Una foto insieme a Milo De Angelis

Questa è una delle fotografie per me più commoventi che mi siano state scattate negli ultimi anni. Sono alla Triennale, il 23 giugno 2016, e sto parlando con Milo De Angelis, per me il massimo poeta vivente insieme a Yves Bonnefoy. L’immagine è cliccabile, per una versione più ampia.
Sotto la foto, scattata a un evento organizzato da il Saggiatore, alcune poesie dello stesso Milo De Angelis.

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Alcune poesie di Milo De Angelis: Continue reading

Franz Kafka: “Il cacciatore Gracco”

kafka1Due ragazzi sedevano sul muretto del molo e giocavano a dadi. Un uomo leggeva una rivista sui gradini di un monumento all’ombra dell’eroe che brandiva la sciabola. Una ragazza alla fontana riempiva d’acqua il suo mastello. Un fruttivendolo stava accanto alla sua merce guardando verso il lago. In fondo a una bettola, attraverso porte e finestre vuote, si vedevano due uomini con del vino. L’oste sonnecchiava davanti, seduto a un tavolo. Un battello scivolò silenzioso, come se fosse trainato, dentro il piccolo porto. Un uomo vestito di una casacca blu saltò a terra e tirò le funi attraverso gli anelli. Altri due uomini, in giacca scura con bottoni d’argento, portavano dietro al capitano una bara su cui evidentemente giaceva un uomo, sotto un grande telo di seta ornato di fiori e di frange. Sul molo nessuno si curò dei nuovi arrivati, neppure quando posarono la bara per aspettare il capitano, che era ancora affaccendato con le funi, nessuno si avvicinò, nessuno rivolse loro domande, nessuno li osservò più attentamente. Continue reading

Lavorare con la cura esistenziale

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C’è un punto in cui la psicoterapia non funziona né come presidio né come dispositivo di scioglimento: è la cura esistenziale. L’ammanco del sentimento di senso (di ciò che si fa, dell’attività amorosa, di ciò che una volta si diceva: progettualità) è un dato che emerso in modo sconvolgente nell’ultimo decennio e che nulla c’entra con la psiche, è un fattore energetico individuale e collettivo che non ha a che vedere col dato psicopatologico.
Il “funzionamento dell’io” funziona fin troppo bene: chiunque, oggi, in occidente, a qualunque classe sociale appartenga, qualunque opzione esistenziale scelga o sia costretto ad adottare, fa i conti quasi esclusivamente con il funzionamento. E’ un efficientismo che si potrebbe non ravvisare in alcune aree dell’esperienza – che so?, il divertimento, per esempio, o il rapporto col fatto estetico. Davvero? Chi oggi è in grado di maturare senso nel rapporto con un fatto estetico? La passerella di massa sul lago è divertimento e fatto estetico oppure è una tipologia di funzionamento?
L’accumulo di esperienze svuotate di senso, il crollo del senso nella relazione con l’altro, che non ascolta e non vede e non intercetta e non entra in risonanza con te, lascia imperturbati i ricettori interni del senso? Da anni mi occupo di questa piega che ha preso l’esperienza qui, in questa landa che favorì il disfunzionale e oggi implementa il dissociativo – laddove i due aggettivi vanno intesi con significato esistenziale. A chi parli veramente? Chi ti ascolta davvero? Che rapporto hai con la profondità di te stesso o stessa? Sembrerebbero domande oziose, poi uno si rende conto che c’è l’esplosione della mindfulness e della naturopatia, accanto a un utilizzo massivo di psicofarmaci che vengono prescritti per tamponare non una situazione psicopatologica, ma un disagio esistenziale profondissimo.
La sensazione del senso è da restaurare.
Su questa materia sottile, circa la quale mi sono permesso di pubblicare un saggio (“Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza”, edito da il Saggiatore) intendo lavorare direttamente nel prossimo futuro.

