September 01, 2014 at 04:41PM


Stefano Dal Bianco e una delle poesie più belle degli anni Novanta:

I SENSI
Il pesco che vedo fiorito tra i cumuli della città di Milano non è l’idea della vita che
vince il cemento ma solo un’aria di cemento, una vita di cemento nel pesco, la mia vita.
La nostra vita elusa sopra i tetti.

Allora guardo la forma del pesco,
scavo nella sua chioma piccola di ladro
la parola pianta, la parola parola
che lo possa salvare
che mi possa salvare e provo a dire: sì,
per la forza di una parete, sì,
perché il tempo ripeta
tante volte la stessa stagione
e mai nella mia casa.

Sono sul muro sette sensi
legati l’uno all’altro a due a due, consolidandosi
l’uno, l’altro sparendo senza paura di sognare . . .

Sono disposti in forma di poesia, che dice:

“Il primo senso
è il senso della gioia, senza scopo, come quando
si rivela una cosa.

Il secondo è quella cosa, resa vicina,
di cui non devi mai parlare.

Il terzo senso è notturno,
dove nessuno vede niente
dove la mente resta uguale.

Il quarto senso è con l’amico fiore,
e tu e lui siete una cosa
abbandonata sotto un cielo chiaro.

Il quinto senso è lontano dall’amore.

Il sesto senso è non di te.

L’ultimo senso è tutti quanti,
settimo senso inespiabile,
indurisce
la parola in parola, il muro in
muro.”

Umanità minuta,
della stessa sostanza del mio cuore,
fammi dei morti e io sarò salvato.

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September 01, 2014 at 03:52PM

Ricordo a tutte tutti che l’Italia è ben più avanti di quanto chiunque pensi, essendo molto più indietro di quanto chiunque ritenga. Questo, per esempio, accadeva il 7 febbraio 2014, cioè *soltanto sette mesi fa*, con questa didascalia elaborata da Repubblca: “Sfila l’Italia nella cerimonia inaugurale dei giochi olimpici invernali di Sochi, tanti i tricolori sventolati dalla corposa delegazione di atleti in tuta blu guidati dal portabandiera Zoeggeler sulla pista del Fisht Stadium. Dalla tribuna, caloroso saluto del presidente del Consiglio Enrico Letta che ha agitato la mano destra all’indirizzo degli atleti, scendendo un gradino della sua posizione”. Su La Stampa, il personaggio in questione affermava: “«A Sochi ribadirò la contrarietà dell’Italia a qualunque norma o iniziativa discriminatoria nei confronti dei gay, nello sport così come fuori dallo sport», rassicura Letta da Doha dove è immerso in un tour del Golfo per attrarre investimenti in Italia. E lancia così un messaggio, indirettamente anche a Putin: lui ci sarà, come gli aveva promesso nel vertice di dicembre Italia-Russia”.
Siamo una forma letale destinata a dominare lentamente la specie da sempre, per sempre, il fantasma italiano essendo già oltre l’estinzione della specie stessa.

Fa coming out, lo cacciano di casa E lui raccoglie in rete 100 mila dollari

Scene di un interno di famiglia allucinante e terribile: un ragazzo parla con la famiglia, dice che è gay e, oplà, si sviluppa il selvatico barbarico violentissimo conato della Natura Secondo I Presbiteri Umani. Questa violenza, questa barbarie, questa selva oscura è inaccettabile. L’orrore umano è questa sua secrezione purulenta, capace di sedimentarsi in crediti d’imposta religiosa, insostenibili e infernali. Ora, quando qualcuno mi verrà a motivare sensatamente perché, secondo gli Accusatori, sarebbe un problema che uno infila un pezzo di carne nel corpo di una persona o di un’altra, accusa sprezzante che viene articolata senza menzionare l’amore e il desiderio di una persona per altre persone mai una volta, in una disperante messa in scena di un universo cupo, in cui non ha spazio la luce se non è offuscata da nebulose tossiche – quando qualcuno verrà a spiegarmi motivatamente questo orrore, allora gli controspiegherò che l’universo è calmo e privo di drammi assoluti e che quegli è un enorme coglione che deve levarsi di torno immediatamente.
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La scandalo Inzoli, un pedofilo per il Papa, uno sconosciuto per media e magistratura

