November 23, 2014 at 12:01PM

La questione dell’innovazione, in Italia, nei termini in cui la mettono, secondo me significa: sfruttamento, alienazione, assenza di lingua e ciclotimia socialmente dannosa. E’ un fatto politico. Quelli “dell’innovazione” vadano a lavorare per un mese con braccianti meridionali e attivisti anarchici. Poi ne riparliamo, a partire dal premier, che fa la sua league.

November 23, 2014 at 12:01PM

La questione dell’innovazione, in Italia, nei termini in cui la mettono, secondo me significa: sfruttamento, alienazione, assenza di lingua e ciclotimia socialmente dannosa. E’ un fatto politico. Quelli “dell’innovazione” vadano a lavorare per un mese con braccianti meridionali e attivisti anarchici. Poi ne riparliamo, a partire dal premier, che fa la sua league.

Quella cosa informe che ci ostiniamo a chiamare Milano – Italia

E’ uscito un mio pezzo su Milano, oggi, ieri, sempre, ma più oggi – su Internazionale. Ringrazio per questo Giovanni De Mauro Christian Raimo. Ho visto nel Twitter che esso ha scatenato reazioni. Magari vi interessa, anche se è cupo e attuale. Vi si dice tra le altre cose che ciao ciao Pisapia, archistar, ninettini pseudocrativi, Expo, pulotti, Maroni, Monti, Monti, Monti, Monti, utilizzando parole come “controteologia”, per dire che Milano è un modello: dello schifo.
from Facebook http://bit.ly/11BRQCr

November 20, 2014 at 11:36PM


da “Cuore” di Beppe Salvia (1954-1985 – si veda: http://bit.ly/1ufQcNF)

Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.

