EVERYMAN di Philip Roth: il tragico nel romanzo e l’impossibilità del romanzo tragico

Pubblico qui il saggio Everyman di Philip Roth: il tragico nel romanzo e l’impossibilità del romanzo tragico, esposto nell’àmbito del seminario Tradurre la morte: Altante “Everyman” tenuto presso l’Università di Siena nella primavera 2008.
Si tratta di un saggio che va a unirsi ad altri, inediti, per comporre una raccolta di incursioni ermeneutiche che, al momento, ha per stazioni: La metafora letterale, o degli insegnamenti cristici nei Vangeli canonici e in quelli di Qumran; Il medium nel “mezzo del cammin di nostra vita”, o della metafisica in Dante Alighieri; Dionigi Aeropagita e Marsilio Ficino, o la fisica fantasmatica; L’Opera nei Miserabili di Victor Hugo, o della visualizzazione; L’ultima allusione, o della letteralità in Kafka; Amerika di Kafka, o della grammatica delle potenze; La basalità in Wallace Stevens, o della verità barocca; Il barocco di Giovanni Getto; Il Personaggio Vuoto in William S. Burroughs; Lovecraft e le potenze inverse; I metalli e l’inanimato in Thomas Pynchon; Discronie discontinue, o il tragico come vuoto in Don DeLillo; Le ultime cinquanta pagine de La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq; Vasta risonanza, o de Il tempo materiale di Giorgio Vasta. Si tratta di capitoli per ora interminati, ma completi nella struttura, a parte quelli dedicati a Kafka, a Getto, a Pynchon e a DeLillo. La riflessione sul tragico, che utilizza un’emblematica della lettura sintomale in Roth, è la prima parte di una più estesa riflessione concernente il tragico come vuoto, che continua con il capitolo dedicato a Don DeLillo.
E’ possibile scaricare il saggio in formato doc o pdf, cliccando sulle icone rispettive qui sotto. La versione in html è comunque integrale.

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Everyman di Philip Roth: il tragico nel romanzo e l’impossibilità del romanzo tragico

di Giuseppe Genna

Nella prefazione all’edizione 2007 di Blaze, Stephen King avanza un argomento di critica del gusto sconcertante: accenna a Everyman di Philip Roth [1]. Lo fa con toni esasperati e comici, accomunando il romanzo di Roth, negli effetti che produce sul medesimo King, a Jude l’oscuro di Thomas Hardy. Leggendo questi romanzi, King dice di avere alzato le braccia, esasperato, di avere chiesto al cielo che l’autore infilasse di più: un cancro ulteriore, una fulmine che scende dal cielo e incarbonisce il protagonista che soffre solamente sfortune e, cosa fondamentale per King, piagnucola sul proprio dolore. Non va sottovalutata la capacità critica di cui King dispone: il suo On writing [2] rimane per molti scrittori contemporanei di tutto il mondo un punto di riferimento, che la critica stenta a tutt’oggi a includere nel suo comparto di elezione, soprattutto per un passaggio fondamentale in cui l’autore avvicina alla telepatia la mobilitazione di fantàsmata che è implicita nella scrittura di storie, siano esse epica tradizionalmente intesa o romanzo moderno e contemporaneo nei suoi più vari generi.

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L’assoluto qui ora del nomade che fa il deserto

‘Il nomade fa il deserto. E’ in un assoluto locale (deserto steppa ghiaccio o mare).’

Il tempo è una forma liquida di spazio mentale e tra istante e istante, cioè in ogni punto, ci è un assoluto locale.

‘Non ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poiché il tempo stesso l’hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te.’,

oppure:

‘Questo, in realtà, è il tempo: il numero del movimento secondo il prima e il poi.’,

oppure ancora:

‘Il tempo è un modo di dividere l’energia per amministrarla.’

Questa allusione (”energia”) allude a un sostrato (che è un termine allusivo) a ciò che il nomade fa. Ci sono molti sensi verso cui la nomadica allusione del sostrato si incammina. Tre classici, per esempio, sono:

‘Sostanza è il sostrato, il quale, in un senso, significa la materia (dico materia ciò che non è un alcunché di determinato in atto, ma un alcunché di determinato solo in potenza), in un secondo senso significa l’essenza e la forma (la quale, essendo un alcunché di determinato, può essere separata con il pensiero), e, in un terzo senso, significa il composto di materia e di forma’.

La separazione avviene comunque mediante il pensiero, che è un’attività.
Ci si dovrà quindi adattare al fatto che il nomade non pensi, il che non significa che non abbia possibilità di pensare.
Egli, piuttosto, né va né sta fermo, o meglio compie un’attività che non è propriamente tale, per cui sembra non muoversi o fermarsi – e dall’esterno si osservano scosse di movimento, repentini stop, arresti privi di ragione, riprese immotivabili. Tali osservazioni dall’esterno falliscono se e solo se non sono percepite come riflessi del proprio nomadismo e come affezioni proprie.
Se dovesse parlare, cosa che non fa seppure la possa fare, il nomade constaterebbe con un celebre e tragico motto:

‘L’esterno è follia.’,

oppure:

‘La pazzia, signore, se ne va a spasso per il mondo come il sole, e non c’è luogo in cui non risplenda.’

Invece, quando parla, il nomade dice il contrario, in quanto egli è santo, cioè separato dagli altri perché non solo sta investigando, ma ha terminato l’investigazione:

‘Mentre si è impegnati nell’investigazione di sé, si può con facilità badare anche alle altre attività. Inoltre, l’investigazione, essendo puramente interiore, non distrae gli altri che sono intorno.’

Intraprendere il cammino, laddove il tempo è trasceso, è sempre il tempo trasceso quando si intraprende un cammino, che è fatto di divisioni, di intervalli liquidi, trascendenti essi stessi l’orizzontalità del cammino medesimo.
Del medesimo, infatti, si parla non parlandone.
Intraprendere orizzontalmente il cammino, perseguirlo, tra dune, e quindi discontinuità dell’orizzonte stesso, nella verticalità che si fa implicitamente presente e pressante – questo è ciò che accade a una via che non si desidera percorrere e, proprio perché non la si desidera, càpita di percorrerla.
Così, nel ghiaccio o nel deserto, si può dire, pensando di non essere lì:

‘Cado in disparte e precipito nell’abbandono’,

perché ancora sono attivi gli attaccamenti agli affetti non sentiti e, perciostesso, non trascesi: qui il nomade non fa ancora deserto, non è ancora nomade, è appena apparso in luogo desertificato o ghiacciato.
Del ghiaccio invece si può dire, avendo trasceso gli attaccamenti agli affetti esperiti pienamente, cioè avendo maturato lo stato (che non è uno stato affatto) del nomade:

‘Lo ‘mperador del doloroso regno | da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia.’

Del deserto allo stesso modo si può dire:

‘or è diserta come cosa vieta.’

Che qualunque ascesi non sia ascesa, e perciò non abbia alcuna connotazione erettiva, muscolarmente dedita al completamento di chissà quale percorso, è cosa che la mente simbolica dell’umano fatica ad accettare. Quando non l’accetta, si manifesta la modalità:

‘Il mondo come suprema finzione’.

Quando l’accetta a forza, a forza si manifesta l’incomprensibile modalità: ‘L’io come suprema finzione’.
A quel punto l’umano è a un bivio, poiché sta morendo. Questo bivio è sintetizzato dalla mente simbolica non umana nella modalità:

‘Questo è il regno di Mnemosine. Qualora tu venga a morire, andrai alle case ben fatte di Ade: a destra c’è una fonte; accanto ad essa sta un bianco cipresso. Venendo laggiù le anime dei morti trovano refrigerio. A questa fonte non ti avvicinare affatto! Ma più avanti troverai la fresca acqua che scorre nel lago di Mnemosine: di sopra vi sono i custodi. Essi ti domanderanno, nell’animo loro prudente, che cosa tu veramente chieda alla Tenebra di Ade funesto. Dì: figlio io sono della Greve e di Urano stellato. Sono arso da sete e muoio, ma datemi subito la fresca acqua che scorre dal lago di Mnemosine”. E, invero, avranno misericordia di te con il consenso del re di sotterrra; e, invero, ti permetteranno di bere al lago di Mnemosine e, invero, anche tu, dopo aver bevuto verrai alla via sacra che anche altri iniziati e baccanti percorrono incliti.’,

la quale modalità corrisponde a questa altra (e a moltissime equipollenti e indefinite):

‘La mente è la base della trasmigrazione e dell’illuminazione, perciò è necessario conoscere la mente.’

In questa introduzione al limbo, a prima vista anodino epperò stracolmo di forze e di possibilità che l’orizzonte scatena, è fatto deserto: la scelta del deserto viene prima e muove l’incomprensione interiore e l’aggressione esteriore, che è il riflesso dell’incomprensione interiore.
L’incomprensione esteriore scatena lo stupor che è l’avvio a quel bivio, alla comprensione interiore.
L’alterità causa stupor e meraviglia, è meravigliosa, poiché è l’espressione teatrale dell’unità.