Dieci poesie inedite su Iris news

Schermata 2016-06-22 alle 09.35.47A due decenni esatti dall’ultima volta che mi sono sporto pubblicamente con le mie poesie, ho ricominciato a farlo in questi mesi, postando su Facebook e su questo sito alcuni componimenti, che sono organizzati perlopiù in “trittici” o in sezioni minime, che compongono un disegno più generale e organico.
Ora Iris News, rivista internazionale di poesia, mi pubblica on line dieci inediti, dal libro, pure inedito, che ha per titolo di lavoro Generazione. Sono onorato e grato, un poco commosso anche. E’ quasi una silloge, a vedere i testi uno dietro l’altro.
Ringrazio Chiara De Luca di Iris per l’occasione che mi ha dato e, insieme a lei, tutti coloro che in questi mesi mi hanno incoraggiato a postare le poesie, che forse migreranno in carta…

 

“… Il significato degli avvenimenti veri è di essere alfabeto
che permette di leggere l’idea dell’uomo.
L’opera che si mostra può essere indifferente.
In una astrazione di me siamo andati, a altro andiamo
un duro impero su di noi che preme a estinzione
un duro impero su di noi ritratti
a non avere figli madri imperatori da venerare…”

2016: NICHILISMI DEI MIEI COETANEI MESSI IN CROCE SEMPRE

Quando penso ai miei coetanei, che generalmente non stimo affatto, a parte le evidenti eccezioni, di cui spesso tento di diventare amico – quando penso ai miei coetanei, che sempre pensano di essere stati messi in croce dai tempi, ho l’impressione che possano assumere tre tipologie di atteggiamenti rispetto al tempo che tutti viviamo.
La prima modalità è costituita da un insensato entusiasmo per il cambiamento, che si contrae all’accelerazione tecnologica, prescindendo dal mutamento antropologico che la accompagna, e tuttavia nel loro brivido orgasmatico per il nuovo si pongono a dire e fare cazzate, poiché per costoro l’accelerazione tecnologica si rattrappisce nelle uscite sul mercato e nei piccoli annunci sulla colonna destra dei quotidiani on line – si parla di quelli entusiasti dell’e-book, che si comperavano il Kindle quanto il Kobo, poi se ne stancavano, come quando da bimbi si rompevano di giocare con la stessa macchinina, e allora l’incidenza percentuale dell’e-book sul mercato del libro tornava di colpo un dato ininteressante, poiché costoro erano già lì ad attendere Oculus Rift con una VR a bassa definizione e quindi inizialmente deludente, ma loro si esaltano così, gli ci vuole poco, e pensano che i figli faranno il loro corso e li chiamano “millennials” e va benissimo che con lo smartphone ricavano la traduzione della versione da Tito Livio in un nonnulla. Continue reading

