spesso rarefatto) impongono alla scrittura stessa. Lo scrittore fa da canale. Un centro occulto della poetica è per l'appunto occulto: è fuori dal lavoro che se ne reperiscono tracce. x2.jpgE queste tracce compongono, per intero, il disegno del nucleo poetico del romanzo, se si legge l'intervista che Anselm Kiefer, già richiamato come fondamentale nell'officina in cui si è pensato al nuovo libro, rilasciò nel 1990 al Süddeutsche Zeitung Magazin, che qui di seguito pubblico. - si sostituiscano le materie (pittura e scultura) con la letteratura e si avrà la precisa dichiarazione poetica che, fuori dalla scrittura, tenta di muovere la scrittura, e, dopo la scrittura, io ravvedo nella scrittura stessa. Non che io sia all'altezza di Kiefer, ma sento le sue risposte come risposte mie, profondamente mie: rispetto all'opera io ragiono in questo modo. L'esito, poi, è altra cosa.



La cuspide del romanzo

Detto che il romanzo procede secondo metope, che è un romanzo naturalista nel senso che è sperimentale senza che sia semplice accorgersi a quale sperimentalità si alluda, che è sua intenzione svuotare un antimito riportando il disumano all'umano - c'è ancora qualcosa da dire, mentre il libro va facendosi. Ed è la cuspide.
La cuspide del romanzo coincide col buco nero del medesimo: è il momento in cui lo zero esprime la sua massima irradiazione - ed è l'orrore in terra. E' la genesi del mito dell'antimito ed è un terreno in cui si rischia l'oscenità, perché lo zero irradia il Male e il Male divora la carne e intacca lo spirito. Esistono metodiche retoriche che possono slogare a tal punto la retorica da non permetterle la visione, per impedire all'oscenità ogni appiglio giustificatorio al Male, e tuttavia, rappresentare in cecità quello che, per un pudore direi addirittura metafisico oltre che carnale ed emotivo, non si deve rappresentare? Lo standard salta, qui. E' un territorio dove si è ciechi e bisogna saperlo essere: Omero ha una delle sue fantasiose etimologie in "ò mé oròn", colui che non vede: il cieco.
Nelle tenebre, barlumi.
Si suppone che l'attività onirica del feto sia costituita da barlumi in tenebra. Il modello, in questo caso e adifferenza di tutto quanto accade al soggetto che agisce nel romanzo, può essere solo quello tragico. Un tragico talmente vicino all'origine da risultare una forma di scrittura semplicemente veicolata dallo scrittore che sta scrivendo, il quale assembla bagliori e tenebre. Il modello esplicito, per la cuspide del romanzo, scena e non-scena che risulterà dieci volte più lunga delle altre, è quindi per me Eschilo, quello che Hugo definisce "uomo oceano". La sua arcaicità non è bella e infatti la cuspide allude a un superamento del bello e del brutto, un'uscita dalle nuvole estetiche: si ricerca qui una retorica della necessità.
x2.jpgScrivere la cuspide del romanzo è stata un'opera di devastazione personale e, spero, lo sarà per chi leggerà il libro. E' il contatto col tremendo. E' l'umano nella sua totalità, nel suo annullamento, nella sua persistenza di fronte al Mysterium Iniquitatis. Il grido che si alza è corale e scomposto: slogato, appunto, come il grido del Prometeo incatenato di Eschilo, che non è lirica: è noi tutti, la sofferenza che comprime lo stampo umano, e che si ritrova, perfettamente intatta, a millenni di distanza, in Burroughs. Il modello sono questi versi iniziali, che si tengono insieme nonostante ognuno sia un pezzo staccato, una metopa dentro la metopa accanto ad altre metope:

"O aria lucente, o scatto alato dei venti, e voi, vene dei fiumi; mare, sconfinata vicenda di creste ridenti, e tu, maestosa genitrice, terra, e tu, cosmico occhio, cerchio del sole, io vi chiamo: vedete quanto patire, io, dio, per mano di dèi!

Inorridite al mio strazio

- in polvere, cado - alla mia agonia
destinata a durare millenni.
Tanta è l'infamia che il recente Conquistatore
del cielo ha scovato per serrarmi!
Aaah, io singhiozzo sui dolori che soffro
e sugli altri, pronti all'assalto.
Sarà destino, un tempo, che albeggi
il termine del mio soffrire?"



Il naturalismo nel romanzo

Prendiamo Zola. E' il modo migliore per intenderci. "Zola=naturalismo": è l'equazione da scuola media, inculcata, deviante, venefica. Poiché chiude un'enorme possibilità, che lo scrittore, se vuole agire nel senso in cui vorrei agire io sulla storia, deve manifestamente strappare a una tradizione che, più che morta, è mortificata: dal nostro presente. Questo tempo che non si sa leggere, che corre spedito verso il disastro, tagliando il 20% delle emissioni dannose all'atmosfera mentre già a Montreal ci sono 15° a Natale anziché i soliti -40°. Questo tempo che presume di sapere, da cui giudizi su giudizi vengono emessi: sugli altri tempi che vengono ridotti ai parametri di questo, sul presente stesso come tempo decisivo, con apocalittica nonchalance. Il naturalista sarebbe lo scientista, l'adepto del positivismo traslato, non si sa come, in spoglie letterarie. In questo "non si sa come" sta tutto l'equivoco: il mito viene spazzato via. Sostituiamo le scienze al tempo di Zola (l'approccio positivista, riassumendo grezzamente) a quanto accade oggi nella scienza: come possiamo fare a meno della fisica quantistica, della neocosmologia, dei risultati delle neuroscienze, dell'esplorazione spaziale a portata di mano (sebbene ancora qua, nei paraggi)?
x2.jpgSe adottassi il taglio anatomopatologico di Zola con questi ingredienti avremmo un romanzo sperimentale. Poiché questo è il punto, nello stendere un libro come quello che sto scrivendo: devo adottare un taglio anatomopatologico nel raccontare una materia storica - ma sto tagliando oggi. E taglio il cadavere della storia per estrarre il carcinoma dell'antimito, che è un mito. Tutto ha a che fare col mito: la storia è un mito, e questo non significa che essa è inerte, poiché il mito agisce. Zola, appunto, nella prefazione al romanzo Therese Raquin “Insomma, io non ho avuto che questo desiderio: dato un uomo poderoso e una donna insaziata, cercare in essi la bestia, non vedere che la bestia, gettarli in un dramma violento e annotare scrupolosamente le sensazioni e le reazioni di questi due esseri. Ho semplicemente. fatto su due corpi vivi il lavoro analitico dei chirurghi sui cadaveri”. E questo non sarebbe lavorare sul mito? Questo sarebbe il naturalismo, quando non ci si rende conto che la natura è una potenza? Chi ha compreso al suo fondo il naturalismo?
Ecco quanto sto facendo, dunque: un romanzo sperimentale che è un romanzo realista. Io sto annusando, osservando e infine estinguerò tramite soffocamento letterario la bestia. La bestia è il mito-antimito che il romanzo cerca di scarnificare: sarà sperimentale, senza che nessuno se ne accorga, perché sarà gelidamente autoptico. L'autopsia è però quella di Hubble su regioni distanti, luce del passato che investe il nostro pianeta mentre la stella è magari estinta. Il tentativo è questo.
Giuro: è difficilissimo. Speriamo riesca.



Il romanzo cresce come un frattale: l'incipit

x2.jpgSono dunque in stesura del romanzo. Alla scena 15, su 96 previste. In realtà, ho scritto 20 scene. Archi voltaici si istituiscono tra punti distanti tra loro, nella vicenda raccontata che dura 56 anni, e le visioni o i "treni di parole" mi costringono a correre in avanti, perché le connessioni sono labirintiche ma necessarie. La struttura è scheletrica, la carne escresce non casualmente ma non linearmente.
L'incipit deve dire tutto. E' stato un problema. Devo affrontare lo zero che irradia il Male e devo dire che lo sguardo umano lo supera. Come è possibile? Al solito, utilizzando la Waste Land. Ciò che deve andarsene (cioè le mie personali poetiche pregresse) intridono a tale punto il mio immaginario, da svelare altre modalità di uso di quei gorghi in cui ho impegnato la mia vita - e la Waste Land sopra tutti.
C'è un sito che tenta di ipertestualizzare la Waste Land. E' un buon inizio, che consiglio. Quanto a me, alcune considerazioni sull'incipit.



Terminata la "scaletta" del romanzo, il romanzo cresce

x2.jpgE' finalmente terminata, grazie a due settimane di impegno intellettuale pesantissimo e senza la minima sosta (l'esperienza cerebrale ed emotiva più colossale e dolorosa che abbia compiuto nella mia vita; e ciò in giorni privatamente sofferti e sconcertanti, tra i più perturbanti della mia esistenza...), la "scalettatura" del romanzo.
Il risultato è costituito da tre fogli bristol, scritti in verticale davanti e dietro, capitolo per capitolo, annotati con minuta scrittura che ne fanno tre steli di Rosetta su carta. Il totale delle scene, ognuna delle quali rimanda a riletture di porzioni di una decina di libri che ho scelto come guida, è un numero imbarazzante: 96 - di meno non era possibile fare. Sarà necessario, in sede di scrittura, tagliare molto, concentrare rimanendo chiari, poiché l'Editore mi richiede un libro non da 900 pagine (che sarebbe la statura naturale di un'opera come quella che mi accingo a scrivere), ma della metà. Alcune delle scene risulteranno brevi o brevissime, ma ci sono parti che hanno richiesto una strutturazione complessa, pari alla complessità storica del momento preso in esame.
In questa fase di riassunto e strutturazione si è spesa la massima componente inventiva: che risiede nel taglio dello sguardo lanciato sugli eventi. Adesso si tratta di mettere in azione le bambole robottiche che pervadono il libro, e gli umani che lo affollano. Si è tentato, utilizzando l'invenzione attraverso modalità di sguardo, di mantenere coerente, in maniera tenace, la poetica e la retorica elaborata nell'officina pubblicata su queste pagine. La mia personale poetica, di ascendenza hugoliana, è confinata in due scene fondamentali e centrali, dopo la metà del romanzo. Una scena/non-scena, difficilissima da redigere per il sommovimento di orrore (e più e meno che orrore che è intrinseco all'evento affrontato) è già stata completata.
Il libro, dunque, è cresciuto. Tra poche ore inizierà la stesura.
E' la cosa più orripilante e difficile che mi sia mai capitato scrivere.
E, ultima e periferica tra le considerazioni che riguardano la scrittura di quest'opera, è un attacco alla letteratura: alla sua quintessenza criminogena, al fantasma che dorme nascosto tra le lettere, i nomi, le forme e ritmi,che origina l'orrore.
Il soggetto si va svelando (da infante, nell'immagine, è passato a cinquenne): lo sarà del tutto al momento opportuno, quando lascerò defluire uno tsunami di considerazioni puntuali sulla specifica materia e il soggetto fondamentale di cui il romanzo tratta.



