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STASILAND

“Ciò che è comune a tutto il vivente e al non vivente è il comunismo. Le forme discordano. Le realtà configurate cozzano tra di loro attraverso opposizioni elettromagnetiche. Il comunismo non è di questo mondo: è di qualunque mondo. E’ ciò che è comune a qualunque mondo. E’ l’essere. Produce merci che sono alterazioni di sé: universi interi. Formazioni talora inimmaginabili, a volte banali. Altre volte oblique e inesplicabili. Come quella dietro alla porta davanti a te. Aprila ed entra”.

E’ il Quartier Generale nazionale della Stasi. All’entrata di quello che adesso è un museo, un cartello di latta bianca, la scritta ironica STASI MACHT UND BANALITAT. L’ironia della storia non è ironica per niente: è inconsapevole del protrarsi delle medesime forze nella storia stessa, nella sua cervice. Il cervello non vede se stesso. Video Le stagioni tornano.
Questa è Stasiland. Entrate nel tunnel dell’orrore: divertitevi. L’orrore, appena trapassato, è finto. Lo si dimentica. L’idea museale fallisce in partenza. Conferma, non disdice. Salite sulla ruota panoramica e meravigliatevi del paesaggio che fu.

Gretel Hinze ha ignorato le stanze del Museo. Da qui partì nell’89 la cosiddetta “rivoluzione morbida”: migliaia di cittadini presero pacificamente d’assedio il quartier generale della Stasi e lo occuparono, non prima di avere diligentemente mostrato, a uno a uno, i propri documenti alle sentinelle all’entrata. Gli impiegati distruggevano la documentazione cartacea con tritacarte identici a quello che campeggia nell’ultima stanza del museo. Gretel Hinze non degna il macchinario di uno sguardo. Svolta a destra. Esce in un cortile, io due passi dietro di lei. Il cortile è fatiscente come l’edificio verso cui si dirige: una sorta di hangar in muratura grezza e ferro arrugginito.
Si ferma.
Mi parla del comunismo.
Mi dice di spalancare la porta.
Lo faccio.
Entriamo.
Siamo nel girone di un antinferno.