Tirata antitaliana

Non si tratta di avercela con l’Italia, di lamentarsi di questo Paese, surreale come una landa impazzita e un tessuto allegramente lacerocontuso da quando sono nato. E’ che in qualche modo il tempo che si vive è la conseguenza logica del tempo che lo ha preceduto. Che lo ha preceduto di quanto, precisamente? La storia delle stanchezze e degli assassinii italiani dura dalla fondazione di Roma fino a noi. Io mi limito a quanto sto vivendo da un quinquennio. Il contesto mi sembra clamorosamente peggiorato, dal punto di vista del funzionamento sociale, della produzione di cultura, dell’elaborazione estetica, della consapevolezza politica. Gli italiani, col loro mainstream, fanno schifo, sembrano popolare una Disneyworld dell’orrore e della stolidità. C’è un legame preciso tra lettura e modalità di conduzione del traffico automobilistico in una grande città: sono le soglie di attenzione crollate, che segnalano una totale indifferenza all’altro, come se l’alterità non esistesse, non dico che non sia amata, perché nemmeno ci si arriva, alla possibilità di amore. L’altro giorno ero a vedere un contest di video artistici alla Triennale, di cui molti erano realizzati da suppostamente giovani autori (sui trent’anni, qui, si è giovani): una marmellata di spottiglia, uno sguardo che l’alienazione di massa nemmeno giustifica, ma sicuramente impulsa. L’alienazione si è installata come norma di vita, come genetica e psichiatria ambulante, in questa nazione, che non è mai stata tale, se non per fascismi diffusi oramai in un preconscio collettivo, e sono costretto a usare questo sostantivo, perché di inconscio non si vede traccia e di conscio è meglio non accennare nemmeno. Il livello biecamente fobico e parafiliaco impera. La sboccatezza dei costumi, la volgarità esondata a livelli neanche di allerta, poiché non si allerta nessuno: se formulo queste impressioni, non è perché io sia un moralista o un vieto reazionario, è soltanto che mi fermo a osservare e ciò che ravvedo è orrendo. Nell’àmbito in cui mi sono formato professionalmente (editoria e operazioni culturali) la situazione non è disastrosa: semplicemente non c’è situazione. Non si vede un film decente o d’autore da anni, chi è in grado di realizzarlo non trova fondi neanche a pregare in sanscrito o piangere in giapponese, poiché i produttori, che sono sempre stati i salumieri dell’esistenza, danno il grano a pochi progetti, tutti appunto mainstream, vomitevoli e inguardabili; se si parla di film d’autore, si tratta di produzioni romane orripilanti, grottesche come la letteratura romana, celebrate dal sistema romano, che è una comunità di trecento persone che si autopremia, si fa le interviste, li vedi ai David tronfi e revanscisti non si sa verso chi sa quale difficoltà o situazione ostativa. La produzione televisiva, un unicum planetario, è scivolata su una china ancora più nauseabonda dei suoi già insostenibili esordi a inizio Ottanta. Non parliamo della letteratura: ero a una presentazione di un’antologia, l’altra sera, parlavano tre scrittori importanti, c’erano dodici (dodici) persone ad ascoltare, si è andati avanti per quasi due ore, come se non si fosse fuori della storia, con tutta evidenza, rispondendo a domande tipo: “E’ meglio scrivere isolati o mischiarsi col fango della vita?”. Non trovi la lingua, la profondità della lingua, in un libro che sia uno, devi andare a cercare disperatamente e rimani deluso quasi sicuramente: ti salvi per il “quasi”. Sono entrato in una libreria Feltrinelli, c’era da spararsi: i tavoli espositivi dei libri hanno raggiunto la metratura di quello di casa mia dove mangio, mentre trionfa e sopra e sotto, una gadgettistica che sembra tratta dall’emulazione fallita di un film di Tim Burton, cioè da un recente film di Tim Burton stesso. Se ti affacci sulla prima scolarizzazione, davanti all’utilizzo delle lavagne luminose, trionfalmente connesse al Web, stai male, perché durante il “tempo pieno”, che è vuotissimo, ai tuoi figli mostrano a ripetizione J-Ax e Baby-K su YouTube e tu non puoi fare niente, e alla fine della seconda elementare i medesimi pargoli non sanno le tabelline, ma hanno già sperimentato il terrore degli Invalsi, dei test in cui, a venire giudicati, sono i docenti, ma ovviamente non vengono giudicati mai. Sali di gradi scolastici e ti danno un tema in terza media, che è all’incirca: descrivi tua mamma. Al liceo li ammazzano di nozioni e carichi di compiti insostenibili anche per San Girolamo quando decide di tradurre la Bibbia nel suo studio perenne, inoculando in loro un’anemotività che li porta a uno strano amimismo facciale, quasi fatto di plastica, perché la pelle è giovane e ricca di collagene e, quindi, pare sintetica, mentre lo sguardo esprime non più di cinque emozioni, come in “Inside/Out”, film che hanno inculcato tramite lavagna luminosa alle elementari. Ovviamente il disagio esistenziale e psichico va alle stelle: siamo al massimo indice di consumo psicofarmacologico, mentre crolla la psicoanalisi e perfino la psicoterapia, ci sono operatori 35enni che a fine seduta ti danno una pacca sulla spalla e un buon consiglio, stile: “Stia tranquillo/a”. In quella direzione, si arriva alla sanità, che, pubblica o privata che sia, manifesta un’incapacità diagnostica mai ravvisata nei quadri decennali precedenti, attese di 24 ore ai pronti soccorsi, con 11 milioni di cittadini che disertano del tutto le cure per incapacità economica o sfiducia. La riforma del lavoro, che è una presa d’atto che il lavoro non c’è più, devasta più che rassicurare ed estende la sensazione di precarietà, mentre concentra la possibilità di reengineering aziendale, facendo svolgere alle persone il doppio o il triplo dei compiti assegnati loro cinque anni fa, grazie a processi di fusione industriale che meriterebbero l’intervento dell’Antitrust. Le persone girano istupidite nelle cuffie che fanno ambient alla vita con gli mp3 o Spotify, facendo scrolling in metropolitana suoi propri touch, abituando il loro gusto ad adeguarsi alle cucchiaiate di merda che questa trista esistenza occidentale riserva alla civiltà sviluppata di massa. Li vedi: stanno male. Non è che tu sia messo meglio, sei massa anche tu e le soglie di attenzione sono crollate anche per te, fai fatica a stare per un’ora su quattro pagine di Marx la sera, inoltre poi con chi parli di Marx? Le relazioni amicali hanno raggiunto un culmine, credo non superabile, di volatilità e incoerenza, non si discutono gli affetti, che ci sono, ma la gestione degli stessi, che è inesistente e funziona a singhiozzo. L’impresa dotata di senso è andare a emozionarsi in montagna con le ciaspole fuoripista. La borghesia è crollata nel lumpen, attirando il lumpen a sé: il lumpen si crede un poco borghese, a meno che non si tratti dei tarri che vivono tipo alle Vele e si sentono in una fiction, che, a questo punto del 2016, sarà invariabilmente “Gomorra”. Il giornalismo è collassato: non so se vi rendete conto delle cazzate che ogni giorno propinano via Web, per non dire delle inutilità, che nessuno legge, elaborate senza tanti sofismi su carta. La lingua comune è martellata della parola “sogno” da più di vent’anni, da Berlusconi a Renzi, da Gualtiero Marchesi a Bottura. Non esiste una spinta di cristallino idealismo, se non a cercarla con il lanternino, come faceva Diogene, detto Il Cane, e così io mi sento: un cane. Sporgo la lingua dalle fauci, quella si secca, sono tachicardico come tutti i canidi, scodinzolo al padrone, cerco la pappa, se mi date il Ciappi io vi ringrazio, faccio pure il gesto di sputare nella ciotola e poi cerco di dormire, per spegnere la coscienza di questo luogo in cui sono nato e cresciuto e morirò, ché a 46 anni sono troppo bolso, grasso polinsaturo e stanco per andare via, migrare ma non a Londra come tutti, lontano, a Tonga, in Sri Lanka, dove forse mi abituerei a una sana e realistica povertà, trovando il ritmo per meditare e comprendere che io sono pura coscienza e tutto questo che sto vivendo è una televisione più cattiva di quella che fecero Smaila e la Bonaccorti. Poi si spaventano degli algoritmi: ma ben venga Siri, ben venga Cortana, perlomeno sono educate! Prima avevano paura che i negri gli rubassero il lavoro e le tipe, ora stanno per avere paura che il lavoro e le tipe gliele rubino i robot, sono già preoccupati per le vendite dei sex toys che qualunque adolescente acquista on line, cancellando la cronologia.
Lo so, sembra tutto un po’ 5Stelle, ma i 5Stelle mi fanno schifo, mentre la mia bile no, mi hanno anche operato per i calcoli biliari, ora non ho più il sacchettino in cui stiparli, sarà il caso di schizzarne un po’ fuori, per non tenermela dentro – e comunque questo disgusto e questa rabbia e questa richiesta frustrata di amore ci sono, è inutile denegare ciò che c’è, ci lavoro sopra. Mi si scusi il disturbo.

