Giorgio Falco, “La gemella H”

Giorgio Falco LA GEMELLA HVorrei esprimere la mia stima assoluta, la mia ammirazione totale, la mia gratitudine più intensa a Giorgio Falco, l’autore del “romanzo” LA GEMELLA H (Einaudi), probabilmente uno dei testi memorabili (“storici) di questi anni smemorati e smemorabili, ma che stanno dimostrando lo stato di salute eccellente della narrativa italiana. Quella di Giorgio Falco non è narrativa: è una narrazione condotta con i metri della poesia e l’ingaggio rivoluzionario di un genio linguistico che ha abbattuto tutto l’abbattibile del romanzo novecentesco, in un manoscritto prezioso e pluristratificato che, per essere pienamente compreso e penetrato da me, richiederà più letture. Ciò non spaventi i lettori e le lettrici: *sembra* un romanzo di formazione, *sembra* un romanzo storico, *sembra* un romanzo epico (finché siete d’accordo con me che “Il mulino del Po” è un romanzo epico). Avete problemi con l’idea di illeggibilità? Allora sarete carezzati da una vicenda corale e singolare, che attraversa il secolo XX e arriva a noi, e ci sono un sacco di cose da raccontare e godere, un bel diorama impegnativo: prima di Hitler, sotto Hitler, dopo Hitler, le migrazioni, i nomadismi, i ritorni. In realtà, la realtà è che non è così. Giorgio Falco ha scritto un libro cosmico-storico che scaraventa la nozione di Storia nelle gattabuie più profonde riservate alla nascita della coscienza. La trama potete visionarla qui e convincervi che sono soldi molto ben spesi: lo comprate, questo libro, lo leggete, vi fa pensare, vi carezza col ricordo di scene decisive e vaste o molto compatte e secche. Potete ben immaginare cosa significhi affrontare un romanzo in cui una neonata di poche settimane, che ha accanto la gemella, osservi che “appare la parola Hitler”. E’ un momento strepitoso della narrazione italiana: a parlare, dal momento in cui la S/storia inizia ad accadere, e cioè uscendo dall’utero e dalla fusione con la madre e la sorella omozigote, che resta sola “per 180 secondi” uscendo per prima alla luce – a parlare, dicevo, è una delle due gemelle, che usa indifferentemente la prima persona singolare e plurale, con una precisione che ghiaccia il sangue del lettore e scavalca l’angoscia d’influenza di un caso specifico, quello di Agotha Kristof nel “Grande Quaderno”. E questa voce si scioglie e si rapprende, diventa descrizione in cui è impossibile distinguere interno ed esterno, con la fenomenologia narrante, di specie realistico-storica e ucronica, che rappresenta l’inaugurazione della Autobahn tedesca qualche anno prima che essa venisse effettivamente costruita. Si scavalca la dinastia in cui va a incastonarsi la voce della gemella H che è Hilde Hinner e la cui sorella è un’altra gemella H, Helga Hinner. Siamo ad altezza Kafka, anche se ad alcuni sembrerà che siamo ad altezza di un altro Novecento: siamo a Kafka contro Proust sotto il nazismo. E’ un turbinìo storico che coincide a volte e a volte violentemente si distacca dallo stato di allerta in cui sta la coscienza. Il fenomeno storico contro il fenomeno coscienziale: questo massimalismo, questo universalismo è l’asticella regolata da Giorgio Falco con una consapevolezza che mi lascia attonito. Vorrei abbracciare questo scrittore, scuoterlo ringraziandolo, poiché egli mi ha scosso. Come lo ha fatto? Con una lingua semplicemente mai vista, mai letta. Saltano i dialoghi, tutto accelera in avanti o retrocede con un ralenti onirico e nitido. E’ un incalzare della voce, la quale è la voce della gemella H oppure della natura oppure della S/storia oppure della famiglia oppure della nazione oppure della merce etc. Tanto sorvegliata, fino a raggiungere una solidità però cristallina, era la lingua de “L’ubicazione del bene” (sempre Einaudi – uno dei libri italiani più importanti di questi anni), quanto ne “La gemella H” la lingua è parossitona per accumulo, streaming lirico che è realistico, sorvegliatissimo dispositivo in cui una furia (che canale di questa furia sia l’autore o il/la parlante poco importa) e una fantasmagoria inesauste hanno sfogo, disegnando un nuovo letto per il fiume del romanzo. Poi c’è da discutere la narrazione della Storia, appunto: non mi pare che però sia necessario concentrarsi unicamente su come e perché venga affrontato e rappresentato il fenomeno umano in conflitto e identità con il fenomeno Hitler. Certo, è di fatto *il fondamento* di questa narrazione e, pertanto, non è questa la sede per affrontarlo. Qui desidero soltanto esprimere tutto il mio amore per questa narrazione e tutto l’affetto che porto al suo miracolante autore, che mi sta cartavetrando in una lettura che resta, anche se probabilmente il canone storico non sarà mai più come lo abbiamo conosciuto proprio in quel Novecento che viene qui a sciabordare, immensa onda che non è più anomala e non riuscirà mai più a intaccare le nostre coste e minacciare le nostre esistenze, poiché ci siamo trasferiti in un altro continente: del quale Giorgio Falco è il primo cantore epico e, per me, già adesso abbastanza leggendario.

Ad usum idiotae, visti i tempi e gli sgherri che girano, sia chiaro che quanto ho sopra scritto non costituisce un articolo critico. E’ un post di Facebook ed è impressionistico. Eventualmente torno sull’argomento, armandomi di quella strumentazione teorica e critica che è concessa a uno come me, che critico non è. Qui intendevo solo esprimere emotività, stupore e amore, per il libro e per l’autore.

