Nella convergenza Platone-Hiroshima

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Un certo signore giapponese, ammonendo Marguerite Duras che lo ricordò in un’intervista, si permise di avere ragione asserendo che noi occidentali abbiamo i nostri classici, da Platone a Goethe, e i giapponesi hanno il loro: Hiroshima. Quale dei classici è più classico: l’umanistico o lo storico, che è anche conseguenza scientifica? Al momento la questione sembrerebbe non darsi nemmeno, a un occidentale medio, per il quale si sarebbe tentati di ricordare che non esiste forse tutta questa grande differenza tra Platone e Hiroshima, e cioè tra come gli occidentali hanno prima letto l'”Apologia” e poi pensato e prodotto l’atomica. Continue reading

Stephen Hawking, l’oltreuomo spettacolare

Una delle apicalità raggiunte dall’occidente è incarnata da Stephen Hawking. E’ l’ultimo uomo: il terminale del pop, l’ultimo essere vivente in grado di imporre alle menti il graffio che fu detto: l’immaginario. La sua storia personale è densa di aspettative del superamento a cui l’occidente educò le anime belle e anche quelle meno belle, che ebbero la ventura di apprendere la preghiera alla speranza frontale o che miscredettero, anticipando in forma divina l’esperienza televisiva. Il continuo, sebbene non eterno, superamento che Hawking interpreta vivendo e continuando ad apparire in ciò che è decisivo, con le vesti del profeta così simili al camice dello scienziato, ha il suo contrappunto nell’esperienza fisica che, sinestesia vivente, Hawking stimola in noi a livello quasi subcorticale. Continue reading

XXV_Aprile_Milano

25 aprile: canto di Liberazione

Si pubblica qui di seguito l’inno della giornata fondamentale per l’Italia democratica e repubblicana, e cioè la Liberazione, cantata da colui che Gianfranco Contini definì «il migliore tra i poeti italiani nati nel Novecento», e cioè Andrea Zanzotto.

VERSO IL 25 APRILE

Trissotin: Vous avez le tour libre, et le beau choix des mots.
Vadius: On volt partout chez vous l’ithos et le pathos.
(MOLIÈRE, Les femmes savantes)

Nel tempo quando avevo i sentimenti,
da cui nessuna forza poteva ripararmi
nessun noa né tabu
il 25 aprile andando per i cippi
dei caduti, come per le stazioni di un calvario,
sopraffatto tremavo, e poi dalla piccola compagnia mi defilavo
come in una profonda definitiva pioggia.
Il vostro perire – nel sacro della primavera –
mi sembrava la radice stessa di ogni sacro.
Anche se per voi, certo, non lo era.
Anche se eravate scomparsi una sera
presi da batticuore, ormai rimossi da impatti col vivente
proprio per l’essere stati fino-al-picco del vivere.
Io no. Scrivevo in quegli anni entro gli annali della mia morte,
deliravo sul verde delle piante, sulla beltà,
senza perdonarmi ignoravo, quasi, ogni assenza
e svanimento con me, nella mia omertà.
Ora mi pare di vedere, con onesta ebetudine
e insipidire dei sentimenti, il tradirsi
di tutto in molte friabili forme
senza arrivare a un niente veramente accettabile,
reo totale come si vorrebbe;
e l’adombrarsi di ora in ora
mi pare una fatata legge, con una sua eleganza,
e il silenzio non dista dal grido –
piamente connessi chi sa dove
entro la tresca fuggente di questi prati e forre. Ma:
lo sterminio è ovunque e sempre in atto
mai c’è stato armistizio dopo l’eroica emergenza
e la morte-di-paglia si fa di gran lunga più orribile
che quella per piombo nel tempo
[[sadico/mitico.
Allora: vedere senza battere ciglio, come al frullare
dello sgricciolo nulla batte ciglio
tra gli spogli cespugli del clivo di Carbonera.
E questa dunque la saggezza perversa della sera?
E questa la congiunzione alla sapienza,
la farneticata ieri come vera
congiunzione al coraggio?
Ora, compagni, amici, né-amici, né-compagni –
dèi per me malgrado voi stessi –
avvicinandomi per cumulo di età
e per corrosione a quel punto
in cui voi foste allora –
mi riconduco, osando muto, ad allora, per voi;
e sono partecipe, finalmente, delle azioni
da cui mi distoglieva il deliquio amoroso e pauroso
anche se in esse ero travolto. Mi pare