Leggendo Robert Musil

musilNon so per quanto sia possibile continuare, ma sto incrociando Contro il giorno, il nuovo romanzo di Thomas Pynchon, con una lettura che sana uno degli innumerevoli buchi neri della mia formazione, e cioè L’uomo senza qualità di Robert Musil. Un capolavoro che mi aveva sempre stoppato, in tentativi di inerpicamento postadolescenziali, alle prime pagine, per mio disdoro e afflizione sincera, ma che ora mi permette la scalata senza ramponi, e l’allargamento dei polmoni e delle tempie, se non del cuore. E’ da questo formidabile testo che traggo il seguente brano:

“Le fatiche del generale Stumm per mettere un po’ di ordine nei cervelli borghesi”
di ROBERT MUSIL
[da L'uomo senza qualità (1930), capitolo 85]

Solo allora Ulrich s’accorse che Stumm von Bordwebr s’era portato dietro una borsa d’ufficio, e l’aveva appoggiata ai piedi della scrivania; era uno di quei grandi zaini di vitello, che si possono portare sulle spalle mediante solide corregge, e servono a trasportare documenti da un ufficio all’altro nei vasti edifici ministeriali, o anche fuori. Evidentemente il generale era venuto con un attendente che aspettava sotto e che Ulrich non aveva veduto, perché solo con fatica si tirò sulle ginocchia la pesante borsa e fece scattare la piccola serratura d’acciaio che aveva tutta l’aria di un ordigno di guerra. – Non son rimasto in ozio, da quando assisto alle vostre riunioni, – sorrise, mentre la sua giubba celeste si tendeva, nella posizione curva, intorno ai bottoni dorati, – ma sai, ci son cose di cui non vengo a capo -. Tirò fuori dalla borsa un gran fascio di fogli sciolti, coperti di strani segni. – Tua cugina, – egli spiegò, – ho avuto con lei un colloquio esauriente, ella vorrebbe, giustamente, che dai suoi sforzi per elevare al nostro Eccelso Sovrano un monumento spirituale emergesse un’idea che fosse, come dire, la più alta, che occupasse il primo posto fra tutte le idee del giorno d’oggi; io però ho osservato, pur ammirando le personalità da lei invitate, che la cosa presenta infernali difficoltà. Se uno dice una cosa, l’altro afferma il contrario (l’hai notato anche tu?); ma c’è di peggio, secondo me; lo spirito borghese mi sembra proprio ciò che noi diciamo di certi cavalli: un cattivo mangiatore. Ti ricordi? Son bestie che non vogliono saperne di ingrassare, nemmeno con doppia razione di foraggio! Oppure diciamo, – si corresse a una lieve protesta del padrone di casa, – sì, diciamo pure che ingrassano, ma le ossa non crescono e la pelle rimane opaca; gli viene soltanto un pancione pieno d’erba. Ecco, vedi, la cosa mi interessa e vorrei approfondire la questione, come mai non si possa regolare la faccenda!
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Gadamer: su Celan

di HANS GEORG GADAMER

[da Chi sono io, chi sei tu. Su Paul Celan, cura e traduzione di Franco Camera, Genova, Casa Editrice Marietti, “Collana di Filosofia”, I ed., 1989. - ripreso da http://rebstein.wordpress.com]

Spazzata via dal
vento raggiante del tuo linguaggio,
la variopinta chiacchiera dell’esperienza
ammucchiata – la poesia dalle cento
lingue, menzognera,
il niente di poesia.

Sgombrato
dal moto vorticoso,
libero
è il sentiero nella neve
dalla forma umana,
la neve penitente,
verso le tavole del ghiacciaio,
verso le stanze ospitali.

Al fondo
del crepaccio dei tempi
nel
favo del ghiaccio
attende, cristallo di fiato,
la tua non intaccabile
testimonianza.

Weggebeizt vom
Strahlenwind deiner Sprache
das bunte Gerede des An-
erlebten – das hundert-
züngige Mein-
gedicht, das Genicht.

Aus-
Gewirbelt,
frei
der Weg durch den menschen-
gestaltigen Schnee,
den Büßerschnee, zu
den gastlichen
Gletscherstuben und –tischen.

Tief
in der Zeitenschrunde,
beim
Wabeneis
wartet, ein Atemkristall,
dein unumstößliches
Zeugnis.

***

celanciLa poesia è chiaramente suddivisa in tre strofe, che sono però composte da un numero disuguale di versi. E’ come un secondo atto dell’evento drammatico che era stato evocato nella terzultima poesia «Wortaufschüttung». (*) Quest’ultima poesia si colloca dopo l’evento cosmico che ha distrutto la falsa parvenza del linguaggio superficiale. Solo così si precisa ciò che si intende con le parole Strahlenwind deiner Sprache: si evoca un evento che irrompe da una lontananza cosmica e che, raggiante e tagliente, con la sua forza naturale «spazza via» [wegbeizt] la chiacchiera dell’esperienza in autentica depositatasi in superficie, come se spazzasse via una patina offuscante. Ma sono le pseudo-poesie tutte insieme ad essere chiamate qui bunte Gerede, «chiacchiera variopinta».
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Gloria a Massimo Bocchiola, poeta e traduttore (anche) di Pynchon

mortalissima_parte_bocchiolaMentre proseguo nella lettura di Contro il giorno di Thomas Pynchon, stupendomi parecchio per i giudizi stroncanti o sminuitivi che ne hanno dato amici miei e gran parte della critica letteraria americana (si tratta di un testo capitale, a mio parere), mi è necessario formulare un ringraziamento e un elogio: a Massimo Bocchiola, traduttore del libro. Si tratta di fatto di colui che, insieme a Vincenzo Mantovani, mi pare il migliore traduttore dall’americano – ma non basta. La precisione e la ricchezza inventiva che Bocchiola impegna nella resa di soluzioni che italianizzano Pynchon senza violarne la lingua – beh, mi pare un miracolo. Non mi pare tale, invece, conoscendo Bocchiola stesso (non lo vedo da anni, ma è uno degli incontri che, a posteriori, mi rendo conto che hanno segnato la mia formazione), il quale è uno dei migliori poeti italiani contemporanei. Peraltro, a mio parere, inclinante assai a certo espressionismo pynchoniano, pur essendo qui dato l’espressionismo in significazione assai particolare.
Pubblico di seguito una recensione di Roberto Deidier (con cui concordo sillaba per sillaba) all’ultimo libro di poesia firmato da Massimo Bocchiola, Mortalissima parte (edito da Guanda), e, in calce, una poesia del libro stesso.
E’ un inefficace modo di ringraziare Massimo per quanto mi sta dando, traducendo ad altissimi livelli il meglio dell’angloamericana contemporanea.
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Bellow: “Un insopportabile stato di frustrazione”

bellowdisdi SAUL BELLOW

Più di sessant’anni fa, grazie al mio professore di inglese del liceo, ho imparato a memoria assai lunghi passi della Ballata del Vecchio Marinaio di Samuel Taylor Coleridge. Il marinaio, come forse ricorderete, ferma un invitato che sta andando a un matrimonio e letteralmente lo costringe ad ascoltare la sua storia.

L’invitato, offeso, grida:
“Smettila!Via la mano, vecchio pazzo!”
Subito la sua mano lo lasciò.
Egli lo tiene con l’occhio scintillante…

Coleridge ci racconta che il banchetto è cominciato, i musicisti stanno già suonando, la sposa è bella come una rosa, eppure il marinaio non ha intenzione di lasciar andare il proprio ascoltatore:
L’ospite nuziale si batte il petto,
Non ha scelta, può soltanto ascoltare…
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Tommaso Pincio su “Contro il giorno” di Thomas Pynchon

pynchon_contro_il_giornodi Tommaso Pincio

Sarà di certo una coincidenza involontaria, ma Contro il giorno, il romanzo con cui Thomas Pynchon ha interrotto un silenzio letterario che durava da quasi un decennio, è sbarcato nelle librerie italiane il 16 giugno scorso. Per tutti i patiti di Joyce questa data corrisponde al Bloomsday, vale a dire il giorno in cui lo scrittore dublinese e la sua futura moglie Nora Bernacle si dettero il primo appuntamento nonché quello in cui si concentrano le azioni narrate nell’Ulisse. La coincidenza non consiste semplicemente nel fatto che i due autori vengono spesso accostati per ricchezza linguistica e complessità della loro opera. Per molti versi, Contro il giorno è una sorta di prequel del capolavoro indiscusso di Pynchon, L’arcobaleno della gravità, le cui pagine iniziali contengono similitudini troppo palesi con l’Ulisse per essere casuali. Il legame tra i due romanzi è simbolicamente sancito nell’ultima riga di Contro il giorno: «Inforcheranno gli occhiali affumicati per la gloria di ciò che sta arrivando a dividere il cielo», parole che fanno il verso al celeberrimo incipit dell’Arcobaleno della Gravità: «Un urlo attraversa il cielo». Quale sia il nesso tematico è presto detto. Il romanzo con cui il grande recluso della letteratura americana vinse il National Book Award nel 1973 trovava il suo scenario nel cuore di tenebra del Novecento, i mesi terminali del Secondo conflitto mondiale. L’altro, il più recente, quello che da qualche giorno è possibile leggere nella traduzione di Massimo Bocchiola, racconta gli eventi che hanno preceduto e posto le premesse a quelle insensate violenze.

