September 23, 2014 at 11:59AM


Vidi tre animali, ferocissimi, interdissero la strada a me, verdebuio, in incedere incerto io tra le tre bestie andavo, il cuore frantuma i battiti, pulsante ossesso, senza requie una requie e un’altra ancora e sempre questo, sempre differenziando prima e ora e dopo, questi tre animali feroci, questi bui mostri, questa lingua che… Non si muove e non favella e fu buio dunque, quindi si aprì un pertugio e io vi entrai in fuga dissennata da quanto fu, teso tanto a quanto sarà stato di me, a quanto sarà, niente dimenticato, no, teso, là, uscii e era interno e vidi un’ombra e l’ombra, a forma umana, mi parlò, disse, e disse sì, essa guidò me, senza vedere dove io fedele là la seguii, per i perigli, in ognidove, disnodando il corpo ché lo spazio si fece stretto e dimenticai via e tutte le cose, in sonno dimenticai di essere inserito altrove, qui, ora, e quindi riuscii a quel che ricorda e mare e tersità e un nuovo cielo e un monte apparvero, tre, mare cielo monte, e il monte a fatica salimmo io e l’uomo incerto che guidava me in quelle tenebre di prima e svaporò nella luce, tutta visibile e azzurrina, fino alla cima dove io, io vidi donna dal cielo calare, dove?, da dove?, e si arrestò, le cose, niente e niente da dire da raccontare da raccogliere io, addivenni quanto ero stato, inaccorto, da inizio a ora e ecco: silenzio, che tutto finisce e tutto in sé si va riassumendo, un no, un niente, non una fine e non un inizio, e questo è dimenticato, finché nuovamente io non mi sovvenni, di questo io non ricordai ombra o luce e venni meno, non vidi mondo o luce, niente e questo niente parla per la mia bocca e la saliva, per dita che tracciano crete e graffiano etere, crollando le tracce tutte e l’etere esso stesso in me, ominide riassunto, attacca un filo e pare numinoso e, di schiena, curve e magre nella schiena viste le vertebrali e il pelo fradicio, io vidi nuovamente tre bestie feroci, viene da niente e parla, su questa carta parla.
E dice:
Senza niente sapere mi applico alla varianza di ciò che non comprendo.

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September 22, 2014 at 03:35PM

Sono stato nominato per una sfida così lieve, che la margarina al confronto è un robusto prodotto fresco di latteria, e inoltre non è vero che mi hanno nominato. Nessuno, infatti, mi bada. Ecco i dieci profili Facebook che più hanno inciso sul mio immaginario. In calce alla lista, le mie nomination:

1. Teresa Ciabatti
2. Tommaso Pincio
3. Marco Magurno
4. Aldo Nove
5. Andrea Ponso
6. Gianluca Nicoletti
7. Nicola Pice
8. Erri De Luca
9. Vittorio Zambardino
10. Fabio Zeta

Nomino a mia volta Gianluca Nicoletti, Gianluca Neri e Vittorio Zambardino.

September 22, 2014 at 11:17AM


La sottile sovversione linguistica e immaginale praticata da Andrea Gentile nel suo “Volevo tutto. La vita nuova”, appena uscito per Rizzoli (info qui: http://amzn.to/1wF600c). Ogni apparenza levita in un’atmosfera pervasiva di annientamento, di rovesciamento. Ciò conferisce una vaga euforia a chi legge, una sostanza esilarante che è tossica: si è sempre sull’orlo di un precipizio, ma non esiste vuoto, non esiste terreno, non c’è orlo, non c’è precipizio. E’ un esempio di assolutismo della scrittura italiana in epoca contemporanea. Datemi retta: leggetelo.

da Facebook http://on.fb.me/1ucRLl3

September 21, 2014 at 07:05PM

Una poesia contemporanea del Giuseppe Genna:

Chiara acqua, che sale.
Prima casa all’inizio della nazione.
Sguardo ai due corpi nella via di sassi bianchi tra distese e erbari e uno dei corpi è mio
da dove guarda.
Bianca la slavina di sassi è discesa a onda, alluvionale, depositata
questo è il luogo
e trifogli, sacche di erba triturate, sature di acque
delle rapide che incrementano l’attività del rafting.
E quindi osserviamo le montagne sotto il Cielo di Mercurio.
Oh, le balze!, le doline rare, le freatiche sono qui
la geologia: due menti a poche pertiche di distanza in un silenzio
a epoche da lineare A,
B.
Un’offuscata specie cui ho fornito un’offuscata forma di speranza.
Albe e tramonti – difficoltà comprenderli.
La fine è tuo figlio, la tua colpa è l’amante, il tuo fio è la legittima consorte, il cielo è despota, la mente desidera di prevedere, niente è zero e c’è internamento
nel centro dello scandalo, della slavina.
“Non hai ragione, tu con la tua storia, anni
che ti daranno torto e quanto dolore sta in questi anni”.
“Io vedo la storia come tu non la vedrai, mai, arresa
in una inermità tremenda, che mi contraddice e la penetro, accade ora”.
Saliamo di grado nei nostri saperi e vediamo
vittime in ogni vento, nelle terre brulle
contro l’aridità il tuo piede bianco nel letto fuoriuscire del lenzuolo grezzo,
la tua bocca, il grumo secco, insalivato bene
crede che tutto è questo credere che crolla
tu sai che sai di fare in alba la tua dimora sempre.

