July 23, 2014 at 07:57PM


Questa è una nota particolare: non ne sono io l’autore, l’autore è una autrice, cioè la matrice del “noi” che utilizzai nell’infanzia; quindi questa è la mia storia, anche. gg

di ELETTRA TARRONI

Il mio nome è Elettra, di cognome Tarroni, figlia di Raoul, violinista, che negli anni ’60 frequentava l’allora Sezione del PCI Porcelli, ubicata in Viale Lucania 3, quasi angolo Piazza Corvetto. Dopo la morte di mia madre, avvenuta proprio nel 1960, io accompagnavo mio padre quasi tutte le sere, dopocena, alla Sezione, dove si svolgeva un’alacre vita politica.
Il mio intento, attraverso queste mie testimonianze, è di dare un piccolo spaccato della vita della Sezione Porcelli, partendo dal profilo umano delle singole persone e, con esso, quindi un riconoscimento a tutti coloro che in quegli anni diedero così tanto di sé, per quella causa, spendendo tempo ed energie, senza alcun guadagno economico, anzi molto spesso rimettendoci soldi a livello personale.
La Sezione era composta, a quanto ricordo, da una non piccola costruzione di solo piano terra, con relativi locali sottoterra. Si disponeva poi anche di uno spazio verde, alberato, che si stendeva all’interno delle case angolo Lucania-Corvetto.
I sotterranei erano tristemente noti per essere stati teatro di torture da parte dei fascisti, inflitte a diversi partigiani, alcuni dei quali ritrovati il 22/4/45, pochi giorni prima della Liberazione. Fra questi anche i resti del Dott. Porcelli, che risiedeva allora in Via Spartaco, e che contribuì a dare assistenza medica ai partigiani, e i resti di Nello Salvi. Di questi due personaggi rimane oggi una lapide a memoria del loro sacrificio. La Sezione, quindi, prese il nome dal martire partigiano Onofrio Porcelli.
Mi preme sottolineare che personalmente non ho ricoperto ruoli all’interno del PCI. Ero infatti già allora molto scettica, capivo che unificare le persone non era bene, significava negare e sottrarre l’assoluta unicità di ognuno di noi. Subii però il fascino della lingua Russa, che mi misi a studiare per un periodo di tre anni. Poiché riuscivo agevolmente negli studi, il progetto era dare un esame a Roma, per poi ottenere una borsa di studio e recarmi a Leningrado per perfezionarmi in Russo; ma questa è tutt’altra storia, che non pertiene alla Sezione Porcelli….
Nonostante la mia riluttanza a seguire le orme paterne nell’impegno politico, anche se comunque ero quasi sempre presente alla vita della Sezione, Bruno Giani, che a quei tempi ne era segretario, aveva in cuore la segreta speranza che io potessi diventare un quadro del PCI e quindi mi inviò a un corso di Partito a Carate Urio. Durata: una settimana. Venivamo indottrinati tutto il santo giorno. Tra gli altri, ricordo particolarmente Gisella Floreanin che cercava di inculcarci nozioni…
La cosa buffa era che a Carate Urio non c’era solo il nostro corso di Partito, ma anche una sessione di studio per studenti, anche non italiani, iscritti all’Opus Dei; e così, alla sera, quando si era liberi dai rispettivi impegni “scolastici”, sotto i segni di questi due stendardi diametralmente opposti nacquero amori, anche se casti, per lo meno per ciò che mi riguardava. Dopo questa esperienza, però, feci capire chiaramente a Giani che in me non avrebbe mai avuto una futura dirigente di Partito.
Bruno era un operaio, alto e massiccio di corporatura, con un largo sorriso, persona dal cuore buono. Era sempre presente presso la Sezione, con la moglie Rosetta, donna altrettanto buona, sorridente, semplice e disponibile. Furono proprio Bruno e Rosetta, nel 1961, a fare da testimoni alle seconde nozze di mio padre Raoul, con Tea Merli, anche lei frequentatrice iscritta della Sezione.
La famiglia Allori, ovverosia Alfredo ed Elsa, gestiva il bar e anche un piccolo servizio-trattoria. Erano toscani e la signora Elsa solleticava sempre i nostri palati attraverso un delizioso profumino di stracotto, che ci accoglieva appena si entrava nel giardino… Gli Allori avevano un figlio, Luigi, che allora lavorava a l’Unità. Luigi si è sposato, credo che tenga rubriche sulla salute su qualche rivista. Ha una figlia (o perlomeno presumo che sia sua figlia) scrittrice di gialli: la ritrovo spesso citata su Quattro.
C’erano poi i coniugi Mottini. La signora Lina teneva i conti e la cassa del Partito. Abitavano dietro casa mia, in via Fratelli Rosselli. Il marito era bonariamente soprannominato da mio padre “il Mottinone”, in ragione della sua grossa mole che lo obbligava sempre ad un incedere un po’ pencolante. I comìniugi Mottini avevano un figlio, Maurizio, che in seguito si dedicò professionalmente alla politica e forse a tuttoggi è rimasto ancora “aggrappato” a questa. Maurizio si sposò con Emilia, ed ebbero tre figli maschi. So che ora sono pluri-nonni…
Lina Mottini era una donna volitiva, una donna di azione, sempre allegra, sbrigativa e piena di vitalità. Mi ospitò diverse volte a casa sua, anche a dormire; mi aveva preso in simpatia. Devo dire che rimasi molto colpita, allora, nel vedere che la coppia Mottini era modernissima per quanto riguardava i rapporti dei due coniugi, che dormivano separati, ognuno nella propria camera…