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Thomas Pynchon: “Contro il giorno”

Thomas Pynchon – Contro il giorno – traduzione (eccezionale) di Massimo Bocchiola – 32 euro

gg_contro_il_giornoNe ha detto Tommaso Pincio: “Quel che rende scomodo Contro il giorno è il suo piglio anarchico, la veemenza con cui si scaglia contro il capitalismo e la tecnologia di cui si serve. Per Pynchon, il capitalismo avrà anche avuto la meglio ma non è affatto il sistema migliore bensì un mostro assurdo, disumano, distruttivo che divora le risorse del pianeta per sfornare prodotti che hanno solo un rapporto accidentale con i bisogni della gente comune. Non è poi così difficile come morale. Ma essendo i tempi quello che sono, a molti critici simili idee sono parse bambinesche se non proprio intollerabili. Probabilmente Pynchon lo presagiva ed è anche per questo che si è rivolto direttamente ai suoi lettori di oggi, augurando loro «Buona fortuna».”
Quanto a me, l’ho comprato stamattina e lo inizio stanotte – quindi non so cosa dirne, ancora. Mi limito a riportarne un brano, per darne un’idea, la più pynchoniana possibile, poiché a mio parere, se esce un libro dell’autore di Vineland, va preso e letto, anche se viene da vomitare nel corso della lettura stessa:

“Quando si abbassarono sugli Stockyards, i recinti del bestiame, il fetore e il tumulto della carne che apprende la propria mortalità li investì, quasi come la controparte oscura di una favola alla luce del giorno che loro, come appariva sempre più probabile, fossero volati lì per contribuire a diffondere. Da qualche parte laggiù c’era la Città Bianca promessa dagli opuscoli dell’Esposizione Colombiana, da qualche parte fra le alte ciminiere che vomitavano senza sosta fumo grasso e nero, gli effluvi perenni del mattatoio entro i quali per leghe sottovento gli edifici della città si ritraevano come bambini in un sonno senza requie dal giorno. Negli Stockyards, i lavoratori a fine turno, in grande maggioranza cattolici, capaci di allontanarsi per qualche prezioso secondo dalla terra e dal sangue, alzavano stupiti lo sguardo al dirigibile, immaginandosi un distaccamento di angeli non necessariamente rassicuranti.
Sotto gli incuriositi Compari del Caso roteavano strade e vicoli in una griglia cartesiana, schizzati a seppia, un miglio dopo l’altro.”

Uto Upim: il geniale e inquietante umanista pop di Facebook

n1518566289_9555Sta crescendo di intensità l’attività dello sconcertante personaggio Uto Upim, aUtodefinitosi Fantomas di Facebook, una delle apparizioni letterarie più sconcertanti tra quelle manifestatesi in questi ultimi mesi. Anzitutto, per i frequentatori di FB: Uto Upim non sono io, sebbene, innamoratomi perdutamente del suo stile e delle sue folgorazioni, io abbia fondato una Fan Page a lui dedicata – e subito la Fan Page è divenuta Fan (cosa fanno?, chi fa cosa?) Page di Uto Upim.
Uto Upim recentemente si è ribattezzato Uto Pio, fondando l’inqualificabile Partito Umanista POP (PUP) di Uto Pio e Discepoli s.a.s..
Si dichiara libertarianista e idolatra, si è messo a dialogare filologicamente di fantascienza con alcuni tra i massimi esperti italiani del genere, interviene con stile gelido e letterale, tra il normativo e il possibilista. Per esempio, a fronte di chi gli proponeva di aderire alla causa per l’abolizione dell’allucinante Guardia Nazionale di Saya e dell’MSI, ha risposto: “Vale la pena”.
Alcune tra le sue predilezioni: è amicissimo di Johnson Righeira, rispetto al quale sostiene che avesse intuito la dimensione internazionale della crisi dei derivati già nel 1983, emettendo nell’etere la monocorde canzonetta No tengo dinero. Si interroga sullo statuto ontologico di Nando Gazzolo ai nostri giorni, visto che ha scoperto che attualmente il celebre doppiatore è assai invecchiato e si veste col pallio pontificio. Apprezza il lettrismo, tanto da annoverare Raoul Vanaigem tra i suoi riferimenti ideologici. Definisce Silvio Berlusconi “Cavaliere Dianetico”. Si comporta da dj extratemporale, interrompendo il flusso di testo con annunci sintetici quali “Ed ora un momento soul”, laddove inserisce Candi Staton con I’m Just A Prisoner. Sulla sua Fan (cosa fanno?, chi fa cosa?) Page è apparso il Gatto Arturo, indimenticata e assolutamente lovecraftiana icona pomeridiana della tv Svizzera, immortalato mentre fa il saluto fascista. Si riproduce qui apposito video per identificare il Gatto Arturo, dentro il quale, secondo Uto Upim, si nascondeva una comparsa dei Grigioni della stazza di 2.10 metri.

Chi si nasconde dietro Uto Upim ha avuto a che fare con il gruppo di Alfabeta, leggendaria rivista fondata da Gianni Sassi, Antonio Porta e Nanni Balestrini, i quali Uto evidentemente ha conosciuto di persona e loro hanno conosciuto di persona Uto.
Le sue incisive apparizioni costituiscono l’evenienza stilistica più interessante che abbia finora incrociato su Facebook. Il protocollo immaginale e stilistico non è tale: è proprio la rottura dei protocolli. Non è trash in alcun modo: destruttura, anzi, il trash, il vintage, le covering, la nostalgia dannosa e immotivata. Il suo pop non è postmoderno: è popolare e basta. Uto Upim dichiara apertamente e palesemente realizza il tentativo avanguardista di compiere passi avanti nell’espressione creativa e nelle retoriche. E’ imprevedibile, neutro, piatto o apicale a seconda dei momenti.
Prevedo, in tempi ragionevoli, che Uto Upim pubblicherà un libro narrativo – non so se di racconti, di microsaggi, di devastazioni immaginifiche; però sono certo che lo pubblicherà.
Nel caso siate Miserabili Lettori iscritti a Facebook, vi invito a chiedere l’amicizia a Uto Pio, ad aderire alla Fan (cosa fanno?, chi fa cosa?) Page di Uto Upim, a partecipare al gruppo Partito Umanista POP (PUP) di Uto Pio e Discepoli s.a.s.
E ad attendere sviluppi che immagino notevoli, anche se il giudizio è di parte, poiché adoro la mente individuale e la rete neuronale collettiva che Uto Upim scatena con compassata dinoccolatezza.

Annuncio e corposa anticipazione: “Assalto a un tempo devastato e vile” in nuova edizione da minimum fax

mfbnE’ una delle per me più liete novelle: dopo l’estate, per i tipi minimum fax (già editore di Italia De Profundis), uscirà la riedizione, doverosamente ampliata, di Assalto a un tempo devastato e vile, nel decennale della sua prima pubblicazione.
La novella è per me lieta in quanto, del tutto idiosincraticamente, trattasi di un libro a cui molto tenni e molto tengo. E’ un oggetto per me piuttosto perturbante, perché, a distanza di 10 anni, molte cose sono mutate fuori e moltissime dentro. All’edizione precedente, che Mondadori ha liberato nei diritti riconsegnadoli all’autore, si va a scontrare una differenza oggettiva e soggettiva in termini di testualità – e cioè di sguardo e retorica, di psiche e di lingua – spirituale, cioè. La nuova sezione dovrebbe intitolarsi Assalto a un io devastato e vile e pone non poche domande circa l’eventuale continuità con un paradigma stilistico di cui, a oggi, non sono più capace. Sono capace di altro e di ciò, il più onestamente che potrò, mi accingo a dare testimonianza.
Tutto ruota intorno alla “Zona Paterna” per come Wu Ming 1 l’ha delineata qui, con un appello a cui non è per me possibile non rispondere.
Da questa sezione, ecco la corposa anticipazione promessa. A parlare non sono io; è mio padre, Vito Antonio Genna, che scrive per davvero queste parole, nel ‘64:

“[...]
7 dicembre 1964
Viale Lucania. Tenue strappo verso lo Zenith, a figurare il Golgota di un Cristo senza Croce. La sua passione è nell’incavo del cuore, nessuno può vederla. Ritorna dalla festa dell’amore. Il bavero addossato alla nuca. Ride sul Golgota. Zufola l’ultimo motivo di Luigi Tenco. Gli occhi, lucidi, brillano di un’ubriachezza consumata. La Pasqua non è più violenta Passione per colui che torna dalla festa dell’amore. Profanatore del sacro silenzio notturno. Conta le ultime stelle. Notte calda, notte eterna. Viale Lucania è una lunga discesa verso il consueto mondo tiepido delle rotaie tramviarie, verso i meandri di un quartiere popolare, Calvairate, i barboni iniziano il giorno nella notte.
Mi infilo in un androne buio, vado a morire beatamente nel letto mio.
Privazione della Crocifissione.”

Mi sia permesso da ora un enorme ringraziamento a Marco Cassini, Daniele Di Gennaro, Martina Testa, Alessandro Grazioli, Nicola LaGioia, Christian Raimo e tutti i “minimi” per questa occasione che mi danno.
Ovviamente, intorno all’edizione minimum fax del decennale di Assalto a un tempo devastato e vile, su questo sito ripetutamente ritornerò, con considerazioni, ragionamenti e segnalazioni (quella, per esempio, inerente la data precisa dell’uscita post-estiva), sperando di non importunare i Miserabili Lettori.