Geoffrey Hill, da “I frutteti di Sion”

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L’altura, tra una foschia traboccante di calura, grigio cenere,
in poche ore si muta in grafite, corallo,
il colore raro della sabbia libica o lo spettro a bande.
Greggi distanti si fondono alla luce incerta della pietra calcarea.
La luna piena, ora, arretra con incedere scevro di sollecitudine,
disegna la nera estremità del contorno, fa scivolare in giù
una sottile lucentezza di sbieco allo sfasciume inzuppato e scavato.
Il timore non è pace, non uno dei doveri
sacri nella mediazione. La memoria
trova sostanza in se stessa. Qualunque cosa si sia riportato,
l’uno per l’altro, mascheratura e smascheratura,
lavorati e oscuramente penetrati
da ogni peculiare cambio di chiarezza,
di serena testimonianza, né mia né vostra,
chiederò all’ispida centaurea di tradurlo.
Salvati dall’immersione, sonno, dimenticanza,
il salice tinto e la cenere dalla fragile trama,
un fascio di felci non calpestato, una quercia dal corno scorticato,
gli argenti ondeggianti nel fiume scurito.
Più tardi di nuovo, ben più in alto sull’altura,
una lampada solitaria, notturna lampa,
il fuoco della notte che focalizzava, vide LEOPARDI,
se stesso come uno straniero, di ritorno tardi, una volta,
da qualche dimenticata festa di villaggio.

