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Giuseppe Genna - MEDIUMLa storia della morte e della transutanziazione del padre: il libro più intimo del Miserabile. Pubblicato in doc e pdf, in html multimediale, e in cartaceo attraverso Lulu.com (un libro vero, il prezzo è stampa e spedizione). Un abbraccio al lettore...
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Il corpo e il sangue di Eluana Englaro: lo stupro assoluto

di Giuseppe Genna

eluana_englaro.jpgPrima di iniziare qualunque discorso sulle drammatiche ore che sta vivendo il Paese, poiché queste ore si scatenano utilizzando in maniera oscena e quasi triviale il corpo e il sangue di Eluana Englaro, è a lei - a quello che è stata e a quella crisalide abbandonata che è ora - che dovrebbe andare un silenzio meditativo e privo di giudizio. Il suo corpo e il suo sangue non sono offerti in dono, e comunque non affinché l'eventuale dono si tramuti nel massacro volgare a cui stiamo assistendo. Il suo corpo inabile poiché inabile è il suo organo cerebrale, e quei 17 anni di pura vegetazione: la tragedia prima è questa, cioè l'artificialità con cui la natura è stata soppressa da una seconda natura, violentissima, che ne ha stuprato la volontà certa, comprovata, che lei non avrebbe desiderato per sé l'artificio che mantenesse respirante un corpo incapace di sopravvivere, nemmeno di vivere, senza l'ausilio di questo emblema della tragedia tutta, che è "il sondino".
Davvero non coglie pietà a fronte di un corpo rattrappito, una persona che non detiene più il principio di personalità? Pietà pura, intendo: non giudizio pietoso o pietistico, e tantomeno ideologico.
Raffiguratevela mentalmente e sentitevi lei. Perché, se non si riaccende l'empatia e la pietà, cioè l'amore stesso, ogni parola è vana e ciò che si sta per leggere diventa ulteriore rumore nella lugubre e drammatica caciara di queste ore italiane - nell'espropriazione definitiva dell'Italia repubblicana da se stessa, che è la fase che ci stanno facendo vivere: a noi, non a Eluana.



Desavianizzare Saviano

roberto_saviano.jpgLe drammatiche vicende che da un anno e passa accompagnano Roberto Saviano sono dunque giunte al loro acme. E' dai tempi della strage tra mafiosi calabresi in Germania, a Duisburg, il ferragosto 2007, che veniva fornita all'opinione pubblica la notizia dell'esistenza di un piano per uccidere l'autore di Gomorra. Ma era ferragosto, appunto, e quindi a chi cavolo gliene fregava, di tutto e di tutti, nel momento in cui si deve stare belli tranquilli e rilassati? Tanto più sconcertante diventa dunque, per me, la sollevazione spettacolare alle parole normali di Roberto Saviano, il quale annuncia di volersene andare dall'Italia, perché desidera vivere un'esistenza che sia degna di questo nome. Ha 28 anni, Saviano. Si è fatto un culo tanto, ha subìto - e lo dice a chiare lettere nell'intervista concessa a Giuseppe D'Avanzo di Repubblica - l'onda anomala che comportano il successo e il repentino carcere mobile impostogli per motivi di sicurezza. Si è guardato dentro, ha scavato in sé. Quest'opera conferma che ci troviamo davanti a un umano-umano e, probabilmente, è il magistero più alto che Saviano commina a una nazione che, dell'umano, si è strafottuta le gonadi, non gliene frega più un beato nulla, tutta presa a tutelare i suoi interessi coi Bot già denigrati in fase maniacale quando ci fu quella svendita che chiamarono "privatizzazioni". Oggi, sul Corriere, iniziano a trapelare i dati delle violenze domestiche, soprattutto sulle donne: molto italiane, per nulla rumene, specchio di una Paese letamizzato nel senso più generale del termine. Poche pagine più avanti, Dacia Maraini e Diego De Silva e Massimo Carlotto si fanno portavoci della solidarietà a Saviano da parte di tutti gli scrittori. Gli scrittori italiani, credo senza eccezione alcuna, si sentono fraterni e grati rispetto a quanto ha fatto questo ragazzo ostinato, talentuoso, capace di attirare l'attenzione del mondo su una cosca di cui agli italiani non è mai fottuto nulla perché ai media e allo spettacolo generalizzato non fotteva nulla.
Ora Roberto Saviano dice che si sente solo e che se ne vuole andare. Per me (e sottolineo le due parole) il problema diventa: come è possibile non fare sentire solo Saviano? Cosa chiede Saviano per non essere solo? Chiede di cazzeggiare, di tornare a immergersi nel flusso discontinuo e incoerente dell'esistenza, di essere spostato dalle cose e dalle persone - spostato, non ucciso o minacciato. Entrare in una libreria, bersi una birra. Posso inviare mail a Saviano, posso telefonargli, posso esprimere la mia solidarietà in ogni modo - ma il fatto è che Saviano, quando denuncia questa solitudine, sta esprimendo qualcosa che in pochi comprendono, a partire dall'ex ministra Melandri, che vuole lanciare la campagna "Nessuno tocchi Saviano": gran conoscenza della retorica, nel loft PD, visto che lo slogan richiama Caino e immediatamente viene in mente che Saviano è Caino, cioè uno che ha ucciso un fratello. Ecco, qui sta la solitudine di Saviano - emblematicamente sta qui, in questa miscomprensione di ciò che sente e che, se esprime pubblicamente ciò che sente (il che è una delle condanne implicite comminategli: se parla, parla sempre pubblicamente, corrono a sentire cosa ha da dire), scatena una reazione che è quella dello spettacolo della solidarietà. Sai quanto gliene frega a un camorrista delle magliette con su scritto "Nessuno tocchi Saviano"? Questa ignoranza, questa adesione incommensurabilmente idiota allo spettacolo, questa quintessenza del Paese unificato da un'omertà consapevole (quella di chi continua a tutelare sul territorio i Casalesi, senza rendergli la vita impossibile lì, a casa loro) e un'omertà frizzantemente buona e spettacolarmente inutile, perfino lugubre in quanto già coi caratteri di ciò che è è postumo...
Di fronte a ciò: come fare sentire a Roberto Saviano che non è solo?



Wu Ming 1 sul NIE, alla London University: NOI DOBBIAMO ESSERE I GENITORI

davidfosterwallace_wm1.jpg[Riproduco l'introduzione all'intervento di Wu Ming 1, Noi dobbiamo essere i genitori, tenutosi alla London University. Si tratta, a mio parere, di una fenomenologia e una teoresi imprescindibili rispetto al memorandum sul New Italian Epic, opera sempre di WM1. E' per me un poco emozionante rimandare a questo nuovo intervento, poiché viene analizzato Medium in coincidenza con un retroscena privato che, come suggerisce Wu Ming 1, è davvero emblematico (al di là dell'emblematicità, mi sia permesso ringraziare WM1 per un'analisi così profonda sul mio romanzo). Non solo. L'intervento è emozionante anche perché ruota su una lunga dichiarazione in intervista che David Foster Wallace rilasciò anni fa e che riporto qui in calce. gg]

[...] C'è questa cosa di Wu Ming 1, si intitola: Noi dobbiamo essere i genitori con l'enfasi sul soggetto della frase. Si trova su Carmilla (versione stampabile qui).
E' un discorso tenuto a Londra il 2 ottobre scorso, sei giorni fa.
E' una cosa sui genitori e i figli, parla di una "valle perturbante" che stiamo attraversando, della necessità di tornare a immaginarci un futuro, di due libri (uno semi-sconosciuto, l'altro famosissimo), di "zone morte" nel mare e pesci che si estinguono, di una sindrome che si chiama "asimbolia del dolore" (ti fanno male e ti metti a ridere), dell'Italia come laboratorio, del fatto che dobbiamo smetterla di pensarci "post-qualcosa", e mirare a nuovi momenti fondativi. "Noi dovremo essere i genitori" è una frase di David Foster Wallace. Cosa abbiamo perso, con quel suicidio...

