October 22, 2014 at 05:16PM


Amiche, amici: voi sapete chi è don #Inzoli, detto “don Mercedes”? Immagino di no: nonostante sia uno dei casi più gravi di pedofilia in Italia e una delle più eccelse personalità di Comunione Liberazione e della Chiesa italiana, i giornali non ne parlano. Quando ne parlano, bisogna parlarne. Vi chiedo dunque la condivisione di questo articolo del Fatto Quotidiano. Sarebbe opportuno che anche Repubblica e Corriere della Sera decidessero di informare i cittadini. La storia (l’insieme delle storie) sta tra l’aberrante e lo sconcertante. In immagine, l’articolo di , il cui testo copio e incollo qui sotto. Se avete bisogno di un link fuori Facebook per diffondere questa importante notizia, eccolo: http://bit.ly/1yYqXqN.

“Abusi su 40 minori”. L’ex uomo forte di Cl ora rischia la galera
Ansa – Il Fatto Quotidiano
(di Sara Nicoli) Don Inzoli, confessore di Formigoni, è stato già punito da Bergoglio che collaborerà con i Pm di Cremona — Il prete in Mercedes Don Mauro Inzoli, già capo del Banco alimentare di Cl —
L’accusa, atroce, è di aver abusato nel corso di quasi una decina d’anni di 40 bambini e ragazzi affidati all’associazione Fraternità di Crema, che si occupa di minori in difficoltà e di cui era presidente. Ora la Procura di Cremona la rivolge direttamente a don Mauro Inzoli, un tempo uomo forte di Comunione e liberazione, per 15 anni presidente della Fondazione fiore all’occhiello dell’organizzazione di don Giussani, il Banco Alimentare, nonché tra i confessori più fidati di Roberto Formigoni.
Il presule è già stato punito da papa Francesco dopo aver subìto ben due processi da parte del Tribunale Ecclesiastico, ma ora anche la giustizia terrena vuole la sua parte. E così il procuratore di Cremona, Roberto Di Martino, ha prima aperto un fascicolo, quindi ha chiesto notizie alla Santa Sede, attraverso una rogatoria internazionale, per acquisire testi e documenti agli atti dei processi ecclesiastici contro don Inzoli.
La Rogatoria è arrivata in Vaticano nei giorni scorsi, ma già è stato fatto trapelare, attraverso fonti del ministero della Giustizia, che sarà dato seguito, “con ampia disponibilità” alla richiesta della magistratura cremonese; il nuovo corso di trasparenza e denuncia degli abusi inaugurato da Francesco prosegue dunque senza tentennamenti.
D’ALTRA PARTE, lo scandalo di don Inzoli è stato reso pubblico dallo stesso vescovo di Crema, monsignor Oscar Cantoni, con un comunicato stampa e una lettera alle parrocchie della Diocesi, nelle quali si parlava espressamente dei “gravi comportamenti” di cui si era reso responsabile il confessore del governatore, a partire “dall’abuso di minori” accertato da molte testimonianze durante i processi in Vaticano. Una “notizia criminis”, quel comunicato, per la Procura, alla quale, tuttavia, ha deciso di rivolgersi, con un esposto, anche Franco Bordo, deputato di Sel. “Era chiaro – racconta Bordo – che la Chiesa aveva già lavato i panni sporchi in casa e che dunque era necessario sollecitare la giustizia italiana a muoversi per ottenere una condanna per un reato così pesante. Per questo ho deciso di mandare l’esposto, mettendo semplicemente in fila le frasi contenute nei documenti resi pubblici dalla Diocesi di Crema. E la Procura si è mossa”.
Don Inzoli è stato prima sospeso a divinis, poi in appello ha ottenuto un alleggerimento della pena, ma gli è stato vietato dal Vaticano di accedere al territorio di Crema per almeno 5 anni, di dispensare sacramenti e di esercitarli in pubblico e, in ultimo, di “redimersi”. Lo scandalo, a dire il vero, è scoppiato due anni fa, per la precisione il 9 dicembre del 2012, quando il sito della Curia cremasca pubblicò la decisione del Vaticano di ridurre allo stato laicale don Inzoli, provvedimento contro il quale il sacerdote ricorse nel febbraio del 2013. Il 12 giugno scorso, quindi, ecco il decreto, durissimo, della Congregazioneper la Dottrina della Fede (il dicastero guidato dall’allora cardinale Ratzinger prima di diventare Papa) che, su incarico di papa Francesco, lo trasmise a Crema. Un decreto che, appunto, infliggeva la pena perpetua al presule, pur lasciandogli gli abiti talari, vietandogli anche in modo tassativo di svolgere “accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o di altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano, compresi ruoli a scopo educativo. Dopo i divieti, i doveri: “Dovrà intraprendere per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia”.
NON C’È SOLO l’aspetto più crudo e violento dell’abuso sui minori nella vita di don Inzoli. A Milano lo chiamavano “il prete in Mercedes”.
Sigaro in bocca, auto e ristoranti di lusso, frequentazioni politiche di peso, un uomo di potere attraverso la Fondazione Banco alimentare, l’organizzazione del Meeting di Rimini di Cl. Soprattutto tanto vicino a Roberto Formigoni. Ebbene, se il fascicolo romano d’Oltretevere non tiene conto di questi aspetti profani, l’altro fascicolo aperto dalla Procura di Cremona potrebbe ampliare la propria visione anche alla vita privata del presule, certamente vissuta e ostentata in modo ben al di sopra le possibilità di un modesto prete di campagna. Sul fronte economico gli accertamenti sono solo all’inizio.