Il romanzo cresce nelle Feste: niente Feste per il romanziere


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Il romanzo è l'estremità del romanzo dell'orrore e quindi non ha nulla di festaiolo o di celebrativo: si tratta, anzi, di un'anticelebrazione. E' terminata la fase di studio della sua spina dorsale. Ora si procede con la prima, cartesiana "scalettatura" della mia vita: una gigantomachia, il cui campo di battaglia sono quattro fogli bristol. Tale "scalettatura" verrà realizzata entro il 7 gennaio. Dal giorno successivo: la stesura.
Niente da festeggiare nemmeno per l'autore, quindi, da qui all'Epifania.
Invece, tantissimi auguri ai lettori che stanno affluendo sempre più numerosi a questo sito, che offre loro soltanto testi meditativi o tecnici: un abbraccio a tutti perché trascorriate un felice Natale e perché il capodanno sia divertente e l'anno nuovo apportatore di serenità.

PS. E a te, papà, nel primo anniversario della transustanziazione, un abbraccio alla numinosa forma che chissà se è e dov'è.



Il romanzo: primo svuotamento del Mito

x.jpgIn medias res: l'incipit del romanzo assolverà da subito i due compiti precipui e di sfondo del libro stesso, cioè l'abbattimento del mito e l'entrata dell'umano nell'ambiguità. Sarà, con tutta probabilità, una scena muta. La mitologia umana che va a perdere indipendenza, si ricolloca nell'umano, non invade né spinge all'azione l'umano, bensì lo giustifica e ne è, eventualmente, contenitore della colpa collettiva. L'idea del Male si presenterà di fronte alla Cosa che fa il Male e rinuncerà al proprio statuto: non metastatizza demonicamente nella Cosa e quindi non la "riempie" e, in ultima analisi (qui: la prima tra le analisi) non ne giustificherà la azioni. E' il primo nemico del libro a venire abbattuto. Secondo avversario da affrontare sarà l'idea della psicostoria: l'ambiente e la formazione come determinanti nello spiegare le azioni postume - e qui si procederà per successivi svuotamenti. L'idea metafisica non può essere espressa nella prima parte del romanzo e risulterà solo all'omaggio verso gli innocenti e all'incapacità della letteratura di riparare la Storia.
Finalmente lo studio centrale della vicenda storica che regge il romanzo verrà terminato (o quasi) entro stamattina. Dopo comincerà la fase molto ardua della "scalettatura" - pratica a cui sono disabituato, non avendo scalettato che una volta soltanto, in occasione del Dies Irae, con l'esito che, appena mi sono messo a scrivere, quella scaletta è saltata dalla prima scena. Nel caso del romanzo, per la delicatezza dei temi, la precisione storica richiesta da una pressione etica irrefutabile e il rispetto verso una santissima umanità, la scaletta deve essere rispettata. Sarà una fase di prescrittura molto puntuale, quasi maniacale, verso la quale mi prende sconforto: e sarà il mio Natale, il mio capodanno, la mia Epifania.
Intanto, ecco la figurazione mitica che, da subito, verrà stracciata di contenuti propri: la sua leggenda, che conduce allo Helter Skelter, cioè all'apocalisse in terra e in cielo, dovrebbe chiarire, a vantaggio di chi ancora non l'avesse intuito, il soggetto al centro del romanzo...



Umano e Disumano: Homo sapiens e Homo demens per Morin

x.jpgNonostante io desideri perseguire una poetica di mimesi che si autodistorce (il motto popolare che la realtà supera la fantasia), il romanzo, percorrendo i binari della realtà non conduce soltanto a una soglia insuperabile in cui la rappresentazione DEVE arrestarsi (pena: un'esplosione di oscenità che altro non è che l'inveramento del Male propalato), ma porta direttamente a una finzione storica autentica, che è il delirio. Va detto che la Cosa che irradia il Male, per tutto lo svolgimento della sua indegna esistenza, è un atto di finzione dietro l'altro, ma con modalità politiche per cui sappiamo perfettamente come un politico indossi maschere a seconda dei momenti. Qui si tratta tuttavia di una finzione storica estrema, perché espressione di un'eccezione e comunque mirata a un fine che non coincide affatto con le mire delle finzioni stesse operate dal politico, secondo le apparenze. E tuttavia, avvicinandomi alla fine, storicamente, ecco che ravvedo emergere il delirio dell'epilettico. Se alla finzione, assai poco interessante in quanto preventivamente calcolata e quindi pessimamente letteraria, dei discorsi pubblici (la letteratura ad usum del Male: ecco a quale punto si è giunti...) intendevo sostituire una finzione più vera della realtà, mettendo in bocca al posto delle arringhe pubbliche i discorsi privati dello "zero" che fa da protagonista al libro, a un dato momento droghe e nervi contribuiscono all'emersione della veracità degli intenti sepolti e manifesti, trattenuti e trascinati per decenni: le reali intenzioni, che sono il Male, in forma di finzione retorica vera, un paradosso soltanto apparente, poiché si tratta di uno sconfinamento, anche linguistico, in zone di immaginario megalomaniaco e patologico: in delirio veritas.
Si pone, dunque, prima della fine, un nuovo estremo problema, che riguarda questo "zero". Non potendo farne una deità lovecraftiana, devo comunque rappresentarne il delirio. Prima di quell'istante, il delirio e l'epilessia sono calcolati; nel periodo finale, il delirio è autentico. E dice più verità del delirio attoriale.
morin.jpgSoccorre, per le pratiche retoriche intorno a questo genere di delirio, un saggio di Edgar Morin [a destra], che precisamente va ad appuntarsi sul nesso iniziale e finale di cui il romanzo cerca di tratteggiare la vicenda: si intitola Cultura e barbarie europee (Raffaello Cortina Editore, pagg. 91, 9 euro) e ne riproduco un brano, qui di seguito. E' un discorso pericoloso, che io utilizzerò ex contrario: esso testimonia il tentativo di fare reggere il principio dell'Umanismo (l'uomo che fa il male crede di fare il bene) che proprio la Cosa del romanzo ha spezzato per l'Occidente industrializzato del suo futuro, che è il nostro presente.



Velocità e oblio: il contrario del romanzo


delillonl.jpgBisogna entrare in area DeLillo per comprendere che in ciò che egli lavora come mitologia collettiva non si configurano modi per me utilizzabili nell'affrontare un'estremità della Storia. Qualunque analisi circa l'elaborazione del mito ai nostri tempi è la conferma di uno degli obbiettivi civili che mi pongo, mentre mi avvicino alla stesura della prima struttura del romanzo. Da un lato, il mito viene oggi abbassato - è il mito laico: diventa larga condivisione di motivi deboli, che col mito poco hanno a che vedere, se si guarda alle tradizioni popolari e culturali e religiose; dall'altro, è la velocità di elaborazione e acquisizione della conoscenza e dell'esperienza a minare il sedimentarsi storico di una vicenda che, di norma, potrebbe costituirsi a mito. Così, anche gli scrittori. A queste analisi si oppone, secondo modalità del mito sacro (sebbene per costruire l'antimito), un'autentica e coraggiosa ideologia della memoria, presa nella trappola dello schematismo che impone ogni ideologia: richiama il proprio contrario, ed è costretta a spettacolarizzarsi per rintuzzare l'oblio che la contemporaneità stende su tutta la storia. Eppure, proseguendo negli studi pesantissimi (sotto ogni riguardo) che preparano il , è molto chiaro che la sussidenza di un mito falso, propalatosi come scarico di un senso di colpa per il Male che si è manifestato, è la risultanza di una persistenza del mito sacro e la radice ultima per cui il romanzo va scritto. x.jpgE' neceessario riportare la Storia alla storia, il disumano nell'umano, certo, ma in forma di eccezione, non tacendo le corresponsabilità di un progetto ben più profondo di quello che si è manifestato storicamente: si tratta del progetto antiumanistico che ha costruito l'intera vicenda occidentale, si tratta del compimento di quel progetto. Il mito del Male, che riempie e giustifica con oscenità uno "zero" - cioè la Cosa che irradia il Male e che è protagonista del romanzo -, non può esimere lo "zero" da responsabiilità umane e noi stessi dall'assunzione di simili responsabilità, al contempo: ma non attraverso la finzione di una storia condivisa in modalità dilettantesche. Parodia di un mito, questo mito del Male resta come uno spettro tra noi, e impedisce che l'umanità occidentale si faccia carico davvero di quanto deve farsi carico.
E la letteratura? La letteratura, rispetto a questa Cosa, tace o la tratta attraverso finzione al quadrato: non è letteratura. Oppure agisce sull'evento storico (uno qualunque tra i successivi alla materia del libro a cui lavoro), esaltando gli effetti di quel Mito sbagliato, osceno esso stesso. Come è desumibile dal saggio che riporto integralmente di seguito: Il Muro di Berlino da Don DeLillo a Joyce Carol Oates. Nessuna delle categorie che Roberto Cagliero individua negli autori analizzati può testimoniare per i testimoni: la letteratura si è arresa (e, da notizie delle ultime ore, continua ad arrendersi) al volto del disumano incarnato nell'umano - rappresentarlo senza finzione di finzione non viene in mente ai grandi scrittori e, nel caso gli venga in mente, eccoli procedere a una riempitura dello "zero" che, in ultima analisi, è una giustificazione del Male in terra e una teodicea al contrario, una mitologia che distorce la memoria.
La letteratura abdica qui, a questa estremalità.