Al festival MI/TO a settembre: Filippo Del Corno mette in opera lirica IO HITLER

mitologo
Milano – Mercoledì 9 Settembre 2009 – ore 21:00 (vedi qui)
delcorno
Filippo Del Corno (ph. F. Savastano)

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In coproduzione con
Teatro Franco Parenti

In collaborazione con
Sentieri selvaggi

Contemporanea

Filippo Del Corno

IO HITLER

Testo di Giuseppe Genna
Prima esecuzione assoluta

Ensemble Sentieri selvaggi
Carlo Boccadoro, direttore e pianoforte
Paolo Pierobon, attore
Francesco Frongia, regia
Giovanni De Francesco, scene e costumi

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Un’azione di teatro musicale che racconta la vita del dittatore dal 1905 al 1933, poco prima della definitiva presa del potere. Vengono messi a fuoco, con accurata precisione storica, elementi poco noti della vita di Hitler, senza alcuna concessione a curiosità morbose o invenzioni fittizie. Hitler non è un’icona mitica, e neanche una maschera grottesca. È un uomo consapevole e responsabile della serie di crimini con cui si appresta a provocare una delle più efferate tragedie della storia. L’attore, solo sul palcoscenico, impersona Hitler con mimesi iperrealista, avvolto in una continua rifrazione di immagini video e immerso in una vischiosa lava sonora intessuta nelle regioni più gravi degli strumenti.


posto unico numerato € 10

Un inedito: ‘Di là delle opere del Sole’

Ineffabile, uno, indivisibile, senza;
eppure ognidove sempre

Effusioni di colori immani in nubi osservate tra bolle di gas iridescente dalla macchina Hubble

Deserti cieli, non-praterie

Rivolta dei corpi solidi prima del riassorbimento

“Sa, dunque, che quando le bolle si sgonfiano o esplodono, raggiungono quello stadio detto scientificamente di schiuma indifferenziata”

E disse il manichino nella discarica dei crash test alla domanda chi fosse lui: “Io sono il vostro futuro”

E con i piccoli occhi affondati nel grasso e mobilissimi guardava dalla finestra gli alberi che

Infallibile come la bestia ricoperta di occhi ciao

Un prete-teschio-danza

In quale modo, ad esempio, possiamo trascendere il pensiero individuato?

Ridere, sì che si rideva. Pure con le penurie e le scomodità, la gente aveva bisogno di trovare i propri assi in quel gruppo di individui, che vivevano solo per la pazienza di imitare cose che neanche conoscevano. Le creature.
Ma io non risi.

E’ questa la figura della notte: un uomo
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I contenuti egoici, la sofferenza, l’espressione e la risoluzione a venire

Ha scritto un Maestro:

“Occorre ricordare che il processo realizzativo consiste nello sciogliere le forme coagulate (contenuti qualitativi e psichici individuati), rallentare il moto del principio materiale e risolverlo in quello essenziale; la sostanza (materiale, emotiva, psicologica) non è altro che una semplice polarità.
[...] Il conflitto-sofferenza deriva dal contrasto tra i vari contenuti (spesso psicoemotivi), avendo questi qualità opposte; è un dato evidente che nella nostra circonferenza psichica esistono enti creati da noi, che si combattono per la loro sopravvivenza.
Occorre far tacere le molteplici voci che intorbidiscono e travolgono la coscienza; occorre, senza sentimentalismi, ma compiendo in ogni caso l’esperienza del sentimento, riconoscere che: o è la sostanza psichica che, in modo caotico, lambisce l’intera circonferenza, oppure è il principio essenziale (o ente reale) che impone il ritmo direzionale alla circonferenza.
La sostanza psichica è un cattivo padrone, ma un ottimo e utile servo. Lasciare che la sostanza psichica si modelli secondo i vari stimoli interni o esterni, che può ricevere senza l’intervento direttivo dell’ente essenziale, o “ordinatore interno”, significa trovarsi completamente alienati.
Il disordine dei rapporti umani è il riflesso-specchio del disordine della sostanza individuale che non viene plasmata secondo la pura Idea, come direbbe Platone, o la volontà spirituale della Coscienza.
L’ignoranza di ciò che è (avidya) porta al vivere proiettivo psicotico, quindi al vivere folle. Infatti il mondo degli ego empirici è una dimensione paranoica. Il Liberato ha invece sconfitto l’ignoranza; gli rimane il vivere privo di proiezioni, senza aspettative: persino i suoi stessi atti possono apparire importanti agli occhi degli altri, ma non ai suoi”.

E un altro Maestro ha scritto:

“Quando viene dato inizio al processo di risoluzione psichica, si attraversa una fase che il Testimone interno dovrebbe osservare senza giudicare. Il testimone interno, però, agli inizi non è pronto a quest’opera, che si attiva perciò in modo discontinuo. Si assiste così ad alcuni casi di trasformazione personale, caratteriale, tali da rendere il più delle volte irriconoscibile la persona che sta compiendo un profondo lavoro di trasformazione interna. Questo è il lungo periodo in cui emergono i contenuti emotivi da sciogliere, i propri fantasmi, le paure e le rabbie passate, che dormivano nell’inconscio o che si conoscevano ma non si risolvevano. L’aggressività (a questo stadio del lavoro personale) è frequente, i contenuti che si stanno elaborando, magari senza accorgersene, vengono attribuiti agli altri con cui si è in rapporto, e non ci si accorge di operare in questo senso. Non è infrequente il caso che la persona, impegnata in un importante e travolgente lavoro di trasformazione interiore, venga lasciata sola da amici, parenti e intimi perché è lei ad allontanarli. Proprio non ci si accorge che quanto si attribuisce agli altri, e prima di tutto a chi è più vicino, è qualcosa che sta accadendo all’interno. Non si è ancora sulla Via ma ci si sta avvicinando. E’ una fase molto dura. La paranoia è uno dei contenuti di base che devono essere risolti ed è per questo che si accusano gli altri, si pensa di intervenire con amore nei loro confronti e invece si è prepotenti o sospettosi. La frase più ripetuta da chi viene da me al Bost e mi parla dall’interno di questo inizio trasformativo è: “Non capisco, lui è cambiato o lei è cambiata, non lo riconosco più, oppure non è più la stessa”. Mi sono abituato a considerare l’affermazione “L’altro era a un passo dal riuscire e non ce l’ha fatta” come uno degli indicatori più certi di questo. Il rifiuto pregiudiziale di ciò che è proprio e il ritegno a dire “mio” è un altro indicatore. E’ un fattore di base questo finto rifiuto di ciò che è “mio”, perché il possesso è il nemico del distacco. Però non ci si può distaccare dal possesso, se non si è sperimentato il possesso.
La persona che inizia un processo trasformativo ritiene di dare amore agli altri attraverso tutta la rabbia che sta risolvendo in se stessa. Gli altri rimangono sorpresi da questo, a meno che non si trovino a compiere lo stesso percorso.”

Un capitolo tagliato de “Le teste”: ‘Evacuazione!’. Ovvero: Lopez e ‘Cronaca Vera’

copj13aspIn un libro come Le teste, nicodemico thriller in uscita per Mondadori Strade Blu in quel del settembre prossimo venturo, e che tratta in effetti di tagli di teste, era impossibile che non si tagliasse un capitolo. Il che, precisamente, è avvenuto. Tale capitolo risultava un hàpax legòmenon eccessivo e andava espunto: espulso, a essere metodici – e lo siamo.
Questo capitolo, che, isolato, non può che avere a titolo “Evacuazione!”, concerne per l’appunto l’evacuazione di Guido Lopez, il personaggio protagonista della narrazione. Seguiva, questo capitolo ora tagliato, nella stesura originale, un momento in cui suddetto protagonista (che allo stesso tempo, e come sempre, è deuteragonista: ma non di un personaggio, bensì di “altro”) correva l’altissimo rischio dell’estinzione fisica, gravissima minaccia portatagli addirittura dentro alla risaputa tana da cui dirige le sue operazioni: la Questura milanese. La quale è quindi da evacuare. E anche qui, in effetti e in altro senso, della medesima materia si tratta, con ben altra soluzione.
Una specificazione. La lettera che il personaggio Guido lopez legge dalla rivista Cronaca Vera è reale, sebbene mai pubblicata sul popolare magazine, bensì nella consigliabile raccolta CARA CRONICA -170 lettere per svelare l’Italia dimenticata, edito da Aliberti per le cure di Edoardo Montolli.
Segue, dunque, il capitolo in quistione, immolato al metodo romanzesco:

Evacuazione.
Immediata, improvvisa: necessaria.
Il pericolo è altissimo e dalle fondamenta proprie e interiori l’ispettore Guido Lopez avverte il tremore dell’imminenza, dell’assenza di protezione.
Egli è esposto all’aggressione.
Deve cercare i Servizi e non vorrebbe. La pulsione lo esige. Protezione: cerca questo.
Il quarto piano della Questura, sede della Squadra Investigativa, cui da molti anni e con interruzione appartiene anima e corpo, esige l’evacuazione immediata: anima e corpo.
L’altissimo rischio pressa Lopez, abbandonare lo stazzonato trench, il piano è deserto, la fuga tumultuosa.
La perentorietà delle esigenze. L’ambiente è ostile: sempre.
Evacuare, quindi: e velocissimamente.
Il segnale giunto implica operazioni a tutela della sicurezza e del resto tutto il piano è evacuato, è solo, Lopez, abbandonato a sé.
Dove sono i Servizi?
A che giova una simile occorrenza?
La salvezza è a pochi metri, l’occasione stessa della medesima, purché sia Lopez il determinato che pianifica nell’istante medesimo in cui esegue.
E’ come un trillo, un sisma, illimitata sensazione di precariato di sé.
Evacuare, evacuare subito. Leggi il seguito »

Enzo Mansueto sul ‘Corriere del Mezzogiorno’: “Anteprima nazionale”

42_anteprima_nazionalegE’ uscita in edicola una bellissima recensione del critico Enzo Mansueto circa l’antologia narrativa di nove racconti e una prefazione nei tipi minimum fax Anteprima nazionale – Nove visioni del nostro futuro invisibile (laddove il costo si quantifichi in euro 13 e 50 centesimi; e inoltre: 226 pagine – maggio 2009 – ISBN 978-88-7521-222-3), curato il testo da Giorgio Vasta (si sottolinei qui: candidato al Premio Strega per il suo romanzo splendido e importante Il tempo materiale, minimum fax essendone ugualmente editore). La recensione del Mansueto ha ottenuto pubblicazione in una pagina intera che il Corriere del Mezzogiorno ha dedicato a suddetta antologia, con una intensa fotografia di Giancarlo De Cataldo a corredare il pezzo (è infatti uno degli autori partecipanti all’antologia stessa: insieme al sottoscritto e a Tullio Avoledo, Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Valerio Evangelisti, Giorgio Falco, Tommaso Pincio oltreché Wu Ming 1).
Quivi pubblico il file in formato pdf della pagina firmata da Enzo Mansueto, scaricabile assai semplicemente con un clic. Ne anticipo lo incipit di seguito qui sotto!

