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A chiusura del romanzo: il senso di fallimento

x2.jpgIl romanzo è terminato. Ora comincia la seconda stesura. L'impianto, a mio avviso regge. E dunque?
E' il fallimento.
Questo momento in cui tutto è sbagliato, la scrittura è inadeguata, l'obbiettivo è mancato, l'incidenza del testo sulla realtà risulterà minima, il lettore non abbraccerà l'autore nel nucleo invisibile dell'immaginario, individuale e collettivo, che dilaga nella sua immane potenza, i protocolli non sono stati rispettati. Ho sbagliato. Sono andato oltre o sono rimasto al di qua. Non ho sfondato la barriera delle parole, non ho raggiunto il silenzio. Le citazioni sono troppo evidenti. Il montaggio non è armonico alla struttura. La struttura non fa affondare sotto la struttura, dove non è la struttura, ma la cecità che mai sarà sfondata e incanta. Non ho espresso libertà, non sono stato libero a sufficienza. Ho studiato, ma dovevo studiare di più. Sono niente, le parole sono prive di senso.
Sono felice.
Ecco, dunque, la pressione psichica a metà dell'opera: l'opera è già conclusa. Questo avvertimento intimo, questo sentore di mandorla amara, di cianide spezzata tra i denti, questo effettivo rapporto col premorte e col postmorte contemporaneamente. Questa divaricazione schizoide. Questa percezione dell'imprecisione di sé nel testo. Questa pia madre stremata. Tutto ciò è quanto lo scrittore affronta "nel mezzo del cammin" della sua opera. Il colore è verde scurissimo: ciò che deve germogliare è lugubre. I nodi appaiono non sciolti, in tutta la loro evidenza - e sono nodi psichici.
Ecco, dunque, il mestiere dello scrittore.
Da domani, si interviene. Mestiere e cecità su qualcosa che è già stato visto.
historiek_Muller.jpgEppure... Eppure il sogno non abdica. Sotto, occulto, al di sotto del romanzo, non visibile, è il buco nero che piega la luce, la disgrega. Questa disgregazione ha una forma ultima, che è ciò che sta sotto e oltre la forma-romanzo. Per darne un esempio, ricorro ancora a Heiner Müller: uno dei numi tutelari del libro e anche di altro. Questa forma è ciò che io chiamo Installazione.

NEW YORK O IL VOLTO FERREO DELLA LIBERTÀ
di Heiner Müller

1
FATZER (arriva con della carne avvolta in un giornale)
carne.
KAUMANN
come ci è finito il sangue sui tuoi polsini, Fatzer?
FATZER
volete mangiare carne
e non sopportate la vista del sangue.
ecco una pagina di giornale!
c’è scritto che abbiamo costruito
molte città al di là dell’atlantico, alte
venti piani, di solo cemento e ferro! c’è
un’immagine qui, conosco
queste case, me le sono immaginate così.
ecco la foto.
una nuova città chiamata new york
l’ha fatta la nostra stirpe o una
che le assomiglia.
KOCH
e a che cosa è servito? ora
andiamo in giro come ratti in questo buco...

(da: Brecht, IL TRAMONTO DELL’EGOISTA FRATZER)

2
Ieri ho sognato di camminare per New York. La zona era degradata e non abitata da bianchi. Davanti a me sul marciapiedi c’era un serpente d’oro e quando attraversai la strada, ovvero quella giungla di metallo ribollente che era la strada, sul marciapiede di fronte un altro serpente. Era blu elettrico. In sogno sapevo: il serpente d’oro è l’Asia, il serpente blu, quella è l’Africa. Quando mi svegliai lo avevo di nuovo scordato. Siamo tre mondi. Il perché adesso lo so...
(da: LA MISSIONE)

3
Il suo braccio con la spada si levava nell’aria come appena alzato e intorno alla sua figura soffiavano le libere brezze...

(da: Kafka, AMERICA)

4
Mostruoso, Atalanta
risplende il tuo sole.

(da: Hanns Eisler, JOHANN FAUSTUS)

