February 01, 2015 at 06:28PM


E’ in libreria l’ultimo (iper)romanzo di Vittorio Giacopini, “La Mappa” (il Saggiatore, € 18). Di cosa si tratta? Anzitutto del “Mason & Dixon” italiano. Direi che, per chi legge con attenzione ai generi e alle poetiche, il romanzo storico, nostrano o meno che sia, si ferma qui, come si è fermato molte volte in stazioni obbligate (si pensi a “Europe Central” di Vollmann, oltre allo stesso Pynchon) e prima di corroborare una volta in più le sorti e le faglie della grande letteratura. Immenso Campoformio di uno scrittore autentico, tra i più profondi e stilisticamente avvertiti e spericolati in Italia, Giacopini affonda un colpo che si attendeva e non vedeva l’ora di di verificare su pagina chi ne ha seguito di titolo in titolo la maturazione linguistica e quella conoscitiva, ai limiti del sapienziale e ben dentro un sarcasmo tragico che è immancabilmente una delle cifre della sua scrittura. L’autore sta qui disegnando una mappa che ha in un’Italia delocalizzata (l’uomo della Corsica…) il suo centro e la sua eccentricità, per coinvolgere in una visione dall’alto l’intero Continente che appare già Vecchio, percorso in lungo e in largo dagli spettri della storia e della poesia, dai bardi e dai rivoluzionari, dai rivoltosi e dai criminali, dagli uomini di buona noluntà e cattiva sorte. E’ l’infarto dell’idea e della scienza, che si arrovella sulla prassi per controllarla, all’ombra dell’Impero, questa mappa spirituale che l’umano cerca di fare aderire al territorio e al territorio dei territori: cioè se stesso. La storia si accartoccia come una pergamena su cui è stato steso un fallimento leggendario, un’impresa in cui si piangono le ossa e il sangue in infiniti lutti, senza che l’occhio al centro di questo ciclone spirituale riesca a vedere quello che ambisce a raccontare: il tutto, e cioè ancora una volta se stesso.
Fornirò segnalazioni e lumi su questo splendido romanzo, estremo addio a certo modo di fare il romanzo, ulteriore premessa per un lavoro titanico di autosuperamento, il che costituisce il movimento a cui l’autore de “La Mappa” ha abituato i suoi lettori – i quali, e ci tengo a dirlo, non sono propriamente pochi.
Così ne scrive Andrea Morstabilini nel testo di aletta: Monti, laghi, colline, forre, fortilizi e contrafforti, borghi, strade, slarghi: vedere tutto, come se si fosse per aria, e tutto rappresentare in una mappa, con dettagli minuti, badando a distanze, rilievi, proporzioni: squadrare il mondo, illuminarlo, dargli ordine. È questo l’obiettivo di Serge Victor, ingegnere-cartografo al seguito di Napoleone durante la Campagna d’Italia. Figlio esemplare dei Lumi, nemico di fole balzane e superstizioni, adepto dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, – alle cui parole si aggrappa con una devozione non lontana dal fideismo che la Rivoluzione si era incaricata di smantellare –, Serge Victor riceve l’ordine dal Generale in persona di riprodurre i corsi e i ricorsi della campagna, di fermare su carta e nel tempo i nuovi confini d’Italia, che il demiurgo Napoleone, N., l’Imperatore, va ridisegnando e riplasmando, sempre più a suo piacimento. Così, mentre il còrso conquista la penisola e, non pago, invade l’Egitto, Serge lavora alla sua magnum opus, in compagnia di uno scalcinato poeta tutto sdegno e fervore e dell’ammaliatrice Zoraide, la sua Maga, che della ragione rappresenta il doppio, il sonno, e prefigura l’assedio portato ai Lumi dalle sotterranee pulsioni che, nella Storia come nell’animo dell’uomo, non conoscono sopore. Da questo assedio – più cruento di ogni battaglia scatenata da Napoleone, più spietato di ogni rivoluzione –, l’Illuminismo uscirà pesto e zoppicante, come Serge stesso, che nell’erebo ghiacciato di Russia dovrà dire addio alla giovinezza e alla forza, ma soprattutto alla fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. A capitolare non è però solo un uomo o un’epoca, ma un intero genere letterario, il romanzo storico: perché La Mappa, di là dallo sfarzo di una prosa immaginifica e di una struttura narrativa monumentale, lascia presagire un’aria di disfacimento, e sancisce l’irriducibilità del reale nella forma romanzo, e l’arbitrarietà di ogni pretesa del contrario.