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Proposta a Lettrici e Lettori: un libro collettivo su “La vita umana sul pianeta Terra”

Cover LA VITA UMANA SUL PIANETA TERRA di Giuseppe Genna (Mondadori Strade Blu)Vorrei fare questo alla pubblicazione de “La vita umana sul pianeta Terra”, che uscirà in libreria il 6 maggio (vd: http://bit.ly/1m4ITtQ): aprire un luogo del Web di eventuale confronto con interessate e interessati (probabilmente su www.reddit.com), organizzare qualche videochat a cinque con persone che davvero hanno voglia di discutere con me del libro (anche se gli fa schifo, ma in modo motivato e serio), utilizzare Facebook e Twitter (per feedback) e il sito www.giugenna.com ed eventuali mail che mi arrivano a proposito del romanzo – e quindi: riaprire l’account su Lulu.com dove sta “Medium” (vd il “progetto Medium”) e pubblicare un’antologia di commenti e discussioni e pareri, avendo come autori «Giuseppe Genna & Lettori de “La vita umana sul pianeta Terra”». Tale neo-libro sarà gratuito in digitale e al costo puro di spedizione se lo si vuole cartaceo. Se il romanzo poi finisce in tascabile negli Oscar Mondadori, non è detto che non si possa lì pubblicare in appendice il testo di Lulu, ammesso che testimoni di una discussione seria coi lettori e le lettrici che avranno avanzato dubbi, interpretazioni, domande o risposte. Se vi piace partecipare, sappiatemelo dire. Ad alcune e alcuni, a mio insindacabile giudizio (sono il Papa di Me Stesso) posso anche inviare le bozze in pdf. Nel caso la cosa possa interessare anche a vostre amiche e/o amici, vi invito a fare girare questa proposta. Proviamo un’esperienza, l’ottica è questa e non la si scambi per una prospettiva pubblicitaria o celebrativa di romanzo e autore del romanzo.

Per “La vita umana sul pianeta Terra”: un Reddit?

Il subreddit dedicato a "True detective"

Il subreddit dedicato a “True detective”

Richiesta di opinioni sincere alle amiche e agli amici di Facebook. Il 6 maggio esce per Mondadori il mio nuovo romanzo, “La vita umana sul pianeta Terra” (http://bit.ly/1m4ITtQ). Pensavo di fare qualcosa, visto che è prevedibile che non avrò recensioni e/o attenzioni particolari dai media cosiddetti tradizionali. Gianluca Neri propone un subreddit sul suo www.quarantadue.it, oppure un AMA sempre alla Reddit (http://goo.gl/U0TdYk). Io penso che non ci saranno tante lettrici o lettori interessati a discutere o a porre domande. Reddit è formidabile quando il fenomeno è vasto, come nel caso di “True detective” (vd link: http://www.reddit.com/r/TrueDetective/) e non nel caso di un libro di Giuseppe Genna. Per “Fine Impero”, che era edito da minimum fax, scelsi una installazione volutamente abnorme e priva di socializzazione (http://ift.tt/11YQLV5). Inoltre va considerato che non sono autore da tour e miliardi di presentazioni ovunque, tanto più che devo pure scrivere un saggio entro giugno. Voi cosa consigliate? Faccio qualcosa on line o no? Siate sinceri… e scusate per il disturbo!
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Calvairate/Io

Qui sono nato e cresciuto in un tempo che ricordo male, sempre più vagamente. Il quartiere popolare Calvairate si trova nella zona sud di Milano e lì non ci arriva il Fuorisalone. Adesso è mutato ulteriormente e io stranamente quasi provo piacere a non ricordare più. Chissà dov’è finito quell’amore, là, di quei tempi. Era un territorio immaginario rispetto a cui sono come un cadavere che straparla o zabetta sempre meno. Tutto fa schifo, lì, anche qui. Mi domando qualcosa a proposito di quell’antiMacondo? No. Brunetto, il grande amico di quel tempo la cui memoria insiste, è finito in un ashram in India. L’amore virginale e tumido che era Maura durò lo spazio di un pastoso respiro. Mio padre non percorre più quegli asfalti. Rimangono due zii, anzianissimi. I tossici, le compagnie, il Tone, gli altri, sono scomparsi. Ci sono dei cinesi strani. Avevo eletto la Biblioteca Calvairate a luogo di studio, adesso che dovrei studiare forte per il saggio mi domando se andare lì, ogni tanto, mi dico di no. Sembra che il *mio* luogo sia stato di qualcun altro, così come la lingua e il pensiero filosofico di quegli anni. Sollevavo la cornetta pesante di plastica grigia del telefono Sip e nella ghiera circolare formulavo il numero e passavo in San Felice da Brunetto. Storie dentro storie dentro storie: Marchino che tornava da San Quintino, i fratelli Landi sordi, Giuseppe il pusher col canelupo, Franco Freda a inizio dei Novanta e i suoi volantini contro gli “allogeni extrauropei”, Vincenzo con la tempia sfondata da una barra di acciaio urlava nella strada, il giudice Alessandrini ucciso in via Tertulliano e noi fatti evacuare dalla scuola: sono memorie esauste, fatico a metterle insieme a evocarle – esse che non sono più. E la mancanza del lutto, l’assenza di recriminazione, una pace adeguata e non goduta, queste giornate di pensiero vuoto, arche, tombali, incrinature, silenzi, muoversi sapendo che sta muovendosi qualcosa, crimini, creature dilavate da una pioggia continua e squallida, per i decenni, finché una generazione non avesse fine e un’inerzia non si accorgesse che è disciolto tutto, la disperazione e chissà quale amore, l’intraprendenza elettrica e una cifra vigile, allora inesplicata, e tanto, tanto lavoro interiore come una lavandaia sulla tela grezza di sé, sfregata con una abrasione che pulisce, forse, con una pomice, con una saponaria, in un’acqua scura intorbidata dalla sostanza saponosa. Si dovrebbe, se proprio è scrivere che si deve, prescindere da questo, tutto, da questa fuliggine di smog sulle serrande in alluminio grigio, da questi canidi che latrano contro il sole nell’inquinamento, verso l’Ortomercato o gli zingari di via Zama. E’ dunque questa disappartenenza, questa memoria dei corpi degli universitari in biblioteca vestiti adeguatamente e speranzosi di questa vita che hanno consumato, che io non desideravo e non ho ottenuto, questi radicamenti in un’aria che non esiste – questa occorrenza vuota, una penombra luminosa: lì dove un gesto io potrei compiere di distanza pressoché assoluta, l’addio ai volti, al lembo di pelle rimasto schiacciato dalla cornice scrostata della finestra a questa ragazza che osservo in un modo alieno quando il dolore si fa recepire e la carne si frantuma con i suoi vasi e la microcircolazione e gli incisivi sono avorio e stella a qualche metro dal crocifisso della nonna in cattivo legno, illustrato, aperto sulla parete povera verso il tinello buio. E quindi non è che sia storia, questa zona, e neanche immagine o immaginario, niente, cosa avviene dopo che si è immaginato e ricordato, ricordato, oltre la nausea di ricordare e di immaginare? Un grande silenzio che resta, dove si incide il graffio dell’organismo fossile, indifferente alla vita organica e che resta memorabile per chi? Queste case scrostate, riattate, persisteranno in una memoria fossile, che non è mia. Ricordare, oggi, per me, è identico ad ambire quando avevano da discutere la tesi anni fa. Hanno ambìto, hanno avuto; ora rimpiangono. La loro carne bercia contro i vetri sporchi, senza infrangerli, dentro il cortile di via Etruschi 5. Sono dei rinoceronti, con strane fattezze umane. Vengono sempre dopo, anche se esistevano allora. Io mi chino nello studio di un ennesimo libro, senza sapere, stanco di pensare, ottuso a una vita, risanato, occulto, privo di geografia, contrario alle cronologie come sempre, la cifosi avanza e storta l’endoscheletro, la carne suppura e frigge: dentro la realtà è tutta un’onda di irrefrenabile fuoco, è tutto un fuoco violentissimo stupendo, dove brucio io gli ultimi addii e le nuove parole.

