October 29, 2014 at 01:01PM

Ho deciso che mai più, se non in senso filologico e oramai antico, parlerò di “generazioni”. Non c’è la generazione passata. Chiunque abbia più anni di me apparterrebbe a un’altra generazione? Non è vero. Un tempo ponevo il discrimine tra una generazione e l’altra in base all’immaginario, che era e sarebbe storia e canone ed estetica ed esperienza formativa e persistenza della seduzione che il mondo esercita sulla mente umana. Si trattava di un fondamento mobile, del tutto storico, anche se includeva la sensazione della storia. Oggi esiste un’immaginario connotativo di generazioni differenti? No. Esistono modi. C’è una nube densissima e vaporosissima che è fatta della sostanza dell’immaginario, con indefinite possibilità di aggregazione delle molecole instabili che fanno la nube. C’è poi un’osservazione che coglie a mio parere più merito etico ed esistenziale. Al posto delle generazioni, ho deciso di parlare di “fasce d’età”. Ora, la fascia d’età degli attuali 70-80enni è corresponsabile dello stato di cose di cui si lamenta, lanciando un anatema contro le fasce d’età più giovani, protagoniste di una supposta decadenza, di un crollo umanistico. I 60-70enni suppongono di essere convocati nel consiglio di amministrazione in cui si decidono le questioni strategiche, e non lo sono, mentre c’è da dire che soltanto loro hanno pensato che le strategie si pensano in consigli di amministrazione, una miserevole realtà passeggera e organizzativa che loro hanno eletto a metafora per antonomasia, concependo perfino la sede del Fiudizio Universale in forma di consiglio di amministrazione. I 40/60enni sono in attesa di una chiamata, a chiamarli è il messia dell’Ebraismo, che non li chiamerà mai, e da ciò viene mutuata una disinteressante sindrome bipolare, per cui di se stessi e delle proprie cose parlano come segni di una sconfitta a priori, mentre al tempo stesso non fanno mistero di nascondere palesemente un’ambizione spropositata e fuori da ogni principio di realtà, ritenendo di vivere ancora in un regime spettacolare, cioè in un paradigma sociale in cui il successo di visibilità c’entra qualcosa con tutti e quindi è l’unico legame sociale, nozione quest’ultima che non sono in grado di elaborare. Questa è la sommaria antropologia, psicologia ed etica espressa dalle fasce d’età a cui appartengo e a cui non appartengo perché sono ancora giovane. Se dovessi valutare la cosa dal punto di vista degli immaginari, le cose non starebbero così. Ma le fasce d’età in questione mi hanno obbligato a percepirle così fatte, così schierate, così patologizzate o patologicamente patologizzabili. Esprimo con nettezza il mio schifo rispetto a questa classificazione e però anche a chi, in questa classificazione, ci sta (un esempio: il centenario Gillo Dorfles non vi appartiene, il novantenne Alberto Arbasino sta lì in quella nicchia anagrafica da cui pontifica). Fate l’esercizio: prendete un conoscente che sta tra i 40 e 50 anni, vedete se sta dentro la fascia d’età bipolare, debolista e ambizioso-schizoide.
La scrittura non ha nulla a che vedere con queste considerazioni, poiché ha a che vedere con l’origine da cui ho tratto la suggestione per cui il mio schifo si esprime con nettezza, e tale origine consiste in un verso del poeta @Millo De Angelis, uno che proprio non ci sta nelle fasce di età ed è di un’altra generazione rispetto alla mia, il quale in “Distante un padre” (e cianciano oggi di: “padri”…) scriveva questo tratto in una splendida e più lunga poesia:

Inceneriti si accanivano sotto la bella realtà
come poté qualcuno succedere
come poté la notte bevuta cruda
sono tutti i nostri atti di giustizia
contro l’istinto dell’arcobaleno
schifo sii netto.

October 27, 2014 at 01:20PM

Mi chiedono: leggere perché? Me lo chiedono sul Twitter, quindi mi chiedono: #leggereperche’ (l’originale era: #leggereperchè). Risponderei: anzitutto per non scrivere l’avverbio interrogativo con la “e” accentata grave. E poi anche: leggere per stancarsi, per stancare la mente, perché si esaurisca la mente, per assorbire l’umano essendolo stati. I linguaggi e le immagini, le forme e le parole, gli stili e le strutture sono condensazioni del mentale, desideri che prendono questi corpi mentali. Quando i desideri sono soddisfatti, si esauriscono, da soli. Rimane la mente, con il tempo a disposizione per domandarsi cosa essa sia.