«Vorrei citare lo scomparso David Foster Wallace. Questo è uno stralcio da una famosa, classica intervista rilasciata a Larry McCafferty per la "Review of Contemporary Fiction", estate 1993. E' l'ultimissima risposta, ed è molto interessante: "Questi ultimi anni dell'era postmoderna mi sono sembrati un po' come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po' va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l'autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po' di ordine, cazzo... Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L'opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c'è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più - e che noi dovremo essere i genitori".»



Tommaso Pincio sul New Italian Epic

pincio_NIE.jpgIL WHAT IF ALL'ITALIANA
Un romanzo maestoso e misconosciuto

di TOMMASO PINCIO

[da il manifesto, 30.8.2008]

Nel tentativo di disegnare un manifesto programmatico della rinascita del romanzesco Wu Ming 1 ha coniato l'etichetta «New Italian Epic»: anche Goliarda Sapienza ne avrebbe fatto parte Pubblicato in Italia solo dopo essere stato tradotto all'estero, l'autrice ormai morta, L'arte della gioia viene oggi ristampato da Einaudi, riportando all'attualità i motivi di un lungo fraintendimento


New Italian Epic è un'etichetta di recentissimo conio. Se ne è dibattuto parecchio negli ultimi mesi. L'ha partorita la mente, sempre in frenetica attività, di Wu Ming 1 nel tentativo di tracciare un quadro, se non addirittura una sorta di manifesto programmatico, del fermento che da qualche tempo anima le patrie lettere. Il fenomeno è innegabile: si sta assistendo a un rinascimento del romanzesco. Il celeberrimo Q, comparso sul finire dello scorso millennio, quando il collettivo Wu Ming si chiamava ancora Luther Blissett, ha dato inizio a una nuova stagione. Da allora il numero di libri marcati da una spiccata vocazione narrativa è aumentato di anno in anno. Molti sono opera di autori che hanno risciacquato i panni nella letteratura di genere: noir, fantascienza e via dicendo. Altri, vedi il Gomorra di Roberto Saviano, hanno origini diverse. Tutti però ambiscono al respiro ampio, alle grandi panoramiche. Non a caso hanno il piglio e la mole del romanzo classico. Quello storico, per intendersi. Il «romanzone», volendo semplificare.
La lista è lunga. Sono chiamati in causa gli italian tabloid di Giancarlo De Cataldo; il Ciclo del Metallo di Valerio Evangelisti, epopea in chiave western della nascita del capitalismo industriale; l'Hitler di Giuseppe Genna, immaginifica vivisezione del male assoluto scandita per metope; l'ultima fatica di Carlo Lucarelli, L'ottava vibrazione, corale affresco di guerra, amore e delitti sullo sfondo della battaglia di Adua. Vengono inoltre fatti i nomi di Girolamo De Michele, Massimo Carlotto, Philopat, Antonio Scurati e altri ancora, incluso quello di Andrea Camilleri, per via di quei suoi romanzi ispirati alla storia «vera» di Sicilia, come Maruzza Musumeci o Il re di Girgenti. Ce n'è per tutti i gusti. Per giunta, il catalogo non pretende di essere esaustivo.

Cosa intendiamo per postmoderno
Il New Italian Epic non è un fenomeno generazionale. L'anagrafe non è importante e gli stili sono tanti e variegati. È però ravvisabile un sentire comune che Wu Ming 1 riassume in sette punti. Alcuni sono più che intuibili, quali un logico adeguamento alla contemporaneità e ai suoi modi di comunicare, oppure il fatto di concepire il testo come un'entità mutante, capace di «esorbitare dai contorni del libro per proseguire il viaggio in altre forme». Non mancano tuttavia caratteristiche più specifiche, come una certa propensione allo sguardo obliquo, ovverosia la scelta di punti di vista inattesi o azzardati. In 54 degli stessi Wu Ming, tanto per fare un esempio concreto, l'Italia degli anni Cinquanta è descritta da un televisore di marca americana, non funzionate ma dotato di coscienza.
In questa e in altre particolarità, parrebbe di riconoscere i tratti tipici del postmoderno. Di per sé la cosa non sarebbe un male, non fosse che Wu Ming 1 dichiara a più riprese che bisogna prendere le distanze da quel tipo di sensibilità, frutto, a suo avviso, di un'epoca ormai chiusa. Purtroppo «postmoderno» è un termine abusato e sul quale è difficile intendersi. Se ci riferiamo a una fase storica, a grandi linee collocabile tra la fine degli anni Sessanta e il crollo delle Torri Gemelle, è indubbio che la postmodernità appartiene al passato. Se invece vogliamo limitarci alla sola letteratura, il discorso è più complesso perché ci troviamo davanti molte forme diverse, talvolta persino antitetiche. Wu Ming 1 esce dall'impaccio individuando i vizi caratteristici dello scrittore postmoderno nell'uso sfacciato dell'ironia e nella mancanza di empatia. Forse è davvero così, ma stabilire una volta per tutte cos'è un romanzo postmoderno rimane comunque un'impresa non da poco. Dalla nostra particolare prospettiva, poi, rischia di rivelarsi una fatica sprecata. Fatta salva l'eccezione di Umberto Eco, questa sensibilità non ha segnato granché la letteratura italiana, a meno che non si vogliano considerare della partita i cosiddetti Cannibali. La verità è che da noi il postmoderno ha trovato un terreno ben più fertile nelle arti figurative con la Transvanguardia teorizzata da Achille Bonito Oliva.
Del resto, non poteva essere altrimenti. Il perché lo si può dedurre da uno dei tratti salienti del New Italian Epic: quello che Wu Ming chiama il «What if potenziale», vale a dire racconti in cui si immagina cosa ne sarebbe del mondo se la Storia prendesse corsi diversi da quelli conosciuti o prevedibili. Stiamo parlando di una forma particolare di ucronia, un sottogenere della fantascienza al quale si sono avvicinati spesso anche scrittori «seri» come Philip Roth, che nel Complotto contro l'America ha provato a ipotizzare le conseguenze di un'immaginaria vittoria alle presidenziali del 1940 da parte di Lindbergh. Questo modello narrativo, in cui la finzione viene spinta fino a conseguenze estreme, ha una grandissima tradizione nella letteratura anglosassone, trovando non pochi estimatori anche nell'ambito del postmodernismo. Wu Ming 1 ha però tutte le ragioni di presentare il what if come una novità, in quanto non si può certo sostenere che faccia parte delle nostre radici. Per dirla tutta, nemmeno la finzione in generale rientra nel nostro dna lettarario. In quanto italiani, amiamo andare fieri della nostra fantasia, tuttavia, quando si tratta di libri, il volare troppo con l'immaginazione non è mai guardato con benevolenza. Si vocifera che Ludovico Ariosto, nel consegnare la versione finale dell'Orlando Furioso, fu così rimproverato dal cardinal Ippolito d'Este: «Messer Lodovico, dove mai avete pigliato tante castronerie?»
Qualche secolo dopo, André Breton, padre del surrealismo, ci bollò come il popolo più scettico del pianeta. Forse ci andò giù pesante, ma non gli si può dar torto. Da noi, rimanere fedeli alla sostanzialità delle cose, raccontare il mondo così com'è, viene considerato opera infinitamente più buona e giusta. Individuare le cause ci porterebbe lontano, giacché queste hanno a che fare con un male atavico, la nostra difficoltà a esprimere una cultura davvero laica e libertaria. Ai fini del nostro discorso è sufficiente stabilire che proprio la diffidenza nei confronti della finzione ha impedito lo svilupparsi di una narrativa autenticamente postmoderna. Per fare una parodia c'è bisogno di qualcosa da imitare, e dalle nostre parti, quanto a finzione, la materia prima scarseggiava. A parte qualche mosca bianca come Calvino, era tutto un trionfo di verismi e neorealismi, spesso intesi come sinonimi di «arte impegnata nel sociale». E se ci si allontanava dall'oggettività era quasi sempre per dirigersi nell'etereo alveo della poesia o in quello ermetico della sperimentazione.
Valerio Evangelisti sostiene che le opere narrative del New Italian Epic «suppliscono al venire meno, in Italia, della saggistica economico-politica degli anni Settanta». arte_della_gioia.jpgC'è del vero in quel che dice, ma proprio questa verità dimostra quanta poca dignità riconosciamo al romanzo in sé e per sé. E a proposito di quel movimentato decennio, i Settanta, vale la pena di segnalare la recente ristampa di un capolavoro a lungo misconosciuto del nostro Novecento, L'arte della gioia di Goliarda Sapienza (Einaudi, pp. 540, euro 20). La bella postfazione che accompagna questa nuova edizione offre parecchi spunti di riflessione. Domenico Scarpa ne ripercorre infatti le assurde traversie. Rispedito per anni al mittente dall'editoria italiana tutta, dovette attendere le traduzioni all'estero e il passaggio dell'autrice a miglior vita per essere pubblicato da noi.

