March 02, 2015 at 10:08AM

La vicenda del salvataggio della Biblioteca Comunale Calvairate, dove sono cresciuto a crescenza crescione e crack, si sta significativamente ed emblematicamente gonfiando. Non è detto, per esempio, che non si faccia, con I Camillas e un poeta abbastanza importante, il Rito di Restituzione di un’antologia che rubai proprio nella biblioteca di quartiere, mentre ero impegnato a dribblare povertà subculture crimini e overdosi. Di questa restituzione si parla nella lettera che ho scritto a Pisapia Giuliano, sindaco in Milano. Essa, pubblicata su Facebook, è stata ripresa dall’eccezionale Q Code Magazine, con intro bellissima scritta di suo pugno dal grande Succo Gastrico, che poi è colui che ha di fatto inventato il Rito di Restituzione del libro rubato 30 anni orsono da quegli scaffali grigi preikea. Chi non avesse letto la lettera E’ VIVAMENTE PREGATO DI FARLO e anche è invitato a girare per questa immane opera collettiva che è Q Code: così si convince che il futuro passa di qui, da iniziative come questa.

March 01, 2015 at 06:23PM

Sarebbe difficile rispondere a chi mi chiedesse qual è il pezzo più sciatto dilettantesco od osceno scritto su un libro o su un autore in questi anni: potrei citarne quattordici al giorno. Però, davvero, questa zizzania generica e arruffata inutilmente sul pelo dell’acqua morta, questa mano morta sul gluteo dell’informazione sbagliata (per esempio: la editor non era quella lì) e un’inutillima parure di giudizi personali su quello che, di fatto e riconosciutamente è il maggiore poeta italiano vivente, cioè Milo De Angelis, e su un suo capolavoro, cioè “Millimetri”. Il tizio cancella i commenti, trasalendo e transalivando, non state lì: sia nelle vostre preghiere, piuttosto.