True Detective. Viaggi al termine della notte (Sentieri Selvaggi)

E’ in vendita su Amazon un interessantissimo compendio totale globale finale su #TrueDetective, che infatti si intitola “True detective”. E’ a cura di Luca Marchetti ed è edito da Sentieri selvaggi. Per sottotitolo ha non casualmente un detournément da Céline: “Viaggi al termine della notte”. Chiunque abbia amato o sia stato inquietato da o si sia sentito interrogato per colpa di o sia in incanto estatico a tutt’oggi per via di “True detective”, il capolavoro del duo Pizzolatto-Fukunaga con la coppia stratosferica McCounaghey-Harrelson, sarà assorbito da questo lavoro di intelligenza collettiva. In cui appare un’intervista al sottoscritto, molto articolata e molto lunga, in cui tra le molte cose dico questo: “La sospensione di giudizio è la materia delle storie, la forma è uno svuotamento, il che viene reso esplicito col titolo dell’ultimo episodio di ‘True Detective’, ‘Form and Void’. Quale forma e quale vuoto? Nelle easter eggs infinite, per esempio la presenza sul comodino di Rust di ben due edizioni delle ‘Upanisad’ vediche, sta tutto il salto di Pizzolatto dal suo romanzo ‘Galveston’ a quest’opera. ‘True Detective’ è ‘Galveston’ più la metafisica. Su quel vuoto, prima o poi, dovremo interrogarci. È una pratica che è stata sostituita dalla quest decostruzionista, in Occidente. Per questo se enuncio il termine ‘svuotamento’ purtroppo nell’occidente contemporaneo lo si capisce solo a livello decostruzionistico. In ‘True Detective’ però il livello è metafisico, costringe proprio fare l’esperienza dello svuotamento e dell’imminenza continua. Se non si usano strumenti metafisici, si può anche fare critica, ma non formulare una teoria dell’arte…”
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October 23, 2014 at 12:22PM


Non credo che il giornalismo abbia mai raggiunto i vertici dell’enigmistica a cui è approdata la redazione del Corriere della Sera, che, con uno stile tra Rubik e il Chomsky della grammatica generativo-trasformazionale, descrive una vicenda di false foto porno in relazione a Emilio Fede. E’ incredibile. Chi risolve il mistero, può telefonare a Repubblica e fare pubblicare lo scoop.

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October 22, 2014 at 05:16PM


Amiche, amici: voi sapete chi è don #Inzoli, detto “don Mercedes”? Immagino di no: nonostante sia uno dei casi più gravi di pedofilia in Italia e una delle più eccelse personalità di Comunione Liberazione e della Chiesa italiana, i giornali non ne parlano. Quando ne parlano, bisogna parlarne. Vi chiedo dunque la condivisione di questo articolo del Fatto Quotidiano. Sarebbe opportuno che anche Repubblica e Corriere della Sera decidessero di informare i cittadini. La storia (l’insieme delle storie) sta tra l’aberrante e lo sconcertante. In immagine, l’articolo di , il cui testo copio e incollo qui sotto. Se avete bisogno di un link fuori Facebook per diffondere questa importante notizia, eccolo: http://bit.ly/1yYqXqN.