September 21, 2014 at 11:21AM


Un’altra poesia che ho scritto, la pubblico qui.

Chiara acqua, che sale.
Prima casa all’inizio della nazione.
Sguardo ai due corpi nella via di sassi bianchi tra distese e erbari e uno dei corpi è mio
da dove guarda.
Bianca la slavina di sassi è discesa a onda, alluvionale, depositata
questo è il luogo
e trifogli, sacche di erba triturate, sature di acque
delle rapide che incrementano l’attività del rafting.
E quindi osserviamo le montagne sotto il Cielo di Mercurio.
Oh, le balze!, le doline rare, le freatiche sono qui
la geologia: due menti a poche pertiche di distanza in un silenzio
a epoche da lineare A,
B.
Un’offuscata specie cui ho fornito un’offuscata forma di speranza.
Albe e tramonti – difficoltà comprenderli.
La fine è tuo figlio, la tua colpa è l’amante, il tuo fio è la legittima consorte, il cielo è despota, la mente desidera di prevedere, niente è zero e c’è internamento
nel centro dello scandalo, della slavina.
“Non hai ragione, tu con la tua storia, anni
che ti daranno torto e quanto dolore sta in questi anni”.
“Io vedo la storia come tu non la vedrai, mai, arresa
in una inermità tremenda, che mi contraddice e la penetro, accade ora”.
Saliamo di grado nei nostri saperi e vediamo
vittime in ogni vento, nelle terre brulle
contro l’aridità il tuo piede bianco nel letto fuoriuscire del lenzuolo grezzo,
la tua bocca, il grumo secco, insalivato bene
crede che tutto è questo credere che crolla
tu sai che sai di fare in alba la tua dimora sempre.

da Facebook http://on.fb.me/1qWdVXF

#RedOrDead (with images, tweets) · ilsaggiatoreed

Per chi non lo avesse ancora rilevato: è tornato David Peace in italiano, con un capolavoro, RED OR DEAD, pubblicato da il Saggiatore. Ritengo David il migliore scrittore della mia generazione a livello planetario. Lingua e immaginario e trascendimento sono tutta la sua poetica. Il tema è via via ossessione ossessionante e occasione di scatenamento, di affannosa ricerca di un ohm che faccia terminare il flusso di tutte le parole. In questo caso il tema sembrerebbe il calcio, ma qui siamo davvero alla “Baghavad Gita” in forma di romanzo poetico. Si ascolti qui cosa significa leggere David Peace in originale, si ascolti come legge un grande scrittore: http://bit.ly/1v2n7rM. Più avanti, fornirò un commento adeguato, questo è solo per avvertire amiche e amici che in questi mesi mi chiedevano a proposito dell’iperromanzo di David.
from Facebook http://bit.ly/1tDcQnk

September 19, 2014 at 10:26AM


Questa è una poesia mia, di questi giorni, la pubblico qui.

LO STATO INTERMEDIO

Tutto occhi eri e sole
parole
vivendo in una carta, che è corteccia
impallidita ai fasti del sole
di inverno, alle tue nevi eterne
molto orizzontali e improprie
alla profondità, i cui cristalli aprivi
con i sillabi del pontefice poeta
in una lirica sottomessa a cosa? A niente
serve attenzione o tristezza
fino a che il teschio sia tanto preciso nell’essere
qui e ora sollevandosi con un ritmo di noia
e orrore o tenebra potente, il brivido
di chi totalmente vivo non è ancora e guarda
verso l’angolo superiore sinistro di tutto l’ospedale.
Continui a essere lo scherzo birichino
che scintilla nell’ombra meridiana
tentando l’asfalto e vedendo un dente scintillare
sopra il selciato lindo in via dell’Alta Guardia
una accelerazione una tristezza compunta
una acribia un puntiglio ben oltre
la commozione e è oro
dal callo livido della corteccia
prefrontale, amore, disperazione mia
qui sta oscenità: un fervore nuovo,
una costanza, un errore
quando avviene la mitrididatizzazione
e lo sguardo vede tutto avvicinarsi paurosamente
alla macula dell’occhio: la mamma, il papà, il colpo della tosse
e incredibili tra le erbe i luvini
che facevamo schiumare con i mucchietti di sale
quando il pallore del volto si avvicinava alla luna
presso tutti i torrenti della tua terra in questo transito atterrito
pietra su pietra ricomporre cattedrali, porpora, sclera
e l’esalazione continua, la pressione
ciclicamente dice
ciclicamente deve
tesoro delle altitudini e dei morbi
dammi testo, fammi uomo prego.

da Facebook http://on.fb.me/1u5YjBS

Vincent Gallo

Cosa è l’arte? Come comportarsi, rispetto a un’esperienza tanto decisiva per se stessi e gli altri? Assediati dal rumore di fondo e non di fondo, un artista cosa fa? In che senso un artista è nel presente? In che senso il pop è arte? In che senso sa perfettamente in quale luogo deve stare la “comunicazione” e “certa” critica? Un esempio preclaro lo fornisce il grandissimo Vincent Gallo, in questa intervista, che da sempre trovo strepitosa.
from Facebook http://bit.ly/YVgQEd