Da buona casalinga, quale non era, Lina mi insegnava, a modo suo, come preparare una buonissima minestrina: “Basta mettere nel pentolino un po’ di acqua, aggiungere un po’ di dado, ed ecco pronto un buon brodino!” (e pensare che, essendo io di famiglia romagnola, ero stata abituata alle squisite e curatissime tagliatelle fatte a mano da mia madre…). Ma questo insegnamento Lina me lo trasmetteva con amore, e tanto bastava.
A frequentare assiduamente la Sezione Porcelli era anche la famiglia Cantoni. Il professor Cantoni, che di nome faceva Giacomo, veniva in Sezione accompagnato sempre dalla moglie Carla e, qualche volta, anche dalle due giovani figlie. Giacomo Cantoni insegnava Filosofia alla scuola Rinascita. Mio padre lo aveva soprannominato, con il suo tipico spirito romagnolo, “48 denti”, in quanto Giacomo, che tra l’altro era un bellissimo e affascinante signore (forse da qui si può capire perché la moglie lo accompagnasse sempre…) quando sorrideva, e sorrideva spessissimo, lasciava intravvedere tutta la serie molto compattata dei suoi bianchissimi denti.
Fu proprio il professor Cantoni che tenne il discorso di commiato alla morte di mio padre, in qualità di rappresentante della Porcelli.
Sono da ricordare tra i membri storici della Sezione anche i coniugi Mario e Anna Galbusera, eternamente impegnati a costituire e ricostruire, a causa delle continue defezioni, una piccola Filodrammatica.
Io stessa partecipai alla messa in scena di “Erano tutti miei figli” di Arthur Miller. Mi era stata data una piccolissima parte, quella di Ann: ma ero così timida, così timida…
Ricordo anche i fratelli Rinonapoli. Il maggiore era un intellettuale, forse un insegnante. Vennero ad abitare propro nell’appartamento sottostante il mio, in Viale Lucania 28. Sentivo spesso il canto felice del fratello più giovane, Franco, quando era impegnato nella vasca da bagno. Altrettanto spesso, però, sentivo i diverbi tra il fratello maggiore e la sua compagna Agar, la quale cosa mi procurava non poca tristezza. Pur essendo comunisti e quindi orientati ad un certa giustizia ed equità fra i sessi (almeno: così pensavo io allora, ingenuamente), emergevano dalle parole che si sentivano provenire dal loro appartamento commenti e preconcetti che non erano per nulla rispettosi verso la povera Agar.
In seguito i Rinonapoli si spostarono in un’altra abitazione, in Via Longhena, e nel giro di poco tempo Franco si sposò poi con una ragazza della FGCI, della quale non ricordo il nome.
Frequentavano la Sezione anche i coniugi Brambati. Lui, tarchiato e piccolino, faceva l’idraulico. Lei, una donna corpulenta, un po’ pesante, ma che aveva un viso bellissimo. Erano buone persone, semplici, di quelle che agli altri donano il cuore. Avevano un figlio, Bruno, che ereditò nel viso i tratti della bellezza materna. Bruno, sposatosi con una francese e avuta una figlia, è diventato un medico ostetrico ed esercita tuttora la professione nel suo studio, non lontano da casa mia, qui a Porta Romana.
Si ricorda poi tra chi frequentava con regolarità la Sezione Porcelli anche il Dott. Passarelli, che, se non ricordo male, era anch’egli toscano. Si trattava di un ometto piccolo, mingherlino e modesto, sempre gentile, un vecchio medico di famiglia, un medico condotto come ne esistevano un tempo oramai trascorso e finito. Era già anziano ed arrivava in Sezione accompagnato dalla figlia, vedova, e qualche volta anche dal nipote. La figlia gestiva un negozietto di libri vecchi e anche antichi, in via Moscova, appena dopo Piazza S. Angelo. Molto spesso andavo a trovarla e intuivo che era in corso una specie di “guerra fredda” fra lei e Tea, nel contendersi la mano di mio padre, rimasto vedovo da poco.
Io mi fidavo molto del Dott. Passarelli, al punto da chiamarlo diversi anni dopo, per visitare il mio primogenito Giuseppe, che presentava sempre disturbi al piloro.
Ricordo anche i coniugi Mastropaolo. Lui era un ingegnere, vivace, un po’ ridanciano. Lei Anna, una donna alta, mostrava un viso sempre serio e gli occhi tristi. Abitavano in corso Lodi e ci invitarono, dopo il matrimonio di mio padre con Tea, a un pranzo a casa loro. A un certo punto, avendo io da espletare una necessità tipica di noi donne, chiesi del bagno. Mi si indicò dove fosse, senza altro dirmi. Quale fu la mia sorpresa quando, appena entrata, mi trovai davanti ad una gabbia non propriamente piccola, che conteneva una scimmia, altrettanto non piccola, la quale, forse irritata per la mia presenza, cominciò a saltellare di qua e di là, mostrandomi dispettosamente i rossi genitali e il suo deretano. Inutile dire che mi tenni la mia impellenza fino a quando rientrai a casa mia…
C’erano poi i coniugi Ragazzi. Beppe, un uomo alto, era scuro di carnagione, quasi olivastro, mentre la moglie più piccola, un tipo di donna vagamente “burrosa” nelle sue forme, era di carnagione bianchissima, a me sembrava quasi fosse un’altoatesina. La moglie forse si chiamava Alma: era già molto malata e di lì a poco sarebbe poi mancata.
Frequentava la Sezione anche Bruno Cazzaro, che gestiva assieme alla moglie la portineria di viale Lucania 22. Erano entrambi veneti, lui era persona buonissima, generosa e pulita moralmente; poteva essere amico di chiunque in modo disinteressato. A me voleva bene, lo capii tardi, quando me lo disse esplicitamente, incontrandolo per caso, già molto anziano, che si appoggiava penosamente ad un grosso e nodoso bastone. Lo seguii nella sua malattia, andandolo a trovare, fino all’ultimo, all’ospedale del Pio AlbergoTrivulzio, dove gli rubarono il bastone, fatto che gli procurò un terribile e bruciante dolore.
