July 27, 2015 at 10:51AM


La morte di Sebastiano Vassalli rende tangibile e periferica, poiché non esisteva più alcuna centralità della figura autoriale in questo tempo a detta ripetuta dell’autore de “La chimera”, la meditazione sull’assenza di crucialità della prosa italiana negli ultimi decenni. Non esiste nessun prosatore italiano all’altezza di ciò che può definirsi cruciale. Chi ha inteso che la prosa non sia poesia, a conti fatti, determina questo stato di cose e l’inatteso e fulmineo exitus di Vassalli funge da riassunto di una situazione linguistica, stilistica, artistica e intellettuale che ha raggiunto uno stato di pandemia avanzatissimo e pernicioso per tempi che furono umanistici e non lo sono più. Resta soltanto la poesia e la constatazione che la lingua italiana è poesia, un passo prima dell’imminente futuro privo di parole, che sarà la comunicazione tra stati mentali non verbali e allora lo stile sarà altra cosa.

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July 24, 2015 at 04:25PM

Anni fa il bravissimo David Frati mi fece un’intervista su Mangialibri, che già si intuiva essere una delle poche valide e affidabili realtà della Rete letteraria. Si parlò di “Medium”, “Hitler”, poetiche, stroncaturine mafiosette, affabulazioni del complotto e produzione di immaginari e, ovviamente, di editoria. Nel frattempo sono scomparse le stroncaturine, i mafiosetti, le affabulazioni del complotto e anche l’editoria in quel senso prehitleriano. Vi ripropongo questa conversazione che mi fa un po’ impressione, anche visto il mio faccione… :)

Intervista a Giuseppe Genna

Anni fa il bravissimo David Frati mi fece un’intervista su Mangialibri, che già si intuiva essere una delle poche valide e affidabili realtà della Rete letteraria. Si parlò di “Medium”, “Hitler”, poetiche, stroncaturine mafiosette, affabulazioni del complotto e produzione di immaginari e, ovviamente, di editoria. Nel frattempo sono scomparse le stroncaturine, i mafiosetti, le affabulazioni del complotto e anche l’editoria in quel senso prehitleriano. Vi ripropongo questa conversazione che mi fa un po’ impressione, anche visto il mio faccione… :)
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July 24, 2015 at 01:04PM

Qui non siamo nel crimine: siamo nello psichismo contemporaneo, specificamente in quello italiano. Questo resoconto del male e della facilità del medesimo, questa inaccortezza promiscua e continuata, questa capacità plurima di uccidere a più livelli, il lessico, la struttura antropica e quella antropologica e quella giornalistica, la relazione che tutto vede e tutto massacra con placida indifferenza – questo è il motivo preciso per cui ho utilizzando determinate lingue per scrivere “Hitler”, “Fine Impero” e “La vita umana sul pianeta Terra”.

«Cosa provo per la vittima e per la sua famiglia? Cosa vuole che le risponda: condoglianze. Stop, altro non ho da dire dopo tutte le cose che ho sentito in questi giorni. Igli ha commesso un delitto. Mi ha telefonato subito per avvisarmi. Non riuscivo a crederci, non è una cosa da lui. Ecco quello che ho pensato»

La ragazza dell’assassino di Ismaele «Lo ha ucciso per me. Ma lo aspetterò tutta la vita»

Qui non siamo nel crimine: siamo nello psichismo contemporaneo, specificamente in quello italiano. Questo resoconto del male e della facilità del medesimo, questa inaccortezza promiscua e continuata, questa capacità plurima di uccidere a più livelli, il lessico, la struttura antropica e quella antropologica e quella giornalistica, la relazione che tutto vede e tutto massacra con placida indifferenza – questo è il motivo preciso per cui ho utilizzando determinate lingue per scrivere “Hitler”, “Fine Impero” e “La vita umana sul pianeta Terra”.

«Cosa provo per la vittima e per la sua famiglia? Cosa vuole che le risponda: condoglianze. Stop, altro non ho da dire dopo tutte le cose che ho sentito in questi giorni. Igli ha commesso un delitto. Mi ha telefonato subito per avvisarmi. Non riuscivo a crederci, non è una cosa da lui. Ecco quello che ho pensato»
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July 23, 2015 at 11:00AM