“La parola ‘futuro’ pare non avere più una cittadinanza in una società freneticamente schiacciata dalla soddisfazione di desideri mercificati, dalla ipertrofia del tutto e subito, da un presente iperesteso e globalizzato.”

[PS. Poiché mi è stata fatta notare la sorpresa di un apparente mutamento della di me scrittura, quasi desiderassi parodiare malamente l'Ingegnere o Ippolito Nievo, specifico che tale nonstile verrà indefinitamente adottato finché le viscere detteranno tale inclinazione, per nulla scherzosa!, semplicemente rispettosa di una angolatura della libido epperò in sé e per sé del tutto priva di significazione alcuna o tantomeno offensiva nei confronti di qualcuno o qualche cosa! gg]

Sinistra e Libertà: sotto il segno del sogno

logosinistraelibertaCome largamente prevedibile, Sinistra e Libertà non ha ottenuto il fatidico (un aggettivo in cui risuona certa enfasi retorica mussoliniana) quorum del 4%. Spiace, certamente, poiché i candidati di Sinistra e Libertà, nella precedente legislatura, hanno condotto e contribuito a vincere battaglie decisive al Parlamento Europeo, il che dai colleghi continentali è stato ufficialmente riconosciuto. D’altro canto, perlomeno a me, che non si sia raggiunto il quorum non spiace affatto. Poiché, oltre alle ragioni ragionevoli che vado a elencare per dare una spiegazione al risultato (a mio parere ottimo) di questa nuova forza, il fatto di non avere raggiunto la soglia di di eleggibilità accelera il processo costituente, strutturante e decisivo che conferirà quella sperata identità aperta e vocata al futuro che Sinistra e Libertà deve assumere.
Tra i militanti mi pare di osservare sconforto. E’ una reazione emotiva comprensibile e tuttavia immotivata. Sinistra e Libertà non è un’aggregazione di soggetti esistenti e potenti dal punto di vista organizzativo e numerico: si tratta in realtà di un autentico progetto politico, partorito due mesi orsono. Che in due mesi si sia arrivati a eguagliare i risultati di consenso di una forza strutturata e ricca di un decennio di storia quale è Rifondazione, a mio modestissimo parere, è quasi un miracolo, del quale si devono ringraziare Nichi Vendola, Claudio Fava, gli altri nomi – eccellenti per qualità personali – che si sono spesi in prima linea, e tutti coloro che hanno diffuso il diffondibile circa questa formazione. Una campagna elettorale che è stata sistematicamente ignorata dai grandi e piccoli mezzi di informazione, facendo perno su un quotidiano appena nato (L’Altro, diretto da Piero Sansonetti) e soprattutto sul passaparola e sulla Rete: in 60 giorni, non poteva plausibilmente portare oltre questo risultato.
Avrebbe dovuto accadere qualcosa che io fortemente mi auspico, perché Sinistra e Libertà accedesse al Parlamento europeo già in questa tornata elettorale: e cioè il crollo verticale del Partito Cosiddetto Democratico. Crollo che parzialmente non è avvenuto. Nonostante sia cattivo costume parlare degli arredi in casa altrui e io sia abituato a riflettere in termini di massimalismo e di mobilitazione dell’immaginario ben al di là del giochino dei flussi statistici, vorrei spendere qualche considerazione intorno al Partito Cosiddetto Democratico. Questo anfibio incertissimo e pendulo, penetrato fino alle radici da una concezione tecnocratica e mercantilista della vita, privo di qualunque tensione al sogno, ricco di correnti non d’aria ma di autentica Democrazia Cristiana e di carsismo derivante dall’ex Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano, si è mediaticamente schierato ierinotte con i suoi apparati sberluccicanti o polverosi, a partire dall’emissione del primo e allucinogeno instant poll, rivendicando con un’arroganza impressionante e purtroppo già vista il merito di una supposta mancata affermazione totalitaria delle destre. Sembrava di assistere a Hellzapoppin o a uno sketch dei Monty Python, ierisera, facendo zapping tra Melandri e Bindi da Vespa o da Piroso. Sia chiaro: si tratta di un piano mestamente spettacolare di cui a me frega zero, ma abbastanza indicativo di un’antropologia che fa la cifra della formazione guidata da un allievo di Benigno Zaccagnini. Rosy Bindi rincorreva, per empito e vertigine surrealista, il suo vicino di tavolo, Maurizio Gasparri. Sembrava avere assunto una sostanza psicotropa, che nel caso di Bindi potrebbe benissimo essere il Danacol. Stava lì a reclamare una vittoria, non registrando che, a un anno dalle elezioni politiche, il suo Partito Cosiddetto Democratico ha perduto la bellezza di quasi un quarto del suo elettorato, sortendo il soddisfacente risultato di andare perfino al di sotto della soglia già di per sé ridicola del 27%. Era possibile, ierisera, ammirare il sollievo albionico di Melandri tutta occhialini e analisi di flusso prive di conforto dei dati, mentre il refrain era che Berlusconi non aveva ottenuto le percentuali bulgare che lui propalava prima del voto. Complimenti per l’analisi e l’atteggiamento, che ricorda le sciagurate affermazioni del povero Natta, segretario Pci post-berlingueriano, all’indomani della determinante sconfitta al referendum sulla Scala Mobile: “Abbiamo perso, ma ottenendo una percentuale maggiore della somma dei partiti che componevano il nostro fronte”. Cioè: io avrò un tumore, ma tu sei spettinato. La verità è che il Partito delle Libertà ottiene il consenso che aveva la Democrazia Cristiana di un tempo, corroborato da un’estensione abnorme del voto ottenuto dalla Lega, che sta alla destra del padre Silvio ma non equivale esattamente a ciò che stava alla destra della Dc: ha numeri ben superiori e dei Liberali pentapartitici e del MSI che ora è paradossalmente a sinistra della Lega stessa.
Questo Paese è al momento orribile, esprime una cultura politica detestabil. Otto deputati europei leghisti si propongono di fermare l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea (scelta, peraltro, condivisibile, ma non per i motivi razzisti sbandierati dalla Lega: la Turchia non ha da entrare in Europa perché il suo ingresso è fortemente voluto dagli USA, per ragioni di controllo geopolitico e per sbilanciare il faticoso equilibrio che ancora non è raggiunto dalla tecnocratica UE – si tratta di una mossa che nulla ha a che vedere con cultura, popolo, democrazia).
E’ necessario che il Partito Cosiddetto Democratico crolli, affinché cresca una sinistra autentica in Italia. Ciò è fondamentale essenzialmente perché il Partito Cosiddetto Democratico non è in grado di esprimere una visione politica e meno ancora una propensione al sogno, una mobilitazione dell’immaginario collettivo. Ascoltare Piero Fassino, l’uomo che ha rivendicato la primazia del respingimento disumano dei migranti in mare, mentre afferma che a livello continentale il Partito Cosiddetto Democratico sarebbe la forza progressista più ampia, riporta il discorso politico a livelli di Pappagone. Contento Fassino, contenti loro. Poichè di progressista, il Partito Cosiddetto Democratico ha ben poco o ha quanto consente l’indegno bipolarismo tecnocrate a cui si è votato.
Non ho il minimo dubbio che si tratti soltanto di attendere – lavorando sodo, certo, a un progetto di autentica sinistra dinamica, che congiunga la potenza della tradizione all’orizzonte futuro. Il Partito Cosiddetto Democratico si affloscerà col tempo.
Basta non cadere nella trappola mentale dell’efficientismo elettoralista. Non è che sia fondamentale ottenere percentuali strabilianti. Mirare poi alla soglia del 4%: ci si renda conto di che cosa sia una democrazia che lascia fuori dalla rappresentanza più del 15% dell’elettorato. Basta una decisione all’alto sugli sbarramenti, e oplà: una democrazia è più democratica o più dispotica. Ottenere poi consenso artificiale? Muoversi sull’onda dell’emotivo? Sarebbe assurdo, se non controproducente. Non penso che Sinistra e Libertà intenda gonfiarsi muscolarmente, occupare posti, leninisticamente intrudersi, fare la rivoluzione bolscevica, abbattere un regime zarista, prendere il potere, istituire soviet e gulag. Eppure il mind control sortisce effetti. La critica alla sinistra radicale, visionabile su tutta la stampa condizionante che questa sugna nazionale propina quotidianamente è oggi: perché Rifondazione Comunista e Sinistra e Libertà non si sono unite, che in tal modo raggiungevano il quorum? A parte che unendosi dubito moltissimo che avrebbero raggiunto il quorum, va detto che non si sono unite semplicemente perché Rifondazione Comunista ha un suo progetto, mentre Sinistra e Libertà ha un progetto differente. E’ chiarissimo a tutti che si dovrà passare per un’unificazione della sinistra – ma sui contenuti del sogno di futuro, e non in base a coalizioni ipocrite o calcolanti il %. Per 50 anni e passa il Partito Comunista Italiano non ha espresso Presidente del Consiglio o ministri: non comprendo questa foia di accusare la sinistra di frammentazione eccessiva, di supposto vittimismo da assenza di scranni. Lavorare sulle idee, sulla coerenza e l’apertura implica tempo. Lo ha bene insegnato la Lega e ancora gli analisti non lo comprendono.
Semplicemente: prima non c’era una forza come Sinistra e Libertà, invece ora c’è.
Se si vuole realizzare un cantiere per la sinistra unica, si deve fare i conti non con apparati e simboli, ora, ma con idee e sogni. E’ l’orizzonte di sogno su cui si punta, e non sarebbe possibile fare altrimenti. Il limite e del Partito Cosiddetto Democratico e di Rifondazione Comunista dell’ex ministro Ferrero è a mio avviso proprio questo: non mobilitano sogni. Il materialismo dialettico a cui si rifà la rifondazione del comunismo determina il fatto che non si tratta per nulla di rifondazione – non ha nulla di utopico, è tetramente amministrativa del presente, e quindi conserva in sé i rischi della ripetizione di passati errori. D’altra parte il massimo del sogno di cui il Partito Cosiddetto Democratico pare capace è la liberalizzazione delle licenze dei taxisti. Con, in più, un’inaudita violenza: che consiste nell’omogeneità con Berlusconi nella pratica di interdire l’espressione alternativa di chi si oppone a una visione da Piramidi di Giza della politica. L’attacco a Rifondazione e a Sinistra e Libertà che i leader PD hanno mosso negli ultimi giorni, in paranoia per i sondaggi pre-elettorali, circa il voto utile: è stato un inutile maramaldeggiare – inutile, ma non per questo meno osceno, indegno e della pari natura di quanto eietta come prassi specifica la destra di questo Paese. Oggi il segretario pro-tempore di tale formazione apparentemente democratica si lamenta: dice che ha avuto poco spazio, che non gli hanno fatto esprimere opinioni sui temi concreti del progetto che il suo partito avrebbe in mente di realizzare. Una menzogna in pieno stile berlusconiano: ogni sera che iddio mandava in terra e sullo Stivale, abbiamo ascoltato le fibrillanti accuse in cadenza emiliana di questo Bravo Ragazzo, che parlava e parlava e parlava di veline, cazzate da Novella 2000, domande a cui il premier non risponde mentre il Bravo Ragazzo non saprebbe rispondere nemmeno a una (tipo: “Sei d’accordo per il testamento biologico alla Veronesi, che milita nel tuo partito?”). Pd e Pdl si sono spartiti lo spazio informativo in maniera bipolarmente orwelliana. Il Bravo Ragazzo dimentica che e la sua vecchia formazione post-democristiana e i suoi dirigenti post-comunisti sono i maggiori responsabili del fatto che non si sia proceduto a normativizzare l’incredibile conflitto di interessi che sta governando l’Italia.
Ciò sia detto come pars destruens. La vocazione di Sinistra e Libertà, tuttavia, mi sembra invece, e parecchio, construens. Ciò che deve accadere è che si inizi da subito, a prescindere dai risultati delle Amministrative, che immagino più deludenti di quelli delle Europee, la fase costituente, l’innesco di movimento, utilizzando tutto ciò che si ha a disposizione: le competenze, le esperienze, le differenti identità, l’ingaggio di Rete realizzato in modo molto serio e pandemico – il tutto sotto il segno del sogno. Sinistra e Libertà, come dimostra la videochat di cui è stato protagonista Nichi Vendola al CorriereTV, ha esperienza e conoscenza e proposta forte sul territorio. Però questo è soltanto (e non è cosa da poco, comunque) il buongoverno: paga elettoralmente, ma non funziona in termini di scuotimento delle menti e di rivitalizzazione della speranza di un orizzonte aperto. Si deve avere il coraggio propagandare il sogno di fraternità, giustizia sociale, allargamento dei diritti di cui questo Pese (ma direi: il continente tutto, vista l’incapacità utopica di cui sono rimasti vittime i partiti pseudosocialisti e le socialdemocrazie) ha bisogno.
Sotto il segno del sogno si inizia ora. Il nuovo, antichissimo, futuro inizio è qui e ora. La dignità è ritrovata. Si tratta di immaginare il più ampiamente possibile.