E’ incredibile che non ci sia una risposta da parte del meeting di Comunione e Liberazione, ma anche dei giornalisti, alle pressanti domande su Don Inzoli, uno dei grossi calibri di CL, condannato per pedofilia e ridotto allo stato laicale. Su Twitter ogni giorno si cerca educatamente una reazione, una dichiarazione, una riflessione su questo scandalo. Non so, sarebbe come se un segretario di Stato vaticano fosse accusato e condannato per gravi abusi sui minori e il Papa non prendesse posizione e nessun organo di stampa informasse della cosa. Sia Ratzinger sia Bergoglio hanno preso posizione su don Inzoli. Se desiderate chiedere lumi a giornalisti e partecipanti al @MeetingRimini, su Twitter lo hashtag è #Inzoli.
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August 27, 2014 at 06:25PM


Furibondo mese di dicembre 1973, interno di famiglia, foto di gruppo con signorino. Siamo a Milano, estenuata premetropoli del tutto morale, governata con piglio edilizio dal sindaco Aniasi. La location è la scena primaria: LA CAMERA DA LETTO DEI GENITORI. Fatti incresciosi e orribili avvengono in quel bugliolo spirituale e animico. Uno di cotesti fatti si è fatto reale. Provenendo dal felicissimo universo in cui i jivatman si beano della luce divina e nessuno gli rompe le palle, viene attratto sulla Terra e in Milano l’inconsapevole esserino che, assumendo un corpo fisico fatto di minerali e grassi insaturi, si qualificherà come mia sorella. Ella viene adornata con un bavagliolo intessuto ai ferri dalla zia romagnola, oltreché di una morbida copertina che solo per ventura non è riscaldata elettricamente, ma a conti fatti è uguale: la indossi ed è come indossare un’enorme pecora viva, tiene caldissimo. Congestionata dal traumatico evento del parto, la sorellina non crede ai suoi occhi: davanti a lei si parano protoscimmioni che sfoderano rictus di zanne d’avorio. E’ incredibile. Dall’eden alla famiglia Genna non è una caduta: è un crollo, uno smottamento dell’essere, un karma intiero. Infatt la sorregge il mio papà, Vito Genna, il quale potrebbe avere fondato da un paio di mesi le BR insieme a Senzani, oppure suonare clandestinamente insieme agli Area di Demetrio Stratos, poiché nessuno in una condizione usuale indosserebbe un simile maglione e pagherebbe un coiffeur per produrre quel taglio di capelli. Le basette e il contesto pilifero del mio paterfamilias sono tuttavia coerenti al decennio: chiunque si abbigli così, si acconcia in quel modo, si esibisce in maniera consona alle scarpe correttive Gusella e ai borselli in fintapelle. La fotografia prefreudiana è scattata dalla mia mamma, la quale in quei giorni soffre di montata lattea, per il disdoro di Mélanie Klein. E veniamo al sottoscrittore Giuseppe Genna, quattrenne in quell’istantanea, l’essere indefinito a sinistra. Il suo contegno è bianchiccio come quello di tutti i bambini tristi, creature messe impalate davanti a una polaroid e, se non c’è buona sorte, accanto a un pony, in quegli anni plumbei e strapolitici. Osserviamo il taglio dei suoi capelli, l’ingestibile innocenza del suo sguardo già stanco, le orecchie divergenti come quelle di Franco Nicolazzi, il tenero smorfiare del sorriso timido e incollocabile, il suo golfino da paramedico, la pappagorgia che ancora è di là dal maturare ed enfiarsi. Questo bimbo è un cocurbitaceo animale, eretto ma già cifotico, invidioso della montata lattea che vorrebbe tutta per sé, sta assistendo a una nascita quando nemmeno è riuscito a capirci qualcosa della sua, è ancora inconsapevole dell’esistenza di Goldrake ma non di quella di Giorgio Amendola. Bella, la tappezzeria: complimenti. La testa lignea del letto forse apparteneva a Don Bosco ed è comunque un elemento vagamente manzoniano. Il corpiletto testimonia di un sentimento policromo del mondo, è una fantasia vegetale che andrebbe utilizzata per la seconda edizione dei racconti di Lovecraft. Quanti palloncini, quanti scherzetti vivaci, quanta televisione a colori vi aspetta, bimbi miei! Mi raccomando: non fate i discoli, ricordate che chiunque a questo mondo rimane fanciullino per sempre, più spesso bamboccio. Non abbiate paura, ma soltanto disgusto, e in forma accettabile e gentile, per non disturbare il prossimo, che è sempre un gran signore che ha tutti i diritti di godersi il mondo senza che voi lo importuniate con fole o dispetti, imparate piuttosto da lui come si cammina impettiti e atesta alta. Non abbiate paura. Non abbiate.