February 28, 2015 at 12:42PM

Caro sindaco Giuliano Pisapia,
mi chiamo Giuseppe Genna, scrittore e metafisico, aggettivi che, come Lei intuirà, significano la medesima cosa.
Mi permetto di scriverLe, appellandomi alla Sua preziosa attenzione, proprio come un liberto poteva un tempo fare pervenire a un dominus la sua prece. Non Le scrivo in merito all’atteggiamento della Sua rispettabile Giunta e della Sua illuminata guida rispetto alla strategia circa gli sgomberi o alle politiche culturali che dovrebbero impreziosire la nostra amata cittadina, in un periodo tanto delicato e coinvolgente qual è quello durante il quale si svolge la celebratissima fiera internazionale dell’Expo, che tanto ammanta di prestigio il nostro distretto abitativo almeno quanto inculca a viva forza in me lo sdegno che si accompagna sempre, brace silente, al di sotto dello scetticismo. Nemmeno Le scrivo per esprimere lamentele e lamentazioni in ordine della, a mio umillimo parere, sensazionale politica che riguarda il traffico e i lavori pubblici relativi alla creazione di linee metropolitane. E nemmeno quanto alla divertente vicenda di Uber e dei taxisti che hanno pagato centinaia di migliaia di euro per una licenza regolare, vicenda che il Suo assessore ha gestito con atti di consistenza politica che hanno fornito a tutti un momento ludico così raro all’ombra della Madonnina. E, giuro, non mi permetterei mai e poi mai di disturbarLa relativamente al nodo della Sua candidatura, il quale nodo non si scioglie, nonostante l’incombere delle amministrative, paralizzando, a quanto pare, l’azione civile e politica di tutti quanti Le hanno voluto bene qualche anno fa.
Le scrivo, invece, per sollecitare un Suo intervento e un cambiamento di rotta riguardo una questione microscopica, e per questo molto emblematica e quindi molto potente, che concerne la chiusura e l’abbattimento della struttura della Biblioteca Comunale Calvairate (sul Corriere della Sera è apparso questo, immagino lo saprà: http://bit.ly/1zpnFYZ).
Comprendo che si tratta di minima cosa. Può ovviamente scacciare come una mosca fastidiosa questa pubblica esposizione personale, meno universale della prestigiosa rassegna che Milano sta per ospitare. Tuttavia, gent.mo signor sindaco, c’è il fatto che questa vicenda, secondarissima e intuibilmente distante da interessi generali, attiene precisamente al nucleo stesso per cui Lei è primo cittadino: si tratta della vita vivente e di quella vissuta, cioè della politica e della storia, delle persone che lì stanno a smaltire i rifiuti che la società, da decenni, oppone loro con infaticabile e scientifica coerenza.
Calvairate è un quartiere adagiato nella periferia sud di Milano. Essendovi nato e cresciuto, e avendo intrapreso lo hobby della scrittura letteraria, ho trattato in modo laicamente mitologico quella zona dimenticata dal dio delle piccole e grandi cose. Come sa, si tratta di uno dei tanti quartieri a rischio del nostro bello e industrioso capoluogo di provincia. Ciò è dovuto a un incrocio molto virtuoso di elementi che, tutti insieme, condizionano la vita della capitale morale del Paese: è un quartiere a prevalente abitato ALER, dove allignano tigne umane capaci di resistere a qualunque disagio e di rimetterlo in circolo nel consorzio umano, tra le quali mi glorio di essere cresciuto, io stesso tenia umana, con fioriture esotiche ed esogene a dire poco stupefacenti, per inerire a uno dei molti peccatucci che ivi si commettono, tra gang rivali connotate etnologicamente in tinte diverse, tra vecchiume incolto e sporcizia fisicomorale di eccellente fattura, occupazioni abusive che sono la risposta più neutra e naturale a una gestione degli alloggi scelleratissima e protrattasi nei decenni, mentre garantisco che lì a nessuno frega un cazzo della questione “rom”, in quanto tu ti aggreghi coi tuoi, signor Sindaco, e gli spezzi le gambe, agli zingari dell’incredibile aggregato di roulottari di via Zama, là dopo il Macello oramai svuotato, a destra delle Case Minime che i littorii eressero nel Ventennio, e dico il primo dei due ventennii fascisti che la nazione ha conosciuto, sempre enfiandosi di gioiosa euforia piccoloborghese, che giustamente il ceto da cui Lei proviene e in cui si è formato ha riguardato con illuminato sospetto, se non con legittima suspicione.
Insomma, per farla breve e rozza, il che non è da scrittori e metafisici, Calvairate è un piccolo helter skelter in cui non si ravvede un Charles Manson, o un girone infernale in ridotta che non dispone di un Alighieri, poiché c’è soltanto un Genna a farne cantiche sghembe e malmesse e non fondative o geniali.
Tra il conato della città delle merci che doveva essere il polo mai realizzato di Macello_Ortomercato_Mercato-Ittico, tra protesta contro il degrado di cui è perenne e pubblica amministratrice la povera signora Franca Caffa, di cui parlò Giorgio Bocca in una sua geniale cantica, tra spaccio e conflitto interetnico, tra criminalità organizzata che realizzò mirabilmente nel 1992 il caso dell’arsenale scoperto in piena Tangentopoli in via Salomone (tra Calvairate e Trecca, verso il campo nomadi, nomadi che sono stanzialissimi), tra esplosioni delle bomboniere ALER che furono carceri IACP, tra morti per strada e trasmissioni di Santoro a denunciare che non si denunciava, tra ordigni inesplosi della Seconda e sedi nazionali di Testimoni di Geova e Scientology (fino ai Novanta stavano in via Lattanzio e in via Abetone: Calvairate pienissima), è cresciuta una popolazione renitente a tutto, abbandonata a se stessa e meno male, ché, se venivano ad aiutarla, cacciava a calci nel sedere (o, immagino io, ben più che calci nel sedere) gli ausilianti.
Tra questa perduta gente c’ero io.
Le dico cosa era prevedibile che mi succedesse. Sono ovviamente immune da narcisismi, che qualcosa hanno a che fare con la scrittura letteraria, ma nulla con la metafisica. Se parlo qui di me, signor sindaco, è perché l’essemplo basti.
Doveva succedere questo. Approfittando in giovane età della festosa disponibilità di droghe pesanti, che le leggi speciali non impedivano arrivasse a noi derelittissimi, io avrei probabilmente: abbandonato gli studi; cercato e trovato un lavoro di nessun rilievo intellettuale e di molto impegno manuale, e questo se andava bene (del resto, in nero all’Ortomercato comunque lavorai); assunto una quantità indebita di stupefacenti, nello specifico noti oppiacei che hanno fatto fuori mezza generazione meneghina; sconfinato spesso e con felicità verso il Corvetto, che oggi è un’ulteriore emergenza sociale per Lei e la giunta attuale oltreché per quelle future, salvo che non risulta affatto un’emergenza agli abitanti del Corvetto medesimo, i quali se la cavano da soli e ai quali non bisogna rompere i coglioni e i commerci; plausibilmente morire di overdose in uno a scelta tra i giardini di piazza Martini o piazza Insubria o parco Alessandrini, luogo quest’ultimo dove si trovava un secondo arsenale, diciamo mobile e in transito perenne, come del resto nelle aree più cupe e inarrivabili del molosso ortomercantilizio.
Invece, signor sindaco, sono entusiasta di dire a me stesso e a Lei questo: io mi sono salvato. Mi sono salvato da una sorte breve e amara, fuoriuscendo da conflitti famigliari impensabili e sempre attuali, da rovine ed esistenziali che le petit Paris italiane si sognano facendo incubi. Io, e non per merito dei miei genitori, i quali purtroppo per loro non potevano nulla contro il momento storico e ambientale in cui venivo concrescendo fino all’attuale non perfetta forma, non mi sono salvato da solo: mi sono salvato grazie alla Biblioteca Comunale Calvairate.
La Biblioteca Comunale Calvairate è un edificio prefabbricato basso e largo, che si affaccia sul piazzale della mia infanzia, un’età dell’oro che copriva certe carie dentarie nei Settanta. Sta nella via Ciceri Visconti, dove si fanno le vasche tra il cosiddetto “Transatlantico” di Giò Ponti e il blocco ALER che fa via Tommei fino a viale Molise. Ci fu uno scontro inimmaginabile tra camerati e militanti comunisti, con viva partecipazione di ex partigiani, all’esordio nel 1969. Volarono pistolettate come se piovesse. Il governo, nazionale o locale, era ladro e distante anche allora. Quella biblioteca stava un centinaio di metri dalla sede di Alfabeta e della Cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi e lì passavano a stormi intellettuali e artisti, da Demetrio Stratos a Franco Battiato, da Antonio Porta a tutto il movimento Fluxus italiano, da Francesco Leonetti ai Situazionisti.
Io entravo chino nella Biblioteca Comunale Calvairate: chi stava lì era infatti considerato affetto da una forma non terapeutizzabile di disfunzione erettile e di cretinismo, sia pure in quell’età precoce in cui i turbamenti erotici e politici parrebbero non scuotere le giovani membra. La mente, solitaria e china anch’essa, si formava sui molti dei moltissimi testi che riposavano su scaffalature metalliche grigie di pessima specie. Lì dentro c’era sempre caldo con un odore di cuoio capelluto con la forfora. Era il buen retiro dei tossici meno ineleganti, che venivano in quell’edificio basso e accogliente a gustarsi e dismettere le loro estasi sonnolente, comunque non prive di epistassi e arresti cardiocircolatori. Feci la spola tra lì e i caffè della pubescenza e dell’età adulta: milioni di volte calcando gli asfalti calvairatesi, che erano stati calcati decenni prima di me dalle SS accampate nel centro direzionale di Milano, il quale si trovava sempre a Calvairate, in via Monte Velino. Una volta trovai un cadavere umano, molto più spesso cadaveri di piccioni, bisunti e sgraziatamente arruffati ma rachitici.
Signor sindaco!, mi creda: lì stavo per sposarmi, conobbi nella Biblioteca Comunale Calvairate una bellissima fanciulla, ella mi prese il cuore. In piena Calvairate! E’ un luogo dove, Le garantisco, non è possibile innamorarsi. La celeberrima hit di Memo Remigi ha in Calvairate la sua smentita più patente.
Non ci fosse stata quella biblioteca, saremmo morti in tanti di più di quanto sono morti, non avremmo avuto la possibilità di fiorire quali virgulti, e avremmo privato le pubbliche scene di opere artistiche ragguardevoli: io non avrei scritto i miei libri, Giuseppe Povia non avrebbe cantato che i bambini fanno tutti “oh”, Costantino Vitagliano non sarebbe riuscito a sbarcare il lunario via etere da Maria De Filippi (entrambi, miei coetanei, costituiscono la crème del quartiere, ancora oggi detto “popolare”, con un filo di ipocrisia un filo pelosa: si sa infatti che, se i quartieri continuano a esistere, il popolo non esiste più).
Ora, signor sindaco, io Le ho sommariamente accennato a un’esperienza personale legata a quel centro di aggregazione e continua formazione che è la Biblioteca Comunale Calvairate. Provi per favore a immaginare quanto ha fatto, quanto ha contribuito, quanto ha regalato in termini umani, e cioè anche politici e sociali, una semplice biblioteca di quartiere, che ora la giunta da Lei guidata vuole disfare, per aprire un’ulteriore mirabile iniziativa in quella sede di sogni mai realizzati che è l’ex Macello (dove l’amico Gabriele Salvatores girò il kolossal italiano “Nirvana”: immagino che sia Suo amico, Salvatores, perché io non l’ho mai conosciuto personalmente).
Signor sindaco Giuliano Pisapia!: rinunci al puntiglio e permetta che resti in piedi, viva e pulsante, la Biblioteca Comunale Calvairate, che Le garantisco è proprio ciò di cui si ha sempre bisogno: una possibilità di redenzione personale minima e a portata di mano, un piccolo porto dei desideri che cresceranno come tali e faranno la fine che faranno ma non la faranno subitissimo. Se Lei spegne la Biblioteca Comunale Calvairate si rende colpevole di una cecità che assassina la vita vivente e vissuta della civiltà in cui io e Lei, con tutte le differenze di ceto e di classe e di educazione che ci distinguono l’un l’altro, ci siamo imbevuti ab initio: è la civiltà dell’umanismo, nemmeno dell’umanesimo, signor sindaco.
Un’ultima notazione. Nel 1981 rubai dagli scaffali della Biblioteca Comunale Calvairate un tomo, un’antologia di poesia contemporanea edita da Feltrinelli: non la leggeva nessuno, io avevo firmato la scheda di prestito troppe volte. Me ne appropriai. E’ uno dei due furti di cui mi sono macchiato nella mia non eclatante vicenda umana. Non ho mai restituito quel librone, ce l’ho ancora. Smentisco di avere fatto realmente questa cosa, sono uno scrittore, non credetemi: faccio fiction, è tutto inventato, anche quando dico che è vero. E’ vero, signor sindaco: ho rubato e detengo tuttora nella mia abitazione l’antologia della poesia italiana degli anni Settanta edita da Feltrinelli. Sospettarono di me, i bibliotecari, sospettarono di quel ragazzino che allora pareva anoressico e proveniente dall’Atlante, non immaginando che i ragazzini davvero provenienti dall’Atlante si sarebbero anch’essi appoggiati all’assistenza aggregativa di quei locali illuminati da neon giallastri e ballerini.
Signor sindaco: se Lei permette alla Biblioteca Calvairate di non chiudere e non essere abbattuta e di vivere, giuro che con una cerimonia pubblica io vado a restituire quel libro che ho rubato.
Mi faccia sapere.
Giuseppe Genna

