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IL CANALE NERO

“Non dovevo venire” dice Federica con un filo di voce. Solitamente usa un filo di voce, modula la voce recitando, per mascherarsi. Non funziona più. Si sono invertiti i poli magnetici. La ferita che io non so se stia suppurando in me, a pelle ricucita, dopo la morte di mio padre, è in lei aperta e infetta. Niente regge più: le difese, gli scorticamenti, il fiorire di finte gioie, sapute posticce nell’intimo...
Dice: “E’ il tuo viaggio. E io sono scossa. La morte di mio padre, la notizia che aspettiamo un figlio. Che io aspetto un figlio. E’ il tuo viaggio e tu escludi tutto e tutti. Vatti a prendere il tuo cazzo di graal inesistente...”
Lei sta diventando incalcolabile, imprevedibile. Le nostre norme sono state finora condivise naturalmente, senza che venissero stabilite.
Quanto è successo all’aeroporto l’ha profondamente prostrata.

In taxi attraversiamo Berlino, destinazione Lichtenberg, un quartiere dell’ex zona Est, l’area proibita, dove ha sede la Centrale della Stasi che devo visitare. Palazzi nuovi e anonimi, gigantesche valve: noi, una volta ancora, confermati termiti. L’antropologia dovrebbe essere convertita in entomologia.
Un’ora nell’infermeria dell’aeroporto. Le hanno misurato la pressione: 50/90. Valori da novantenne. Non poteva reggersi in piedi. Straparlava e continuava a chiedere di Mattei. Era impressionante, era spaventata. A un certo punto ha nominato, sottovoce, la Stasi, ha detto che non morirà mai, che esisterà sempre. Le hanno somministrato Lexotan, si è addormentata per un quarto d’ora. Quando si è risvegliata, mi ha guardato come se l’avessi condotta all’inferno, come se, Orfeo rinnovato, mi fossi voltato nel momento decisivo e l’avessi condannata per sempre nello squallido regno dei non vivi e dei non morti. Ha ringraziato il dottore, siamo usciti senza una parola dall’aeroporto.
“Vedevo venticinque anni fa. Lo sapevo che non era vero quello che vedevo, ma non riuscivo a dirlo. E’ stato allucinante: nel senso che era un’allucinazione cosciente. Da dove veniva? Avevo fitte all’addome che mi piegavano. Vedevo l’aeroporto di Berlino venticinque anni fa. Sono fuori di testa. Ero consapevole e murata dentro me stessa, impossibilitata a interrompere il flusso di parole. Parlavo e mi ascoltavo parlare, non potevo interrompermi”.
Taciamo.
Sono intorno a noi, in mezzo a noi, sono come me ma si sentono peggio, sono intorno a me e parlano con me... Stanno male...
“Chi, Federica?”
“I morti. Ho visto i morti. Sono in mezzo a noi”.
Sospiro scorato. Dovevo lasciarla a casa? L’ho portata per non essere solo, definitivamente solo, di fronte a un fantasma inesistente e di cui non temo, che è quel cadavere blumarrone, gelido. Il pensiero che è stato inserito orizzontale, col rictus sul volto disanimato, bianco, nella cella frigorifera. Stringo nella tasca del giaccone l’oro fuso della medaglietta.
“Stai tranquilla. Durerà pochissimo. Se non vuoi accompagnarmi, non importa. Ti anticipo il volo, se vuoi tornare prima...”
Mi osserva esprimendo un’ira trattenuta, uno staffile di sguardo: “Sola. Non riesco a stare sola, non l’hai capito?”. Ha alzato il tono di voce, il taxista ci osserva nel retrovisore.
“E’ stress, Federica”. Cerco di farla ridere: “Siamo noi, in mezzo a loro. Statisticamente sono la maggioranza, i morti, a partire dal Pleistocene”.
Non sorride.
Enorme zona, il Lichtenberg. L’hanno completamente rifatto. A pochi giorni dall’unificazione, abbatevano stabili recenti, ricostruivano, cancellavano. Hanno innalzato un grattacielo che si vede da ovunque, un perno urbanistico di raro kitsch: dipinto di macchie viola, gialle, azzurre. E’ disgustoso. Il taxi sobbalza.
Dico a Federica: “Stai in albergo, ti riposi. Me la caverò con l’inglese alla Sede della Stasi. E’ un museo, non ci saranno difficoltà. Mi aspetti in albergo”, e già il taxista frena, di fronte al business center detto Piramide, all’entrata dell’hotel Comfort.
Ci registriamo.
La stanza è ampia, anonima. Rarefatta finta eleganza globale.
Federica crolla sul letto.
Faccio una doccia. Continua a dormire. Mi vesto, esco. Federica sta dormendo profondamente.