Il problema del romanzo fiume
Chiunque legga L'arte della gioia oggi, a più di tre decenni dalla sua stesura, stenta a capire le ragioni di tanto ostracismo. Citando una battuta di Manganelli sul fatto che un romanzo è costituito da quaranta righe più due metri cubi d'aria, Scarpa avanza il sospetto che il «vero scandalo» non era tanto quel libro in particolare ma i «romanzi fiume» in generale. Un concetto analogo venne espresso su Le Monde des livres, in occasione della pubblicazione in Francia: «Cos'era l'Italia letteraria del 1976, quando Goliarda Sapienza concludeva questo romanzo sbalorditivo? Un paese che provava disagio a guardarsi e a scegliere un linguaggio romanzesco».
Fosse stato scritto oggi, L'arte della gioia non avrebbe avuto problemi a essere ascritto nel novero del New Italian Epic. Sebbene non sia un'ucronia, è suo modo una Storia alternativa in quanto le vicende dell'Italia del XX secolo vengono viste dalla prospettiva sghemba di una donna - Goliarda Sapienza - che reinventa la propria autobiografia servendosi di un alter ego immaginario nato un quarto di secolo prima - la Modesta voce narrante del romanzo. Il libro è maestoso e appassionato, intriso di sensualità epica e ardore politico. Talvolta è volutamente straripante e melato, ma non smette mai di avvolgere nelle sue calde e dolci sabbie mobili, proprio com'è tipico dei cosiddetti «romanzoni» o romanzi fiume. Ovviamente, lo si può giudicare in modo del tutto opposto, come l'editor che lo rifiutò per conto di Feltrinelli: «Il manoscritto in oggetto si rifà a canoni narrativi sostanzialmente ottocenteschi applicati a una trama nella quale si intrecciano elementi di natura sociologica e psicologica, armonizzati da una buona scrittura». La lettera si chiudeva consigliando a Goliarda Sapienza di rivolgersi a editori dall'orientamento «meno rigido» e dunque disposti a pubblicare un «romanzo tradizionale».

Una questione impronunciabile
Ma cosa vuol dire tradizionale? Premesso che L'arte della gioia è tradizionale soltanto in superficie, cosa dovremmo dire di un romanzo in tutto e per tutto classico come 1984 di Orwell? Il vero nocciolo della questione non è dunque tanto il postmoderno, ma il fatto che da noi il «romanzo» continua a essere un qualcosa di impronunciabile, una sorta di paroloccia. Prova ne sia che l'incessante fiorire di definizioni elusive. Metaromanzo, non-romanzo, la parola «romanzo» con sopra una barra, romanzi mutanti e narrazioni epiche. Eppure, usata alla maniera di un grimaldello, l'invenzione romanzesca riesce a denudare il re esattamente come può farlo il più impietoso dei reportage, con il vantaggio che quei due metri cubi d'aria spesso penetrano nell'immaginario popolare più a fondo e perdurano nel tempo; il Grande Fratello è ancora tra noi a dimostrarlo.
Non sarebbe allora più proficuo chiamare le cose col loro nome e fare i conti in maniera più diretta con il nostro passato, con una tradizione che vede nel realismo la via maestra e nella finzione quella della perdizione? Abbiamo forse paura di confrontarci con le nostre radici? È un dubbio che non vuole togliere nulla al valore della nuova narrativa italiana, ma solo invitare a parlare di romanzi con meno artifici. Non una notazione polemica, ma una semplice proposta. Just a thought, come avrebbero detto una volta in America.