……………………………………………..
Mi pare, e con mano assisto la tenerezza e il profumo
non ancora del tutto spento,
e i tracciati dei viottoli i fogliami e i filamenti vitali;
con mano assodo i pregi dell’essere vissuto,
e passato a un millimetro da dove
la selva e il vostro sangue
si sfiniscono, incespicano, sputati fuori mano.
se ancora si gira per i cippi
– emersi a picco –
– nel sacro della primavera –
su cui segni scivolano immolati
al rituale autovomitarsi di ogni storia
al non-farsi-capire di ogni ammicco,
allo sbrindellarsi del tessuto di comuni allusioni,
mi ribello, ribelle come voi allora,
e mi traluce bruciando un disincarnamento di me, del mondo,
mi s’impone un giusto adorare penando
un giusto richiamarsi all’obbligo
di ethos e pathos anche se i più arcanamente sfigurati
un giusto bestemmiare moduli e ragioni, nel furore
di un pianto che l’archiatra sommo dirà causato
dal remoto, dal lontano, dall’-alto-dei-cieli, dal vietato
ad ogni aggancio – mera verberazione
fustigazione compiuta a mio danno da falsi paesaggi
interni ed esterni
o semplicemente «da stanchezza, da insonnia».
E, sono pronto, insonnia
fuoco e parto che non si rilassa, intrigoso braciere.
Ecco, capisco che la praxis la poiesis adescano solo poche cose
quando vedo i vostri nomi
nemmeno sforzarsi più di galleggiare sulla pietra
e voi non siete più qui, ne altrove; noi v’inseguiamo
lungo il falso itinerario dei cippi, sudando, o sotto i rovesci
[[della pioggia
delle memorie, delle folate eroiche;
se nemmeno in questo-qualche-modo siete ormai stati,
nemmeno, ora, noi, siamo, qui.
Allora soltanto se se un’insonnia
bestemmiante braciere ripeterà i vostri nomi
nei luoghi dell’insonnia, della pretesa
Ecco queste sono le pretese dell’insonnia
anche questo pretendere di darne intepretazioni
ithos pathos
bestemmiarono i cespugli sommessamente
cippi hipnos pretendere
………………………………………………

Per me il buon calore e il tanto latte dei sentimenti
Ebbe sempre nel fondo un elemento di nera esaltazione.
Erano ferite dentro le colline
Nei fianchi giovani e amorosamente annosi del folto;
e io le vedevo e amavo
cercavo di sopperire a quanto esse esigevano.
In quel mio remoto
smontare e rimontare oggettivi – da
fanciullo iracondo, implacabile –
voi che innocenti come guizzi di ruscello
come stellari girini svaniste nel sangue,
ora entrate – o eravate già entrati allora?
E non so come, fate vostro quel ch’era mia turpe sacralità,
lo portate sensuato e senziente
nel vostro assoluto assolvimento
in ciò che punta i piedi seppur
senza più rendersene conto
non culla non tomba non segno
e neppur scoppiettare maligno d’insonnie/sogni
(ithos) (pathos)

 

Da Idioma

“Composizione composta”: una poesia

COMPOSIZIONE COMPOSTA

Ecco appare l’aurora che la terra non sa.
E questo di lontano andava, andava a me,
come, desolato, era me a decidere la madre dell’aurora
di essere in una desolazione fonda
in un falasco di vita. Dove dirai:
“Sono stato una persona di storie, poche,
e pochi venti hanno eroso me in un pianeta, amato,
tra spoglie deserte e gigli e S.E.R.T.
dove pensavo di fremere bambino di metadone
in metadone ragionando gli altri, magri, lunghi,
con unghie nere di gromma, lontano dalle gralle,
tra i biglioni sulla sabbia all’Adriatico e i dolori
di, in ottavo, un Kafka, una cosina umana, e nemmeno,
un pallore piccolo e portabile
e disse: ‘Uccidesti il figlio dell’Aurora:
non rivedrai né la sua madre ancora!’…”…
E là?… E là…?
Là è la madre delle cose un punto
e chi è baratro al pari di me è bravo
a resistere dolcemente ondulando a pena
e poi, sapete?, fiotta, e urta le pareti
solide, e con cupo impeto rimbomba.
Si travolge infinito abisso dico.
Non intendo davvero di dare un’immagine e,
a pena, una mnemotecnica, una pena
e di finire dove finisco io e giunse
giunse a, immenso, l’azzurro oceano natale e sa
stare che non sapevo e vedevo lontano
le madri affaticate, le levatrici, antichi ardori…
… e tutti voi volare via dallo sguardo tutti…