Ho la mappa e giro spaesato. Le proporzioni sono distoniche. Cos’era qui prima? Mio padre, quarantaduenne, disceso dall’aereo, superato il Checkpoint, avrà dovuto registrarsi alla sede della Stasi? Sto percorrendo lo stesso tragitto, attraverso il medesimo luogo che è un altro?
Papà.
Hauptstraße.
Papà: sono venuto fino a qui, lontano da piazza Martini, dalla latteria, dove ti muovevi come un bacillo incattivito in una ciste, senza abbandonarla mai. Le estati con il cemento di Calvairate, il cattivo cemento che si scioglieva. Non partendo mai, restando sempre, uscendo – per non soffocare – dalla casa che avevi fossilizzato, in quell’ombra satura di virus e fantasmi: i fantasmi che eravamo io, mia sorella, il bianco spettro di mia madre e di tua moglie.
Sono qui per giustificare la tua alternativa. La tua forma finalmente umanizzata. Hai amato G.? Avete fatto l’amore dolcemente? Le tue parole fluivano senza che tu potessi arrestarle? I tuoi occhi nei suoi occhi? La sua pelle giovane... Avevi quarantadue anni, eri un uomo tradito, già consumato dalla disperazione e dall’alcol, lei ti ha dato la salute e tu hai fatto un sogno, che era di abbandonarci. Ma non abbandonavi nessuno. Restando, ci abbandonavi; andandotene, ti congiungevi a me, papà, finalmente il papà che ama, il papà disciolto.
Si discioglieva in queste strade?
Magdalenestraße. Ragazzi compiono evoluzioni con lo skate. Roteano nell’aria, lenti e impazziti. Veloci, calcolano calcoli letali, traiettorie non casuali.
Più avanti un uomo distoglie lo sguardo da me.
Normannenstraße.
Eccolo. Qui veniva gestito tutto l’oliato e desolato apparato. E’ il Quartier Generale della Stasi. Muro annerito che corre attorno: una cittadella fantasma. Blocchi, palazzine. Al centro, gli uffici delle alte gerarchie: soprattutto l’oleoso Mielke, il braccio destro di Honecker.
Ora è un museo. Gli schedari sono a disposizione. I cittadini dell’ex DDR vengono qui a consultare le proprie biografie segrete, le proprie vite sventrate e scrutate nell’intimo dagli addetti della Stasi. Novantasettemila dipendenti ufficiali, ma non conta. Sotto Hitler, un agente della Gestapo ogni duemila abitanti; sotto Stalin, un addetto del KGB ogni seimila cittadini; nella DDR, un agente o un informatore ogni sessantatré persone. Non uno stato di polizia, ma Orwell puro.
Entro.
Attraverso un vetro vedo una sala ampia: uomini e donne seduti a tavolini minuscoli, sfogliano cartellette rosa e beige e prendono appunti. Sono le loro vite squadernate, quelle. Quali misteri stanno cercando di risolvere?
Papà, sto tentando di squadernare la tua vita. Sto tentando di toccare il nucleo trasparente dell’amore che pulsa, il magnetismo ribaltato, il tuo Punto Zero.
E’ un labirinto e cerco l’edificio centrale, prima di darmi alla ricerca di un eventuale schedario in cui sia racchiuso il nome di mio padre. Voglio entrare nell’ufficio di Mielke, il capo della Stasi. Ordini di arresto o rapimento, istruzioni ai giudici sulle durate delle condanne, disposizioni volte alla liquidazioni di soggetti politicamente pericolosi.
Ecco la sua foto: un uomo qualunque, in Italia sarebbe il prototipo del benpensante. L’amara verità del potere, sempre uguale, a ogni latitudine. Il senso comune è lo staffile che conduce verso l’abisso il mammuth umano. Mielke non ha collo. Occhi vicini. Viso rotondo. Labbra carnose e tumide. C’è un video che a loop lo mostra mentre esamina una fila di cervi abbattuti e allineati come fosse a una parata militare. Ostenta medaglie, surrogato di un potere inventato. Era figlio di un carraio di Berlino, classe 1907. Era fuggito dalla Germania dopo avere ammazzato, per ritorsione dopo l’omicidio di un comunista, il capo della polizia locale. Esilio in Unione Sovietica. Stalin lo riempì di medaglie. Tornò a Berlino a guerra finita, lavorando nei servizi segreti all’interno dell’area controllata dai sovietici. Nel ‘71 organizzò insieme a Honecker il colpo di Stato che portò quest’ultimo al vertice della DDR. Gestiva in proprio università, ospedali, centri sportivi d’élite, programmi di addestramento e finanziamento per terroristi libici e per i tedesci occidentali della RAF. mediumicoaudio.gif Era ovunque ed era nascosto agli occhi di chiunque.
Dò uno sguardo al suo ufficio: sembra quello di mio padre al Comune di Milano. Una scrivania. Due telefoni in plastica nera, a disco: il medesimo modello di quello che ha squillato a casa di mio papà la notte del ritrovamento. Le poltroncine in tessuto blu elettrico. Dietro la scrivania, lo schedario a pannelli di legno: dietro ognuno, una cassaforte. E sul piano della scrivania, all’estremità opposta a quella dove stanno i telefoni, in gesso bianco la sua maschera funeraria.