Ricordo poi, con particolare affetto, Lina Ciavarella. Grande amicizia mi legò a lei, al punto che ne mantenni i rapporti fino al 2010, quando scomparve all’età di 96 anni.
Lina era donna con un carattere non facile, alle volte anche burbero; era irruente e ribelle. Nativa di Caserta, poi abitò a Roma assieme ai fratelli e ai genitori, che gestivano un negozio di frutta e verdura.
Era un donna dotata anche di grande ironia ed aveva legato moltissimo con mio padre, che di ironia era parecchio esperto. Da confidenze che lei mi fece ultimamente, seppi che lei e Raoul si mettevano d’accordo per contrastare, durante le riunioni in Sezione, linee politiche che ne emergevano all’interno e che loro giudicavano deleterie o addirittura nefaste.
Lina era una dirigente a livello cooperative: un ruolo politicamente importante, che lei condusse con estrema competenza e soprattutto con grande serietà ed onestà. Lina infatti non si appropriò mai dei soldi che gestiva attraverso questo incarico politico. Aveva “in dotazione” sempre qualcuno che le facesse da segretario. Fra gli altri ricordo, in questa veste, il più giovane dei fratelli Pea, probabilmente però in anni successivi ai 60.
Lina abitava in via Pomposa, nelle case popolari, assieme al marito Armando e alle sue due figlie, Giuliana (purtroppo mancata nel 2011) e Nina.
“La Ciavarella” aveva avuto uno dei due fratelli ucciso alle Fosse Ardeatine. Era il 150° della fila, il fratello, e ad ogni anniversario lei mi ripeteva: “Capisci, ne ha visti, cadere 149 prima di lui…” Era inconsolabile in quel dolore, che non le si attenuò mai. Io invece, ogni volta che mi ripeteva la frase dei 149, non potevo fare a meno di pensare all’orrore che dovettero avvertire nelle ossa tutti coloro che erano gli ultimi della fila e, soprattutto, “sentivo” la terribile solitudine, la disperazione ed il dolore allucinato dell’ultimo ucciso in quella bolgia infernale.
Lina pagò durissimamente, a livello famigliare e non, la sua relazione extra-coniugale con il dirigente della Federazione del PCI, Alberganti. Il Partito, infatti, era assolutamente oscurantista e, benché questa relazione fosse a tutti nota, i due dovevano sempre non frequentare insieme riunioni, cortei e quant’altro.
C’erano anche due compagne di una certa età, Bianca e Tina. Di loro non seppi mai di cosa si fossero occupate quando erano giovani. Le trattavo con rispetto, per via della loro età, che era già avanzata. Bianca era corpulenta, claudicante, molto spicciativa e brusca, anche se condiva il tutto con qualche sorriso. Tina, viceversa, era una donnina minuta, sempre mite e gentile. Vivevano insieme. Un anno procurarono, alla mia famiglia ed a me, una piccola casetta per le vacanze estive, a Molveno. Anche loro avevano un appartamento in affitto nel paesino e in quell’occasione venne a trovarle un nipote, Sandro, che si invaghì di me; ma a me Sandro non piaceva proprio – e l’anno dopo avrei conosciuto Vito, che sarebbe poi diventato mio marito.
Dei giovani che frequentarono la FGCI ricordo pochissimo. C’erano i fratelli Mazzoni, Gigi e Gabriella, mentre la sorella Anna, già più grande, era giornalista sindacale presso l’Unità. I Mazzoni abitavano anche loro in viale Lucania e ho perfettamente presenti i lineamenti del padre e della madre. Erano toscani. Gigi si sposò con Nada ed ebbe un figlio. Anche Gabriella si sposò, andando a risiedere in Toscana. Ebbe una figlia e da un po’ di anni è rimasta vedova. Anna si sposò con un bellissimo signore, di nome Ausano, ed ebbero un figlio, uno scienziato che ora risiede e opera negli USA.
Mi piace anche ricordare Silvana Brunelli, che seguiva il tesseramento. Era a quei tempi già sulla trentina, ed era claudicante anche lei. Il suo posto fu poi occupato con dovizia dalla nostra Franca Sala, che ci onora ancora della sua presenza nei pranzi ANPI; come pure presente agli stessi si trova sempre il compagno Podini.
Altri compagni ovviamente frequentavano in quel periodo la Sezione Porcelli; di loro, purtroppo, non ricordo né il nome, né altro…
Ho voluto parlare di questa piccola comunità di persone, le quali essendo, appunto, uomini e donne, portavano dentro di loro sia i risvolti positivi, gli alti valori morali di allora, ma anche, purtroppo, ciò che riguarda i nostri limiti umani e cioè le inevitabile gelosie, le ambizioni di tipo carrieristico, i calcoli per arrivare a obbiettivi di potere, i miseri pettegolezzi. In ogni caso vanno tutti ricordati con l’affetto e l’accoglimento che si deve a ciascun essere umano, perdonandolo ed amandolo per quello che è e quello che è stato. La costruzione della Sezione Porcelli non esiste più e nemmeno il suo cortile alberato. Al suo posto sono sorti anonimi, grigi, alti palazzi senza “volto” né “carattere” né storia.
Il mio augurio, e sono certa che lo sia anche di chi leggerà questo mio piccolo scritto, è che si possa ritornare ad avere un’umanità interiore diversa, riempiendo quel vuoto e quello sfilacciamento che tuttora procura a tutti tanta delusione, male e disagio continui.

