December 17, 2014 at 06:51PM


Dopo anni di infruttuosi tentativi, che si sono assommati una congerie cantoriana di intuizioni e suggerimenti, sempre fallimentari e a cui hanno contribuito molte tra le menti migliori della nazione e delle più disparate generazioni, con l’inserimento raro e non proficuo da parte di alcune menti migliori della nazione, ma non l’italiana, bensì la francese e la tedesca e l’olandese e la spagnola, finalmente mi viene soltanto oggi comunicato che anche io sono efficacemente inscrivibile in una casella e in una nominazione, capaci di descrivere con precisione ed esaustività la mia vita erotica sul pianeta Terra. Il verdetto è questo nell’immagine.

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Giuseppe Genna, La vita umana sul pianeta Terra

Uno splendido discorso che concerne l’ultimo libro che ho pubblicato, “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori; per info si veda il Pinterest che ho dedicato al testo: http://bit.ly/RbHchj), e che individua un percorso letterario mio personale, a partire da thriller e passando soprattutto per l’incursione nel romanzo storico, effettuata con “Hitler” (Mondadori), ma richiamando in modo penetrante l’oggetto “Giuseppe Genna” che insiste in “Dies Irae” (Mondadori). Mi riconosco del tutto in questa analisi aperta: scrivendo questi “romanzi”, mi sono mosso *anche* secondo le intenzioni che rileva il competentissimo estensore dell’articolo, che non so come ringraziare. Si tratta della più complessa, strutturata e pertinente prospettiva su quanto fin qui ho edito. Che bel regalo!
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December 16, 2014 at 12:37PM


[se non interessa la riflessione e importa la slideshow da Christa Wolf, cliccate qui: http://bit.ly/1A37x3g]

L’incredibile vicenda del piccolo Lorys Stival, ucciso da mano per ora ignota nel Ragusano, richiama, con tutto il contorno osceno di non fatti e valutazioni dostoevskijane, di controllo tecnologico che non controlla nulla, di presenze atramente fabulistiche come “il Cacciatore”, di oltraggio sessuale che non c’è e però c’è, di una comunità che straparla alla cazzo e si fonde in osmosi con l’altra comunità straparlante alla cazzo che è costituita dalla popolazione di giornalisti cameramen ed esperti in alcunché – questo quadro ripetuto della vicenda di Lorys Stival è sì un quadro ripetuto (caso Montesi, caso Fenaroli-Ghiani, caso Circeo, caso Bilancia, caso Franzoni, etc.), però avviene in un momento storico, il nostro, che paradossalmente abbatte ogni frame temporale e tratta il caso di attualità come un cold case, oltreché un “Cluedo” della realtà, giocato in tempo appuynto reale. No, qui accade che la realtà non è soltanto narrativa: è narratologica. L’angelizzazione dell’inerme piccola vittima non è più spettacolare, come anni addietro: ha sì la retorica dello spettacolo, ma cade in un’indifferenza che rende schizofrenica la reazione di ciò che una volta fu “il pubblico” e furono “gli spettatori”. La memorialità è transitoria alla massima intensità, da quando il caone conoscitivo non è più il canone della realtà. Questa mamma FORSE colpevole e già condannata, dunque, non richiama per nulla il mito, che è un gesto appartenente a un canone conoscitivo e spettacolare: il mito non si ripete nel modo in cui hanno pensato i novecenteschi o gli ottocenteschi. Questa madre, insomma, non è e non sarà Medea. Non lo sarà letteralmente, in quanto la letteralità dell’accadimento è l’unico aggancio all’attenzione di cui si dispone in questi anni occidentali. Non è la memoria il differenziale del nostro attuale presente: è la disattenzione, che cancella all’istante l’elemento mnemonico. L’attenzione, più che nel Novecento, è il discrimine anche culturale della nostra evaporante nebulosa che, per convenzioni, in occidente diciamo oggi “realtà”. Non “storia”, bensì “realtà”. Per questo propongo la visione di una vecchia cosa che feci quando la banda era molto meno larga e poco sofisticato l’insieme di tool on line: un cut-up testuale e visuale e musicale proprio dalla “Medea” di Christa Wolf. Basta un clic qui, attendere che si carichi la pagina e assistere finché se ne ha voglia: http://bit.ly/1A37x3g

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December 15, 2014 at 11:15PM


VIA FRIULI, MILANO

Caracolla una carcassa di uomo
in via Friuli angolare alla piazza mentale di là,
dell’infanzia, della cariatide, dell’ozio di inferni
e scismi che ero io. Avanza. Avanza la carie
in me, le pochezze, le insulse, le carie
di ossi e di ottemperanze
si innalzano dalla casa madre
le folaghe, mute, un istante fatto foto,
una grafia cuneiforme, una stele,
un eucariota in animo denso di età
cadendo qui, lasciando qui
il mondo imperituro, i fini, i tratti di sfinge
della scrittura
per i cuccioli ciechi di domani:
loro vedranno
altro, derivando da se stessi per boline e spazi
dei pensieri insostenibili
e in uno svuotamento
come folaghe mute un istante sempre
e verrà meno il giogo, il legno, l’occlusione
tra anima e interramento
la crescita del nostro contadinato. Atto
dovizioso è tutto confuso
riconoscere la bellezza estrema dell’incidente
un allibimento murato
tra me che vedo e il fronte di sostanze
numinose dove cado orizzontale.
Le tempie sanno che è finita. E’ tutto.
O pressione del cranio, o cariato: era tutto casa madre.