Houellebecq: Jacques Prévert è un coglione

di MICHEL HOUELLEBECQ

houellebecq_prevert.jpgJacques Prévert è qualcuno di cui si imparano le poesie a scuola. Ne risulta che amava i fiori, gli uccelli, i quartieri della vecchia Parigi ecc. Gli pareva che l'amore sbocciasse in un'atmosfera di libertà; più generalmente, era piuttosto per la libertà. Portava un berretto e fumava delle Gauloises; lo si confonde talvolta con Jean Gabin; del resto è stato lui a scrivere la sceneggiatura di Porto delle nebbie, di Mentre Parigi dorme ecc. Ha scritto anche la sceneggiatura di Amanti perduti, considerato il suo capolavoro. Molte buone ragioni per detestare Jacques Prévert, soprattutto se si leggono le sceneggiature mai girate che Antonin Artaud scriveva alla stessa epoca. È desolante constatare che il ripugnante realismo poetico, di cui Prévert fu l'artefice principale, continua a fare danni e che si pensa di fare un complimento a Léos Carax accostandolo a lui (nello stesso modo, Rohmer sarebbe probabilmente un nuovo Guitry ecc.). Il cinema francese, in realtà, non si è mai ripreso dall'avvento del sonoro; finirà col creparne e non è un gran male.
Nel dopoguerra, circa alla stessa epoca di Jean-Paul Sartre, Jacques Prévert ha riscosso un successo enorme; si è colpiti dall'ottimismo di quella generazione. Oggi il pensatore più influente sarebbe piuttosto Cioran. All'epoca si ascoltavano Vian, Brassens... Innamorati che si sbaciucchiano sulle panchine, baby boom, costruzione massiccia di case popolari per alloggiare tutta quella gente. Molto ottimismo, molta fiducia nel futuro e un po' di stupidità. Certamente siamo diventati molto più intelligenti.
Con gli intellettuali, Prévert ha avuto meno fortuna. È sfuggito dunque essenzialmente alle tesi di dottorato. Oggi, tuttavia, entra nella Pléiade, il che costituisce una seconda morte. La sua opera è lì, completa e fissa. È un'eccellente occasione di interrogarsi: perché la poesia di Jacques Prévert è così mediocre che si prova talvolta una sorta di vergogna a leggerla? La spiegazione classica (perché la sua scrittura «manca di rigore») è completamente sbagliata; attraverso i suoi giochi di parole, il suo ritmo leggero e limpido, Prévert esprime in realtà perfettamente la sua concezione del mondo. La forma è coerente con la sostanza, il che è proprio il massimo che si possa esigere da una forma. Del resto, quando un poeta si immerge a tal punto nella vita, nella vita reale della sua epoca, sarebbe fargli torto giudicarlo secondo criteri meramente stilistici. Se Prévert scrive, significa che ha qualcosa da dire; torna tutto a suo onore. Purtroppo, ciò che ha da dire è di una stupidità senza limiti, talvolta nauseante. Ci sono belle ragazze nude, borghesi che sanguinano come porci quando li sgozzano. Storia vecchia; si può preferire Baudelaire.

[da La ricerca della felicità, Bompiani 2008, traduzione di Fabrizio Ascari, pagine 384,18 euro]



L'addio a Sbancor su l'Unità

unita_testata.jpg[Devo ringraziare Stefania Scateni, responsabile delle pagine culturali de l'Unità, per avermi permesso la pubblicazione di un coccodrillo che mai e poi mai avrei voluto stendere: quello in memoria del fraterno amico Sbancor, redattore di Carmilla e Rekombinant e il manifesto, collaboratore del manifesto: uno degli analisti delle dinamiche globali del potere finanziario e bellico, oltre che recensore acutissimo. Sbancor è scomparso per un incidente tragico all'età di 57 anni. E' da parte non soltanto mia altissima la vicinanza ai suoi cari in questo momento. Il mio sito viene dedicato, dal momento della sua scomparsa, alla memoria di Sbancor. gg]

Ciao Sbancor, maestro profetico di controinformazione

di GIUSEPPE GENNA

L’intelligenza che interveniva in Rete con lo pseudonimo Sbancor, il 9 aprile scorso, aveva lanciato nel Web questa analisi, che vale una profezia: “Al mondo non si è mai vista una nuova egemonia economica che non fosse anche egemonia politica e militare. Questo vuol dire che, se vi sarà un ‘decoupling’, se cioè le economie dei paesi emergenti traineranno l’economia mondiale, dovrà esserci anche un ‘decoupling’ politico e militare. Gli USA non hanno nessuna voglia di accettare questa ipotesi. Rinforzano la Nato: sono pronti ad allargarla fino a Georgia e Ucraina. Gli europei, che vedono con terrore i gasdotti che passano sotto la terra ucraina a rischio, se Putin chiude innervosito il rubinetto di Gazprom, lo impediscono”. Ed ecco la stoccata finale di una mente dalle forti propensioni narrative: “Particolare significativo: la riunione si teneva nel Castello di Ceausescu a Bucarest. I Vampiri prediligono alcuni luoghi, piuttosto di altri...”. Sbancor si riferiva al vertice Nato tenutosi in Romania. Quest’ampiezza di visione, questa profondità di analisi e questa vastità di competenze, questa ironia da romanziere hanno fatto di Sbancor una mitologia della Rete italiana. Ed è un simile patrimonio umano che è venuto a mancare, improvvisamente e tragicamente, a 57 anni. Romano, un passato movimentista a partire dal ’68 e per tutti i Settanta, Sbancor era un analista che aveva occupato (e occupava attualmente) ruoli importanti nel mondo della finanza italiana. Spirito imbelle, aveva scelto il suo nom de plume vergando corrosivi elzeviri sull’Espresso, scegliendo la sigla che si opponeva a quella con cui Scalfari interveniva sotto lo pseudo Bancor, diffondendo un verbo liberista scatenato, in connessione con giochi più grandi, a cui l’Italia partecipa come margine dei margini di un Impero mobile. Ovviamente, Sbancor venne bandito dalla sede giornalistica. La dissacrazione delle conquiste e dei diritti civili, alla luce di una complessa dinamica geopolitica e delle indicazioni delle tecnocrazie, il primato indiscusso dell’economia deviante che avrebbe aperto un orizzonte devastante sull’intero pianeta, il crollo di Bretton Woods a vantaggio dell’economia dei derivati e le coerenti trasformazioni della lotta finanziaria in logica di guerra (il cosiddetto paradigma del “warfare”): questo era l’orizzonte complesso in cui Sbancor si muoveva, fornendo indicazioni precise, geografiche e politiche e temporali, da lasciare sbalorditi. Così lasciò sbalordito il movimento che da Seattle avrebbe condotto a Genova, preconizzando mesi prima, in un leggendario intervento diffuso via Rete, la prospettiva dell’attacco anomalo agli Usa dell’11 settembre e della successiva reazione bellica. Non bastò prevedere con precisione filologica l’evento – Sbancor si spinse nel corso degli anni più avanti. In un intervento su Carmilla, a pochi giorni dal primo lancio di missili Hezbollah su Israele, annunciò che sarebbe scoppiato un conflitto tra Gerusalemme e Beirut. Si può in pratica dire che l’avvento di Sbancor, su siti come Indymedia e Rekombinant e Carmilla, ha mutato il volto della controinformazione in Italia. Prima della sua opera di intervento sempre preciso e anticipatorio, la controinformazione non aveva un padre nobile di sinistra tanto addentro alle questioni tecniche di intelligence, finanza mondiale e geopolitica. Sbancor insegnò come si faceva sul serio controinformazione. sbancor_american_nightmare.jpgPerfino infilandosi nel panorama narrativo, con un romanzo per certi versi sorprendente, American Nightmare (Nuovi Mondi Media), un saggio profetico su quanto sarebbe accaduto a livello globale negli anni a venire, scritto in stile ellroyano. Coltissimo, spesso recensore di romanzi (sempre su Web), Sbancor comprese tra i primi l’emersione della letteratura di genere quale avanguardia di un rinnovamento profondo della nostra narrativa. Prima della sua inattesa scomparsa, stava lavorando a un romanzo-inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Il suo marxismo realista, rinnovato secondo prospettive odierne, riusciva a mantenere una carica utopica inscalfibile: “Il movimento è la sottrazione dell’intelligenza all’organizzazione sociale del consenso. Il che la rende più deficiente. Probabilmente anche più cattiva. L’intelligenza sottratta al sistema di organizzazione sociale è intelligenza libera. L'intelligenza libera è destinata al nichilismo”. Sbancor lascia un’eredità in termini di lucidità e metodo – un’eredità laica e scientifica, che è necessario che la generazione dei movimenti, a cui ha insegnato e dato fiducia, raccolga. La perdita di Sbancor è uno choc collettivo per la Rete italiana. Il fenomeno Sbancor continuerà nei suoi eredi – siamo capaci di annullare la morte in questo modo, ed è la lezione letteraria a cui guardava Franco, il nome di nascita di questo straordinario intellettuale.