September 17, 2014 at 11:18AM


Fuoriesco dai panni indossati in qualità di giurato al Milano Film Festival 2014 e scrivo qui qualche impressione su “The tribe”, uno dei due film che si sono aggiudicati il premio ex aequo per il migliore lungometraggio (qui il trailer: http://bit.ly/1tcz6UF). Non riporto, dunque, nessuna traccia della splendida analisi compiuta insieme agli altri membri della giuria: questi sono pensamenti davvero personali e isolati, appunti mentali miei, per nulla rigorosi. “The tribe” è un film di Myroslav Slaboshpytskiy, che si presta a equivocità. Se ne parlo, ho paura che sembri una Potëmkin, nel senso italico del riferimento. Non lo è. E’ una rappresentazione nemmeno più tragica, poiché è il tragico: ogni opera, oggi, può essere il tragico, come sempre; è più difficile invece che sia una tragedia. Il regista ucraino ha impiegato oltre un anno a selezionare, tra 300 possibili interpreti, tutti sordomuti, quasi tutti ragazzi di strada a Kiev. Scelto il cast, Slaboshpytskiy ha girato la sua storia, componendola di ricordi personali, essendo stato il regista stesso un ragazzo di strada, però non sordomuto. Il film non è sottotitolato. Descritta così, l’opera potrebbe sembrare indifferentemente una scansione sociologica di una comunità particolare, un racconto che fa perno su freaks, una rappresentazione fondata sui molti metalivelli che si potrebbero rintracciare al suo interno. E si sbaglierebbe a valutarla in questo modo. Quelle sarebbero tutte considerazioni fondate su generi, anche critici, che mi pare non colgano il momento storico e nemmeno il momento geometrico. Nemmeno c’è l’intenzione di creare qualcosa che superi i generi: intenzioni e generi sono una malattia paradossale del presente estetico occidentale. Semplicemente, Slaboshpytskiy scatena un’imminenza che nulla ha a che vedere con la suspence, una potenza che pressa la mente e quindi l’occhio dello spettatore, esponendolo a un transitorio vacuum dei codici, poiché non si capisce cosa stanno dicendo gli attori, impegnati in un frenetico dialogo continuo attraverso il linguaggio ucraino dei gesti. Nemmeno un non udente italiano è in grado di comprendere le battute dei dialoghi. Non c’è uno sguardo zoologico, dunque. C’è un racconto di una violenza talmente totalizzante che a tratti può risultare insostenibile, pur non essendo plateale, poiché automaticamente davanti a “The tribe” si schiera una platea di tipo ben diverso da quella che appartiene al canone spettacolare. Qualcosa di arcaico e di futuro deflagra. I fatti sono benissimo comprensibili. Si è messi frontali, non “empatici”, rispetto a una violazione di tutti i linguaggi che non siano *quel* preciso linguaggio, che pure è un linguaggio e un codice. L’alternativa che esso pone, violentemente, evita che si tratti di una critica ai linguaggi e scarta violentemente rispetto a un effetto grottesco o peggio ancora ironico. Non c’è ironia. Chi si ricorda più il postmoderno, il nero, il politico novecentesco oppure la mise en abîme? Si tratta di istanze completamente infondate, poiché uno è lì davanti allo schermo, in un eterno qui e ora che sempre è stato scatenato dalle opere d’arte, costretto a fare quell’esperienza e cioè a non ricorrere alle distinzioni intelligenti nel mentre stesso dell’esperienza: è sempre un caso di microtrascendimento. C’è un errore al centro del film ed è una scena di aborto: il regista non necessitava di questa pezza, di questa acuzie in cui il grido della ragazza che abortisce è troppo fioco e per questo risulta tremendo. Tutto il film era già questa acuzie, quindi non serve rappresentare la cosa, che peraltro può dare adito a fraintendimenti, perché sembrerebbe in parte di assistere a una critica politica (la politica del corpo in senso lato), laddove la prostituzione e il crimine che ci vengono mostrati prima e dopo sono in grado di essere autonomi rispetto a una sottolineatura del genere. Questo è l’unico errore del film. Del resto i modi cinematografici utilizzati da Slaboshpytskiy sono coerenti a mantenere allo stesso grado intensa la pressione psichica: piani lunghi, lunghe camere fisse. Eppure non è una dimostrazione inutilmente muscolare delle capacità registiche. In questi quadri il focus attenzionale non è sui movimenti degli umani e tantomeno è sugli sfondi: non c’è umano e non c’è paesaggio, ovverosia non c’è film e nemmeno