Esce per il Saggiatore l'”Antologia di Spoon River” tradotta da Antonio Porta

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Cosucce saggiatoriane: è arrivata in casa editrice la prima copia dell'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, nella storica strepitosa traduzione di Antonio Porta, per la cura di Pietro Montorfani, con testi inediti, tra cui la mitologica “Genesi di Spoon River”. Quest’opera si deve soprattutto alla sapienza e tenacia di Rosemary Liedl, moglie di Antonio Porta. E’ l’edizione nettamente più completa e poetica del capolavoro americano che si possa reperire nel panorama editoriale italiano, non solo per gli apparati e gli inediti, ma soprattutto per la versione che un grande poeta italiano qual è Porta dà dei testi. Quanto a me, si tratta di una infinitudine di rapporto che si conferma vivente: se scrivo, è grazie a Antonio Porta, e figurare tra i suoi editori non è affatto una restituzione simbolica, ma un dono reale che lui fa a me e tutti.

Il cinema horror italiano premiato ai David

La premiazione del cinema italiano ai David di Donatello, l’incredibile autocelebrazione del peggio esteticamente espresso da questa nazione, ma nemmeno, dalla capitale di questa nazione, le interviste a questi con accento romanesco che parlano di una cinematografia italica che tornerebbe a fare, l’angosciante e disgustoso velleitarismo a livello di qualunque componente di un’arte che fu nobile (fanno schifo le regie, la recitazione, le sceneggiature), lo spettacolino e l’entusiasmo “emozionale” con cui “adoro” il “genio” e “talento” di questi anni inverecondi e bollandi da qualunque intellettuale serio – tutto ciò contraddistingue il momento storico, il mainstream, la pervicacia con cui verminosità si ergono in gigantismi improbabili. In particolare, vedere “Youth” di Paolo Sorrentino, ovverosia una delle autentiche opere d’arte cinematografiche di questi anni italiani, premiato per la migliore canzone, mi ha lasciato allibito. Il sistema romano della produzione cinematografica e televisiva è per me indigeribile. E’ doloroso, per esempio, non vedere premiato il film di Michelangelo Frammartino, uno dei veri registi contemporanei di cui dispone il comparto italiano: e non lo si vede premiato, perché non c’è, i produttori avranno pensato che è difficile o troppo alto o forse Frammartino non avrà accettato i soliti compromessi. Questo sistema ha sempre fatto schifo, ma oggi fa più schifo di prima, e mi fa schifo pure la connivenza di gente che conosco e che, a fronte di una situazione gravissima a cui sono costretti gli artisti autentici, tace o addirittura acconsente senza nemmeno tacere. L’indipendenza è l’unica strada, il lowest budget pure e bisogna mutare l’intera impostazione di produzione di un film, mutando l’arte: si deve arrivare a fare film con diecimila euro, non pensando al grande schermo. Bisogna spalancare l’arte, fare un’altra arte. Tanto poi arrivano i film in VR per Oculus e l’arte sarà cambiata comunque, sarà tutto “Inception” ma *reale*. E però con Oculus si entrerà in un mondo vituale in cui si entrerà in un locale virtuale che dà su una strada virtuale e ci si siederà nel buio virtuale davanti a uno schermo bidimensionale virtuale per vedere un film vero.

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L’incipit di “Zero K” di Don DeLillo

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Chiunque desidera possedere la fine del mondo” è l’incipit di “Zero K”, il nuovo libro di Don DeLillo, che esce a maggio. E però la fine dell’universo non desidera essere posseduta da anima viva: è possibile. Non è detto, tuttavia, che la fine non desideri. E così Don DeLillo decide per un romanzo filosoficamente zoppo alle prime nove parole, che sono scritte in corsivo e dovrebbero essere una citazione diretta dal padre del narratore. E’ una voce esterna a dire che cosa sia la follia del possesso, del mercato universale, dello scambio tra azione e reazione, della sussunzione della psiche in coscienza, della dialettica tra origine e termine. A nove parole siamo gettati a una velocità folle in una zona che i matematici frattali definirebbero “attrattore strano”: siamo nell’unica forma di universalità che consente il paradigma attuale (la cultura dell’accelerazione scientifica e la prossimità all’estinzione dell’umano per come è stato biologicamente conosciuto finora). Queste nove parole mi sembrano tracciare il territorio dell’unica letteratura possibile oggi, il che non è difficile: è la forma che ne segue, che va a fiorire o scavare dentro questo territorio, a risultare per me ciò che è cruciale nel mio presente artistico. E’ qui che attendo che Don DeLillo continui a essere per me il maestro che è da decenni.