Letteratura/Marte

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Formazione di un mulinello di sabbia sul suolo del pianeta Marte. Tutto questo – nomi, silenzio, ambienti, memorie, immagini, distanze, modalità della percezione, immaginarii, respiro e assenza di respiro, colori visti con la vista esterna e visti con la vista interna, fenomeno, rapporti, tradizioni, culture, dove sono io e dove è la cosa, io, evocazioni, spettralità, similarità, rapporti, casualità, potenze, possibilità, esistere, attenzione, essere – è per me la letteratura.

Il testo introduttivo a “La vita umana sul pianeta Terra”

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Ecco l’aletta che Antonio Franchini, il direttore della narrativa Mondadori, mi ha fatto l’onore di scrivere a introdurre “La vita umana sul pianeta Terra”, il nuovo romanzo in uscita il 6 maggio per l’amata Strade Blu. Potrebbe sembrare un testo d’apparato e invece è per me la più folgorante e unitaria interpretazione di tutti i titoli che ho pubblicato, di tutto il mio percorso letterario. Per questo ne sono così felice. Ecco il testo:

“Un uomo nero attraversa queste pagine e ne è il protagonista, al tempo stesso schiacciante ed evanescente. Il suo nome è Anders Behring Breivik. Incarnazione ennesima e depotenziata del Male Assoluto, degenerazione contemporanea, rigida e contraffatta, di qualche remota saga nordica, filtrata dall’inespressività 2.0, l’autore della strage di Oslo e di Utøya nel luglio del 2011 è persona fisica e simbolo. Giuseppe Genna lo ha ascoltato, letto, seguito, studiato e provocatoriamente incrociato con gli elementi sparsi di una propria autobiografia che modifica radicalmente i protocolli della autofiction praticati all’epoca di ‘Assalto a un tempo devastato e vile’ e di ‘Dies Irae’. Il risultato è un’opera che fonde narrativa, lamento funebre e lacerti di un poema epico popolato di figure reali e di spettri. ‘La vita umana sul pianeta Terra’ rappresenta il punto di arrivo di una ricerca letteraria ed esistenziale che ha in ‘Hitler’ il suo primo tempo. Attraversando affermazioni e teorie deliranti, enigmatiche o di trasparenza assoluta, il lettore è colui al quale tocca ricomporre un puzzle di vita quotidiana e orrore, un disegno nitido e sfocato a seconda di come, di quando lo si guarda, a seconda dell’animo con cui lo si interroga.”