da Facebook http://on.fb.me/1z0j131

February 01, 2015 at 05:17PM

Mentre si moltiplicano gli studi sulla coscienza e sul funzionamento della psiche fisica, cioè della concrezione cerebrale, sono il fatto coscienziale e la vita psichica ad arretrare in uno stato di implicitudine che meraviglia perturbando, come accade in ogni tragedia, cioè come in ogni vicenda in cui vada a iscriversi il fenomeno umano. Lasciando inalterato lo statuto conoscitivo dell’atto di coscienza e concentrandosi sulle sue modalità manifeste, le scienze contemporanee dequalificano infatti l’importanza di un elemento fondamentale con cui l’umano smette di sopravvivere e incomincia a vivere: si tratta del disagio. Il disagio, psichico esistenziale o in qualunque modo sintomatico, chiama a uno spostamento chi lo avverte. La fuga antalgica e la ricerca della requie evidenziano la natura propria e semplicissima dello stato umano – che sta dove sta, cerca lo stare in quanto stare bene. Per quanto appaia un’osservazione banale e priva di enfasi, l’esito dello spostamento impulsato dalla percezione dolorosa mostra che la vis medicatrix è ovunque e sempre a disposizione dell’individuo. Così il sonno: la quiete manifesta lo stato medicamentoso, il benessere dello stato naturale conferma l’umano nello stato angelico.
La coscienza è l’invisibile evidente e l’umano è un innesto: o attecchisce o no. La sua mente è piena di stelle cadenti, ma non interessano all’uomo i fenomeni celesti: interessa il cielo. Potente sonnambulo, girovaga nonostante il sogno gli si sia dileguato. All’infinito occorre l’inesaurabile e all’umano occorrono la stanchezza e il disagio, questi maestri che educano la psiche a misurarsi con l’angustia in cui sopravvive, contenta tra gli stenti.
Se si potesse condurre una retrospettiva letteraria del fatto di coscienza, l’analogia, facoltà regina del linguaggio e dunque della mente umana, produrrebbe un’indefinitezza di metafore di questo tipo. La poesia, tuttavia, non viene considerata rigorosa in occidente da più di un millennio, nonostante i continui richiami che i grandi psichiatri novecenteschi hanno effettuato, per approfittare di quella sempre rinnovata vis medicatrix che, per le psicologie moderne, sta tutta a disposizione del paziente. Che il paziente sia il paziente o il terapeuta non importa per una scienza degli stati interiori, che non hanno bisogno di essere dimostrati o legiferati. E’ da questa scala interiore che si parte, verso qualunque direzione. Questa scala è la possibilità della terapia. Quando avviene il momento semplice e supremo della cura, siamo servi inutili: abbiamo fatto quanto dovevamo fare.