cartolina. E dove è posto il focus attenzionale, dunque? E’ questo l’elemento fondamentale: l’attenzione è ovunque, in ogni punto. La pressione esercitata sullo spettatore viene da questi percepita in forma di sforzo attenzionale ovunque e sempre. A ciò concorrono le memorie dei singoli spettatori, poiché le memorie sono una forma in un certo senso ultimativa di difesa e quindi di identità – e lo sforzo di attenzione manda in cavalleria ogni difesa e ogni identità; perciò si ha paura dell’attenzione: è il nostro guardiano della soglia, quello terminale, e non esiste, poiché l’attenzione non è una forma, bensì una potenza. Per chi ha in testa certa letteratura, dallo “Jakob von Gunten” di Walser al “Törless” di Musil, la location principale, cioè l’istituto per sordomuti, è un palcoscenico assoluto e otto-novecentesco, in cui ci si muove in una brutalità strana, in una sostanziale percezione che coglie chi vede: risultiamo violentati di frame in frame, di frase in frase, di gesto in gesto. C’è qui un’eredità della tragedia classica, però fuori da citazionismi. Il mito è qui interpretato non come metastoria universale della vicenda umana, non mi pare che a Slaboshpytskiy interessi questo ed è certo che su di me non è stato sortito un simile esito. Qui la tragedia classica è l’andare di tutte le cose allo zero, un po’ come annotava Hölderlin nel suo saggio sul tragico. Il porsi come esperienza del tragico e non come modello di tragedia (ripetibile, variabile) è dovuto al fatto che “The tribe” è un’opera contemporanea e della contemporaneità manda in crisi la domanda centrale: cosa c’è *dopo i generi*? Dove è messa la parola, dopo le parole tutte? Fatta istantanea piazza pulita di tale questione tutta autocritica, il film vive per l’appunto di una pressione altissima dovuta alla continua imminenza: dei fatti, delle espressioni, degli sviluppi, delle conseguenze assai prevedibili che il passato ha innescato. I volti sono la maschera di questa potenza esercitata tramite imminenza. I corpi si muovono a una velocità che è circa doppia rispetto a quella con cui si muovono gli udenti e i parlanti che capita di vedere. C’è una scena in cui i ragazzi sordomuti fanno la fila al consolato italiano e percepire la loro velocità, distonica rispetto alla massa degli altri avventori, dà un senso di nausea come quando si ha mal d’auto, per via dei movimenti periferici dell’occhio. Un rimando possibile e letterale al “film muto” mi pare del tutto naturale. I sordomuti devono stare attentissimi, muoversi in continuazione, per percepire la generalità delle situazioni in cui vivono, è una frenesia che instaura il regno di un’altra percezione di quella che si chiamò un tempo: natura. Questo sforzo titanico di una cultura (il codice linguistico e comportamentale della comunità sordomuta) e della natura (cioè l’ambiente) fa scoccare da subito la scintilla del tragico. Le scene finali e inevitabili mi hanno fatto ripensare a come Kafka chiude “Il processo”: K. viene condotto lungo una scoscesa da due figuri che danno corpo alla sentenza, lo spingono cingendolo alle braccia, ognuno ai lati di K., e uno di loro “spinge” il coltello “due volte” nel petto di K., mentre l’altro lo afferra per la gola, e K. muore così: “«Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere”. Ora, nessuno si è mai preoccupato di pensare che Kafka ce l’avesse coi cani o con la vasta schiera delle persone che nella storia universale umana hanno avuto a che fare con problemi di giustizia; eppure anche Kafka si preoccupa letteralmente dei cani e degli imputati. Dubito moltissimo che oggi abbia senso aggiungere quello scatto prodigioso relativo alla “vergogna”, non perché non si possa fare poesia dopo la caduta dell’URSS, ma perché questo è un tempo che sta elaborando un diverso protocollo, rispetto a dove è collocato Kafka, in cui si situano e la vergogna e lo scatto prodigioso. La migliore soluzione al problema è risolverlo col porlo: facendolo, nell’istante. Slaboshpytskiy non ha minimamente la pretesa di fondare un nuovo linguaggio o mappare isola e possibilità di un’isola: egli infatti “fa la cosa”, giusta o sbagliata che sia. Prima di tutto sono sull’isola e subito dopo mi preoccupo di sapere com’è fatta. In questo senso “The tribe” è la contemporaneità artistica. L’arte oggi c’è: c’è l’arte, c’è l’oggi e, vividdio, c’è pur sempre il c’è.