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Guia Soncini, Stati generali della cultura – Youdem Tv

Tommaso Pincio: Le recenti e inqualificabili (e solo inqualificabili) twittate di Guia Soncini hanno ricevuto l’indignazione che meritano. Ci si chiede come una persona minimamente lambita da un residuo di umanità possa scrivere certe cose e vantarsene. Si è detto, forse anche giustamente, che le cause vanno cercate in un cinismo tipico di quest’epoca ovvero nella necessità di mettersi in mostra a tutti costi, puntando alla sparata più grossa. Ma c’è qualcosa di assai più profondo. Guia Soncini si esprime sempre così, soltanto che solitamente lo fa parlando di un mondo di vacuità sottoculturali dove tutto è finto e spudoratamente idiota e dove pertanto un simile linguaggio non soltanto è di casa, ma può apparire perfino arguto e sferzante. Il guaio è che a forza di essere un’aquila in un mondo di finte idiozie si finisce per pensare che anche il mondo sia idiota e, con esso, le persone di carne e ossa che lo abitano. Il cuore di Guia Soncini e delle persone come lei si è tal punto guastato da pensare convintamente che non esista alcuna sostanziale tra una persona come Enzo Baldoni e un tronista e che pertanto possano essere trattati con la stessa frivola disinvoltura. La povertà umana di Guia Soncini ha però un’origine precisa, un pensiero (ammesso che così si possa definirlo), l’agiografia della sottocultura. Eccola qui Guia Soncini, impegnata a illustrare il suo pensiero da un palco del PD (quando si dice i casi della vita). Ascoltarla dall’inizio alla fine è istruttivo perché l’origine delle cose, anche di un tweet inqualificabile, è sempre importante.
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August 25, 2014 at 01:22PM


Su Twitter, da ieri, alcuni giornalisti italioti, segnatamente Christian Rocca e Guia Soncini, infamano l’eredità morale e quindi memoria di Enzo Baldoni, recapitando incredibili notazioni al di lui figlio, Guido. Mi chiedo come l’Ordine dei Giornalisti possa astenersi dall’intervenire rispetto a sarcasmi come questo:

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Milano Film Festival [2014]

La giuria del Concorso Lungometraggi del Milano Film Festival ha l’arduo compito di scegliere il miglior film del festival. Quest’anno tocca al sottoscritto autore Giuseppe Genna, a Yann Gonzalez, vincitore del MFF2013 con “Les Rencontres d’après minuit” e Salette Ramalho, selezionatrice del festival Curtas Vila do Conde – International Film Festival. Ho da visionare ore e ore di stupendo cinema. Saibene cosa fare: sparare giudizi come proiettili dalla bocca di una Beretta, nutrire istanze Séverine. http://bit.ly/1tKTRFg
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August 25, 2014 at 10:19AM


Dieci anni fa piansi: è certo. Mi ricordo quei giorni. Non mi capita quasi mai di piangere, deve essere un retaggio familiare, il passato prussiano-comunista forse ha inciso tracce indelebili in quel corpo sottile che è il coacervo emotivo. In quel bugliolo discendevo, ebolliva, ero scorticato, scavato, urticato, ustionato. Avvenne così l’incontro con quelle immagini terribili. Ne fui colpitissimo. Non ho mai smesso di portarmele dentro: questa innocenza pervasiva, questa infanzia protratta del suo sguardo e del suo eloquio, del suo sorriso, quello stentoreo della grana che faceva i filmati polverosi oppure quel nitore e quei colori contrastanti e quasi accecanti nel buio calcolato per rendere l’amore ancora più offeso, per bistrattare l’umanità, per ottenebrare il cuore. Le bocche italiane, sempre fasciste, sproloquiavano immoralità, il giornalismo nazionale segnò un punto di non ritorno nella storia delle sue colonne infami, degli elezeviri criminali, dell’insulto alla fraternità e alla pietà. Furno mesi terribili. Un giorno risuonò una voce amica, filiale, alla distanza del telefono cellulare. Chissà là come vibrava per una febbre della terra nei venti caldi e secchi, quegli arti grandi slogati, quella benemerenza che ci faceva fratelli. E non smette di farci tali dopo dieci anni, oramai sono fievoli per l’indegnità quei chiacchiericci su foglio e liberi quotidiani, tutto si staglia in una luce che scolpisce i tratti e il silenzio è sufficiente per farci una casa che possiamo abitare.