February 01, 2015 at 03:37PM

Il linguaggio, per come lo abbiamo conosciuto noi umani di questo tempo, sta per finire. Il suono esterno, fonico, è un suono anzitutto interiore e adesso è giunto al punto di riassorbire la fonica nell’interiorità. La parola telepatica (è ora di parlarne, se ne parlano perfino i riduzionisti e i positivisti: (http://bit.ly/1zIIeGi) non è una parola per come l’abbiamo conosciuta noi e per chi, prima di noi, ha parlato, ha scritto. Ne derivi un sentimento di lutto per tutti coloro che, alla parola interiore, non sono mai giunti. Bisognerà ragionare per qualificazioni di stati, per segmenti, per discipline energetiche, esattamente come hanno fatto gli scrittori grandi del passato, da Eschilo a Dante a Shakespeare a Hugo a Kafka. L’immagine si sta riassorbendo, l’esplosione degli schermi, di cui siamo testimoni da anni, è soltanto una premessa preindustriale, tutta steam: gli umani si muovono ancora bruciando carbone. Ciò significa che lo stato onirico sta erodendo quello fisico, grossolano, tridimensionale a vantaggio prima di una vaporizzazione e poi della fuoriuscita nella sostanza sottile in cui i corpi di gloria si muovono tra universi di sogno multipli e ancor più leggeri e transeunti di questo, dove ci immaginiamo saldamente iscritti per via ossea e carnale. L’eros sta per finire, perlomeno nella forma esperimentata e compulsivamente manducata dalle mandibole dell’umanità in stato selvatico, di cui abbiamo fatto parte sentendo che eravamo i più nuovi. Quest’estrema desolidificazione è un’illusione più insidiosa e venefica di quella canonica, a cui si era abituati. Sta arrivando l’ora della lezione di storia. Chi oggi pensi le sociologie, con tutti i loro derivati, ovverosia le culture e le dialettiche, appare oggi un tapino schiacciato dal peso del fumetto in cui viene disgraziatamente pubblicata la sua sagoma un po’ comica e un po’ patetica. I consumi sono consumati, così come la forma lavoro o la forma tempo. Il senso del sé è un retaggio umanistico che dovrà essere soppiantato, nelle valutazioni della psiche di massa e individuale: esso era infatti un sentimento dell’io, non si trattava assolutamente del senso di se stesso, che è il se stesso e che non può sfumare mai, non può assentarsi mai. L’inframezzo attuale, in cui l’umanità occidentale pastura le sue effimere ore dilatate e compresse, è un limbo cadaverico in cui a estinguersi sono mitologie e certezze consolidate, illusioni assai cupe con cui si è creduto di fare la storia, quando si creava l’aneddotica. L’atto di azzeramento, privo di preoccupazioni e di gioie repentine e di stanchezze e sofferenze, è attivo anche in questo estremo oltraggio che il principio di realtà commina alla specie bipede e ridente: la caverna è ben più profonda di quello che pensavano gli esegeti platonici. Platone fu plotone per un’antichità che non comprendeva il nesso tra l’annuire e l’allibire, che il povero filosofo greco tentava di analogizzare coi suoi dialoghi metafisici mai dedicati direttamente alla metafisica. Quando la telepatia apparirà manifesta e tetragona, quando l’insulto dei più nuovi rovescerà la vicenda di noi antichi, quando i frammenti di pergamena sbriciolata si perderanno nei turbini dell’aria in nuove e più drammatiche atmosfere, l’amicizia sarà altra cosa dal legame appiccicoso con cui si pensa di emozionarsi in attesa della morte, la quale non esiste ma esiste: si ricordi che esiste. Alla luce del riassorbimento nel sottile che incombe a partire da un tempo a venire, il quale ha già penetrato il tempo presente, che gli umani continuino ad anaffezionarsi tra di loro per tramite di tutti i loro giochini (il romanzo della televisione, il romanzo della connessione, il romanzo del cinema, il romanzo del romanzo…) è uno spettacolo che viene e prima e dopo lo spettacolo: per questo è un varietà trito e ritrito. Fortunatamente il genio sta finendo: non gli si darà più quel peso angustiante anzitutto per chi lo interpreta, cioè lo incarna.
La parola “parola” finisce. Fate festa.