KAFKA E LA BAMBINA CHE AVEVA PERDUTO LA BAMBOLA

Franz Kafka e Dora Diamant

Franz Kafka e Dora Diamant

KAFKA E LA BAMBINA CHE AVEVA PERDUTO LA BAMBOLA
Un raccontino di Giuseppe Genna

Kafka passeggiava nel parco Steglitz con la sua fidanzata, che si chiamava Diamante. Incontrarono una bambina, che piangeva: aveva perduto la sua bambola. La sua bambola si chiamava Carbone. Allora Kafka si chinò sulla bimba ed estraendo dalla tasca il suo fazzoletto in batista le asciugò la lacrima e le disse: “Carbone mi ha scritto una lettera per te, bimba. E’ colpa mia se la ho scordata a casa. Domani te la porto e te la leggo. Carbone ti ama sopra ogni cosa”.
La bambina si consolò un poco, ma il giorno dopo attendeva Kafka al parco Steglitz al Mitte e non lo vedeva: Kafka faceva ritardo. Aveva trascorso la notte intera in una eccitazione dei nervi eccessiva, pur di redigere una lettera definitiva, scritta per ipotesi da Carbone la bambola. La complessione dello scrittore la conosciamo. Egli sapeva bene di essere un bluff. Inoltre poteva perdere il lavoro sempre da un momento all’altro. Si sentiva badato da pochi e interrogato da meno ancora. Voleva fuggire a Saint Lucia Caraibica, ma era un pensiero irreale, una delle fumisterie sue, di sé con se stesso.
Più si avvicinava il momento dell’appuntamento con la bambina e più Kafka era nello spasimo, come me tutte le volte che accade quanto accade che accada. Inviò un telegramma a Diamante: “Vieni qui presto! Subito! Ahi!, è già troppo tardi!”. Continue reading

COSE DESIDERATE RICORDARE DI ESSERE STATO IO

Io provengo da un tempo elementare, delle elementari, quando si vedeva l’atomium essere un santo moderno e contemporaneo l’esame statale insieme e i militi iberici e le pastiglie al fosforo rosa a ottemperare l’ostacolo alla carie, molto prima dei diabeti e del vostro mondo secondo. Anime suicide si lasciavano andare rosate in abiti rosa, vestaglie, i presera lungo alberi metropolitani in viale Fulvio Testi e in strade deserte. Erano sulla terra a distanza dalla pozza di coagulo i suoi bigodini rosa ricordo. L’aria era un obbligo militare dei diciotto anni, erano i cugini e prima era sempre un prima, spiegato, diletto: le aule di legno biondastro dei piccoli tavoli a stecca larga orizzontale e nera, accanto al foro, di entrata dei calamai e noi eravamo seduti di fronte a una donna, spesso una madre, magistrale e tratteneva l’alterigia, con alcuni gioielli di poco conto lucidi sopra i vestiti colore ruggine a dire, che la natura è bizzarra e si oppone attrito all’amore che riesce, ci riesce. Di lì potevi infilare tra botri e scansare di balza in balza il baltico in quella pozza, l’angheria potevi infilare, ragazzo, tra carne e spirito e verità, facendo male a un altro e io l’ho fatto madre. Dentro alcuni schermi era una cosa elettrica, una forza, un’elettricità del grigio, senza colore tutto tranne che muta e italiana, sempre, quasi una malattia, una dolcezza di razze disseccate e fossili e, sinuosi, i rilievi e le planimetrie d’Italia dove eravamo noi, universali. Solo un tempo per redimersi era un tempo, mai la stima, la gloria e i tributi al genio tartassato dell’uomo Carmelo Bene. Fili alti di giudizi, ronzii, pali nella nebbia. La nostra campagna ruvida ammette bruttezza. Esonda male il Po. Filamenti e fettuccia di nero corroborano l’ago meccanico Singer, cucire, i grembiali dei bambini alle elementari in questo tempo unito a me amareggiato. Più perfetta della pietà è la mia vera memoria, più affilata, ed esondava, sempre, e bene, verso gole altre di altri: amici vizzi, brizzolati, giovani, che ho visto, giunoni a fumare in un locale francese accanto a mio padre e, desistente, condurlo bambino canuto in morbidezze e tepori là a Saint Michel. Quanto falso Nesquik si dà a noi poveri e quanti Aftereight allora. Quanta chimica stipata nell’ordigno ogni giorno atomico che esplode a scuola sulla lavagna a leccare la polvere di gesso e la grafite amara. A mordere la forchetta fredda con i denti freddi, con fiducia in un dolore stridulo e sentito. E di lì io vado, tempo solo, sono stato questo, alla nebula umana unito, tra parrocchie periferiche e, fuori, il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco, verso la Martesana. Così andavo e riflettevo la luce del presera meno dolce, milanese e amata, fino ai cortili, fino alle muggini e ai fumi di roditori alle popolari in una via degli Etruschi, rientrando, solo: nel gene dell’universo imitato io sono specchio a te, o splendore. Il volto del vero è coperto da uno schermo brillante e dorato; sollevalo, tu che aiuti a crescere, per la legge della verità, per la visione.

