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Il romanzo brucia la Waterloo di Hugo


Mentre avanza il panico, scaglie di scene si sono già nella mente formate, per comporre, secondo la metrica di metope su un frontone templare, la struttura del romanzo: e sono scene che non so come fare, esse stesse portatrici di panico. La materia storica, di cui il mio nuovo libro è un tentativo di penetrazione per angolature di sguardi, è implicitamente corale, poiché non può esserlo esplicitamente. La coralità si separa in se stessa: una componente manifesta da celebrare e rappresentare nel silenzio, fino a una data soglia, e quindi con tecniche da studiare secondo indicazioni soprattutto etiche e teologiche; e una seconda coralità, che non costituisce l'eccezione alla storia umana, che va rappresentata secondo un universale a cui l'uomo pare non opporre resistenza e riottosità nel corso del tempo - e si tratta della guerra. Più precisamente, di una battaglia, abnorme, assoluta, quasi escatologica. Il modello da mutuare è, a mio parere, non tanto Stendhal o Tolstoj, quanto Hugo, che va a diretta rappresentazione di scene emblematiche - ed è l'unico caso in cui posso permettermi la sua poetica in questo mio nuovo libro. x.jpgModello e antimodello del romanzo, in questo caso Hugo garantisce i tre quarti di ciò che posso mutuare: la rappresentazione che interessa, ma non la pietà a cui penso e che avverto. Va inoltre rigettata la sua tendenza alla mitologizzazione. La scena, insomma, a cui guardo, è la grande battaglia di Waterloo nei Miserabili: ma dev'essere sottratto Napoleone. O meglio: Napoleone deve essere azzerato. Una situazione ambigua, come ambigua è la guerra. Ma non è la guerra il nucleo a temperatura inavvicinabile che regge il progetto a cui lavoro: la guerra, ahimè, rientra nell'umano, mentre io sono costretto a occuparmi del non-umano.
Qui di seguito riproduco la gigantesca serpentina che Hugo allestisce nel suo capolavoro intorno al fronte universale di Waterloo. E' lunga citazione, ma chi ama la letteratura non può sottrarsi dal magnetismo che irradia. Parte di quel magnetismo accoglierò, parte rigetterò.
Di fronte al disumano, l'umano arretra.
Qui però siamo ancora nell'umano, sebbene nella peggiore tra le sue facies.

[da I miserabili di Victor Hugo, parte II, libro I]


18 GIUGNO 1815
Valendoci del diritto del narratore, torniamo indietro, al 1815, e anche un po' più in là dell'epoca in cui comincia l'azione da noi raccontata nella prima parte di questo libro.
Se nella notte dal 17 al 18 giugno 1815 non avesse piovuto, l'avvenire dell'Europa sarebbe stato diverso. Poche gocce di acqua di più o di meno hanno deciso della sorte di Napoleone. Bastò un po' di pioggia alla Provvidenza perché Waterloo distruggesse Austerlitz; e una nuvola che attraversò il cielo fuori stagione bastò a far crollare un mondo.
La battaglia di Waterloo poté cominciare soltanto alle undici e mezzo; il che diede a Blücher il tempo di arrivare. Perché? Perché la terra era bagnata. Si dovette aspettare che si rassodasse un po' per poter usare dell'artiglieria.
Napoleone era ufficiale d'artiglieria, e ne soffriva. In fondo a quel prodigioso capitano c'era l'uomo che nel rapporto al Direttorio su Aboukir diceva: "Uno dei nostri proiettili ha ucciso sei uomini". Tutti i suoi piani di battaglia sono fatti per il proiettile. Far convergere l'artiglieria sopra un punto dato, era per lui la chiave della vittoria. Trattava la strategia del generale nemico come una cittadella e la batteva in breccia.
Schiacciava il lato debole con la mitraglia; annodava e snodava le battaglie col cannone. Il tiro del cannone faceva parte del suo genio. Sfondare i quadrati, frantumare i reggimenti, spezzare le linee, schiacciare e disperdere le masse, il problema per lui stava tutto nel battere, battere, e battere ancora senza posa; e questo lavoro lo affidava al cannone. Metodo formidabile che, unito al genio, rese invincibile per quindici anni quel cupo atleta del pugilato della guerra.
Il 18 giugno 1815 contava tanto più sull'artiglieria, in quanto aveva il vantaggio del numero. Wellington contava solo centocinquantanove bocche da fuoco; egli ne contava duecentoquaranta.
Supponete che il terreno fosse stato asciutto e l'artiglieria avesse potuto muoversi, l'azione sarebbe cominciata alle sei del mattino e sarebbe stata vinta e finita alle due, tre ore prima del sopraggiungere dei prussiani.
Quanti errori sono imputabili a Napoleone nella perdita di quella battaglia? Il naufragio è imputabile al pilota?
All'evidente decadenza fisica di Napoleone si aggiungeva forse in quell'epoca una certa fiacchezza interna? Vent'anni di guerra avevano consumato la lama come la guaina, l'anima come il corpo?
Il veterano si faceva fastidiosamente sentire nel capitano? In una parola, quel genio si eclissava forse, come hanno creduto molti storici? Dava in frenesie per mascherare a se stesso la propria debolezza? Cominciava a oscillare traviato da pensieri avventurosi? Oppure, cosa gravissima in un generale, diventava inconscio del pericolo? In quella classe di grandi uomini materiali, che si potrebbero chiamare i giganti dell'azione, c'è un'età per la miopia del genio? La vecchiaia non intacca i geni dell'ideale: per Dante e per Michelangelo invecchiare è crescere; per Annibale e per Bonaparte sarebbe invece diminuire? Aveva Napoleone perduto il senso diretto della vittoria? Era giunto a non vedere più lo scoglio, a non indovinare lo stratagemma, a non discernere l'orlo crollante degli abissi? Gli veniva a mancare il fiuto delle catastrofi? Egli che una volta conosceva tutte le vie del trionfo, e che dall'alto del suo carro fulmineo le indicava con dito sovrano, era preso ora da un così sinistro sbalordimento da guidare nei precipizi la tumultuosa muta delle sue legioni? A quarantasei anni era forse colpito da una suprema pazzia? e quel titanico auriga del destino era forse nient'altro che un gigantesco rompicollo? Noi non lo crediamo.
Per confessione di tutti, il suo piano di battaglia era un capolavoro. Muovere diritto al centro della linea degli alleati, fare una breccia nel nemico, tagliarlo in due, spingere la metà inglese sopra Hal, la metà prussiana su Tongres, fare di Wellington e di Blucker due tronconi, prendere Mont-Saint-Jean, impadronirsi di Bruxelles, buttare il tedesco nel Reno e l'inglese in mare; questo era, per Napoleone, lo svolgimento di quella battaglia. Al resto avrebbe pensato dopo.
E' inutile dire che non pretendiamo di scrivere la storia di Waterloo; una delle scene generatrici del dramma che raccontiamo si rannoda a quella giornata; ma la storia di essa non entra nel nostro tema. D'altronde questa storia è già scritta, e assai magistralmente, da una parte da Napoleone, e dall'altra da un'intera pleiade di storici. Dal canto nostro, lasciamo gli storici alle prese tra loro; noi siamo soltanto un testimone a distanza, un passante nella pianura, un investigatore chino su quella terra impastata di carne umana, che prende forse le apparenze per realtà; noi non abbiamo il diritto di affrontare, in nome della scienza, un cumulo di fatti, nei quali ci sono senza dubbio dei miraggi; non abbiamo né l'esperienza militare, né la competenza strategica che autorizzano un sistema; a nostro avviso, a Waterloo un concatenarsi di casi fortuiti domina i due capitani; e quando si tratta di quel misterioso accusato che è il destino, giudichiamo come il popolo che è un giudice senza malizia.

A.
Chi volesse raffigurarsi chiaramente la battaglia di Waterloo non ha da far altro che tracciare con la mente un A maiuscolo sul terreno. La gamba sinistra dell'A è la strada di Nivelles, la destra è quella di Genappe, la linea trasversale è la via incassata da Ohain a Braine-l'Alleud. Il vertice dell'A è Mont- Saint-Jean, dov'è Wellington; la punta inferiore sinistra è Hougomont, dove si trova Reille con Girolamo Bonaparte; e la punta inferiore destra è la Belle-Alliance, dov'è Napoleone. Un po' al di sotto del punto in cui la linea trasversale dell'A incontra e taglia la gamba destra, si trova la Haie-Sainte. In mezzo a questa linea trasversale è il posto preciso in cui fu detta l'ultima parola della battaglia. Là si è collocato il leone, simbolo involontario del supremo eroismo della guardia imperiale.
Il triangolo compreso tra il vertice dell'A, le due gambe e la linea trasversale, forma la spianata di Mont-Saint-Jean; la battaglia consistette nella contesa di quella spianata.
Le ali delle due armate si stendevano a destra e a sinistra delle due strade di Genappe e di Nivelles; d'Erlon di fronte a Picton, Reille di fronte a Hill.
Dietro il vertice dell'A, dietro cioè la spianata di Mont-Saint- Jean, sta la foresta di Soignes.
Quanto alla pianura, figuriamoci un vasto terreno ondulato, in cui ogni rialzo domina quello che segue, e tutte le ondulazioni salgono verso Mont-Saint-Jean e fanno capo alla foresta.
Due eserciti nemici su un campo di battaglia sono come due gladiatori: è una lotta a corpo a corpo, in cui ciascuno cerca di far cedere l'altro. Si aggrappano a tutto. Un cespuglio è un punto d'appoggio, uno spigolo di muro è un sostegno; un reggimento cede per mancanza d'una bicocca a cui addossarsi; una depressione nella pianura, un'ondulazione di terreno, un sentiero trasversale, una macchia, un burrone, possono fermare il tallone di quel colosso che si chiama un esercito, e impedirgli di indietreggiare. Chi abbandona il campo è battuto. Quindi la necessità, per il capo responsabile, d'esaminare la più piccola macchia d'alberi, di scrutare la minima accidentalità del terreno.
I due generali avevano studiato attentamente la pianura di Mont- Saint-Jean, chiamata ora di Waterloo. Wellington, con sagace previdenza, l'aveva esaminata fin dall'anno precedente, come campo eventuale d'una grande battaglia. Su quel terreno e per tale duello, Wellington il 18 giugno 1815 aveva il lato buono, Napoleone il cattivo. L'esercito inglese era in alto, quello francese in basso.
E' quasi un di più descrivere qui la figura di Napoleone, a cavallo, col canocchiale in mano, sull'altura di Rossomme, all'alba del 18 giugno 1815. Prima che sia disegnato, tutti lo hanno già visto. Il profilo calmo sotto il piccolo cappello della scuola di Brienne, l'uniforme verde col risvolto bianco che nasconde la placca, il cappotto grigio che nasconde le spalline, i calzoni di pelle, il cavallo bianco con la gualdrappa di porpora, adorna agli angoli di N coronate e di aquile, gli stivali alla scudiera sulle calze di seta, gli speroni d'argento, la spada di Marengo: questa raffigurazione dell'ultimo imperatore sta negli occhi di tutti, acclamata dagli uni, severamente giudicata dagli altri.
Per molto tempo questa immagine è stata sempre nella luce; e questo dipendeva da una certa fascinosa leggenda che la maggior parte degli eroi creano attorno a sé e che vela sempre, più o meno a lungo, la verità. Oggi però la storia e la luce si vanno formando.
Quella luce, che si chiama storia, è spietata; ha questo di strano e di divino che, per quanto sia luce e appunto perché luce, stende spesso dell'ombra dove non si vedevano che raggi. Dello stesso uomo essa forma due immagini diverse, di cui l'una combatte l'altra e la condanna, e le tenebre del despota lottano col fulgore del guerriero. Di qui una misura più equa nell'apprezzamento definitivo dei popoli. Babilonia violata sminuisce Alessandro,Roma incatenata sminuisce Cesare, Gerusalemme distrutta sminuisce Tito. La tirannia tien dietro al tiranno, ed è una sventura per un uomo lasciare dietro di sé una tenebra che ha la sua forma.