5
Nell’AMERICA di Kafka la statua della libertà all’ingresso del porto di New York impugna una spada al posto della fiaccola. A New York la libertà mostra il suo volto di ferro. Talvolta è il volto della Gorgona, il cui sguardo pietrifica. Da quando Londra, sfiancata dal potere come una donna dalle gravidanze, non segue più le orme di Roma (la vera perdente nella Seconda Guerra Mondiale, in quanto fase della guerra civile mondiale del XX secolo, è l’Inghilterra) le metropoli del mondo sono Mosca e New York, New York la nave ammiraglia del capitale nel VENTRE DELLA BESTIA, come Che Guevara ha chiamato gli Usa, con la scia di sangue delle banche, Mosca la speranza per il mondo coperta di cicatrici, per tanto tempo nascosta alla vista da una nebbia di sangue. Cosí come Mosca, neppure New York è una città stabile. Mosca fin dai tempi della tempesta proveniente dall’Asia, che fu la vendetta dei figli di Abele sugli eredi del fratricida Caino primo edificatore della città, ricostruita sempre di nuovo controvento, nomade fin nell’architettura; persino il barocco staliniano conserva ancora grazie alla sua ornamentazione la forza centrifuga della punta di una tenda: straniamento asiatico della fredda geometria monumentale di Wall Street, che è l’espressione architettonica del puritanesimo, una religione per colonizzatori.
New York un prodotto della propria esplosione, IRREQUIETA ED EFFIMERA nel senso della maledizione biblica, punto d’intersezione di continenti, non un calderone, come ritiene l’opinione comune, bensì un luogo della divisione, gli elementi (razze classi nazioni) restano separati (Little Italy Chinatown Lower Eastside Harlem), senza altra solidarietà che quella del denaro. La famosa silhouette dei grattacieli inganna: New York, costruita su palafitte, è più vicina all’acqua che al cielo, la terra su cui si erige sono i corpi degli indiani morti, gli eredi meno fortunati di Abele. (Sulle impalcature lavorano gli ultimi irochesi, senza vertigini per un caso della natura). E talvolta la terra si vendica. Nella New York degli anni settanta, quando prese piede la moda di regalare ai bambini piccoli alligatori al posto dei criceti (il modo più facile per sbarazzarsi del giocattolo quando diventava fastidioso era lo sciacquone del WC, SEE YOU LATER ALLIGATOR), sempre più spesso accadeva che gli addetti alle fognature non ritornassero più dal loro lavoro sotto la città. Squadre di ricerca trovarono negli scarichi delle canalizzazioni mandrie di alligatori cresciuti. Erano bianchi e ciechi e sazi. Quando a causa del mutamento climatico, un trionfo della tecnica, il Polo Nord e il Polo Sud si scioglieranno, l’Atlantico passerà forse a prendersi la propria capitale, l’acqua il cemento, i pescecani nuoteranno tra le banche. Nel frattempo la legge della crescita di New York è diventata quella della giungla: usura e decadenza, e dai ghetti il deserto si espande sulla città, mentre con una crescita più rapida all’ombra dei terremoti Los Angeles ne prende il posto, capitale del Pacifico e nuova Babele. Ad un primo sguardo New York è l’ultima città europea ancora intatta, una vergine tra le città: nessuna bomba dal cielo l’ha violata, non ha mai visto carri armati. La guerra quotidiana si svolge nelle metropolitane, nei ghetti, sulle strade, negli appartamenti e negli ascensori. Una città della solitudine: in nessun altro luogo si sentono così tante persone parlare da sole come nelle voragini stradali di New York. Città degli estremi: ricche vedove con autista e attico sorvegliato da guardiani neri o irlandesi, i loro cani portati a spasso da negre, paletta e busta di plastica inevitabilmente in mano per rimuovere la merda, come prescrive la legge; giovani assassini neri, per i quali non c’è posto neppure in prigione. È difficile riuscire ad afferrare New York con l’arte: di fronte alla danza dei giornali volanti e nei mulinelli dei bidoni della spazzatura che il vento dalle praterie indiane spinge sulle strade in riva all’Hudson, essa si riduce all’esempio di Andy Warhol, classico di New York grazie alla qualità della minima grandezza. Indimenticabile la tristezza sul volto del vecchio ebreo, traduttore di Hegel e Marx (come ammise durante una bevuta di whisky, nell’era McCarthy, messo di fronte alla scelta tra management e alcool, aveva preferito rifugiarsi nell’alcool), mentre raccontava la sua visita al METROPOLITAN MUSEUM del giorno precedente: di fronte ad un rilievo egizio, due giovani neri lo avevano affiancato da destra e da sinistra: WHAT ARE YOU DOING HERE THIS IS OUR CULTURE. Conosceva bene le radici sociali dell’antisemitismo nero: strozzinaggio sugli affitti ad Harlem, speculazione edilizia, gli incendi fanno parte degli affari, nei ghetti, guerra delle minoranze. Le sue conclusioni: quel che Marx ha dimenticato o non sapeva: la violenza del tribalismo. Solo nel momento in cui si dissolve il potere seduttivo delle facciate (che promette agli abitanti dell’Inferno il Paradiso in terra), perché la macina dello sfruttamento si blocca sotto il peso dei debiti dello Stato, può fiorire nei ghetti una solidarietà diversa da quella del capitale contro la miseria. Prima di morire si dovrebbe aver visto New York, uno dei più grandi sbagli dell’umanità.

6
MOSTRUOSO È MOLTO MA NIENTE / PIÙ MOSTRUOSO DELL’UOMO.




Pubblicato il Mercoledì 14 Febbraio 2007

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L'officina teorica del romanzo in uscita da Mondadori nel gennaio 2008.
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