Il Tunnelone

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Non è vero che non esiste più religione. Esiste ed è diffusissima. E’ il Tunnelone. Chiunque in occidente oggi crede questo: quando si muore non si muore davvero, in quanto esci in qualche modo confuso dalla testa, stai un attimo a vedere il tuo corpo dall’alto e senti cosa dicono i parenti e i medici, dopodiché ti senti solo e incominci ad andare verso l’alto in un tunnel buio, al termine del quale c’è una luce. Questo tunnel buio verticale sulla tua testa, di tutti, è il Tunnelone. Questo Tunnelone è dunque il vero perno della religione popolare odierna e sta sopra la nuca. Lo fai anche se vai in coma, ci sono milioni di testimonianza che lo hanno accertato e da qualche parte queste testimonianze stanno. Poi quelli in coma sentivano uno strappo e c’era uno, praticamente un angelo, che gli diceva: “Non è ancora venuto il momento che stai qui” e, anche se non lo volevano, si facevano il tunnel dall’alto in basso e rientravano in questo corpo, certificato da miliardi di testimonianze, anche nella storia, che dunque è certissimo che esiste questo corpo qui. Allora quelli che tornano dal coma hanno tutti un pezzetto di una certa santità, che consiste nell’essere calmi per via che hanno visto con certezza e certificazione che, dopo che si muore, non si è morti. Questa strumentazione del Tunnelone non è affatto venuta con la New Age e con questi medici chirurghi psichiatri che hanno studiato quelli in coma (tipo: al momento Schumacher si è fatto Il Tunnelone verso l’alto, ma potrebbe rifarselo verso il basso da un momento all’altro).
Va ricordato che il Tunnelone è un passaggio, descritto solitamente come fase estremamente breve. Diventa vaga e cangiante la descrizione dell’aperto che si spalanca alla fine del Tunnelone: c’è sempre qualcuno che accoglie l’anima, in forma corporea ma incorporea, e si piange e si ride e si sta insieme ed è incredibile che si pensava che il corpo fisico fosse tutto. Quasi sempre la scena è luminosa e appaiono alberi. Si presenta una scelta da compiere, cruciale, la cui natura è misteriosissima.
Questo sente e afferma la religione popolare occidentale contemporanea.
Però anche prima andava così, in occidente. Il Tunnelone dovevi sperimentarlo in vita, secondo i Misteri. Proprio dovevi vedere questo Tunnelone, stando da solo a farti di una bevanda assurda detta ciceone, una specie di peyotl grecoantico. Però mica era finita lì.
Si considerino infatti le Lamine Orfiche, in particolare la Lamina di Hipponion I A 1, laddove viene così descritto il trapasso dal corpo fisico al momento della morte: “E’ sacro questo (dettato): quando sia sul punto di morire. Andrai
alle case ben costruite di Ade: v’è sulla destra una fonte accanto ad essa si erge un bianco cipresso; lì discendono le anime dei morti per avere refrigerio. A questa fonte non accostarti neppure ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento, che mai cerchi attraverso la tenebra dell’Ade caliginoso. Dì: “(Sono) figlio della Greve e del Cielo stellato, di sete son arso e vengo meno… ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal Lago di Mnemosyne”. Ed essi son misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi e ti daranno da bere (l’acqua) del Lago di Mnemosyne; e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri iniziati procedono gloriosi”.

[Ah, dimenticavo: nell'immagine, un quadro di William Blake, in cui il grande poeta e pittore inglese dipinse il Tunnelone]

Chi è il soggetto ne “La vita umana sul pianeta Terra”?

Cover LA VITA UMANA SUL PIANETA TERRA di Giuseppe Genna (Mondadori Strade Blu)

Impazza ovunque, in Rete e fuori e addirittura oltre, il quesito: chi è questo tizio nella fotografia seppiata sulla copertina del nuovo libro di Giuseppe Genna? E’ davvero lui il soggetto di questo strepitoso imperdibile sofisticato poliziesco drammatico tragico poetico romanzo?

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La leggenda di Kaspar Hauser in dvd!

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Sono entusiasta: Davide Manuli con il suo “La leggenda di Kaspar Hauser”, interpretato da un messianico Vincent Gallo, sbarca nella grande distribuzione. Chiunque non abbia assistito a quest’opera d’arte cinematografica può farlo da ora, acquistando il dvd a questo link. Materiali critici e news sul film sono recuperabili qui: http://on.fb.me/1hB4kuu. Qui invece un mio ragionamento sul film: http://bit.ly/1lJMP0j

Arrigo Arrigoni, da “Persona informata sui fatti”: Lo Scisto

di ARRIGO ARRIGONI | da Persona informata sui fatti (il Saggiatore)

41b1-slj7fL[La narrazione di Arrigo Arrigoni, che si coagula in "Persona informata sui fatti", appena edito da il Saggiatore, è per me inarrivabile al momento, operando nella lingua italiana. Corollario di corollari, strepitosa cavalcata di orde d'oro nei territori vasti del sapere e della storia, umani e disumani quindi, sisma di qualunque geologia, esposizione rattrappita di una legione che ha nome "io", questo racconto di racconti è un'esegesi, un rapporto spionistico, un diario di guerra occulta. Sciamani e agenti metapsichici si incrociano ovunque nel pianeta, distruggendo le radici di un pallore novecentesco. Opus magnum che non è per nulla operazione avanguardista, ha probabilmente il suo gemello naturale in "Gravity's rainbow" di Pynchon, o forse in "Mason & Dixon" del medesimo autore. Clamorosamente affine a questo passaggio a nordovest della narrazione in lingua italiana, è "Europe central" di William Vollmann. Non so esprimere compiutamente il disagio che mi provoca "Persona informata sui fatti": mi mette in discussione in quanto lettore e in quanto autore. La sua mostruosità non è tale: non si tratta di un freak letterario. Burroughs avrebbe forse narrato così, esattamente così, se fosse vivente oggi - e Burroughs *è* vivente oggi: tanto più che è stato amico personale di Arrigo Arrigoni. Io consiglio spassionatamente la lettura di questo eccezionale oggetto narrativo non identificato, a tutte le lettrici e tutti i lettori, e si tratta di un invito che non ha nulla di pubblicitario! Si legga questo digesto assirobabilonese e distopico, contemporaneissimo: per il proprio piacere, perché è bello trovarsi in presenza della letteratura autentica, ed è anche perturbante.
Qui sotto, un brano del libro: un incidente in tempo di misurazione dei confini tra India e Cina a cui incredibilmente partecipa il narratore: uno scisto crolla e ferisce mortalmente il protagonista della narrazione. gg]

Nessun allarme, nessun segno premonitore.
Divenni all’improvviso una vittima casuale e ignara.
Ero stato colpito da un grosso scisto di quasi cinque chili distaccatosi dall’apice della volta della caverna dove, con la mia pattuglia di esploratori, avevamo trovato rifugio aspettando che il nubifragio monsonico rallentasse il suo impeto per riprendere il cammino verso il campo base, distante ormai soltanto una decina di chilometri.
Il punto dove la pietra, lo scisto, si era staccato dalla volta era a circa otto metri da terra.