Scruto lo stampo umano. Non l’individuo, ma il medesimo calco umano ricerchiamo: per spezzarlo, definitivamente.

Torno allo schedario.
Passo la zona in cui si vendevano a gli addetti superiori prelibatezze inimmaginabili nel resto del Paese.
Lo schedario.
In un inglese approssimativo, domando all’addetto di turno se esiste documentazione su delegazioni del Partito Comunista Italiano. Mi qualifico come studente, dico che è per una tesi.
“Sono state restituite ai partiti d’origine” risponde l’addetto.
“E’ quindi inutile compiere una ricerca nominale su un delegato italiano in visita nell’81...”
“Non è detto”. Alza la cornetta di un telefono senza fili, parla tedesco, non comprendo. Poi mi chiede in inglese: “Riesce a essere più preciso?”
“Settembre 1981. Capodelegazione era Lucio Mattei. Il vostro traduttore si chiamava...” e cerco l’appunto preso a casa del vecchio Mattei, “... si chiamava Ulrich Zimmer”.
L’addetto riferisce tutto a telefono, in tedesco, velocissimo. Mi dice d’attendere. Poi: “I dati non corrispondono. Abbiamo traccia di una delegazione del PCI guidata da Lucio Mattei, ma il traduttore non era Ulrich Zimmer. Era Gretel Hinze”.
Gretel: G. L’ho trovata! Sono sovreccitato. E’ stato molto più semplice di quanto mi attendessi. Balbetto in un inglese da Benigni in Daunbailò: “E’ possibile avere informazioni sulla signorina Hinze?”
“Questo è assolutamente escluso. Soltanto la signora Hinze può richiederle. Non terzi”.
Ringrazio. Salterei per la gioia. Non sarà difficile reperire una Gretel Hinze a Lipsia o a Limbach. E’ fatta.