La svolta narrativa: NEW ITALIAN EPIC, by Wu Ming 1

NEW ITALIAN EPICAccadono svolte, punti di in cui la crepa devia e si allarga, dispiegamenti che giungono a frutto distendendendo ai nostri occhi orizzonti che prendono coerenza. Da circa dieci anni attendevo un intervento come quello che qui pubblico integralmente: si intitola NEW ITALIAN EPIC. Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro e ne è autore Wu Ming 1. Su Carmilla si sta creando una zona di ampio e alto dibattito, intorno alla prospettiva teorizzata e fenomenologizzata dall'autore di New Thing, che è apparsa già in un articolo su Repubblica e che è destinata ad allungarsi in pubblica discussione sulla stampa (si stanno preparando interventi di autori e critici, intorno al saggio). Detto che Wu Ming 1 coglie, a mia detta, con occhio acutissimo qualcosa che incombe realmente sul panorama letterario italiano da anni, e che mi riconosco sillaba per sillaba nell'impostazione di poetica enunciata, anticipo che interverrò anche io, cercando di fare gemmare alcuni aspetti per me fondamentali del saggio di WM1. Al quale affiancherò prossimamente il saggio su "romanzo e tragico: su Everyman di Philip Roth" che nasce dal seminario tenuto all'Università di Siena - un intervento che per molti versi è gemellare e derivativo rispetto a quello del membro del collettivo bolognese.
Riporto qui integralmente l'intervento, dopo le premesse che WM1 ha pubblicato su Carmilla e i link per scaricare il saggio stesso in vari formati. Cliccando su "continua", la versione integrale in html del medesimo. Invito tutti i Miserabili Lettori interessati a leggere e/o downloadare l'intervento e, se possessori di blog, a postarlo integralmente e a discuterlo. gg]

NEW ITALIAN EPIC

Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro
di WU MING 1

[Questo saggio è frutto di una lunga e partecipata discussione, e si basa su molte letture e una vasta mole di appunti.
Ho proposto l'espressione "nuova narrazione epica italiana" durante Up Close & Personal, workshop sulla narrativa italiana contemporanea tenutosi a Montréal il 28 e 29 marzo scorsi, organizzato da Francesco Borghesi ed Eugenio Bolongaro per il Department of Italian Studies della McGill University. La necessità di esprimersi in inglese ha subito asciugato il meme: "New Italian Epic"(*).
Sotto questo nome-ombrello ho raggruppato, in base a letture comparate, molti libri usciti in Italia negli ultimi 10-15 anni. Si tratta di una produzione molto eterogenea ma, intersecando vari insiemi e sotto-insiemi, si possono individuare diverse caratteristiche condivise. Tutte insieme puntano a un profondo denominatore comune, che sta nella natura dell'allegoria.
Ho rafforzato e riproposto il concetto e l'analisi nei giorni successivi, in due conferenze tenute negli USA (al Middlebury College, Vermont, e al MIT di Boston). Tornato in Italia, mi sono confrontato coi miei colleghi di collettivo e poi con altri scrittori, via mail e di persona.
Cosa possono mai avere in comune Gomorra e Romanzo criminale, Q e Dies irae, Maruzza Musumeci e Sappiano le mie parole di sangue, Cibo e L'ottava vibrazione, Cristiani di Allah e Noi saremo tutto...?
La discussione ha prodotto molte risposte, e ulteriori spunti.
Ho letto nuove cose, preso altri appunti, e mi sono messo di buona lena a scrivere un testo il più possibile chiaro, organico e - spero - utile al dibattito.
Una sorta di "abstract" di questo saggio (impreciso e tagliato con l'accetta, per ovvie esigenze di spazio e contesto) è apparso su "La Repubblica".
Qui, in anteprima assoluta, troverete il saggio vero e proprio, scaricabile in vari formati. Sono circa 80.000 battute, con note in fondo al testo.
Buon corpo-a-corpo.

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*- Si può vedere "epic" come sostantivazione dell'aggettivo "epico" riferito a "romanzo", o a "tono" ("il nuovo tono epico italiano"), o a "filone", "movimento" etc. e quindi coniugare al maschile, come avviene con "il giallo", "il noir" etc.; oppure si può vederlo come un sostantivo ("epic" = epica), e quindi coniugare al femminile (la New Italian Epic). Nel saggio coniugo l'espressione al maschile, perché l'alternativa mi suona equivoca. Parlare, tout court, di "nuova epica italiana" potrebbe far pensare che i libri presi in esame coprano ed esauriscano già tutte le possibilità della modalità epica oggi in Italia. Epperché mai porre limiti alla Provvidenza?



Congedo di un lettore devastato e vile

gennacongedo.jpgSul numero 49 della rivista Atelier, che inaugura il suo tredicesimo anno di vita, il codirettore Marco Merlin, poeta (sotto lo pseudonimo di Andrea Temporelli ha pubblicato per la collana bianca di Einaudi Il cielo di Marte), mi indirizza una lettera aperta, di critica e di congedo in quanto mio lettore. Ho chiesto a Merlin di avere il file di questa lettera aperta, in modo da poterla pubblicare sul mio sito, poiché, al di là delle ironie, mi pare metta in luce alcuni aspetti che, a mia detta, travisano non tanto le intenzioni quanto gli esiti di certi miei testi - e questo è per me importante. Questo travisamento è legittimo: è la responsabilità dell'autore che incontra la responsabilità del lettore. Non condivido l'approccio ai libri che ho scritto, di cui Marco Merlin dà ampia testimonianza in questa lettera. Ciò che ho scritto mi è sempre stato necessario e, se ciò non è avvertito, significa che non sono uno scrittore di valore. Non condivido nemmeno la continuità che Marco Merlin stabilisce tra la mia attività sul Web, alcuni fatti di vita privata esibiti in pubblico e i testi che ho pubblicato. Nemmeno ciò che mi viene accreditato rispetto al protocollo dei complotti è sentito da me nel modo descritto in questa missiva. Tuttavia mi è impossibile fornire una risposta a una così acuta percezione di disagio da parte di un lettore, molto avvertito e molto colto, quale è il fondatore di Atelier. Detto ciò, e aggiunto che qualunque autogiustificazione teorica darebbe ragione alla critica che Merlin avanza non solo alla narrativa che scrivo io, lascio a lui la parola, ringraziandolo per questa lunga fedeltà che io (ma solo io: idiosincraticamente) percepisco come infedele - e questa per me vale come prova dell'errore assoluto che si rischia di compiere facendo letteratura e sbagliando, o leggendola.