Scientists Prove That Telepathic Communication Is Within Reach

Il linguaggio, per come lo abbiamo conosciuto noi umani di questo tempo, sta per finire. Il suono esterno, fonico, è un suono anzitutto interiore e adesso è giunto al punto di riassorbire la fonica nell’interiorità. La parola telepatica (è ora di parlarne, se ne parlano perfino i riduzionisti e i positivisti: (http://bit.ly/1zIIeGi) non è una parola per come l’abbiamo conosciuta noi e per chi, prima di noi, ha parlato, ha scritto. Ne derivi un sentimento di lutto per tutti coloro che, alla parola interiore, non sono mai giunti. Bisognerà ragionare per qualificazioni di stati, per segmenti, per discipline energetiche, esattamente come hanno fatto gli scrittori grandi del passato, da Eschilo a Dante a Shakespeare a Hugo a Kafka. L’immagine si sta riassorbendo, l’esplosione degli schermi, di cui siamo testimoni da anni, è soltanto una premessa preindustriale, tutta steam: gli umani si muovono ancora bruciando carbone. Ciò significa che lo stato onirico sta erodendo quello fisico, grossolano, tridimensionale a vantaggio prima di una vaporizzazione e poi della fuoriuscita nella sostanza sottile in cui i corpi di gloria si muovono tra universi di sogno multipli e ancor più leggeri e transeunti di questo, dove ci immaginiamo saldamente iscritti per via ossea e carnale. L’eros sta per finire, perlomeno nella forma esperimentata e compulsivamente manducata dalle mandibole dell’umanità in stato selvatico, di cui abbiamo fatto parte sentendo che eravamo i più nuovi. Quest’estrema desolidificazione è un’illusione più insidiosa e venefica di quella canonica, a cui si era abituati. Sta arrivando l’ora della lezione di storia. Chi oggi pensi le sociologie, con tutti i loro derivati, ovverosia le culture e le dialettiche, appare oggi un tapino schiacciato dal peso del fumetto in cui viene disgraziatamente pubblicata la sua sagoma un po’ comica e un po’ patetica. I consumi sono consumati, così come la forma lavoro o la forma tempo. Il senso del sé è un retaggio umanistico che dovrà essere soppiantato, nelle valutazioni della psiche di massa e individuale: esso era infatti un sentimento dell’io, non si trattava assolutamente del senso di se stesso, che è il se stesso e che non può sfumare mai, non può assentarsi mai. L’inframezzo attuale, in cui l’umanità occidentale pastura le sue effimere ore dilatate e compresse, è un limbo cadaverico in cui a estinguersi sono mitologie e certezze consolidate, illusioni assai cupe con cui si è creduto di fare la storia, quando si creava l’aneddotica. L’atto di azzeramento, privo di preoccupazioni e di gioie repentine e di stanchezze e sofferenze, è attivo anche in questo estremo oltraggio che il principio di realtà commina alla specie bipede e ridente: la caverna è ben più profonda di quello che pensavano gli esegeti platonici. Platone fu plotone per un’antichità che non comprendeva il nesso tra l’annuire e l’allibire, che il povero filosofo greco tentava di analogizzare coi suoi dialoghi metafisici mai dedicati direttamente alla metafisica. Quando la telepatia apparirà manifesta e tetragona, quando l’insulto dei più nuovi rovescerà la vicenda di noi antichi, quando i frammenti di pergamena sbriciolata si perderanno nei turbini dell’aria in nuove e più drammatiche atmosfere, l’amicizia sarà altra cosa dal legame appiccicoso con cui si pensa di emozionarsi in attesa della morte, la quale non esiste ma esiste: si ricordi che esiste. Alla luce del riassorbimento nel sottile che incombe a partire da un tempo a venire, il quale ha già penetrato il tempo presente, che gli umani continuino ad anaffezionarsi tra di loro per tramite di tutti i loro giochini (il romanzo della televisione, il romanzo della connessione, il romanzo del cinema, il romanzo del romanzo…) è uno spettacolo che viene e prima e dopo lo spettacolo: per questo è un varietà trito e ritrito. Fortunatamente il genio sta finendo: non gli si darà più quel peso angustiante anzitutto per chi lo interpreta, cioè lo incarna.
La parola “parola” finisce. Fate festa.
from Facebook http://bit.ly/1zIIeGi

January 31, 2015 at 09:09PM

Il linguaggio, per come lo abbiamo conosciuto noi umani di questo tempo, sta per finire. Il suono esterno, fonico, è un suono anzitutto interiore e adesso è giunto al punto di riassorbire la fonica nell’interiorità. La parola telepatica (è ora di parlarne, se ne parlano perfino i riduzionisti e i positivisti: (http://bit.ly/1zIIeGi) non è una parola per come l’abbiamo conosciuta noi e per chi, prima di noi, ha parlato, ha scritto. Ne derivi un sentimento di lutto per tutti coloro che, alla parola interiore, non sono mai giunti. Bisognerà ragionare per qualificazioni di stati, per segmenti, per discipline energetiche, esattamente come hanno fatto gli scrittori grandi del passato, da Eschilo a Dante a Shakespeare a Hugo a Kafka. L’immagine si sta riassorbendo, l’esplosione degli schermi, di cui siamo testimoni da anni, è soltanto una premessa preindustriale, tutta steam: gli umani si muovono ancora bruciando carbone. Ciò significa che lo stato onirico sta erodendo quello fisico, grossolano, tridimensionale a vantaggio prima di una vaporizzazione e poi della fuoriuscita nella sostanza sottile in cui i corpi di gloria si muovono tra universi di sogno multipli e ancor più leggeri e transeunti di questo, dove ci immaginiamo saldamente iscritti per via ossea e carnale. L’eros sta per finire, perlomeno nella forma esperimentata e compulsivamente manducata dalle mandibole dell’umanità in stato selvatico, di cui abbiamo fatto parte sentendo che eravamo i più nuovi. Quest’estrema desolidificazione è un’illusione più insidiosa e venefica di quella canonica, a cui si era abituati. Sta arrivando l’ora della lezione di storia. Chi oggi pensi le sociologie, con tutti i suoi derivati, ovverosia le culture e le dialettiche, appare oggi un tapino schiacciato dal peso del fumetto in cui viene disgraziatamente pubblicata la sua sagoma un po’ comica e un po’ patetica. I consumi sono consumati, così come la forma lavoro o la forma tempo. Il senso del sé è un retaggio umanistico che dovrà essere soppiantato, nelle valutazioni della psiche di massa e individuale: esso era infatti un sentimento dell’io, non si trattava assolutamente del senso di se stesso, che è il se stesso e che non può sfumare mai, non può assentarsi mai. L’inframezzo attuale, in cui l’umanità occidentale pastura le sue effimere ore dilatate e compresse, è un limbo cadaverico in cui a estinguersi sono mitologie e certezze consolidate, illusioni assai cupe con cui si è creduto di fare la storia, quando si creava l’aneddotica. L’atto di azzaramento, privo di preoccupazioni e di gioie repentine e di stanchezze e sofferenze, è attivo anche in questo estremo oltraggio che il principio di realtà commina alla specie bipede e ridente: la caverna è ben più profonda di quello che pensavano gli esegeti platonici. Platone fu plotone per un’antichità che non comprendeva il nesso tra l’annuire e l’allibire, che il povero filosofo greco tentava di analogizzare coi suoi dialoghi metafisici mai dedicati direttamente alla metafisica. Quando la telepatia apparirà manifesta e tetragona, quando l’insulto dei più nuovi rovescerà la vicenda di noi antichi, quando i frammenti di pergamena sbriciolata si perderanno nei turbini dell’aria in nuove e più drammatiche atmosfere, l’amicizia sarà altra cosa dal legame appiccicoso con cui si pensa di emozionarsi in attesa della morte, la quale non esiste ma esiste: si ricordi che esiste. Alla luce del riassorbimento nel sottile che incombe a partire da un tempo a venire, il quale ha già penetrato il tempo presente, che gli umani continuino ad anaffezionarsi tra di loro per tramite di tutti i loro giochini (il romanzo della televisione, il romanzo della connessione, il romanzo del cinema, il romanzo del romanzo…) è uno spettacolo che viene e prima e dopo lo spettacolo: per questo è un varietà trito e ritrito. Fortunatamente il genio sta finendo: non gli si darà più quel peso angustiante anzitutto per chi lo interpreta, cioè lo incarna.
La parola “parola” finisce. Fate festa.