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December 15, 2014 at 01:59PM


Yves Bonnefoy, da “Nell’insidia della soglia” (Einaudi, 1990, trad. Diana Grange Fiori)

NELL’INSIDIA DELLA SOGLIA

Urta,
urta per sempre.

Nell’insidia della soglia.

Contro la porta, sigillata,
contro la frase, vuota.
Nel ferro, ridestando
solo queste parole, il ferro.

Nel linguaggio, nero.

In colui che è qui
immobile, vegliando
sul tavolo carico
di bagliori, di segni. E che tre volte

viene chiamato, ma non si alza.

………………………………..

Nell’adunarsi, cui è mancato
il celebrabile.

Nel grano deformato,
nel vino prosciugato.

Nella mano che trattiene
una mano assente.

Nella inutilità
del rammemorare.

Nello scrivere, frettolosamente
messo al riparo, di notte

e nelle parole spente
ancor prima dell’alba.

………………………………
………………………………

Nella bocca che vuole
da un’altra bocca
il miele che nessuna estate
può maturare.

Nella nota che, bruscamente,
si fa intensa
fino a essere, glaciale,
quasi lo stretto

poi l’insistenza della
nota taciuta
che disunisce l’onda
nuda, sotto la stella.

In un riflesso di stella
su un po’ di ferro.
Nell’angoscia dei corpi
che non si trovano.

Urta, tardi.

Labbra desideranti
anche se il sangue scorre,

la mano alta in urto
ancora quando
il braccio è ormai
cenere dissipata.

……………………………….
……………………………….

Più in là del cane
entro la terra negra
urlando si avventa il passatore
verso l’altra riva.
Bocca riempita di fango,
occhi divorati,
sospingi per noi la tua barca
nella materia.
Qual fondo la pertica incontri, non sai,
né qual deriva.
Né ciò che schiariranno, rapprese nel nero,
le parole del libro.

Più in là del cane
mal ricoperto
ti avvolgono, passatore,
nel manto dei segni.
Ti parlano, ti danno
una o due chiavi, la vana
carta di un’altra terra.
Tu ascolti, già volti gli occhi
all’acqua oscura.
Tu ascolti, e ricadono,
le poche palate.

Più in là del cane
morto ieri
vogliono piantare, o passatore,
la tua fosforescenza,
le mani delle giovanette
hanno rimosso la terra
sotto lo stelo che reca
l’oro delle granigioni future.
Potrai distinguerne ancora le braccia
dalle ombre pesanti,
il seno rigonfio
sotto la tunica.
Lassù s’infiamma il ridere,
ma tu, ti allontani.
Sanguinante ti gettarono
dentro la luce.
Hai aperto gli occhi gridando
per nominare il giorno.
Ma il giorno
non è ancor detto
e già ricade
il panneggio del sangue
con grave sordo rumore
sulla luce.
Lassù il rudere s’infiamma,
rosseggia nello spessore
che si va disgregando.
Distogliti, tu,
dai fuochi della nostra riva.

Più in là del fuoco
che non divampa
è il testimonio del fuoco, l’indecifrato,
sopra un letto di foglie.
Visi a noi volti,
lettori di segni,
qual d’altro viso il vento
non udito
le farà stormire?
Quali mani esitando
E come scoprendo
prenderanno, sfoglieranno
l’ombra delle pagine?
Quali mani, meditando,
e quasi
avendo trovato?

………………………………..

Oh chìnati, rassicura,
nube
di sorriso movente
in viso chiaro.
Per chi contro la riva
ebbe freddo
sii la figlia del Faraone
e le sue ancelle.

Quelle la cui acqua, ancor
prima dell’alba,
riflette inversa
la stoffa rossa.

……………………………..

E come una mano spartisce,
sul tavolo, il loglio oscuro
dal grano che va germinando

e sull’acqua del legno nero
nell’attecchire si sdoppia
di un riflesso, ove il senso
d’un subito si forma,

accogli, per il sonno
nel tuo dire,
le nostre parole che il vento crivella
di raffiche.

………………………………
………………………………

“Sei forse venuto per bere questo vino,
io non ti permetto di berlo.
Sei forse venuto per apprendere questo pane
Oscuro, bruciato a un fuoco di promessa,
io non ti concederò di dargli luce.
Sei forse venuto soltanto
affinché l’acqua ti plachi, un po’ d’acqua tiepida, bevuta
dopo altre labbra nel cuor della notte,
tra il letto sfatto e la terra semplice,
io non ti concedo di toccare il bicchiere.
Sei venuto affinché alto splende l’infante
sulla fiamma che lo suggella
nell’immortalità dell’ora di aprile
in cui può ridere, e tu, dove si posa l’uccello
nell’ora che lo accoglie e non ha nome,
io non ti concedo di innalzare le mani sull’àrola dove regno io, chiaro.