***

The fell, through brimming heat-haze, ashen grey,
in a few hours changes to graphite, coral, Continue reading

L’appello della cultura per il voto a Beppe Sala

Ovviamente, ho firmato anche io, nella mia umile veste di scrittore…

Carlo Boccadoro, Antonio Bocola, Lidia Bramani, Ferdinando Bruni, Guido Canziani, Lella Costa, Elio De Capitani, Luca De Gennaro, Sergio Ferrentino, Eugenio Finardi, Emilio Isgrò, Giuseppina Manin, Ena Marchi, Marco Missiroli, Maurizio Porro, Massimo Recalcati, Gabriele Salvatores, Marina Spada, Paolo Spinicci, Fabio Vacchii, Nicla Vassallo… sono solo alcune delle oltre cento firme di operatori della cultura e dello spettacolo e della scienza già arrivate all’appello che la Milano della cultura e della conoscenza rivolge a sostegno di Beppe Sala.
Per aderire: appellosala@gmail.com
Grazie a tutti!

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Concepting del nuovo libro a cui lavoro

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Appunti in corso sul nuovo libro. Agglutinare e strutturare. Secondarietà della lingua di superficie. Non forma. Transitorietà del meme. Abolizione del mito centrale. Nuvola e vaporizzazione, dove è acclusa la corporeità, la cosalità, la toccabilità. Scelta tra orrore e momento aureo. Esposizione dell’io come antilirica. Rinuncia al modulo epico e adozione di un modulo collettivo diffuso. Orizzontalità attraverso verticalità multiple: picchi isolati, che sembrano lirici e paiono perturbanti, ma sono soltanto momenti di intensità. Continue reading

Una poesia: “LETTERA LUNGA ALL’AMICO DOLCISSIMO”

LETTERA LUNGA ALL’AMICO DOLCISSIMO

Mi trovavo oltre il trono dell’errore
e maledicevo il mio spirito di brama e aura neghittoso e stolto
dai turbini maledetto, stato male, respirando a pena
l’aura nera dei corpi secondi.
Stato astrale che è città di dio non in terra ché la terra
angusto raguno è grata alle perdizioni e arrestammo il passo
io e te, in co di un alto baratro tornando
verso Castelpetroso rimembrando l’ossa e le possanze
di un dolore comune e umano: non sentire
che si sente è perversione delle genti
che partoriamo dentro e le ripartoriamo
e in quello infinito parto è priva di luce
la membrana umana che muterebbe a fiore
di terra innaffiando i figli
le seminagioni tutte:
non dare alla luce è comandamento e danno e
sermone insonoro tra strato e strato
di sé e in ultrasuono un pianto
di strabambini, tanti, una genìa, una sera
come questa, tra Santa Justa e San Matteo
rimembrando, andando, di membrana in membrana a porre mano
ai muri interni, fino alla fontana che è fraterna
al centro del turbinare, tuo, mio, di terapia
in terapia e desideravo oltre spingere
te, l’amico dolce, oltre l’epidermide, fino ai figli
di te non nati e alle tue future fioriture e dissi:
“A Bosco Popolo vedo sorgere un sole amaro
di dì di solitudine che si chiude in sé, castrum, chiostro.
Amico, fa’, dicono gli anni
miei trascorsi in un dolore aspro e nel respiro poco
di meridiano in meridiano la vita mi è andata sfuggita:
non fare questo tu che sei la rinascenza
nido nativo e sangue sparso
e pietra dura e monumento muto
porta serrata contro il dolore dentro, che è duro,
e non io so dirti di ascoltare, come fare”
tendendo le braccia a lui, inanimato, morto nel sogno
cattivo del mese di maggio che porta piogge
grosse dove sei nato e sassi grossi
e la natura scabra, tutta friulana,
di un’esperienza pregressa che ebbi in Slovenia bistrattando e me e Mario
né la vita esponemmo al mare infido
ma a acque nitide e dolci e gelide e di fortuna
dove stare senza la servitù spiacente e dura
fondando nuovo un regno
di terapia e lieve seta e marca vera
vera di te che sei la rinascenza, amico.