February 27, 2015 at 12:06PM


Oggi compio 4 anni a Il Saggiatore: ne sono entusiasta e festeggio con la splendida quarta di copertina che Andrea Morstabilini ha scritto per “Io sono”, il saggio di piscologia e testualità a orientamento metafisico che sarà in libreria a fine marzo.
“L’inizio del nuovo millennio coincide con l’espansione della galassia di pratiche e studi psicologici: sempre meno psicanalisi, sempre più indirizzi psicoterapeutici. E le neuroscienze, pur avendo conosciuto un incredibile sviluppo, continuano a adottare un atteggiamento funzionalista che si rivela oggi inefficace nell’affrontare il disagio esistenziale e psicologico, mai come oggi così diffuso e capillare. Si avverte la necessità di una nuova epistemologia che si configuri come scienza degli stati interiori, capace di affrontare la domanda a cui le neuroscienze non rispondono – che cos’è la mente? – e organizzare un intervento terapeutico che soddisfi il radicale bisogno di senso sperimentato da ogni paziente psicanalitico.
Questa nuova epistemologia, in realtà antichissima, si fonda sulla coscienza, intesa come sensazione di essere e della continuità di essere. Irriflessa, persistente, priva di relazioni, questa sensazione non abbisogna di memoria: svanite le identificazioni
individuali, accantonati i particolarismi che di ciascuno di noi costituiscono il vissuto personale, rimane un sentire che non nasce, non muta, non muore. In questa prospettiva di superamento dell’io si individua un percorso terapeutico sismico, che, dopo il franamento degli strati geologici rappresentati dalle peculiarità psichiche, passa attraverso l’istante in cui la coscienza esperisce il proprio autoriconoscimento e dunque la ricomposizione di ogni frattura, di ogni dualità: di ogni trauma.
Strumento privilegiato per l’emersione di questi «istanti coscienziali» è il testo: se infatti ciascuno di noi vive nel mondo in base a un’idea di leggibilità del mondo stesso, è precipuamente nel testo letterario – attraverso modalità e strategie come lo zero tragico identificato da Friedrich Hölderlin e la sagomatura e la trasmissione del vuoto – che per un istante, come quando ci si sveglia, non si ascolta, non si vede, non si pensa: si sente soltanto che si è e si fa l’esperienza irrinunciabile dell’unicità.
In questo saggio che è anche una dichiarazione dirompente di poetica, lucida e senza esitazioni, Giuseppe Genna indaga una faglia ancora inesplorata – fra lo scientismo intransigente dell’epistemologia classica e le esperienze concrete
dei metafisici occidentali e orientali – e, pur senza rinunciare alla solidità quasi materica della struttura argomentativa, solleva il lettore sopra la voragine
dove l’io svanisce – e non c’è più paura.”

da Facebook http://on.fb.me/1AQJh4c

Antonio Razzi si dà alla musica. Ecco il videoclip di “Famme cantà” – Video l’Espresso

Questa pagina, con questa testata e questo video e quello e chi c’è dentro il video e il comico che non c’è ma ha sublimemente causato il tutto, dice alcune cose: Antonio Razzi è l’Impensato che pareva Impensabile e invece è stato Pensato e la responsabilità è, una volta di più, di un grande show-man che svaria da premierati, sedi del parlamento europeo, tribunali, residenze per anziani malmessi, festini, studi tv; il giornalismo e lo spettacolo sono pervenuti all’oltrepassamento dello Spettacolo. Gli schermi sono esplosi, vige una nebulizzazione degli schermi, il microspettacolo è pervasivo e per nulla esaltante, non esiste in questi anni il memorabile, il testo è saltato. Lavorate, amiche amici, a ciò che ancora fa attrito tra voi stesse stessi e voi stesse stessi. Lavorate all’attrito del mondo. Solo una metafisica può salvarvi. Ma, se non vi salvate, stanno tutti benissimo senza di voi.
from Facebook http://bit.ly/1BrbqSS