Il romanzo brucia la Waterloo di Hugo


Mentre avanza il panico, scaglie di scene si sono già nella mente formate, per comporre, secondo la metrica di metope su un frontone templare, la struttura del romanzo: e sono scene che non so come fare, esse stesse portatrici di panico. La materia storica, di cui il mio nuovo libro è un tentativo di penetrazione per angolature di sguardi, è implicitamente corale, poiché non può esserlo esplicitamente. La coralità si separa in se stessa: una componente manifesta da celebrare e rappresentare nel silenzio, fino a una data soglia, e quindi con tecniche da studiare secondo indicazioni soprattutto etiche e teologiche; e una seconda coralità, che non costituisce l'eccezione alla storia umana, che va rappresentata secondo un universale a cui l'uomo pare non opporre resistenza e riottosità nel corso del tempo - e si tratta della guerra. Più precisamente, di una battaglia, abnorme, assoluta, quasi escatologica. Il modello da mutuare è, a mio parere, non tanto Stendhal o Tolstoj, quanto Hugo, che va a diretta rappresentazione di scene emblematiche - ed è l'unico caso in cui posso permettermi la sua poetica in questo mio nuovo libro. x.jpgModello e antimodello del romanzo, in questo caso Hugo garantisce i tre quarti di ciò che posso mutuare: la rappresentazione che interessa, ma non la pietà a cui penso e che avverto. Va inoltre rigettata la sua tendenza alla mitologizzazione. La scena, insomma, a cui guardo, è la grande battaglia di Waterloo nei Miserabili: ma dev'essere sottratto Napoleone. O meglio: Napoleone deve essere azzerato. Una situazione ambigua, come ambigua è la guerra. Ma non è la guerra il nucleo a temperatura inavvicinabile che regge il progetto a cui lavoro: la guerra, ahimè, rientra nell'umano, mentre io sono costretto a occuparmi del non-umano.
Qui di seguito riproduco la gigantesca serpentina che Hugo allestisce nel suo capolavoro intorno al fronte universale di Waterloo. E' lunga citazione, ma chi ama la letteratura non può sottrarsi dal magnetismo che irradia. Parte di quel magnetismo accoglierò, parte rigetterò.
Di fronte al disumano, l'umano arretra.
Qui però siamo ancora nell'umano, sebbene nella peggiore tra le sue facies.



Il romanzo impone il panico

x.jpgMancandomi circa cento pagine alla fine dello studio (maniacalmente barocco, con appunti e schemi a profusione) del testo che, tra decine, ho scelto come guida fondamentale per attenermi allo sviluppo storico delle vicende narrate nel romanzo - cioè la materia storica su cui esercitare la variazione di sguardo e non fare crescere la finzione della finzione: cioè la finta che maschera o distorce le responsabilità della storia umana -, ecco che giungo a una fase a me nota, ma questa volta straordinariamente intensa, colma di una potenza mai prima affrontata: è il panico. Non si tratta della crisi cosiddetta della "pagina bianca". E' una fase della creazione di un organismo, quando le intenzioni abbandonano la forma del calcolo e iniziano a mettere a repentaglio quanto si è teorizzato fino a questo momento. Un panico ubiquitario, una sensazione di impotenza, di non farcela, questa volta esaltata dall'oggettiva sterminatezza della materia da rappresentare (come?, per salti?, tutta?, in parti significative?, venendo a volte a meno rispetto alla precisione che si esige?, cedendo alla sorpresa?, arretrando rispetto al rischio del grottesco della storia umana?). Una forza centripeta e una centrifuga, componenti della narrazione che sono universali e inalienabili, adottano i loro effetti all'interno dello scrittore. Le convinzioni sulla forma, fin qui chiare e distinte, vanno a puttane. Il liquido corteggia l'orlo, io sono imbevuto della materia di studio e ancora così tanto mi manca da studiare (decine di testi: decine...)... E questa materia, che è l'orrore stesso, questa sensazione di oppressione che il Male esercita a distanza su di me? La devo trasmettere? Devo trattenerla? E come ricompensare chi il Male ha falciato? Come dare rappresentazione all'onorato rispetto ed ergerlo a culto dei morti, a silenzio che parla e redime? La letteratura non redime nulla, la mia insufficienza, in quanto scrittore, è stabilita a priori... Ed è un libro che, sia detto come elemento marginale a fronte dell'importanza delle cose da narrare, è tutto contro di me, contro la mia idea di letteratura: sto accingendomi a una morte, o perlomeno a un tentativo di omicidio: di poetiche, di accertate sicurezze finora acquisite a discapito di nulla, mentre qui io devo considerare anzitutto l'Altro, la mia responsabilità verso l'Altro, scrivo per l'Altro, per la massima alterità che vorrei - e non posso - ricompensare, cerco di suturare una ferita che non sarà mai sanabile... E chissà se si capirà che sto facendo questo...
Un critico: "Il problema contemporaneo di fare della bêtise uno strumento di cattura dei frammenti che ci stanno intorno, e fare altresì dei frammenti un elemento di stupore, di interrogazione. Dal Novellino: «E se i fiori, che proporremo, fossero mischiati intra molte altre parole, non vi dispiaccia; ché 'l nero è ornamento dell'oro e, per un frutto nobile e dilicato, vale talora tutto un orto e, per pochi belli fiori, tutto uno giardino»": questo è ciò che devo in me assassinare, questa poetica che mi è connaturata e per la quale ho tanto lavorato, dai tempi in cui scrivevo versi, vent'anni orsono... E che metrica e prosodia adottare perché passi quello svuotamento a cui miro?
Insufficienza della teoria.
Momento della cecità.
Durata lunga del momento di cecità.
Tutto in metamorfosi, ma gli elementi sono sempre i medesimi: quelli di cui mi sono imbevuto e saturato in questi mesi. Quest'ultima considerazione dovrebbe tranquillizzare: emergerà una forma per ora indicibile, ma fiorirà da ciò che si è faticosamente studiato.
Avere paura è necessario.
La politica dell'appeasement è stata fatale all'Europa e tanto più lo è ora allo scrittore.
Il desiderio ha partorito il progetto, la paura ne è l'attraversamento. Ora, in questo momento preciso, la paura è al suo culmine, la selva oscura, smarrita la retta via: si presentano belve.
E' quindi contro belve sconosciute che mi trovo a fronteggiare la possibilità del cammino.
Finché non si presenta il Bene, in forma di Maestro. E mi guida al limitare dove si coglie la luce. Ciò accadrà nel momento in cui inizierò la stesura (e ci impiegherò ancora circa tre settimane, se vado veloce e senza intoppi).
Il diario dello scrittore emenda qualcosa?
Sì: emenda l'opera. Emenda il presente buio, senza tempo, di durata esterna imprevedibile e di durata interna impossibile da stabilire (poiché sembra un'infinitudine di beanza attiva) in cui la scrittura prende corpo, il testo è disteso e le responsabilità storiche sono parimenti assunte, totalmente.
Sono l'ombra di me stesso: ombra tra ombre di lutti.
La materia prima del romanzo non è la vita allo "zero" della Cosa, della Non-Persona, ma la morte dell'innocenza.
La materia prima è la prima indecente morte.
La materia seconda è la seconda morte che gli inni sacri cantano.
Questo sarà il nascondimento reso esplicito.
La danse macabre contro l'inno sacro, a favore di quest'ultimo.
In medio stat horror pleni.



Impossibilità ironica del romanzo: Zanzotto

x.jpgDue sono le strade all'ironia, e molte le deviazioni - l'ironia che altro non è che una forma assunta dal nucleo fondante con cui ogni retorica si manifesta, cioè la propria figura principale - che è l'antitesi. Una delle due direzioni ironiche, che sono comunque sempre meditative e frutto di un indentramento dello sguardo, è la Storia, proprio nel senso del falso mito a cui è andata soggetta la Cosa che irradia il Male, e cioè il soggetto che sta costantemente nel mirino del romanzo: il mondo ironizzato è il mondo alleggerito, il mondo meditato, anticipazione del carnacialesco, del satirico, del grottesco. I contenuti evaporano per l'esorcismo ironico: il mondo è sogno, follia, etc. La seconda direzione del bivio che l'ironia mette a disposizione è una formidabile difesa psichica: l'antitesi, interiorizzata, mitizza consolatoriamente l'"io", poiché è l'"io" che si alleggerisce di colpe, traumi, e le tragiche necessità divengono bizzarri lussi di un grumo di nevrosi contro cui si ride (già: ma chi ride dell'"io", quando lo si ironizza? Questa è la domanda metafisica riproposta in termini di retorica dell'ironia).
Il romanzo non può essere ironico. Anzitutto nel primo modo, non può essserlo: la materia dell'estremità tragica non può risultare ironica, poiché non stiamo parlando di una tragedia, se l'eroe che sembra tragico non lo è davvero - e nel caso del romanzo non è un eroe tragico, impone una tragedia e ne rimane fuori. L'ironia tragica si applica come segno di riconoscimento del mito (profezie e anticipazioni come spie della storia preconosciuta): ma qui ci troviamo di fronte a una storia che si crede di conoscere e invece non la si conosce affatto - quindi, niente spie. Il romanzo non può essere ironico nemmeno nella seconda ipostasi: non c'è un "io" da alleggerire, semmai c'è un "noi" da appesantire, da mandare knock out, e si tratta di un "noi" che comprende anche i morti e che si spera termini di esistere presto - la collettività che non ha saputo guardare in faccia la Cosa che fa il Male, scaricandola in un àmbito mitico che l'ha preservata come in ambra una mosca.
zanzottomondo.jpgProbabilmente, esterne alla Cosa che fa il Male, le figure appariranno grottesche: ma in forma di realismo, in quanto si trattava di Eminenze del Grottesco, e ciò storicamente. E' la lieve antitesi che funzionalmente spinge allo "zero" ciò che si pensa non lo sia, finora rappresentato (al cinema soprattutto) con metodi espressionisti caricaturali, super-ironici - questi occhiali che io desidero levarmi e desidero che anche i lettori desiderino levarsi.
Per emblematizzare origini, percorso ed esiti dell'ironia, un esempio tra i più alti del secolo appena passato: Al mondo di Andrea Zanzotto - di verso in verso, un autentico trattato sull'atteggiamento ironico sul mondo e sull'"io".