Sei venuto,
io non ti concederò di farti avanti.
Tu chiedi, forse,
io non ti concedo di sapere il nome formulato dalle tue stesse labbra”.

………………………………………………

Più in là delle pietre
che l’operaio ritto sul muro svelle
tardi, la notte.

Più in là del fianco rugginoso del corvo
che imprime la nebbia
e passa nel sogno dando uno strido
colmo di terra nera.

Più in là dell’estate
spaccata dalla vanga,
più in là del grido
in un altro sogno,

gridando s’avventa colui
che ci rappresenta,
ombra della speranza
sopra l’origine,

e la sola unità, quel movimento
del corpo all’improvviso, quando
buttato con tutto il peso sulla pertica,
di noi si smemora.

…………………………………………

Noi, la voce che il vento di parole
sbaraglia.
Noi, opera lacerata
dal loro mulinare.
Poi che se muovo a te, che hai parlato,
scrosci, macerie,
echi, la sala è vuota.
Un “altro” dunque è il richiamo
che mi risponde, oppure
io stesso, ancora?
E sotto la volta dell’eco, molteplice
sono io forse nient’altro
che una delle sue frecce, scagliata
contro le cose?

Noi
tra i rumori,
uno di essi,
noi.

Mentre si stacca dalla parete che frana
e s’incava e si svasa
di sé svuotandosi,
imporporandosi,
enfiandosi
d’una lontana plenitudine.

…………………………………………

Guarda il torrente,
gridando si getta nell’estate deserta
eppure, immoto,
è cavalli impennati,
è cieco volto.
Ascolta,
l’eco non è intorno al rumore,
è nel rumore
come suo baratro.
Le scogliere del rumore,
i vortici in cui le acque s’infrangono,
la sassífraga
si strappano dai tuoi occhi
con un grido
finale, d’aquila.
Dove s’urta di petto la voce dell’acqua,
tu non puoi intenderlo,
ma làsciati trasportare, occhio abbagliato,
dall’ala roca.

Noi
alla sorgente del rumore,
noi
portàti.

Noi, sì, quando il torrente
con mani infrante
butta, riprende, rotola
l’assoluto
delle pietre.

All’apice del volo
il predatore, stridendo,
su di sé si ricurva, e si dilania.
Dal seno che il becco oscuro separa
schizza il vuoto.
All’apice del dire è ancora il rumore,
nell’opera
l’ondata di fondo di un rumore secondo.
Ma all’apice del rumore
la luce è mutata.

…………………………………………

Tutto il visibile, infermo,
di sé si cancella,
brace ove passa il richiamo
di altre campagne.

E in pace è la folgore
al di sopra degli alberi,
seno ove in sogno si muovono
sonno e morte,

e “un colore” brucia
la notte del mondo
come si dispiega nell’acqua nera
una stoffa dipinta

quando a un tratto l’immagine
divide il flusso, gridando
il seme, il fuoco,
contro una pertica.

…………………………………….

Ora
sottratta dalla somma, ormai.
Presenza che morte
più non inganna. Lampada
che in silenzio si inginocchia
e brucia
malmenata, deviata
dalla notte senza cima.

Ti ascolto vibrare
nel niente dell’opera
che va faticosamente per il mondo.
Sento lo scalpiccio
dei richiami
che a sola pastura
hanno la lampada accesa.
Afferro a manciate la terra
in questo svasarsi tra pareti lisce
dove fondo non è
innanzi l’alba.
Ti ascolto, prendo tutta la terra
nel tuo paniere di corda. Fuori,
è ancor tempo di dolore
prima dell’immagine.
Nella mano del fuori, chiusa,
comincia a germinare il grano
delle cose del mondo.

……………………………………
……………………………………

Il passatore
che con la pertica, meditante,
tocca la tua spalla
e tu, colui che ormai la notte copre
quando la pertica cerca, ma invano,
il fondo del fiume.

Quale mai è. Qual mai si perderà,
chi può sperare, chi promettere?
Chino sull’acqua, guarda
Come sta affiorando
Tutto un viso, così

Come attecchisce un fuoco, al riflesso
della tua spalla.