da Facebook http://on.fb.me/1qeP2A3

September 17, 2014 at 10:47AM


Fuoriesco dai panni indossati in qualità di giurato al Milano Film Festival 2014 e scrivo qui qualche impressione su “The tribe”, uno dei due film che si sono aggiudicati il premio ex aequo per il migliore lungometraggio (qui il trailer: http://bit.ly/1tcz6UF). Non riporto, dunque, nessuna traccia della splendida analisi compiuta insieme agli altri membri della giuria: questi sono pensamenti davvero personali e isolati, appunti mentali miei, per nulla rigorosi. “The tribe” è un film di Myroslav Slaboshpytskiy, che si presta a equivocità. Se ne parlo, ho paura che sembri una Potëmkin, nel senso italico del riferimento. Non lo è. E’ una rappresentazione nemmeno più tragica. Il regista ucraino ha impiegato oltre un anno a selezionare, tra 300 possibili interpreti, tutti sordomuti, quasi tutti ragazzi di strada a Kiev. Scelto il cast, Slaboshpytskiy ha girato la sua storia, componendola di ricordi personali, essendo stato il regista stesso un ragazzo di strada, però non sordomuto. Il film non è sottotitolato. Descritta così, l’opera potrebbe sembrare indifferentemente una scansione sociologica di una comunità particolare, un racconto che fa perno su freaks, una rappresentazione fondata sui molti metalivelli che si potrebbero rintracciare al suo interno. E si sbaglierebbe a valutarla in questo modo. Quelle sarebbero tutte considerazioni fondate su generi, anche critici, che mi pare non colgano il momento storico e nemmeno il momento geometrico. Nemmeno c’è l’intenzione di creare qualcosa che superi i generi: intenzioni e generi sono una malattia paradossale del presente estetico occidentale. Semplicemente, Slaboshpytskiy scatena un’imminenza che nulla ha a che vedere con la suspence, una potenza che pressa la mente e quindi l’occhio dello spettatore, esponendolo a un transitorio vacuum dei codici, poiché non si capisce cosa stanno dicendo gli attori, impegnati in un frenetico dialogo continuo attraverso il linguaggio ucraino dei gesti. Nemmeno un non udente italiano è in grado di comprendere le battute dei dialoghi. Non c’è uno sguardo zoologico, dunque. C’è un racconto di una violenza talmente totalizzante che a tratti può risultare insostenibile, pur non essendo plateale, poiché automaticamente davanti a “The tribe” si schiera una platea di tipo ben diverso da quella che appartiene al canone spettacolare. Qualcosa di arcaico e di futuro deflagra. I fatti sono benissimo comprensibili. Si è messi frontali, non “empatici”, rispetto a una violazione di tutti i linguaggi che non siano *quel* preciso linguaggio, che pure è un linguaggio e un codice. L’alternativa che esso pone, violentemente, evita che si tratti di una critica ai linguaggi e scarta violentemente rispetto a un effetto grottesco o peggio ancora ironico. Non c’è ironia. Chi si ricorda più il postmoderno, il nero, il politico novecentesco oppure la mise en abîme? Si tratta di istanze completamente infondate, poiché uno è lì davanti allo schermo, in un eterno qui e ora che sempre è stato scatenato dalle opere d’arte, costretto a fare quell’esperienza e cioè a non ricorrere alle distinzioni intelligenti nel mentre stesso dell’esperienza: è sempre un caso di microtrascendimento. C’è un errore al centro del film ed è una scena di aborto: il regista non necessitava di questa pezza, di questa acuzie in cui il grido della ragazza che abortisce è troppo fioco e per questo risulta tremendo. Tutto il film era già questa acuzie, quindi non serve rappresentare la cosa, che peraltro può dare adito a fraintendimenti, perché sembrerebbe in parte di assistere a una critica politica (la politica del corpo in senso lato), laddove la prostituzione e il crimine che ci vengono mostrati prima e dopo sono in grado di essere autonomi rispetto a una sottolineatura del genere. Questo è l’unico errore del film. Del resto i modi cinematografici utilizzati da Slaboshpytskiy sono coerenti a mantenere allo stesso grado intensa la pressione psichica: piani lunghi, lunghe camere fisse. Eppure non è una dimostrazione inutilmente muscolare delle capacità registiche. In questi quadri il focus attenzionale non è sui movimenti degli umani e tantomeno è sugli sfondi: non c’è umano e non c’è paesaggio, ovverosia non c’è film e nemmeno cartolina. E dove è posto il focus attenzionale, dunque? E’ questo l’elemento fondamentale: l’attenzione è ovunque, in ogni punto. La pressione esercitata sullo spettatore viene da questi percepita in forma di sforzo attenzionale ovunque e sempre. A ciò concorrono le memorie dei singoli spettatori, poiché le memorie sono una forma in un certo senso ultimativa di difesa e quindi di identità – e lo sforzo di attenzione manda in cavalleria ogni difesa e ogni identità; perciò si ha paura dell’attenzione: è il nostro guardiano della soglia, quello terminale, e non esiste, poiché l’attenzione non è una forma, bensì una potenza. Per chi ha in testa certa letteratura, dallo “Jakob von Gunten” di Walser al “Törless” di Musil, la location principale, cioè l’istituto per sordomuti, è un palcoscenico assoluto e otto-novecentesco, in cui ci si muove in una brutalità strana, in una sostanziale percezione che coglie chi vede: risultiamo violentati di frame in frame, di frase in frase, di gesto in gesto. C’è qui un’eredità della tragedia classica, però fuori da citazionismi. Il mito è qui interpretato non come metastoria universale della vicenda umana, non mi pare che a Slaboshpytskiy interessi questo ed è certo che su di me non è stato sortito un simile esito. Qui la tragedia classica è l’andare di tutte le cose allo zero, un po’ come annotava Hölderlin nel suo saggio sul tragico. Il porsi come esperienza del tragico e non come modello di tragedia (ripetibile, variabile) è dovuto al fatto che “The tribe” è un’opera contemporanea e della contemporaneità manda in crisi la domanda centrale: cosa c’è *dopo i generi*? Dove è messa la parola, dopo le parole tutte? Fatta istantanea piazza pulita di tale questione tutta autocritica, il film vive per l’appunto di una pressione altissima dovuta alla continua imminenza: dei fatti, delle espressioni, degli sviluppi, delle conseguenze assai prevedibili che il passato ha innescato. I volti sono la maschera di questa potenza esercitata tramite imminenza. I corpi si muovono a una velocità che è circa doppia rispetto a quella con cui si muovono gli udenti e i parlanti che capita di vedere. C’è una scena in cui i ragazzi sordomuti fanno la fila al consolato italiano e percepire la loro velocità, distonica rispetto alla massa degli altri avventori, dà un senso di nausea come quando si ha mal d’auto, per via dei movimenti periferici dell’occhio. Un rimando possibile e letterale al “film muto” mi pare del tutto naturale. I sordomuti devono stare attentissimi, muoversi in continuazione, per percepire la generalità delle situazioni in cui vivono, è una frenesia che instaura il regno di un’altra percezione di quella che si chiamò un tempo: natura. Questo sforzo titanico di una cultura (il codice linguistico e comportamentale della comunità sordomuta) e della natura (cioè l’ambiente) fa scoccare da subito la scintilla del tragico. Le scene finali e inevitabili mi hanno fatto ripendare a come Kafka chiude “Il processo”: K. viene condotto lungo una scoscesa da due figuri che danno corpo alla sentenza, lo spingono cingendolo alle braccia, ognuno ai lati di K., e uno di loro “spinge” il coltello “due volte” nel petto di K., mentre l’altro lo afferra per la gola, e K. muore così: “«Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere”. Ora, nessuno si è mai preoccupato di pensare che Kafka ce l’avesse coi cani o con la vasta schiera delle persone che nella storia universale umana hanno avuto a che fare con problemi di giustizia; eppure anche Kafka si preoccupa letteralmente dei cani e degli imputati. Dubito moltissimo che oggi abbia senso aggiungere quello scatto prodigioso relativo alla “vergogna”, non perché non si possa fare poesia dopo la caduta dell’URSS, ma perché questo è un tempo che sta elaborando un diverso protocollo, rispetto a dove è collocato Kafka, in cui si situano e la vergogna e lo scatto prodigioso. La migliore soluzione al problema è risolverlo col porlo: facendolo, nell’istante. Slaboshpytskiy non ha minimamente la pretesa di fondare un nuovo linguaggio o mappare isola e possibilità di un’isola: egli infatti “fa la cosa”, giusta o sbagliata che sia. Prima di tutto sono sull’isola e subito dopo mi preoccupo di sapere com’è fatta. In questo senso “The tribe” è la contemporaneità artistica. L’arte oggi c’è: c’è l’arte, c’è l’oggi e, vividdio, c’è pur sempre il c’è.