“Alfredino Rampi”, 35 anni dopo

Il 10 giugno, nel canone privato, che sta vaporizzando come tutti i canoni e le memorie, è l’inizio del mio centro di gravità impermanente, che è stato Alfredino Rampi. A lui è dedicata la convoluzione testuale che ho intitolato “Dies Irae”. Lui è stato rinnovato nell’ultima delle immagini sostenibili per me, quella del volto disfatto dalle torture di Stefano Cucchi, nell’evoluzione testuale che ho titolato “Fine Impero”. In quel poemetto impazzito che è “Etere Divino”, Alfredino è arrivato a essere il Babau, il Bambino che è la fine di tutti i bambini (al video qui sopra, la mia lettura del breve brano). E oggi, mentre vanamente penso al movimento testuale a cui non riesco a lavorare, è ancora Alfredino il centro: che sparisce. Ovvero: mi trovo per la prima volta nella mia vita orfano di lui, della maglietta a righe che è l’immagine postuma scattata prima. Continue reading

Dal libro atro che si va facendo: “Tecnica cerebellare”

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Nelle ore alternative ai riti funebri che svolgiamo distruggendo uno per uno i ricordi di cui disponiamo, la cui tecnica di disgregazione non ricordiamo già più se ci è stata inculcata dai precettori del collegio al colle Tenda o è stata scovata per ventura da qualche birba delle nostre, la quale non si è fatta problema di inzigare il camerata più prossimo e di carattere floscio a praticarla per gioco, così da attirare via via i temperamenti più aggressivi e mimetici a un ludo e una mania, un uzzolo, un ticchio, con il sembiante di un’innocenzuola e invece salutare, di un salutismo da ventennio, costituendo tutt’assieme una gilda votata incrollabilmente alla meta e all’ambizione della smemoratezza: si fa così: Continue reading

I Camillas – L’armata (feat Giuseppe Genna)

Facciamo coming out: sono una popstar indie, nel senso della casta paria indiana. La mia voce da orrore della segreteria telefonica anni Ottanta compare, in un mixaggio ambiguo e sacrilego nei confronti di Padre Pio e dell’Hip Hop, in uno strepitoso brano de I Camillas, la band indipendente più letteraria innovativa e hardcore da Pesaro ad Alpha Centauri. Il brano “L’armata” è un climax di suono e intensità, a cui fa da sfondo il mio gorgoglio da Farinelli dei poveri. A un certo punto, mi metto a raccontare perfino dei miei incontri con Battiato e Alice, addirittura della morte di Arnold che, come sapete, sembra morto l’altro giorno, ma è deceduto negli anni Zero, ma era scomparso anche prima. Come posso ringraziare i Camillas? Essi sono autori di un libro esorcistico, pubblicato dal Saggiatore, “La rivolta dello zuccherificio. Essi mi hanno immortalato nella periferia dello spettro sonoro al centro di un loro capolavoro. Ascoltate e giudicate da voi stessi: ma assolvete me.

Il trapasso social

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Non comprendo bene se si tratta di un periodo di distrazione sana e imposta da reale tridimensionale, ma ho l’impressione di un afflosciamento abbastanza repentino delle attività di comunicazione su Facebook. L’arretramento di Twitter è misurato e conclamato dalla stampa mondiale. Mi viene detto che l’emersione mediatica di Snapchat è già in asincrono con quanto stanno scegliendo gli adolescenti (come Musically). Su Facebook scruto stanchezze lessicale, abbreviarsi dei post, minore urlìo intorno ai temi del giorno e dell’ora, rattrappimento della rappresentazione enogastronomica e felina, azzeramento o quasi di note e contenuti seri, affievolirsi delle promozioni. Magari si tratta di un’impressione del tutto personale. Tuttavia, se fosse vero, ci sarebbe da microriflettere circa la velocità del passaggio al 3.0, cioè all’evoluzione del device e, conseguentemente, ai nuovi software per device diversi (Hololens e caschi VR sono esempi di evoluzione dei device). Continue reading

Le vecchiette al voto amministrativo 2016 questa mattina

Con quale stanchezza, con quale renitenza al niente, con quale dolcezza severa e inattingibile ho visto oggi recarsi al voto le donne anziane, i capelli radi e gli strani spolverini celesti colore tendaggio, oggi, nella calma catastrofica di un giorno pressato tra ore di temporali e di monsoni, sospesa, i capelli radi tinti di biondo granaglia, di fienili visti con gli occhi delle madri e delle levatrici un tempo, nei loro passi sfrigolare le vene partigiane di un sangue rinnovato e latore di senso e di tempo in avanti, la prospicienza di un tempo con il senso che le borsette lucide e screpolate delle anziane dondolavano cullando un tempo antico, che è oggi, quando i passi malcerti in via Salasco, Continue reading