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July 23, 2014 at 01:25PM


La memoria locale sta sparendo. La questione è che la materia affrontata è un bivio linguistico: materia grigia. Il luogo del tempo ritrovato sfuma. “Ovunque è come ovunque” preconizzava, cantando di questa nebulizzazione, il grande poeta Andrea Zanzotto. Non è un problema di inesperienza: questa analisi non è nemmeno degna di considerazione teoretica, figuriamoci di valutazione lirica. E’ invece una ragione di “vita dei nervi” a rendere vaporizzati i luoghi. Non si tratta di un overload cognitivo, ma di un minus di percezione. Non perché Instagram, Twitter, le televisioni, la pubblicità e le industrie; bensì perché il sistema nervoso si è immerso in una vita fantasma che pare una emivita. Non è tale. Il luogo svapora al modo umano. Quel modo umano di svaporare la memoria e i luoghi era detto una volta: tossicodipendenza. E’ al momento importantissimo e sembrerebbe storico e memorabile frequentare quell’angolo della piazza dove rimedierai 1000 lire da cumulare per la dose di eroina (questa è tutta l’economia occidentale). Si aggirano lì volti noti, finti amici, rettili letali. Si consumano a quell’angolo avventure epiche. Nella piccineria c’è la traccia dell’universale, altrimenti non sarebbe piccineria, sarebbe nulla. Lì si cava qualcosa, si bruciano le possibilità, si è traditi e si tradisce, si è umiliati dai miserabili, talvolta passa un monarca. La “spada” è un ago portatore di morte, tutto è messo a rischio, la fine incombe, si esiste in un regime di sopravvivenza quasi minerale, ma isterica, ma non è un’autentica isteria. Il numinoso si dà nella nuvolaglia. Purtroppo, se è così, il brutto tempo è brutto, ma poi le nuvole si disfano. Ecco: trascorrono due anni, cinque, non si è più tossicodipendenti. Senza drammi e senza psicologia, senza censure interiori e senza carceri esteriori si dimentica quel luogo. E’ evaporato. Era tutto così vero!, e adesso nemmeno ci si rammarica che non lo sia più. Cedono i romanticismi, gli universali traballano, l’epica non è né certa né incerta. La natura non respira, ma la storia sì: si respira, dunque. Come eroinomani girano e vagolano, spettrali senza avere ricordo di corpi carnali e solidi, gli esponenti del mio presente. Una vaga stolidità sembra occupare stabilmente i loro sguardi, ma è un effetto ottico: sono io che vidi e che ricordo a formulare il paragone. In questo la storia mi condanna, poiché la storia si è sempre condannata. Che esperienza fu essere un tossico! Va’ da un tossico e digli che il regime vigente ai tempi della “pera” fu inesperienza: ma no!, fu un’esperienza potentissima! Solo il sociologo, cioè l’umanista che sbaglia sempre, sovverte il regime e formula l’analisi fumettistica. Questo tempo è uno zoo di vetro zurighese, poiché un tempo persino la Svizzera offrì una possibilità di esperienza. Fuochi fatui ma non fatali, poiché la fede nel destino, che è sempre fatale, si è consolidata in un sottinteso detto Progresso, i presenti occidentali rendono esteriore l’interiore: non l’hanno più? No: ne sono posseduti, come si dice del possesso e della possessione. Io vado ovunque in questa eredità della guerra, che si legittima da sola massacrando i milioni fuori dal suo cerchio prestabilito di violenza e scomodità, di alimentazione e di disaffezioni multiple, seriali, crimine dopo crimine dopo crimine…