Qualcuno per rilassarsi aveva acceso una sigaretta in fondo alla caverna; un puntino di brace nel buio della notte che avanzava. Distendersi e riposare qualche minuto mentre la tempesta d’acqua continuava a imperversare.
Venni colpito all’altezza del collo… forse ero io ad accendere la sigaretta… accendo una sigaretta… forse l’ultima del pacchetto. Si accende e si spegne un puntino di brace nel buio.
Un buio innaturale poi la scatola dei fiammiferi si incendia in un attimo, fosforo, legno e zolfo. Intravedo illuminato dalla fiamma fosforosa il colore indefinibile dell’osso.
La cartilagine dell’orecchio e dell’osso parietale appariva e scompariva in una sequenza improbabile, visioni che apparivano e scomparivano mentre pensavo di fumare dall’orecchio destro ed espellere il fumo da quello sinistro. Cerco di fumare normalmente, quale normalità? Quella del prestigiatore maldestro. L’osso, questo sconosciuto!
Lo scisto per la sua caratteristica di frantumarsi secondo linee contrastanti si manifesta come una pietra irta di spigoli e di piccole lame.
Ero stato colpito alla testa. Forse sono già morto… sono già paralizzato… Non riesco a muovere le dita, né ho la forza di muovermi, ricordo… chi lo dice alla Nonna??? A madame Kao, l’Impenetrabile???
È un fatto così traumatico, nel vero senso del termine, che cerco di agitare il braccio destro, ma è di marmo gelido, sembra lontano, altrove, cerco inutilmente di muoverlo, credo di agitare un braccio inerte. Non sono più integro, sono in pezzi sparpagliati tutt’intorno nel buio nero, come Simbad che mi vede immobilizato e torturato nella statua di granito nero. Grido per non sentirmi solo e dimenticato, per non rimanere solo: se fossero contenti di vedermi, sarebbe felicità.
Cerco di concentrarmi, ordino alla mano sinistra di reagire. Grido: dopo il grido, sono ululati nel deserto, nessuna risposta, il vento si solleva, credo di sentire voci concitate. Sibila il vento, presto svaniscono le voci e subito ritorna l’eco delle mie urla, un grido che morde.

I lampi creano luci spettrali come stralunati fuochi d’artificio.
Buio… tutto buio assoluto, assordante. Di nuovo la luce si accende poi si spegne, manciate di secondi, solo saette illuminano sino all’orizzonte. Mi stringe intorno al collo, mi manca il respiro, annaspo, ma chi è?… chi mi sta soffocando?… chi mi stritola le ossa craniche, dall’orecchio alla mascella?
Sono rinchiuso in un container vuoto da venti piedi cubi, il serbatoio perde un rigagnolo di carburante attraverso una saldatura mal fatta. Il kerosene basta appena per atterrare in emergenza… è forse vuoto, non ho più kerosene nel serbatoio… Salto fuori dalla carlinga, fuggo inseguito dalle manguste, basta… basta… poter fuggire, voglio fuggire… sto impazzendo, succede così, e quando te ne accorgi è troppo tardi, sei fatto… fatto… il container è vuoto. Ma io continuo a sbattere la testa contro le pareti, il dolore mi tiene sveglio: portatemi da qualche parte, ma lasciate stare… fatemi rotolare giù dal ciglio del sentiero… andate via. Avrei voluto andare sotto una coperta e morire al caldo, morire con dignità.

Chi porterà la cattiva notizia a casa? Penso che il clan di mio padre, i Merthyr Tydfill, abbia demeritato, anche mio padre, mentre i Mo-Thi combattevano con dignità la loro battaglia su due fronti: l’allontanamento progressivo dalla Cina e dalla famiglia.

Bestemmiai. Sentii cedere le gambe, caddi lentamente su me stesso, urlai per il grande dolore, latrai tutto il dolore che avevo dentro, con voce altissima, portai le mani al volto e mi sentivo sempre meno presente. Forse qualcuno mi fece una iniezione calmante.
Mi sembrava di non essere più al centro dell’attività di tutti. Mi stavo lenta-mente staccando dal mugolio di un animale ferito. Sentivo l’animale come un fratello. Ero un animale ferito a morte.

Decisero di non spostarmi prima che il medico e chirurgo della Spedizione, il Dott. Huao, chiamato per radio facesse una prima valutazione. Che importa ormai, mia Madre non era venuta ad accogliermi per attraversare il fiume dell’aldilà. Dottor Huao venne accolto da un applauso che raddoppiò quando riuscì a farmi muovere due dita, pollice e indice, come incoraggiamento e vittoria. Nel frattempo la situazione era diventata critica, non riuscivo più a muovere la mano destra, assaporavo il gusto amaro del terrore.
Non riesco a muovere il braccio libero, non riuscivo a comandare al braccio di fare qualsiasi movimento.Con la sola forza del pensiero non ottengo nulla. Solo qualche luce fioca si accende e si spegne. Tutto sta attenuandosi, luci e rumori, in un bisbiglio, in un tremolio.

Tenzing e Burat malgrado le condizioni proibitive del tempo continuavano a cercare metodicamente. Dopo quasi un’ora di ricerche alla luce delle torce solo tre frammenti erano stati ritrovati e messi in liquido conservante. Tenzing e Burat, i miei grandi amici, i miei Maestri, mi raccontarono di aver trovato qualcosa anche a distanza di mesi, qualcosa che apparteneva al mio corpo. Due frammenti di scisto, un eventuale orecchio da ricostruire. Poteva essere un ematoma, poteva essere una frattura, poteva essere una lesione interna. Tutto dipendeva dallo spessore dei vari materiali che compongono la stratigrafia della zona.

Bestemmiai, sentii cedere le gambe, caddi lentamente sulle ginocchia, urlai per il grande dolore, latrai tutto il dolore che avevo dentro con voce altissima, portai le mani al volto e mi rinchiusi in un mugolio di animale ferito.
«Su, ripeti a memoria questa frase. Ripeti, coraggio. Su, ancora una volta.»
Decisero di trasportarmi al campo base dopo che il chirurgo della Spedizione, l’imprescindibile Dottor Huao, aveva capito l’urgenza di tenere desto il sistema nervoso, e allo scopo, come mi spiegò poi, aveva usato delle discipline Tantriche, aspettando in ambulanza l’inizio dei progressi.