IL "QUID OBSCURUM" DELLE BATTAGLIE
Tutti conoscono la prima fase di questa battaglia; avvio confuso, incerto, esitante, minaccioso per entrambi gli eserciti, ma per gli inglesi più che per i francesi.
Aveva piovuto tutta la notte; il terreno era come sconvolto dai rovesci; l'acqua s'era accumulata negli incavi della pianura come in tante tinozze. In certi punti i traini ne avevano fino al mozzo; i sottopancia dei cavalli sgocciolavano fango liquido; e se le biade e le segale rovesciate da quelle file di carriaggi in marcia non avessero colmato i solchi e formato una lettiera sotto le ruote, ogni movimento, soprattutto negli avvallamenti dalla parte di Papelotte, sarebbe stato impossibile.
La battaglia cominciò tardi. Abbiamo già detto che Napoleone aveva l'abitudine di tenere tutta l'artiglieria sotto mano come una pistola, prendendo di mira ora l'uno ora l'altro punto della battaglia. Aveva voluto aspettare che le batterie potessero muoversi e galoppare liberamente; e per questo occorreva che il sole venisse ad asciugare il terreno. Ma il sole non comparve. Non era più l'appuntamento di Austerlitz. Quando venne sparato il primo colpo di cannone, il generale inglese Corville guardò l'orologio e vide che erano le undici e trentacinque.
L'azione fu impegnata con furia dall'ala sinistra francese sopra Hougomont, con più furia forse che l'imperatore non desiderasse.
In pari tempo, Napoleone attaccò il centro lanciando la brigata Quiot sopra la Haie-Sainte, e Ney spinse l'ala destra francese contro la sinistra inglese che s'appoggiava a Papelotte.
L'attacco a Hougomont, era un po' simulato. Il piano consisteva nell'attirarvi Wellington e farlo propendere a sinistra; e sarebbe riuscito, se le quattro compagnie di guardie inglesi e i coraggiosi belgi della divisione Perponcher non avessero saldamente tenuto la posizione; e Wellington, invece di ammassarvi le sue truppe, poté limitarsi a spedire colà come rinforzo quattro compagnie di guardie e un battaglione di Brunswick.
L'attacco dell'ala destra francese su Papelotte era un attacco a fondo. Sbaragliare la sinistra degli inglesi, tagliare la strada di Bruxelles, sbarrare eventualmente il passaggio ai prussiani, impadronirsi di Mont-Saint-Jean, spingere Wellington sopra Hougomont, quindi sopra Braine-l'Alleud poi sopra Hal: niente di più chiaro. A parte alcuni incidenti, la mossa riuscì. Papelotte fu presa, la Haie-Sainte conquistata.
Circostanza degna di nota; nella fanteria degli inglesi, specialmente nella brigata Kempt, c'erano molte reclute. Questi soldati novizi di fronte ai nostri formidabili fantaccini, furono valorosi; benché inesperti, se la cavarono intrepidamente, facendo soprattutto un eccellente servizio di cacciatori. Il soldato cacciatore, un po' abbandonato a se stesso, diventa per così dire il proprio generale. Quelle reclute mostrarono un po' dell'iniziativa e della furia francese, e si batterono con slancio. Questo dispiacque a Wellington.
Dopo la presa della Haie-Sainte, la battaglia fu incerta.
In quella giornata, da mezzogiorno alle quattro, c'è un intervallo oscuro; il luogo della battaglia resta quasi indistinto, diventa cupo come la mischia. Vi si fa buio; e in quella bruma si scorgono vaste fluttuazioni, un miraggio vertiginoso, tutto l'armamentario di guerra pressoché sconosciuto oggi, i "colbak" a fiamma, le grosse tasche penzoloni, le bandoliere incrociate, le giberne per granate, i "dolman" degli ussari, gli stivali rossi a mille pieghe, i pesanti berretti inghirlandati di cordoni, la fanteria quasi nera di Brunswick mista alla fanteria scarlatta d'Inghilterra, i soldati inglesi con grossi cuscinetti bianchi rotondi al posto delle spalline, i cavalleggeri annoveresi coi loro caschi oblunghi di cuoio con strisce d'ottone e criniere rosse, gli scozzesi dai ginocchi nudi e dalle gonne a scacchi, le grandi uose bianche dei nostri granatieri; quadri insomma, non linee strategiche, quel che ci vuole per Salvator Rosa, non quello che occorre a Gribeauval.
In una battaglia c'è sempre una certa dose di burrasca: "quid obscurum, quid divinum". In quelle confusioni ogni storico traccia un po' la linea che gli piace. Qualunque sia il piano dei generali, il cozzo delle masse armate ha dei riflussi incalcolabili; durante l'azione i piani dei due capi si compenetrano e si deformano a vicenda. Un certo punto del campo di battaglia divora più combattenti di un altro, come i terreni più o meno spugnosi assorbono, più o meno presto, l'acqua che vi si getta; e in quel punto si è costretti a riversare più soldati che non si vorrebbe. Spese impreviste. La linea di battaglia fluttua e serpeggia come un filo, le strisce di sangue scorrono illogicamente, le fronti degli eserciti ondeggiano, i reggimenti rientrando o sporgendo formano capi e golfi, tutti quegli scogli si agitano continuamente gli uni dinanzi agli altri; dov'era la fanteria arriva l'artiglieria, dov'era l'artiglieria accorre la cavalleria; i battaglioni son nuvoli di fumo. In quel punto c'era qualche cosa; la cercate, è sparita. I vuoti si spostano; le masse oscure avanzano e retrocedono, una specie di vento sepolcrale spinge, respinge, gonfia, disperde quelle tragiche moltitudini.
Cos'è una mischia? è un'oscillazione. L'immobilità d'un piano matematico esprime un minuto e non una giornata. Per descrivere una battaglia ci vogliono quegli artisti potenti che hanno il caos nel pennello, Rembrandt vale più di Van Der Meulen, il quale, esatto a mezzogiorno, alle tre mentisce. La geometria inganna; soltanto l'uragano è veritiero. E per questo Folard ha diritto di contraddire Polibio. Aggiungiamo che c'è sempre un certo momento in cui la battaglia degenera in combattimento, si particolarizza e si frantuma in innumerevoli fatti episodici, che, per valerci d'una frase dello stesso Napoleone, "appartengono alla biografia dei reggimenti più che alla storia dell'esercito". In questo caso lo storico ha evidentemente il diritto di riassumere. Egli può cogliere solo i contorni principali della lotta; e non c'è narratore, per quanto coscienzioso sia, che possa disegnare in modo assoluto la forma di quell'orribile nuvola che è una battaglia.
Questa verità comune a tutti i grandi scontri armati è particolar modo applicabile a Waterloo.
Tuttavia nel pomeriggio, a un certo punto, la battaglia si precisò.

LE QUATTRO POMERIDIANE
Verso le quattro, la situazione dell'esercito inglese era molto grave. Il principe d'Orange comandava il centro, Hill l'ala destra, Picton la sinistra. Il principe d'Orange, smarrito ma intrepido, gridava agli olandesi e ai belgi: "Nassau! Brunswick!
Non si va mai indietro!". Hill, indebolito, veniva ad appoggiarsi a Wellington; Picton era morto. Mentre gli inglesi strappavano ai francesi la bandiera del Centocinquesimo di linea, questi uccidevano agli inglesi il generale Picton con una palla nella testa. Per Wellington la battaglia aveva due punti d'appoggio, Hougomont e la Haie-Sainte; Hougomont resisteva ancora, ma era in fiamme; la Haie-Sainte era perduta. Del battaglione tedesco che l'aveva difesa sopravvivevano solo quarantadue persone; tutti gli ufficiali, meno cinque, erano morti o prigionieri. Tremila uomini s'erano massacrati in quel casolare. Un sergente delle guardie inglesi, il primo pugile d'Inghilterra, che dai suoi compagni d'arme era creduto invulnerabile, era stato ucciso da un piccolo tamburino francese. Barring era stato sloggiato, Alten sciabolato.
Parecchie bandiere perdute, tra cui una della divisione Alten e una del battaglione Lunebourg portata da un principe della famiglia Deux-Ponts. Gli scozzesi grigi non esistevano più; i dragoni pesanti di Ponsonby erano tagliati a pezzi. Quella valorosa cavalleria aveva ceduto all'urto dei lancieri di Bro e dei corazzieri di Travers; di mille e duecento cavalli ne rimanevano seicento; dei tre tenenti-colonnelli due erano a terra, Hamilton ferito, Mater ucciso. Ponsonby era caduto, trapassato da sette colpi di lancia. Gordon era morto, March era morto. Due divisioni, la quinta e la sesta, erano distrutte.
Hougomont pericolante, la Haie-Sainte perduta, rimaneva un posto solo, il centro, che teneva fermo. Wellington lo rinforzò chiamandovi Hill che era a Merbe-Braine, e Chassé che si trovava a Braine-l'Alleud.
Il centro dell'esercito inglese, un po' concavo, molto denso e compatto, occupava una posizione fortissima: l'altipiano di Mont- Saint-Jean, col villaggio dietro, e dinanzi il pendio, che era allora molto aspro. S'appoggiava a quella robusta casa di pietra che allora era un bene demaniale e che si trova proprio all'intersecazione delle strade; era una costruzione del secolo decimosesto, tanto solida, che le palle di cannone rimbalzavano senza scalfirla. Tutt'intorno alla spianata, gli inglesi avevano qua e là tagliato le siepi, formato delle feritoie fra i biancospini e nascosto le bocche dei cannoni in mezzo ai rami, di modo che le loro artiglierie erano mimetizzate sotto le macchie.
Questo lavoro cartaginese, incontestabilmente autorizzato dalla guerra che ammette l'insidia, era così ben fatto che Naxo, spedito dall'imperatore alle nove del mattino per la ricognizione delle batterie nemiche, non si era accorto di nulla, e al ritorno aveva detto a Napoleone che non c'erano ostacoli al di fuori delle due barricate che chiudevano le strade di Nivelles e di Genappe. Erano i giorni in cui la messe è alta, e un battaglione della brigata Kempt, il Novantacinquesimo, armato di carabine, stava appiattato sull'orlo della spianata, nascosto nel frumento.
Assicurato e rafforzato in tal modo, il centro dell'esercito anglo-olandese occupava una buona posizione.
Il pericolo era rappresentato dalla foresta di Soignes, allora contigua al campo di battaglia, e intersecata dagli stagni di Groenendael e di Boitsfort. Un esercito non avrebbe potuto indietreggiare in essa senza dissolversi; i reggimenti vi si sarebbero disgregati subito, e l'artiglieria si sarebbe perduta nel terreno paludoso. Secondo l'opinione di parecchi intenditori che però a dir vero è contrastata da altri, la ritirata da quella parte sarebbe stata uno sbaraglio.
Wellington rinforzò il centro con una brigata di Chassé sottratta all'ala destra, e una brigata di Wincke sottratta all'ala sinistra, più la divisione Clinton. Ai suoi inglesi, ai reggimenti di Halkett, alla brigata Mitchell, alle guardie di Maitland, dette per appoggio e rinforzo la fanteria di Brunswick il contingente di Nassau, gli annoveresi di Kielmansegge e i tedeschi di Ompteda.
Così ebbe sotto mano ventisei battaglioni.
L'ala destra, come dice Charras, ripiegò dietro il centro.
Un'enorme batteria era mascherata da sacchi di terra, dove si trova quello che chiamano oggi il museo di Waterloo. Inoltre Wellington teneva in un avvallamento i dragoni della guardia di Somerset, cioè mille e quattrocento cavalli. Era l'altra metà di quella cavalleria inglese così meritatamente famosa. Distrutto Ponsonby, rimaneva Somerset.
La batteria, che se fosse stata terminata sarebbe stata quasi una ridotta, era collocata dietro il muro bassissimo d'un giardino, mimetizzato in fretta da sacchi di sabbia e da zolle erbose. Ma il lavoro non era terminato, era mancato il tempo per la palizzata.
Wellington, inquieto ma impassibile, era a cavallo e restò tutto il giorno in quell'atteggiamento, un po' più avanti del vecchio mulino di Mont-Saint-Jean che esiste ancora, sotto un olmo che più tardi un inglese, vandalo entusiasta, comprò per 200 franchi, fece segare e portar via. Wellington mostrò una freddezza eroica. Le palle gli piovevano attorno. L'aiutante di campo Gordon fu ucciso al suo fianco. Lord Hill, mostrandogli una granata che scoppiava, gli chiese: - Milord, quali sono le vostre istruzioni, e quali ordini ci lasciate, nel caso che vi faceste ammazzare? - "Di fare come me" - rispose Wellington. E a Clinton disse laconicamente: - "Resistete fino all'ultimo uomo".- Evidentemente la battaglia andava male, e Wellington gridava ai suoi antichi compagni d'arme di Talavera, di Vitoria e di Salamanca: - "Ragazzi, c'è qualcuno che possa pensare di cedere? Pensate alla vecchia Inghilterra!".
Verso le quattro la linea inglese ripiegò. Tutto a un tratto sul crinale dell'altipiano non si videro che i cacciatori e l'artiglieria; il rimanente disparve; i reggimenti, cacciati dai cannoni e dagli obici francesi, ripiegarono dove il terreno ancor oggi è intersecato dal sentiero che porta alla fattoria di Mont- Saint-Jean; ci fu un movimento di ritirata, la linea di battaglia degli inglesi sparì; Wellington indietreggiò. Comincia la ritirata! - gridò Napoleone.