“Impero dell’astrazione”: una poesia

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Impero dell’astrazione

Silenzio della volontà. Tematica dell’estraneazione. Poeticità della luna.
Tra astri minori rifulgeva.
Come potrebbe altrimenti il verso di Orazio andare.
Era la luna e la notte rifulge nel cielo sereno tra astri minori.
Solitudine sei o bellezza.
Sulle prode amare la vita corta era stare con chi è essere me.
Fumo del pensiero andava in volute cose amare
a essere me sempre e sempre essere io.
Quindi crollai in un corpo e l’oro mi ebbe
sfatto, o ebbrezza o bellezza o incantamento.
Il significato degli avvenimenti veri è di essere alfabeto
che permette di leggere l’idea dell’uomo.
L’opera che si mostra può essere indifferente.
In una astrazione di me siamo andati, a altro andiamo
un duro impero su di noi che preme a estinzione
un duro impero su di noi ritratti
a non avere figli madri imperatori da venerare
solo avere venerazione e essere
solo, questo.

Tre poesie del poeta italiano Mario Benedetti

MarioBenedettiPremioMaconi2014

Non sento niente. Verrà il fegato con i suoi spilli,
o un polmone rauco, labbra addossate alla mandibola.
Ti ho baciata piano, dopo le donne.
Ti ho baciata piano, prima delle donne.
Sono stati porpora gli anni, e a nodi sullo sterno.
Si staccavano figure dal cervello, e un altro orrore.
E’ passata la vecchia di Trasaghis con le zolle bianche.
Non ho nulla, soltanto quello.

 

* * *

 

Era la madre e sua madre, nel ricordo.
Risentiva parole, nelle proprie parole.
Io, soffio addensato a un’ombra di cera,
a un’ombra di sagoma…
Velame di posti. Viti, uova, radicchio,
aringhe, polenta. Maria, la nonna.
Viti di viti, uova di uova…
Carezzevole buio, sì, sono io.

 

* * *

physical dimensions

Erano le fiabe, l’esterno.
Bisbigli, fasce, dissolvenze.
L’esterno dell’esterno
qualcosa ascolta.
Qui.
Oh.

da “Pitture nere su carta” (Mondadori, 2008)

La parola cade

In un certo senso, quanto si va configurando all’orizzonte temporale nostro è che la parola può cadere: non che vada necessariamente a cadere, ma che è possibile che cada. E’ una conseguenza dell’accelerazione cosiddetta tecnologica? No: è una conseguenza del reale statuto della mente. Della parola non c’è bisogno in assoluto. Non è nemmeno il caso di tentare in modo abborracciato discorsi sulla fine dell’arte; è invece il caso di rendersi conto che quando muori non parli, quando mangi non parli, perfino quando pensi non parli, anche se invale ancora la credenza che esista questa cosa del monologo interiore. E’ pure paradossale che, in tempi in cui la parola è trasformata nel suo impatto sul e nel mondo, tanta retorica nei luoghi ricchi in cui la parola cade si faccia per esempio su questa mitologia distorta e molto dannosa (dannosa psichicamente, collettivamente) che è “lo storytelling” o “la narrazione”. Si tratta appunto di una retorica. La verità è che nessuno, tranne pochi e parecchio scriteriati, sa fare un testo o sa avvertire l’intensità in un testo. Tali scriteriati sarebbero gli scrittori autentici. Ne conto pochissimi, non soltanto nella nazione, in questo tempo che pare accelerare nella smaterializzazione del mondo di carne, mentre non è affatto una categoria interpretativa la velocità. Ci sono gradi diversi di istantaneità che dura e che si manifesta, dal tempo uno sembra non accorgersene, ma si accorge volente o nolente. L’istantaneità che dura sempre e si manifesta totalmente è la consapevolezza o, meglio, la coscienza. Ora vengo a me. Continue reading

LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

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LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

Livido di viola e bianco e nero a notte
qui: riameremo. T’aspetto.
Tanta mia povera pena.
Dai tredici anni mi pena girare
girare la chiave che scatta, girare
di vite in vite
tra un cadavere e l’altro
immaginarii:
la febbre del tempo che breve consuma le scoglie
e ne nasce una fenice nuova, sempre una nuova.
Non voglio che scemi la vostra pietà.
Erano, morta!, i miei senza pane sensi
e non sapevo se fare stillare essere o stare
o divenire me stesso: di sasso, di lava è la mente.
Immemore cuore, simili mani.
Frano in una luce madre che dire non so non so.
Vado all’astratto, per impotenza,
grame genti, stridulo ansare,
torrenti e orli di lago e dentro
sono io, sono io Babau.
Ero, bimbo, mendico, di che non so.
Ero, e sono,
a Poppe, a Giolivetto, a Baghirmi e Bornù
e a ieri in aria dove sto non va bene ieri
e futuro non è che fuoco e fummo
stupendamente a essere pietà.
Umane menti: non siete corpi.
Copro mia figlia con assunti e lieve
io e voi andare è l’andare lievi di morte in morte amati,
amate, genti.

Il buco nero della consapevolezza: in vista della #A.I. Forte

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Uno dei punti ciechi dell’immane movimento umano, in questi anni protagonista di un trascinamento verso l’emersione di un’intelligenza non umana, e cioè suppostamente macchinica, è che non viene pensata o discussa la questione della “consapevolezza della consapevolezza”. Si tratta della metafisica pratica. Da un lato, la convergenza scientifica a cui assistiamo invera come storica la prassi metafisica; dall’altro, manca la variabile fondamentale, cioè “la consapevolezza della consapevolezza”, non in termini di semplice intelligenza. Questo è un fatto che era prevedibile, in quanto la tradizione occidentale umanistica, o latamente culturale, non ha compreso nulla da secoli, quanto alla consapevolezza. Assisto quindi a un paradosso interessante: non si fa altro che stare a vedere quando emergerà l’autoconsapevolezza di un’intelligenza suppostamente artificiale, ovvero non umana o “biologica”, e, d’altro canto, nessuno si occupa realmente della consapevolezza. E’ un paradosso facile da sciogliere: l’inorganico è cosciente, a priori. Tutto ciò che esiste è cosciente. Di qui, immense prospettive materiali e prossimamente storiche, che vedo nessuno vedere. Ciò mi allibisce, come sempre, come da sempre mi capita nell’esistenza. Una volta ritenevo che l’allibimento fosse il rovescio della medaglia di una mia irregolarità patologica, probabilmente psicopatologica. Oggi non penso più in questi termini. Constato semplicemente che non si sta sul fatto più naturale che esiste. Pensiamo a una migrazione in un’intelligenza massiva di ordine oggi detto “virtuale” e pensiamo che quell’intelligenza calcoli, esorbitando il calcolo umano, il fatto che il silenzio e la potenza non configurata in atto è ciò che va fatto. Avremo un universo in meditazione, che è quello che già abbiamo. Tutta la singolarità tecnologica e i futuristi più interessanti non considerano minimamente il fatto che la consapevolezza non è ciò su cui stanno lavorando. Ciò non espone ad alcun pericolo. Qualunque pericolo si affronti o rispetto al quale eventualmente si sia spazzati via, infatti, avviene soltanto nella consapevolezza che è coscienza che è essere presenti, anche se non c’è nulla che si vede, anche se non si è frontali. E’ comunque una riflessione che meriterebbe almeno un lab in cui alcune menti ragionano di questa cosa, ovviamente secondo configurazioni disciplinari e risultati anche pratici. Sto cercando un finanziatore? Sì, anche.