Prima che giungesse l’ambulanza, dedicò molta attenzione alle reazioni nervose. Con un’ultima ricognizione sulla mia completezza cranica, dettò qualche istruzione all’infermiere sulle cose da fare appena arrivati all’ospedale. Scongiurato il rischio di frattura cranica, era diventato urgente fermare la copiosa emorragia dall’orecchio esterno sinistro, prima che si complicasse il quadro clinico. Bloccata l’emorragia, bisognava riassorbire l’ematoma che dalla mascella scendeva sino al gomito, così variegato da sembrare un fitto tatuaggio Maori.
Veicolo stravagante, ambulanza sui generis, forse un Ford Transit inglese all’origine, poteva trasportare sino a un massimo di quattro feriti più l’infermiere, che alla guida orientava una batteria di specchietti retrovisori per valutare la gravità dei feriti e decidere chi poteva sopravvivere. Continuavo a invocare uno specchio, a chiedere con voce sommessa, per pietà, poi seguì una voce più alta e autoritaria. Ebbi non la forza, no, non la forza, ma la petulanza di chiedere nuovamente uno specchio, vedevo e sentivo, gridavo, poi una voce soverchiante urlò per zittire le voci che ragliavano.
«Avrai la stessa brutta faccia» nitrì. «La stessa brutta faccia che hanno tutti, la stessa fottutissima faccia che hai sempre avuto… allucinazioni, e adesso lasciami lavorare se vuoi che ti rimetta in piedi: hai sempre rotto i coglioni con lo specchio, per qualche giorno non ti servirebbe a nulla. Vuoi vedere a cosa assomigli? A una mummia! Sei forte come uno yaq, ti dovrebbe bastare! Dovrebbe esserti sufficiente sapere che hai sempre avuto la forza di chiedere uno specchio per vedere cosa eri diventato» grida il dottor Huao. «Macchè specchio! Con questo tipo di allucinazioni traumatiche non possiamo fare nulla, solo un sedativo con molto bromuro.» (Cosa immagino di trovare, così terrorizzato da chiedere, da implorare, da sfidare la pazienza di Huao? Immagino un viso deformato, ripugnante, una maschera orrenda, che continua a sanguinare, una maschera intrisa di sangue.) «Chiede ancora di dargli lo specchio!» Per un attimo soltanto è una nuova iniziativa dell’infermiere: dalla cima del cranio le ossa, occipitale, parietale, destro, sinistro ecc., si saldano progressivamente col crescere della persona, è il bregma che salda le diverse ossa del cranio. Huao ancora una volta si sente chiedere uno specchio, ma rimane calmo e continua a cucire i frammenti di orecchio. Huao ancora chiede una nuova maschera per quel giovane esploratore che chiede lo specchio. Forse sa quello che io non so… Ancora una volta lancio il mio grido: «Una maschera macchiata di sangue!». «Chiede nuovamente una maschera di salvezza, la forza di chiedere, quasi di implorare umiliarsi e chiedere e chiedere, chiedere sempre, chiedere, chiedere finchè lo specchio genererà frequenti allucinazioni.»
Hauo si era convinto sulla necessità di tenermi sedato. Intanto sarei rimasto per qualche ora/giorno in osservazione, per il momento doveva bastare. Tutti gli altri della Spedizione, Huao li faceva sembrare ancora più in eccellente stato di salute. L’ospedale era stato concepito per le emergenze del Pronto Soccorso, un prefabbricato modesto, ma funzionale, dove venivano portati i feriti per i primi interventi. Huao, fanatico della pulizia e dell’igiene, esigeva che quotidianamente si sgomberasse tutto ciò che si poteva spostare, lavare, disinfettare.
Un centinaio di metri quadri che dovevano venire sgombrati una volta com-pletato il trattamento anticongelamento. A vario titolo piaghe in necrosi, con rischio di amputazione dell’alluce, fratture scomposte, dissenteria, avvelenamento: sgombrare in fretta e furia. «Chiudete la porta… la porta!…» sbraitava il dott. Huao, accuratamente rasato dall’apice del bregma sino al meato acustico. «Senza sbatterla!!!»
«Non è il momento di “civettare” sulle ferite! Ai ferri!» Hauo lavora in silenzio, impartisce ordini secchi e irreversibili: «Aurofilo degradabili, graffette, ago numero 8, pronti col 6».

Autunno: iniziano i letarghi. Dicono che quei segnetti bianchi misurano a modo loro la profondità dell’incisione, dello «scalpo pellerossa»: a rischiare di più sono io. Non volevo più parlare dell’incidente. Ringrazierò per organizzare il letargo, è ormai una necessità urgente. Aveva certamente ragione: le ossa parietali sinistre significano avere la testa dura.

La cover de “La vita umana sul pianeta Terra”

Cover LA VITA UMANA SUL PIANETA TERRA di Giuseppe Genna - Mondadori

Ecco il “piatto” della copertina Strade Blu di Mondadori per “LA VITA UMANA SUL PIANETA TERRA”, il nuovo “romanzo” in uscita il 6 maggio. Si tratta di un “A sangue freddo” 3.0, almeno nelle intenzioni. Il soggetto di copertina (non quello a sinistra, che sono io) permette di compiere un secondo passo dopo “Hitler” (Mondadori) e quindi rimanda alla dissoluzione del soggetto di copertina a sinistra (che è “Io”). Spero che piacerà alle lettrici e ai lettori eventualmente interessate/i.