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August 22, 2014 at 11:33PM


Cronache di via Salasco. L’enorme signorona settantenne Giannona urla: “Adesso mi operano e voglio vedere la carne in più, se ci fanno le bistecche”. Lo dice all’enorme signorona Tecla che stamattina si è vista davanti alla Asl di via Ripamonti, ovviamente chiusa, e sembrava un immane prosciutto di San Daniele: un prosciutto di San Daniele *deluso*. La Giannona è stata in Riviera, ma dalle urla non si capisce se quella ligure o romagnola, fatto sta che lì c’era il “mercatino rionale lungospiaggia” (?) dove ha trovato dei cuscini nuovi con la garanzia e tutto, nella plastica nuovi, li ha pagati 7 euro, ma le hanno fatto lo sconto e costavano 1 euro. La Tecla avanza sul ballatoio come un’abnorme lumaca con la nipotina treene Gessica e le dice che se cade dalle scale si fracassa “i malleoli nella faccia”. Alle 22.58, nella via Ripamonti deserta, una coppia ha i bollori, sbandano, quasi sfondano la saracenisca dello speziale pakistano, lei abbassa a lui la cerniera, incredibilmente gli fa una pompa, lui viene in 1 minuto netto: sono Danny lo Spacciatore Egiziano (61 anni) e la sua tipa (19 anni). Rientrando, la Giannona e la Tecla sono sul ballatoio che comunicano urlando, con questi potentissimi ultrasuoni che sentiamo io e i cani. La Giannona ha caldo e sembra evidentemente trasudare cassoela allo stato naturale. Tecla dà la sua versione del food serale: una ricetta in cui si comprende che sono finiti del “lardo ma non di Colonnata”, della marmellata e certi misteriosi “fichi d’India salati”, al che la Giannona enuncia l’incontrovertibile verità scientifica che “i fichi d’India non ti fanno cagare, ti stringono” quelle che Giannona definisce (letterale) “le intestina”, in una funambolica endiadi tra “interiora” e “intestini”. Non paga, la Tecla ribatte che “questi non sono fichi d’India normali, sono salati” e la Giannona esclama dandole ragione: “Ah!”. L’ucraina del ristorante ama i Coldplay rifatti da Avicii e urla che “così non si va avanti”, mentre inesplicabilmente il capocantiere Roberto è ancora per strada alle 23, vestito coi suoi soliti jeans violetti e la camicia Oxford, abbronzatissimo, non si capisce come possa essere capocantiere, tranne che per il fatto che il cantiere funziona ancora: stanno ristrutturando l’appartamento che corrisponde al mio nel condominio vicino. E’ tornato dal Salvador il potente custode Juanito, che dispone di un’autovettura SUV bianca coi vetri fumé. I guardiani notturni urlano nel parcheggio su cui dà la mia finestra, dicono “lo sai come vanno le cose nei garage” e si dicono “sì” tra loro. Il proprietario del bar Picchio di Ripamonti ha domandato nel pomeriggio “cosa sostituisce l’idea di valore economico quando il lavoro non ha valore” ed è giunto alla conclusione che “la fantascienza aveva ragione e questo è un danno, perché non disponiamo più di fantascienza”, ponendosi la questione “quale sogno sognano oggi le persone?”, proprompendo in una risata eccessiva, catarrale e grassa. Uno ha parcheggiato un furgone con le frecce sui binari del 24 e ha sollevato un’ondata di indignazione popolare tra i quindici astanti che popolano il tratto di strada. Al bar Picchio erano entusiasti che il Corriere ha pubblicato una narrazione di Philopat, che è cliente del locale. Il Tunisino si è molto annoiato ierinotte, vedendo “lo Spalato”, formazione contro cui giocava il Torino: lui guardava non il Torino, ma lo Spalato. Il bar Picchio ha montato due televisori per trasmettere “Premium e Sky di calcio”, ma c’è preoccupazione per il posizionamento degli schermi in alto, “viene la cifosi” a guardare le partite. Dudù è tornato in galera, dopo avere scontato 23 anni ed essere stato fuori poco più di un anno dopo “il fine pena”. Nico non parte. Ora, mentre scrivo, la Giannona ha fatto cadere la stampella medica in cortile e solo io ho la chiave “prendimela, Genna!” ha urlato e sono tornato a scrivere mentre sta tornando indietro dalla Tecla che sta vedendo (giuro) “le vuaccaesse di Stranamore” e la Giannona ha detto: “Ma non era mica morto Castagna?”.
Questa, la giornata. Ecco, ora sapete tutto.