Allegoria esterna al romanzo: per intendersi


hugo.jpgL'idea di un soggetto che sia estremo dal punto di vista storico, tanto estremo da mettere fuori uso la retorica della finzione vigente, costringe, come detto in precedenza, a una rinuncia che è al tempo stesso estetica ed etica, oltre che personalissima: si rinuncia alla poetica dell'allegoria. L'allegoria a cui ho sempre guardato è una forma mutuata dal Dramma barocco tedesco di Walter Benjamin, a cui si aggiunge un elemento utopico ricavato dalla lettura di Ernst Bloch, e che, tramite lo stilema fondante di tutta la retorica, che è l'antitesi, ho appreso (grazie agli studi fondamentali di Donata Feroldi) nelle sue infinite variazioni con l'esplorazione minuziosa dei testi di Victor Hugo. Nel romanzo l'allegoria, che costituisce contemporaneamente, in una prospettiva del tutto personale, il nucleo del tragico, non può essere utilizzata, x.jpgperché segnerebbe piste e tracce dello "zero" umano, della rottura dell'umanismo di cui la Cosa che compie il Male è colpevole, oltre che essere protagonista del libro stesso. La realtà al posto dell'allegoria, e tuttavia nessuna forma di realismo banalmente naturalistico: ecco la retorica a cui guardo per il romanzo. De-shakespearizzare la materia è un imperativo etico fondamentale, in questo caso e la letteratura non costituisce nessuna lente interpretativa, bensì puro racconto. Lo sguardo come assenza dinte, sostituita dal taglio dello sguardo, cioè dai movimenti dell'occhio sulla sconfinata e orrenda materia storica.
Per intendersi circa le valenze dell'allegoria, dalla sezione enciclopedica della splendida rivista di critica Uroboro, riproduco un'antologia di pensatori e critici che, dell'allegoria, sono coloro che massimamente hanno trattato.



Se il romanzo fosse scritto nel 2071

x.jpgSe il romanzo fosse scritto nel 2071, non ci sarebbero i rischi che comporta scriverlo adesso. Nel 2071, il finto mito del Male, oscena giustificazione alla Cosa che irradia il Male, sarà già svuotato (non dico dall'opera del sottoscritto, figuriamoci...), poiché non si tratta di un mito, bensì di una storia che tutti suppongono di conoscere e non la conoscono davvero: è la finzione di una finzione. Meccanismo di consolazione e oscenità collettiva, perché la colpa si riversa su tutto l'occidente e su tutta la storia dell'occidente, al suo atto corentemente terminale, prima di diventare l'inveramento di un'unica ontologia: la definitiva compromissione del legame empatico in contesti cosiddetti "sviluppati", dove il Potere ha assunto configurazioni che non hanno più nulla a che vedere con l'idea di Stato borghese e, infine, con l'idea statuale di nazione: il Potere che, come il Denaro, si ripega su se stesso e simbolizza se stesso - cioè l'emersione di qualcosa dal vuoto. In realtà, possiamo dire che l'utilizzo che Toni Negri fa delle categorie schmittiane nel suo Impero corrisponde all'analisi dei postumi di quanto emerge dalla Storia, di cui sto per scrivere lo scatenamento nel romanzo: che non avrà un apparato ideologico alle spalle, come le analisi di Negri invece hanno.
Se il romanzo fosse scritto nel 2071 non risulterebbe una prosa come quella a cui sto pensando. L'impasse dei protocolli retorici, nel caso-limite che fa da soggetto al nuovo libro, è per me l'impasse di tutta la letteratura contemporanea: non avere affrontato il limite fa credere ancora nel romanzesco, in un certo romanzesco, che, se applicato alla Cosa che irradia il Male, mostrerebbe la propria mucillagginosa laidezza, il grottesco statuto vuoto che ne lascia deserte le fondamenta, la debolezza intrinseca che punta alla struttura e allo snodo come punti forti per reggersi sulle stampelle. Non il romanzo ha intenzione di dimostrare ciò: è il caso-limite storico a dimostrarlo, è la Storia a mettere fuorigioco il romanzesco a cui siamo abituati.
burroughsnova.jpgSe il romanzo fosse scritto nel 2071, non dovrei scrivere come scriverò, cioè, seguendo l'indicazione dolorosa di Pound che Pasolini cita in Petrolio: “La maniera ideale di presentare questa sezione del libro sarebbe elencare le citazioni SENZA commento alcuno. Ma temo che sarebbe troppo rivoluzionario. Ho infatti dovuto imparare, per lunga e logorante esperienza, che, nella presente imperfetta condizione del mondo, l’autore DEVE guidare il lettore”. Se il romanzo fosse scritto nel 2071, questo preciso stato di cose sarebbe già superato. La lingua sarebbe un'altra, non quella piana e scorrevole che sarà, bensì una lingua che ha varcato lo "zero" che la letteratura deve ancora oltrepassare: precisamente sarebbe la lingua che segue...



Contraddizioni implicite nel romanzo


x.jpgLa materia storica che entra nel romanzo a cui sto lavorando (e manca ancora molto studio, soprattutto dei corollari e dell'anedottica che, a confronto col Male che si irradia, determina un grottesco che rientra nelle oscenità da evitare in stesura) è un arco temporale contradditorio: storia sì, ma anche Storia; e Storia in quanto accade per la prima volta l'irradiazione diretta ed estensiva del Male, senza mediazioni culturali (che sono tutte oscenità di supporto alla Cosa che fa il Male, trappole per la coscienza collettiva in cerca di consolazioni). La composizione di un simile libro dovrebbe rispettare i canoni del romanzo storico, ma non può farlo, perché il rischio è di riempire di contenuti lo "zero" che irradia la materia stessa del Male; e non si può nemmeno ricorrere alla retorica del genere storico-fantastico, che creerebbe una laidezza tesa a giustificare per appoggio quanto deve essere ricondotto allo "zero", visto che la nostra contemporaneità, al posto di quello "zero", nonostante le avvertenze di chi si occupa di questa viscosa e tragica materia, vede del pieno, che io devo svuotare. Una situazione che ricalca non a caso gli esordi del romanzesco, nella chiave poematica che permise in epoca moderna (intendo nell'Ottocento) di aprire le porte a una narrazione prosastica, che ha assunto via via i connotati della nostra contemporaneità. foscolo.jpgNel caso italiano, questo snodo sta nel passaggio tra Foscolo e Leopardi ed è su un giudizio del critico Francesco Flora circa iSepolcri del Foscolo che mi soffermo: poiché gli snodi ci sono tutti, i problemi ci sono tutti - sul piano non tematico, ovviamente, ma delle retoriche. Spingere il romanzo all'estremo (anche se il romanzo non avrà nulla di sperimentale, anzi: sarà prevedibilmente molto leggibile) comporta il ricongiungimento con quegli snodi problematici che Flora già identificava, con precisione autoptica, nella fine del poematico che Foscolo incarna coi suoi Sepolcri. Basta semplicemente sostituire, nel finale, la parola "vita" con "Storia":
"Una certa fatica si avverte nello svolgimento pindarico dei Sepolcri, poiché non sempre i passaggi del sentimento si legittimano per se stessi, e chiedon talvolta appoggio a una specie di argomentazione logica che è incapace di ordinare in concetto quel che nell'armonia del sentimento foscoliano è già ordinato e musicalmente risolto. Forse questo argomentare fallace destò in coloro che non seppero giungere al cuore del carme l'impressione che il Giordani riassumeva nella frase: fumoso enigma. Ed è un residuo di quel dissidio tra ragione e sentimento, tra sopramondo e vita, che s'è visto qua e là nella concezione foscoliana del vivere". (F. Flora)



Guardando a Heiner Müller

historiek_Muller.jpgMentre sto lavorando al nuovo romanzo, ponendomi problemi di natura etica e di natura estetica (intimamente intrecciati, in questo caso che può dirsi eccezionale: i protocolli di rappresentazione sono al culmine dell'ambiguità, sono sbalzato fuori dall'invenzione e mi domando cosa devo fare su pagina per dare non-vita a una vita: la vita della Cosa che fa il Male), lavoro anche a una pièce teatrale.
La stesura del testo è già completa, ma non basta: per motivi drammaturgici essa va modificata, perché canonicamente il teatro moderno e contemporaneo non può accettare un equivoco quale il mio testo provoca: cioè l'ingenuità, il dilettantesco del racconto che elimina il motore dell'azione e rompe il legame relazionale tra i personaggi, mantenendone apparentemente una finzione. x.jpgLavorerò, dunque, a una versione da messa in scena di questo testo che rimarrà comunque, nella sua prima stesura, la versione definitiva. Ciò che mi ha spiegato ieri il regista della pièce è tuttavia fondamentale e deve essere accolto come suggerimento drammaturgico per muovere in finzione realistica la figura della Cosa che fa il Male nel romanzo: è il discrimine preciso che mi permette di non scivolare nel saggistico e allo stesso tempo di non praticare il romanzesco come finzione pura, invenzione o allegorema, e in contempo lasciare vuota, quale è, la figura in oggetto, tenendo presente che essa è stata storicamente "vuota", nonostante il mito consolatorio che l'ha attorniata come osceno fumus o fumus dell'osceno - il che è lo stesso.
E' una componente della poetica fondamentale, quella a cui mi richiamo. E valga sia per il teatro sia per il romanzo quanto ebbe a dire nell'88 Heiner Müller, il geniale drammaturgo e regista tedesco autore dell'impareggiabile Hamletmaschine ('77) - intervista di cui pubblico brani qui di seguito.