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Für Gisele

In assenza di regali sul piano fisico grossolano materiale, si procede a un dono su un piano più sottile ed eterico, per celebrare il compleanno della mia sorellina Gisella. Ella deve obbligatoriamente disporre di tempio e voglia per ascoltare SEI ORE di riassunto della nostra comune formazione pop musicale e della costruzione dell’immaginario di entrambi. Ho incluso un unico italiano. Tutto il resto non è casuale e rimanda a momenti che sono patrimonio matrimonio fratrimonio di tutti e due i Genna. Buon compleanno, Gisi! <3 <3 <3
from Facebook http://bit.ly/1uGN8vs

Für Gisele

In assenza di regali sul pano fisico grossolano, si procede a un dono su un piano più sottile ed eterico, per celebrare il compleanno della mia sorellina Gisella. Deve disporre di tempio e voglia per ascoltare SEI ORE di riassunto della nostra comune formazione pop musicale e della costruzione dell’immaginario di entrambi. Ho incluso un unico italiano. Tutto il resto non è casuale e rimanda a momenti che sono patrimonio matrimonio fratrimonio di tutti e due i Genna. Buon compleanno, Gisi! <3
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December 13, 2014 at 10:43AM


Una poesia di Samuel Beckett e una poesia di Paul Celan:

SAMUEL BECKETT

Trascinando la sua fame per il cielo
del mio cranio guscio di cielo e terra
scendendo verso i proni che dovranno
presto raccogliere la loro vita e muoversi
derisi da un tessuto che non può servire
finché fame terra e cielo saranno putrefazione.

PAUL CELAN

Riunito è tutto ciò che vedemmo
per congedo e da te e da me:
il mare, che ci scagliò notti su spiaggia,
la sabbia, che in volo con noi lo traversò,
e, su, l’erica rosso ruggine,
tra cui a noi accadde il mondo.

da Facebook http://on.fb.me/1yJCe9H

December 13, 2014 at 12:11AM


La fantasia dei popoli è giunta fino a noi, viene dalle stelle. Prima essa (declinandosi in immaginazione e arti e specificamente in letteratura e peculiarmente in fantascienza) e quindi il figlio illegittimo della letteratura, cioè il mercato, hanno da sempre espresso un’estetica definitiva in quanto iniziale, prima di ogni inizio. Le manifestazioni attuali, erotiche o postspettacolari, di una tale fantasia sono – come dire? – in ritardo sui tempi: sui tempi interiori, s’intende. Sua Santità è dominata e domina, ci si faccia una ragione di questo, così diviene possibile addentrarsi in un mistero fecondo PRIVO DI QUALUNQUE APPOGGIO.

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December 12, 2014 at 12:34AM

Oggi è il mio compleanno, compio 45 anni. Una volta ho festeggiato con amici a Siena il mio quarantesimo genetliaco, meno male che mi telefonò mia sorella, avvisandomi che ne compivo 38. Questo per dire quanto io sia legato alla data in questione. Vi ringrazio tantissimo degli auguri in privato, la casellina qua sopra già denuncia centinaia di notifiche, per cui davvero ringrazio tutte e tutti con un gesto unico. Poiché proprio non sono mai riuscito a provare piacere da ciò che è istituzionalizzato, non ricavo un grammo di gioia dal fausto giorno in cui sono apparso in forma umana su questa terra. Francamente, me lo sarei risparmiato, lo dico in totale sincerità. Mi fate un grandissimo regalo se non state lì a occuparvi degli auguri, credetemi: vi sono grato a priori, poiché già siete in tanti a leggere, a discutere, a condividere e a dissentire su quanto scrivo qui – questa cosa mi rende umilmente gratificato, è bello, è una bella esperienza, a volte ha a che fare con la risata, altre volte con il pungolo e il fumantino, altre ancora col politico, spesso col letterario. E’ tanto. E’ un regalo bellissimo.
Detto ciò, se mi fate gli auguri nei commenti o in privato, vi banno.

December 11, 2014 at 12:30PM

Dubita di un narratore che non sia in grado di scrivere una poesia perlomeno decente. Dubita di un poeta che non colga il lavoro di struttura e dialoghi nei romanzi. Dubita di un intellettuale che non abbia compreso che Kafka non si comprende. Dubita dell’autore che coincide con la persona. Dubita della scrittura, infida lingua del serpente che insinua opinioni e stimola desideri. Dubita dei pensieri, che sono aggregazioni di qualcosa che non è pensiero. Dubita di oggi e anche di ieri, ma non del futuro. Dubita di te stesso, che sei quanto vedi di orrendo negli altri. Dubita del dubbio. Non dubitare che qualcosa si accorge che sai che un dubbio è un dubbio e quel qualcosa sei tu, profondamente tu, più profondamente che mai tu.

December 10, 2014 at 11:37PM


La deità bianca, che abbaglia, acceca, quindi crea il nero, il buio. Tuttavia il buio è qualcosa, non è il niente. C’è altro, che vede il bianco e il nero, il buio e la luce. Già solo per questo movimento, la luce non può essere presa a misura ultima e cifra dell’universo in cui viviamo. Il pensiero della luce è più vicino a essere se stesso di quanto lo sia la luce. Il se stesso emana la luce. Esso dunque presenta il nero, affinché l’assorbimento e il trascendimento del nero siano la sensazione di essere che coincida con la sensazione di essere. Questo è un itinerario possibile: precisamente quello della scrittura artistica.