February 24, 2015 at 05:41PM


Tentando il prossimo libro, cupo e atro e plumbeo:
“Abbarbicati alla radio in radica, che il preside occulta in un doppiofondo dell’armadio cieco, nottetempo, sfrugliamo l’etere, ci facciamo terapia l’un l’altro, canonizziamo. Quando intercettiamo alcune voci patentemente femminili, a prescindere dagli idiomi, che sono sciocchezzuole buone per i filosofi, i quali hanno la testa tra le nuvole e i piedi nel fondo cosmico, ci intenebriamo e cominciano i gorgoglii del silenzio: c’è una stasi, l’emissione sconcerta le nostre palpebre e le nostre manine appiccicose, stiamo lì a bocc’aperta manco fosse una madonna nera a far risuonare il plesso universale, ci pare di appoggiare l’orecchio al padiglione universale che sta esterno a conca e vibra, concreando l’universo mondo, ci piaciamo, ci diamo alle fantasie più vaporose, a lampi, le vediamo tutte, quyeste gran creature, le Femmine, tanto più intelligenti e antilopi di noi maschi, così piene di una tensione e di un medicamento che ci fa girare la testa come l’alcol denaturato che inaliamo di nascosto nei cessi sul fare del mattino, quando le albe incendiarie, questi crepuscoli al contrario che inaugurano le nostre fatiche, premono i vetri delle casupole al monte Tenda, quasi pare che spezzino e frangano ed entrino con le dita rosee a pizzicarci i lobi delle orecchie per strigliarci a dovere, doverosamente. Le albe sono saggissime. Facciamo a bella posta girare invece la voce che i crepuscoli siano idioti. Poi torniamo a ravanarci i cavalli dei pantaloni, mentre le onde radio canterine ci sballano ancora un po’ lì al buio, che sa di polvere e di aceto e per pulirla, fingiamo un bacio, chiudiamo in fretta, fuggiamo verso la camerata, siamo felici come dopo un’elioterapia o un bacio della venerata Mamma e ci addormentiamo o, chissà, stiamo lì a spiare: siamo tutti spioni un po’ di dentro, sai?”

da Facebook http://on.fb.me/18hK3hi

February 24, 2015 at 05:03PM

Nei prossimi mesi uscirà per Il Saggiatore una strepitosa traduzione del “Cantico dei cantici” firmata da quel gran poeta e teologo che è Andrea Ponso. Questo giovedì, all’università di Macerata con Marcello La Matina, il traduttore teologo e poeta Ponso tiene una conferenza a cui non so cosa darei per assistere. Invito gli amici della città e della zona a presenziare: è un’occasione altissima che dimostra, come se ce ne fosse bisogno, ma c’è appunto bisogno, che questo è un tempo altissimo.

February 23, 2015 at 11:59PM

Stavamo scrivendoci del prossimo libro che vado a scrivere (http://on.fb.me/1Bcq40a), una narrazione e cupa e atra su cui avanzavo incertezze, poi di colpo Topazio Perlini, uno dei due dei tre dei due dei Camillas, mi ha scritto la cosa più esulante dal mondo e intima a me che mai qualcuno mi abbia scritto, scrivendola: “è la materia delle fotografie che stanno accarezzando il tuo libro del futuro. è la materia che ha ucciso Tranquillo Cremona”. Non esiste un commento più fraterno a me. Nessuno mi ha mai scritto una cosa simile. Sono al culmine della gratitudine.

February 23, 2015 at 12:23PM


Una breve, assonnata riflessione sulla scrittura che viene per me, ammesso che possa interessare. In questi mesi mi è capitato di constatare quanto il tempo attuale, e a maggior ragione quello che viene, sia abitato da persone che stanno sostenendo un momento largo e grave, in cui si prepara un salto, non dico di specie, ma forse proprio di specie. Quello che non ha prensione, in questo momento, temporale e “geometrico”, è il testo per come lo si è considerato almeno per gli ultimi trecento anni di occidente. Non è convocabile alcuna tecnica, non è possibile una sperimentazione che si incarni nella testualità: ne sono convinto e non sto a motivare in questa sede le ragioni di una simile certezza, che resta del tutto personale. Non è questione di generi, di stili, di forme. Mi pare che in questo momento possa ospitare soltanto l’iscrizione poetica, certamente non quella corrente, ma quella d’eccezione sì: è l’unica forma che annulla la forma, da sempre, nell’umano umanistico che ha vissuto una propria vicenda, la quale è giunta esausta ed esauriente al termine, mentre ne inizia una differente, psichica e più che psichica, direi, mutuando dal gergo nondualista, “sottile”. Perfino gli archetipi non bastano più: non sono sufficienti a irradiare le ragioni di una forma, almeno per me. Cosa resta, per quanto concerne ciò che Benjamin chiamava “flusso di prosa”, eleggendolo a erede della tragedia? Penso a un’esperienza di fantastico. Questo fantastico non ha nulla a che vedere con il fantasy, genere monocratico in questi pochi anni di superficialità lette e leggenti. Penso a un fantastico idiosincratico: un mondo primonovecentesco ma non vero, dove non si capisce come e cosa accada, dove si avverta ciò che è pesante, plumbeo, cupo. Nulla è vero, quindi nulla può essere memorabile. Non esiste mimesi alcuna, nemmeno interiore o volta all’interiorità. Per quanto possano sembrare dittorie o gnomiche le frasi, sono a priori parodie, ma per nulla ironiche. Si avverte nella pesantezza un frizzio: è la felicità, è l’azzurrità immensa del respiro, è la risata non ironica né motivata da ironia. Se è così, vado a scrivere una cosa che, davvero, non c’entra nulla con quanto finora ho tentato di fare e che, parzialmente, ho fatto negli ultimi due oggetti narrativi, “Fine Impero” e “La vita umana sul pianeta Terra”, che è probabilmente il libro di prosa che più si avvicina a quanto speravo di fare. Passo da quel foro, contro il soffio gelido che lo attraversa, andando contro la corrente freddissima, cercando un nitore impermanente in una cecità onirica. Mi spiace che nulla sia plausibilmente citabile, in quello che vado a fare, cioè nel libro atro di cui ho tentato esperimenti di tatto qui (http://on.fb.me/1D0zYwR) o qui (http://on.fb.me/1D0A7QZ) o qui (http://on.fb.me/1pFNHoW) o qui (http://on.fb.me/1D0Anzr) o qui (http://on.fb.me/1D0AxXH) o qui (http://on.fb.me/1D0APxM) o qui (http://on.fb.me/1D0AV8l) o qui (http://on.fb.me/1D0AYkz) o qui (http://on.fb.me/1D0B2kx) o qui (http://on.fb.me/1D0B6Aw) o qui (http://on.fb.me/1D0BcYW) o qui (http://on.fb.me/1D0BgI9). Sarà un libro scritto da cretino. Sarà un cretinismo non letterario. E’ al momento l’unico territorio in cui sento attrito col testo e con quel gran testo che è il mondo che percepiamo nella veglia, in questa dissennatezza che muta il sentimento in un allibito e distratto persistere finché la carie non rode la carne, l’osso, l’anima.