Svuotamento del mito: “The act of seeing with one’s own eyes” di Brakhage

stanbrakhage.jpgDue interventi esterni mi inducono a tornare sull'utilizzo di materiali non immediatamente letterari (in particolare Stan Brakhage, nella foto a destra; ma l'exraletterario cinematografico e televisivo si fonda sulla retorica letteraria), per alleggerire (???) e rispiegare il discorso sullo svuotamento della Cosa in quanto mito: la Cosa è il Male non esterno all'uomo, anzi, per la precisione, non esterno a un umano in particolare - colui che costituisce il soggetto del romanzo a cui alacremente lavoro (sono ancora nella pesantissima fase di studio, la stesura, forse, inizierà a gennaio).
Un'adorabile esperta di terzo grado culturale mi chiedeva ierisera per telefono come si possa demitizzare una storia preconosciuta e quindi mitica. Ci sono due vie: una decostruttivista, che prescrive di mostrare ciò che non appare, e determina definitivamente che la storia non è affatto preconosciuta e quindi non è mitica (nel caso in particolare, il mito del Male si concentra non sul supposto eroe tragico, ma investe di valore umano altissimo chi subisce innocentemente la nemesi del Male). x.jpgL'altra strada è il lavoro sulla retorica: un'elaborazione di questa potenza (per me retorica significa: contenimento e modulazione ritmica e figurale della violenza in forme umanistiche di persuasione), in modo da evitare i protocolli che riempiano la figura del personaggio, svuotandolo come deve esserlo anche per ragioni storiche (qui la storia preconosciuta non è affatto preconosciuta: è scandaloso pensare a quanto "idiota" sia la Cosa) attraverso un evitamento delle antitesi interne e un'adozione dell'antitesi in senso totale: antitesi contro le analogie, le allegorie e le metafore, patrimonio linguistico e immaginario che ha creato nella memoria collettiva la Cosa - ed è la soluzione che intendo adottare per il romanzo: mantenere la finzione (non scivolare nel saggistico), ma non arricchire di alcun espediente finzionale cio che è. L'unica finzione ammessa è il mio sguardo autoriale e il mio linguaggio poetico: una poetica del silenzio, come detto in precedenza.
Per fare un esempio che esuli dalla letteratura in senso stretto, non ritrovo migliore esperienza artistica di un film cosiddetto d'avanguardia, del '71, The act of seeing with one’s own eyes di Stan Brakhage: ne propongo l'interpretazione datane da Francesco Patrizi su Cinematografo.it. Con una precisazione: l'autopsia che si svolge nel romanzo non ha nulla di orrorifico in senso corporeo: è un'autopsia sulla Cosa, sul suo cadavere storico che è stato oscenamente mitizzato.



Uno dei nemici nel romanzo: l'ontologia simbolica cristiana

A furia di insistere sul dato metafisico che, silenzioso e senza forma, fa emergere parole e figure del romanzo su cui sto lavorando, può sorgere l'idea che io tratti di Dio. La domanda su Dio è un approccio scorretto, nel caso in questione: poiché tutto si ridece a una domanda a Dio. Il lume, in questo caso, è il teologo, ben poco frequentato in Italia, Emil Fackenheim ed è da lui che traggo alimento per tentare di non concedere la più importante vittoria postuma alla Cosa che irradia il Male perché è il Male, cioè la possibilità antiumanistica dell'apertura, l'opzione della domanda e della fede. Ciò, tuttavia, riguarda la religione e non la metafisica.
x.jpgL'erudito documento che pubblico di seguito è un passo di certe riflessioni del Patriarca di Venezia, Angelo Scola, peraltro uno dei membri della Curia più avvertiti sul piano teologico: e si tratta comunque di un raro esempio di come metafisica, ontologia, teologia e religione si intersechino in un inganno dialettico che ha permesso alla religione più diffusa al mondo di espellere da sé ogni metafisica operativa e quindi di formulare la domanda a Dio di cui il romanzo pretende di essere silente portatore. Laddove si "richiama la necessità di tener ben fermo, nel percorso dell’ontologia simbolica, che la questione del fondamento non coincide immediatamente con la questione di Dio", si oppone, nel nuovo libro a cui lavoro, il principio contrario: la pietà e l'innocenza nascono solo se nel fondamento dell'essere non si ravvede alcun limite figurale, e cioè il Dio cristiano. Il che non si trova in Fackenheim, se non come derivazione al principio della possibilità di domanda: è questo, per me, l'obbiettivo fondamentale - lasciare aperto, aprire quel principio di domanda.



Evangelisti e il mio nuovo romanzo

collarespezzatoev.jpgCompio un esercizio che non ha molto senso da un punto di vista teorico, se non per mettere in evidenza un aspetto che accomuna lo scenario su cui Valerio Evangelisti ha lavorato, con la dilogia de Il collare di fuoco e l'appena edito Il collare spezzato (Strade Blu Mondadori, € 16,00), e l'ancor più vasto scenario che devo rappresentare io. La differenza rispetto alla materia e alle figure che si muovono nei due libri "messicani" di Evangelisti è ontologica e questo fatto muta, come ribadito più volte in questa officina teorica che sto allestendo, la retorica a cui posso fare ricorso: Evangelisti può permettersi l'inserzione di figure di finzione che diano un'unità fondamentale a un orizzonte tanto ampio qual è la storia dei rapporti tra messico e Stati Uniti, in modo da potere liberare la sua strabiliante capacità di emblematizzare e allegorizzare in una precisa direzione, che sarebbe l'oggi. Al meglio, il risorgente genere storico, di cui lo stesso Evangelisti e i Luther Blissett/Wu Ming sono i massimi esponenti (vorrei dire europei, più che italiani: quando qualcuno mi porterà un testo straniero paragonabile a Q o a Mater Terribilis sarò disposto a parlarne...), è il genere in massimo grado epico per un motivo preciso: esso si riallaccia, ne siano coscienti o meno gli autori (io credo lo siano e parecchio), all'origine della tradizione del romanzo ottocentesco, cioè al momento in cui Hugo volta a suo vantaggio Walter Scott, introducendo un elemento che in Scott era inesistente: l'elemento allegorico. Questa allegoria punta diritta verso il nostro tempo e ambisce a essere anche qualcosa di più: mira a costituirsi come eventuale universale (di questo sarà giudice il tempo, al momento non possiamo sapere dell'esito futuro). E', inoltre, una simile allegoria, una porta che apre a uno sviluppo indiscriminatamente inventivo della narrativa avveniente: le saghe che ci attendono saranno anzitutto allegoriche e, per questo motivo strumentale, epiche.
x.jpgQuella che ho descritto è una poetica non personale, ma sempre più collettiva, alla quale, da anni, cerco di allinearmi. Tuttavia, nel caso del romanzo a cui lavoro, io sono costretto ad allontanarmene. Da un lato, io non posso allegorizzare una realtà che, storicamente, è più potente di una retorica dell'allegoria; dall'altro, non posso utilizzare il filo unificante di finzione che la logica allegorica del genere storico esige, poiché, se lo facessi, farei diminuire di potenza la Cosa che cerco di guardare in faccia e a cui tento di non concedere vittorie postume. L'allegoria serve come formidabile arma di attacco all'ambiguità, che è il vortice in cui si dà la letteratura: ma io mi trovo ad avere a che fare con l'ambiguità assoluta e non intendo venire meno a un compito a cui la letteratura (non le altre arti) ha finora abdicato, affrontando la Cosa del Male sempre obliquamente, appoggiandosi a essa, inerendo a essa, rappresentandola occasionalmente di tre quarti o appoggiandosi a una finzione che la temperasse. Il rischio è che uscire così prepotentemente dalla poetica del genere storico fa slittare verso il saggistico, che non è certo il caso a cui sto lavorando. La retorica più vicina a ciò che penso sia desumibile dal lavoro che faccio è dunque puramente emblematica - quella delle metope di un frontone: scene pietrificate, l'una magari distante spaziotemporalmente dalla successiva, ma comunque componibili in unità perché la vicenda è preconosciuta dall'osservatore del frontone. Sarei dunque in una situazione mitica, poichè la vicenda è preconosciuta e assoluta? No: l'intento è proprio di svuotare il mito. E' sufficiente la Storia, la potenza della Realtà - questo è il garante assoluto di una letteratura che si pretende artistica sì, ma soprattutto mondanamente vera.
Faccio seguire la quarta di copertina de Il collare spezzato, che invito ad acquistare e leggere: Evangelisti è illuminante nel trattare una materia sconfinata di origine storica. Senza le sue opere non sarei arrivato a elaborare nemmeno l'idea del romanzo.



Sfondo dello sfondo del nuovo romanzo: ancora Grotowski

grotowski2.jpg
"…L'atteggiamento mentale necessario è una disponibilità passiva ad attuare una partitura attiva, non un atteggiamento per cui una persona vuole fare una determinata cosa, ma per cui fa a meno di non farla"
e ancora
"la forma va costruita come un freno alla forma, cioè con la costituzione di movimenti, da parte dell'attore [nel mio caso, dello scrittore. gg], che vanno a scrivere una sorta di 'ideogrammi', inseriti in un percorso psicologico [nel mio caso, un percorso di narrazione. gg]
In queste considerazioni di Jerzy Grotowski colgo nuovamente definizioni dell'intenzione silenziosa che deve fare emergere, nel romanzo "impossibile" per il quale sto studiando come un matto, le retoriche più adatte: x.jpgesse, attraverso l'Apocalisse che si realizza ma oltre il quale c'è la Storia, devono culminare in un atteggiamento fattivo e silenzioso anch'esso, la cui definizione non può essere linguistica e nemmeno figurale (di qui, la difficoltà del compito, nel mio caso), che Grotowski stesso così delinea: "Affidarci a qualcosa che non è possibile definire precisamente, ma in cui si trovano compresi Eros e Charitas".
Per situare questa poetica-poetica, silenziosa e che non ha figura ma produce figure in stato indefinito e potenziale, pubblico un bellissimo articolo di Giovanni Lancellotti, psicologo e psicoterapeuta, dallo SCRIPT Centro Psicologia Umanistica, in recensione del più celebre testo grotowskiano.