NAPOLEONE DI BUON UMORE
Benché malato e tormentato a cavallo da un fastidio locale, l'imperatore non era mai stato di buon umore come quel giorno. Fin dalla mattina, il suo volto impenetrabile sorrideva. Il 18 giugno 1815 quell'anima profonda, mascherata di marmo, era ciecamente radiosa, e l'uomo che era stato fosco ad Austerlitz divenne allegro a Waterloo. I più grandi predestinati hanno questi controsensi. Le nostre gioie sono ombre. Il supremo sorriso appartiene a Dio.
"Ridet Caesar, Pompeius flebit", dicevano i militi della legione Fulminante. Pompeo questa volta non doveva piangere; ma è certo che Cesare rideva.
Fin dalla vigilia, a un'ora di notte, sotto l'uragano e la pioggia, esplorando a cavallo con Bertrand le colline presso Rossomme, e contento di vedere la lunga linea dei bivacchi inglesi che illuminavano tutto l'orizzonte da Frischemont a Braine- l'Alleud, gli era sembrato che il destino, col quale aveva fissato l'appuntamento su quel campo di Waterloo, fosse puntuale. Aveva fermato il cavallo, ed era rimasto qualche tempo immobile a guardare i lampi, ad ascoltare il tuono, e si era udito quel fatalista lanciare nelle tenebre queste parole misteriose: "Siamo d'accordo". Napoleone s'ingannava: non erano più d'accordo.
Non s'era concesso un minuto di sonno; tutti gl'istanti di quella notte erano stati per lui contrassegnati da una gioia. Aveva percorso tutta la linea della gran guardia, fermandosi qua e là a parlare con le sentinelle. Alle due e mezzo, vicino al bosco di Hougomont, udendo il passo d'una colonna in marcia, e credendo per un momento che Wellington si ritirasse, aveva detto a Bertrand: - "E' la retroguardia nemica che si mette in moto per togliere il campo. Farò prigionieri i seimila inglesi sbarcati a Ostenda". - Parlava con espansione, aveva ritrovato quel brio dello sbarco del primo marzo quando additava al gran maresciallo il contadino entusiasta del golfo Juan, dicendo: "Ebbene, Bertrand, ecco già un rinforzo!" - Nella notte dal 17 al 19 giugno egli beffava Wellington. - "Quell'inglesino ha bisogno d'una lezione" - diceva.
La pioggia raddoppiava, e mentre l'imperatore parlava, si udiva il rombo del tuono.
Alle tre e mezzo del mattino, aveva perduto un'illusione; alcuni ufficiali mandati in esplorazione gli avevano annunciato che il nemico non faceva nessun movimento. Non c'era neppure un fuoco di bivacco spento; l'esercito inglese dormiva. Sulla terra silenzio profondo; solo il cielo rumoreggiava. Alle quattro, alcuni esploratori gli avevano condotto dinanzi un contadino che aveva fatto da guida a una brigata di cavalleria inglese, probabilmente la brigata Vivian, che andava a prendere posizione nel villaggio di Ohain, all'estrema sinistra. Alle cinque, due disertori belgi gli avevano riferito di avere abbandonato poco prima il loro reggimento e che l'esercito inglese attendeva la battaglia. - "Tanto meglio",aveva esclamato Napoleone,"preferisco sbaragliarli anziché inseguirli".
Al mattino, aveva messo piede a terra nel fango, all'angolo in declivio della strada di Plancenoit, s'era fatto portare dalla masseria di Rossomme una tavola da cucina, una sedia rustica e un fascio di paglia per tappeto, e aveva spiegato sulla tavola la carta del campo di battaglia, dicendo a Joult: - Che bello scacchiere!
A seguito delle piogge della notte i convogli di viveri, incagliati lungo le strade sfondate, la mattina, non avevano potuto arrivare, e i soldati, che non avevano dormito, erano bagnati e digiuni; ma questo non aveva impedito a Napoleone di gridare giovialmente a Ney: "Abbiamo novanta probabilità, di vittoria!". Alle otto avevano recato la colazione, alla quale l'imperatore aveva invitato parecchi generali. Mentre mangiavano, avendo qualcuno raccontato che due giorni prima Wellington era intervenuto alla festa da ballo della duchessa di Somerset a Bruxelles, Soult, rude uomo di guerra con una faccia d'arcivescovo, aveva detto: "Oggi c'è il ballo!". L'imperatore aveva canzonato Ney che diceva: "Wellington non sarà tanto sciocco da aspettare vostra maestà". Era quello il suo modo di fare.
"Scherzava volentieri", dice Fleury de Chaboulon. "Il fondo del suo carattere era il buonumore", dice Gourgaud. "Abbondava nei frizzi, piuttosto bizzarri che spiritosi", osserva Beniamino Constant. Vale la pena insistere su questi frizzi d'un gigante. Fu lui che diede ai suoi granatieri il soprannome di "brontoloni"; li pizzicava alle orecchie, tirava loro i baffi. "L'imperatore ci faceva sempre degli scherzi"; è la frase d'uno di essi. Durante il misterioso viaggio dall'isola d'Elba in Francia, la nave da guerra francese "Zeffiro", avendo incontrato il 27 febbraio in alto mare la "Incostante", su cui stava nascosto Napoleone, e avendo chiesto alla "Incostante" notizie di Napoleone, l'imperatore, che in quel momento aveva ancora al cappello la coccarda bianca amaranto con le api, da lui adottata nell'isola d'Elba, aveva preso ridendo il portavoce e aveva risposto lui stesso: "L'imperatore sta bene".
Chi scherza in questo modo è familiare con gli eventi. Durante la colazione di Waterloo, aveva avuto parecchi di questi momenti di buonumore. Finito di mangiare, era rimasto assorto per un quarto d'ora; poi aveva dettato l'ordine della battaglia a due generali, seduto su un mucchio di paglia con una penna in mano e un foglio di carta sulle ginocchia. Alle nove, nel momento in cui l'esercito francese, scaglionato e messo in movimento su cinque colonne, s'era schierato, con le divisioni su due linee, l'artiglieria fra le brigate, le musiche in testa che suonavano la carica, e il rullar dei tamburi e lo squillar delle trombe, l'imperatore, vedendo quelle masse potenti, vaste, allegre, quell'ondeggiare di elmi di sciabole e di baionette all'orizzonte, commosso aveva esclamato a due riprese: Magnifico! magnifico!
Dalle nove alle dieci e mezzo, cosa che pare incredibile, tutto l'esercito aveva preso posizione e s'era schierato su sei linee, formando, per ripetere l'espressione dell'imperatore, la "figura di sei V". Poco dopo la formazione del fronte di battaglia, in mezzo a quel profondo silenzio di inizio di temporale che precede le mischie, vedendo sfilare le tre batterie da dodici distaccate per suo ordine dai tre corpi di d'Erlon, di Reille e di Lobau e destinate a iniziare l'azione battendo Mont-Saint-Jean all'incrocio delle strade di Nivelles e di Genappe, l'imperatore aveva detto a Naxo, picchiandogli sulla spalla:
- "Ecco ventiquattro belle ragazze, generale!".
Sicuro dell'esito, aveva incoraggiato con un sorriso, mentre gli passava dinanzi, la compagnia di zappatori del primo corpo, da lui destinata a barricarsi nel villaggio di Mont-Saint-Jean non appena fosse preso. Tutta quella serenità era stata interrotta soltanto da una parola d'altera commiserazione, quando vedendo sulla sinistra, in un luogo dove ora giace una grande tomba, raggrupparsi coi suoi superbi cavalli quei meravigliosi scozzesi grigi, egli aveva detto: - "Peccato!".
Quindi, risalito a cavallo, s'era portato avanti Rossomme e aveva scelto come osservatorio uno stretto poggio erboso a destra della strada da Genappe a Bruxelles, che fu la sua seconda stazione durante la battaglia. La terza, quella delle sette di sera, formidabile, posta tra la Belle-Alliance e la Haie-Sainte, era un monticello abbastanza elevato che esiste ancora, e dietro al quale, in un avvallamento della pianura, era ammassata la guardia.
Intorno a quel poggio le palle di cannone rimbalzavano sul ciottolato della strada, fino a Napoleone. Come a Brienne, le palle e le granate gli fischiavano sulla testa. Quasi nel posto dove erano i piedi del suo cavallo, vennero raccolte delle palle di cannone, delle vecchie lame di sciabole e dei proiettili informi corrosi dalla ruggine. "Scabra rubigine".
Pochi anni or sono venne disseppellito un obice da sessanta, ancora carico, la cui miccia si era spezzata rasente la bomba. Fu in quest'ultimo posto che l'imperatore disse alla sua guida Lacoste, un contadino ostile e spaventato, legato alla sella d'un ussero, che si voltava in là a ogni scarica, tentando ripararsi dietro a Napoleone: - "Imbecille, è una vergogna! Ti farai ammazzare nella schiena!". Proprio chi scrive queste linee ha trovato nel friabile pendio di quel poggio, scavando nella sabbia, gli avanzi del collo d'una bomba, disgregati da un'ossidazione di quarantasei anni, e dei pezzi di ferro che si rompevano fra le dita come cannucce di sambuco.
Nessuno ignora che le ondulazioni del terreno su cui ebbe luogo lo scontro fra Napoleone e Wellington, non sono più come erano il 18 giugno 1815. Prendendo da quel campo funebre la terra per erigergli un monumento, gli hanno tolto il suo naturale rilievo, e la storia, sconcertata, non ci si raccapezza più. Per glorificarlo, l'hanno sfigurato. Wellington, rivedendo Waterloo due anni dopo, esclamò: - "Mi hanno cambiato il campo di battaglia". Là dove oggi si erge la grande piramide di terra sormontata da un leone, c'era un crinale che dalla strada di Nivelles si abbassava in un pendìo praticabile, ma che dalla parte di Genappe era quasi una scarpata, il cui livello si può misurare oggi ancora dall'altezza dei due monticoli delle due grandi sepolture fiancheggianti la strada da Genappe a Bruxelles; quella inglese a sinistra, la tedesca a destra. Non c'è una tomba francese; ma tutta quella pianura è per la Francia un solo sepolcro. Grazie alle migliaia e migliaia di carrettate di terra adoperate per quella collinetta di centocinquanta piedi di altezza e d'un mezzo migliaio di piedi di circuito, si può accedere all'altipiano di Mont-Saint-Jean per un declivio dolce; ma il giorno della battaglia era erto e scosceso, specialmente dal lato della Haie-Sainte. Questo versante era tanto ripido che i cannoni inglesi non vedevano sotto di sé la fattoria posta in fondo alla valletta e che fu il centro della battaglia. Il 18 giugno 1815 le piogge avevano fatto franare ancor più la scarpata; alla salita si aggiungeva il fango, e non soltanto bisognava arrampicarsi, ma anche inzaccherarsi. Lungo la cresta della spianata correva una specie di fosso, di cui era impossibile indovinare l'esistenza osservando da lontano.
Cos'era quel fossato? Braine-l'Alleud è un villaggio del Belgio e Ohain un altro. Questi due villaggi, nascosti tutti e due nelle pieghe del terreno, sono congiunti da una strada di circa una lega e mezzo, che attraversa una pianura ondulata, e spesso entra e affonda fra le colline come un solco, cosicché in alcuni punti quella strada è come un greto. Nel 1815, come oggi, quella strada tagliava la cresta della spianata di Mont-Saint-Jean fra le due strade di Genappe e di Nivelles; con la differenza che oggi corre a livello col piano, allora invece era incassata. Le due scarpate che la fiancheggiavano furono asportate per erigere il monumento.
Questa strada, nella maggior parte del suo percorso, era ed è ancora una trincea, qualche volta profonda fino a dodici piedi, i cui pendii troppo scoscesi franavano qua e là, principalmente d'inverno sotto gli acquazzoni. Vi accadevano anche delle disgrazie. All'entrata di Braine-l'Alleud la strada era così stretta, che un passante fu stritolato da un carro, come lo prova la croce di pietra eretta vicino al cimitero, la quale reca il nome del morto, "Signor Bernard Debrye mercante a Bruxelles", e la data della disgrazia, "febbraio 1637". Sulla spianata poi di Mont- Saint-Jean era così profonda, che nel 1783 un contadino, Matteo Nicaise, rimase sepolto da un franamento della scarpata, come attestava un'altra croce di pietra, la cui parte superiore è sparita; ma il piedestallo rovesciato è visibile anche oggidì sul pendio erboso a sinistra della strada fra la Haie-Sainte e la fattoria di Mont-Saint-Jean.
Quella via affossata che nulla faceva presentire e che costeggiava la cresta di Mont-Saint-Jean, quel fossato in cima alla scarpata, quel solco nascosto nel terreno, era invisibile, vale a dire terribile in un giorno di battaglia.