da Facebook http://on.fb.me/1Bcq40a

February 23, 2015 at 12:35AM

Una breve, assonnata riflessione sulla scrittura che viene per me, ammesso che possa interessare. In questi mesi mi è capitato di constatare quanto il tempo attuale, e a maggior ragione quello che viene, sia abitato da persone che stanno sostenendo un momento largo e grave, in cui si prepara un salto, non dico di specie, ma forse proprio di specie. Quello che non ha prensione, in questo momento, temporale e “geometrico”, è il testo per come lo si è considerato almeno per gli ultimi trecento anni di occidente. Non è convocabile alcuna tecnica, non è possibile una sperimentazione che si incarni nella testualità: ne sono convinto e non sto a motivare in questa sede le ragioni di una simile certezza, che resta del tutto personale. Non è questione di generi, di stili, di forme. Mi pare che in questo momento possa ospitare soltanto l’iscrizione poetica, certamente non quella corrente, ma quella d’eccezione sì: è l’unica forma che annulla la forma, da sempre, nell’umano umanistico che ha vissuto una propria vicenda, la quale è giunta esausta ed esauriente al termine, mentre ne inizia una differente, psichica e più che psichica, direi, mutuando dal gergo nondualista, “sottile”. Perfino gli archetipi non bastano più: non sono sufficienti a irradiare le ragioni di una forma, almeno per me. Cosa resta, per quanto concerne ciò che Benjamin chiamava “flusso di prosa”, eleggendolo a erede della tragedia? Penso a un’esperienza di fantastico. Questo fantastico non ha nulla a che vedere con il fantasy, genere monocratico in questi pochi anni di superficialità lette e leggenti. Penso a un fantastico idiosincratico: un mondo primonovecentesco ma non vero, dove non si capisce come e cosa accada, dove si avverta ciò che è pesante, plumbeo, cupo. Nulla è vero, quindi nulla può essere memorabile. Non esiste mimesi alcuna, nemmeno interiore o volta all’interiorità. Per quanto possano sembrare dittorie o gnomiche le frasi, sono a priori parodie, ma per nulla ironiche. Si avverte nella pesantezza un frizzio: è la felicità, è l’azzurrità immensa del respiro, è la risata non ironica né motivata da ironia. Se è così, vado a scrivere una cosa che, davvero, non c’entra nulla con quanto finora ho tentato di fare e che, parzialmente, ho fatto negli ultimi due oggetti narrativi, “Fine Impero” e “La vita umana sul pianeta Terra”, che è probabilmente il libro di prosa che più si avvicina a quanto speravo di fare. Passo da quel foro, contro il soffio gelido che lo attraversa, andando contro la corrente freddissima, cercando un nitore impermanente in una cecità onirica. Mi spiace che nulla sia plausibilmente citabile, in quello che vado a fare, cioè nel libro atro di cui ho tentato esperimenti di tatto qui (http://on.fb.me/1D0zYwR) o qui (http://on.fb.me/1D0A7QZ) o qui (http://on.fb.me/1pFNHoW) o qui (http://on.fb.me/1D0Anzr) o qui (http://on.fb.me/1D0AxXH) o qui (http://on.fb.me/1D0APxM) o qui (http://on.fb.me/1D0AV8l) o qui (http://on.fb.me/1D0AYkz) o qui (http://on.fb.me/1D0B2kx) o qui (http://on.fb.me/1D0B6Aw) o qui (http://on.fb.me/1D0BcYW) o qui (http://on.fb.me/1D0BgI9). Sarà un libro scritto da cretino. Sarà un cretinismo non letterario. E’ al momento l’unico territorio in cui sento attrito col testo e con quel gran testo che è il mondo che percepiamo nella veglia, in questa dissennatezza che muta il sentimento in un allibito e distratto persistere finché la carie non rode la carne, l’osso, l’anima.

