di IGINO DOMANIN
Siamo nell’estate cinquantotto. Siamo nella Versilia post-dannunziana, Pelè ha diciotto anni e ha segnato tre gol alla Svezia : il Brasile ha vinto il suo primo mondiale. Sono nato a Milano, mio padre ha un potere illimitato: somme di denaro ingenti guadagnate con il riciclaggio della rottamazione industriale. Può spendere cifre di soldi nei ristoranti e negli alberghi. Io vado a Forte dei Marmi. In villeggiatura con tutta la famiglia: mia madre, mia sorella più piccola, la cagnetta. Vado in una casa con nove stanze, una piscina, un apparecchio per ascoltare i settantotto giri americani che colleziono. Sto imparando a bere. Scolo Strega & Negroni. Fumo Camel. E’ la Swinging Era negli anni cinquanta dell’Italia centrista. Il paese sta crescendo, sta decollando, sta arrampicandosi sul dorso imbizzarrito dell’Occidente capitalista. Anch’io sento crescere dentro di me una voglia matta, una scarica di adrenalina, voglio sciare a Cortina e dormire all’Hotel Cristallo. Voglio fare il bagno a Capri, e scopare al Quisisana. Voglio un mondo dove tutto è possibile, voglio trovarmi su un Boeing a bere whiskey con Porfirio Rubirosa, King Faruk e Fred Buscaglione.
Li vedo chiaramente mentre giocano a tresette col morto, stanno come tre mummie, come Buster Keaton e Von Stroheim giocano a Bridge in Sunset Boulevard. Io sono lì, loro non mi vedono. Io sono vivo, mentre loro sono morti.… Continua
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