da Facebook http://on.fb.me/1ApkTIH

November 19, 2014 at 10:28PM

C’è una campagna che mira a portare la tassazione iva sugli ebook al 4%, come per i libri fatti in carta. Attualmente l’iva per un libro elettronico è al 22%. La campagna, che coglie un consenso unanime di chiunque ovunque sempre, dal ministro dei beni Culturali all’ultima dei litblogger, si sorregge su uno slogan e tale slogan è “geniale”, ovviamente. Eccolo: #unlibroèunlibro. Entusiasti, se non entusiasmanti, i democratici diffusi che lottano per la diffusione della cultura diffusa nella società liquida del general intellect, in maniera prodigiosa, hanno attaccato a questo slogan, che per qualche anno si chiamerà hashtag, questa iniziativa iconicamente all’altezza del tutto: si sono fatti un’autoritratto fotografico a pollice verso, il che per qualche giorno si chiamerà selfie. Questi facitori della nebula di cazzate pseudoeditoriali da anni (per la precisione: quattro) discutono animatamente dei “supporti”, dei “device” e, conseguentemente, dei “contenuti” appropriati a tutto ciò. E’ facile e perciò comprensibile: non esistendo una storia del libro digitale, coteste e cotesti non hanno bisogno di studiare una storia e, per di più, pare loro di farla, la storia. Tale storia sarebbe, nei loro enunciati antiwittgensteiniani, una rivoluzione antropologica. Ti vengono legittimamente fuori, in tale regime di cazzosità tutta aerea e roseo cerebrale, libri a firma di Cristina Chiabotto o manuale per mantenersi in forma seguendo gli esercizi di costruzione della muraglia cinese dettati da Kafka. Uno dice: cazzi loro. Beh, non sono propriamente cazzi loro: sono anzitutto cazzi nostri. Questi sì che è una rivoluzione antropologica e tecnologica, in Italia! Dal “loro” pentastellato al “noi” senza aggettivi! Perché si tratta di cazzi nostri? Per alcuni motivi non trascurabili, tra cui il meno trascurabile si esprime come vita civile, un concetto che ovviamente è à la page oggidì, tra privacy violate e indignazioni postume per le morti di Falcone e Borsellino. E’ vita civile la questione del valore, e qui non intendo il valore in senso morale, bensì propriamente politico e altamente economico. In una comunità nemmeno più linguistica come l’italiana, infatti, il libro è sempre stato guardato con diffidenza, acquistato il meno possibile, sfoggiato soltanto se le coste dei tomi erano tutte uguali, su scaffalature presenti persino all’atto di dichiarazione via cavo che la democrazia liberale veniva rilanciata, nel 1994. Perché il libro ha un valore e tale valore viene attestato dal fatto che un libro è un libro sì, con o senza cancelletto, ma un libro non è un ebook. Detto che soltanto il cretinismo degli ultimi anni poteva imporre l’illusione pubblica che gli ebook, in Italia, avrebbero divorato l’editoria cartacea in un tempo irragionevolmente breve, c’è il fatto che un libro di carta richiede questa filiera di lavorazione: autori che pensano studiano scrivono il testo; editore che lo sceglie, lo modifica, gli dà una veste, lo promuove; signori che lo stampano, lavorando la carta; distributori che fisicamente lo portano in libreria o lo rendono disponibile grazie alle librerie, quelle sì, on line; lettori che stanno attenti a una tassonomia, anche dei propri desideri, e lo recuperano, aggiungendo un elemento prezioso; eventuale rifacimento in edizione tascabile o economica, il che significa poi che, tranne l’autore (ma a volte anche incluso l’autore), si ripete la filiera intera. I 4/5 di questa filiera saltano nel caso di un ebook. E saltano anche le tassonomie, saltano le tassonomie del desiderio, saltano i desideri per come li si conosceva per un tempo che è stato ragionevolmente breve. Già questo definisce che l’oggetto libro non coincide con la lettura finale. E’ vero che ogni libro può essere un ebook, ma non ogni ebook può essere libro. Una differenza di tassazione è dunque del tutto naturalmente giustificabile. A guadagnare sarebbero gli editori, ma sarebbe un guadagno scellerato: è una di quelle mosse con cui si è avvitata nella propria diminutio la grande editoria italiana, la quale coincide con la distribuzione e tra un po’ anche con la vendita. Esternalizzazione ciclopica di competenze, annichilimento della qualità produttiva e dell’emissione di di testi, come è oramai chiaro, sono agenti corrosivi che operano dall’interno degli uffici di controllo e dei lobi cerebrali. Così facendo, non soltanto gli editori grandi non recupereranno mai il 20% del mercato perduto, ma andranno diretti a farsi fagocitare dal distributore più sveglio, che sarà in un breve futuro anche il produttore più sveglio (Amazon già sta facendo concorrenza alla HBO sui serial, figurarsi cosa accadrà coi libri). In tutto ciò non c’è posto per il lettore, perché è una pia illusione che una tassazione minore conduca a un prezzo minore per il consumatore. Detto tra noi, molto sussurrato: un lettore non è un consumatore, un libro non è un prodotto, un autore non è un produttore. La legge della domanda e dell’offerta non vale nel caso di segmenti molto unitari di natura emotiva e cognitica e più che psichica, quali i testi sono da quando esiste la testualità.
Va da sé che la miopia dei comunardi cinguettanti e dei festaioli da doposalone con gli occhiali dalle montature spesse non avrà ragione della storia. Ciò per una ragione unica: la miopia non è storicamente rilevante. Commette mali abissali, ne pagano il prezzo consorzi umani interi. Però provate a dire che i protagonisti della Grande Migrazione furono miopi. Essi non furono nemmeno efficaci o produttivi. Ai tempi, la legge della domanda e dell’offerta era ben altra cosa.
Fosse per me, proporrei un’Iva sul libro in carta al 33%. Tenterei di scommettere che, alla fin fine, si installa una percezione valoriale alta circa l’oggetto libro. Certo, nel brevissimo periodo assisteremmo ai drammi, che sono sempre esistiti, in alcune componenti della “filiera” sopra descritta. Ah: azzererei gli anticipi agli autori, tra le altre cose. Ucciderei l’idea stessa di fare mercato. Se non fai mercato, ti trovi a fare cultura. Chi scommetta uno scempio simile, azzardato da un notorio provocatore, sarebbe ingiustificabile davanti al tribunale dell’inesiste storia.