“Bambini di ferro” di Viola Di Grado

bambini-di-ferroAvverto ormai una tale debolezza e una così pallida infiorescenza nella percezione generalizzata dei testi, e di riflesso, da quanto vedo, nella produzione stessa dei testi e non solo in lingua italiana, che mi azzardo sempre più raramente a parlarne, a indicare: mi sembra che la testualità abbia assunto i caratteri di un lavoro sempre più intimo e sempre più profetico, se profeta è colui o colei che urla vanamente nel deserto. Mi accartoccio pensando i testi miei, ravvedendo problemi mai sperimentati prima da me, quanto a mimesi e lavoro attorno a un mito centrale, al simbolico, che in questo passaggio mi pare sfumato, non esserci più. Però sono felicemente costretto a dire dei “Bambini di ferro” di Viola Di Grado (La nave di Teseo, euro 18), che sto leggendo. Continue reading

Dal libro cupo e sordo che si sta facendo: Le soffitte

f996fb3a184f8e3219136b3b61e82210Seguendo la via regia dei balocchi, una volta, sotto la volta fresca dei soggiorni ai pianterreni, noi si conosceva che babbo e madre erano velami della mirabile visione, facevano velo e paratia, interdicevano, all’esistenza di soffitte o scansìe occulte, serrate dalle serrature incancrenite, cerniere secolari, cardini incrostati dall’antiquaria rugginosa sostanza di età in cui noi bimbi non eravamo, se non girini dell’immaginaria possibilità che l’universo medita di fare e che, si sa, andrebbe di lì a poi a concretarsi nel sego e nell’ossa di questi nostri corpicini nudi, adusi alla coccola e alla carezza, con i dentini a doppia schiera che vengono a galla nelle polpe gengivali e di lì danno sfogo alla voracità dei così detti piranha che ci siamo trovati a essere senza rammemorarlo nel mentre che l’eravamo, salvo poi pigolare i pianti come i coccodrilli, tutti a seguitare in pianti su pianti adulti poi circa le marmellate d’un tempo che fu e fu fumo, a cincischiare lacrime sui bui color melena, l’odorame di polveri antiratti e di ciprie, il vischio in mezzo alle gambe di cuginette e cuginetti, e l’innocenza tutta che i piranha si inventano di avere fatto a ruolo sui palcoscenici del mondo vano e tondo. Continue reading

“Pietra abbondante”: una poesia

PIETRA ABBONDANTE

per A.

Dove la fronte carica di sdegno scivola la notte solitario il corpo dell’amico trono scivola
e il volto e gli atti suoi compone e finge
fa dritte le parole e di gioia la fronte adorna e veste
di fraseologia la vita sporca di vesti e di metalli e allatta
un mondo che era bambino di era in era e di ora in ora sole e luna
fanno lattea la luce e metallica la prole
del secolo umano.
Qui sono io. Sono io forma e ventura
è l’ora che segue l’andare da me a te radiosamente a l’altro
dì di giudizio, dio o nomade o contrariamente
tempre e rudità antiche, amico: teatro sannitico del quinto secolo
appare tra, fumi, meraviglia, una nebula umida piovendo
gocce e, diaccio, un uomo nero osserva i nostri corpi
verticali e fraterni, verticali o fraterni
a distanza di metri roteando a caso spinti da meraviglia fino ai sedili antichi
e ai bronzi di un’età anteriore e non amata
dove tu stavi a leggere e crescere solitamente in a solo
un uomo oscuro empio i suoi lacci stringe e coopera
all’odio dell’universo ponto
di universi ovunque è sì in centro questo
empio che mugge e mangia aria e luce e ghiaccia
senza volto, con mani oscure e noi lo abbiamo visto
e continuiamo a amarlo rientrando a te, alla madre dolce.

Lavorare alla cura esistenziale

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Si va verso la cura esistenziale.

E’ un periodo in cui mi riesce poco di essere oggettivo e, quindi, mi pare sia il caso di astenersi da affermazioni apodittiche, da visioni che non siano mirate a oggetti concreti o particolari. Però mi permetto un’osservazione, che concerne una sensazione intorno a ciò che è un generalmente, sia pure relativo alla mia singolarità. Da mesi mi capita che moltissime persone mi manifestino due generi di disagio: microscopicamente fisico e sintomatico di uno smarrimento circa il senso dell’esperienza attuale. Cerco di spiegarmi brevemente. Continue reading