“Abusi su 40 minori”. L’ex uomo forte di Cl ora rischia la galera
Ansa – Il Fatto Quotidiano
(di Sara Nicoli) Don Inzoli, confessore di Formigoni, è stato già punito da Bergoglio che collaborerà con i Pm di Cremona — Il prete in Mercedes Don Mauro Inzoli, già capo del Banco alimentare di Cl —
L’accusa, atroce, è di aver abusato nel corso di quasi una decina d’anni di 40 bambini e ragazzi affidati all’associazione Fraternità di Crema, che si occupa di minori in difficoltà e di cui era presidente. Ora la Procura di Cremona la rivolge direttamente a don Mauro Inzoli, un tempo uomo forte di Comunione e liberazione, per 15 anni presidente della Fondazione fiore all’occhiello dell’organizzazione di don Giussani, il Banco Alimentare, nonché tra i confessori più fidati di Roberto Formigoni.
Il presule è già stato punito da papa Francesco dopo aver subìto ben due processi da parte del Tribunale Ecclesiastico, ma ora anche la giustizia terrena vuole la sua parte. E così il procuratore di Cremona, Roberto Di Martino, ha prima aperto un fascicolo, quindi ha chiesto notizie alla Santa Sede, attraverso una rogatoria internazionale, per acquisire testi e documenti agli atti dei processi ecclesiastici contro don Inzoli.
La Rogatoria è arrivata in Vaticano nei giorni scorsi, ma già è stato fatto trapelare, attraverso fonti del ministero della Giustizia, che sarà dato seguito, “con ampia disponibilità” alla richiesta della magistratura cremonese; il nuovo corso di trasparenza e denuncia degli abusi inaugurato da Francesco prosegue dunque senza tentennamenti.
D’ALTRA PARTE, lo scandalo di don Inzoli è stato reso pubblico dallo stesso vescovo di Crema, monsignor Oscar Cantoni, con un comunicato stampa e una lettera alle parrocchie della Diocesi, nelle quali si parlava espressamente dei “gravi comportamenti” di cui si era reso responsabile il confessore del governatore, a partire “dall’abuso di minori” accertato da molte testimonianze durante i processi in Vaticano. Una “notizia criminis”, quel comunicato, per la Procura, alla quale, tuttavia, ha deciso di rivolgersi, con un esposto, anche Franco Bordo, deputato di Sel. “Era chiaro – racconta Bordo – che la Chiesa aveva già lavato i panni sporchi in casa e che dunque era necessario sollecitare la giustizia italiana a muoversi per ottenere una condanna per un reato così pesante. Per questo ho deciso di mandare l’esposto, mettendo semplicemente in fila le frasi contenute nei documenti resi pubblici dalla Diocesi di Crema. E la Procura si è mossa”.
Don Inzoli è stato prima sospeso a divinis, poi in appello ha ottenuto un alleggerimento della pena, ma gli è stato vietato dal Vaticano di accedere al territorio di Crema per almeno 5 anni, di dispensare sacramenti e di esercitarli in pubblico e, in ultimo, di “redimersi”. Lo scandalo, a dire il vero, è scoppiato due anni fa, per la precisione il 9 dicembre del 2012, quando il sito della Curia cremasca pubblicò la decisione del Vaticano di ridurre allo stato laicale don Inzoli, provvedimento contro il quale il sacerdote ricorse nel febbraio del 2013. Il 12 giugno scorso, quindi, ecco il decreto, durissimo, della Congregazioneper la Dottrina della Fede (il dicastero guidato dall’allora cardinale Ratzinger prima di diventare Papa) che, su incarico di papa Francesco, lo trasmise a Crema. Un decreto che, appunto, infliggeva la pena perpetua al presule, pur lasciandogli gli abiti talari, vietandogli anche in modo tassativo di svolgere “accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o di altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano, compresi ruoli a scopo educativo. Dopo i divieti, i doveri: “Dovrà intraprendere per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia”.
NON C’È SOLO l’aspetto più crudo e violento dell’abuso sui minori nella vita di don Inzoli. A Milano lo chiamavano “il prete in Mercedes”.
Sigaro in bocca, auto e ristoranti di lusso, frequentazioni politiche di peso, un uomo di potere attraverso la Fondazione Banco alimentare, l’organizzazione del Meeting di Rimini di Cl. Soprattutto tanto vicino a Roberto Formigoni. Ebbene, se il fascicolo romano d’Oltretevere non tiene conto di questi aspetti profani, l’altro fascicolo aperto dalla Procura di Cremona potrebbe ampliare la propria visione anche alla vita privata del presule, certamente vissuta e ostentata in modo ben al di sopra le possibilità di un modesto prete di campagna. Sul fronte economico gli accertamenti sono solo all’inizio.

