La Senza Forma Amata

amatasenzaforma.jpgInfine le luci del regresso si fanno spente arretrando, sfumano con scatto nel buio mentre arretro, la rovina spezza l’anello che ti ho donato, respiro umida la catastrofe arretrando, sono lontano da: purificazione.
A tratti, in questi giorni, scosto i vasi ricolmi della palta grigia, lo squallore dei sogni piatti, sulla superficie d’acqua che copre le crete molli io vedo il volto di te. Muovendomi, a scatti, occhi fissi su niente che è cemento e transumanza, vedo affiorare in me immagini inattese, del te, del bene stare. La scatola del giudizio è ricolma, stipata di oggetti transeunti. La casa è ricolma, la casa vuota.
“Ha superato sempre e subito la meta”.
“Se non mi salvo subito in un lavoro, sono perduto”.
Emersione del ricordo del giorno afoso della Fabula Orphica: il tuo corpo sul palcoscenico sistema le luci adeguatamente, detta la precisione dei movimenti, nel palazzo rinascimentale, tu sorridi a me.
Tu sei di avorio, iridi che mi spingono verso i bush degli animali a un corno solo, pericolosi, nelle tue iridi si innalzano cicogne rosee, poiane angeliche che dicono: lì stava una salvezza di illusione.
Tempio interiore: sia pulito.
Casamatta dove albergano le rimembranze: siano ripulite.
Entriamo nelle case vuote.