Lo sfondo dello sfondo nel nuovo libro: Grotowski

grotowski.jpgIl nuovo romanzo, come affermato nel corso delle meditazioni scritte che costituiscono questa officina d'artigianato intellettuale, impedisce ogni finzione (o distorsione finzionale), e tenta una desclerotizzazione dei protocolli di genere, delle poetiche, degli stilemi che, a contatto con la realtà (interiore e storica) vengono bruciati dalla materia e dalla Cosa che ha agito su quella materia. Non è un caso se non esiste finora un romanzo su questa Cosa: dato sorprendente, ma non per chi si impegni in un severo studio della Cosa e mediti a fondo la difficoltà di rappresentarla. x.jpgE' dunque soprattutto l'intenzione silenziosa a muovere ciò che poi saranno le retoriche: le retoriche, davanti alla Cosa, che è una Cosa che ha utilizzato la retorica come veicolo del Male, sono feticismi osceni, almeno in questo caso. L'intenzione silenziosa, che motiva i due sfondi essenziali del romanzo, cioè Wallace Stevens e Celan, sta altrove e sono in moltissimi (al tempo stesso pocchissimi: rimangono perlopiù inascoltati, soprattutto in letteratura) a darne una formulazione che non è tale, bensì un giro attorno a questa intenzione silenziosa, un approcciarla per analogie, per speculum in aenigmate.
Uno di questi maestri è Jerzy Grotowsky. Con le sue affermazioni che seguono, io non ho più nulla da aggiungere al mio atteggiamento rispetto al nuovo libro: sono denudato, il che, esattamente, è ciò che cercavo. Di seguito alla sua fondamentale dichiarazione, riporto altre osservazioni di Grotowski, una delle quali è operativa, e per me quintessenziale. Intanto, ecco la prima e fondamentale espressione della poetica silenziosa a cui faccio riferimento.
“Esiste un io-io. Il secondo Io è quasi virtuale; non è, dentro di noi, lo sguardo degli altri, né il giudizio: è come uno sguardo immobile, presenza silenziosa, come il sole che illumina le cose – e basta. Il processo di ciascuno può compiersi solo nel contesto di questa immobile presenza. Io-Io: nell’esperienza la coppia non appare come separata, ma piena, unica. Nella via del Performer [nel mio caso, lo scrittore. gg], si percepisce l’essenza quando essa è in osmosi con il corpo [nel mio caso, la scrittura del libro. gg], poi si lavora il processo sviluppando l’Io-Io. Lo sguardo del Teacher [nel mio caso, la meditazione silenziosa sulla Cosa. gg] può a volte funzionare come lo specchio del legame Io-Io (questo legame non essendo ancora tracciato). Quando il collegamento Io-Io è tracciato, il Teacher può sparire e il Performer continuare verso il corpo dell’essenza”.



Il messianesimo nel nuovo romanzo: Benjamin

benjaminnl.jpgIl romanzo a cui sto lavorando, per ora soltanto molto studiando e molto riflettendo, è anche un romanzo intriso di messianesimo. Un messianesimo totalmente al di fuori delle beghe teologali e folosifiche che, nel Novecento - e anche in questi sei anni di filosofia - si è spesso presentato à la page. Il messianesimo a cui guardo è un'immagine, sapendo che io non avrò la possibilità di rifare o a cui ricorrere, per le necessità antifinzionali e antiretoriche imposte dalla materia con cui mi trovo a operare: è il celeberrimo Angelo della Storia di Benjamin. Perché la trama del libro è la Storia stessa, una congiura del passato che, volendosi tradurre in futuro, isola e meccanicizza il presente, tentando di dirigere in traiettoria l'inesplicabile punto del presente stesso che, essendo punto, non può essere linea - cioè non può essere direttrice storica, può solo essere sorgività continua della storia, a patto che il presente stesso coincida con l'autoconsapevolezza che mette in scacco l'"io" che si autoillude e illude di esistere, conformato, caratterizzato. Il messianesimo a cui guardo ha ovviamente connotati teologici (da Taubes a Fackenheim, il presso di noi così ignorato Fachenheim...), ma infine ha il suo fondamento (che è uno sfondamento nel non sapere che sostanzia l'umano, in Benjamin, nel Benjamin dell'Angelus Novus, certo, ma anche in quello del Dramma Barocco. x.jpgLaddove l'autoseppellimento dell'uomo allegorico, nella storia, è la risposta a ogni tentativo di inchiavardare la storia di storie in toria certificata - questo osceno esercizio antiumano che opera attraverso l'umano, concedendo continue vittorie postume al Male che devo scrivere.
Si tratta di un Benjamin, dunque, che sta agli antipodi delle definizioni e degli avvicinamenti ideologici di cui è testimonianza il saggio di Dora Kirchstein, che pubblico qui di seguito (è apparso qualche anno fa sul Manifesto), che spacca la ricezione di Benjamin con una lotta a chi tira più potentemente la giacchetta del povero Walter tra Marx e Scholem. A chi interessasse, per smentire la prospettiva che viene data di Benjamin, ho interlacciato al testo della Kirchstein (in corsivo) mie glosse, che non hanno intenzione di essere decostruttive, ma costruttive.



Mente separata da corpo, da cuore. Necessità di "montaggio" e "silenzio"

x.jpgAllestendo quest'officina sulla preparazione (per ora esclusivamente in fase teorica) del nuovo romanzo, devo tenere in considerazione alcuni aspetti marginali della Cosa che tento di guardare in faccia, direttamente, come la Medusa che pietrifica l'osservatore, ma con differenza rispetto a Perseo: non utilizzo nessuno specchio, cioè nessun aspetto finzionale. Di fronte all'assolutezza del Male, alcune peculiarità appaiono o svalutate in quanto secondarie rispetto agli esiti che il Male raggiunge, oppure vengono enfatizzate e assurgono al ruolo di eziologia e di spiegazione del Male. Entrambi questi atteggiamenti, che in pochissimi esperti della materia che sto affrontando hanno scartato per lanciarsi nell'effettiva ambiguità del Male e nella necessità di abolizione di ogni finzione, saranno da me evitati. In particolare è abbastanza significativo che io mi ritrovi di fronte un Soggetto che, irrappresentabile, deve essere rappresentato; che, esistendo più tramite tattiche che strategie, ha vita mentale e non corporea o empatica, nonostante i depositi mediatici ne restituiscano l'immagine di furibonda fisicità e di invasamento emotivo. Ma queste immagini, sono, per l'appunto immagini: il pieno che simula l'esistenza per permettere allo Zero di eiettare lo scatenamento del Male. Ciò ha a che vedere col rapporto tra immagine ed eros: in questa prospettiva, la Cosa del romanzo è addirittura archetipica, per noi contemporanei. Priva di eros, la Cosa pratica un'immagine dell'eros che rimane tuttavia segreta e conturbante per i morbosi interpreti in cerca dell'oscena spiegazione. Ben differente da quanto accaduto nelle spire della Storia che la precede, la Cosa è unica, è una manifestazione mai osservata prima dall'uomo e non è possibile spiegarla come perversione, il che è un fenomeno che appartiene alla sfera dell'empatico, seppure per narcisistica ritrazione dall'empatico. Il Male è il Male e non ha agenti o immagini: è il Male ed è l'"io" la trappola inindagata con cui l'incarnazione del male sembra essere demonicamente mossa, mentre la sua routine esistenziale è già il Male, senza separatezza dal soggetto agente.
Ed ecco, dunque, che la scelta dello sfondo-Celan (enunciata prevalentemente qui), come filo silenzioso che senza rappresentazione attraverserà il romanzo, si manifesta nel suo pieno valore: Celan antagonista della Cosa, ma non in logica bipolare - la sostanza del Bene è la medesima di quella del Male, se si sta sul falso piano degli "io", e non sulla sostanza da cui "io" emerge - che è silenzio. Ciò mi basta a ridurre a nulla le interpretazioni psicostoriche che tanto mi irritano, soprattutto all'apice del lavoro che sto compiendo.
Per questo motivo, qui di seguito, pubblico un estratto (che modifico sensibilmente) dalla tesi di Tonino Pintacuda su Paul Celan, Neve e silenzio. Paul Celan verso un’estetica della testimonianza (disponibile qui in pdf): montaggio e silenzio, nell'accezione datane da Pintacuda, sono le uniche retoriche di cui dispongo.



Abbattimento del senso del futuro

x.jpgIl senso del futuro è il sogno silenzioso di cui si ha confusa consapevolezza: esso è il motore di tutte le storie. Ogni racconto, tutte le storie narrano l'esperienza del futuro, l'apertura che si spalanca dal non sapere in forma di speranza, disperazione, certezza, menzogna sussurrata a se stessi o agli altri. Il futuro è in Shakespeare come ammonimento, in Dante come pedagogia interiore, in Eschilo come dato naturale e incontrovertibile dell'azione umana.
Nel romanzo a cui lavoro (per ora studiando centinaia e centinaia di pagine), sono costretto a destituire di potenza un determinato e potente senso del futuro inalato dal Male nel mondo, e per farlo devo appoggiarmi (ma non usare) l'assenza di senso del futuro che fa da contrappeso a quel primo disgustoso elemento. Non cito l'autore né il titolo dell'opera, poiché ancora non è tempo di svelare il soggetto del libro - ma ecco un brano che si riferisce con perfezione matematica ed profondissima empatia a ciò che io devo ricordare senza renderlo figura, senza limitarlo in formule...