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October 21, 2014 at 04:37PM

Ierisera non avevo nulla da fare, quindi, nella mia situazione di bel tesorino che se ne sta al caldo dove gli piace tanto, girovagavo tra i canali digitali preferiti alla tv e incappo in una puntata di “Amore criminale”. La trasmissione potrebbe intitolarsi “Femminicidi”. Si narra della storia angosciante che porta all’omicidio di una ragazza madre friulana, aberrantemente messa sotto pressione da un grassone col sembiante palesemente schizoparanoide, un volto del male dei nostri tempi, ma anche di qualunque altro tempo. Le dà continuativamente della troia per sms, telefono, di persona, la minaccia. Lei si accorge di essere incinta al sesto mese. Devo ripetere l’ultima sconcertante proposizione? Nasce una bellissima bambina. Madre e figlia vivono presso i genitori della ragazza. Lei non lavora. In modi sempre più tragicamente intimidatori, l’orrendo individuo dà dimostrazione di essere un assassino annunciato, nonostante la mediazione delle avvocatesse, che si rimpallano la questione dell’affidamento della piccola. Il tizio arriva a filmare una specie di rapimento della bambina, che serra nella sua autovettura, con la famiglia della giovane madre che impazzisce intorno ai cristalli. Tali immagini sono integralmente trasmesse. Arrivano i carabinieri, il comandante intima al futuro omicida di aprire la macchina, tutto si risolve in uno sfiato di pura angustia opprimente. Una sera il tizio, con estrema premeditazione, si reca a casa della famiglia della madre di sua figlia, con tanto di coltello nascosto in una cartellina per documenti. Arrivato, citofona. La giovane madre esce, parla con lui, gli apre il cancello nonostante le farneticazioni. Viene accoltellata e muore. Per comprovare alle autorità l’ulteriore minaccia, ha il cellulare acceso in modalità registratore e, quindi, registra tutto della propria morte. L’audio viene integralmente trasmesso. Arriva la madre della povera ragazza, in studio, davanti alla presentatrice, una scordabile attrice che presenta uno strano sembiante, come se ci avessero lavorato dei maghi dello scalpello e del silicone sigillante. Il tono serissimo, contrito e rigorosamente silente dell’attrice interroga la madre della vittima. Ella racconta di quando con la figlia stavano proprio guardando una trasmissione sul femminicidio e la ragazza ha chiesto: “Non è che è quello che capiterà a me?” e sua mamma dice di no, che è impossibile. Ci si lamenta delle istituzioni, che non sono intervenute quando potevano. La madre della ragazza uccisa viene invitata a leggere “il biglietto affidato alle fate, alle quali tanto credeva” la vittima, e si tratta di un biglietto “affidato al pozzo di San Patrizio”, su cui la ragazza scrisse un pensierino, che voleva starsene serena. Alla bimba è stato detto che la mamma non c’è più, ora è un angelo, è in cielo e la protegge. Il criminale appare in aula, dove viene condannato all’ergastolo in primo grado di giudizio: freddo, autisticamente dispotico, deformato come un elefante marino. Non pronuncia una parola umana nei confronti della ragazza che ha ucciso.
Questa descrizione è il più completo commento che posso restituire davanti alla mia attuale contemporaneità, dall’alluvione di Genova (con tanto di premesse storiche e avvenimenti posteriori) all’atteggiamento della Turchia nei confronti dei curdi che reggono a Kobane contro l’avanzata delle truppe Isis, dall’atteggiamento occidentale nei confronti di Ebola (su ogni piano) all’utilizzo del medesimo frame “femminicidio”.