Ho votato: Sinistra e Libertà. Preferenze: Dalai, Vendola, Fava.

sinistra_e_liberta_votoDunque, come ho motivato con la mia intenzione di voto qui pubblicata, mi sono recato al seggio elettorale e ho messo la croce sul simbolo di Sinistra e Libertà, scrivendo i nomi a cui accordo piena fiducia per le mie preferenze, e cioè: Michele Dalai, Nichi Vendola, Claudio Fava. Invito gli elettori interessati del collegio Nord-Ovest a indicare le medesime preferenze.

Perché voto Sinistra e Libertà

logosinistraelibertadi GIUSEPPE GENNA

[Una versione ridotta di questo intervento è apparsa oggi in prima pagina del quotidiano L'Altro, diretto da Piero Sansonetti - qui il file pdf della pagina]

C’è stato un tempo – novecentesco – che non vorrei riproponesse più certe sue istanze, e in particolare una, che mi riguarda: l’idea che esistano masse su cui gli intellettuali si illudono di esercitare un’illuminata influenza. Io sono un intellettuale (ma anche un lavoratore salariato) ed è senza alcuna arroganza che esprimo una speranza e un’azione concreta di ordine politico. La speranza è che il movimento Sinistra e Libertà cresca, si trasformi e trasformi la società in cui vivo. L’azione concreta è il voto che io darò a Sinistra e Libertà in queste elezioni.
Posso mettere discretamente a disposizione di chiunque gli strumenti di analisi di cui dispongo, perché la storia e l’esperienza di una persona si misurano a mio parere con atti di abbraccio collettivo. Da un lato, non si tratta di fare marketing arrogante per un voto elettorale. D’altro canto, la mia intenzione di voto intende esprimere desideri e sogni abnormi – una pratica che sembra al momento essersi perduta nell’angosciante pragmatismo che trionfa in questi giorni popolati dallo spettro dell’Uomo Qualunque. Che però non è lo spettro che si aggira per l’Europa. O, almeno, non è l’unico. Per il continente si aggirano infatti anche altri spettri. Per esempio il fantasma di un fascismo radicale e tecnocratico, tutto dedito a trasformare in pratiche reali le strategie malcerte e disumane del liberismo più selvaggio che la storia umana abbia mai vissuto. Io spero vivamente che ci si accorga presto che un altro genere di spettro non ha mai smesso di aggirarsi per l’Europa – ed è lo spettro del comunismo e più ancora del socialismo.
Credo che in questi anni sia in gioco alla massima intensità il valore basale della politica, sul quale è stato effettuato un tentativo di rimozione: intendo l’umano, il fenomeno umano. Ci sono attualmente due politiche che si scontrano, ovunque. Una di queste politiche è disumana e propone in qualità di valori degli oggetti e delle configurazioni dei rapporti (economici, collettivi, individuali), finendo con l’abolire la dignità e la pietà e il desiderio. L’altra politica è a favore dell’umano, tenta di tutelarne non solo la sopravvivenza (che il capitalismo avanzato, ma gretto come l’arretrato, mette concretamente a rischio) bensì anche la vita, che è altra cosa dalla mera sopravvivenza.
Io mi schiero per questa politica umanista, che a mio avviso non può fare a meno di porre in circolo le esperienze comunista, socialista, ecologista, aprendosi l’orizzonte di una sperimentazione sociale vasta, costituita da un sogno che è un’avventura: il soddisfacimento totale non solo dei bisogni, ma anche dei desideri degli uomini.
E’ dunque soltanto con un composito laboratorio di idee, visioni, prospettive e vite che si può tentare un’esperienza comunitaria all’altezza delle sfide che abbiamo deciso di affrontare. Sfida tecnologica, economica, per l’allargamento dei diritti. E il laboratorio in cui misuro il massimo fervore, la curiosità più acuta e coraggiosa, la condivisione di diritti fondamentali, la memoria e l’apertura al futuro più penetrante è in Italia per me Sinistra e Libertà. Per questi motivi voto Sinistra e Libertà, consegnando la delega preziosa a rappresentarmi a persone come Nichi Vendola e Claudio Fava, che si prendono la responsabilità della mia responsabilità verso gli altri con cui vivo e vorrei vivere. Compiono questo gesto in un Paese sdrucito dal materialismo più grezzo, dalla dimenticanza dell’empatia su cui si fonda una società di giusti, dalla visione della complessità in cui ci siamo immersi, dal tentativo di colonizzare con superstizioni medievali la laicità, che è uno dei valori portanti del luogo in cui sono cresciuto.
“Quale antenato parla in me? Io non riesco a essere una sola persona. Sono capace di sentirmi un’infinità di cose contemporaneamente. Il male del nostro tempo è che non ci sono più grandi maestri. La strada del nostro cuore è coperta d’ombra. Bisogna ascoltare le voci che sembrano inutili. Bisogna riempire gli occhi e le orecchie di cose che siano all’inizio di un grande sogno. Qualcuno deve gridare che costruiremo le Piramidi, non importa se poi non le costruiremo. Bisogna alimentare il desiderio. Dobbiamo tirare l’anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all’infinito”. Queste parole di Tonino Guerra, scritte per Nostalghia di Andreij Tarkovskij, danno forma alla grande idea che ha fatto, fa e continuerà a fare da motore al comunismo, al socialismo, al movimento ecologista. Non è con le piccole pratiche di assicurazione che giungeremo non a salvare, ma a fare fiorire il pianeta, e cioè anche l’uomo. E’ su queste ambizioni sconsiderate, enormi che misuro la possibilità e il cuore della politica oggi.
Scelgo Sinistra e Libertà per rappresentarmi proprio nella speranza che si crei un simile movimento, innovativo nelle modalità di aggregazione, ma erede del sogno di abbattere lo stato presente di cose. Per quanto mi sarà consentito, a questo movimento darò assenso, energia e lavoro personali.