L'IMPERATORE FA UNA DOMANDA ALLA GUIDA LACOSTE
Dunque, la mattina di Waterloo, Napoleone era contento.
E aveva ragione; il piano di battaglia da lui concepito, come abbiamo constatato, era meraviglioso.
Una volta impegnata la battaglia, le sue svariatissime peripezie, la resistenza di Hougomont, la resistenza della Haie-Sainte, Bauduin ucciso, Foy messo fuori combattimento, il muro inaspettato contro cui era andata a infrangersi la brigata Soye, la fatale balordaggine di Guilleminot, che non aveva né petardi, né barili di polvere, lo sprofondare delle artiglierie nel fango, le quindici bocche da fuoco senza scorta rovesciate da Uxbridge in una strada affossata, lo scarso effetto delle bombe che, cadendo nelle linee inglesi, si affossavano nel terreno ammollito dalle piogge e vi producevano soltanto dei vulcani di melma, di modo che la mitraglia si mutava in zacchere, la inanità della diversione di Piré su Braine-l'Alleud, tutti quei quindici squadroni di cavalleria quasi annientati, l'ala destra inglese poco molestata, la sinistra non abbastanza battuta, lo strano malinteso di Ney che ammassava, invece di scaglionarle, le quattro divisioni del primo corpo esponendole così alla mitraglia con una profondità di ventisette file e su fronti di duecento uomini, gli spaventosi vuoti aperti dalle palle in quelle masse, le colonne d'assalto disunite, l'inattesa rivelazione della batteria posta obliquamente sul loro fianco, Bougeois, Donzelot e Durutte compromessi, Quiot respinto, il luogotenente Vieux, un ercole uscito dal politecnico, ferito mentre sfondava a colpi di scure la porta della Haie-Sainte sotto il fuoco della barricata inglese che sbarrava la strada da Genappe a Bruxelles, la divisione Marcognet colta in mezzo tra la fanteria e la cavalleria, fucilata a bruciapelo da Best e Pack nascosti nel frumento, sciabolata da Ponsonby; la sua batteria di sette pezzi inchiodata; il principe di Sassonia-Weimar che prende e mantiene Frischemont e Smohain, contro gli sforzi del conte d'Erlon; la bandiera del Centocinquesimo e quella del Quarantacinquesimo prese dal nemico; quell'ussero nero di Prussia arrestato dagli esploratori della colonna volante di trecento cacciatori, che battevano la campagna tra Wavre e Plancenoit; le notizie allarmanti recate da quel prigioniero; il ritardo di Grouchy, i mille e cinquecento uomini uccisi in meno di un'ora nell'orto d'Hougomont, i mille e ottocento caduti in minor tempo ancora intorno alla Haie-Sainte; tutti questi burrascosi incidenti, passando dinanzi a Napoleone come le nebbie della battaglia, avevano appena turbato il suo sguardo, e non avevano oscurato quel volto imperiale della certezza. Napoleone era abituato a guardare in faccia la guerra; egli non faceva mai l'addizione dolorosa dei particolari; a lui importavano poco le cifre, purché in totale sommassero vittoria. Che gli inizi fuorviassero, non se ne allarmava, poiché si credeva padrone e possessore della fine. Sapeva aspettare, considerando se stesso fuori questione, e trattava col destino da pari a pari. Pareva dicesse alla sorte: - Tu non oserai.
Composto in parti eguali di luce e d'ombra, Napoleone si sentiva protetto nel bene, tollerato nel male. Aveva, o credeva di avere una connivenza, e quasi potrebbe dirsi una complicità, degli avvenimenti, equivalente all'invulnerabilità degli antichi.
Eppure, quando nel proprio passato si trovano la Beresina, Lipsia e Fontainebleau, pare che si potrebbe diffidare di Waterloo. Un misterioso aggrottar di ciglia diventa visibile in fondo al cielo.
Quando Wellington indietreggiò, Napoleone trasalì.Vide d'improvviso la spianata di Mont-Saint-Jean sguarnirsi e sparire la fronte dell'esercito inglese, il quale si raccoglieva ma s'allontanava. L'imperatore si alzò a mezzo sulle staffe, e gli passò negli occhi il lampo della vittoria.
Wellington sospinto nella foresta di Soignes e distruggerlo significava che la Francia abbatteva definitivamente l'Inghilterra; erano vendicate Crécy, Poitiers, Malplaquet e Ramillies; l'uomo di Marengo cancellava Azincourt.
Allora l'imperatore, meditando la terribile peripezia, girò un'ultima volta il suo cannocchiale su tutti i punti del campo di battaglia. La sua guardia, dietro di lui con l'arma al piede, l'osservava dal basso con una specie d'ammirazione religiosa. Egli pensava; esaminava i versanti, notava i declivi, scrutava le macchie d'alberi, i campi di biade, i sentieri; pareva volesse numerare ogni cespuglio. Guardò un po' fisso le barricate inglesi nelle due strade formate da due larghe abbattute d'alberi: quella via di Genappe, al di sopra della Haie-Sainte, provvista di due cannoni, i soli di tutta l'artiglieria inglese che dominassero il fondo del campo di battaglia, e quella della via Nivelles su cui scintillavano le baionette olandesi della brigata Chassé. Presso la barricata notò la vecchia cappella di san Nicola dipinta di bianco, situata all'angolo della via traversale che va a Braine- l'Alleud. Si chinò a parlare sottovoce alla guida Lacoste; e la guida fece col capo un cenno negativo, probabilmente perfido.
L'imperatore si drizzò e si pose a riflettere.
Wellington aveva indietreggiato: non rimaneva più che completare quella ritirata con una disfatta completa.
Volgendosi repentinamente, Napoleone spedì una staffetta a briglia sciolta a Parigi per annunciare che la battaglia era vinta.
Napoleone ero uno di quei geni che scagliano il fulmine.
Aveva trovato il suo fulmine.
Diede ordine ai corazzieri di Malhaud di prendere d'assalto la spianata di Mont-Saint-Jean.