Tommaso Pincio – Videolezioni d’Autore

Lo scrittore Tommaso Pincio vive in molte temporali che esprimono certe estetiche, certe ossessioni, certe topiche psichiche differenti tra loro. Qui apprezziamo la sua fissità sovietica per una mezz’ora buona, di fronte alla camera fissa di un reperto degli anni Novanta occidentali, cioè l’incredibile consorzio universitario Nettuno. Tutto è in quota Novanta. WordPress non era ancora stato inventato e Pincio ricavava in quel cronospazio una sua ambigua indefettibilità, una sua vena tragica e una lingua comune che avrebbe fatto la letteratura italiana nell’epoca di tutti noi.
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How “The Knick” Became The Most Hypnotic Show On Television

C’è sempre qualcosa da guardare, sempre siamo guardati mentre guardiamo: dall’interno qualcuno o qualcosa guarda che guardiamo. All’esterno, siamo sempre guardati in ogni istante dai Kraftwerk. Ecco il tv show di Sodebergh, con Clive Owen e colonna sonora del genio Cliff Martinez. Ben oltre la narrazione, qui siamo in una bolla, di laudano. Ci si sta, sospesi in ipnosi. Entrateci e galleggiate.
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October 16, 2014 at 07:18PM

In un futile esercizio di attonita fantasmagoria della vicenda umana sul pianeta Terra, vorrei ammonirvi con un imprevisto memento mori. Dovete tutti ricordare il gennaio 1984. Dentro il 1984, anno inconsultamente avvicinato alle fantasie distopiche di George Orwell da parte della totalità giornalistica che nel 1984 viveva il 1984, roteano fantasmatici volti e nomi inconculcabili alle giovani fasce d’età. Così su due piedi, interrogato all’improvviso e senza rete da me stesso, mi viene da ricordare in particolare quel celeberrimo gennaio del 1984. E’ in quel crocicchio della storia che accennano larvali immagini deleterie: il cuoio facciale del fantino sardo Aceto che vinceva tutti i palii di Siena; la bestemmia radiotelevisivaitaliana dell’esuberante Leopoldo Mastelloni; la giovinezza rigogliosa di passioni contenibili perpetrata dal ministro del Tesoro Giovanni Goria; la musicologia sfuggente ma raffinata di Gilbert Montagné.

[SUNDAY BOOKS] Tre ottimi motivi per leggere “Red or Dead” (anche se non amate il calcio)

L’editor della straniera al Saggiatore, Matteo Battarra, intervistato sul suo amico David Peace e su “Red Or Dead”: “Devo confessare che la prima volta che mi è arrivata la bozza via email della stesura di Red Or Dead mi sono un po’ preoccupato vedendo un libro di quasi 700 pagine nello stile ossessivo-ripetitivo di David. Poi ho iniziato a leggerlo e l’ho trovato bellissimo”.