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December 10, 2014 at 11:18AM


E’ iniziato l’editing del libro de I Camillas, cioè dei giganteschi bambini Topazio Perlini e Mirko Bertuccioli. Voi tutti non avete idea. Ho speso sangue, sistena linfatico e conti fantasma nel lavorare un testo eccezionale, che non è mai stato: nessun testo è mai stato così. Non rivelerò ancora il titolo e nemmeno la copertina, che già sono delle Camillate pazzesche. Dico soltanto che di fatto ci si trova in un territorio che ha alcuni interessanti confini o, meglio, orizzonti: Walser, Kafka e Burroughs. I Camillas guardano lì. I loro Bambini Assoluti, i loro Giganti Mitissimi, le loro Crudità Crudeli, le loro illuminazioni accecanti, le loro acque morte, le loro mani sporche di pulito, le loro contraddizioni in termini e tiburtina, il loro doppio passo dello stelvio, i loro animali in via d’estinzione e in corso d’opera e in viale del tramonto e in piazzolla dei tangheri: tutto ciò disegna un labirinto che è un diario scolastico, un’epifania che viola sempiternamente il 6 gennaio, una testualità alla Manganelli Trasformati In Fiori, una poesia in forma di prosa e viceversa e viceversa del viceversa. E’ un libro inclassificabile, come la loro opera musicale: è la felicità e la paura, il gioco infinito, la guerra all’errore umano tramite l’errore divino, un Re Galo, un Preci Pizio. Sembra di assistere al monologo interiore assoluto del Tati di “Mon Oncle” e non del Totò. E’ una delizatezza primigenia, che strappò l’universo dallo stato indifferenziato in cui tutti si annoiavano tranne i Camillas. Fare un editing su un materiale testuale così sconcertante e libero è un concerto liberatorio. Posso ringraziare i due Camillas? No, si sono già spostati altrove, sono già nell’obitorio di un carnevale nepalese o a fare attraversare le strisce pedonali a una vecchietta spaccando i vetri delle macchine che arrivano, vaccinandole col pensiero antivipera.
Così l’editoria è davvero bella, è esperienza della letteratura, dell’arte, del gioco, della crescita insostenibile. E’ l’esperienza dell’indefinito se stesso.

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December 10, 2014 at 12:09AM

“Quando viene dato inizio al processo di risoluzione psichica, si attraversa una fase che il Testimone interno dovrebbe osservare senza giudicare. Il testimone interno, però, agli inizi non è pronto a quest’opera, che si attiva perciò in modo discontinuo. Si assiste così ad alcuni casi di trasformazione personale, caratteriale, tali da rendere il più delle volte irriconoscibile la persona che sta compiendo un profondo lavoro di trasformazione interna. Questo è il lungo periodo in cui emergono i contenuti emotivi da sciogliere, i propri fantasmi, le paure e le rabbie passate, che dormivano nell’inconscio o che si conoscevano ma non si risolvevano. L’aggressività (a questo stadio del lavoro personale) è frequente, i contenuti che si stanno elaborando, magari senza accorgersene, vengono attribuiti agli altri con cui si è in rapporto, e non ci si accorge di operare in questo senso. Non è infrequente il caso che la persona, impegnata in un importante e travolgente lavoro di trasformazione interiore, venga lasciata sola da amici, parenti e intimi perché è lei ad allontanarli. Proprio non ci si accorge che quanto si attribuisce agli altri, e prima di tutto a chi è più vicino, è qualcosa che sta accadendo all’interno. Non si è ancora sulla Via ma ci si sta avvicinando. E’ una fase molto dura. La paranoia è uno dei contenuti di base che devono essere risolti ed è per questo che si accusano gli altri, si pensa di intervenire con amore nei loro confronti e invece si è prepotenti o sospettosi. Il rifiuto pregiudiziale di ciò che è proprio e il ritegno a dire “mio” è un altro indicatore. E’ un fattore di base questo finto rifiuto di ciò che è “mio”, perché il possesso è il nemico del distacco. Però non ci si può distaccare dal possesso, se non si è sperimentato il possesso.
La persona che inizia un processo trasformativo ritiene di dare amore agli altri attraverso tutta la rabbia che sta risolvendo in se stessa. Gli altri rimangono sorpresi da questo, a meno che non si trovino a compiere lo stesso percorso.”