Una vecchia e irrancidita strategia spettacolare faceva perno sull’antica idea che il sacro ha a che fare con la scopata e addiveniva alla falsa verità che il prete è bello, lo si può portare a letto, per approfittare del brivido salmastro che la pelle esprime trasudando sudore e non più incenso. Gli uccelli di rovo hanno l’oro nel becco almeno quanto il mattino ce l’ha in bocca, offrendo una immagine supersalutare e idolatra in luogo del carcinoma della carie, della suppurazione delle carni. Questo sentimento barocco del mondo e del corpo ha la tonaca dal Seicento in poi e conduce dritti tutti alla costituzione e decadenza dei costumi borghesi, i quali sono tonache laiche, implicitamente spettacolari. Oggi tuttavia siamo oltre lo spettacolo diffuso, in quanto non si ravvede il diffusore, siamo a bordo della forza di accelerazione che la natura, la quale è la stessa cosa della tecnica, sta esprimendo attraverso la storia della specie. Nell’esplosione degli schermi, dunque, è possibile ravvisare certi fenomeni decadenti, tipici di qualunque messianesimo messo fuori gioco dalle accelerazioni. Non vi è nulla di più patetico dell’arlecchino in stracci, quindi del prete, a questa altezza temporale, che mostra la povertà e il delirio di qualunque genesi dei costumi. Il prete ambiva al silenzio prima e dopo e durante la storia, ma si è abituato da secoli alla chance che offre la parolina di troppo, seducente e suasiva, che offre la possibilità di fuggire al silenzio, il quale angoscia e riempie le gonadi dell’universo mondo, affinché sia disponibile, a prezzi di supermercato esistenziale, l’accesso alla finzione del memento mori e all’illusione della pedagogia al derelitto umano. In questo movimento di caduta, che non sarebbe per nulla adamitica, il prete si riconcilia con la natura della propria finzione originaria, cioè l’ascolto di una inesistente voce di un inesistente dio. Egli si ospedalizza per missione, diviene un volontario universale, cioè un volitivo, un servo della volontà, che si mette a disposizione di una forza suprema, di cui può tranquillamente ignorare la natura, se essa sia interiore o esterna. Egli, così facendo, si risparmia tutta la fatica della teologia, per scegliere la pratica infermieristica: un infermiere ha certo delle responsabilità e una funzione, ma sicuramente non quella del chirurgo. Il rapporto tra malattia e prete è ravvisabile anzitutto nella prossimanza tra vocazione e malattia mentale, quasi un genoma pretesco, che impone le vesti cardinalizie al’uffizio sacerdotale. Per contegno il prete si darà allo strepito e alla sperequazione dei finti affetti, declinandosi a confessore dei peccati spettacolari, che sono la fase apicale di ogni divismo: la decadenza di Nerone giustifica ogni incendio. Lo strafare e lo stradire al fianco del fu potente e del fu beniamino, ovverosia dell’inutilità fattasi danno politico, della disoccupazione che si ingegna di giustificare se stessa con l’impegno al nuovo impiego. A questo punto si pensi a Don Mazzi.

July 22, 2015 at 03:12PM

Sono disgustato dalle reazioni alla morte di Elio Fiorucci, così come ero disgustato dall’emanazione in vita praticata da Elio Fiorucci. Ciò nulla ha a che vedere con la persona del signor Elio. Tengo tuttavia a specificare l’abc del vivere felice: Elio Fiorucci non era affatto un poeta, altrimenti le istituzioni, soprattutto quelle parachiesastiche, nemmeno se lo badavano.

Fiorucci: i funerali a Milano. Celebra don Mazzi: ‘Era un poeta, si soffre molto’ – Cultura

Sono disgustato dalle reazioni alla morte di Elio Fiorucci, così come ero disgustato dall’emanazione in vita praticata da Elio Fiorucci. Ciò nulla ha a che vedere con la persona del signor Elio. Tengo tuttavia a specificare l’abc del vivere felice: Elio Fiorucci non era affatto un poeta, altrimenti le istituzioni, soprattutto quelle parachiesastiche, nemmeno se lo badavano.
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July 20, 2015 at 11:37PM


Incipit di “Assalto a un tempo devastato e vile” (minimum fax):
«Siamo qui, io e i miei amici, asserragliati al terzo piano di viale Sabotino. Fuori passa il tram, sferragliante ed elettrico, tra le piastre del pavè. La gente transita indifferente a tutto, tra le luminarie e le vetrine, dentro l’odore azotato che ha la città d’inverno. Quando ci penso, mi viene un tuffo al cuore.