L'INASPETTATO
Erano tremila cinquecento, e formavano un fronte d'un quarto di lega: erano uomini giganteschi su cavalli colossali. Erano ventisei squadroni, e avevano dietro di sé per appoggiarli la divisione di Lefebvre-Desnouettes, i centosei gendarmi scelti, i cacciatori della guardia, mille cento novantasette uomini, e gli ottocento ottanta lancieri della guardia. Portavano il casco senza criniera e la corazza di ferro battuto, con pistole di arcione nelle fonde e la lunga sciabola. La mattina tutto l'esercito li aveva ammirati, quando alle nove, mentre le trombe squillavano e le musiche suonavano il "Vegliamo alla salvezza dell'impero", erano andati in densa colonna, con una delle loro batterie sul fianco e l'altra nel centro, a schierarsi su due file tra la strada di Genappe e Frischemont, e a prendere la loro posizione in quella potente seconda linea, così sapientemente composta da Napoleone, la quale, con i corazzieri di Kellermann all'estrema sinistra e all'estrema destra quelli di Milhaud, aveva, per così dire, due ali di ferro.
L'aiutante di campo Bernard recò loro l'ordine di Napoleone. Ney, sguainata la spada, si mise alla loro testa, e gli enormi squadroni si misero in moto.
Fu uno spettacolo formidabile.
Tutta quella cavalleria, con le sciabole sguainate, con gli stendardi e le trombe al vento, formata in colonne per divisioni, con un movimento uniforme e come un sol uomo, con la precisione d'un ariete di bronzo che apre una breccia, allo squillare delle trombe, discese la collina della Belle-Alliance, si calò nella formidabile bassura dove già tanti uomini erano caduti, disparve nel fumo, poi, uscendo da quell'ombra, ricomparve dall'altra parte della valle, sempre compatta e serrata, salendo a gran trotto, attraverso una nube di mitraglia che gli scoppiava addosso, la spaventosa china di fango della spianata di Mont-Saint-Jean.
Salivano gravi, minacciosi, imperturbabili, e negli intervalli dell'artiglieria e della moschetteria si udiva quel calpestio colossale. Erano due divisioni, quindi due colonne; la divisione Wathier teneva la destra, quella di Delord la sinistra. Da lontano parevano due sterminati serpenti d'acciaio che s'allungavano verso la cresta della spianata. Il loro passaggio sul campo di battaglia fu come un prodigio.
Non s'era mai più visto nulla di simile, da quando la cavalleria pesante aveva preso d'assalto la grande ridotta della Moscova; mancava Murat, ma c'era Ney. Pareva che quella massa si fosse trasformata in un mostro e avesse un'anima sola. Ogni squadrone ondulava e si gonfiava come un anello del polipo. Si scorgevano, attraverso un immenso fumo che si squarciava qua e là. Era una confusione di elmi, di grida, di sciabole, uno sgroppare tempestoso di cavalli tra il tuono del cannone e la fanfara, un tumulto disciplinato e terribile, e al di sopra, le corazze simili alle scaglie dell'idra.
Sembrano racconti d'un'altra età. Qualche cosa di somigliante a questa visione appariva senza dubbio nelle antiche epopee orfiche che cantavano gli uomini-cavallo, gli antichi centauri, quei titani dal volto umano e dal petto equino, che al galoppo scalarono l'Olimpo, orribili, invulnerabili, sublimi; dei e bestie insieme.
Per una bizzarra coincidenza numerica, ventisei battaglioni dovevano contenere l'urto di quei ventisei squadroni. Dietro la cresta della spianata, all'ombra della batteria mascherata, la fanteria inglese, disposta in tredici quadrati di due battaglioni ciascuno, e su due linee, sette quadrati nella prima, sei nella seconda, col calcio del fucile alla spalla e la mira verso quello che stava per arrivare, calma, silenziosa, immobile, aspettava.
Essa non vedeva i corazzieri, e i corazzieri non la vedevano.
Sentiva salire quella marea di uomini, sentiva ingrossare il rumore dei tremila cavalli, il battere alternato e simmetrico degli zoccoli al gran trotto, lo sfregamento delle corazze, il tintinnio delle sciabole, e una specie di gran vento selvaggio. Ci fu un momento di silenzio terribile; poi, a un tratto, una lunga fila di braccia levate brandenti le sciabole apparve di sopra la cresta, e i caschi, e le trombe, e gli stendardi, e tremila teste coi baffi grigi, che gridavano: "viva l'imperatore!". Tutta la cavalleria irruppe sulla spianata, e fu come l'arrivo d'un terremoto.
D'improvviso, cosa tragica, alla sinistra degli inglesi, alla nostra destra, la testa della colonna dei corazzieri s'impennò con un clamore tremendo. Pervenuti al culmine della cresta, sfrenati, furibondi, dati alla loro corsa sterminatrice sui quadrati e sui cannoni, i corazzieri avevano scorto fra loro e gli inglesi un fossato, una fossa. Era la strada incassata di Ohain.
Il momento fu spaventoso. Il burrone era là, inatteso, spalancato, a picco sotto i piedi dei cavalli, profondo due tese fra la doppia scarpata. La seconda fila vi spinse la prima, e la terza vi spinse la seconda; i cavalli si rizzavano, si rigettavano indietro, cadevano sulla groppa, sdrucciolavano coi quattro piedi all'aria, pestando e mandando sotto sopra i cavalieri. Non c'era possibilità di retrocedere, tutta la colonna non era più che un proiettile, la forza acquisita per schiacciare gli inglesi schiacciò i francesi; il burrone inesorabile non poteva superarsi se non dopo colmato; cavalli e cavalieri vi precipitarono alla rinfusa, schiacciandosi gli uni gli altri, formando una carne sola in quel gorgo; e quando il fossato fu pieno d'uomini vivi, il resto vi camminò sopra e passò. Quasi un terzo della brigata Dubois rovinò in quell'abisso.
Una tradizione locale, che evidentemente esagera, dice che duemila cavalli e mille e cinquecento uomini furono sepolti nella via incassata di Ohain: verosimilmente, questa cifra comprende tutti gli altri cadaveri che vi furono buttati l'indomani della battaglia.
Notiamo di passaggio che quella brigata Dubois, così funestamente provata, un'ora prima, in una carica a parte, aveva preso la bandiera dei battaglione di Lunebourg.
Napoleone, prima di ordinare quella carica ai corazzieri di Milhaud, aveva scrutato il terreno, ma non aveva potuto vedere quella via incassata che non formava nemmeno una ruga sulla superficie della spianata. Pure, avvertito e messo in guardia dalla cappella bianca che ne segna l'angolo sulla strada di Nivelles, aveva fatto, probabilmente nell'eventualità d'un ostacolo, una domanda alla guida Lacoste, e la guida aveva risposto di no. Si potrebbe quasi dire che da quel segno di testa d'un contadino è nata la catastrofe di Napoleone.
Altre fatalità dovevano sorgere ancora.
Era possibile che Napoleone vincesse quella battaglia? Noi rispondiamo di no. Perché? A causa di Wellington? di Blücher? No.
A causa di Dio.
Bonaparte vincitore a Waterloo non entrava più nella legge del secolo decimonono. Un'altra serie di fatti si maturava, nei quali non c'era più posto per Napoleone. La cattiva volontà degli avvenimenti si era annunciata già da lungo tempo.
Era tempo che quell'uomo ingombrante cadesse.
Il soverchiante suo peso nel destino umano turbava l'equilibrio.
Egli contava da solo più che il gruppo universale. Questi pletorici di tutta la vitalità umana concentrata in una testa, questo accentrarsi del mondo nel cervello d'un uomo, se durassero, sarebbero esiziali alla civiltà. Per la incorruttibile equità suprema era venuto il momento di avvisare. Probabilmente i principi e gli elementi, da cui dipendono le gravitazioni regolari nell'ordine morale come nell'ordine fisico, si lagnavano. Il sangue che fuma, l'ingorgo dei cimiteri, le lacrime delle madri sono requisitorie terribili. Quando la terra soffre per un sovraccarico, ci sono misteriosi gemiti dell'ombra, che l'abisso intende.
Napoleone era stato denunciato nell'infinito, e la sua caduta era decisa.
Egli riusciva incomodo a Dio.
Waterloo non è una battaglia, ma un cambiamento di fronte dell'universo.

10. LA SPIANATA DI MONT-SAINT-JEAN
Contemporaneamente al fosso s'era smascherata la batteria.
Sessanta cannoni e i tredici quadrati fulminarono a bruciapelo i corazzieri. L'intrepido generale Delord fece il saluto militare alla batteria nemica.
Tutta l'artiglieria volante inglese era rientrata a galoppo nei quadrati. I corazzieri non ebbero nemmeno un momento di sosta. Il disastro della strada incassata li aveva decimati ma non scoraggiati; erano di quegli uomini, che, diminuiti di numero, ingrandiscono di cuore.
Solo la colonna Wathier aveva sofferto del disastro, la colonna Delord, che Ney quasi presago dell'agguato aveva fatto piegare a sinistra, era giunta intatta.
I corazzieri si precipitarono sui quadrilateri inglesi.
Ventre a terra, a briglia sciolta, con la sciabola fra i denti e le pistole in pugno; tale fu l'assalto.
Nelle battaglie ci sono dei momenti in cui l'anima indurisce l'uomo fino a cambiare il soldato in statua, e tutta quella carne diventa granito. I battaglioni inglesi, disperatamente assaliti, non si mossero. Allora fu una cosa spaventosa.
Le fronti dei quadrati inglesi furono attaccate tutte in una volta. Un turbine frenetico le avvolse. Quella fredda fanteria rimase impassibile. La prima fila con i ginocchi a terra riceveva i corazzieri sulle baionette, la seconda li fucilava; dietro la seconda, i cannonieri caricavano i pezzi, poi la fronte del quadrato si apriva, lasciava passare un'eruzione di mitraglia e si chiudeva. I corazzieri rispondevano con lo schiacciamento. I loro grandi cavalli si impennavano, saltavano al di sopra delle file e delle baionette, e piombavano, giganteschi, in mezzo a quei quattro muri viventi. Le palle dei cannoni facevano dei vuoti fra i corazzieri; questi facevano delle brecce nei quadrati. Intere file d'uomini sparivano schiacciati dai cavalli, e le baionette si sprofondavano nel ventre di quei centauri; donde una deformità di ferite che non si è vista forse in nessun altro caso. I quadrati, attaccati da quella cavalleria forsennata, si restringevano senza cedere. Inesauribili nella mitraglia, facevano fuoco in mezzo agli assalitori. L'aspetto del combattimento era mostruoso; i quadrati non erano più battaglioni, ma crateri; i corazzieri non erano più una cavalleria, ma una tempesta; ogni quadrato era un vulcano assalito da un nube; la lava combatteva contro il fulmine.
Il quadrato all'estrema destra, il più esposto perché allo scoperto, rimase pressoché distrutto fin dai primi scontri. Era formato dal Settantacinquesimo reggimento degli "hinglanders".
Mentre si scannavano attorno a lui, il suonatore di cornamusa, al centro, seduto su un tamburo e con l'otre sotto il braccio, suonava le arie delle sue montagne, chinando in una distrazione profonda gli occhi malinconici pieni del riflesso delle foreste e dei laghi. Quegli scozzesi morivano pensando al Ben Lothian, come i greci ricordando Argo. La sciabola d'un corazziere tagliando d'un sol colpo l'otre e il braccio che lo sosteneva fece cessare il canto e uccise il cantore.
I corazzieri, relativamente poco numerosi, decimati dalla catastrofe del burrone, avevano a fronte pressoché tutto l'esercito inglese; ma si moltiplicavano, e ciascun uomo ne valeva dieci. Alcuni battaglioni annoveresi, intanto, cedettero.
Wellington li vide e pensò alla sua cavalleria. Se Napoleone in quel momento avesse pensato alla sua fanteria, avrebbe vinto la battaglia. Questa dimenticanza fu il suo grande errore fatale.
D'improvviso, i corazzieri, da assalitori, si sentirono assaliti:
la cavalleria inglese correva alle loro spalle. Davanti avevano i quadrati, a tergo Somerset, vale a dire i mille e quattrocento dragoni. Somerset inoltre aveva alla sua destra Dornberg coi cavalleggeri tedeschi, e alla sinistra Trip coi carabinieri belgi.
I corazzieri, attaccati di fianco e di sopra, davanti e di dietro, dovettero far fronte da tutte le parti. Ma che importava? Essi erano un turbine; il loro valore divenne inesprimibile.
Di più avevano alle spalle la batteria che tuonava sempre. Ci voleva questo perché questi uomini rimanessero feriti alle spalle.
Nella collezione del museo di Waterloo si trova una delle loro corazze forata da un pezzo di mitraglia al posto della scapola sinistra. Contro simili francesi non ci volevano quegli inglesi.
Non fu più una mischia, ma un'ombra, una furia, un impeto vertiginoso d'anime e di coraggi, un uragano di spade lampeggianti. In un istante, i mille e quattrocento dragoni della guardia furono ridotti a ottocento; Fuller, il loro tenente colonnello, cadde morto. Ney accorse coi lancieri e i cacciatori di Lefebvre-Desnouettes. La spianata di Mont-Saint-Jean fu presa, tolta e ripresa di nuovo. I corazzieri lasciavano la cavalleria nemica per ritornare alla fanteria; o per dir meglio, in quella formidabile tregenda tutti si battevano senza mai lasciarsi l'un l'altro. I quadrati resistevano sempre. Ci furono dodici assalti; Ney ebbe quattro cavalli uccisi sotto di sé, e la metà dei corazzieri rimase sulla spianata. Quella lotta durò due ore.
L'esercito inglese ne rimase profondamente scosso. Non c'è dubbio che, se non fossero stati decimati nel loro primo impiego dal disastro della strada incassata, i corazzieri avrebbero sbaragliato il centro e deciso la vittoria. Quella meravigliosa cavalleria pietrificò Clinton, che pure aveva visto Talavera e Badajoz. Wellington, vinto per tre quarti, ammirava eroicamente e mormorava sottovoce: sublime!
I corazzieri annientarono sette quadrati su tredici, presero o misero a tacere sessanta pezzi d'artiglieria, e tolsero ai reggimenti inglesi sei bandiere, che tre corazzieri e tre cacciatori della guardia andarono a portare all'imperatore davanti alla fattoria della Belle-Alliance.
La posizione di Wellington era peggiorata. Quella strana battaglia somigliava a un duello fra due feriti che, pur combattendo e resistendo sempre, perdono tutto il sangue. Quale dei due cadrà per primo?
La lotta sulla spianata continuava.
Nessuno può dire fin dove siano arrivati i corazzieri. E' certo però che l'indomani della battaglia, un corazziere e il suo cavallo furono trovati morti nella basculla per la pesa delle vetture a Mont-Saint-Jean, proprio nel punto in cui s'incrociano e s'incontrano le quattro strade di Nivelles, di Genappe, di La Hulpe e di Bruxelles. Quel cavaliere aveva dunque attraversato le linee inglesi. Uno degli uomini che rialzarono quel cadavere vive ancora a Mont-Saint-Jean e si chiama Dehaze; a quell'epoca aveva diciotto anni. Wellington sentiva di cedere terreno; la crisi era prossima.
I corazzieri non erano riusciti nel loro intento, nel senso cioè che il centro non era sfondato. Occupando tutti la spianata, nessuno la possedeva, e tutto sommato restava per la maggior parte nelle mani degli inglesi. Wellington teneva il villaggio e la parte superiore della spianata; Ney non occupava che la cresta e il pendio. Sembrava che le due parti avessero messo radice in quel funebre terreno.
Ma l'indebolimento degli inglesi pareva oramai senza rimedio.
L'emorragia del loro esercito era orribile. Kempt, all'ala sinistra, chiedeva rinforzi. - "Non ce ne sono", rispose Wellington, "si faccia ammazzare". E quasi nello stesso momento, singolare coincidenza che dipinge l'esaurimento dei due eserciti, Ney domandava della fanteria a Napoleone, il quale esclamava: - "Fanteria? E dove vuole che la pigli? Vuol forse che la fabbrichi?".
Tuttavia l'esercito inglese era il più malconcio. Gli assalti furiosi di quei grandi squadroni con le corazze di ferro e i pettorali d'acciaio avevano maciullato la sua fanteria. Pochi uomini intorno a una bandiera indicavano il posto d'un reggimento; il tal battaglione non era più comandato che da un capitano o da un tenente; la divisione Alten, già tanto maltrattata alla Haie- Sainte, era quasi distrutta; gli intrepidi belgi della brigata Van Kluze tappezzavano le segali lungo la strada di Nivelles; non rimaneva quasi più nulla di quei granatieri olandesi, che nel 1811, frammisti alle nostre fila combattevano Wellington in Spagna, e che nel 1815 uniti agli inglesi combattevano Napoleone.
Considerevoli erano le perdite di ufficiali. Lord Uxbridge aveva il ginocchio fratturato e l'indomani fece seppellire la sua gamba.
Se da parte francese, in quella battaglia erano fuori combattimento dei corazzieri, Delord, Lheritier, Colbert, Dnop, Travers e Blancard, dalla parte inglese Alten e Barne erano feriti, Delancey, Van Meeren e Ompteda erano uccisi, tutto lo stato maggiore di Wellington era decimato, e l'Inghilterra aveva la parte peggiore in quel sanguinoso equilibrio. Il Secondo reggimento delle guardie a piedi aveva perduto cinque tenenti- colonnelli, quattro capitani e tre alfieri; il primo battaglione del Trentesimo fanteria aveva perduto ventiquattro ufficiali e cento dodici soldati, il Settantanovesimo montanari aveva ventiquattro ufficiali feriti e diciotto morti, e quattrocento cinquanta soldati uccisi. Gli ussari annoveresi di Cumberland, un intero reggimento col proprio colonnello Hacke, che in seguito venne sottoposto a processo e degradato, aveva voltato le spalle alla battaglia, ed erano in fuga nella foresta di Soignes, spargendo il disordine fino a Bruxelles. I traini, i carri di munizioni, i bagagli, i furgoni carichi di feriti, vedendo che i francesi guadagnavano terreno e s'avvicinavano alla foresta, vi si precipitavano, e gli olandesi sciabolati dalla cavalleria francese gridavano: "Allarmi!". Da Vert-Coucou fino a Groenendael, su una lunghezza di quasi due leghe nella direzione di Bruxelles, c'era, al dire di testimoni ancora viventi, un ingombro di fuggiaschi. Il panico fu tale che raggiunse il principe di Condé a Malines e Luigi Diciottesimo a Gand. Ad eccezione della debole riserva scaglionata dietro l'autoambulanza posta nella fattoria di Mont- Saint-Jean e delle brigate Vivian e Vandeleur che fiancheggiavano l'ala sinistra, Wellington non aveva più cavalleria. Molte batterie giacevano smontate. Questi particolari sono confessati da Siborne: e Pringle, esagerando il disastro, giunge a dire che l'esercito anglo-olandese era ridotto a trentaquattro mila uomini.
Il duca di ferro rimaneva calmo, ma le sue labbra erano impallidite. Il commissario austriaco Vincent e il commissario spagnolo Alava, che assistevano alla battaglia nello stato maggiore inglese, credettero il duca perduto. Alle cinque, Wellington tirò fuori l'orologio, e fu udito mormorare queste oscure parole: "Blücher o la notte".
Fu in quel momento che una linea lontana di baionette scintillò sulle alture dalla parte di Frischemont.
Ed eccoci allo scioglimento di questo gigantesco dramma.