Milano: sgombero di due centri sociali, scontri con la polizia Diretta video

In questo momento, a pochi passi da dove digito, la polizia sta lanciando lacrimogeni e picchiando manganellate su manifestanti che protestano per lo sgombero a Milano, in zona Corvetto, di due sedi di centro sociale. La giunta Pisapia ha sgomberato centri sociali come nessun’altra in precedenza. Si stanno verificando sgomberi in palazzi dell’Aler, le case popolari dimenticate dagli dèi e dalla politica e dai media, in una delle quali sono cresciuto. Ieri ci sono stati otto feriti negli scontri tra abitanti del quartiere Giambellino e i poliziotti. Ciò avviene mentre il Corriere della Sera sembra essersi svegliato da un sonno ventennale, dopo che fece interventi pressanti sulla situazione in via Mosè Bianchi nella mia preistoria. E fuori da Milano cosa succede? Succede l’indegnità e l’ambiguità tutta da indagare di Tor Sapienza a Roma. In questo modo si aumenta una tensione sociale con una mancanza totale di accortezza e gestione della cosa pubblica. Sottolineo che a Milano il problema è che, nei quartieri popolari, sono migliaia gli alloggi non assegnati e dunque sfitti. Occupano abusivamente appartamenti sfitti: e quindi cosa fai? Hanno ignorato per decenni questa situazione e si svegliano adesso manganellando le sciure lumpen abusive o aumentando l’attrito con nomadi ed extracomunitari?
La giunta Pisapia fa semplicemente schifo e ha perpetrato un tradimento nei confronti del consenso e dell’entusiasmo di chi l’ha voluta, tra gli elettori. Le politiche del traffico e dei lavori pubblici sono foriere di incrementi negli incidenti stradali, senza dire molto si è abbassata la luce dei lampioni la sera e questo schifo di città è ancora più tetro del solito, più pericoloso, meno civile. Si salvano soltanto le politiche del welfare, che sono pensate e realizzate da un assessore che è un mio intimo amico, ma che è oggettivamente bravo e sensibile e tempestivo. Il resto è un disastro. Il sindaco brilla per assenza, si inventa di avere inventato Book City, cioè l’unica iniziativa nuova e all’altezza di Milano. Questo sindaco si permette di non fare sapere a nessuno se si ricandiderà o meno, costringendo allo stallo politico la politica cittadina del cosiddetto centrosinistra. Fa bene a rimandare l’annuncio, perché gli arriva addosso l’oceanica onda anomala che lo punisce.
Questo sindaco sgombera in un momento delicatissimo, un transito storico che è pronto a fare piangere per un lutto, se continua così. Sia chiaro che non difendo il governo attuale: ma mi pare premeditato alzare la tensione da parte delle forse dello Stato, quando la situazione è identica a due anni fa, quando governava Monti e non si sfiorava il morto.
#pisapiailsindacochesgombera io non lo voterò mai più e anche i suoi lincei che siedono al tavolo della giunta.
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L’ essere e il nulla. La condizione umana secondo l’esistenzialismo – Sartre Jean-Paul – Il…

Tra il lusco e il brusco, il Saggiatore ripropone in grande tomo di 728 pagine “L’essere e il nulla” di Jean-Paul Sartre. Sarà il caso che lo si (ri)legga o lo si (ri)consulti, ché oggi appare fondativo più che ieri: sul piano filosofico e sul piano della poetica. I romanzi di Sartre non reggono il tempo questo volume faustiano e antifaustiano, invece, sì.
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November 16, 2014 at 12:57PM