January 31, 2015 at 11:41AM


Sto leggendo l’ultimo libro di Houellebecq, “Sottomissione”. Per ora non posso dire che non mi piace: proprio mi fa schifo. Non capisco cosa faccia nel testo e perché faccia quello che sta facendo. Ho letto alcune note che non saprei nemmeno se definire recensioni. Mi chiedo come sia possibile che scrittori, o presunti tali, leggano la letteratura alla luce di piccoli ragionamenti dal vaghissimo sapore sociologico, che nemmeno un giornalista normodotato orsa più pubblicare, da quando e da quanto queste cazzate è chiaro che non interessano più nessuno. “Occidente”, “nichilismo”, “noi”: come è possibile appendersi a questi ganci illusori, totalmente masturbatori e nemmeno affascinanti dal punto di vista di una morbosità immaginata e fantasticata? Ciò perché la classe intellettuale italiana, per quanto concerne la mia fascia anagrafica, è composta da gente non soltanto priva di ogni rigore, ma priva soprattutto della capacità di sentire se stessi e quindi l’altro, essendo questi costosi figuri cresciuti all’ombra delle fanciulle infiorettate che furono le loro mamme e i loro papà, di cui inesaustamente parlano, come farebbero i bimbi sospesi tra onnipotenza e mancanza di forma: soltanto, costoro sono meno poetici dei bimbi. L’infanzia protratta dei cacaminchia privi di principio di realtà: questo non è né nichilismo né profezia né noi (io, per esempio, non sono fatto così e non sento così, non sono uno splendido quarantenne, ma nemmeno pendolo tra desiderio dello Strega o del Nobel e inconsistenza psicotica). Di ciò, mi pare, Houllebecq non si occupa. E’ certo che non si sta occupando nemmeno di lingua, di fantastico e di ingaggio di sé. E’ come se qui stesse dando concrezione, più che concretezza, alla “posa Houellebecq”: l’erezione non viene più e all’ammosciamento del mebro corrisponde una polverosa sostanza esistenziale che corrisponde a flosciaggine fin troppo avvertita e franca, ma dove la franchezza è oramai una maniera. Questo libro si occupa di ieri, non di un oggi. Tantomeno lo fa in termini universali o perlomeno universalistici: non ingaggia l’attrito con l’orizzone attuale del tempo sempre a venire, del presente non storico. Non c’è attualizzazione e strappo violento dalla storia, appunto, da parte della voce che stende queste frasi anodine, richiamando il noiosissimo corredo di situazioni e borghesi e postborghesi: come va l’amore?, come va il lavoro?, come va il sesso?, come va l’economia?, come va la salute?, come va l’età? Non è vero che l’odierno è il centro di questa narrazione, ma non è vero nemmeno che lo sia quella sospensione tensiva del soggetto e del corpo di sogno che sempre si muove nella narrazione. In conclusione, il fatto è molto semplice: in questo libro, fino al punto a cui sono arrivato, non c’è poesia. Dell’ironia sulle ricette e i “bacini” non so che farmene, io voglio la letteratura, forse nemmeno voglio più quella, certo non desidero l’elenco delle tue ossessioni superabili con qualche benzodiazepina, o peggio non tollero l’ironia sulle benzodiazepine. Se sei infelice, sono cazzi tuoi. “Chi soffre non è profondo”, scriveva Milo De Angelis in “Somiglianze”. Attualmente questo poeta italiano, il massimo vivente, vale quelle migliaia di Houellebecq di “Sottomissione” e qualche milione di scrittori-della-fine che si sono occupati di questo testo, corroborati dall’onda di scandalo e adrenalina degli attentati parigini, che sono una bella iniziezione di storia per chiunque ambisca a essere lucidamente vivente in stato narcolettico, com’è il caso di questi adolescenti miei coetanei, mai pervenuti né a un umanesimo né a un umanismo. Quanto a Houellebecq, il Viagra è sempre dietro l’angolo, ma la letteratura lo attende: tollera tutto, la letteratura, anche il Viagra.