Sull’appello degli scrittori contro la fusione Mondadori-Rizzoli


Circa l’acquisizione del comparto societario di Rizzoli libri da parte del gruppo Mondadori, ho scritto qualche giorno fa la mia (http://on.fb.me/1DDEQ0i): è semplicemente una follia dal punto di vista editoriale ed economico. Non so se lo sia dal punto di vista culturale, nel senso che non so quanto Rizzoli abbia fatto cultura negli ultimi anni, così come non so quanto Mondadori c’entri con la cultura. In generale, non so quanto c’entri l’editoria con la cultura negli ultimi venticinque anni. E’ certo che muta in modo irreversibile uno scenario editoriale ed economico. E lo muta con una cecità talmente assoluta e incurabile, che non mi attendevo una cosa del genere, nonostante da anni fossi convinto che in Italia e soltanto in Italia eravamo destinati a vedere all’opera la tecnologia OGM in àmbito culturale e psichico.
Oggi comunque arriva, con puntualità proporzionale alla lucidità, l’appello di certi scrittori, perlopiù appartenenti alla casa editrice Bompiani, contro questo merge: http://bit.ly/1DDHT8D. Vorrei proporre qualche breve riflessione in merito a questo appello e agli impliciti che vengono sottesi.
Anzitutto c’è il fatto che l’appello si caratterizza così, quanto al soggetto che si appella: “Noi autori della casa editrice Bompiani (insieme ad alcuni amici che pubblicano presso altri editori, intellettuali e artisti)”. Qui va considerato un punto delicato. Prescindiamo per lo spazio di un ragionamento dal fatto che a scrivere siano principalmente autori Bompiani. Probabilmente sono stati invitati a farlo da chi veramente è Bompiani, cioè Elisabetta Sgarbi.
E’ soltanto per storia e patrimonio e brand che Bompiani si chiama ancora così: dovrebbe chiamarsi Sgarbi. Da anni Elisabetta Sgarbi compie, e patentemente, l’opera di pubblicazione organica e di catalogo più evidente nel panorama editoriale italiano. Può piacere o non piacere (a me piace), ma Eliabetta Sgarbi propone un’idea di letteratura attraverso il suo catalogo italiano. Non è un’opera semplice, in questi decenni. Basterà osservare le altre realtà della grande editoria. Insieme a Sgarbi, direi che sono i responsabili della straniera e Paola Gallo e Dalia Oggero dell’italiana a Einaudi, che hanno imposto una linea letteraria significativa, ma sono altrettanto certo che sono stati costretti a compiere questo lavoro culturale in opposizione e resistenza ai vertici della casa editrice, oltre al fatto che sono sicuro che, senza richieste di scriteriato conto economico da parte dei gestori, le due editor dell’italiana avrebbero pubblicato testi altamente letterari in numero ancora maggiore, evitando compromessi al ribasso.
Ciò valga osservando l’incredibile sorte editoriale (per non parlare del disastro assoluto e sconvolgente, di cui è stata capace la comunità degli autori) della poesia contemporanea: Einaudi e Mondadori, editori delle due più importanti collane poetiche, hanno in pratica soltanto resistito a pressioni di mercato, continuando a editare testi di poeti contemporanei, pochi italiani e quasi nessuno straniero (un esempio su tutti: è pressappoco incredibile che il poeta svedese Tomas Tranströmer, insignito del Nobel nel 2011, non sia tradotto nella “Bianca” o ne “Lo Specchio”, mentre l’inglese Geoffrey Hill è del tutto ignorato: non è mai successa una cosa simile nell’Italia moderna: che, cioè, non si potesse accedere alla conoscenza di autori stranieri fondamentali, che vengono appunto ritenuti trascurabili, non frega a nessuno, non c’è mercato, inoltre fare tradurre costa). E’ grazie all’impegno di rilevanti personalità editoriali, come Antonio Riccardi a Mondadori e Mauro Bersani a Einaudi, se ancora esistono e vivono le due principali collane di poesia della storia italiana.
Non si è forse compreso quanto deve essere stato complicato realizzare il lavoro culturale così ricco e qualitativo per Elisabetta Sgarbi: si conosce assai poco l’editoria. Quello editoriale è un mestiere complesso, passibile di continua accelerazione, che nulla c’entra con il lavoro letterario: non ho mai sentito pronunciare tante scempiaggini in àmbito editoriale come dagli scrittori e dai lettori; eppure, come per la quasi totalità della nazione al maschile, l’editoria è simile al calcio: tutti c.t., tutti editori, laddove il “tutti” ammonta, nel caso calcistico, a milioni di persone, mentre nel caso editoriale conta poche centinaia di derelitti, comunque saccenti in modo surreale in ordine al discorso editoriale.
Bompiani è una casa editrice che sta dentro un contesto aziendale complicato. Rizzoli è un’azienda complicata, come tutte le grandi aziende italiane. Sgarbi ha dovuto vincere molteplici lotte interne all’azienda, per conservare la propria autonomia, di scelta e di budget. Ha dimostrato che la qualità paga, anche in termini economici. I vertici Rcs Libri hanno più volte tentato di minare questa autonomia tesa a un’idea di qualità, che è propria di Elisabetta Sgarbi. Dal punto di vista storico, questi tentativi sono andati infittendosi e intensificandosi nel corso degli ultimi anni. Siccome il management editoriale italiano è totalmente inesistente e non ha la minima strategia per fare fronte a una “crisi” che doveva prevedere con largo anticipo, prendendo decisioni fondamentali per mutare l’assetto produttivo delle proprie realtà organizzate per incidere appunto sul mercato, ecco che si è fatta quasi grottesca la vicenda degli avvicendamenti di persone ai vertici: sempre più impreparate e sempre meno stimabili – perlomeno da parte mia. Incredibile il numero e la continuità delle gragnuole di dannose insulsaggini pensate dette o praticate dai manager o dagli editor italiani in questi ultimi anni: alla prova dei fatti, sempre sconfitti dalla banalissima realtà di base.
Si tratta di peccati non veniali e carichi di conseguenze, ben più gravi della fusione tra due aziende. Assenza di coraggio lampante e avvilente, per tentare strategie di medio e lungo periodo. Taglio clamoroso e controproducente dei cataloghi, delle traduzioni, delle competenze interne e collaterali.
Dovrebbero vergognarsi e dimettersi da soli, questi manager ed editoriali, ma ci penseranno la fusione e le sue conseguenze a licenziarli. Sia chiaro: per mestiere faccio l'”editoriale”: so perfettamente che da un momento all’altro potrei essere “licenziato” e tuttavia non mi sento parte di quella schiera boriuola che ha pensato di lumeggiare lezioni di vita e di cultura e di economia negli ultimi dieci anni di rovinosa storia dell’editoria nazionale.
Che oggi Bompiani finisca sotto l’ombrello mondadoriano, per quello che credo, minaccia in modo ancora più virulento l’opera di una delle pochissime personalità pensanti e fattive nel panorama della grande editoria, quale Elisabetta Sgarbi non soltanto è, ma ha dimostrato di essere. Ha ragione Elisabetta Sgarbi a mobilitare i suoi autori per allarmare i lettori e gli addetti ai lavori.
Dell’acquisizione si sapeva da mesi, nessuno è intervenuto. Nessuno: non uno degli scrittori che firmano questo appello rivolto non si sa a chi. Perché non c’è da rivolgere nessun appello all’Antitrust: o l’Antitrust funziona, e sanziona un soggetto che possiede più del 40% di un mercato, oppure non funziona. Se non funziona, un intellettuale artista o scrittore, deve intervenire quando ravvede il malfunzionamento. E l’Antitrust non ha funzionato prima di questa volta, in cui non si sa se funzionerà o meno. Non soltanto non ha funzionato: non ha funzionato in modo clamoroso e vergognoso. In quale occasione? Soltanto pochi mesi fa, proprio in occasione di un terremoto editoriale. Quale terremoto? Il costituirsi di un soggetto che, nella distribuzione libraria, detiene il 60% del mercato: si veda http://bit.ly/1DDBJ8L e non ci si stupisca più di tanto. E’ semplicemente incredibile, da un lato, che l’Antitrust permetta un accordo del genere e, dall’altro lato, che non si sia levata una voce da parte degli intellettuali e degli autori e dei lettori italiani: quest’ultimo è un abominio abominevole, non semplicemente incredibile. Da anni in pochi (e mi pregio di annoverarmi tra quei pochi) urlavano in perfetta solitudine che il punto centrale del fatto politico e culturale sarebbe statop ed è la distribuzione: di notizie (per esempio, tv e realtà di Rete), di idee (per i libri: Feltrinelli che era casa editrice, distributore e catena di punti vendita: la filiera completa; il gruppo GEMS che sopravanzava Feltrinelli per numero di sigle editoriali e quote di mercato, e al tempo stesso per rete distributiva), di dati, di veicolazioni aggregative rispetto al tessuto sociale (per esempio i trattati internazionali che riguardano la distribuzione delle merci, perfino quelle di natura alimentare). Si era vox in deserto clamans. Ora, permettete di mandare a giscardeggiare in bulino gli scrittori intellettuali e artisti che si svegliano adesso, su una questione sbagliatissima e periferica e irrimediabile. Non lottano contro una deriva di mercato, bensì contro una diminuzione di valore economico di due soggetti già macroscopici nel per nulla minuscolo mercato letterario italiano (credo sia l’ottavo al mondo).
Quanto conta nel farsi della letteratura e della cultura questo modo di fare mercato, cioè l’editoria soprattutto cartacea, che taglia consulenze traduttori competenze, esternalizza i redattori arrivando a produrre autentici scempi che rendono i libri illeggibili, svuotando i grandi edifici in cui sistemavano la pregressa ciclopica forza lavoro, riducendo ai minimi termini il numero e la qualità delle opere che evidentemente hanno un valore letterario o di ricerca e sperimentazione, imponendo titoli e soggetti patafisici agli scrittori che vogliono farseli imporre quando non se li impongono da se stessi per avere non si capisce quale successo? Che editoria è quella che ritiene opportuna l’Iva al 4%, nemmeno i libri fossero malati di SLA, pur di fare la cresta a un mercato essenzialmente in bolla? Che industria culturale è quella che perde di botto 800.000 lettori “forti” senza colpo ferire e, per di più, enuncia il principio che bisogna andare a conquistare più lettori “deboli”? Che editoria è quella condotta da funzionari che ritengono che le serie tv americane abbiano a che fare con l’impostazione di una casa editrice? Che comparto culturale nazionale sarebbe quello che si sveglia con quindici anni di ritardo rispetto all’esistenza di una realtà così centrale e trasformativa di tutti i paradigmi come il Web, non comprendendo che anzitutto la Rete rivoluzionerà la distribuzione, e in un secondo momento la produzione di immaginari e idee (quelli che gli imbecilli sottoproletari della finzione culturale italiota si ostinano a chiamare: “i contenuti”)? Esiste forse una realtà che fa cultura letteraria o libraria sul Web in modo massiccio e adeguato come, che so?, “Paris Review”? Che classe dirigente è quella che si avvita in un crollo a spirale, tanto da arrivare alla fusione tra la Nike e l’Adidas dell’editoria italiana, che proprio non sono né Nike né Adidas, bensì aziende in un mercato dalle dimensioni ridotte rispetto alle potenzialità, per scelte certamente politiche, ma anche e soprattutto per scelte editoriali?
Potrei continuare indefinitamente. Non ne ho voglia, in tutta franchezza. Mi limito a complimentarmi con Umberto Eco per la prontezza di riflessi e la sua risaputa passione civile, che lo porta a essere proposto come leader di un gruppo di idealisti, sinceri e accorti per quanto hanno dimostrato in questo ventennio che, prima che berlusconiano, è stato *loro*.
Questo appello è un manifesto di comica autoaccusa da parte dei firmatari: ma dove eravate mentre si stracciava il tessuto culturale e sociale? Quali ragionamenti e quali pratiche avete imposto, nella tranquillità dei vostri habitat, si chiamassero bestselleristica o gigaselleristica o silenzio per paura degli alti papaveri che vi pubblicavano le pagine rugose, che non hanno lasciato e non lasceranno la benché minima traccia nella storia, la quale avete svilito, abbattendone il canone e il sentimento, grazie alle illuminate e illuminanti visuali che avete proposto al “pubblico” dei lettori, per il quale, dipingendosi irragionevolmente e inconsultamente da democratici della cultura, alcuni hanno perfino combattuto l’esilarante battaglia dell’Iva al 4% per gli ebook, salvo poi lamentarsi immediatamente perché gli editori non abbassavano i costi degli stessi?
C’è un passaggio dadaista di questo appello, finito in una colonna di spalla della seconda pagina della sezione Cultura del Corriere della Sera, schiacciato tra una promozione di un non memorabile romanzo straniero e un’altra “roba” dimenticabile. Scrivono gli autori Bompiani e i loro colleghi delle altre case editrici che il “colosso” Mondadori-Rizzoli: “renderebbe ridicolmente prevedibili quelle competizioni che si chiamano premi letterari”. Scorro la lista dei nomi di questi paladini di, davvero, non so quale battaglia e ravvedo cognomi che conosco perfettamente per le pratiche con cui hanno partecipato e stanno partecipando a, hanno vinto e hanno perso e vinceranno o perderanno premi letterari, che ieri e oggi sono stati ridicolmente prevedibili e ben di più: sono stati scandalosi e immorali.
Così come scandaloso e immorale è il moralismo ingenuo di questo appello: devoto a nessuno, votato alla fuga.
Auguroni a tutti. Se intellettuali autori artisti persistono, nei prossimi 25 anni a essere, intuitivi e attivi come nei precedenti e come ora, chissà cosa li attende, chissà dove lo pubblicano, l’appello. Secondo me nemmeno su change.org: non ci sarà più.