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David Peace: “Red Or Dead”


Chi oggi ha il coraggio intemerato, stilistico tematico politico, che muove David Peace, probabilmente il massimo scrittore vivente della mia fascia di età? Nessuno. Agli albori della produzione poetica e narrativa di questo autore ossessionato e ossessionante, il paragone che effettuavano era con James Ellroy. Si è visto bene che veniva commesso un errore grossolano. Ellroy è interessato a una storia che rimbalza continuamente sul muro di gomma della teologia morale. Peace è interessato alla lingua come segno metafisico e insufficiente di una metafisica priva di morale e teologia. Certo, entrambi partivano dal genere nero e, in un certo modo, sono evoluti all’interno dell'”attrattore strano” che è il nero. I capolavori di entrambi, “Six cold thousands” per Ellroy e “Occupied City” per Peace, stanno all’interno di trilogie molto potenti. Sono momenti a elevata intensità letteraria, all’interno di due tracciati distinti però: il “dostoevskijano” per Ellroy e il “kafkiano” per Peace. In Ellroy non esiste l’interrogazione circa cosa sia la luce che permette il nero, in Peace invece esiste eccome. La preoccupazione di David Peace consiste non a caso nella sensazione di colpa che lo prende per questioni morali, per il fatto di addentrarsi sempre più nel nero, senza dare ovviamente rappresentazione della luce. Qui Peace avverte una sua carenza di risposta morale in quanto egli è esterno alla questione morale. Infatti è immerso totalmente nella questione estetica e nella questione più latamente ontologica. Egli maneggia il tragico, anche se si continua a pensare che lavora sull’epica. Tale misinterpretazione, che ha i crismi di una totalità in sé conclusa, ha puntualmente preso corpo nella ricezione internazionale che ha accompagnato l’uscita di questo capolavoro della nostra contemporaneità, che è “Red or Dead” (il Saggiatore – qui la scheda: http://bit.ly/1vkfflB).
Dico che la misinterpretazione è assoluta, perché in base alla minisnterpretazione vengono tessute le lodi del lavoro artistico di Peace. Sarebbe un neoepico, un epico postmodern. Sono gli epici postmortem a sperare che sia così. Peace li delude a ogni uscita di un suo libro. “Read or Dead” è un libro che non ha nulla a che vedere con l’omerismo e che piuttosto ha a che vedere con il residuo tragico che fu condensato nella variazione commatica del dialogo tra coro e personaggio. C’è differenza sostanziale tra epica e tragedia, in occidente. L’epica inscena un racconto teologico, la tragedia offre una pratica metafisica. Con “Read or Dead” avviene un’impensabile (e, di fatto, prima di Peace impensata) estensione quantitativa di quell’intensità tragica. Quasi 700 pagine che per i due terzi sono estenuanti e complesse ripetizioni del sempreuguale e semprediverso: ecco la prima sfida, tutta quantitativa, della scrittura di Peace. Sembra che l’argomento, il calcio e precisamente il Liverpool FC sotto la gestione dell’allenatore Bill Shankly, sia proprio ciò che i masticatori di postmoderno chiamano “epico”. La traduzione ludica dell’agone guerriero è, in tempi contemporanei, lo sport. Questa è francamente un’analisi ingenua. Il football americano di DeLillo in “End zone” non è epico, così come non lo è il suo baseball in “Underworld” e, a conti fatti, così come non è il tennis in Foster Wallace. Il campionato inglese di Peace è un torneo che prevederebbe un unico trascendimento, tutto interno al gioco, cioè la vittoria finale, che immediatamente diventa superabile: subito, all’istante, appena gustata la gioia, c’è già un’altra partita, un altro torneo. E’ soltanto alla fine di tutte le fini, il che in “Red or Dead” avviene ai due terzi del libro, che si comprende bene qual era il trascendimento reale di quella ripetizione continua, martellante, inumana. Al ritiro di Shankly, improvviso, luttuoso, cosmico e storico, si gusta la morte, si discende agli inferi di un’altra normalità, si cerca vanamente l’eccezione. Ecco: ossessione ed eccezionalità sono i due poli stilistici del romanzo. Qui l’aggettivo indica uno slittamento dell’idea di stile, poiché il target è la psiche; che si tratti di psiche indica l’inutilità di fare appello a distinzioni superflue e false, come quella tra psiche individuale e collettiva: queste sono psicologie, la psiche è una potenza che trascende i numeri e al massimo