da Facebook http://on.fb.me/1uLMhtI

January 31, 2015 at 12:44AM

Quando avevo tredici anni, lessi “Come se fosse un ritmo” di Antonio Porta e accadde che scrivessi centinaia di inutili fogli imitando questo testo ferocissimo, culmine di una tensione mentale che viene condotto oltre l’apparizione in quanto culmine, per un tempo insostenibile. Rimasi pressoché sconvolto. In particolare riverberò per conche in suono immaginato la quinta sezione, che qui riproduco. Accanto è una foto del 1979 del poeta, scattatagli a Roma da sua moglie Rosemary Ann Liedl.

January 29, 2015 at 10:40AM


Rainer Maria Rilke, “Elegie Duinesi”
NONA ELEGIA

Ma perché, se è possibile trascorrere questo poco
di esistenza
come alloro, il verde un po’ più cupo
di tutto l’altro verde, le piccole onde ad ogni
margine di foglia (sorriso di brezza) – perché
costringersi all’umano e, evitando il Destino,
struggersi per il Destino?…
Oh, non perché ci sia felicità,
quest’affrettato godere di una cosa che presto perderai.
Non per curiosità o per esercizio del cuore,
questo, anche nell’alloro sarebbe…

Ma perché essere qui è molto, e perché sembra
che tutte le cose di qui abbiano bisogno di noi, queste
effimere che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri.
Ogni cosa una volta, una volta soltanto. Una volta e non più.
E anche noi: una volta. Mai più. Ma questo essere
stati una volta, anche una volta sola,
questo essere stati qui sulla terra sembra irrevocabile.

E così ci affanniamo, e lo vogliamo compiere,
vogliamo contenerlo nelle nostre semplici mani,
nello sguardo che ne trabocca e nel cuore che non ha parola.

Lo vogliamo diventare. A chi darlo? Meglio
attaccarsi a tutto, trattenere tutto, per sempre…
Nell’altro rapporto, di là, che cosa portiamo? Non il guardare che qui
lentamente imparammo, e nessun avvenimento di qui.
Nessuno.
Allora le pene. Allora soprattutto quel senso di peso,
allora la lunga esperienza dell’amore, – allora
soltanto quel che è indicibile. Ma poifra le stelle, che farne?
Sono così tanto indicibili meglio loro, le stelle.
Anche il viandante dal pendio della cresta del monte,
non porta a valle una manciata di terra,
terra a tutti indicibile, ma porta una parola conquistata,
pura: la genziana
gialla e blu.
Forse noi siamo qui per dire: casa
ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra,
forse al massimo dire: colonna, torre. Ma per dire, comprendilo bene,
per dirle le cose così, che a quel modo, esse stesse,
nell’interiorità,
mai sentivano di essere.
Non è forse l’astuzia segreta di questa terra che sa tacere,
quando sollecita gli amanti in modo
che ogni cosa, ogni cosa si esalta a sentire di essere nel loro sentire?
Soglia: pensa cosa sia, per due che si amano
logorare un po’ la propria soglia di casa già parecchio consunta,
anche loro, dopo i tanti amanti di prima, e prima di quelli di dopo…
lievemente.