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July 21, 2014 at 06:44PM


La meditazione sull’essere umano mi annoia, Mamma. Sul fondo del fondo si erge qualcosa: è un’umanità ridotta allo stato brado, che concepisce la propria evoluzione come un cammino tra le fosse di fossa in fossa consuma le proprie tappe, la prima identica all’ultima. Il bolo è passato da una guancia all’altra, le mucose fanno il loro lavoro, la saliva lo imbeve, lo si predigerisce e, quando è inghiottito, dopo tutta questa meticolosa ruminazione, esso rilascia il veleno e provoca il collasso gastrico. Al centro di quella pappa il virus proliferava, rilasciava acidi e butani, colpiva con un infarto l’idea, faceva dell’astro una mascherata oscena, del sole una tenebra, dell’immortale una falena, del gaudio uno struscio: era il male umano. Rùmina, rùmina, mondo!, sembrava canzonarlo. Il mondo masticava e sputava i resti: derelitti, affanni, tribolazioni. Qualcosa però lo mandava giù, il boccone spremuto sembrava talmente manducato! Invece lì si annidava un demone, un fastidio, una pozione malefica, il botulino: ecco, la realtà infartua. Questa è la colpa umana. Sovrasta l’universo, lo contamina con i suoi piccoli orrori: dalla carie alla morte, ecco il destino che attende chi tocchi l’umano. Lasciate queste bestie in pace. Ciò è immorale. Questi animali snodati sono scriteriati. Propalano le loro parole, articolazioni delle proprie morali in arteriosclerosi: chi le considera buffe è perduto. Questi comici sono tragediografi, teodofori dell’infamia. Ecco un bimbo tenero e innocente, piange, lacrimoni rigano il paffutello, si è inteneriti, lo si vuole consolare, lo si avvicina: allora egli rivela che piangeva perché ha la lebbra. La donna vi inchiavarda, il maschio è un bovino per nulla bonario e letale per i tafàni che lo bucano, il suo sangue è ferroso e indigesto. La natura si inchina a questi bipedi con il capo fisso in cielo. Gassificano le atmosfere. Inquinano i sogni. Il buio è tutto il loro sistema. Non vantano che una caratteristica poetica: hanno inventato loro la poesia. Sconcertano Golia e infieriscono su David. Non li si calcola, con loro le algebre se ne vanno gambe all’aria. Prendete la carestia russa del 1921, da cui abbiamo stravolto certi particolari di una fotografia che fu un dagherrotipo e ora è un simbolo. Non si crederà davvero che due contadini delle tundre si peritino davvero di vendere carne umana per chi voglia cibarsene in un tempo tanto frusto e sconvolgente? E’ ovviamente un trucco al quale abbiamo lavorato con alacrità, Mamma, e il risultato ci soddisfa a pieno. Ecco come andò la storia. I due villici sono crudeli, è vero, lo testimoniano le loro fisionomie lavateriane: su questo punto concediamo tutto. Ma è impossibile che tali totem intrisi di tabù siano originali tanto da cucinare davvero la carne umana di un ragazzotto e di esporre cervella e mandibole, per di più. Le hanno ritrovate nel loro campo, mentre raccoglievano le cipolle e i ràfani. Sono l’archeologia, questa scienza che specula sulla rovina universale e la rivende un tot al chilo. Hanno tirato su anche qualche pietra, dal latifondo. L’usucapione li costringe a un’esistenza magra. Stanno facendo mostra di quei resti mummificati: una tribolazione venderli ad archeologi che non degnano la isba di passaggio. Stanno lì tutto il giorno per molti giorni. Nel frattempo addentano le cipolle e si dividono un dado di lardo, altrimenti svengono. Fanno schifo. Non vi dico il puzzo di quelle mummie: muffa e cuoio scadente, sentore di granuloma, la putrefazione superata a vantaggio di una vita ulteriore, in forma di reperto. La morgue, si sa, è una forma universale, che preesiste e segue la fine. E’ uno choc privo di inizio che attende l’esito, il quale non arriva. Passa di lì un avventuriero, la foto è fatta, la sviluppa con i nitrati di argento, la diffonde ed ecco, diventa un’informazione con cui gli umani si crogiolano in una fantasia malsana. La notizia passa di bocca in bocca, di anno in anno, eccoci qui a commentarla. Si fa beffe del tempo. E’ una propaganda che alimenta enormi guadagni. Su simili leggende c’è sempre uno speculatore che intasca somme ingenti, sottraendole ai suoi simili, agli indigenti, ai bisognosi. Lo spirito caritatevole sarà tale, ma è anche ipocrita: qualunque spirito li odia, gli umani, siano essi russi o meno. Ciò non toglie che i due antenati erano dei cannibali davvero.