marco_merlin.jpgCaro Genna,
tu per me sei un idolo. Sarò più preciso: tu per una parte di me sei un idolo. Quant’è sfaccettata la psicologia di una persona e su quali architravi costruiamo i nostri equilibri di facciata…
No, non temere, non voglio buttarla troppo sul personale, tanto più che non ci conosciamo. Ci siamo, a dirla tutta, incontrati una volta nel ’96 a un convegno di poesia, ma facevamo parte di quella schiera petulante ed eccitata di giovani che sono il contorno folcloristico di tali manifestazioni. Allora tu rimanesti sorpreso del fatto che mi ricordassi dei tuoi versi apparsi su «Poesia», ma già ti sentivo animatamente parlare del Giallo come dell’unica possibilità per raccontare il nostro tempo. Mi parlò di te in seguito un amico, incontrato su uno dei tanti treni sui quali facevo la spola tra il mio lago e la Grande Città, mi disse che avevi pubblicato un thriller, proprio un librone all’americana, e che insomma eri diventato uno scrittore. Anzi, uno Scrittore, uno di quelli che vuole vivere della propria arte – anche se poi è dichiaratamente arte di consumo, mi avvertiva perfidamente consapevole del problema cruciale che toccava. Immagino che le cose non stessero esattamente così, ma questo non importa, perché è dalla posizione privilegiata del semplice lettore che invio questa lettera al mio idolo parziale.
Ti ho anche letto solo parzialmente: Nel nome di Ishmael, l’Assalto, Catrame, l’Anno luce.



Il triangolo nero / Nessun popolo è illegale

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

Cucù, la Romania non c'è più[La scintilla è partita un gruppo di scrittori e intellettuali, stanco di assistere alla deriva razzista che attraversa l'Italia, purtroppo aggravata dalla morte violenta di Giovanna Reggiani.
Da questa stanchezza, l'esigenza di condividere una presa di posizione forte. È nato così "Il triangolo nero", appello elaborato da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce e il collettivo Wu Ming nella sua totalità. A questo gruppo si sono presto aggiunti altri nomi importanti della cultura che hanno deciso di aderire all'appello. Tra questi Gad Lerner, Erri De Luca, Bernardo Bertolucci, Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Moni Ovadia, Nanni Balestrini, Franca Rame, Stefano Tassinari, Marcello Flores, Andrea Bajani, Lisa Ginzburg, Lanfranco Caminiti, Ugo Riccarelli, Enrico Brizzi, Marco Mancassola, Simona Vinci, Raul Montanari, Giulio Mozzi, Andrea Porporati, Sandro Veronesi e moltissimi altri si vanno aggiungendo di minuto in minuto, per ribadire che delitti individuali non giustificano castighi collettivi. Qui la petizione on line: vi può aderire chiunque concordi con l'appello. Di seguito, il testo.]



Considerazioni sul romanzo storico italiano oggi: Una storia romantica di Antonio Scurati

unastoriaromantica.jpgPochi giorni fa, sulle pagine culturali del Corriere della Sera, il critico Franco Cordelli affrontava temi nodali del nostro presente letterario (ma davvero solo del presente?). Lo faceva innalzando la discussione su un romanzo storico appena uscito, Una storia romantica (Bompiani, 569 pgg, 19 euro) di Antonio Scurati, per discuterne le strategie, per ravvederne supposti limiti, per tracciare un bilancio (fallimentare) di quanto è stato compiuto in 25 anni sul genere storico in Italia. Questo mio intervento non intende essere una recensione a Una storia romantica (a mio avviso, comunque, il più sapiente e profondo romanzo di Scurati), e non intende nemmeno essere una risposta diretta alle considerazioni di Cordelli, né tantomeno un saggio paraccademico sul romanzo storico. Intende rappresentare, invece, una serie di riflessioni da parte di uno scrittore che sta sulla linea del farsi del nostro romanzo, insieme ad altri suoi colleghi, da più di dodici anni. Intende essere una sistematizzazione di cosa sta accadendo al romanzo storico e al romanzo in genere (non di genere), per opera di chi pubblica da oltre un decennio narrativa che, pur essendo popolare e non volendosi di avanguardia per come l’avanguardia è intesa qui in Italia, sta sperimentando e lo sta facendo a mio avviso con un’autoconsapevolezza che l’area francese, tedesca e soprattutto angloamericana non è in grado di vantare.
Per esprimere quanto ho da sostenere, utilizzerò una tecnica retorica emblematica, come del resto Cordelli ha fatto: leggerò Una storia romantica di Scurati con categorie che smentiscono le conclusioni di Cordelli stesso.



Il Miserabile su Nuovi Argomenti: dalla letteratura alla "cura esistenziale"

nascienza.jpgE' in tutte le librerie il numero 39 della nuova serie di Nuovi Argomenti, intitolato E=mc². Scrittori e scienza. La sezione monografica, curata da Leonardo Colombati, si interroga sui rapporti tra letteratura e nuove (o antiche) frontiere scientifiche. Chiamati a intervenire in proposito, con saggi e paranarrazioni che variano, sul fronte scientifico, dalla fisica alla teoria sul tempo alle neuroscienze, sono stati chiamati David Calef, Richard Powers, Demetrio Paolin, Tommaso Pincio, Chiara Valerio, Mauro Francesco Minervino, Wu Ming 5, Bernardino Sassoli, Giulio Giorello e il sottoscritto (c'è anche uno splendido intervento su quantistica, tempo e letteratura del curatore Leonardo Colombati).
Riproduco qui il mio intervento, che prende in considerazione l'ipotesi di un trascendimento del paradigma analitico, in vista di un presidio di una fascia psicoemotiva che né la psicoanalisi né le terapie brevi né l'impostazione riduzionista mi sembrano oggi in grado di presidiare. Tutto ciò, come si dimostra in chiusura del saggio, ha molto a che fare con la letteratura e la sua retorica..



Pubblicate Il mio nome è legione di Demetrio Paolin!