Qui è il tempo del dicibile, qui la sua patria.
Parla e confessa. Sempre più
vengono meno le cose, quelle da viversi, perché
ciò che le butta per sostituirle è un fare alla cieca.
Un fare sotto croste che docilmente saltano appena
l’interno lavorio dà fuori e si pone altri limiti.
Tra i magli resiste
il nostro cuore, come resiste
la lingua tra i denti
che resta tuttavia, tutto malgrado, per cantare amando.

Canta amando l’Angelo il mondo, non quello indicibile, con lui
non puoi sfoggiare lo splendore del sentimento di essere;
nell’Universo dove quell’Angelo sente più acutamente, tu sei un esordiente.
E allora mostragli quello che è semplicissimo, cioè sentire di essere,
che, plasmato di padre in figlio
vive, è cosa nostra, alla mano e sotto gli occhi nostri.
Digli le cose. Resterà più stupito; stupito come
rimanesti tu
dinanzi al cordaio a Roma o al vasaio sulle rive del Nilo.
Mostragli quanto una cosa può essere felice, quanto
innocente e nostra,
e come perfino il dolore che piange, purissimo, si costringe
a diventare una forma,
serve da cosa o muore nel farsi cosa. – E beato,
al di là sfugge al violino. E queste cose che vivono del fatto di
morire,
lo sanno che tu le celebri; passano
ma ci credono capaci di salvarle, noi che passiamo più
di tutto.
Vogliono essere trasmutate, entro il nostro invisibile
cuore
in – oh Infinito – in noi! Qualsiasi cosa siamo alla
fine.

Terra, non è questo quel che tu vuoi?: invisibile
risorgere in noi? – Non è questo il tuo sogno,
di essere per una volta invisibile? – Terra! invisibile!
Che cosa è mai, se non trasmutamento,
ciò per cui insistentemente ci premi addosso?
Terra, tu cara, accetto. Credi: non ci sarebbe più bisogno
delle tue primavere per guadagnarmi a te, una,
ah!, una sola è troppo per il sangue!
Da lontanissimo e senza nome io mi dichiaro a te.
Tu eri sempre nel giusto, e ciò che fai sentire con il pensiero
è la coincidenza con l’essere morto.

Vedi, io vivo. Di cosa? Né infanzia né futuro
vengon meno… Infinitissimo esistere
mi scaturisce in cuore.

da Facebook http://on.fb.me/1HidwqZ

January 28, 2015 at 05:37PM


Il giallo dei gialli scritto in cinque minuti:
“Di regola, a questo punto della storia gialla la persona in questione si sta disponendo a compiere un’ulteriore indagine o un altro interrogatorio. Ha già scoperto qualcosa che limita il novero delle possibilità, e sta per giungere a un risultato che potrebbe limitarlo ulteriormente. Ora, per sventare la minaccia che l’atto delittuoso possa essere indicato come atto da lui compiuto, l’assassino, che lo voglia o meno, deve nuovamente agire.
Colui che indaga segue o fa inseguire la persona in questione. Nella storia, l’inseguito ha la sensazione indistinta di essere inseguito.
Per accertarsene, non si guarda attorno ma prende vie inconsuete, cambia direzioni, alterna movimenti ad arresti, muta bruscamente la velocità con cui prosegue.
Non prende però vie tali da permettere all’inseguitore di accorgersi che l’inseguito si è accorto di lui. Indugia fra la gente, ma non fra tanta gente che l’inseguitore, dopo, possa svignarsela senza essere notato. Si ferma presso altre persone e chiacchiera con loro. Benché non abbia mai chiacchierato con loro in vita sua.
Dice cose senza senso per essere notato. Fa cose che in genere non vengono approvate perché ritiene che la gente lo noti di più se lo disapprova.
Si comporta in modo inconsueto perché lo noti almeno un altro oltre all’uomo che, suo malgrado, si occupa di lui.
L’inseguitore viene descritto soltanto nei rumori che provoca oppure nei rumori che, poiché è l’inseguitore, non provoca. Nel caso che proprio lui, l’inseguitore, venga descritto, lo si fa in modo che non sia riconoscibile né che si possa riconoscerlo più tardi. Di regola, le mani sono nascoste, perlomeno una mano, il cappello, se un cappello c’è, è calcato sulla fronte, il volto di norma è in ombra.
L’inseguito non si volta mai, e quindi adopera qualsiasi oggetto gli possa restituire almeno qualche immagine di ciò che avviene alle sue spalle.
Egli, oggetto di attenzione, è l’attenzione in persona. E l’inseguitore, anche: è unicamente fatto di attenzione. In ciò, l’inseguitore e l’inseguito sono la medesima azione: lo sguardo attento a qualunque possibilità vada a realizzarsi.
Si comprende qui il nucleo, decaduto fino alla viltà, degli antichi insegnamenti.
L’attenzione dell’inseguito non è rivolta all’inseguitore soltanto, bensì a tutto ciò che è esterno, perfino al proprio corpo: e qui sta l’errore. E’ attento a tutto tranne che a se stesso. Così, allo stesso modo, l’inseguitore. Ecco dunque che si tratta del rovesciamento perfetto degli antichi insegnamenti. L’attenzione non sprofonda nel mistero interiore. Questo è stato il mio fallimento.
Quando l’inseguito e l’inseguitore trasformano l’inseguimento, ecco che ha luogo un incontro: è chiaramente un falso incontro, poiché sono due identità identiche e non possono incontrarsi. Però la storia gialla finge che accada questo evento: avviene l’incontro. L’inseguito è raggiunto dall’inseguitore. L’inseguito ha atteso a lungo e con ansia quell’istante, proprio come chi sta leggendo la storia gialla: dunque l’inseguito è identico a chi legge la storia gialla.
E’ un istante fatale, quello in cui l’inseguitore raggiunge l’inseguito. In quell’istante, secondo la regola della storia gialla, bisognerà scambiare le parti.
Lo scambio delle parti è impossibile, è pura finzione, che stacca i cuori ed esalta le illusioni delle macchine pensanti e abbozzate, che sono le teste.
La legge agirà come ricatto: chiunque lo sa e finge di ignorarlo.
La testa occidentale è già decapitata, non tocca che attendere.”