Oggi alle 15, nell’àmbito della manifestazione Scrittorincittà, che si tiene a Cuneo, con la solita valanga di incontri, avrei dovuto dialogare insieme a Giorgio Vasta e a Carlo D’Amicis. Si sarebbe parlato di ciò che entra in conflitto e dispiega la scrittura del mio “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) e dello splendido “Quando eravamo prede” di D’Amicis (minimum fax, va letto, va letto assolutamente, qui le info: ). Tuttavia io sono qui a Milano. Non sarò dunque in quel di Cuneo. Perché? Per questo motivo: sono stato contattato settimane e settimane orsono dall’organizzazione, che mi assicura la prenotazione di biglietti ferroviari o, in alternativa, il contatto con qualcuno che da Milano si sarebbe recato a Cuneo, così eventualmente da condividere viaggio e benzina. La telefonata dell’organizzazione di Scrittorincittà arriva bellamente in ritardo rispetto a una mail di un’altra persona dell’organizzazione, che giorni prima, del tutto fuori contesto, senza che io nemmeno sappia quale sarà l’incontro a cui devo partecipare (non conosco il tema, gli scrittori che interverranno, chi medierà), mi chiede se va bene un testo chilometrico biobibliografico che riguarda me. Cerco di ridurlo al minimo, mi imbarazzano queste cose, sono inopportune. Non comprendo perché, poi, avendo a disposizione le informazioni in Rete, uno non si prenda la briga di scrivere due righe in totale responsabilità, senza interrogare centodieci scrittori. Vabbè: chi se ne frega, è da sempre così. Giunge dunque la telefonata di conferma dell’incontro, giorni e giorni dopo, mentre sto lavorando e mi si avverte che sarò ulteriormente contattato per stabilire orari del viaggio. Quest’ultima chiamata non arriverà mai. Nessuna mail. Nel frattempo, la manifestazione ha inizio. Noto i tweet angoscianti che l’account Scrittorincittà eietta l’altro dì: enter Corrado Augias, gli danno il benvenuto, Corrado Augias dice che frugare un corpo è molto diverso da frugare la mente. Si è, cioè, nella nuvolaglia attuale. La confusione è massima, a me non frega che si mischino inesistenti gerarchie di valore, però mi colpiscono altri sintomi, su cui sono solito riflettere. Da un lato, osservo in sbigottito sconforto l’incredibile finzione emotiva, che figlia enfasi e insenzienza, un entusiasmo farlocco e tanti discorsi inutilissimi che vertono su “pubblico” (nel senso di “io pubblico!” e anche di “cosa desidera il pubblico”, che poi in questa nuvolaglia sarebbero i lettori). D’altro canto, c’è il dato dell’inefficienza scientifica e antropologica in un’epoca che pensa di essere la più efficente di tutte le epoche universali, in quanto essa vive (così pensa, anche se è l’epoca del Darfur) di tecnologia efficientista. Questi due dati sono molto concreti, alla mano, banali. Fanno la vita italiana di ogni giorno, in questi giorni. E quindi la fanno anche a Cuneo. Nell’entusiasmo di un proliferare atematico di incontri di massa (una massa di scrittori, non di lettori), l’inefficienza fa sì che si scordino di uno che hanno contattato. Potevo avvertirli, avvisare con una mail che non ero stato contattato – e perché avrei dovuto farlo? Per rispetto ai lettori? Io rispetto moltissimo i lettori, ma la disorganizzazione no, non li rispetta. Possiamo distribuire il principio di responsabilità nelle piccole cose concrete che avvengono di giorno in giorno? E’ accaduto, una volta, che io mi scordassi di andare a un festival a Sarzana. Ho fatto telefonate disperate all’organizzatrice e all’editore che mi aveva proposto per l’incontro. Non capivo nulla, in quei giorni: avevo difficoltà personali, centinaia di mail da aprire e a cui rispondere, decine di manoscritti da leggere, l’attività parallela di ricerca al neurlaboratorio – mi ero proprio scordato di andare a quel festival. Chiesi se potevano annunciare la cancellazione dell’incontro con una specifica pubblica: la colpa era dell’autore. Non basta, è certo. Immagino che le persone che hanno organizzato Scrittorincittà a Cuneo si siano trovate in quella stessa situazione mia: confusione, rumore di fondo, coordinamento che manca. Io non ce l’ho infatti con le persone, bensì proprio con l’organizzazione: l’organizzazione è una macchina umana, significa alienazione e interiorizzazione di una tecnocrazia psichica, che conduce alla morte: che il rumore aumenti o che si faccia silenzio assoluto è uguale. L’organizzazione aspira. A cosa? All’estinzione dell’umano. L’organizzazione è umana. Se ne traggano apodittiche conseguenze. Vorrei continuare tuttavia la riflessione.