concede numerologie per essere còlta simbolicamente. Questo accade esattamente nello svolgimento stressante della prosa narrativa di David Peace. Ripetizione ripetizione ripetizione ripetizione – e poi: eccezione – e poi: ripetizione ripetizione – e così via. Si contano tre eccezioni nel testo che continuamente ripete. Una macroeccezione è costituita dal finale, che, come detto, ammonta a un terzo dell’intero libro: dal momento del ritiro di Shankly dalla panchina del Liverpool, dopo trofei entusiasmanti e anni di mediocrità dolorosa, il libro non utilizza più soltanto il registro dell’ossessione, in quanto esprime gli esiti dell’ossessione, lo slacciamento dell’ossessione, la fine dell’ossessione e la sopravvivenza oltre la fine dell’ossessione stessa. Quanto alle tre eccezioni nei primi due terzi del libro si può dire qualcosa. In mezzo alle nebbie cognitive ed emotive create da una ripetizione insostenibile (una partita, la classifica, un’altra partita, i riti di Shankly, la partita in casa, la partita fuori, i riti di Shankly, una partita, l’altra partita, la classifica… E sempre con le stesse formule, le stesse parole, disposte in modo alternativo, ma alla fine sempre uguale, sempre uguale, di anno in anno, sempre, sempre…), ecco che Bill Shankly partecipa a una trasmissione radiofonica, come se non vi avesse mai partecipato, come se non avesse mai rilasciato dichiarazioni ai giornali, come se non avesse avuto una vita oltre quei moduli di azione ripetitivi, che assorbono lo sguardo in un buco nero di fatica e dolore; e in questa trasmissione radiofonica Bill Shankly dice quali sono gli otto brani musicali che vorrebbe su un’isola deserta e improvvisamente noi *sentiamo* una violenza inusitata, che nessuna prosa contemporanea ha mai trasmesso al lettore, mentre poche volte la poesia contemporanea è giunta a questo vertice di intensità: il personaggio aveva una vita!, siamo tutti spostati, non ce lo aspettavamo. “Non ce lo aspettavamo” non è più il frame di nessuna suspense. Non verrà mai più ripetuto questo gesto psicologico ed esistenziale. Così pure l’architrave dell’intero colossale romanzo sta in un “a capo”, per nulla improvviso e tantomeno improvvisato: di colpo dice Peace che tutto ha due facce, “tutte le storie”. Parrebbe una banalità, ma l’andare a capo per enunciare il principo sintetico di tutta la dualità è una mossa potente, inarginabile, che distrugge qualunque resistenza di qualunque sguardo. E la terza eccezione è la storia storica: viene eletta Margaret Thatcher e muta tutto, in un attimo, in due righe di testo. Ciò avviene per via del lavoro monumentale che Peace ha svolto su personaggi eventi ambienti dell’Inghilterra a fine Cinquanta e nei Sessanta e nei Settanta e a inizio Ottanta, con un rigore che mutua qualcosa dall’arte giapponese di stare non del tutto sul pianeta Terra (Peace vive da anni in Giappone, l’osservazione non è casuale). In questo romanzo corale e singolare e onnipotenziale si trova tutto ciò che fece il romanzo storico. Probabilmente molto di più di quanto si era abituati a trovare nel romanzo storico. Anche l’universalismo sortito dal romanzo storico e dal suo impianto allegorico, con “Red or Dead”, compie un salto quantico, che forse soltanto ne “I miserabili” di Hugo veniva effettuato. Peace porta la storia nella poesia. Non è Omero: è Eschilo. Non è Zola: è Celan. L’estensione quantitativa delle ripetizione viene commutata in un salto di qualità. Tutti i salti di qualità, che vengono ripetuti, portano a un salto allo zero, che non è il niente, in quanto è un numero. I personaggi sono annientati, restando – a partire da Shankly, fino all’ultimo degli anonimi ragazzini di Liverpool. I temi sono annullati, rimanendo – scolpiti nel granito eterico della rappresentazione, a partire dal socialismo per finire all’agonismo di qualunque gioco. La prosa è azzerata, venendo praticata.
Potrei scrivere, indurre e dedurre per pagine e pagine e pagine: non sarebbe sufficiente, anche se il valore letterario di David Peace e del suo “Red or Dead” meriterebbero ben più che pagine e pagine e pagine (figurarsi un post…). Non posso dire altro che: provate a leggerlo.
“Red or Dead” credo sia uno dei testi più di oltranza di questo tempo in cui mi trovo a vivere e David Peace è definitivamente l’artista letterario più cruciale della mia generazione.

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