da Facebook http://on.fb.me/1JHjAXC

January 26, 2015 at 09:41PM

Il fenomeno umano trema, è instabile, una precarietà lo fa fremere dai suoi esordi, pulsa, scricchiola, continua ad assestarsi. Rende famigliare l’assestamento perpetuo, lo sciame delle infinte scosse postume. Il sommovimento fa vacillare, fa pendolare, fa paura. Da ciò nasce il severo pensamento. Esso si dà una missione: allontanare, separare, aggiungere distanza a distanza, vedere l’oggetto contro cui schiantare la congestione dei propri apparati, le scosse vibratili delle sue attività elettriche, ben più intime di quanto si propagandi. L’accettazione è interdetta, la beatificazione è un processo con cui la realtà è fatta pontificia e il senso dell’io è reso oggetto di attributi divini: nemmeno la tiara, gli basta. L’incoronazione di questo processo è ciò che si pensa: amore. Ne deriva un’immelensimento, un’atrocità, un subbuglio interiore, una fatica continua e fondamentalisticamente noiosa. L’estrema ratio e la prima sintesi di tutto stanca: si diviene cultori delle emozioni, queste folate dell’indicibile. La testa è l’organo più pesante del corpo: e la si porta ritta, secondo quanto si percepisce da sé di se stessi. Mentre invece la testa sprofonda, in quell’apparato molle e renitente, un cadavere, un vegetativo, ce lo si carica appresso, esso disturba, non risponde, si scontra con il sacrosanto desiderio: è sacrosanto questo desiderio! Si dice così: il corpo non risponde, mette a repentaglio. E’ una morte comminata a priori alla vita vivente. E’ il priorato delle locuzioni cattive ed esaltanti, il curriculum con cui ci si presenta al mondo, sfoderando il sorriso carico della luce mattutina e di quella del neon che riverbera sulla scrivania lucida e personalizzata, mentre sfarfalla la radiazione eterica del rendering a video. E capovolgimenti e giravolte e colluttazioni e memorabilità da dimenticare e grandi piccoli ludi: in pratica, la meschinità. La meschinaggine del fenomeno umano sta tutta qui: nemmeno è che non rinuncia all’io, ma addirittura non ci arriva, nemmeno ci si approssima. L’approssimazione sarebbe infatti un grande passo in avanti.
Chi vede e sente questo: è solo.

January 26, 2015 at 04:26PM

Se non smettete di parlare di Syriza e di giudicare come se foste ospiti di Piazzapulita in collegamento con la toeletta dove fate le cose sporche, centro i server di Facebook con un B59 carico carico di cookies. Siete figli del Foglio, vivete ad altezza Sonocini.