Si dirà che poi c’è comunque il principio di realtà, la politica di tutti i giorni. Questa trappola indegna, con cui sono state alimentate le peggiori fantasie delle classi più disagiate, è l’autentico carcere della politica e il principio genetico dell’alienazione. Però provo a stare su questo piano e traggo qualche ulteriore considerazione personale.
La situazione politica in Italia ha radici storiche troppo complesse perché qui si possa anche soltanto compiere il tentativo di un accenno. Limitandosi alla contingenza, ciò che ne deriva mi lascia attonito: il più antico partito italiano, quello socialista, non è rappresentato in Parlamento; la sinistra in genere non è rappresentata in Parlamento; il Paese esprime la propria sintomatologia, che è un sistema antiumano di disvalori, il peggio del più greve tra i materialismi, intriso di razzismo becero, particolarismo, assenza di pietà e compartecipazione, trionfante di nichilismo a ogni livello.
La forza che si autoproclama di sinistra è addirittura più a destra della socialdemocrazia, al cui gruppo europeo non va a iscriversi. Il Partito Democratico è un organismo geneticamente modificato, una mistura in cui convivono, come l’acqua e l’olio, elementi provenienti dall’epopea del lungo addio al comunismo e settori afferenti all’epopea del lungo ritorno al cattolicesimo politico. Queste due forze contrastanti e incompatibili, radunate sotto il segno di un americanismo ingiustificabile alle nostre latitudini politiche, con questa vaga sigla che richiama non si capisce bene quale idea di democrazia, è la più autentica mascheratura di una formazione che si oppone radicalmente al comunismo, al socialismo e all’ecologismo di nuovo tipo. Il Partito è stato fondato da quello dell’Iri, un cattolico che ha fatto sedute spiritiche rivelando il covo in cui nascondevano Moro ma non per intero, l’uomo delle privatizzazioni a inizio Novanta, un democristiano tecnocratico. Tale personaggio fonda un partito che vorrebbe simile all’omonimo statunitense, ma in cui qualunque decisione fondamentale per la vita complessa che ci troviamo ad affrontare in questo tempo viene rimandata alla libertà di coscienza individuale – e questa è la fine dell’idea stessa di politica. Tentazioni vaticane condotte con palese ipocrisia o con verace e sincero radicalismo convivono con ipocrisie di apparato che, già nel recente passato, hanno indotto un intellettuale schivo come Nanni Moretti a esplodere la sua rabbia perfino contro le fisionomie di una tale inamovibile schiera di supposti capipopolo: gente che ha fatto di tutto per abolire l’idea stessa di popolo. Nessuna indicazione su questioni biopolitiche centrali, nessuna difesa di diritti acquisiti o da acquisire, nessuna idea di futuro. Il Partito Democratico rivendica con un suo esponente il primato del respingimento di migranti in mare. Si divide sul testamento biologico e sul caso di Eluana Englaro. E’ guidato da un ex democristiano, dopo essere stato guidato da un ologramma che andava avanti a citazioni da Martin Luther King e da Elvis Presley – un’incarnazione fantasmatica dello spettacolo dominante, ovverosia l’emulazione fallita di chi sta dall’altra parte, cioè Silvio Berlusconi, che come si è visto lo spettacolo perlomeno lo sa far gradire molto bene.
Nell’imbelle incertezza delle burocrazie partitodemocratiche, va a pescare consenso un personaggio che, di per sé, è molto più rischioso per la democrazia di quanto lo sia il suo acerrimo avversario: Antonio Di Pietro è l’idealtypus legalista, forcaiolo, giustizialista, privo di contenuti ideologici che tutto sono tranne che un danno, anche se questo tempo si scaglia contro l’ideologia come se fosse la barbarie umana, non rendendosi conto che questo stesso violento rifiuto è una potente ideologia. Di Pietro non ha nulla a che vedere con la sinistra, con il comunismo, con il socialismo, con l’ecologismo, con tradizioni nobili che sarebbe folle gettare alle ortiche, anche se è evidente che tali tradizioni vanno trasformate, messe in dinamica e in metamorfosi. Ciò non toglie che l’Italia dei Valori (una sigla spettacolarmente vuota quanto Forza Italia), per la reattività che esprime contro la persona e alla politica di Silvio Berlusconi, soddisfa certi istinti che, anch’essi, appartengono più al qualunquismo che alla sinistra. Il populismo feroce di Antonio Di Pietro mantiene elementi della formazione esistenziale del personaggio: che non a caso ha fatto il carabiniere. E questa sarebbe l’alternativa al Partito Democratico e alle sue programmatiche esitazioni.
Nell’altro campo, che è però l’Italia per i tre quarti, domina qualcosa che fa rizzare i capelli a uno come me, che è autore di un romanzo su Hitler: sembra di vivere la transizione da Weimar a un pericoloso regime. L’antiparlamentarismo, la parola “democrazia” svuotata ma reiterata ogni minuto, la xenofobia per ragioni di particolarismo economico, l’emergenza continua, la proposta poliziesca a tutela della securitas borghese, il circolo vizioso tra propaganda e richiesta di spettacolo dal basso, l’idea di sedurre i poteri forti, lo schierarsi con il padronato, il nazionalismo esasperato, componenti che non si vergognano (né, in base al reato di apologia del fascismo, vengono legittimamente censurate) a definirsi eredi dirette del Ventennio. Gabbie salariali, abbandono del solidarismo, la globalizzazione euforicamente messa accanto a pratiche di statalismo finanziario. E, sopra tutto, l’incultura, l’ignoranza, l’odio pervicace verso ciò che è valore umanistico. E’ il neocapitalismo vincente, che qui in Italia è voluto, desiderato ed espresso nel corpo di Silvio Berlusconi – non invece causato da costui, come spesso erroneamente si è creduto.
Questo è il disastrato panorama politico italiano, per come lo vedo in sintesi – senza lasciarmi andare a considerazioni di costume, che prenderebbero lo spazio di un’enciclopedia.

A fronte di questa situazione di disagio e lugubre emivita sociale, la sinistra ha subìto la più mortificante delle sconfitte. Quindi, si è divisa. Da una parte c’è Rifondazione Comunista, che avanza legittimamente i suoi programmi e i suoi distinguo. Dall’altra c’è Sinistra e Libertà. Spesso, nelle ultime settimane, mi è stato chiesto in cosa le due formazioni si dividano e perché non vadano unite al voto. La mia risposta è che, comunque, Sinistra e Libertà nasce in logica di movimento e laboratorio. Personalmente non sono interessato al superamento di barriere con cui si regolamenta oscenamente l’accesso alla rappresentanza democratica: se ne vada a quel paese il 4% fatidico. E’ la fase costituente che mi interessa.
L’idea stessa di non ridurre il socialismo a 15 anni di craxismo mi pare fondamentale. Il fenomeno del craxismo, peraltro, non è ancora stato storicizzato, se non à la Travaglio. Sarà vero che la Scala Mobile ha dissestato il terreno sociale, ma è anche da ricordare che Bettino Craxi mai pose in vigore lo sciagurato provvedimento, che fu invece attuato nei Novanta da Giuliano Amato, tecnocrate antiabortista che milita nel Partito Democratico. Ciò non significa affatto che io difenda un grammo dell’esperienza craxiana. Da intellettuale però mi indigno per il fatto che vivo in un Paese che prima di storicizzare i suoi periodi critici impegna sessant’anni e, se lo fa, compie l’opera quasi sempre in direzione revisionista.
Accanto ai socialisti, la cui presenza in Sinistra e Libertà è uno degli argomenti prediletti dai critici, ci sono persone che portano con sé l’esperienza comunista e la speranza di mantenere intatta la forza rivoluzionaria dell’idea stessa comunista, rendendo le forme contingenti di espressione di quell’idea mobili e collettivamente dinamiche.
C’è l’esperienza ecologista, che oggi appare una componente ineludibile del fare politico – poiché la politica è ormai biopolitica (e quando mai non lo è stata?).
Ciò determina uno stato di fatto: esistono due forze comuniste, di cui una più complessa e strutturata dell’altra, che concorrono a una tornata elettorale. Non vedo dove risieda il problema. Più cresce l’area di sinistra nel Paese e più mi sento tutelato rispetto a una civiltà in cui mi piacerebbe vivere e in cui non sto vivendo affatto.