Sia lode ad Alessandro Bergonzoni

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Vorrei dire qualcosa su Alessandro Bergonzoni. A mio parere, all’altezza di questo tempo e alla bassezza di questo luogo, Alessandro Bergonzoni è uno dei pochi artisti italiani autentici, cioè completi, totali, irriducibili, radicali, migratori, libertari, capaci di stare perennemente nella sostanza che, millenni addietro, indurita e sagomata, veniva detta: mito. Alessandro Bergonzoni è il mito in azione e lo è in quanto la sua inafferrabilità è in grado di rappresentare tutto, quindi anche il potenziale, che rappresentazione non avrebbe in linea di principio: ma Alessandro Bergonzoni proprio questo fa: annullare la linea, assalire il principio. Sono tra i primi a ridere, quando Alessandro Bergonzoni sembra assestarsi in una posizione teatrale, schierando se stesso per apparentemente farci ridere. Questa sembianza è il principio di un assassinio: di Alessandro Bergonzoni nei confronti di Alessandro e di Bergonzoni, ma anche di lui nei confronti di noi. Noi si muore, sempre, continuamente e Alessandro Bergonzoni è una delle rare occasioni che il presente concede dal vivo per accorgersi di questo: continuiamo a morire. Continuando a morire, siamo viventi. Io mi ricordo quando, un pomeriggio nella luce preserale di quel latte cagliato male che è il crepuscolo milanese, avevo acceso lo schermo a cotillon, tutto sberluccicante, con l’idrovora mentale che ha nome Maurizio Costanzo a presentare un ragazzone coi capelli corti e una faccia da Mauro Di Francesco buono, un Mauro Di Francesco eroico, un evidente intimidito smontatore di tutto il meccanismo, di ogni meccanismo. Era una domenica imprecisata del 1988, mi occupavo poco di me stesso e molto di poesia. Quel ragazzo inizia ad aprire bocca. E’ il momento in cui il protagonista di “Amerika” di Kafka accosta l’orecchio al telefono e ascolta sibili e presenze foniche che sono in sé un’angelologia. Quei sibili e quel protagonista di Kafka erano Alessandro Bergonzoni. Inizialmente pensai al genio linguistico. Era un portento vivente, mentre Wittgenstein era per me un portento morto. Si mangiava, a mio modo di vedere e di ascoltare e di sentire, i tre quarti della comunità dei poeti a lui contemporanei e scriventi in lingua nazionale italiana. Mi sfuggiva il motivo per cui non fosse famosissimo in qualità di poeta (era un tempo in cui, sotto un certo aspetto, i poeti potevano essere famosissimi). Era evidentissimo che del *mondo dello spettacolo* gli fregava il giusto: gonfiava l'”io”, gli serviva a quello, a fare esplodere l'”io” come una vescicola. Il corpo sembrava sussunto da un corpo altro, pranico, non visibile a occhio nudo o vestito che fosse: sarebbe esistito Alessandro Bergonzoni senza il linguaggio? Mi parve una contraddizione drammatica e pensai che Alessandro Bergonzoni soffriva tantissimo, nell’intimo, perché stava cercando un’apertura, tortuosa e assai dolorosa, verso lo sfondamento definitivo: verso il se stesso. Quattro anni più tardi, volando sulle ali mercuriali di un amore idealizzato, riuscii a fottere ad Alessandro Bergonzoni tre esperienze: due biglietti gratis, per me e il mio amore idealizzato, del suo spettacolo “Anghingò” al Teatro Ciak in via San Gallo, in fondo a questa vietta buia con la pizzeria a piano rialzato; e un’intervista. Fottei Alessandro Bergonzoni grazie al lavoro precarissimo che svolgevo nel 1992: improbabile giornalista televisivo di una testata che definirei avant-garde, facendo parte del network Odeon tv. Prima dello spettacolo, tremavo porgendo il microfono a gelato ad Alessandro Bergonzoni. Indossavo un montgomery di un colore indefinibile, tra il verde marcio di certi tendami di velluto in casa di vedove romane nei Sessanta e il verde mimetico dell’esercito elvetico. Feci una domanda idiota, ma così idiota, che ancora mi vergogno al pensiero: chiesi ad Alessanro Bergonzoni se poteva “eccitare” padri nobili che lo ispiravano. Mi guardò come se fossi un imbecille: aveva ragione. Comunque non nominò Artaud. Risi come un ossesso con il mio amore idealizzato, per tutto il tempo in cui Alessandro Bergonzoni faceva sul palco andata e ritorno tra pianeti inventati ed epiche inaspettate. La sua lezione sembrò vertere sull’irrealismo. Chiunque rideva. C’era ben poco da ridere: nessuno di noi del pubblico percepiva che Alessandro Bergonzoni stava scorticandoci, ci levava letteralmente la pelle di dosso, sbriciolava e sfarinava il nostro scheletro. Eravamo teschi ridenti, conchiusi in una teca barocca a carattere funebre. Eravamo dei cretini. Provai a enunciare questa sensazione al mio amore idealizzato, secondo me lì colsi, nella sua incomprensione di quanto tentavo disperatamente di comunicare, che non sarei mai riuscito a ottenere l’osmosi sbagliata che ritenevo essere appunto l’amore. Più passava il tempo (passò l’amore idealizzato, passò l’amore, passò l’idealizzazione), più Alessandro Bergonzoni non passava: cresceva, immensamente. Seppi che stava male, mi dicevano: sta male. Seppi che io e Alessandro Bergonzoni ci eravamo rivolti al medesimo sciamano, un uomo distantissimo dai parametri della new age, il quale vede i morti, parla con loro, loro gli dicono se e come può curare un vivente. Incontrai Alessandro Bergonzoni quasi a vent’anni da quel capolavoro di idiozia che gli proposi in forma di domanda, nel ’92. Era il 2011 e vidi “Urge”. Gli avevo fottuto due biglietti anche stavolta. Si attendeva che andassi a trovarlo in camerino a fine spettacolo e così feci, ma insieme a me si presentò Nanni Svampa, in una forma solida e concrezionata al di là del tempo, sfingea e omaggiabile. Non potevo minimamente restare attento all’omaggio che il comico bolognese tributò al comico milanese. Ero infatti allibito, esaltato, abbattuto, crestomanziato e annichilito da quello a cui avevo assistito: la mia morte in diretta, non posso dire in tempo reale, poiché il tempo era irreale: Alessandro Bergonzoni era andato avanti minuti a cigolare, davvero: cigolava: era una specie di nenia rotta e acuta, gutturale in falsetto, non una parola, non una sillaba, verso il silenzio, minuti e minuti di oltrepassamento del mentale (se si intende il mentale come dialettico), corpo traforato, sguardo accecato per traslazione in un altrove dove la pienezza di senso è beanza, è essere, è accorgersi di tutto questo, restando vuoti, stando sempre in uno “stare per”, un’imminenza priva di forma e nome e contenuto, una pressione psichica pazzesca, intraguardabile, che si alza per intensità e diviene l’intensità stessa, prescindendo dalla fonica, dalla sonorità, puro essere lì in quel momento che diventa non più momento, ma assenza di tempo qualificabile. Avevo preso uno sberlone metafisico che, fortunatamente, più volte mi era stato dato in faccia: me lo avevano tirato artisti autentici.
Cos’è oggi il teatro in Italia? Cos’è oggi l’arte in Italia? Cos’è oggi la scrittura in Italia? E’ Alessandro Bergonzoni, perché è riuscito a fare questo, la metafisica praticata come unico veicolo, il che è la pratica della grande arte. Deve essere morto in vita, Alessandro Bergonzoni, per riuscire in quest’opera transeunte ed effimera, che è se stesso: andare oltre l'”io” per stare nel se stesso.
Oggi mi veniva da scriverlo: che volevo ringraziarlo, questo artista, che mi accompagna da una vita, da una vita spunta per farmi stare là dove nemmeno riesco a volere, dove il 1992 è il 2011 e il 2014, essendo il 1969 e la data che verrà quando verrà.