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THE TRIBE 18+ Trailer | Festival 2014

Ieri, domenica 14 settembre, è avvenuta la premiazione per il miglior film lungometraggio al Milano Film Festival 2014, verdetto dato insieme a quelli relativi alle altre categorie (corti, animazione, etc.). La discussione per decidere il vincitore si è tenuta sabato. E’ stata un’esperienza intensa e completamente differente da quanto mi capitò nel 2006, quando ero nella giuria Orizzonti alla Mostra del cinema di Venezia. Oltre a me, gli altri giurati erano il regista Yann Gonzalez e la critica Salette Ramalho. Non si è litigato mai: è stata una discussione tarata sull’entusiasmo, sul positivo, sull’eccellenza. Il negativo è stato bandito del tutto naturalmente. Molti film in concorso erano assai validi, la selezione era notevole per qualità. Due opere hanno davvero conquistato l’attenzione e l’analisi appassionata, ma precisa e, direi, quasi incantatoria, da parte di questo cervello unico composto da tre persone, che è la giuria. I film sono “The tribe” di Myroslav Slaboshpytskiy e “Navajazo” di Ricardo Silva. E’ stato dunque concesso un ex aequo (oltre a una menzione speciale), entrambe le “pellicole” erano davvero molto molto potenti. Io consiglio a tutti di cercare di vederle in qualche modo. In futuro ne parlerò compiutamente: non essendo né un critico né un teorico del cinema, bensì soltanto uno scrittore con propensioni filosofiche, dirò quel che dirò, il che dovrebbe essere privo di certa scientificità dunque. Mi sembra doveroso sottolineare un punto in comune che le due opere condividono: il meccanismo seriale, dal punto di vista sia strutturale interno sia retorico, viene decismanete mandato in infinitudine, nell’indefinitezza, essendo superata del tutto la questione dei generi – finalmente. Siamo di fronte all’arte oggi: l’arte in questi giorni di noi. Vorrei ringraziare l’organizzazione e tutto lo staff del MFF2014, in particolare Alessandro Beretta, Vincenzo Rossini e Séverine Petit. Questa è la pagina relativa ai premi tutti del festival: http://bit.ly/1uOKZPt. La motivazione è scritta originariamente in inglese, quella in italiano è di mero servizio, appena posso la stendo io in traduzione definitiva. A seguire, ecco i trailer dei due film vincitori:
THE TRIBE http://bit.ly/1y79YTC | NAVAJAZO http://bit.ly/1BGjE68
from Facebook http://bit.ly/1BGjE6a

September 14, 2014 at 11:16AM

Dietro oggi ci sono domani e ieri, dietro Andrea c’è Antonello e dietro di lui ci sono Antonella e Fabio e dietro di loro Mario e Donata e dietro di loro Bruno, dietro cui ci sono mamma e papà e Gisella, dietro cui ci sono io; e dietro io c’è che io sono, sensibilmente sono, semplicemente sono, non Giuseppe e non Genna, io sono e basta; e dietro che io sono c’è che si è, c’è che è; e dietro che si è, davvero si è e basta, c’è uno stato che non ha nemmeno le modalità dell’essere, questa cosa sensibile che si è e che si sente da quando sono nato e fino a quando sarò morto; dietro questo stato che non è essere e nemmeno non essere, c’è un qualcosa che non è preoccupazione né mia né tua né sua, è risolta da che si è, c’è un salto che non è una morte che ci preoccupa e non credo che preoccupi nemmeno lo stato di essere, sensibilmente di essere. Quindi non c’è nessuna morte, c’è una continuità di essere, sempre, tranne quando che si è non è, il che non è di nostra pertinenza. C’è, di noi attualmente, una discontinua e continua memoria e, prima della memoria, che informa la memoria, c’è una paura, una rabbia, in generale un’attrazione. Non c’è mai che non c’è.
Non sembra, ma questa è una preghiera.