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July 21, 2014 at 06:43PM


La meditazione sull’essere umano mi annoia, Mamma. Sul fondo del fondo si erge qualcosa: è un’umanità ridotta allo stato brado, che concepisce la propria evoluzione come un cammino tra le fosse di fossa in fossa consuma le proprie tappe, la prima identica all’ultima. Il bolo è passato da una guancia all’altra, le mucose fanno il loro lavoro, la saliva lo imbeve, lo si predigerisce e, quando è inghiottito, dopo tutta questa meticolosa ruminazione, esso rilascia il veleno e provoca il collasso gastrico. Al centro di quella pappa il virus proliferava, rilasciava acidi e butani, colpiva con un infarto l’idea, faceva dell’astro una mascherata oscena, del sole una tenebra, dell’immortale una falena, del gaudio uno struscio: era il male umano. Rùmina, rùmina, mondo!, sembrava canzonarlo. Il mondo masticava e sputava i resti: derelitti, affanni, tribolazioni. Qualcosa però lo mandava giù, il boccone spremuto sembrava talmente manducato! Invece lì si annidava un demone, un fastidio, una pozione malefica, il botulino: ecco, la realtà infartua. Questa è la colpa umana. Sovrasta l’universo, lo contamina con i suoi piccoli orrori: dalla carie alla morte, ecco il destino che attende chi tocchi l’umano. Lasciate queste bestie in pace. Ciò è immorale. Questi animali snodati sono scriteriati. Propalano le loro parole, articolazioni delle proprie morali in arteriosclerosi: chi le considera buffe è perduto. Questi comici sono tragediografi, teodofori dell’infamia. Ecco un bimbo tenero e innocente, piange, lacrimoni rigano il paffutello, si è inteneriti, lo si vuole consolare, lo si avvicina: allora egli rivela che piangeva perché ha la lebbra. La donna vi inchiavarda, il maschio è un bovino per nulla bonario e letale per i tafàni che lo bucano, il suo sangue è ferroso e indigesto. La natura si inchina a questi bipedi con il capo fisso in cielo. Gassificano le atmosfere. Inquinano i sogni. Il buio è tutto il loro sistema. Non vantano che una caratteristica poetica: hanno inventato loro la poesia. Sconcertano Golia e infieriscono su David. Non li si calcola, con loro le algebre se ne vanno gambe all’aria. Prendete la carestia russa del 1921, da cui abbiamo stravolto certi particolari di una fotografia che fu un dagherrotipo e ora è un simbolo. Non si crederà davvero che due contadini delle tundre si peritino davvero di vendere carne umana per chi voglia cibarsene in un tempo tanto frusto e sconvolgente? E’ ovviamente un trucco al quale abbiamo lavorato con alacrità, Mamma, e il risultato ci soddisfa a pieno. Ecco come andò la storia. I due villici sono crudeli, è vero, lo testimoniano le loro fisionomie lavateriane: su questo punto concediamo tutto. Ma è impossibile che tali totem intrisi di tabù siano originali tanto da cucinare davvero la carne umana di un ragazzotto e di esporre cervella e mandibole, per di più. Le hanno ritrovate nel loro campo, mentre raccoglievano le cipolle e i ràfani. Sono l’archeologia, questa scienza che specula sulla rovina universale e la rivende un tot al chilo. Hanno tirato su anche qualche pietra, dal latifondo. L’usucapione li costringe a un’esistenza magra. Stanno facendo mostra di quei resti mummificati: una tribolazione venderli ad archeologi che non degnano la isba di passaggio. Stanno lì tutto il giorno per molti giorni. Nel frattempo addentano le cipolle e si dividono un dado di lardo, altrimenti svengono. Fanno schifo. Non vi dico il puzzo di quelle mummie: muffa e cuoio scadente, sentore di granuloma, la putrefazione superata a vantaggio di una vita ulteriore, in forma di reperto. La morgue, si sa, è una forma universale, che preesiste e segue la fine. E’ uno choc privo di inizio che attende l’esito, il quale non arriva. Passa di lì un avventuriero, la foto è fatta, la sviluppa con i nitrati di argento, la diffonde ed ecco, diventa un’informazione con cui gli umani si crogiolano in una fantasia malsana. La notizia passa di bocca in bocca, di anno in anno, eccoci qui a commentarla. Si fa beffe del tempo. E’ una propaganda che alimenta enormi guadagni. Su simili leggende c’è sempre uno speculatore che intasca somme ingenti, sottraendole ai suoi simili, agli indigenti, ai bisognosi. Lo spirito caritatevole sarà tale, ma è anche ipocrita: qualunque spirito li odia, gli umani, siano essi russi o meno. Ciò non toglie che i due antenati erano dei cannibali davvero.