Si sviluppa verso il basso, a raggiera, in un sistema di discesa a spirale. Le balaustre sono ancora salde. Le scaffalature metalliche sono ossidate. E’ immane, è gigantesco, è la fossa che prelude al culmine interno del pianeta. La Hinzel ha acceso il sistema di neon che illumina ogni svolta della spirale tubolare. Gli scaffali formano un continuum vertiginoso. Ogni ripiano regge decine di scatole metalliche, barattoli satinati uno identico all’altro, ognuno etichettato. Osservo quelli più prossimi a me: sulle etichette nomi tedeschi, nomi slavi, nomi occidentali.
E’ un archivio dell’umano.
“Che cos’è?” chiedo, nell’assoluta esterrefazione.
“Ciò che ti appartiene è al dodicesimo girone. Scendiamo”.
Scendiamo per circonferenze, una pista circolare pendente a venticinque gradi circa, dalla balustra osservo il vuoto, fino al fondo: saranno una quarantina di gironi. Un silos sotterraneo... Un silos in cui sono stipati migliaia di barattoli metallici, ognuno corrispondente a un nome, una persona. Scomparsi? Prigionieri? Quanti sono?
“Sono più di quattrocentomila. Sono ordinati per iniziale del cognome. Il cognome di tuo padre inizia per ‘G’ e quindi sta poco prima di metà...”
“Sta poco prima di metà cosa?”
“Ciò che ti appartiene. Il barattolo di tuo padre”.
Il barattolo di mio padre...
Sono tutti sottovuoto. Mai aperti. Quelli aperti sono stati usati. Contengono odori umani”.
“Cosa?!”
Video Agenti Stasi si intrufolavano nelle abitazioni mentre gli affittuari erano a lavoro: bastava prelevare un pezzo di indumento, un oggetto di uso comune. Oppure convocavano per finti colloqui i cittadini sospetti, o gli stranieri, ugualmente sospetti. Li facevano sedere su poltrone sterilizzate. Poi, andatosene l’interrogato, tamponavano la poltrona e i tamponi venivano inseriti nei barattoli, in cui veniva creato il vuoto pneumatico. Sottovuoto, sono qui conservati gli odori di più di quattrocentomila sospetti”.
Girare fa girare la testa. Giriamo intorno al vuoto, alle pareti i barattoli sottovuoto, satinati, contengono reperti olfattivi.
“Secondo le necessità, gli odori venivano impiegati nelle indagini. I canilupo della Stasi erano infallibili. Avvertivano la presenza a seconda dell’odore che gli agenti facevano usmare. Prova incontrovertibile che il sospetto era in un dato luogo in un dato momento”.
Cammino come uno spettro tra spettri, atomi conservati nel vuoto assoluto, a scopo investigativo. In potenza, la reperibilità di un esercito controrivoluzionario, inconsapevole di essere stato tracciato, di essere sotto la mira dell’olfatto di canilupo che, da nazisti, si erano trasformati in comunisti: animali anideologici efficienti, feroci, precisissimi.
“E a mio padre...”
“Cosa gli avranno sottratto, lo scoprirai tu. Il barattolo è tuo. Un tampone con il suo odore. Il tempo, sottovuoto, non ha effetti. L’81 è oggi, dentro quel barattolo. Anche se tu non disponi dell’olfatto di un canelupo Stasi, addestrato...”
Scendiamo in silenzio tra queste urne metalliche, inquietanti, sempreuguali, file e file identiche a se stesse, stipate in ordine geometrico su più schiere.
Urne di ceneri sottovuoto.
Ambra satinata dov’è incapsulata la mosca di milioni di anni addietro.
E scendiamo.
Scendiamo verso il reperto.
Scendiamo verso la traccia del padre, che fu mio, che non fu mio. Che viene rivisto, revisionato, configurato secondo inattese traiettorie.
Finché Gretel Hinze si arresta, cerca con lo sguardo sui vari ripiani, si alza, lei minuscola, in punta di piedi, cerca con la mano e afferra il terzo barattolo da sinistra sul quarto ripiano, legge l’etichetta, me lo porge e sull’etichetta è scritto: “VITO ANTONIO GENNA, PCI, VIA GREPPI 18, MILAN, ITALIEN” e parole tedesche che non conosco. Gretel le traduce: “Sospetto controinformatore. La nostra attività al Zentrum, che era un’attività finanziata dalla Stasi, veniva sottoposta a scrupolosa osservazione della Stasi. Sospettavano di tutti. La materia, del resto era sconosciuta. E delicatissima”.
La paranoia non è altro che autocannibalismo: il paranoide divora le proprie viscere. Le tracce che avverte sono eteree: è un canelupo che annusa, fino ad annusare se stesso.
In mano ho il barattolo che contiene sottovuoto qualcosa di mio padre. Qualcosa che emana il suo odore. La sua cifra. La sua inafferrabile identità a venticinque anni di distanza.
“Vuoi aprirlo?”
Non so che fare. Annuisco automaticamente. Gretel Hinze si allontana di qualche passo, mi lascia solo.
mediumicoaudio.gif Il barattolo metallico offuscato dalla satinatura. Sembra la confezione del decaffeinato Illy.
Premo sul tappo, tento di forzare, forzo, si apre con uno schiocco.
Nel buio, illuminato venticinque anni dopo la sigillatura, il fazzoletto di mio padre: un fazzoletto consumato. L’avranno sottratto dalla stanza in cui dormiva, tra la biancheria sporca.
Lo estraggo: tra pollice e indice.
Lo espongo alla luce del neon.
Grigiastro, ornato di trafilature marroni di cattiva qualità: un fazzoletto acquistato in un lotto alla Standa o al mercato rionale. Appallottolato. Poso il barattolo, dispiego il fazzoletto, concrezionato di muco che si è solidificato.
Lo annuso.
L’inconfondibile profumo del papà: il dozzinale Lancetti Uomo. Un Natale gli regalai una confezione di questo profumo.
Annuso. Inalo mio padre. Spettro olfattivo.
Fazzoletto che reca tracce di muco da pianto, di lacrime. Mio padre che pianse.
Lo strofino contro la guancia, il Lancetti Uomo lascia la sua bava aerea su di me.
Passo la lingua sul suo muco salato, sulle lacrime asciugate, evaporate, ancora saline. Succhio l’angolo del fazzoletto.
Questo tessuto riemerso, intriso di lacrime che non si vedono più.
Papà riassunto nel tessuto, tra i filamenti. Papà non decomposto: scomposto e ritrovato.
Sono un animale che annusa nella savana la traccia dell’antenato, in direzione contraria al cimitero dei leoni e dei pachidermi.
Il mio lare in pena, il penate, lo sconosciuto che pianse qui: per cosa?
La talpa che sono infila naso e occhi nella terra alla ricerca di una sagoma svanita nel passato, ma che si annuncia manifestarsi tra poco.
Il padre prodigo accolto dal figlio degenerato.
Il ritorno del padre prodigo.




Pubblicato il Giovedì 12 Aprile 2007

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