Da Kiefer, rimbalzando su Celan: lo sfondo del nuovo romanzo

x.jpgQui ho enunciato che lo sfondo, silenzioso e mai rappresentato in figure, nel romanzo a cui sto lavorando sono due poeti. Il primo è Wallace Stevens, il secondo è Paul Celan, come "argomento" qui, in un'installazione testuale sopra un'installazione di Kiefer alla Hamburger Bahnohf di Berlino. Ora, come in un sillogismo immaginale, giungo a giustificare la presenza sottotraccia e ubiqua di Celan nel libro, passando per Kiefer. gg

KIEFER E CELAN - L'ORO E LA CENERE
di WALTHER K. LANG

celankiefer.jpgFuga della morte [il testo è riportato in calce a questo intervento, ndr], la poesia che decreto' la fama di Paul Celan (1920-1970) e che descrive con cupe immagini lo sterminio degli ebrei nei lager nazisti, fu composta nel 1945, lo stesso anno in cui nacque Anselm Kiefer. I genitori del poeta, ebreo rumeno, erano morti in un campo di concentramento ed egli, stabilitosi a Parigi dopo la guerra, si tolse la vita nel 1970.



Lo sfondo: Wallace Stevens

Ciò che costringe a barrare l'espressione romanzo, nel caso di ciò a cui sto lavorando, non è il fatto che io non racconti o non narri. Sono due le ragioni, intimemente legate, per cui miro non al romanzo ma al libro. La prima ragione, esposta nelle precedenti meditazioni, è che non si può finzionalizzare la Materia Estrema, la Cosa che cerco di guardare in faccia, altrimenti si corre il rischio di giustificare la storia, di dare un aggancio di spiegazione al Male. La seconda ragione è che saltano tutti i protocolli stilistici del romanzo: la retorica subisce una degradazione a favore di un incremento di importanza dello sfondo che si oppone come avversario al Male. Questo sfondo non è rappresentabile, non ha retorica. L'unica retorica che riesce ad avvicinarsi e a trasmettere questo sfondo, che è silenzioso e vuoto, è quella poetica. x.jpgPer quanto possa sembrare paradossale, lo sfondo silenzioso che correrà lungo il romanzo sarà non figurato, non prodotto attraverso citazioni - sarà solo intenzionale, rituale nel momento in cui io scriverò, opponendo i movimenti delle figure con cui avrò a che fare (cioè: un supposto pieno) a una intenzione silenziosa (che sarebbe suppostamente vuota).
Contro il Male, che è la dissoluzione tragica dell'Essere (Essere senza forma o ideologia di sorta a collocarlo: pura sensazione di essere), è lo stesso Essere che non si erge, ma continua - stabile, silenzioso. E i modelli precisi di questa silenziosa intenzione saranno due poeti: uno dei quali è Wallace Stevens, di cui di seguito riporduco alcuni versi che saranno i miei mantra iniziali (così come lo saranno empatie legate a un fenomeno teologico complesso, di cui via via renderò conto, rivelando il soggetto del romanzo stesso).



Arrivare a Uwe Johnson e tornare indietro

x.jpgIl protocollo narrativo più adatto per il nuovo romanzo a cui mi accingo a lavorare sarebbe Uwe Johnson: l'Uwe Johnson degli Jahrestage (per ora, presso Feltrinelli, sono usciti i primi due volumi, col titolo I giorni e gli anni), cioè quel creatore autentico del Moby Dick europeo in cui, al Vecchio Testamento, si sostituisce Benjamin. Detto che Johnson è un genio che l'Italia deve ancora olimpizzare come merita, mentre io sono un semplice scrittore, la materia degli Jahrestage è addirittura più ampia di quella che devo affrontare io, ma è in assoluto meno drammatica da un punto di vista rappresentativo (non, invece, dal punto di vista di parte della materia stessa, che coincide con quella su cui mi trovo a operare, seppure Johnson scriva sugli esiti, mentre il mio soggetto è la causa di quegli esiti). Perché, tuttavia, è per me impossibile utilizzare le retoriche fenomenologiche e le ricognizioni mnestiche sulle tracce storiche che Johnson utilizza negli Jahrestage? E' proprio l'impianto benjaminiano di fondo a impedirmelo. johnsonuwe1.jpgUwe Johnson [nella foto, a New York, nell'83] allegorizza à la Benjamin: un'allegoria che coincide in maniera straordinaria con la mimesi del reale. Questa, però, è la mitopoiesi, a meno che non si abbia una concezione del mito come irruzione sovrarazionale e ispirativa (e men che meno potrei permettermi una simile persuasione rispetto alla Cosa che devo rappresentare). Nel caso del mio nuovo libro, è l'ignoranza della realtà e la stoltezza di certa psicostoria a garantire il mito laddove bisogna svuotare di contenuti mitologici. Il mio soggetto non può essere allegorico: dovrebbe essere il termine ad quem dell'allegoria, coincidendo con quell'infinitudine vuota che Benjamin indica, sulla scorta di Curtius, nel Dramma barocco tedesco, e a cui bisogna sostituire un vuoto che non è il vuoto a cui Benjamin pensa: il mio vuoto è lo Zero-Zero, farina in cui il mondo si sfalda. Johnson distrugge il genere storico, fa fuoriuscire la storia dalla questione dei generi: operazione della cui profondità non ci si è resi ancora conto a queste latitudini. io devo fuoriuscire dal genere storico, ma contemporaneamente anche da molti altri altri generi: in pratica, da tutti. La mia affabulazione è Male, per questo devo fuoriuscire dal mesmerismo affabulatorio. Eppure devo raccontare: ecco la difficoltà che mi abbatte...
Per chi fosse interessato a Johnson, detto che qui c'è uno speciale a opera mia, riproduco qui di seguito un articolo sugli Jahrestage uscito nel 2003 su L'Indice.



Il Grande Inquisitore è Vuoto

x.jpgAl centro del nuovo libro, a cui sto alacremente lavorando (ma anche sconsolatamente, causa la massa di pagine in cui mi devo ancora immergere: per studiare e per succhiare soltanto orrore, disgusto, constatazioni sulla fine dell'Umanesimo occidentale che scuote a tutt'oggi il mio tempo e il mio luogo), ci deve essere un discorso: un monologo che Qualcosa fa al protagonista del romanzo: è il nuovo discorso di un Grande Inquisitore. Il soggetto del libro potrebbe avere (e, spesso, per il loro torto e la loro vergogna, ha avuto nell'impostazione degli studiosi) una cifra dostoevskijana, se non shakespeariana. Questa cifra è ammissibile soltanto con un atto di finzione che è a mia detta (e non solo mia) una pura oscenità. Così, anche il discorso del mio Grande Inquisitore (che non sarà umano: sarà animale...) deve essere decristizzato, dedostoievskijzzato. Mi si spalanca qui, nuovamente, il vuoto lasciato dal solito comodo ausilio della letteratura che non entra nel buio, che non procede a prescindere dalle retoriche consolidate. Nulla di avanguardistico riempirà quel vuoto: quel vuoto sarà il vuoto, e non un vuoto di illuminazione, bensì il grado zero dell'umano: l'antiumano che si manifesta in quanto apparentemente umano, ma che comporta tutta la propria responsabilità sulle spalle dell'uomo. Il peso di questa responsabilità, ascrivibile all'uomo antiumano, è la Cosa il cui volto devo guardare diritto - ed è questo che mi scarnifica arrovella e mi fa indietreggiare per il contatto bruciante col Male, mentre procedo nello scartare ogni opportunità finzionale che non sia all'altezza di un compito etico, a cui la letteratura deve adempiere anche quando sembra fingere, mentre in questo caso io non fingo.
Per chi volesse rispolverare la memoria o avvicinarsi per la prima volta al monologo del Grande Inquisitore, ne ripoduco una parte qui di seguito.



Al posto dei generi, le dinamiche e le potenze

x.jpgPerché sono così angosciato nell'affrontare e lo studio e la stesura del romanzo a cui sto lavorando? Per due motivi. Da un lato l'immensa materia storica, davvero sconfinata, che mi travolge con il suo orrore: l'uomo che dovrebbe inventare e lavorare sull'immaginario si trova invenzione e immaginario schiacciati dalla Storia, non solo materialmente, ma soprattutto eticamente. Considerazione che introduce il secondo problema: non c'è un genere letterario a cui io possa appoggiarmi per realizzare l'opera che ho in mente di fare - non il genere storico, non il genere tragico, non il genere nero.



Il nuovo libro: non spiegare il Male, farlo vedere

x.jpgSi delinea sempre di più l'orizzonte sconfinato e abnorme, il gorgo infinito di terra e dolore su cui devo lavorare per estrarre il letame della Storia e i poveri corpi annullati, per comporre il romanzo per me impossibile, perché sono a contatto con la potenza del tragico che assume una configurazione opposta a quella della tragedia canonizzata dalla tradizione e perfino dalla nostra lingua di tutti i giorni. Ho apparentemente a che fare con Dostoevskij e Shakespeare, quanto a materia narrativa, ma qui la materia storica sopravanza quella narrativa e induce a una totale presa di distanza dalla tradizione. Mi sento come uno che lavora alla Cosa Nuova che è la Cosa Antica: rappresentare il Male, ma senza spiegarlo, senza nobilitarlo e senza dargli rilievo umanistico, non solo perché non lo merita, ma perché è la Storia stessa a conferire al male questo ruolo di svuotamento e non di riempimento letterario. A tal proposito, è utile la filosofia. Per esempio quella di Giorgio Agamben, per cui ripubblico qui di seguito i miei ragionamenti sul suo libro La potenza del pensiero: è da quello stato di potenzialità che riesco a rappresentare l'antiumano che si appalesa in sembianze umane...