UNA CATTIVA GUIDA A NAPOLEONE E UNA BUONA GUIDA A BÜELOW
E' noto il doloroso errore di Napoleone; sperava che arrivasse Grouchy e invece sopraggiungeva Blücher: la morte invece della vita.
Il destino ha di queste svolte; si aspetta il trono del mondo e si scorge Sant'Elena.
Se il piccolo pastore che serviva di guida a Bülow, luogotenente di Blücher, gli avesse consigliato di sboccare dalla foresta al di sopra di Frischemont, piuttosto che al di sotto di Plancenoit, forse la forma del secolo decimonono sarebbe stata diversa.
Napoleone avrebbe guadagnato la battaglia di Waterloo. Per qualunque altra strada, che non fosse stata quella al di sotto di Plancenoit, l'esercito prussiano sarebbe incappato in un burrone invalicabile per l'artiglieria, e Bülow non sarebbe arrivato.
Ora, se egli avesse tardato soltanto un'ora di più, è un generale prussiano, Muffling, che lo dichiara, Blücher non avrebbe più trovato Wellington sul terreno: "la battaglia era perduta".
Come si vede, era tempo che arrivasse Bülow. Del resto era assai in ritardo. Aveva bivaccato a Dion-le-Mont, e s'era messo in marcia fin dall'alba. Ma le strade erano impraticabili, le sue divisioni s'erano incagliate nel fango, e le ruote dei carri sprofondavano nei solchi sino ai mozzi. Inoltre aveva dovuto passare la Dyle sullo stretto ponte di Wavre; e siccome i francesi avevano incendiato la via che conduce al ponte, i cassoni e i traini dell'artiglieria, non potendo passare tra due file di case in fiamme, avevano dovuto aspettare che l'incendio fosse spento. A mezzogiorno l'avanguardia di Bülow non aveva ancora potuto toccare Chapelle-Saint-Lambert.
Se l'azione fosse incominciata due ore più presto, sarebbe finita alle quattro, e Blücher sarebbe arrivato a battaglia già vinta da Napoleone. Sono così questi immensi casi, proporzionati a un infinito che ci sfugge.
Fin da mezzogiorno l'imperatore, scorgendo per primo col suo cannocchiale qualche cosa all'estremo orizzonte che attirava la sua attenzione, disse: - Vedo laggiù una nube che mi pare siano truppe. - Poi domandò al duca di Dalmazia: - Soult, che cosa vedete voi nella direzione di Chapelle-Saint-Lambert? - E il maresciallo, puntando il suo binocolo, rispose: - Quattro o cinque mila uomini, sire: senza dubbio Grouchy. - Tuttavia quell'oggetto si manteneva immobile nella nebbia. Tutti i binocoli dello stato maggiore, l'uno dopo l'altro, studiarono "la nube" segnalata dall'imperatore, e ci fu chi disse: Sono colonne che fanno alt; ma la maggior parte ritennero che fossero alberi. La verità è che quella nube non si muoveva. Napoleone distaccò, in ricognizione verso quel punto dubbioso, la divisione di cavalleria leggera di Domon.
Bülow infatti non s'era mosso. La sua avanguardia era debolissima e non poteva far nulla. Doveva aspettare il grosso del suo corpo d'armata, e aveva istruzione di concentrarsi prima d'entrare in linea. Ma alle cinque, vedendo il pericolo di Wellington, Blücher diede l'ordine a Bülow di attaccare, pronunciando queste famose parole: "Bisogna dare un po' d'aria all'esercito inglese".
Poco dopo, le divisioni Losthin, Hiller, Hicke e Ryssel si spiegavano in battaglia di fronte al corpo di Lobau, la cavalleria del principe Guglielmo di Prussia sboccava dal bosco di Parigi, Plancenoit era in fiamme, e le palle dei cannoni prussiani cominciavano a piovere fino tra le file della guardia di riserva dietro a Napoleone.

LA GUARDIA
Il resto è noto: l'irrompere d'un terzo esercito, la battaglia spostata, ottantasei bocche da fuoco che tuonano d'improvviso, Pirch che sopraggiunge con Bülow, la cavalleria di Zieten guidata da Blücher in persona, i francesi respinti, Marcognet spazzato dall'altipiano d'Ohain, Durutte sloggiato da Papelotte, Donzelot e Quiot costretti a rinculare, Lobau preso di fianco, una nuova battaglia che al cader della notte impegna i nostri reggimenti già decimati, tutto l'esercito inglese che ripiglia l'offensiva e si spinge innanzi, l'enorme vuoto prodotto nelle schiere francesi dalla mitraglia inglese e dalla mitraglia prussiana che s'aiutano fra loro, lo sterminio, il disastro sulla fronte, il disastro sul fianco, e la guardia che entra in lizza sotto quel crollo spaventoso.
Intuendo di andare incontro alla morte, la guardia gridò: - viva l'imperatore! - La storia non ricorda cosa più commovente di questa agonia che scoppia in acclamazioni.
Per tutto il giorno il cielo era sempre stato coperto.
D'improvviso, in quel momento, ed erano già le otto di sera, le nubi all'orizzonte si squarciarono e lasciarono passare, attraverso gli olmi della strada di Nivelles, il grande sinistro bagliore del sole al tramonto. Ad Austerlitz invece lo avevano visto sorgere.
In quella scena finale, ogni battaglione della guardia era comandato da un generale; Friant, Michel, Roguet, Harlet Mallet, Poret de Morvan erano là. Quando gli alti copricapi dei granatieri della guardia, con la larga piastra di metallo con l'aquila, comparvero, simmetrici, allineati, tranquilli, fra le nebbie della mischia, i nemici sentirono il rispetto per la Francia; sembrò di vedere venti vittorie entrare sul campo di battaglia con le bandiere spiegate, e quelli che erano vincitori, credendosi vinti, rincularono. Ma Wellington gridò: "In piedi, guardie, e mirate dritto!". Il reggimento rosso delle guardie inglesi steso a terra dietro le siepi si levò, un nugolo di mitraglia crivellò la bandiera tricolore che sventolava intorno alle nostre aquile, tutti si precipitarono, e cominciò l'estrema carneficina. La guardia imperiale sentì nell'ombra che l'esercito intorno cedeva, sentì la vasta agitazione della rotta, udì il "si salvi chi può", sostituito al "viva l'imperatore!", e con la fuga a tergo continuò ad avanzare, sempre fulminata, morendo sempre più a ogni passo che muoveva. Non ci furono né trepidi, né timidi; in quella truppa un soldato era un eroe quanto il generale; nessuno mancò al suicidio.
Ney, disperato, grande di tutta la grandezza della morte accettata, nella tormenta si esponeva a tutti i colpi. Gli fu ucciso il quinto cavallo. Sudato, con gli occhi fiammeggianti, la schiuma alle labbra, l'uniforme sbottonata, una delle spalline tagliata a metà da una sciabolata, la piastra che portava la grand'aquila ammaccata da una palla, insanguinato, inzaccherato, magnifico, con la spada spezzata in mano, gridava:- "Venite a vedere come un maresciallo di Francia muore sul campo di battaglia!". Ma fu tutto inutile: non morì. Era sdegnato e inferocito, e muoveva a Drouet d'Erlon questa domanda: - "Non ti fai forse ammazzare, tu?". In mezzo a tutta quella artiglieria che schiacciava un pugno d'uomini, gridava: "Non c'è dunque nulla per me! Oh! vorrei che tutte quelle palle inglesi mi entrassero nel ventre!" - Disgraziato, tu eri destinato alle palle francesi!