Queste considerazioni personali, tuttavia, non mi fanno dismettere l’atteggiamento massimalista. Se c’è un aspetto antigramsciano, nello scrivente, risiede nell’odio per la cautela pragmatista di certi rivoluzionari. Scrive Gramsci: “Reagire al velleitarismo. Proporsi obiettivi discreti, raggiungibili, anche se si intenda approfondirli ed estenderli”. Ecco, no: io ritengo che questo sia il momento di essere velleitari, di sognare alto, di parlare di desiderio, di abbattere il disagio psichico in cui è rimasta prigioniera l’Italia, la nazione europea che consuma più psicofarmaci in Europa.
“Si può resistere all’invasione degli eserciti, ma non a quella delle idee”: non era un programma politico, quello di Victor Hugo, ma un programma di azione. Il banco di prova è certamente la realtà. Sta a tutti coloro che nell’idea comunista, socialista ed ecologista si riconoscono portare avanti, letteralmente incarnare i modi con cui queste idee possono attecchire, non soltanto in Italia – poiché, vividdio, andiamo a votare anche per l’Europa, luogo non propriamente secondario di rappresentanza democratica, laddove sono state assunte decisioni, dai gruppi conservatori e pseudosocialisti, che io ritengo semplicemente criminali e criminogene.
Non ho dubbi nel rispondere a chi, come un tormentone di Renzo Arbore, mi chiede se il comunismo ha senso oggi. Ha più senso di prima: basta che sia radicale come chiedeva Marx – miri cioè a un’orizzonte vastissimo. Oggi si vive una lotta di casta, addirittura, e non semplicemente un conflitto di classi. Oggi la coscienza sociale è azzerata dallo strapotere degli idola tribui, scelti con un feticismo scambiato per desiderio. Oggi la vita è sopravvivenza in molte parti del pianeta, ma in effetti anche in Italia, sebbene in un senso più sofisticato e non intuibile di primo acchito.
E’ per mettere in movimento un comunismo e un socialismo, non aventi nulla a che fare con le burocrazie assassine che ne hanno macchiato il passato, che mi sento rappresentato dai candidati di Sinistra e Libertà. Ed è per tutto ciò che ho scritto che li vado a votare.

Leggete assolutamente IL MIO NOME E’ LEGIONE di Demetrio Paolin

ilmionomeelegione_paolinE’ uscito presso Transeuropa Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin (12.90 euro – qui il booktrailer). E’ un libro necessario, poiché è una delle forme date al tragico in questi anni di narrativa italiana. Forma diffranta e tuttavia unitaria, in maniera ben diversa dal lavoro strutturale (ma anche stilistico) effettuato da Giorgio Falco nel suo L’ubicazione del bene, la narrazione di Paolin elude per trascendimento l’opposizione estetica tra bellezza e antibellezza. Ciò perché la bellezza non è uno stato di transizione, ma una conquista che, toccata e cioè realizzata, funziona retroattivamente sulla percezione dell’esperienza umana – e la redime. Si avverte a questo incrocio la possibilità di salvezza che annienta l’esperienza del male, radicalissima, effettuata nelle vicende affrontate dal protagonista del libro, Demetrio, professione “giornalista”. Non si tratta di uno sdoppiamento e nemmeno di autofiction: si tratta di coincidenza fantastica, cioè condotta attraverso “l’intelligenza fantastica” che delinea Solger quando circoscrive la nozione di “tragedia del bello”. Romanzo neoesistenziale per finta, poiché ci si trova di fronte a una narrazione neppure religiosa, ma veracemente metafisica, Il mio nome è Legione è un libro che coincide anche con il titolo: dire che si è il Male significa vedere il Male dall’esterno, e non essere identificati con l’interno. L’esperienza precoce di devastante crudeltà, l’attraversamento di snodi storici e mnemonici in cui consiste l’itinerarium mentis in hominem condotto da Demetrio – questo personaggio/viator che sperimenta amore arte morte e relazione in maniera totalizzante eppure non nevrotica – esplodono in un Liber Captivitatis che si propone come Evangelio al di là del laico e del mistico. Non c’è nulla di mistico nell’affrontamento dell’oscenità cronachistica che disvela la sua autentica natura metafisica, e nemmeno nell’attraversamento di duri ologrammi carnosi come il corpo di Cesare Pavese. Lotta inesausta del proprio corpo di gloria contro la religione di una memoria che sottomette e chiude ogni esperienza, Il mio nome è Legione è un libro di svestizione, un romanzo rilkiano che cerca la nudità redentiva, cioè la natura, quell’amore che è oblio in cui si sta e si è, laddove l’altro è se stesso e il prossimo tuo è te stesso, del tutto aculturalmente. Ciò comporta riflessi nello stile. Curata allo spasimo, la scrittura di Paolin è spesso di proposito sbagliata, devia verso certe forme di velocizzazione del parlato o di svogliatezza metaforica di una pena interiore: lo stile stesso, intendo, è metaforico – e questa è la precisa situazione dell’allegoria, poiché quando tutto è metafora si ha un salto quantico, si accede al piano dell’allegoresi. E dell’anagogia: qui l’umano infatti cresce. Decrescendo, nell’apparente depauperazione condotta attraverso la presa in carico del Male, il personaggio emblematico Demetrio, che è tutti noi, sale simbolicamente in un grado di maggiore lucidità percettiva e coscienziale. Rilkiano, il romanzo si fa qui agostiniano. Demetrio è che in interiore homine habitat veritas. Come si desume dal passo che riproduco qui di seguito, non prima di avere invitato davvero tutti i Miserabili Lettori ad acquistare ed esplorare Il mio nome è Legione di Paolin:

“Chiese al medico di poter entrare, l’uomo disse sì.
Sotto un lenzuolo di tela verde c’è suo padre. Ha la pelle del volto tirata, grigia. Non distante da lì, una macchina che non si vede scandisce una sequenza di rumori ordinati. Demetrio si avvicina al letto, gli stringe la mano che d’improvviso non riconosce, sente debole e minuta.
Il corpo appare lontano, siderale per quanto umano. Nel buio freddo del cosmo sta suo padre, ecco perché a toccarlo è così freddo.
Lo sarà per sempre. L’uomo sotto la coperta è nudo.
Suo padre ora è quello che è.
Si mostra, finalmente.
E’ una nuda cosa, come le pareti della sua cantina, dove l’hanno trovato stamani.
Suo padre, nuda proprietà di sé, gli sta davanti. Demetrio e suo padre. Demetrio è suo padre. Ora sono fratelli.
E’ necessario.
E’ male: un dolore così acuto, una ferita aperta come un’incisione nella carne. La carne si slabbra, suo padre scolora come il cielo del giorno che precipita in mare. Gli occhi sono semiaperti, e Demetrio vede la bocca asciutta.
E’ un diaccio deserto di una solitudine sterminata.”

Correggendo le bozze de “Le teste”

ltbozzeSto correggendo le bozze de Le teste, l’estremo fintothriller in uscita – da quanto ho capito – presso Strade Blu di Mondadori a settembre. Qui si sposta tutto su lingua e certo genere di allegoresi. Rileggere a freddo e con le intelligenti osservazioni della redattrice mi conforta. Non so quanto il testo sarà gradito alle teste dei Miserabili Lettori. C’è uno stile azzimato e pseudottocentesco, consecuzioni di due punti, un pianoro linguistico traforato di scomode buche, iperbati fastidiosi, lessico che sta subalterno al ritmo a ogni condizione. La suspence va a quel paese, località di cui però non si conosce il nome. Esistono inserti di un monologo pronunciato da chi? Non si capisce. Fastidiosi anch’essi, comunque, epperò che qualche cosa la significano in un qualche modo. Per esempio l’inserto che segue, su cui ancora sto lavorando – potrei averlo scritto io, per davvero; ma la questione (quasi mi scappa: “la quistione”) è che si scrive sempre per finta. Spero il tutto non dispiaccia troppo, in primis a chi è affezionato all’ispettore Lopez e alla serie dei fintithriller, poiché qui ci si esprime all’opposto stilistico di Grande Madre Rossa

“Con quale senso di colpa, tra una visione fosca e tuoni privi di suono io sto dimenticando e, in pari tempo, con quale senso di colpa riesco ancora a rintracciare un ricordo vago! I ricordi della colpa che ho nutrito verso le donne, tutte sepolte in me, in un corpo muto e solitario, sempre, sbattuto in eterni Natali contro la parete di un silenzio non indifferente, doloroso quindi: e di quale dolore si trattava?
Poiché è l’infinità di una donna non seppellibile se non in me e io in lei che ho cercato invano, stringendo i pugni infilati nelle tasche bucate del mio trench sporco sui polsini e sul bavero all’altezza del collo e della nuca. La testa lasciava tracce di grasso, un residuo sebaceo corrispondente alle sue secrezioni pensative. Portavo con pena, sulle spalle, il peso dell’organo più cospicuo della fisiologia umana: la testa, questa dismisura anatomica che cova il contagio, i bacilli macroscopici della malattia occidentale.
Non è una sorpresa ricordarmi sempre così: solo. Gelido. Apparentemente distaccato. Uomo di fulminee intuizioni.
La crepa che mi si allargava dentro era una dissociazione schiva, che falsificava la mia pelle e aveva congelato ogni desiderio e ogni sintomo di piacere. Leggi il seguito »