September 13, 2014 at 09:50AM

Mentre mi prostro alla deità inesistente dell’Arte, e in special modo alla sua estrema metamorfosi Cinema, pronto per entrare tra poco nella sessione ultimativa e sacerrima della giuria film lungometraggi al Milano Film Festival (qui i particolari, nel caso interessate/i: http://bit.ly/1wpbu1Q), rispondo volentieri all’invito della cara e sororale amica Alice Munroe: si tratta di indicare i 10 libri di narrazione che più ci hanno colpito negli ultimi mesi. A mia volta nomino, per questo #challenge interessante e intimo, il rigoroso critico Tzvetan Todorov, il sempre adrenalinico Francesco Biamonti, l’amatissimo giornalista pop Gianluigi Nuzzi e la splendida e reattiva Cristina Campo:
1) “Persona informata sui fatti” di Arrigo Arrigoni (http://bit.ly/1wpaFGa)
2) “Sul Monte Verità” di Edgardo Franzosini (http://bit.ly/1wpb4IO)
3) “Dormono sulla collina” di Giacomo Di Girolamo (http://bit.ly/1wpbfne)
4) “Stati di grazia” di Davide Orecchio (http://bit.ly/1wpawmg)
5) “Tuttissanti” di Teresa Ciabatti (http://bit.ly/1wpalqU)
6) “Il treno dell’assedio” di Massimo Bocchiola (http://bit.ly/1wpayKW)
7) “Gloria agli eroi del mondo di sogno” di Giancarlo Liviano D’Arcangelo (http://bit.ly/1wpb2jZ)
8) “Conversazioni contadine” di Danilo Dolci (http://bit.ly/1wpba2Y)
9) “Per il bene di tutti” di Giulia Fazzi (http://bit.ly/1wpaQkY)
10) “Secondo le mie forze e il mio giudizio” di Chiara Lalli (http://bit.ly/1wpaTx2)

September 12, 2014 at 05:16PM


Due fenomeni convergenti sono la giuria del Milano Film Festival, a cui partecipo e il libro che oggi ho consigliato di leggere (http://bit.ly/1qMMKNT). E’ impressionante come convergano le estetiche, divergendo i temi: il film che ritengo un capolavoro è fraterno al libro che, come scrivevo oggi, ritengo un capolavoro. Pensate a me, domani, nella riunione decisiva con gli altri due giurati, e pregate per loro, poiché leggerò in traduzione istantanea inglese ampi stralci del libro in questione, a sostegno del mio parere sui film in selezione, motivando il mio giudizio con barucchiane citazioni di oscuri teorici dell’estetica tedesca contemporanea, oltreché appoggiandomi ai bestseller di sempre Platone Aristotile Plotino e Federico Hegel. Sono sereno come un brahmacharya (ब्रह्मचर्य) o un muftī (مفتي, , in turco si dice müftü). Praticamente non avrò nulla da dire e da ascoltare, pur essendo riverente nei confronti dei miei colleghi, tra i quali spicca la presenza di Eugenio Scalfari, in ispirito, ché quello solo è, è ispiritualissimo, omeliando e bene dicendo di chi vuole lui (nella foto, è con il nuovo conduttore di Ballarò e con una che non conduce Ballarò).

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September 12, 2014 at 11:54AM