“Il mondo contadino, dopo circa quattordicimila anni di vita, è finito praticamente di colpo”, e anche l’Italia, anche l’Italietta, non è andata a morire in nessun luogo. Si è lasciata tramortire, lentamente, violentemente, come in un risucchio repentino, senza lasciare nulla se non l’acrimonia e, appunto, l’indifferenza. Ora, quando giro l’Italia nelle sue devastanti periferie urbane, quando la trapasso nei paesini delle cinture degli hinterland fumigosi, nella nebbia pesante che puzza di letame chimico, o quando entro nelle latterie dove si parla della tris bevendo Campari – io tasto il polso a una morte avvenuta che si è tradotta in una vita più sterile, automatica, indecente.

Distinguo tra loro solo i vecchi, ormai: vedo la pelle avvizzita, crepata dalle rughe, tirarsi a ogni sorso, la mano callosa stringere il bicchiere, luccicare le pupille piccolissime e umide negli occhi ridotti a fessura. Il tempo dà a questi vecchi una caratteristica, se non un carattere. Non hanno nulla di più saggio di quanto potessero avere venti anni fa, se non quella sorta di stordimento che deriva dall’avere sopportato il tempo, le sue botte, i suoi geloni. Se ne stanno lì, istupiditi, e guardano indietro a quel tempo che è passato, poiché sentono che un tempo è passato. Le loro differenze di classe si esaltano di giorno in giorno, mentre corrono verso la fine. I vestiti sono più sdruciti, consumati negli orli, macchiati di caffelatte. Oppure: le loro camicie azzurrine, quasi intatte, i capelli soltanto un poco anarchici ma ben pettinati. Uno sguardo a un vecchio: si comprende subito da dove proviene e quale sia la specie di tempo che ha vissuto. In questa sorta di memoria imbambolata esiste ancora, conservato come la mosca nell’ambra, un tempo che è già sparito, e che non tornerà mai più.

Noi siamo gli ultimi testimoni di un tale tempo. Chi se ne rende conto è salvo. Non è più l’epoca degli ecumenismi. Ogni forma di cattolicesimo, oggi, non può esimersi dall’essere particolare. Una reale coscienza critica, oggi, non si enuncia in qualità di principio: la si esercita, puntualmente, dolorosamente, sul corpo proprio e degli altri. O così, o la fine.

Questo libro enuncia verità – le nostre, di noi qui e ora.

Benvenuti nel Tempo dell’Astio. Milano, 18 ottobre 1967

Caro, angelico Ginsberg, ieri sera ti ho sentito dire tutto quello che ti veniva in mente su New York e San Francisco, coi loro fiori. Io ti ho detto qualcosa dell’Italia (fiori solo dai fiorai). La tua borghesia è una borghesia di PAZZI, la mia una borghesia di IDIOTI. Tu ti rivolti contro la PAZZIA con la PAZZIA (dando fiori ai poliziotti): ma come rivoltarsi contro l’IDIOZIA? Ecc, ecc. queste sono state le nostre chiacchiere. Molto più belle le tue, e te l’ho anche detto il perché. Perché tu, che ti rivolti contro i padri borghesi assassini, lo fai restando dentro il loro stesso mondo… classista (sì, in Italia ci esprimiamo così), e quindi sei costretto a inventare di nuovo e completamente – giorno per giorno, parola per parola – il tuo linguaggio rivoluzionario. Tutti gli uomini della tua America sono costretti, per esprimersi, ad essere degli inventori di parole. Noi qui, invece (anche quelli che hanno adesso sedici anni) abbiamo già il nostro linguaggio rivoluzionario bell’e pronto, con dentro la sua morale. Anche i Cinesi parlano come degli statali. E anch’io – come vedi. Non riesco a MESCOLARE LA PROSA CON LA POESIA (come fai tu!) – e non riesco a dimenticarmi MAI e naturalmente neanche in questo momento – che ho dei doveri linguistici… E’ un linguaggio che non prescinde mai dall’idea del potere, ed è quindi sempre pratica e razionale. Ma la Pratica e la Ragione non sono le stesse divinità che hanno reso PAZZI e IDIOTI i nostri padri borghesi? Povero Wagner e povero Nietzsche! Hanno preso tutta loro la colpa. E non parliamo poi di Pound! Per me era soltanto pura colpa… una pura funzione… la funzione attribuita dalla società dei padri PAZZI e IDIOTI, coltivatori di pratica e razionale – per detenere il potere, per distruggere se stessi? Nulla conferisce un senso, o meglio, una sensazione di colpa più profonda e incurabile che detenere il potere. E’ dunque incredibile che coloro che lo detengono desiderino morire?

“Non è un cambiamento d’epoca, che noi viviamo, ma una tragedia”. E anche: “Evitare o lenire la catastrofe è compito del politico, che merita aiuto. In questo campo anche le forze spirituali più eccelse non possono cambiare nulla. Il loro intervento può essere, semmai, di natura censoria”.