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مجزرة الشجاعية

E’ semplicemente vergognoso che l’Italia e l’Europa tacciano, continuino a tacere, davanti e perfino intorno a quanto sta accadendo in queste ore nella Striscia di Gaza. E’ un genocidio, altroché operazione di terra per scovare i tunnel. Queste sono immagini dall’abitato di Shujaiyya: è una nuova Sabra e Chatila. Si contano 44 morti fino a ora. Uomini donne bambini massacrati, slogati, pronti alla decomposizione, mortificati prima che morti: sono le sillabe del loro sangue a pesare sul silenzio occidentale. Altroché ripetizioni dell’infinito conflitto mediorientale che mettono a disagio perché le abbiamo viste infinite volte (ho letto in giro anche questo). Devono vergognarsi tutti gli europei, gli italiani brava gente in primis, ché il premier sta in Mozanbico ad annunciare che Eni investe 50mld. E’ un giorno di morte sacra, questo. Questa notte è stato il saccheggio della vita a opera di ebrei e questo fa più dolore ancora. Quanto vale un bacio da fratellino a un popolo martoriatissimo, il palestinese, che da decenni sta subendo lo stillicidio della lenta morte contrattuale? Vale nulla, è vero, ma io bacio da fratellino le guance dei palestinesi, inzaccherate di polvere e sangue o linde di aria frizzante che fa attrito mentre si fugge, chissà dove, dalla morte che parla – è incredibile – in lingua ebraica.
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July 19, 2014 at 12:12AM

Non ho mai visto tanto misoneismo come oggi e particolarmente tra gli intellettuali che si lamentano che fa schifo, che le masse non sono condizionabili, che una volta c’erano Calvino e Vittorini. Costoro, un tempo, magari parallelo a quello che rimpiangono, sarebbero stati definiti “laudatores temporis acti”. Saranno pure “laudatores”, ma di un “tempus” per nulla “actus”. In quei tempi novecenteschi, in quei templi novecenteschi che rimpiangono, si è consumato un passaggio storico decisivo: è stata aperta la porta, con inchini e riverenze, all’alienazione di massa, che ha colpito loro, non la massa. La Rivoluzione Francese era per costoro eccessiva o un po’ troppo reazionaria, Goethe aveva la lingua e invece la stava abolendo, grandi pomeriggi filosofici quando la filosofia si autoseppelliva. Hanno in pratica avallato tutto, installando la forma alienativa per eccellenza, cioè il “credere”, che secondo loro avrebbe come opposto una strategia del dubbio che sarebbe feconda o un esito nichilista senza appello, quando l’opposto di quel “credere” è il “credere al niente”, cioè interrogarsi su cosa sia il niente, attività che, essendo metafisica, hanno bollato come fascista, mentre fascista era precisamente il loro “credere o morire”. I peccatucci facevano mito, per questi parassiti che non possono vantare l’autentico mito vivente, che è la miseria miserabile di cui tratta Hugo per centinaia e centinaia di pagine, arrivando a condensare la supre verità: “Era il buio, cioè la luce”. Ora non resta loro che zabettare: i versicoli poetici, il più elvetici possibili, una macchinetta che produce sempre una chiusa che secondo loro “sposta”, non si sa bene cosa o chi, fatto sta che è una macchinetta; e poi zabettano di “ritratti italiani” (il patetismo arbasiniano, mito tautologico, ma non secondo le istruzioni di circolarità à la Kerény: era mitico che Carolina Invernizio, quel salottino con Anna Banti e poi il mio déjeneur sur l’herbe con Henry Kissinger), cioè qualcosa di grottesco che non designa alcuna civiltà intellettuale, essendo il conato ultimo che annuncia la fine di qualsiasi civiltà intellettuale, tanto che si va a vedere impassibili il cadavere dell’amico erudito appena deceduto in ospedale e si pronuncia un ironico commento sulla qualità della camicia con cui lo hanno vestito (guardate qui e fate spallucce, dura meno di due minuti, sta tutto entro le “soglie di attenzione”: http://bit.ly/1jYWe7l); e poi gli stili (ah!, lo stile), che è purissima difesa psichica e null’altro (mi spieghino per benino: lo stile di Franz Kafka), quando la psiche va conquistata e trascesa; i loro mal di pancia politico-estetici, poiché secondo loro lo stile fa la politica, in un dannunzianesimo ridicolo e autoaccusante; per non parlare dei romanzi in cui zabetta una lingua ultrema, una parodia gaddiana, che a detta loro “si muove”, mentre è superata da l rap e dalle signore che acquistano al PAM. Lo scenario ovviamente si completa con le cazzate anticulturali, abominevoli e controumanistiche degli addetti ai lavori, capaci di rispettare il “progetto” e la “scrittura” del giallista pallido con tanto narcisismo dentro, inadatto a qualunque letteratura, ma che gira, gira, gira su se stesso e cade senza vertigini dal bordo numinoso della sedia in plastica su cui è adagiato. Queste merde che ritengono di “fare il mercato” sono riconoscibili dalle montature dei loro occhiali e sono il contrario di quei misoneisti, vanno avanti anni a reiterare la loro tesina che i serial americani hanno sostituito la letteratura, quando i serial sono finiti, in quanto, se a costoro arrivasse il progetto e la sceneggiatura di “True detective”, la boccerebbero dicendo che è “alta”. Praticamente uno deve scegliere tra la cacca e il letame? Sì e no. Vale per chiunque la potenza del momento individuale e collettivo in cui non si nutre più alcun “sogno” e non si è per questo disperati, sofferenti o filosoficamente pessimisti. C’è un istante dopo il quale il tragico non è più una categoria inverabile, per i singoli come per le collettività. Non si tratta di una maturità trista: si tratta dell’inizio della vita. Papà e mamma sono morti e, veramente, si scopre che erano il nonno e la nonna, o trisavoli insospettabili, ad avere lasciato il segno, l’abbraccio, la coccola che instaura il regime del sentire. Di qui l’assenza di categorie con cui etichettare i grandi, da Eschilo a Shakespeare a Walser a Lovecraft al suo erede Houellebecq. Non c’è nulla di meno attinente o attiguo a Shakespeare di quello che si dice “shakespeareano”. Il sorriso di Walser non è un sorriso e tantomeno è “walseriano”: ciononostante si ride.
Abbattete i re. Salvatevi dalla parola che dura.