Ieri ho partecipato al mio ultimo incontro dal vivo. Era nell’àmbito di BookCity, manifestazione-cloud milanese, che di letterario nulla ha, in quanto è una collazione di eventi promozionali, atematica. Questa forma è ideale, oggi, per rilanciare un’editoria in crisi? Penso di sì, è certamente all’altezza dei tempi. Sono più di 900 gli incontri che si sono tenuti a Milano in quattro giorni: spesso strapieni, mostrano una vitalità sorprendente da parte di lettrici e lettori. Quanto agli scrittori, non mi sento di affermare che tutti gli intervenuti siano scrittori: ci sono molti “esperti” e molti “autori di libri”, che non hanno nulla a che vedere con la scrittura. Ieri mi trovavo a una discussione che verteva sulle differenti modalità del genere giallo (il titolo dell’incontro era: “Tutte le lingue del giallo. Declinazioni italiane”). Ne abbiamo parlato? No. Sarà l’ottocentesima volta che mi capita: bisogna “volare basso”, bisogna essere dorotei e cioè ipocriti, non bisogna fare sfoggio di cultura, bisogna essere simpatici. Non uno dei miei colleghi (persone che molto stimo e che costantemente leggo), del tutto istintivamente o piuttosto automaticamente, ha rinunciato a fare qualche battuta (in effetti davvero divertenti). Si è parlato di come si arriva a pubblicare. Si è parlato di come leggono gli italiani. Si è parlato intorno alla prezzatura dei libri. Ho provato a parlare di letteratura, ma nessuno ha raccolto la proposta: i colleghi hanno continuato a commentare i dati della diffusione editoriale, della pedagogia nelle scuole, dell’antropologia italiana rispetto all’oggetto libro e al valore della cultura, degli scambi in dialogo con i lettori, chiudendo il tutto con una barzelletta su scrittori all’inferno e in paradiso, privi di differenze apparenti, tutti a soffrire, solo che quelli in paradiso pubblicano. Avrei desiderato parlare: degli stilemi del genere cosiddetto giallo, dell’ipotesi circa la nostra fase storica e geografica come epoca senza immaginario per come lo si intendeva fino a qualche anno fa, del declino interno del momento geometrico della suspence, dell’assurdità di considerare oggi il fenomeno letterario secondo “generi”, dell’assenza conclamata di una “letteratura alta” quando avvenne che si condusse una battaglia contro l’etichetta di “letteratura bassa” affibbiata alla letteratura di genere – e di vari altri argomenti connessi a questi. Sarebbe stato noiosissimo? Probabilmente. In altre nazioni non lo sarebbe stato, in altri tempi non lo fu e immagino che non lo sarà. Al solito, il povero mediatore del dibattito si è trovato a impetrare più che un centinaio di persone: qualcuno voleva forse fare una domanda? Due volevano fare una domanda. Avuta la risposta, è finita: bella lì, come dicono a Milano. Ecco: io di tutto questo non ho più voglia. Chiedo scusa alle amiche e agli amici, alle lettrici e ai lettori, cioè quei pochi che incroceranno queste mie righe: non ho più voglia di presentarmi in pubblico, stando dietro una cattedra o un tavolino, reggendo un microfono, per ascoltare o dire cazzate, attenuando quello che mi interessa e che penso: cioè una visione della letteratura, che non sarà universale e necessaria, sarà pure idiosincratica, e però a me interessa. Non sono un genio erudito e nemmeno un arrogante come Sanguineti che, una volta, disse al “pubblico”: “Studiate”. Non è questo il punto. Il punto, per me, è l’autenticità e l’espressione di ciò che si avverte come cruciale. Non intendo prendere alcuna posa, sono uno scrittorino secondario, che pubblica in una lingua oggi secondaria, in una nazione meno che secondaria. Non penso mica di essere Pynchon o Salinger. Non è che adesso non mi faccio più vedere in giro. Sto in Rete, sono contattatabile, si può discutere e litigare con me. Lavoro in una casa editrice, collaboro a ricerche varie, intervengo con scritti e, per l’appunto, pubblico testi. Esisto socialmente anche in questi modi, che sono pubblici. Non voglio offendere nessuno, davvero. Tuttavia non intendo mai più presenziare dal vivo in pubblico, in festival o presentazioni librarie di tomi firmati da me o da altri, in premi o conferenze o performance.
Scusatemi tutte e tutti, mi sembrava corretto scrivere questa cosa.