E’ dunque in libreria, da un paio di giorni, “Volevo tutto. La vita nuova”, romanzo di Andrea Gentile pubblicato per Rizzoli, casa editrice che stampa con successo narratori italiani, sulla cui qualità non si discute. Con Andrea Gentile lavoro da quattro anni al Saggiatore, durante i quali egli è diventato il direttore editoriale. Importa assai poco, però, che si pensi a un consiglio interessato da parte mia: non lo è. Andrea Gentile non ha nemmeno trent’anni (è nato a Isernia nel 1985) e ha esordito con quello che io considero un capolavoro narrativo poetico, totalmente fuori dai generi, “L’impero famigliare delle tenebre future”, da cui sono rimasto ben più che impressionato e che ho consigliato di pubblicare un paio d’anni orsono. A mio parere si tratta di un autore già formato del tutto, e importante nel panorama letterario italiano attuale. Sembrerebbe che la visionarietà sia la sua cifra più evidente e anche quella più numinosa: affascina la potenza delle sue grammatiche, dei suoi ritmi, congeniali all’emersione di quadri immobili sconcertanti, icastici segmenti di un’allegoria in fieri, capace di non chiudersi mai. I personaggi sono sostituiti da figurazioni, per questo indimenticabili. Con “Volevo tutto” Andrea Gentile squaderna invece un repertorio che sembrava nascosto, da tanto era in evidenza. Mentre nel precedente libro si giocava in una situazione mitica e per nulla finzionale (lungo monologo di un soggetto perduto in campagne ancestrali e in preda a una compulsione che ricorda assai da vicino le estremalità cognitive e biologiche del cosiddetto “crollo della mente bilaterale”), qui nel libro rizzoliano siamo apparentemente all’interno del “genere romanzo”. C’è una storia apparentemente urbana: nella Milano dei Sessanta, un giornalista di provincia inizia la scalata al “Corriere della Sera”, finendo per partecipare al fabuloso progetto di Federico Fellini, che gira la continuazione “La dolce vita”. Altrettanto apparentemente, dunque, c’è un protagonista, con tutti i suoi bravi personaggi attorno: il direttore del prestigioso quotidiano, la moglie col figlioletto, la donna giovinetta desiderata, il papà e la mamma e il fratello con tutta la loro importanza, gli amici del paesello molisano con la natura tutta selvatica dell’Abruzzo, il vicino di casa, gli accoliti del Grande Regista, il Grande Regista Stesso e Mastroianni e Montanelli e eccetera, i colleghi giornalisti e le segretarie disinibite, ninfette e poeti, attori e facitori di cocktail, anziane contadine e arrampicatori sociali à la “Mad men”. Ovviamente è tutto appunto ciò: un apparentemente. Non c’è nessuno, in realtà, anche se pare esserci. La trama c’è, è ovvio, ma non c’è. Tutto, tutto, ogni parola gesto azione scena aforisma – tutto è sottoposto a una sottile inquietudine, la scrittura è compostissima, piana e ben ventilata, persino accade che alcune volte, ma non troppo, sembri salire la febbre del visionario, ma subito l’infiammazione è temperata da una piacevolezza leggera, da una giusta misura, da una franca strizzata d’occhi, paciosa e rassicurante, forte come una quercia, antica e saggia, però anche lieve e sgarzolina. Uno guarda da lontano questo affresco e si dice: toh, che bel quadro d’insieme, guarda tu quanti bei soggettini, che bei fiori, che belle figliuole, tutti i pigmenti al loro giusto posto, sorridono tutti, si disperano tutti, va proprio così la vita, va proprio così il romanzo… Avvicinandosi alla superficie, tuttavia, ecco che l’affresco è invece ben altra cosa: è dipinto con olii al titanio e sangue umano, le linee sono sfocate perché troppo nette, dentro le figure si nascondevano ultracorpi che di lungi non si notavano, i vestiti sono stracciati o rabberciati alla meglio. E dentro tutto ciò c’è dell’altro ancora, che non avevamo notato: tutto è vuoto! E’ incredibilmente vuoto! Eppure è così un bell’affresco, per nulla astrattista! Si tratta, in pratica, di un mezzo miracolo, come gli omìni che volano di Marc Chagall. C’è una pressione della scrittura che è di un’intensità impressionante, insostenibile, potentissima e continua: ogni frase smentisce la precedente, quando non accade che ogni frase smentisca se stessa. Il che avviene senza sosta. Non capisco come abbia fatto Andrea Gentile a esercitare e tollerare una simile concentrazione che è ribaltamento ogni sei o sette parole, violenza intervallata da microscopiche pause di respiro, assedio alla lingua e a se stesso, vertigine spalancata nel pochissimo. E’ tutto vertiginoso, è tutto abissale. Scena: uno cammina nel 1965 a Brera, dietro alla sede del “Corriere”, ed effettua considerazioni che paiono descrizioni inoffensive, mentre sono colpi fitti fitti menati da una katàna di luce oppure battutine pronunciate da un Walser 2.0, che naturalmente smentisce di essere sia Walser sia 2.0, in quanto Walser è sempre la stessa cosa, anzi è niente, quindi non c’è nulla, né Walser né il “2” o il “.” o lo “0”. Nonostante ciò, c’era scritto “Walser 2.0″. Che frivolezza, colui che scriveva questa scempiaggine! Ero io a farlo, del resto, e, lo si sa ovunque, sono di un’inaffidabilità pretenziosa e birichina. Ma che dico? Ovunque? Ovunque. In Papuasia l’altro giorno parlavano di me. Incredibile, vero? Ma per nulla! Infatti era volato nell’arcipelago di Bismarck, il quale si trova in Papuasia per l’appunto, un mio nipote, uno scellerato, e andava in giro a parlarmi alle spalle. Anche queste sono frivolezze dell’animo umano, tant’è vero che essere in Papuasia è un po’ come essere qui, nella bella mezza luce del giorno limpido e preinvernale, con questo sole che abbàcina i colombi metropolitani, che in città sono piccioni un poco inveterati allo smog e alla cattiveria umana, la quale sempre infligge loro quel noto supplizio dei bussolotti di carta con lo spillo in punta, soffiati in certe canne di alluminio dai molti teppistelli che impiegano da esperti anche lo stucco, alla bisogna, per farne palline letali per i passanti e plastiche nella materia: quello scrupolo piacevole di passarsi questa gromma dello stucco tra pollice e indice, premendo la pasta, che odora di vernice ed etere…
Tornerò in modo più serio, più rigoroso e antipatico su questo romanzo che è una sparizione del romanzo. Intanto lo consiglio a tutte e tutti coloro che amano queste cose (mica dico che l’autore isernino è la stessa cosa o a questi livelli di genio, sia chiaro: si tratta di paletti che isolano una zona estetica…): David Lynch, “La notte” di Michelangelo Antonioni, “La passeggiata” di Robert Walser, Arvo Pärt, “Il cavallo di Torino” di Béla Tarr, Daniił Charms, Mark Rothko, Pina Bausch, il Don DeLillo di “Body art”, Constantin Brancusi con quella faccia e quelle origini che fa quella scultura dell’uovo, Lucio Fontana che peraltro appare in questo romanzo, Edward Hopper, Michael Haneke, Anton Čechov, i vangeli gnostici, l’inquietante freddezza petrarchesque di Giacomo Leopardi, lo spazio tra le parti de “La possibilità di un’isola” di Michel Houellebecq, i detti di Ramana Maharshi, certi capitoli isolati di John Steinbeck, “L’impero famigliare delle tenebre future” del medesimo Andrea Gentile.

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