July 18, 2014 at 12:08AM


Samih al-Qasim è uno dei più importanti poeti palestinesi (http://bit.ly/UdJoFV). L’immagine è una delle prime foto AP di Gaza invasa da terra e bombardata dalle truppe israeliane.

“A tutti gli uomini raffinati delle Nazioni Unite”

Signori d’ogni paese!
A che servono in questi tempi
Le cravatte a mezzogiorno… e le accese discussioni?
Signori d’ogni paese!
Il muschio che mi è cresciuto nel cuore
Ha coperto tutte le pareti di vetro.
A che cosa potrebbero servire in questi tempi
Le infinite riunioni,
gli importanti discorsi,
le spie,
le parole delle prostitute…
e le discussioni?
Signori!
Lasciatemi girare come desidera la scimmia di luna,
e venite qua…
nel mondo ho perduto i ponti.
Ho il sangue giallo
Ed ll cuore distrutto dal fango dei voti.
Signori d’ogni paese!
Che la mia vergogna sia una peste,
e un serpente il mio dolore!
O scarpe nere e lucide di ogni terra!
La mia ira è tanto più forte della mia voce…
Ma l’epoca è vigliacca,
e io sono senza mani!

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La formazione dello scrittore, 9 / Giuseppe Genna

Giulio Mozzi (che nella mia formazione ha contato almeno quanto Donata Feroldi, Valerio Evangelisti, Tommaso Pincio, Wu Ming 1, Antonio Franchini, et alii che non riesco qui a nominare) mi ha fatto un onore. Mi ha chiesto di raccontare la mia formazione. L’ho fatto, un po’ vergognandomene. Mi pare davvero delicato e complesso delineare cosa contribuisca alla formazione di un intellettuale e per di più anche scrittore. Io spero possa essere utile. La formazione oggi che cos’è? Lavoro in diversi gruppi giovani, sul versante dell’editoria e della filosofia e della neopsichiatria e ravvedo una differenza sostanziale e di ordine emotivo, rispetto a quanto accadde a me e altri in un preciso orizzonte storico, quello degli Ottanta/Novanta. Come entrano oggi in gioco (entrano in gioco?) incontri, suggestioni, rischi, vergogne, sentimenti di inadeguatezza e coraggio della saccenza, avventatezze, rigore, discipline – cioè come entra in gioco l’esistenza? Questo volevo chiedere, enunciando me.
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July 16, 2014 at 11:21AM


Incaricato dal “Corriere della Sera”, mi sono recato in un lembo di gloriosa emblematica padana, in cui si è sviluppato un conflitto campanilista: metà paese vuole il rintocco di campane a ora antelucana, metà paese no. Sono 1902 anime, dilaniate dai decibel sacerrimi. Esiste un vescovo emerito. C’è una dispensa diocesana. Vengono richiamati spiriti rurali e tradizioni ancestrali. Si trolla sui social. Questo abitato prossimo al Po è un luogo assoluto e primario. Nelle campagne lombarde, si sa, potrebbe allignare comodamente una Cianciulli digitale tanto quanto uno Schweitzer dedito al nascondimento. E’ lo scenario di qualunque delitto di provincia in Italia, sembra Brembate e Mapello, ma piatto e afoso, fitto di un mesmerismo naturale e contagiante. Il bergamasco spartisce i suoi geni spirituali con il bassopadano, evidentemente. Non ci deve sfuggire questa peculiarità antropologica. Anziane tignose mi scrutavano dalle fessure delle persiane mentre correvo lungo la via Emilia. Un’osteria era respingente sulla provinciale. Giungere nel paese significa entrare in una Heidelberg priva di università, in una Salem senza stregoneria, in una Macondo priva di incantamento ma non di raspadura e di lugànega. L’aiutante del curato ritiene di vivere sotto l’episcopato di Loris Capovilla o ai tempi di Ratti, a stare al sussurato diniego con cui mi ha comunicato il segreto assoluto in cui si rinchiude la Sposa del Cristo a proposito di questa storia di batacchi e petizioni. C’è un contrario del grandguignolesco ed è la ferocia trattenuta di queste campagne chimiche, trasandate, che danno su cantieri edili in cui si coagula il genio del geometra di provincia. Provenendo da Sondrio, ho cercato invano le statuette dei nani da giardino: nemmeno quelle c’erano. Non c’era nulla. Il vivente si rattrappisce qui in una forma letargica ma letale. E’ il Bayou lombardo, la Vandea cremasca, lo Yorkshire sotto apocalisse e silenzio. Il parroco è in gita con gli adolescenti.
L’articolo è oggi disponibile sull’edizione nazionale del “Corriere della Sera”.

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