November 15, 2014 at 12:21PM

1) Non ho mai letto tante cazzate di e su finti scrittori e libri inesistenti e supposti editor e antintellettuali come in questi anni.

2) Per un confronto letterario autentico e serio devo andare a cercare col lumicino, evitando accademici artritici orrendi e scemi col pass o il ticket o l’invito all’evento.

3) La disorganizzazione mentale regna sovrana nella “comunità” che pensa di pensare o twitta da ognidove di stronzate paraletterarie.

4) Il testo è dunque un piano effettivo. Del testo e sul testo non si discute. C’è lo spettacolismo cloud, la nebulizzazione dell’egoshow.

5) Credo sia opportuno mandare sonoramente a fare in culo i teodofori della superficialità e della finzione finta, inconsapevole, illogica.

6) Ci rivediamo nei testi. Ciao.

Carlo Sini – Lectio magistralis “I luoghi del pensiero oggi” – @Libreria Jaca Book, Milano

Ecco una lectio magistralis, che va tenuta a mente: voi state vivendo il tempo dei cretini, voi siete assurdi, voi non sapete, il futuro è orrendo, tutto fa cacare. Ve lo dovete fare indicare dove e come si pensa e a darvi l’indicazione sono in grado soltanto pochi. Lo si capisce leggendo tra le righe ciò che enuncia, flautatamente corrosiva, la voce stridula e arrochita del filosofo ed ex cattedratico Carlo Sini, ai tempi docente di filosofia teoretica quando frequentavo la Statale. In pochi anni si è consumato in Italia e nel mondo un passaggio di paradigma, rapido ma assai prevedibile, che disegna un’antropologia molto diversa rispetto a quella a cui si era abituati qualche anno fa. Certi umanisti contraddittori dei tempi passati, e Carlo Sini tra costoro, sono sconcertati e si interrogano se stanno vivendo una allucinazione, una decadenza o un helter skelter. E’ molto divertente ammirare come, con il mutamento di qualche minima longitudine storica, i loro discorsi imperniati su una certa vicenda occidentale, che soltanto loro credevano effettiva e stabile, vanno gambe all’aria. Assistere al paradosso vivente di Carlo Sini che discetta angosciato dell’attuale presente, commentando con anmerkung alcune banalità di base in un libro di Massimo Recalcati, sembra, a chi ha una preparazione filosofica, l’equivalente del rapporto tra Plato e Pluto descritto Plauto. Non è per niente dolce l’aggressività, nemmeno teoretica, bensì indifferentemente ragionativa, che Carlo Sini esercita sull’attuale presente, che è privo di dialettica e di qualunque umana comprensibilità, poiché le tecnologie fanno di tutto e qualcuno si permette di piazzare i Kraftwerk alla pari di Mahler. Siccome “loro” non compresero il proprio presente e pensarono che il passato avesse una forma definita che avevano compreso, con un mutamento storico è a “loro” che saltano le griglie e, dunque, “i nuovi” sono privi di grammatica. La secondarietà del discorso filosofico di Sini è emblematica rispetto a una miriade di formulazioni e produzioni letterarie e artistiche nutrite e fatte crescere nel passato quarantennio, attraverso anabolizzanti istituzionali e silenzio da parte di pensatori davvero radicali, di cui per esempio Luciano Parinetto costituisce