“Entriamo nelle tenebre del pianeta Terra”

Robert Musil: da “L’uomo senza qualità”

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“All’età in cui si prende ancora sul serio tutto quel che concerne il sarto o il barbiere e ci si guarda con piacere allo specchio, ci si raffigura spesso anche un luogo dove si vorrebbe trascorrere la vita o dove sarebbe perlomeno segno di raffinatezza vivere, pur intuendo che, a conti fatti, non ci si starebbe troppo volentieri. Questa sorta di ossessione mentale ha assunto ormai da tempo le caratteristiche di una specie di città superamericana, dove tutto corre o sta fermo con il cronometro in mano. aria e terra costituiscono un formicaio attraversato dai piani delle corsie di traffico. treni, aerei, treni di superficie, treni sotterranei, uomini spediti per posta pneumatica, catene di autoveicoli sfrecciano orizzontalmente; veloci ascensori pompano verticalmente masse di individui da un piano di traffico all’altro; agli incroci si salta da un sistema di trasporto all’altro, venendo risucchiati e inghiottiti, senza avere il tempo per riflettere, dal ritmo di quei sistemi che, tra due velocità rombanti e incontrollate, crea una sincope, una pausa, una piccola crepa di venti secondi, e negli intervalli di quel ritmo universale a malapena ci si scambia in fretta due parole. Domande e risposte ingranano l’una nell’altra come i pezzi di una macchina, ciascun individuo ha solo compiti ben definiti, le professioni sono raggruppate in luoghi speciali, si mangia mentre ci si sposta, i divertimenti sono concentrati in altri quartieri della città, e in altri ancora sorgono le torri dove gli uomini ritrovano moglie, famiglia, grammofono e anima. Tensione e distensione, lavoro e amore vengono rigorosamente divisi nel tempo e misurati in base ad accurate ricerche di laboratorio. Se svolgendo una qualsiasi attività si hanno degli inconvenienti, si desiste subito: infatti se ne troverà un’altra, o magari si riuscirà a imboccare una via migliore, oppure qualcun altro scorgerà la via giusta che a noi è sfuggita; e questo non nuoce affatto, anzi nulla comporta tanto spreco di forza comune quanto la pretesa di essere chiamati a perseguire personalmente e fino in fondo un determinato obiettivo. Infatti, in una comunità dove ci sono forze in movimento, ogni via conduce a un giusto obiettivo, purché non si indugi e non si rifletta troppo. Sono obiettivi a breve termine, ma anche la vita è breve, e così facendo le si strappa il massimo del successo; del resto, per essere felice, l’uomo non ha bisogno d’altro, giacché è il successo che forma l’anima, mentre il desiderio irrealizzato la deforma soltanto: per essere felici l’importante non è quel che si vuole, bensì il riuscire a ottenerlo. Tanto più che, come c’insegna la zoologia, da una somma di individui limitati può benissimo risultare un insieme geniale.
Non è affatto certo che le cose debbano andare proprio così. Ma simili fantasticherie sono come quando si sogna di viaggiare e si ha la sensazione del movimento incessante che ci porta con sé. Sono superficiali, irrequiete e brevi. Dio solo sa che cosa succederà davvero. Si direbbe che ad ogni istante abbiamo l’opportunità di ricominciare da capo e di stendere un progetto globale. Se quel sistema tutto velocità non ci piace, perché non costruirne un altro? Uno lentissimo, ad esempio, con una fortuna che ondeggia velata, misteriosa come una chiocciola di mare e con quel profondo sguardo bovino che già faceva sognare i greci. Ma purtroppo non è così semplice. Il sistema ci tiene in pugno. al suo interno viaggiamo giorno e notte e facciamo anche tutto il resto: ci si fa la barba, si mangia, si ama, si leggono libri, si esercita la propria professione, come se le quattro pareti stessero ferme; ma le quattro pareti – è questo l’inquietante – viaggiano senza che noi ce ne accorgiamo e lanciano avanti le loro rotaie come lunghe antenne ricurve che tastano l’ignoto, lasciandoci all’oscuro della meta. E inoltre vorremmo anche far parte, per quanto è possibile, delle forze che guidano il treno del tempo. Si tratta di un ruolo assai poco chiaro, e quando si guarda fuori dal finestrino dopo un intervallo più lungo del solito, si ha l’impressione che il paesaggio sia mutato. Ciò che fugge via, continua a fuggire solo perché non potrebbe fare altrimenti, mentre in noi, che pure siamo rassegnati, si fa sempre più intensa la spiacevole sensazione di avere come oltrepassato la meta o imboccato la linea sbagliata.
E un bel giorno siamo pervasi da un bisogno irresistibile: scendere, saltar giù! Un desiderio di esser trattenuti, di non progredire, di restar fermi, di tornare indietro al punto che precede la diramazione sbagliata…”
(Robert Musil, da “L’uomo senza qualità”)

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Houellebecq” da “La ricerca della felicità”

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“Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno
di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi,
uno scrupoloso dispensatore della parola di verità”

Seconda lettera a Timoteo, 2, 15

“Non potete amare la verità e il mondo. Ma avete già scelto. Il problema consiste adesso nel mantenere tale scelta. Vi invito a non scoraggiarvi. Non che abbiate qualcosa in cui sperare. Anzi, sappiate che sarete molto soli. La maggior parte delle persone scende a patti con la vita oppure muore. Siete dei suicidi vivi.
A mano a mano che vi avvicinate alla verità, la vostra solitudine aumenta. L’edificio è splendido, ma deserto. Camminate in sale vuote, che vi rimandano l’eco dei vostri passi. L’atmosfera è limpida e invariabile; gli oggetti sembrano pietrificati. Talvolta vi mettete a piangere, tanto la nitidezza della visione è crudele. Vi piacerebbe ritornare indietro, nelle nebbie dell’ignoranza; ma in fondo sapete già che è troppo tardi.
Continuate. Non abbiate paura. Il peggio è già passato. Certo la vita vi strazierà ancora; ma, dal canto vostro, non avete più tanto a che fare con essa. Ricordatevene: fondamentalmente, siete già morti. Adesso siete faccia a faccia con l’eternità.”

Michel Houellebecq, da Bussare dove conta, in La ricerca della felicità, Bompiani

“House of cards” 2x?