demetriopaolin.jpgSto leggendo un manoscritto, un romanzo inedito: si intitola Il mio nome è legione, il suo autore è Demetrio Paolin, autore tra l'altro di Una tragedia negata, un saggio sui Settanta in uscita per il Maestrale, dopo essere passato per la fionda di vibrisselibri.
Non conosco di persona Paolin. Ho ricevuto il testo via mail. Ho iniziato a leggerlo. E' un magnete di sangue umano. E' la tragedia, l'attraversamento totale nel male. Non coincide con la mia poetica, a scanso di equivoci: è altro da me, ma è la stessa cosa che io sono, che tutti noi siamo. Come Paolin sia riuscito ad aggregare, con una profondità di sguardo e di scrittura al limite del tollerabile, elementi così arcaici e contemporanei, in un'odissea personale, che ha l'ineffabilità cupa e gloriosa delle catabasi, è un miracolo. Ecco un libro fondamentale. Ecco una struttura che sposta più in là la linea dell'espressione necessaria, fondativa - ciò che si perde nelle sofisticherie finzionali a cui è abituata ormai la narrativa italiana. Questo viaggio argonautico, tutto al singolare diposto al plurale, è stupefacente. Non voglio dire nulla della storia, voglio soltanto asserire che Paolin fa crescere, con una pressione interna che schianta, un personaggio universale, ai limiti del teologico (no: oltre i limiti del teologico), una stazione dopo l'altra, in una via sacra affrontata da una santità ambigua e inconsapevole, al di là della morale e alla ricerca dell'appiglio morale. Il suo protagonista è l'uomo dostoevskijano oggi: il residuo coriaceo che rimane, il dubbio e lo schianto nel mondo di oggi e nella memoria di ogni ieri. Dall'impressionante filastrocca iniziale, parte un arco voltaico attraverso il quale si dipanano elementi che torneranno su se stessi: il reperto, la reliquia sono invertiti di linearità temporale, non sono ciò che è semplicemente finale, bensì la traccia dell'anticipazione. Che cosa deve fare la letteratura se non questo? Il mio nome è legione è un capolavoro necessitato da un indentramento che l'autore ha compiuto con evidente sforzo veritativo. Le invenzioni non sono paghe della sorpresa che spalancano nel lettore: esse significano, scardinano. Uno è denudato dalla lettura. Il male naturale e il male umano sono i binari su cui corrono azioni e riflessioni, percorrendo la gamma intera di ciò che tentiamo di scordare; ciò che siamo in quanto specie, l'umano quintessenziato.
Questo è un oggetto narrativo urgente. E' urgente che sia pubblicato, poiché si tratta di un libro che sono certo che resterà. Come già capitato in passato, per quanto mi sarà possibile, farò di tutto perché Il mio nome è legione venga pubblicato. So già che alcuni editori si stanno muovendo per valutare il testo. Non compio nessun appello, ma un atto che risiede nelle mie forze: pubblicatelo senza dubbi, senza se e senza ma, in nome della letteratura che non smette di cercare il nucleo vuoto dell'umano e di rappresentarne la discesa infera e abbacinante.
Riporto soltanto un passo, esplicativo della capacità ottica di Paolin - a fronte del quale non posso che ringraziare il cielo perché ancora esistano scrittori simili, libri simili:

"Non aveva mai pensato che il nulla fosse una sostanza gommosa e trasparente: un ventre si apre, è cavo: è ventre di donna incinto, eppure dentro non c’è niente. Poi ruotano, come pianeti impazziti, i polmoni di Sergio saturi di gas. Infine luminoso come stelle e simile per forma e disposizione all’Orsa Maggiore il sistema linfatico impazzito di Alessandro.
Tommaso desidera che loro diventino interi, ma non riesce.
Tiresia, pensa Tommaso, è lui stesso limbo. Perché lui stesso è toccato: è Tiresia, l’uomo, e Tiresia, la donna. Il cameriere sulla 128, che percorre le strade che ha percorso Tommaso. L’essere incappato in un vizio di forma, che ha toccato serpenti e gufi, diventando uomo e poi donna e infine uomo. E lui sa che non c’è ragione per essere tutto o niente.

Il male è male, pensa Tiresia mentre arriva da Claudia.
Tommaso pensa che il limbo di questa visione è scampare la vergogna".



Così vicino alla letteratura: ancora sulla Mindfulness

fabiogiommidx.jpgLa richiesta di elaborazione di una nuova retorica, esplicitata nel saggio sul Personaggio Vuoto, fa leva sulla necessità di ridefinire movenze vive del farsi di un testo letterario contemporaneo, alla luce di una cristallizzazione della retorica che è dovuta essenzialmente a un dominio della scuola stilistica. La retorica, in quanto arte della persuasione (per i greci la dea, cioè la potenza, detta Peizò) rende manifesto il legame tra la letteratura (non solo l'oratoria, culla della sistematizzazione delle figure retoriche) e l'àmbito psichico. Quando impegno questa nozione ("àmbito psichico") vi includo il discorso (anche quello interiore) e lo spazio in cui accade. C'è da chiedersi, a ogni livello, a cosa debba persuadere la letteratura tramite retorica. E' ancora così? E come è possibile una retorica del Personaggio Vuoto? Non è un caso che Fabio Giommi (nella sua introduzione a Mindfulness di Saegal, Teasdale e Williams, edito da Bollati Boringhieri) osservi quanto la letteratura si avvicini a formulazioni che risultano prossime allo stato a-discorsivo che la Mindfulness utilizza come potenza terapeutica. Alla luce di questa osservazione ciò che chiedo è una rielaborazione della retorica anzitutto della catarsi, riallacciandomi all'importanza che, nel saggio sul Personaggio Vuoto, ha la ripresa del gesto arcaico, soprattutto inteso come ripresa dei protocolli tragici.
L'invito che avanzo è dunque quello di partire da una realtà soltanto apparentemente extraletteraria: ed è la bellissima e decisiva prefazione che Fabio Giommi ha scritto a Mindfulness. Il file è in pdf ed è desunto dal sito dell'Associazione Italiana Mindfulness.

pdfminim.gifFabio Giommi - Al di là del pensiero, attraverso il pensiero



"Sta scherzando, senatore?": il Miserabile a Otto e mezzo

81_2.jpgDunque, dopo tanto tempo che non mi confrontavo con una telecamera, esercizio per me sempre angosciante, ierisera, grazie all'invito di Pietrangelo Buttafuoco, ho potuto dibattere (oltre che con lo scrittore Niffoi e la professoressa Landi) con Rocco Buttiglione. Il dibattito è risultato distonico a causa della mia incapacità di calcolare il divario di tempo a cui ero sottoposto e in audio e in video nello studio milanese da cui intervenivo. Tuttavia alcune cose sono riuscito a dirle, altre invece no e vorrei scriverle qui di seguito. butt.jpgVa detto che il senatore Buttiglione (inconfondibilmente a sinistra: nell'immagine, intendo...), che non ho richiamato alla sua incredibile performance senatoriale sul gelato alla bouvette di Palazzo Madama, si è permesso di sottolineare che ho detto "sciocchezze" che lui aveva ascoltato, non tenendo presente che da lui - e non per un'ora, ma da vent'anni - io ascolto e vedo socialmente realizzate ben più che sciocchezze.
Però il discorso, che verteva sulla scuola e sull'episodio dell'insegnante sicula che aveva comminato a un alunno bulletto la punizione consistente nello scrivere cento volte sul suo diario "Io sono un deficiente", ha dei riflessi e delle cause che esorbitano l'àmbito giornalistico e che a mio parere fanno del senatore Buttiglione l'emblema di più colpe politiche che hanno condotto allo svilimento dell'istituzione scolastica pubblica e alla marginalizzazione della figura dell'insegnante. Di ciò vorrei discutere.