Come cani randagi ci guardiamo, tra amici, pochissimi: rabbiosi e disperati. Con la schiuma alla bocca e le lacrime agli occhi.

Qualcosa non torna, qualcosa non è tornato. C’è uno sfasamento nei calcoli e anche i più ciechi, i più generosi profeti hanno lanciato il loro grido a vuoto. “L’edonismo del potere della società consumistica ha disabituato di colpo, in neanche un decennio, gli italiani alla rassegnazione, all’idea del sacrificio ecc.: gli italiani non sono più disposti – e radicalmente – ad abbandonare quel tanto di comodità e di benessere (sia pur miserabile) che hanno in qualche modo raggiunto”. In che modo? Grazie al generoso e mai ripagabile aiuto dei soffici colonizzatori americani, che fanno del dono uno strumento di deportazione: si è sempre sudditi di quel dono. E poi: è vero?

Pasolini, quando pronunciava il suo vaticinio ventitré anni fa, aveva negli occhi i poveri. Era gente che batteva il fieno nel freddo dei dintorni di Casarsa; o le famiglie proletarie nella polvere di Bologna. Era il tempo degli sguardi. E’ l’invincibile struggimento che coglie chiunque si affacci su una fotografia dell’Italia povera dell’immediato dopoguerra: i volti sono volti, esprimono una sofferenza che non dirada, una saggezza lucida, acquisita nelle cose della vita; gli occhi sono occhi, hanno dentro i mondi che li distinguono dai mondi di altri occhi; la pelle scura, magra, le ossa che sporgono con ombre nei vestiti sempre troppo larghi, di tela grezza. Sono immagini più vive, talvolta, dei vivi che oggi passano, in assoluta e spensierata indifferenza, fuori del portone.

Le storie sono solo storie di poveri. Fuori della povertà, “radicalmente”, non esiste umanità.

E’ figlio di un operaio tornitore – e di una portinaia. Il padre ha perso un dito, ma molto tempo fa, prima di sposarsi. La madre è obesa, e fatica sbuffando e sudando per ogni mestiere che compie sulle scale, o in ascensore.

Poiché la loro sconfitta non è l’assenza di denaro, ma il degrado spirituale che hanno ereditato dalla permanenza nel sordido e nella lordura, hanno creduto che il figlio potesse redimerli, realizzando lontano da loro ciò che essi non hanno conosciuto e forse neppure desiderato realmente.

Ha terminato a fatica il liceo classico. Sempre pulito, e sempre abbigliato allo stesso modo. Il golf colore panna, liso, poi salvato con le toppe di velluto marrone, ora anch’esse consumate. E insieme a tutto ciò, lo sguardo stolido, lievemente strabico, ottuso, immaturo. Scriveva poesie e ora non più.

Si è iscritto alla Facoltà di economia. Ha sostenuto qualche esame, ma nel frattempo ha dovuto lavorare per aiutare la sua famiglia. Di giorno vendeva fiori di legno – tulipani colorati, solidi, che hanno invaso Milano, qualche anno fa. Di sera, all’obitorio, lavava i morti. Non mi ha mai voluto parlare di quest’ultimo lavoro. Ora lavora in Veneto, ma non si sa se sia felice, o meno.

Solo i poveri possiedono le storie, anche se spesso non sono loro a raccontarle, o a essere ricordati perché le raccontano. Nel fatto che la Storia scritta sia sempre quella dei vincitori, si misura la disperazione che assale il vincitore al solo pensiero dello sconfitto. Raccontare la storia distorcendola è l’estremo tentativo di cancellare lo scandalo di ogni conflitto: che sta nella sconfitta stessa: e che è lo stato di indigenza assoluta, di perfetta povertà che attraversa (anche per soli pochi istanti, attimi brucianti) lo sconfitto. Le forze vengono meno; per un solo secondo, prima di essere sconfitto, ha sperimentato una povertà totale, come se non avesse mangiato per secoli, come se per secoli avesse lottato, con ogni energia, fino allo stremo, per ottenere questo risultato: l’annullamento. E poiché il vincitore, sprezzante o prodigo verso il vinto, rimane conquistato dal senso di colpa che ogni ricco deve per natura provare di fronte al povero – oggi che questi uomini sono al cospetto di un passato che hanno sconfitto (il proprio), essi sono preda di una sindrome di colpa colossale e, perciò stesso, di un processo di rimozione planetario…»

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