Ancora in elaborazione del lutto per la precoce perdita di “True detective”, incappo nella fine annunciata della seconda stagione di “House of cards”. La puntata che chiude la stagione è forse la migliore di sempre. Lo show diventa compassato, silenzioso, carico e intenso in emotività e rimozione. Si tratta di un serial tv shakesperiano, il migliore negli ultimi anni a mio modestissimo avviso, a parte “True detective” appunto, che non appartiene al dominio televisivo o cinematografico, in quanto è arte. In “House of cards” è strepitosa interpretazione di Kevin Spacey, nel ruolo di Frank Underwood, capo dei deputati democratici al Congresso, protagonista di un’unione coniugale che si ispira dichiaratamente al “Macbeth”, artefice di complotti che investono Stati e stati di coscienza. Dominio totale dei registri espressivi, vocali, fisici e delle ellissi, da parte di questo strepitoso interprete, che alza l’asticella della recitazione televisiva. Lo consiglio vivamente a chi ama il “nero”.

PS. Tutto però manca di una profondità narrativa essenziale: lo scarto e l’ellissi non bastano, così come non basta l’accumulo che DEVE culminare in un aforisma, spesso di calco scespiriano. E’ semplicemente gigantesco Kevin Spacey, ma la regia è normale e anche le svolte e gli snodi sono normali, nel senso che si cerca la sorpresa attraverso un meccanismo necessitante. Tempo e spazio non sono distorti. Se compare una pistola, essa sparerà.

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Fine dell’editoria 2.0 e della cultura 0.0

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Vorrei dire qualcosa a proposito della retorica inflazionistica su editoria, editoria 2.0, editor, puttanate che riguardano il digitale, distribuzioni, editing a dire poco imbecilli, enfatiche profezie sul ruolo dell’e-book. Scrive uno che è a contatto col digitale dal 1991 e non è quindi tacciabile di conservatorismo o reazionariato culturale. In questi tre (tre) anni di involuzione del “mercato” editoriale, ho assistito a una specie di effervescenza della cazzata altrettanto editoriale: loschissimi figuri e figure che hanno straparlato, cretinetti che si sono sentiti colonne portanti di aziende in rapido dimagrimento, ontologie sull’editor che non è necessario che sia un intellettuale, produzioni di scrittura a dire poco folkloristica e sgrammaticata e convenzionale fino al vomito, onomanzie e giochi di potere che nemmeno al Risiko praticato in un pomeriggio domenicale a Ladispoli, orrori antiletterari, tutto un “evviva!” alla morte della Grande Madre Cultura, tutto uno sporgersi, una balconata di se stessi, i fiori del tale e del tal altro, la più rovinosa apparizione che la scrittura abbia mai effettuato su mezzo televisivo, le complessioni degne di frenologia, un fibrillare di aforismi da bandella, uno scansare le fatiche a mezzo premio letterario, un intristirsi della psiche e un avvizzirsi del cuore di pietra, licenziamenti surreali e promozioni idiote, il fuoco artificiale del nuovo che è pari alla stellina che si accende sul balcone la notte di capodanno, una povertà umana imbarazzante. E’ vero che si proveniva da una situazione in cui reclamava preminenza una critica mafiosetta che faceva ridere i polli ma non le galline che la praticavano, finti signoreggiamenti durati il lungo arco di un triennio, un urlìo sulla presunta qualità di testi schizoidi e dimenticabilissimi, l’assenza conclamata di una teoria seria e la tranquilla asserzione del se stesso, anche qui, il se stesso, il narcisismo, l’accademia meschina, la recensioncina che chissenefrega effettuata con un disprezzo della verità e dell’onestà da far accaponare la pelle solo se si è capponi. Capponi non si era e non si è. Adesso ciucciatevi questi dati e non rompete più le palle con gli entusiasmi che dovrebbero portare a 100.000 copie di tiratura di un titolo in e-book (una tiratura di e-book!) – il che sembrerebbe uno scherzo della natura naturante e invece è la tristissima realtà. Tanto la realtà per nulla triste rimane questa: i testi, necessari e in cui si gioca una totalità dell’umano, siano in poesia o in prosa, si depositano e restano. Che gli orrendi garbugli non azzeccati si rassegnino: devono mutare in ogni caso le loro prospettive di lettura, devono operare sulla distorsione in cui hanno sguazzato, siano essi i neofiti dell’immoralità 17.0 o i misoneisti dell’accademia delle linci. La letteratura farà sempre a meno delle incredibili sbandate egoiche degli uni e degli altri, le quali sbandate sono state l’unica ontica di un tempo immaturo e, sia pur privo di padri, assai ricco di padrini, e di matrigne. Ciao ciao, bambina: cos’è che trema sul tuo visino? È pioggia o pianto? Nessuno dei due: è il rivolo dello scolo fognario.
D’altra parte, anche le mie sono inutilissime parole. La scrittura autentica e il fatto artistico ignorano queste minimalia. Che basti un minuto di “True detective” a mandare gambe all’aria l’ultimo libro di grido di disperazione dà tanta speranza, ma anche tanta certezza: il bello, il tremendo, l’intenso, il numinoso e il luminoso ci sono – operano nel mondo e nel fenomeno umano.
Quando gli zombie avranno deciso se vivere davvero o morire sul serio, fatemi un fischio. Sarò impegnato nella lettura di un grande testo, ma giuro che tornerò in me.

Memorie da quel tempo berlingueriano

Questa posa, questa capigliatura, i capelli brizzolati, questa complessione fisica, questa cifosi tenera, queste grisaglie, queste cravatte, questa soppesata nonchalance nei confronti della realtà, questa responsabile facilità dell’assumersi la responsabilità, questi colori, questo simbolo, questo microfono, questa fede al dito, questa calma in pubblico che sfiora la riottosità ed è pudica, questa memoria sedimentata che sapeva che “noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e in galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi” – questo prussianesimo comunista italiano, questa indefettibilità ovunque e sotto ogni aspetto, questo rigore, questa sciammannata nevrosi contro tutta la psicosi che ribolliva sotto, questo dolore, questa sofferenza del mondo e di se stessi: io li ricordo: erano di Enrico Berlinguer e di mio papà, e di moltissimi altri, in un tempo.

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