LA CATASTROFE
La rotta dietro la guardia fu lugubre.
L'esercito cedette repentinamente da tutte le parti nello stesso tempo, da Hougomont, dalla Haie-Sainte, da Papelotte, da Plancenoit. Il grido: Tradimento! fu seguito dal grido: Si salvi chi può! Un esercito che si sbanda somiglia a un disgelo. Tutto piega, si screpola, scricchiola, vacilla, rotola, cade, si urta, si affretta, si precipita; sfacelo incredibile. Ney si fa dare un cavallo, salta sopra, e senza cappello, senza cravatta, senza spada, si mette di traverso alla strada di Bruxelles e arresta inglesi e francesi alla rinfusa. Si sforza di trattenere l'esercito, lo richiama, lo insulta, si aggrappa alla disfatta. Ma i soldati lo sorpassano, lo sfuggono gridando: - "Viva il maresciallo Ney!". Due reggimenti di Durutte vanno e vengono spaventati e come sballottati tra le sciabole degli ulani e le fucilate delle brigate di Kempt, di Best, di Pack e di Rylandt. La peggiore delle mischie è la rotta: gli amici si uccidono tra loro per fuggire, e gli squadroni e i battaglioni si disperdono e si frantumano gli uni contro gli altri, enorme schiuma della battaglia. Lobau a un'estremità e Reille all'altra sono trascinati dalla corrente. Invano Napoleone forma delle muraglie con quanto gli rimane della guardia, invano sacrifica in un ultimo sforzo i suoi squadroni di servizio. Quiot indietreggia davanti a Vivian.
Kellermann davanti a Vandeleur, Lobau davanti a Bülow, Morand davanti a Pirch, Domon e Subervic davanti al principe Guglielmo di Prussia. Guyot, che ha condotto alla carica gli squadroni dell'imperatore, cade sotto i piedi dei dragoni inglesi. Napoleone corre a galoppo lungo le file dei fuggitivi, li arringa, incita, minaccia, supplica. Tutte quelle bocche che alla mattina gridavano: viva l'imperatore! ora rimangono attonite; è molto se lo riconoscono. La cavalleria prussiana, giunta di fresco, si slancia, vola, sciabolando, tagliando, tritando, uccidendo, sterminando. Le salmerie si precipitano, i cannoni tacciono; i soldati addetti ai traini staccano i cassoni e ne prendono i cavalli per mettersi in salvo, e i traini rovesciati con le ruote in aria ingombrano la strada e diventano occasioni di massacri. Ci si schiaccia, ci si calpesta, si cammina sui morti e sui vivi. Le braccia non sanno più quello che fanno. Una moltitudine vertiginosa affolla le strade, i sentieri, i ponti, le pianure, le colline, le valli, i boschi, tutti ingombri della fuga di quaranta mila uomini. Grida, disperazione, sacchi e fucili gettati nei campi a grano, il passo aperto a colpi di spada; non più compagni, non più ufficiali, non più generali, ma solo uno spavento inesprimibile. Zieten che sciabola la Francia a suo piacere; i leoni divenuti caprioli: ecco che cosa fu quella fuga.
A Genappe ci fu un tentativo di arresto, di far fronte, di riordinarsi. Lobau riunì trecento uomini e fece barricare l'entrata del villaggio. Ma alla prima scarica della mitraglia prussiana tutti ripresero la fuga, e Lobau fu fatto prigioniero.
Ancora oggi si vede la traccia di quella scarica di mitraglia sul vecchio muro d'una casupola di mattoni a destra della strada, pochi passi prima d'entrare in Genappe. I prussiani irruppero nel villaggio furibondi per aver trionfato con così poca fatica. La caccia fu mostruosa: Blücher ordinò lo sterminio. Roguet aveva dato quel lugubre esempio di minacciare di morte qualunque granatiere francese che gli conducesse prigioniero un prussiano.
Blücher sorpassò Roguet. Il generale della giovane guardia, Duhesme, addossato alla porta d'una locanda di Genappe, cedette la spada a un ussaro della Morte, il quale la prese e uccise il prigioniero. La vittoria terminò con l'assassinio dei vinti.
Dobbiamo punire, poiché siamo la storia; il vecchio Blücher si disonorò. Quella ferocia portò al colmo il disastro. La rotta disperata attraversò Genappe, attraversò Quatre-Bras, Gosselies, Frasnes, Charleroi, Thuin, e si fermò solo alla frontiera. Ahimè!
chi fuggiva in tal modo? La grande armata.
Quella vertigine, quel terrore, quella rovinosa scomparsa del più alto coraggio che abbia mai fatto meravigliare la storia, non ebbero dunque un motivo? Sì; l'ombra d'una mano enorme si proietta su Waterloo. E' la giornata del destino data dalla forza che è superiore all'uomo. Donde il piegarsi spaventato delle teste; tutte quelle grandi anime che consegnano la spada. Quelli che avevano vinto l'Europa caddero rovesciati perché non avevano più niente da fare né da dire, perché sentivano nelle tenebre una presenza terribile. "Hoc erat in fatis". Quel giorno, la prospettiva del genere umano si cambiò. Waterloo è il cardine del secolo decimonono. Per l'avvento del gran secolo era necessaria la scomparsa del grand'uomo; e se ne incaricò uno, a cui non si replica. Così si spiega il timor panico degli eroi. Nella battaglia di Waterloo ci fu più che una nube, ci fu una meteora.
Dio è passato di là.
Al cader della notte, in un campo presso Genappe, Bernard e Bertrand afferrarono per le falde dell'abito e trattennero un uomo torvo, pensieroso, sinistro, il quale, trascinato sin là dalla corrente dei fuggiaschi, aveva messo piede a terra, infilate sotto il braccio le briglie del cavallo, e con l'occhio smarrito, se ne tornava solo verso Waterloo. Era Napoleone che tentava ancora di andare avanti, immenso sonnambulo di quel sogno svanito.

14. L'ULTIMO QUADRATO
Alcuni quadrati della guardia, immobili nella corrente della rotta come rocce nell'acqua che scorre, tennero testa fino a notte.
Veniva la notte, veniva la morte. Aspettarono quella duplice ombra e, incrollabili, si fecero avvolgere da essa. Ogni reggimento, isolato dagli altri e senza più nessun legame con l'esercito sbaragliato da ogni parte, moriva per proprio conto. Per compiere quell'ultimo atto avevano preso posizione, gli uni sulle alture di Rossomme, gli altri nel piano di Mont-Saint-Jean. Là, abbandonati, vinti, terribili, quei tetri quadrati avevano un'agonia formidabile. Ulma, Wagram, Jena, Friedland morivano con loro.
Al crepuscolo, verso le nove della sera, ai piedi della spianata di Mont-Saint-Jean ne rimaneva uno, il quale continuava a lottare in quella valle funesta, a pié di quel pendio su cui erano saliti i corazzieri, invaso ora dalle masse inglesi, sotto i fuochi convergenti dell'artiglieria nemica vittoriosa, sotto una terribile tempesta di proiettili. Era comandato da un oscuro ufficiale di nome Cambronne. A ogni carica il quadrato scemava e contrattaccava. Alla mitraglia replicava con la fucileria, restringendo continuamente le sue quattro ali. Da lontano i fuggiaschi, fermandosi un momento ansimanti, ascoltavano nelle tenebre quel cupo rombo decrescente.
Quando questa legione si trovò ridotta a un pugno di uomini, quando la loro bandiera non fu più che un cencio, quando i fucili per mancanza di munizioni non furono più che bastoni, quando il mucchio dei cadaveri superò il numero dei viventi, ci fu tra i vincitori una specie di terrore sacro attorno a quei sublimi moribondi, e l'artiglieria inglese, riprendendo fiato, tacque. Fu come una breve tregua. Quei combattenti avevano intorno come un formicolio di spettri, le sagome degli uomini a cavallo, il profilo nero dei cannoni, il cielo bianco, scorto attraverso le ruote e gli affusti; la colossale testa di morto che gli eroi intravedono sempre fra mezzo al fumo nello sfondo della battaglia, avanzava su di loro e li guardava. Fra le ombre crepuscolari udirono ricaricare i pezzi; le micce accese, simili a occhi di tigre nella notte, formavano un cerchio intorno alle loro teste; tutte le micce delle batterie nemiche si avvicinarono ai cannoni.
E allora commosso, tenendo il minuto sospeso sopra quegli uomini, un generale inglese, secondo gli uni Colville, secondo gli altri Maitland, gridò loro: - Bravi francesi, arrendetevi! - Cambronne rispose: - Merda!

15. CAMBRONNE
Il lettore vuol essere rispettato; non gli si può ripetere la parola forse più bella che un francese abbia mai pronunciato. E' vietato deporre il sublime nella storia.
A nostro rischio e pericolo, vogliamo violare questa proibizione.
Dunque, fra tutti quei giganti ci fu un titano, Cambronne.
Dire quella parola e poi morire; c'è nulla di più grande? Infatti voler la morte è morire, e non fu colpa di quell'uomo se sopravvisse alla mitraglia.
Chi ha vinto la battaglia di Waterloo non è stato Napoleone sbaragliato, non Wellington che alle quattro cedeva e alle cinque disperava, non Blücher che non s'è battuto; l'uomo che ha vinto la battaglia di Waterloo è Cambronne. Fulminare con una simile parola la folgore che vi uccide, è vincere.
Dare quella risposta alla catastrofe, parlar così al destino, dare quella base al leone futuro, scagliare quella risposta alla pioggia della notte, al muro traditore di Hougomont, alla strada incassata d'Ohain, al ritardo di Grouchy, al sopraggiungere di Blücher, essere l'ironia nel sepolcro, fare in modo da restare in piedi dopo essere caduto, affogare in due sillabe la coalizione europea, offrire ai re le latrine già note dei Cesari, far dell'ultima delle parole la prima frammischiandovi lo splendore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo col martedì grasso, completare Leonida con Rabelais, riassumere quella vittoria in una parola suprema che è impossibile pronunciare, perdere il terreno e guadagnare per sé la storia, far ridere del nemico dopo quella carneficina, ecco un risultato immenso.
Questo insulto al fulmine raggiunge la grandezza eschilea.
La parola di Cambronne fa l'effetto d'una frattura: è la frattura interna di un petto, è l'eccesso dell'agonia che esplode. Chi vinse? Wellington? No, perché senza Blücher era perduto. Blücher?
No, perché se Wellington non avesse cominciato, Blücher non avrebbe potuto finire. Questo Cambronne, questo passante dell'ultim'ora, questo soldato ignoto, questa parte infinitamente piccola della guerra, sente che c'è una menzogna, una menzogna in una catastrofe - due cose strazianti,- e nel momento che scoppia dalla rabbia, gli si offre quella derisione, la vita! Come non sentirsi stomacare?
Sono là tutti i re dell'Europa, i generali fortunati, i Giovi tonanti; hanno centomila soldati vittoriosi, e dietro i centomila un milione; hanno i loro cannoni con le gole spalancate e le micce accese; hanno sotto il tallone la guardia imperiale e la grande armata, hanno schiacciato Napoleone, e non resta più che Cambronne, e non c'è più che questo verme di terra per protestare.
Ebbene, protesterà. Allora cerca una parola come si cerca una spada; gli sale una schiuma alla bocca, e quella schiuma è la parola. Di fronte a quella vittoria prodigiosa e mediocre, di fronte a quella vittoria senza vittoriosi, quel disperato si riprende; ne subisce l'enormità, ma ne constata la vacuità; fa più che sputarvi sopra; oppresso dal numero, dalla forza, dalla materia, egli trova un'espressione alla sua anima, l'escremento.
Lo ripetiamo: dire, fare, trovare tutto questo, significa essere vincitore.
Il genio dei giorni di gloria in quel momento fatale entrò in quello sconosciuto. Cambronne trova la parola di Waterloo per ispirazione del soffio dall'alto, come Rouget de l'Isle trova la "Marsigliese". Un effluvio dell'uragano divino si distacca e passa attraverso questi uomini; essi trasaliscono, e l'uno canta il canto supremo, l'altro lancia il terribile grido. Quella parola del titanico sprezzo, Cambronne non la scaglia soltanto all'Europa in nome dell'impero, che sarebbe ancor poco, ma la scaglia al passato in nome della Rivoluzione. Noi l'intendiamo e riconosciamo in Cambronne la vecchia anima dei giganti. Ci pare sia Danton che parli o Kleber che ruggisca. Alla parola di Cambronne la voce inglese rispose: - Fuoco! Le batterie lampeggiarono, la collina tremò, da tutte quelle bocche di bronzo uscì un ultimo spaventoso vomito di mitraglia. Un vasto fumo rotolò vagamente imbiancato dal sorgere della luna; e quando il fumo si dissipò non c'era più nulla. Quel formidabile avanzo era annientato; la guardia era morta. Le quattro ali della ridotta vivente giacevano a terra, e appena si distingueva qua e là un movimento tra i cadaveri. Così le legioni francesi, più grandi delle romane, spirarono a Mont- Saint-Jean, sulla terra bagnata di pioggia e di sangue, nei campi oscuri, nel luogo dove ai nostri giorni Giuseppe, che fa il servizio della posta di Nivelles, passa ogni mattina alle quattro, zufolando e sferzando allegramente il cavallo.