L'obbiettivo: sorprendere Aristotele con le sue stesse parole

poeticaar.jpgE' quasi fatta: tra pochi giorni sarà ufficializzato il fatto che devo lavorare a romanzo più difficile a cui io abbia pensato. Tragedia e romanzo, romanzo che si annulla perché il suo oggetto è una storia che va allo zero mentre, proprio storicamente, intraprende un climax inarrestabile. Ricorro ancora una volta alla Poetica di Aristotele: testo abissale, perché va riflettuto in ogni sua componente, come ci si immerge in un pozzo artesiano. Di questo passo della Poetica, sottolineo gli elementi critici che intendo utilizzare per dare forma a qualcosa che non ha forma:
È stato da noi convenuto che la tragedia è imitazione di un’azione compiuta e costituente un tutto che abbia una certa grandezza, giacché può esserci anche un tutto che non ha nessuna grandezza. Ma il tutto è ciò che ha principio, mezzo e fine. Principio è quel che non deve di necessità essere dopo altro, mentre dopo di esso per sua natura qualche altra cosa c’è o nasce; fine al contrario è quel che per sua natura è dopo altro o di necessità o per lo più, mentre dopo di esso non c’è niente; mezzo poi è quel che è esso stesso dopo altro e dopo di esso c’è altro. E dunque i racconti composti bene non debbono né incominciare donde càpita né finire dove càpita [...].
Aristotele, in vista di ciò che devo fare, va superato in questo approccio alla tragedia: io non devo affatto imitare quello che è stato compiuto, e l'empatia è impossibile rispetto all'oggetto della scrittura; inoltre, io proprio devo occuparmi di un tutto che è incommensurabile e il cui scatenamento sembra avere un principio e invece ne ha molteplici, mentre dopo la sua conclusione sopravviene altro che riguarda da vicino la tragedia che mi accingo a elaborare. Il dovere, l'obbligo etico, imperativo metafisico e storico dettato dalla tragedia stessa, è proprio lavorare alla forma di un tutto che non può essere misurato e che spiegare farebbe cadere in una non perdonabile oscenità.



Rimeditare: Szondi e il 'Saggio sul tragico'

x.jpgRipropongo, a proposito del romanzo "tragico" a cui sto lavorando (un tragico che istituisce per esigenza una forma di canone differente da quello imposto dalla tragedia classica o elisabettiana o comunque post-aristotelica) un intervento trapassato, apparso sui Miserabili. Avendo a che fare con un centro vuoto di una vicenda che è tragica senza che lo sia la causa principale della tragedia stessa, il movimento di pensiero che Szondi mette in atto nel suo Saggio sul tragico conforta e mi indica un percorso praticabile: esso stabilisce la possibilità di una forma finora non assunta dal pensiero umano ai limiti del tragico, interpretato quale forza metastorica, che si incarna in canoni variabili, in evenienze che mutano di epoca in epoca. Rimbalza una domanda sugli statuti dell'epoca in questione: domanda a cui si cercherà di rispondere narrativamente, poiché il nodo che mi appresto ad affrontare non è ancora stato narrativamente sciolto, se non ricorrendo a protocolli di finzione a cui, di necessità, il tragico a cui alludo non può che sfuggire (e, comunque, per la difficoltà della materia in questione, gli esempi di simile affrontamento sono pochissimi: come se la narrativa si fosse rattrappita di fronte alla Cosa che è necessarissimo e inderogabile fronteggiare)...



Tragico classico, nuova tragedia: cosa devo fare

x.jpgPiù trascorrono i giorni e più, nelle turbinose brume esistenziali che attraverso in questo periodo, nel nero più cupo mi perdo a pensare a un nero ancora più cupo, che è l'oggetto narrativo prossimo venturo su cui sto riflettendo: non l'iper-romanzo che impiegherò quattro anni a pensare e a scrivere, ma un romanzo che uscirà prima e che è, però, il più decisivo della mia vita. Da quanto tempo ci penso? Da sempre, in pratica. Perché? Perché la materia è insondabile e l'insondabile è l'oggetto abiguo della letteratura. Ma qui: niente ambiguità: una letteratura senza ambiguità. Com'è possibile? Com'è possibile comporre coerentemente un puzzle di questo tipo?
Si tratta, come ho accennato, di una tragedia in cui il Coro è l'unico protagonista tragico, mentre l'ybris appartiene a un vuoto di tragedia o a una tragedia vuota (il che non è precisamente la medesima cosa) e che investe il giudizio su un tempo come se questo tempo fosse un eone. La mano e l'immaginazione vengono congelate di fronte a tanta responsabilità, che non è responsabilità di fronte a protocolli narrativi: è una responsabilità etica e storica. La poetica dei generi è spazzata via da un vento violentissimo. La visionarietà deve essere sostituita dalla visione: è la prima volta che mi capita e non so come fare. Non so come fare una tragedia così complessa come quella a cui devo applicarmi: il mito deve essere espulso e se ne capirà il perché nel momento in cui l'oggetto del libro sarà svelato. Una tragedia senza mito, un Coro tragico che non deve costituire un semplice mito, perché è più che un mito - non va culturalizzato, non va chiuso in formule, non gli vanno appicicate etichette: esso è il rappresentate in toto e della metafisica e della sofferenza e della realtà.
Per chiarirmi le idee e per chiarirle a chi fosse interessato a questo lungo soliloquio, che è l'officina di un romanzo che è fuori dal romanzo, convoco alcune riflessioni di uno dei massimi esperti italiani in fatto di tragedia: Dario Del Corno. Egli espone il modello tragico per come è: il contrario di quanto devo fare io.



L'insondabile opera da compiere: stracciare Aristotele

aristotele.jpgLe righe che seguono sono tratte dalla Poetica di Aristotele (1, 4 e 9) e mettono sul piatto il problema che devo affrontare nell'intraprendere (dopo lo studio e la meditazione dell'immensa materia) un libro, a cui ho accennato, che mi pone gravissimi problemi drammaturgici e di rappresentazione:
"L’epopea e la tragedia, come pure la commedia e la poesia ditirambica, e gran parte dell’auletica e della citaristica, tutte quante, considerate da un unico punto di vista, sono mimesi [o arti di imitazione]. Ma differiscono tra loro per tre aspetti: e cioè in quanto o imitano con mezzi diversi, o imitano cose diverse, o imitano in maniera diversa e non allo stesso modo. [...] Infatti lo storico e il poeta non differiscono perché l’uno scriva in versi e l’altro in prosa [...]: la vera differenza è questa, che lo storico descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono accadere. Perciò la poesia è qualche cosa di più filosofico e di più` elevato della storia; la poesia tende piuttosto a rappresentare l’universale, la storia il particolare."
Non sono mai stato un partigiano dell'ipse dixit, ma ho sempre considerato abissale il pensiero aristotelico, e particolarmente per quanto concerne l'estetica, e ancor più particolarmente nella componente di riflessione sul tragico. x.jpgOra, la mia situazione è che io devo (di ciò sono sicuro) traslare il tragico in forma di romanzo; ma di un romanzo che non può essere finzione - affronto una materia dove non mi è dato inventare. E tuttavia, nel compiere quest'atto, che renderà visibile la penultimità della letteratura (il che sarà l'ultimo degli scopi, perché il primo scopo sarà di servire un enorme Coro e il secondo di dimostrare il Male per come è), io romanziere sarò costretto a non essere uno storico, eppure a essere profondo filosoficamente e metafisicamente (poi magari non ci riesco, ma qua parlo delle intenzioni). Devo sorpassare la distinzione aristotelica e lo devo fare perché il mio oggetto di narrazione è nello stesso tempo e sotto il medesimo aspetto particolare e universale. E lo devo fare proprio colpendo al cuore la Poetica di Aristotele: la mia tragedia sarà una tragedia in cui la ybris umana non coincide con gli esiti della tragedia, anzi le si oppone: sarà una tragedia in cui l'unico personaggio tragico è il Coro. Come si può fare questo? Immaginiamo un disco in vinile: la tragedia sta nel vinile, ma io devo raccontare il buco centrale che causa la rotazione del disco. Raccontare qualcosa che è considerato come strapieno (direi: il massimo del pieno) in modo che si percepisca che è vuoto. Dare figura al vuoto in una tragedia, asserendo che quel vuoto non è tragico per niente, ma è semplicemente inesplicabile o spiegabile con una quantità pressoché infinita di prospettive. E comunque, a differenza del tragico, quel vuoto che sembra essere pieno, deve risultare assolutamente privo di pietà e di empatia, nonostante appaia come (letteralmente: abbia l'apparenza di) umano. Quindi, in questo caso, la catarsi è impossibile. E' possibile solo se si osserva il Coro. Non so come fare.
Non so come compiere l'opera.
La nebbia è pressoché totale e nel mio intenso studio trovo soltanto figurazioni da evitare e il divieto assoluto di immaginare (se non nel Prologo e nell'Epilogo, che saranno immaginari - e si spera che lo saranno senza errori).



Grazie, sorelle

x.jpgPoiché il progetto a lungo termine (tra i 3 e i 4 anni), di cui a precedenti meditazioni (qui, qui, qui, qui e qui) procede innalzandosi a uno stato di immaginazione omogenea e continua e sottile, è dato accennare che ho cominciato a lavorare su un libro immane, a cui da anni penso e intorno al quale molto ho studiato, ma non abbastanza.
I tempi sono corti.
La fatica è immensa.
La macchina, però, e miracolosamente, oggi ha ingranato. Nulla è chiaro, perché si tratta di un libro che esige di evitare talmente tanti protocolli di rappresentazione narrativa e drammaturgica, che davvero non so come venirne fuori. E' un libro che implica un'assunzione di responsabilità morale gigantesca. E' un libro in cui io devo uccidere la possibilità personale di visionare l'altrove, perché la materia non permette alcun tipo di divaricazione immaginaria. E' un libro che non può prescindere da una marea di scuole di pensiero, e di proiezioni, che sono concresciute su un buco nero che interroga la totalità dell'universo. E' un libro fallimentare anche se ambizioso: il fallimento è assicurato, non si può sfuggire al fallimento, in questo caso.
La letteratura come impossibilità di risarcimento.
L'allegoria azzerata.
Tutti gli apparati retorici congelati.
Resta solo lo stile, che in questo caso è carico di senso di colpa. E resta l'invocazione a una Musa gigantesca, impensabile, che osserverà da un luogo che non si conosce: osserverà, senza giudicare, poiché non giudica ciò che sa.
Mi immergo, dunque, nel residuo studio, che è di enorme estensione, invidiando amici scrittori che possono dividersi l'onere - qui devo fare tutto da solo. Però, l'ingranaggio si è scrostato, le ruote dentate stridendo incominciano a muoversi.
Di ciò vanno ringraziate almeno due sorelle. Di cui una leggerà il ringraziamento seduta stante, posso immaginare. Quindi: grazie, sistah - come al solito, del resto...



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