Processione funerea di monaci altrove, in altro tempo, nella Candelora, inneggiano alla salvezza dei disastri.
Muto scambio di gesti tra scisti e rovi, osservando il deserto dall’altitudine raggiunta, bevendo in pozze casuali di acque contaminate, osservando le propaggini della neve impura che discende in lingue dure, due umani a pena eretti, seminudi, nel gelo, i gesti occulti hanno stabilito la strategia: esistono, sono esistiti.
Altro tempo, o mia vertigine che arretri. Spinti interiormente bevevano da ciotole di legno orzo fermentato, ciceone, stavano in silenzio, l’infuso amaro di erbe li recalcitrava. Silenzio per un anno, buio in una stanza, ivi erano reclusi una notte e un giorno. Silenzio, buio.
Nave glauca nel cielo aureo. Canto a prora per fissare ogni momento e fare tacere la morfogenesi. La spuma di onde di cobalto, il mare magnetico, tutto emetteva la radiazione, anche io, cieco, concentrato in un canto sempiterno. Così, fisso, io affrontavo le nuove stelle, le linee di orizzonte, le escrescenze di territori estranei. Stavo in piedi dentro me.
Il caldo mi lecca ovunque, io sono una unica verde sostanza in gel, è verde chiaro, come ambra flessibile che muta colore e consistenza per adeguarsi alle occasioni tutte.
Rimbomba nella cava interna oscura il gong in oro. Chi lo fa rimbombare?
O Amata.
O Amata, o Dispersa, o Impenetrabile Scrutatrice.
Eradicazione nel culmine dell’ora canonica, rinchiuso nella stanza allucinando al buio, in silenzio perfettissimo, io non sono te.
I cubicoli slittarono. La pasta interna disgregandosi si disanimò. L’immagine: si osservi il progressivo offuscamento. Sempre meno precisione nei suoi tratti, sempre meno contorni al suo corpo di fantasma.
Nella casa vuota. Nelle case vuote.
Io faccio questo nelle case vuote.
Azzurra lontananza, io faccio questo nella tua direzione, sopra il pagliericcio d’oro, lo strame che mi ricovera i conati.
A conati.
A strappi gastrici.
A immenso scotimento dello sterno, del muscolo cardiaco sottostante.
Mio padre morto è un’ombra luminosa che non vedo, alle mie spalle, a sinistra, e non si scioglie dalla forma sua, ché deve restituire quanto gli fu dato e non apprese che era dono: il suo dono sono trecce di immagini future. Grazie.
Azzardo nemico della cittadella interna. Che sia rasa al suolo, il suo popolo sia estinto, la madre di tutti è ricoverata in un vestibolo che sfugge, nel labirinto sotto il suolo, e più ancora sotto, madre nera e occipitale: io ti vedo. Vedo l’Amata.
Rétine e cristallini occlusi.
Dall’incrocio frontale dei nervi i lobi traggono nutrimento, suggono la sostanza ematica di quanto vedo e sento, ho sentito e visto. La macchina si lubrifica e nell’ambra conserva i tratti delle azioni numinose. L’ombra della felicità andata. La macchina umana mi stimola le lacrime.
Lacrime, pianto: da solo.
Sono solo.
Sono solo.
Sono solo, dimenticato, stracciato, distimico, abulico.
Sono la sindrome, il peccato, il vizio, l’agitazione della mente.
Spostamento lungo la linea mediana: essere la linea.
Treccia di immagini di colore trasmutante, sovramentali.
Forme che scolorano, tempo che scolora: questo io sono, al momento, io dove sono?, cosa sono io?
Se non mi salvo subito con un lavoro, io…
Non-E’-Mai-Successo.
Devo fornire un’impressione dilatandovi la vista, tutto sia ma non la comprensione, anche gli occhi praticano un ascolto, voi siete maestri di ascolto con gli occhi. La rétina vi slitta nel buio occipitale, lì trovate resti di me. Le mie ossa. I brandelli mummificati, salvi dalla decomposizione: membrane di cartapecora, amici.
Esiste un’eccedenza luminosa: è l’Amata, non ha più forma, non è più lei, ella vive distante, ama altro e altri, si muove nella cava del mondo d’ambra.
Credimi: è un inganno. Niente è come sembra.
Niente è. Cosa è questo niente?, chiesi io perdendo la mia pelle, nello scuoiamento che mi praticava, dopo le frecce, dopo la slogatura, dopo lo smembramento.
Peli sessuali pungenti. Dalle piastre sul terreno, lingue sotto i palmi. Vertiginosi vuoti oscuri alle pareti, vuoti che si muovono.
Ti prego, io: svuota la casa.
Tra le case vuote.
Nella vegetazione metropolitana, è ingrigita, corrosa di ruggine che ha forato le larghe foglie, afflitta da peronospere, macchiata a Rorschach di rosso radioattivo.
Nelle vibrazioni.
Tema celeste.
Liana dell’impiccagione.
Questo sono io, al momento.
La domanda è la Amata Senza Forma.
Strada acciottolata fredda, priva di forma.
Terriccio umido dove infilo il mio corpo nero, scivoloso, mi intrudo e scavo, a fatica io respiro.
Opera lentissima, consustanziazione. “Tu vai a putrefare, figlio”.
Simbolo senza forma che opera non veduto, da me, da altri.
“Padre, so volare”.
Padre, non so volare.
Respiro la polvere di vetro.
Tra le case vuote mi involo facendo fruscio tra le erbe amare verso il cielo piatto, ricado con il tonfo deleterio sulla terra: le case non sono vuote.
Apro la porta. Con la cautela del ghepardo tra le erbe secche del bush. Oh!, Senza Forma Amata, tu la hai superata, aiuta me, io sono te dentro sempre stato.
Scosto il battente.
Ecco, gli scuri fantasmi, gli oggetti poliedrici, i vuoti buio che emettono un respiro, l’amore cariato, la bruma.
“Quando la casa è svuotata, il volo ti è permesso, e non dovrai volare, poiché non tu devi andare al cielo, bensì il cielo a te”.
Io mi piego e scavo, io mi piego e sciolgo, io mi piego e muoio.
Umano svuotamento delle case.
Cura del sonno attivo.
Santificare lo sbaglio.
Intuire istruzioni non concesse.
“Tenetevi a distanza, gente, se non volete essere irradiati dalla scarica potente di questa creatura”.


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