l’emblema schiacciato accademicamente dalle cattedre “pesanti” nella medesima facoltà in cui operava Sini medesimo. E ci ricordiamo gli studi inutilissimi di ermeneutica, strutturalismo, stilistica, poststrutturalismo, decostruzionismo, neoumanismo, analitica, sociologia applicata all’umanismo, storicismo, riduzionismo, etc? Certo. Io, almeno, me li ricordo tutti e di tutti gli autori di quelle corbellerie ho memoria: precisa e in parte vindice. Oltre a un aneddoto da esame universitario con Carlo Sini (volò un libretto in faccia, non si dice se all’allievo o all’insegnante), posso emblematicamente ricordare l’ultimo dialogo che ho intrattenuto con lui. Si parlava di Rete, a fine Novanta, nell’aula cosiddetta “a crociera” della Statale. Sini non sapeva cosa dire, ma diceva: categorizzava, parlava di “traccia”, discettava di “voce”. Presi la parola e dissi cosa stava per accadere secondo me: entro pochi anni tutto il discorso filosofico di Sini si sarebbe rivelato nullo in termini di efficacia teoretica e comunicabilità, espulso da qualunque canone storico. A ciò aggiunsi una prospettiva positiva, cioè cosa sarebbe stato il “momento filosofico” nel prossimo futuro: sarebbe stato “pensare quando si fa la cacca”. Sini nemmeno sorrideva. Spiegai la fenomenologia del “flow” di Csikszentmihalyi, nome che nessuno aveva mai osato ascoltare, dissi che la questione era l’incantamento: quello pragmatico, concreto, che si dà nel qui e ora. Sembrai un mezzo matto, avevo già costruito l’ologramma del pazzo iracondo enfatico, per cui nessuno ritenne affidabile nemmeno una sillaba del mio discorso. Quel discorso accennava al fatto che la filosofia analitica andava verso il tentativo di elaborazione tecnologica della semantica, per cui ci si sarebbe dovuti occupare degli studi sulla coscienza: il linguaggio emerge dalla coscienza, il noumeno filosofico è la coscienza, non il linguaggio. Comunque si incarica la scienza di condurci a Google come nostro migliore amico o primo amore. E così questo tempo, siccome non è stilisticamente coerente con quello avvertito come naturale da questi anziani signori (e, ripeto, qui Sini è soltanto emblema di molte altre una volta insigni personalità, la letteratura ne trabocca), allora è sbagliato, questo tempo è fuori sesto. Mamma mia. E pensare che siamo ancora prima della scoperta della caldaia, grazie alla quale costoro hanno reificato la nozione di alienazione. La verità è che questi signori hanno sbagliato, ovunque, sempre. Hanno errato nelle analisi, nelle previsioni, nei metodi, nei sentimenti. La protesta di Carlo Sini contro l’attuale regime delle specializzazioni cozza contro la sua propria professione: filosofo specializzato. E specializzato male. Il bilancio dell’attività umanistica di costoro, accademici nel tempo del crollo dell’università o critici nell’era della nebulizzazione della critica o scrittorini che videro dal vivo la smorfia di scetticismo sul volto di Calvino – il loro bilancio è negativo; nemmeno è; non c’è nessun bilancio.
Stiamo vivendo una fase storica interessante. Si può fare e si fa.
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