da Facebook http://on.fb.me/1LpjzIQ

“Io sono”: cover in progress

Senza titolo-1
La copertina del saggio “Io sono” sta mutando (non è definitiva, ma questo espediente della finestra sul disegno “magico” dell’alchimista elisabettiano Robert Fludd mi piace tantissimo. Per chi fosse interessato alla natura del saggio, dove si tratteggia la possibilità di una terapia psichica e una teoria testuale a orientamento metafisico, ecco la scheda editoriale: http://bit.ly/1ARlep0).

da Facebook http://on.fb.me/1FBQwBe

Mondadori vuole comprare Rcs Libri

Dunque è ufficiale: Mondadori ha ufficializzato l’offerta d’acquisto per la divisione libri di Rizzoli. L’affare dovrebbe essere quantificabile in circa 350 milioni di euro. Abbiamo dunque la certificazione d.o.p. della fine di un immenso periodo, in cui l’editoria italiana è stata grande e adesso va a essere piccola, ma semitotalitaria. Nei miei calcoli sulle quote di mercato, Mondadori libri (con Piemme, Sperling, Einaudi, etc.) e il gruppo Rizzoli (con Bompiani, Marsilio, Adelphi, etc) superano il 40% del totale: è una situazione in cui dovrebbe intervenire l’Antitrust. In cinque soggetti vanno a controllare il 60% di un mercato. E’ la pietra tombale sulla concorrenza, sulla differenza, sulla pubblicazione come testimonianza di esperienza letteraria. Immagino che ci saranno molti licenziamenti, come sempre quando si fondono due gruppi. Immagino anche Arnoldo e Angelo che si ribaltano nella tomba in sensi inversi, pur di litigare. L’organigramma mondadoriano ha subìto un autentico sisma poche settimane fa, col ritorno di Gianni Ferrari a gran capo che, come posso sempre immaginare, guiderà questa operazione di riunificazione editoriale e distributiva. Non vedo la strategia, mi sembra una decisione folle. Non credo che in questo modo arriverà una risposta fattiva ad Amazon, che è la grande paura della non più grande editoria italica. Recentemente dicevo, a una persona che è stata costretta a subire il brusco sciame sismico di questa editoria -2.0: una volta vedevi le piramidi di Giza, non ci saranno più, guarderai la spianata e non vedrai le piramide, ma un gattino al posto della Sfinge; le piramidi saranno molti chilometri più in là, a Saqqara, più tozze, grandi manco la metà di quelle di Giza”. Ecco: succede.
Una notazione personale: Mondadori è il mio editore. Da autore di lungo corso della casa editrice, spero che la politica di catalogo e di letteratura, che bene o male soltanto Mondadori Bompiani e un pezzetto di Einaudi hanno mantenuto viva in questi ultimi anni, persista e sia organizzata come suggerisce questo tempo di rapidi apocalissi e minimi assestamenti: oggi si può fare davvero meglio di qualche anno addietro. La situazione di oggi è stata preparata o, nel più innocente dei casi, non prevista da una schiera di intellettuali che vorrei a uno a uno interrogare durissimamente in una certa cella a Pyongyang, con il permesso di Kim Jong Un, il quale detiene il 100% di qualunque mercato della Corea del Nord: anche dei libri, dunque. Possiamo imparare molto da lui. Bene così. Avanti così.
from Facebook http://bit.ly/1vXlgd7