16. "QUOT LIBRAS IN DUCE?"
La battaglia di Waterloo è un enigma: essa è altrettanto oscura per quelli che la vinsero, quanto per chi la perse. Per Napoleone, è un timor panico; Blücher non ci vede che fuoco; Wellington non ne capisce nulla. Esaminate le relazioni. I bollettini confusi, i commenti ingarbugliati. Gli uni balbettano, gli altri farfugliano.
Jomini divide la battaglia di Waterloo in quattro momenti; Muffling la divide in tre atti. Charras, dal quale però discordiamo per alcuni punti, è il solo che abbia colto col suo sguardo fiero i tratti caratteristici di quella catastrofe del genio umano in lotta col fato divino. Tutti gli altri storici rimangono in certo modo abbagliati; e in quell'abbagliamento camminano a tentoni. Giornata sfolgorante infatti, crollo della monarchia militare, che con sommo stupore dei re, ha trascinato con sé tutti i regni; caduta della forza, sconfitta della guerra.
In quell'avvenimento, improntato a necessità sovrumana, la parte degli uomini si riduce a nulla.
Togliendo Waterloo a Wellington e a Blücher, si toglie qualche cosa all'Inghilterra o alla Germania? No. Né l'illustre Inghilterra, né l'augusta Germania sono in questione nel problema di Waterloo. Grazie al cielo, la grandezza dei popoli è indipendente dalle lugubri vicende della spada. Né la Germania, né l'Inghilterra, né la Francia stanno in una guaina. In quell'epoca, mentre Waterloo non era che un cozzar di spade, la Germania al di sopra di Blücher aveva Goethe, e l'Inghilterra al di sopra di Wellington aveva Byron. Un vasto sorgere d'idee è la prerogativa del nostro secolo, e in quell'aurora l'Inghilterra e la Germania hanno il loro magnifico splendore. Esse sono maestose perché pensano. L'innalzamento di livello che arrecano alla civiltà è un loro merito intrinseco, che deriva da esse e non da un accidente.
La loro cresciuta grandezza nel secolo decimonono non ha origine da Waterloo. Soltanto i popoli barbari ingrossano improvvisamente dopo una vittoria; è la vanità passeggera dei torrenti gonfiati da un temporale. I popoli civili, soprattutto in questi tempi, non s'innalzano né si abbassano per la buona o la cattiva fortuna d'un capitano. Il loro peso specifico sul genere umano risulta da qualcosa di più di un combattimento. Grazie a Dio, il loro onore, la loro dignità, la loro luce, il loro genio non sono numeri, che gli eroi e i conquistatori, questi giocatori, possano mettere nella lotteria delle battaglie. Spesso una battaglia perduta è un progresso conquistato. Meno gloria e più libertà. Quando tace il tamburo, la ragione prende la parola. Si gioca a chi perde vince.
Parliamo dunque di Waterloo freddamente da ambo le parti. Rendiamo al caso ciò che è del caso, e a Dio ciò che è di Dio. Cos'è Waterloo? una vittoria? No; un terno al lotto. Terno guadagnato dall'Europa, pagato dalla Francia. Non valeva la pena di mettere là un leone.
Waterloo del resto è il più strano scontro che ci sia nella storia. Napoleone e Wellington non sono nemici, ma contrari. Dio, che ama le antitesi, non ha mai stabilito un più sorprendente contrasto né un confronto più straordinario. Da un lato la precisione, la previdenza, la geometria, la prudenza, la ritirata assicurata, le riserve preparate, un pertinace sangue freddo, una logica imperturbabile, la strategia che profitta del terreno, la tattica che equilibra i battaglioni, la strage regolata col piombino, la guerra regolata con l'orologio alla mano, nulla lasciato volontariamente al caso, il vecchio coraggio classico, la correttezza assoluta; dall'altra l'intuizione, la divinazione, la singolarità militare, l'istinto sovrumano, il colpo d'occhio fulmineo, un non so che che guarda come l'aquila e colpisce come la folgore, un'arte prodigiosa sotto una sprezzante impetuosità, tutti i misteri d'un'anima profonda la familiarità col destino, il fiume, il piano, il colle, il bosco costretti in certo modo a obbedire, il despota che tiranneggia perfino il campo di battaglia, la fede nella stella che s'unisce alla scienza strategica e l'ingrandisce, ma l'intorbida. Wellington era il Barrême della guerra, Napoleone ne era il Michelangelo; e quella volta il genio fu vinto dal calcolo.
D'ambo le parti si aspettava qualcuno, ma fu il calcolatore esatto che riuscì. Napoleone aspettava Grouchy, che non venne; Wellington aspettava Blücher, che venne.
Wellington è la guerra classica che prende la sua rivincita.
Bonaparte, nei suoi primordi, l'aveva incontrata in Italia e superbamente battuta. La vecchia civetta era fuggita davanti al giovane avvoltoio. L'antica tattica era stata non solo fulminata, ma scandalizzata. Cos'era quel Corso di ventisei anni, che cosa significava quello splendido ignorante che, avendo tutto contro di sé e nulla a favore, senza viveri, senza munizioni, senza cannoni, senza scarpe; quasi senza esercito, con un pugno di uomini di fronte a intere masse, si precipitava contro l'Europa coalizzata e riportava assurdamente delle vittorie in condizioni impossibili?
Da dove usciva quel forsennato fulmineo che, quasi senza riprendere fiato e con lo stesso pugno di combattenti, polverizzava uno dopo l'altro i cinque eserciti dell'imperatore di Germania, rovesciando Baulieu su Alvinzi, Wurmser su Beaulieu, Mélas su Wurmser, Mack su Mélas? Cos'era quel novellino della guerra che aveva la sfrontatezza d'un astro? La scuola accademica militare lo scomunicava fuggendo. Da ciò un implacabile rancore del vecchio cesarismo contro il nuovo, della sciabola corretta contro la spada scintillante, dello scacchiere contro il genio. Il 18 giugno 1815 quel rancore ebbe l'ultima parola, e sopra Lodi, Montebello, Montenotte, Mantova, Marengo, Arcole, scrisse Waterloo. Trionfo della mediocrità, così gradito al maggior numero. Il destino acconsentì a quell'ironia, e Napoleone al suo declino si ritrovò davanti Wurmser giovane.
Basta infatti incanutire i capelli di Wellington per ritrovare Wurmser.
Waterloo è una battaglia di prim'ordine guadagnata da un capitano di second'ordine.
Ciò che si deve ammirare a Waterloo è l'Inghilterra, è la fermezza, la risolutezza inglese, il sangue inglese; ciò che l'Inghilterra ebbe di superbo a Waterloo, e non gliene spiaccia, fu se stessa; non il suo capitano, ma il suo esercito.
Wellington, bizzarramente ingrato, in una lettera a lord Bathurst dichiara che il suo esercito, l'esercito che combatté il 18 giugno 1815, era "detestabile". Che ne pensa la tetra confusione di ossa sepolte sotto i solchi di Waterloo?
L'Inghilterra fu troppo modesta di fronte a Wellington. Con l'ingrandire tanto il generale si rimpicciolisce la nazione.
Wellington è un eroe come un altro. Quegli scozzesi grigi, quegli "horse-guards", quei reggimenti di Maitland e di Mitchell, quella fanteria di Pack e di Kempt, quella cavalleria di Posonby e di Somerset, quegli "highlanders" che suonavano la cornamusa sotto la mitraglia, quei battaglioni di Rylandt, quelle reclute allora giunte che sapevano appena maneggiare il fucile e che tennero testa alle vecchie bande d'Essling e di Rivoli; ecco che cosa fu grande. Wellington fu tenace, ecco il suo merito, e noi non glielo lesiniamo; ma l'ultimo dei suoi fantaccini fu saldo al pari di lui. Il soldato di ferro vale quanto il duca di ferro. Quanto a noi, tutta la nostra glorificazione al soldato inglese, all'esercito, al popolo inglese. Se c'è un trofeo, è dovuto all'Inghilterra. La colonna di Waterloo sarebbe giusta se sollevasse alle nubi la statua d'un popolo, anziché quella d'un uomo.
Ma la grande Inghilterra si irriterà di quello che diciamo qui.
Dopo il suo 1688 e il nostro 1789, essa ha ancora l'illusione feudale, e crede nell'eredità e nella gerarchia. Quel popolo, a nessuno secondo in potenza e in gloria, ha stima di sé come nazione, non come popolo; in quanto è popolo si subordina volentieri, e scambia un lord per una testa. Operaio si lascia spezzare, soldato si lascia bastonare. Tutti ricordano come alla battaglia d'Inkermann un sergente, che a quanto sembra aveva salvato l'esercito, non poté essere menzionato da lord Raglan, perché la gerarchia militare inglese non permette di citare in un rapporto un eroe che sia al di sotto del grado d'ufficiale.
Quello che ammiriamo soprattutto, in uno scontro come quello di Waterloo, è la prodigiosa abilità del caso. Pioggia notturna, muro di Hougomont, strada incassata d'Ohain, Grouchy sordo al cannone, una guida a Napoleone che l'inganna, una guida a Bülow che lo illumina; tutto questo cataclisma è condotto meravigliosamente.
Bisogna confessare che, in complesso, a Waterloo ci fu più massacro che battaglia.
Di tutte le battaglie in campo aperto, Waterloo è quella che presentò la fronte meno estesa in proporzione del numero dei combattenti; Napoleone tre quarti di lega, Wellington mezza lega; e settantaduemila combattenti da ciascuna parte. Da tale densità derivò la carneficina.
Si è fatto questo calcolo e stabilita questa proporzione: perdita d'uomini: ad Austerlitz: francesi, quattordici per cento; russi, trenta per cento; austriaci, quarantaquattro per cento; a Wagram:
francesi, tredici per cento; austriaci, quattordici; alla Moscova:
francesi, trentasette; russi, quarantaquattro; a Bautzen:
francesi, tredici per cento; russi e prussiani, quattordici; a Waterloo: francesi, cinquantasei per cento; alleati, trentuno.
Totaleper Waterloo: quarantuno per cento: centoquarantaquattromila combattenti, sessantamila morti.
Il campo di Waterloo oggi ha la calma che appartiene alla terra, impassibile sostegno dell'uomo, e somiglia a tutte le altre pianure.
Però di notte da quella pianura s'innalza una specie di bruma fantastica; e se qualche viaggiatore, passando di là, osserva, ascolta, medita, come Virgilio nella funesta pianura di Filippi, l'allucinazione della catastrofe l'assale. Il terribile 18 giugno rivive; sparisce la falsa collina-monumento, sfuma quel leone qualunque, e il campo di battaglia riprende la sua realtà: schiere di fanteria ondeggiano nella pianura, galoppi furiosi attraversano l'orizzonte; il sognatore spaventato vede balenar le sciabole, scintillare le baionette, fiammeggiare le bombe, incrociarsi mostruosamente i fulmini; sente, come un rantolo in fondo a una tomba, il vago clamore della fantastica battaglia; quelle ombre, sono i granatieri; quel luccichio, sono i corazzieri; quello scheletro è Napoleone; quell'altro scheletro è Wellington. Tutto questo non esiste più, eppure cozza e combatte ancora; e i burroni si tingono di rosso, e gli alberi fremono, la furia arriva fino al cielo, e nelle tenebre tutte quelle alture selvagge, Mont-Saint- Jean, Hougomont, Frischemont, Papelotte e Plancenoit, appaiono confusamente coronate da un turbine di spettri che si sterminano tra loro.




Pubblicato il Lunedì 11 Dicembre 2006

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