da Facebook http://on.fb.me/1ttwkcP

August 22, 2014 at 11:28PM

Cronache di via Salasco. L’enorme signorona settantenne Giannona urla: “Adesso mi operano e voglio vedere la carne in più, se ci fanno le bistecche”. Lo dice all’enorme signorona Tecla che stamattina si è vista davanti alla Asl di via Ripamonti, ovviamente chiusa, e sembrava un immane prosciutto di San Daniele: un prosciutto di San Daniele *deluso*. La Giannona è stata in Riviera, ma dalle urla non si capisce se quella ligure o romagnola, fatto sta che lì c’era il “mercatino rionale lungospiaggia” (?) dove ha trovato dei cuscini nuovi con la garanzia e tutto, nella plastica nuovi, li ha pagati 7 euro, ma le hanno fatto lo sconto e costavano 1 euro. La Tecla avanza sul ballatoio come un’abnorme lumaca con la nipotina treene Gessica e le dice che se cade dalle scale si fracassa “i malleoli nella faccia”. Alle 22.58, nella via Ripamonti deserta, una coppia ha i bollori, sbandano, quasi sfondano la saracenisca dello speziale pakistano, lei abbassa a lui la cerniera, incredibilmente gli fa una pompa, lui viene in 1 minuto netto: sono Danny lo Spacciatore Egiziano (61 anni) e la sua tipa (19 anni). Rientrando, la Giannona e la Tecla sono sul ballatoio che comunicano urlando, con questi potentissimi ultrasuoni che sentiamo io e i cani. La Giannona ha caldo e sembra evidentemente trasudare cassoela allo stato naturale. Tecla dà la sua versione del food serale: una ricetta in cui si comprende che sono finiti del “lardo ma non di Colonnata”, della marmellata e certi misteriosi “fichi d’India salati”, al che la Giannona enuncia l’incontrovertibile verità scientifica che “i fichi d’India non ti fanno cagare, ti stringono” quelle che Giannona definisce (letterale) “le intestina”, in una funambolica endiadi tra “interiora” e “intestini”. Non paga, la Tecla ribatte che “questi non sono fichi d’India normali, sono salati” e la Giannona esclama dandole ragione: “Ah!”. L’ucraina del ristorante ama i Coldplay rifatti da Avicii e urla che “così non si va avanti”, mentre inesplicabilmente il capocantiere Roberto è ancora per strada alle 23, vestito coi suoi soliti jeans violetti e la camicia Oxford, abbronzatissimo, non si capisce come possa essere capocantiere, tranne che per il fatto che il cantiere funziona ancora: stanno ristrutturando l’appartamento che corrisponde al mio nel condominio vicino. E’ tornato dal Salvador il potente custode Juanito, che dispone di un’autovettura SUV bianca coi vetri fumé. I guardiani notturni urlano nel parcheggio su cui dà la mia finestra, dicono “lo sai come vanno le cose nei garage” e si dicono “sì” tra loro. Il proprietario del bar Picchio di Ripamonti ha domandato nel pomeriggio “cosa sostituisce l’idea di valore economico quando il lavoro non ha valore” ed è giunto alla conclusione che “la fantascienza aveva ragione e questo è un danno, perché non disponiamo più di fantascienza”, ponendosi la questione “quale sogno sognano oggi le persone?”, proprompendo in una risata eccessiva, catarrale e grassa. Uno ha parcheggiato un furgone con le frecce sui binari del 24 e ha sollevato un’ondata di indignazione popolare tra i quindici astanti che popolano il tratto di strada. Al bar Picchio erano entusiasti che il Corriere ha pubblicato una narrazione di Philopat, che è cliente del locale. Il Tunisino si è molto annoiato ierinotte, vedendo “lo Spalato”, formazione contro cui giocava il Torino: lui guardava non il Torino, ma lo Spalato. Il bar Picchio ha montato due televisori per trasmettere “Premium e Sky di calcio”, ma c’è preoccupazione per il posizionamento degli schermi in alto, “viene la cifosi” a guardare le partite. Dudù è tornato in galera, dopo avere scontato 23 anni ed essere stato fuori poco più di un anno dopo “il fine pena”. Nico non parte. Ora, mentre scrivo, la Giannona ha fatto cadere la stampella medica in cortile e solo io ho la chiave “prendimela, Genna!” ha urlato e sono tornato a scrivere mentre sta tornando indietro dalla Tecla che sta vedendo (giuro) “le vuaccaesse di Stranamore” e la Giannona ha detto: “Ma non era mica morto Castagna?”.
Questa, la giornata. Ecco, ora sapete tutto.