Giro di Walser

1476140_10205424131510214_2422407308960434014_n
Nell’alienarmi centinaia e centinaia (migliaia…) di libri per fare posto nella casa, ho constatato che metà dell’opera di Robert Walser è andata perduta. Mi sono recato per settimane in librerie indipendenti e di catena, chiedendo i libri di Walser che mi mancavano: in una mi hanno dato un manuale sul valzer, chiedendo se quello l’avevo; nelle altre librerie la totalità dell’opera walseriana era completamente assente. Ho ordinato su Amazon, ecco Walser: adesso incomincio a studiare, ché qualcosa vorrei scrivere, anche se mi pare che il saggio di Agamben in proposito sia assolutamente insuperabile e, quindi, non si vede il bisogno di altri saggi. Però questa esperienza fa parte del *mio* attrito col testo: è per me fondamentale sentire e ragionare Walser. La sua metafisica qualificata in favola è la premessa poetica al “romanzo” che mi piacerebbe scrivere e che ho etichettato come “libro cupo e atro” (qui la gallery di immagini e piccoli lacerti di prova: http://on.fb.me/1jN6PBV). Inoltre, terminata la correzione delle bozze del saggio “Io sono”, che uscirà a fine marzo (info qui, ma la copertina non sarà quella in immagine: http://bit.ly/1vfQ1Yd), un terzo del quale è dedicato alla lettura in chiave metafisica di certo Hölderlin e Kafka e Melville e Lovecraft e Burroughs oltre che del rapporto tra tragico e romanzo, la riflessione mancante sulla testualità letteraria metafisica è proprio quella che concerne Walser. Nel frattempo, l’esistenza è un poco tumultuosa, per cui, spostandomi tra sale d’attesa e mezzi pubblici, stando fermo o muovendomi, mi farò sedurre come sempre dal maestro della “Passeggiata”, nonostante il compito unico sia farmi guidare dal maestro e basta.

da Facebook http://on.fb.me/1yWj8wZ

Philip Glass Satyagraha Act I – Tolstoy – Scene 1 The Kuru Field of Justice

La letteratura è dentro la Bhagavad Gita, come la musica, il canto e la visione:

“Nell’altro campo, Krishna e Arjuna, in piedi su un grande carro trainato da cavalli bianchi, fanno risuonare le loro conchiglie trascendentali.

Il boato di tutte quelle conchiglie diventa tumultuoso. Ripercuotendosi nel cielo e sulla terra fa tremare il cuore dei figli di Dhritarastra.

Sento le membra tremare e la bocca inaridirsi.

Non posso più a lungo restare qui. Non sono più padrone di me stesso e la mia mente vacilla. Prevedo solo eventi funesti.

Saremo sopraffatti dalla colpa se uccidiamo i nostri aggressori.

Gli antenati di queste famiglie corrotte si degradano perché le offerte di cibo e d’acqua a loro vantaggio vengono completamente interrotte.

Lascia cadere l’arco e le frecce e si diede nuovamente sul carro con la mente oppressa dal dolore.”

Ecco: si comincia da qui.
from Facebook http://bit.ly/1vVIal0

Invecchiare, ultremo

79cf68daf4b987d2a82e04f15a606f5f
E’, ora, molto, difficile: invecchiare. Lo è sempre stato, non era stato capito.
Non attendevo questa ronda a vuoto, io, questo oscuro andare per cortili, solitario, di voltarmi, non riconoscendo ciò che mi era fino a ora stato familiare, e neanche di restare attento, minimamente essere presente a me, interrogarmi, circostanziale, allibito riguardando i miei simili dicendo: “ma con potenti ali…”
Questo percepire l’esistenza è un’aberrazione, termine desunto dalla ottica. Significa: la differenza tra l’immagine effettiva, reale o virtuale, formata dal sistema e l’immagine che si voleva ottenere, immagine che di solito è bidimensionale e consiste in una proiezione geometrica della scena reale sul piano focale del sistema secondo i principi dell’ottica geometrica ideale. Le aberrazioni possono dare (di solito più sulla periferia dell’immagine che al suo centro) scarso nitore, deformazioni dell’immagine, differenze tra le immagini corrispondenti ai diversi colori, non uniformità della luminosità.
Guardo, vivendo: la concrezione caleidoscopica. Essa è chiusa proprio come in quel cilindro delle minime meraviglie, il caleidoscopio, una noia dell’infanzia, sia pure con molte fosforiche assai colorate configurazioni. Questa piccola illusione è la Grande Illusione. Io sento questo.
Invecchiare si è dimostrato tanto sorprendente, che io non l’avevo visto fino a ora:

I’dico che pur dianzi
qual io non l’avea vista infin allora,
mi si scoverse: onde mi nacque un ghiaccio
nel core, et èvvi anchora,
et sarà sempre fin ch’i’ le sia in braccio.

Dunque vedendo, osserva il Petrarca, vedendola per davvero, e non per propri meriti, questa cosa, la Cosa, poiché essa si scopre da sola, si avverte un grande gelo, e non si smetterà di stare dentro il gelo fino a quando si sarà sopportati, portati da lei: la Cosa.
E al centro del gelo era un calore bianco, che mai avrei immaginato farmi tremare: eccoLa. E Giordano Bruno:

“nell’eccesso delle contrarietadi: ha l’anima discordevole, se triema nelle gelate speranze, arde negli cuocenti desiri”

E ancora:

“Ahi, qual condizion, natura, o sorte:
in viva morte morta vita vivo.
Amor m’ha morto (ahi lasso) di tal morte
che son di vit’insieme e morte privo.”

Né il gelo né l’ardore: piuttosto un sentimento preciso, che dà mancamento e non si manca mai, a se stessi. Una propensione alla proprietà che ha me stesso come propria cosa. La Cosa possiede la cosa.

Invecchiando, pensa Nietzsche, entrando cioè in una configurazione che secerne una configurazione meno fisica e sempre più intima,

“l’esigenza di redenzione diventa sempre più debole”.

Ricordo: alla base del faro non c’è luce.
Cediamo agli affetti. Sono decidui e mostreranno quanto cedere c’è nello stare in essi pienamente. Portano oltre se stessi. Il dolore è fatto di calma gioia, la gioia è fatta di una gioia altra e calma. La calma gioia è tutto, in tutto.
Sia abbandonata la configurazione.
Apprendimento al distacco con tutto il corpo, cioè con parte della mente: invecchiamento.

Pensa per te.

“Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.”

da Facebook http://on.fb.me/1JnPImA