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October 21, 2014 at 04:37PM

Ierisera non avevo nulla da fare, quindi, nella mia situazione di bel tesorino che se ne sta al caldo dove gli piace tanto, girovagavo tra i canali digitali preferiti alla tv e incappo in una puntata di “Amore criminale”. La trasmissione potrebbe intitolarsi “Femminicidi”. Si narra della storia angosciante che porta all’omicidio di una ragazza madre friulana, aberrantemente messa sotto pressione da un grassone col sembiante palesemente schizoparanoide, un volto del male dei nostri tempi, ma anche di qualunque altro tempo. Le dà continuativamente della troia per sms, telefono, di persona, la minaccia. Lei si accorge di essere incinta al sesto mese. Devo ripetere l’ultima sconcertante proposizione? Nasce una bellissima bambina. Madre e figlia vivono presso i genitori della ragazza. Lei non lavora. In modi sempre più tragicamente intimidatori, l’orrendo individuo dà dimostrazione di essere un assassino annunciato, nonostante la mediazione delle avvocatesse, che si rimpallano la questione dell’affidamento della piccola. Il tizio arriva a filmare una specie di rapimento della bambina, che serra nella sua autovettura, con la famiglia della giovane madre che impazzisce intorno ai cristalli. Tali immagini sono integralmente trasmesse. Arrivano i carabinieri, il comandante intima al futuro omicida di aprire la macchina, tutto si risolve in uno sfiato di pura angustia opprimente. Una sera il tizio, con estrema premeditazione, si reca a casa della famiglia della madre di sua figlia, con tanto di coltello nascosto in una cartellina per documenti. Arrivato, citofona. La giovane madre esce, parla con lui, gli apre il cancello nonostante le farneticazioni. Viene accoltellata e muore. Per comprovare alle autorità l’ulteriore minaccia, ha il cellulare acceso in modalità registratore e, quindi, registra tutto della propria morte. L’audio viene integralmente trasmesso. Arriva la madre della povera ragazza, in studio, davanti alla presentatrice, una scordabile attrice che presenta uno strano sembiante, come se ci avessero lavorato dei maghi dello scalpello e del silicone sigillante. Il tono serissimo, contrito e rigorosamente silente dell’attrice interroga la madre della vittima. Ella racconta di quando con la figlia stavano proprio guardando una trasmissione sul femminicidio e la ragazza ha chiesto: “Non è che è quello che capiterà a me?” e sua mamma dice di no, che è impossibile. Ci si lamenta delle istituzioni, che non sono intervenute quando potevano. La madre della ragazza uccisa viene invitata a leggere “il biglietto affidato alle fate, alle quali tanto credeva” la vittima, e si tratta di un biglietto “affidato al pozzo di San Patrizio”, su cui la ragazza scrisse un pensierino, che voleva starsene serena. Alla bimba è stato detto che la mamma non c’è più, ora è un angelo, è in cielo e la protegge. Il criminale appare in aula, dove viene condannato all’ergastolo in primo grado di giudizio: freddo, autisticamente dispotico, deformato come un elefante marino. Non pronuncia una parola umana nei confronti della ragazza che ha ucciso.
Questa descrizione è il più completo commento che posso restituire davanti alla mia attuale contemporaneità, dall’alluvione di Genova (con tanto di premesse storiche e avvenimenti posteriori) all’atteggiamento della Turchia nei confronti dei curdi che reggono a Kobane contro l’avanzata delle truppe Isis, dall’atteggiamento occidentale nei confronti di Ebola (su ogni piano) all’utilizzo del medesimo frame “femminicidio”.

Tommaso Pincio – Videolezioni d’Autore

Lo scrittore Tommaso Pincio vive in molte temporali che esprimono certe estetiche, certe ossessioni, certe topiche psichiche differenti tra loro. Qui apprezziamo la sua fissità sovietica per una mezz’ora buona, di fronte alla camera fissa di un reperto degli anni Novanta occidentali, cioè l’incredibile consorzio universitario Nettuno. Tutto è in quota Novanta. WordPress non era ancora stato inventato e Pincio ricavava in quel cronospazio una sua ambigua indefettibilità, una sua vena tragica e una lingua comune che avrebbe fatto la letteratura italiana nell’epoca di tutti noi.
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