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December 07, 2014 at 06:47PM


Nel 2000 ero così. Qui mi trovavo sulla terrazza in tek di Clarence, quando Clarence stava nella centrale via Torino a Milano. Quel golf si era salvato dalle tarme feroci dell’alloggio popolare Aler in cui avevo vissuto da abusivo. In quel periodo vivevo in viale Sabotino, ivi ambientandovi l’abitazione del vuoto protagonista di strani thriller. Io lo so che quello per me era un periodo felicissimo, si lavorava da iddii, era bellissimo. L’amore era distante quattro o cinque pack. Avevo amici, esistevano i testi, c’era molto da arrabbiarsi e meno pappagorgia. Sembra a me che fosse vite addietro, molte. Incredibilmente andavo in giro con una Guzzi 350. So benissimo cosa mi mancava, così come so perfettamente cosa mi manca ora. Ogni carta è bruciata, anche la carta era chimica. Mi muovevo con poca circospezione, ora mi muovo con maggiore indifferenza. Allora, come oggi, le vacanze natalizie non lo sono, devo sempre scrivere un libro da consegnare sempre il 7 gennaio di qualunque anno sempre. Mi aggiro solitario per la città, a volte in motorino, a volte muovendomi nel gelo e nel fumo della sigaretta che tengo tra le dita con la stessa postura del braccio di mio padre. Vorticante il passaggio nell’aria come traforassi fuoco incolore: mi conduce sempre dove non so e sento sopportazione. Gli amici hanno distaccato da se stessi immagini, facendole incendiare dagli anni! I corpi consunti o gonfiati, l’entusiasmo delle persone nuove, che sorridono alle grammatiche intense, soltanto loro le conoscono. Una poesia non è più una poesia. Dove è ciò che determina? Gli atteggiamenti degli scrittori mi schifano, riesco oramai a non pensarci. Finalmente sono esplosi gli schermi, non c’è più lo schermo. In questa nebulosa, in questa nebbia, io vado e mi sento un po’ patetico. Il cellulare è muto, l’amico stamattina mi osservava nella sua stupefazione, lo ascoltavo: c’era un discorso dietro il discorso, e un discorso ancora dietro i discorsi… Le mani non si screpolano, nonostante il freddo. Come ridevo impiantandomi i pomeriggi in quella terrazza fatta in tek! E la sponda del letto verso l’una di notte e quel lenzuolo blu altro non erano che la riva nera, dove affondo. Che cosa è interdetto? Perché? Questa stupefazione che osservo, che ascolto, da anni, come se si tratteggiasse un destino davvero minimo, secondario, a me che odio l’idea del destino, questa panacea per ogni responsabilità rigettata, fuggita, elusa… E già mi attende la barista cinese, già avverto il selciato irregolare in via Ripamonti, umido, il pavè sconnesso, le poche auto, una luminaria che dà pena, solitario, la sigaretta, questo semibuio milanese preserale, rotto dai lampioni a led, pensando a niente, a nessuno, sempre, ecco: sto già incamminandomi…

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December 06, 2014 at 11:54PM


Una poesia del 1913 di Georg Trakl, con commento di Ervino Pocar

AL FANCIULLO ELIS

Quando il merlo nel nero bosco chiama, Elis
questo è il tuo tramonto.
Le tue labbra trincano la frescura della azzurra sorgente.