Donata Feroldi: Il personaggio: costruzione e decostruzione

feroldidonataseminario.jpgIl saggio dedicato a Il Personaggio Vuoto è la traccia di un intervento tenuto nel corso del seminario universitario ideato e gestito da Donata Feroldi, dal titolo Il Personaggio: prospettive teoriche e metodologiche (qui il programma in pdf), tenutosi alla scuola di Alti Studi dell'Università di Siena.
Donata Feroldi - traduttrice, crtica e teorica della letteratura, oltreché lessicografa - ha tenuto un intervento sul Personaggio che varia da suggestioni precise mutuate da Tynjanov e Benjamin, applicando metodi di interpetazione e intercettazione alternativ, su Victor Hugo e in particolare Notre-Dame de Paris, variando sul "personaggio-folla", il "personaggio-città", il "personaggio-architettura".
La versione in mp3 dell'intervento di Donata Feroldi è stata divisa in due parti: se ne consiglia il download a chi disponga di adsl o banda larga.

icoaudiogrey.gif Il personaggio: costruzione e decostruzione - parte 1 [9.3M]
icoaudiogrey.gif Il personaggio: costruzione e decostruzione - parte 2 [7.6M]



Walter Siti: da Il romanzo sotto accusa

waltersitirom.jpgAll'interno della mappa einaudiana che Franco Moretti ha dedicato a Il romanzo, c'è un articolato quanto fondamentale saggio di Walter Siti [nella foto a destra; qui la recensione del suo Troppi paradisi], che si intitola Il romanzo sotto accusa e di cui propongo un capitolo.

La fine dell'oscenità.
Se si volesse costruire una tipologia, o una casistica, dei processi intentati ai romanzi nei vari tempi e paesi, si finirebbe inevitabilmente con il disperderci in mille eccezioni; tra due romanzi a cui si attribuisca, in uno stesso periodo, un pari grado di «nocività», è solo il concorso delle circostanze a decidere perché uno viene processato e l’altro no, o perché uno viene condannato e l’altro assolto. La mappa, tra l’altro, non renderebbe conto della reale pressione sociale sul romanzo, perché anzi là dove la pressione è massima la censura è preventiva e non si svolgono processi; è tipico il fatto che una maggiore «densità» di processi consegue spesso a momenti di liberalizzazione (per esempio in Francia dopo la nuova legge del 1881, o in Inghilterra dopo il 1959, o in Russia dopo le aperture kruscioviane dei primi anni Sessanta). Ugualmente impossibile da documentare in breve è il larghissimo fenomeno dell’autocensura; molti romanzieri, in vari tempi e paesi, avrebbero potuto ripetere con buona approssimazione quel che ha scritto Leonardo Sciascia nella postfazione al Giorno della civetta:



Peter Parker sono io

spiderman3.jpgLe origini della narrazione sono le più varie. In epoca di cultura di massa potrebbero essere più varie ancora, o invece meno varie del prevedibile. Personalmente non ho timore, come già accaduto nella confessione circa la propulsione che da bambino ebbi ascoltando i testi di Franco Battiato, a confessare un ulteriore motore extraletterario: che furono gli eroi Marvel, The Vision su tutti. Per quanto appartenenete alla pubblicistica, considero quindi ideale mettere on line qui un articolo uscito sull'ultimo numero di Vanity Fair. Questa mozione al recupero di radici eterodosse non configura alcuna forma di adesione al postmoderno come viene inteso in Italia. Sono i momenti iniziali dello scatenamento di un immaginario personale, e collettivo in seconda istanza, in cui io ravvedo il nucleo intimo, giocoso e serissimo, di ciò che è il pop, di ciò che è la letteratura - come conferma l'idea di continuity coniata da Marvel, tanto prossima a quella di ciclo epico a cui in molti autori stanno attualmente guardando. Una precisazione: la Simona V. di cui tratteggio la devastante esperienza adolescenziale non è Simona Ventura e io non sono Giorgio Gori.

Io sono un esponente della generazione Marvel. Non esiste alcuna classificazione sociologica che identifichi in questo modo la mia generazione. Quando mi dissero che appartenevo a una comunità anagrafica denominata X, da un bestseller di Douglas Coupland, rimasi svuotato: la X può essere tutto e, di fatto, è un nulla, è vuota. Mentre noi eravamo cresciuti con un pieno, un vero culto – si chiamassero Spiderman, Capitan America, Hulk o i Vendicatori (la Visione su tutti), questo era il pantheon mio e dei miei coetanei, alla fine dei Settanta.



OFFICINA ITALIA, Milano e lo Stivale bucato

officinaitalia.jpgdi Giuseppe Genna

Il discorso sarà lungo, perciò è bene richiamarne la premessa concreta, che coincide con il finale. A Milano, dal 3 al 5 maggio, alla storica Palazzina Liberty, si tiene un festival di cultura che ruota intorno alla letteratura: scrittori che leggono inediti, cineasti e storici e docenti universitari e giornalisti che discutono di temi fondamentali del nostro tempo. Si chiama OFFICINA ITALIA, questa tre giorni che spacca l'inedia del panorama culturale milanese, e la specificità non risiede soltanto nell'altissima qualità degli interventi, ma soprattutto nell'organizzazione: scuratibertante.jpgdue scrittori, due intellettuali, entrambi nati nel '69, hanno mobilitato forze che, dai tempi di Alfabeta non si ravvisavano operare in questa specie di Baskerville col Duomo. Sono Antonio Scurati, vincitore del Campiello due anni fa e ormai conosciutissimo opinionista (vedremo poi di che tipo), e Alessandro Bertante, romanziere con un fondamentale saggio in uscita, un testo che farà discutere perché mette a nudo le contraddizioni della generazione al potere, quella che esce dal '68 e lo usa come scudo per i motivi opposti a quelli della contestazione. Grazie a Scurati e Bertante, Milano vede una breccia nel suo cielo cupo: OFFICINA ITALIA è di fatto l'occasione maggiore capitata in questi ultimi anni per riprendere un discorso interrotto e suturare un tessuto sconnesso.



La psiche, il trauma e l'umano: il trauma è l'umano

di Salvatore Agresta
[Nato a Matera nel 1964, Salvatore Agresta - che immensamente ringrazio per il contributo inviatomi - attualmente vive e lavora tra Teramo e Roma. Psicoterapeuta, ha pubblicato nel 1998 L'arte di guardare la tv... e rimanere sani (ed. Paoline) e nel 2000 Help! Alle radici dell'auto-aiuto (Ed. Paoline). L'intervento che segue è nato grazie a un dialogo intorno a questo articolo e conferma la dinamica virtuosa a cui qui accennavo. Agresta riprende il discorso sull'indole della lingua, che io conduco fino alla conclusione della penultimità della letteratura, e lo sposta sul parallelo che è anche coincidente: l'indole della psiche, di cui il trauma è il penultimativo. Resta il buco nero (o bianco) dell'al di là della letteratura, dell'al di là del trauma. gg]

Quando e come origina l’UMANO?
L’origine è un processo complesso e diacronico, è la fonte da cui sgorga ciò che è in genesi perpetua e non cessa di originarsi. L’origine è distribuzione di possibilità, non un punto fisso irradiante ma una nebulosa che si muove con dinamiche turbolente, con formazione di elementi e strutture di crescente complessità e stabilità, mai fissate una volta per tutte. L’origine non è unica ma plurima e articolata, per cui è più vicino al vero dire le origini; non l’Uno, ma l’unificazione; non lo Zero iniziale, ma la nube delle potenzialità che si estende nel tempo e nello spazio creando un universo psichico con zone di continuo flusso e transizione.



Il nuovo libro
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