Sto per uscire dal Quartier Generale della Stasi quando vengo attratto da una piccola folla assiepata in una hall dalle pareti a vetro. Stanno osservando uno schermo di schermi televisivi. E’ una ripresa a camera fissa ed è magnetizzante. Entro nella hall. Chiedo di cosa si tratta, alcuni si voltano indispettiti per il disturbo, una signora anziana mi dice, in un inglese spigoloso, che è Il Canale nero, la trasmissione più odiata della televisione della DDR. Durava ore. Un uomo solo davanti alla telecamera che per ore, con una loquela fluviale, sparava contro l’occidente, insultava, derideva, faceva sarcasmo sui tentativi di fuga arrestati al Muro. Era odiatissimo. Si chiamava Karl Eduard von Schnitzler. Sono tutti riuniti qui per rivederlo: una sorta di Canal Jimmy all’interno dell’ex centrale della Stasi. Ne provano nostalgia. Vedo che si toccano di gomito, ridono. Ostalgie: nostalgia dell’Est. Dello Stato pulito, valoriale. Hanno mangiato la merda del Capitale e sono divorati dalla nostalgia. Forse vorrebbero tornare indietro.
Von Schnitzler appare dopo i titoli: un’aquila da fumetto, emblema della Germania dell’Ovest, si posa su un’antenna televisiva. Segue la sigla della trasmissione, i caratteri anni Sessanta recitano: IL CANALE NERO. Compare Von Schnitzler: vestito scuro, camicia bianca, cravatta nera, lenti scure. E’ sottotitolato in inglese, riesco a seguire cosa dice. “Signore e signori, Il Canale Nero trasporta immondizia e luridume. Ma anziché portarli in un impianto fognario di depurazione come dovrebbe, riversa il tutto, ogni giorno, in centinaia di case della Germania Ovest e di Berlino Ovest. Questo canale è il canale che trasmette i programmi televisivi della Germania Ovest. Il Canale Nero. E ogni lunedì, a quest’ora, ci dedicheremo a un’operazione che potremmo definire d’igiene...”
Sono allibito. Penso: dovremmo realizzare un Canale Nero italiano, allestirlo nello stesso territorio in cui la spazzatura si accumula.
Von Schnitzler è irrefrenabile: “Le nostre guardie di confine hanno dovuto, secondo le loro consegne, sparare a due uomini che cercavano di sfondare la nostra frontiera nazionale. Uno di loro è stato ferito mortalmente. La gente dovrebbe darci ascolto quando diciamo e ripetiamo: l’ordine al nostro confine lo stabiliamo noi! E noi assicuriamo che venga mantenuto per ottime ragioni. Chi si mette in pericolo morirà. Lo so, signore e signori, queste parole possono sembrare dure, forse addirittura disumane. Ma che cosa è umano e cosa disumano? Umano è creare la pace per tutti gli uomini sulla Terra. Questo non lo si fa con la preghiera! Si fa lottando. E se, come ci insegna la storia, le guerre sono fatte dall’uomo e non da Dio, allora anche la pace è opera dell’uomo. E per la prima volta sul suolo tedesco, qui nella Repubblica Democratica di Germania, la pace è stata eletta a principio di governo dello Stato. E’ umano avere creato e costruito questo Stato!”.
Resto a bocca aperta, affascinato dalla retorica che prosegue con ritmi e accenti pacati, collerici, per salti e deviazioni, fino a cogliere un’ultima affermazione, Von Hinze intervistato oggi dalla tv tedesca, invecchiato, che dice: “Non c’è niente che mi fa arrabbiare. E’ per questo che sono comunista. Niente può mandarmi in collera” e lo dice nascondendo lo sguardo sotto lenti scure simili a quelle che portava nelle dirette degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, la bocca lievemente piegata, e il tono nirvanico del superamento di tutti i torti e di tutte le ragioni.

Torno all’hotel in taxi.
Il Lichtenberg illuminato si trasforma, sembra l’immensa paratia di una nave crociera transatlantica.
Non sto nella pelle. Sono preoccupato per Federica: si sarà svegliata? Si sarà calmata? A ogni modo la notizia che ho trovato l’amante di mio padre, l’amante di venticinque anni prima, dà un senso a tutto il viaggio. Gretel Hinze. Siamo a metà dell’opera già al primo giorno, ascolterò la descrizione di mio padre che ama. Federica mi abbraccerà.
La hall è affollata.
Ritiro le chiavi.
Salgo nell’ascensore in vetro, affollato anch’esso.
La moquette del corridoio è spessa e fastidiosa: soffoca.
Fa troppo caldo.
Busso alla porta.
Federica non risponde. Dorme. O forse è sotto la doccia.
Uso la chiave, apro la porta. Vedo.
La stanza: le lenzuola sono per terra, il televisore è distrutto, schiantato a terra dal ripiano alto su cui poggiava, le nostre valigie aperte e i vestiti arruffati per tutta la stanza, la porta del bagno aperta, l’acqua nella vasca scende calda e tutto è saturo di vapore.
E Federica non c’è.




Pubblicato il Giovedì 29 Marzo 2007

Il nuovo libro
Giuseppe Genna - HITLER - romanzoHITLER - romanzo
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