Lascia, quando la tua fronte lieve sanguina,
le antiche leggende
e l’oscuro significato del volo degli uccelli.

Ma tu con tenui passi entri nella notte
piena di tralci purpurei
e tu più bello muovi le braccia nell’azzurro.

Un roveto risuona
dove sono i tuoi occhi lunari.
Oh, da quanto tempo, Elis, sei morto!

Il tuo corpo è un giacinto
in cui un monaco immerge le ceree dita.
Una nera caverna è il nostro silenzio.

Ne fuoriesce talvolta un mite animale
lungamente abbassa le pesanti palpebre.
Sulle tue tempie sgocciola nera rugiada,

L’ultimo oro delle tramontate stelle.

*
Prima di tutto: chi è questo Elis? È un ragazzo che simboleggia il mondo innocente dell’infanzia, rapito da morte prematura. Un critico (Eduard Lachmann) ha creduto di risolvere il quesito ricorrendo all’ebraico. El significa Dio, ish uomo, uomo-Dio, figlio di Dio. Può darsi che Trakl avesse qualche cognizione di ebraico in seguito alla sua amicizia con ebrei (come lo scrittore Karl Kraus e la poetessa Lasker-Schuler). Ma l’interpretazione sembra troppo audace. Altri pensano che la fonte siano gli Elisi, il paradiso pagano. Può darsi.
Il nome di Elis ricorre in uno dei racconti di E.T.A. Hoffmann (“La miniera di Falau”) e nel dramma omonimo di Hoffmannsthal che da quel racconto fu ispirato.
Il canto comincia col richiamo del merlo, l’uccello dalle piume nere, l’uccello che annuncia la morte. Elis è morto, ahimè, da tanto tempo.
Il poeta esorta ad abbandonare le antiche leggende e gli interpreti del volo degli uccelli: forse gli aùguri romani che dai voli divinavano l’avvenire.
Lo stesso Trakl amava seguire nell’aria le linee tracciate dal volo dei pennuti, linee oscure e inspiegabili. Se anche sono segnalazioni, l’uomo non le sa interpretare. Ricordiamo in “Mirabell”: Passa uno stormo d’uccelli; in “Autunno trasfigurato”: S’ode un addio d’uccelli in viaggio; in “D’autunno”: Dicon gli uccelli favole remote; in “Helian”: gli occhi tondi seguono un volo d’uccelli; in “Riva alla palude”: passa uno stormo d’uccelli selvatici, ecc. Ma Novalis era del parere che un giorno l’uomo ci sarebbe arrivato. Vien fatto di pensare che anche Thomas Mann. Nelle prime pagine del “Doctor Faustus” Jonathan Leverkuhn, dopo aver descritto i segni che appaiono sui gusci di certe conchiglie, una specie di scrittura indecifrabile, conchiude con l’ammettere che «non si arriverà mai a sviscerare il significato di queste impronte», e aggiunge che un significato lo devono pur avere: «Nessuno mi darà ad intendere che la natura abbia dipinto sul guscio delle sue creature queste cifre – delle quali ci manca la chiave – per mero scopo ornamentale… Non mi si venga a dire che qui non si comunica niente!».
Il tema di un’altra poesia (Elis) è ancora il giovane scomparso, ma con maggiore distacco. Il suo cuore ha lasciato la terra, è una barca d’oro che dondola nel cielo. «Apoteosi della perfezione» commenta Albrecht Weber. Siamo infatti in un’aurea giornata. Aureo (d’oro) è il colore che simboleggia una perfezione («autunno d’oro, nuvola d’oro, barca d’oro»). Mentre argenteo (d’argento) è un colore che intensifica il bianco («l’argenteo viso, la mano d’argento, le palpebre argentee»; ma anche «la voce argentina del vento, il passo d’argento»). Weber continua: «Nella seconda parte il poeta non rivolge più a lui la parola, ne parla in terza persona. Col termine dell’aurea giornata (il giorno della vita di Elis) la distanza aumenta. Mentre la sua testa ricade nel buio della notte (nero guanciale), il suo corpo diventa uno strumento (il cariglione) che suona… E se alla fine della prima poesia la bocca d’oro del cuore dondola nel cielo solitario, alla fine della seconda il vento solitario risponde dallo spazio cosmico…».

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