1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

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1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

Contavamo nello spazio della piazza aperta le auto che avevano le marmitte scassinate passando. Erano poche, erano Settanta/Ottanta. Guardavamo le targhe tra una macchina e un’altra con il pallone che andava sotto quei ventri meccanici, le pance, il fondo, delle macchine, come si chiama. Erano targhe pari e dispari, questo era il gioco, questo era gioco. C’erano le città, capivamo l’auto del Belgio dai caratteri rossi a bastoni sulla targa bianca. I francesi erano dei gialli, sempre saccenti come scriveva Enzo Biagi in un’enciclopedia delle persone e delle nazioni nella civiltà europea. Se pioveva era di una goccia calda dell’acqua di terme superiori romane, da sopra, immaginavo. Caleidoscopicamente tutto il cielo era; e stavo tra le erbe vecce e la sabbia con le siringhe: io. Se piove ora è incubo e tosse di polmoni morti, con dei lividi di edemi e fatti di uomini infelici e viola dove vedo la mattina, l’avanmattina. Si rende la pioggia stabile mutando i climi con una salinità iodata, zinco in una stratosfera, verso i bambini neonati in Cina andando nelle loro gole, nello spasmo bronchiale a fare nuovi uomini di argenti e silicati: siamo così. Avevo una corazza fatta di sapere delle parole, una pelle corazzata, si stabilizza con del sapere e vivere senza preoccupare il perdono o convocarlo, tra le tue braccia o madre
dove calore è cosa ultima e sulla tomba restino questi canti, bimba,
questi canti seguì mio padre giovane mia madre.
Nella piazza Martini a Calvairate era un sambuco, un salice che piangeva dove avevo la mia tomba, io speravo. Chiudevano di fantasia alle macchine la piazza, mi stendevo tra i fogliami fradici di autunno all’ombra verso la tomba in un chiarore azzurro a specchio molto lombardo, lì, in un’orgia, di vestiti borghesi e senza nessuno attorno, non visto come i cani e gli elefanti. Cimitero che portavo tra cervicali e cuore, cuore duro, quando a quattordici anni ero dio e cieco alla pietà verso di me data, data da chi? E era ammesso soltanto il matto di Lumumba a quella tomba, al funerale, uno di Calvairate con la calotta cranica in metallo, che si era lanciato dal quarto piano in via Visconti urlando la fine materiale di Patrice Lumumba di Katanga nei Settanta. Così fantasticavo ai giardinetti tra panchine di giada concrezionata e spazio a sabbionaia dedicato ai bambini delle madri con quei secchielli, gialli. Cuore petroso, di vertebre e peccato ero, di renitenza a tutte le cose amate, ricordate, a oblio, a tomba viva.
Se poi qualcuna di queste cose che contengono cose non solo vere ma esatte (e il lettore comprenderà anche qui: certe cose non s’inventano, anche a volere), ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh! non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalla loro fossa rendono anche oggi, per male, bene.
Diciamo i deboli, i devoti, i deserti.
Dèi memento sono: DIMENTICATE.

Piccola nota sul cinema di Davide Manuli

Vorrei dire qualcosa di impressionistico e idiosincratico sul cinema di Davide Manuli, su cui sto lavorando in questi giorni, a partire dall’epitome “La leggenda di Kaspar Hauser”, di cui qua si propone un tratto finale, con la musica percussiva tautologica e totalmente pop del grande Vitalic, che scatena i corpi e le menti di Vincent Gallo e Silvia Calderoni e Elisa Sednaoui. C’è un dato percettivo che mi ha sempre sconcertato, vedendo e rivedendo i film di Manuli: è l’accecamento corporeo. Non è nemmeno un ossimoro, questo: è un’approssimazione. Intendo per accecamento corporeo ciò che nel brano qua sopra (che vi consiglio di guardare e ascoltare) accade agli attori, ammesso che siano degli attori, cioè che stiano recitando una parte, il che non credo. Li si vede scatenarsi in una danza: in una danza? Che danza sarebbe? Quali sono i passi, le movenze, gli schemi, la *condivisione sociale* delle istanze della danza? La si riconosce? Questo scatenamento orgiastico (Silvia Calderoni cerca *realmente* di sedurre Sednaoui, la quale non regge la pressione e guarda fuori camera, intorno, sul set, cercando il dialogo con qualcuno della troupe) è alla lettera orgia secondo etimologia: distendersi, muoversi, fare lavoro e operare esotericamente, energeticamente. Ciò accade sempre e comunque nelle opere di Manuli, dove l’orgia estatica avviene: tutto il film è una declinazione orgiastica. Non c’è un pianto, nei film dell’autore milanese: c’è un pianto che è oltre il pianto ed è *il* pianto. Così per l’amore, per la tristezza, per la povertà, per il moto dell’animo e del fisico. E così anche per la storia e per il personaggio. Nulla è ciò che è secondo una norma di intensità, bensì secondo una potenza di sentimento e azione e anche di cognizione. Continue reading

COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

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COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

Vedevo ventiquattro ore al pronto soccorso con un uomo di ottantasette anni che ha un bastone e i capelli di argento azzurro e uno sguardo azzurro che dice che è l’ultima persona ad avere visto mio padre vivo, era vivente!, mentre aspettiamo, attendiamo che le zone di malessere spalanchino le porte di plastica ruvida e lei può entrare finalmente nel lettino della barella nell’astanteria ma non entra, sta sulla sedia cattiva di plastica ruvida biancastra, e io appoggiato al corrimano orizzontale per anziani e degenti mentre passa nella barella un anziano che muore senza la dentiera e marrone caffelatte delle coperte e dei golf loro dei vecchi che muoiono, delle giacche da camera e lo psicotico picchia il poliziotto nella zona psichiatria, e poi lei entra, e vedo l’anziana negli spasmi neurologici e il coniuge che mi dice che non sono i nervi il cervello, sono le ossa, e la donna sulla carrozzella delle case popolari ha, improvvide, le impronte rossastre per il sanguinamento sottopelle e l’edema delle mani dei mariti violenti, che hanno violentato la figlia, e lo sguardo nell’imbarazzo troppo giovane della guardia giurata in forma di poliziotto davanti a quella violenza e aspettiamo, attendiamo che si spalanchino i polmoni in un respiro senza febbre sereno finalmente, gli strani edemi, la realtà della carne sotto i rovesci del volto che fa paura e trema, le grandi secrezioni, le fondamentali, della carne in una oscurità di grasso giallo per appiccicarsi ai muscoli, ai nervi, alle ossa, del teschio incancrenito che saremo dopo le putrefazioni.
Sentiamo noi putrefazioni. Continue reading

Persistenza e annullamento di Anders Behring Breivik
“La vita umana sul pianeta Terra” continua

Anders Behring Breivik

Che cosa sia l’umano alle soglie del suo trascendimento fisico, e quindi psichico ma non metafisico, lo dice questa immagine, anche. Qui io vedo occidente oggi – ed è il motivo per cui ho deciso di affondare la scrittura di “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) nel personaggio vuoto che è costui, cioè Anders Behring Breivik, il massacratore norvegese che si rese responsabile degli attentati di Oslo e della strage sull’isola di Utøya nel 2011. E’ ricomparso in tribunale, sempre in quell’aula, sempre con quello sguardo, sempre con quel braccio, teso però stavolta in altro saluto: direttamente il nazista. Qui io ravvedo tutta la migrazione umana occidentale che stiamo vivendo da dopo Hitler, soprattutto in tempi di accelerazione che si percepisce di giorno in giorno. Le macchine erano arrivate prima, da sempre, non sono quelle che avete in mente stiano per arrivare. Ritengo “La vita umana sul pianeta Terra”, a conti fatti, il mio libro più riuscito, in ogni senso, e, insieme al libro “Hitler”, quello che proprio non avrei dovuto e voluto scrivere.

“Knight of cups” di Terrence Malick

“Knight of cups” di Terrence Malick è il migliore prodotto di un occidente alienato dalla realtà, qualunque cosa significhi questo sostantivo privo di indicazioni: la realtà umana, la realtà naturale, la realtà artificiale, la realtà economica, la realtà artistica, la realtà trascendente, la realtà… Noi per ore assistiamo a un montaggio, tecnicamente assai raffinato, di immagini, tecnicamente assai raffinate, di una non vicenda di uno stronzo straricco di Hollywood, che è stordito dal disagio esistenziale e sembra uscire da una serie di spot girati per la fashion week, in set naturali pazzeschi, che già si erano visti nella parte finale di “Tree of life”, e in set per nulla pazzeschi, che sono la versione aumentata di piazza Gae Aulenti a Milano e l’emulazione fallita del minimalismo futuristico di “Gattaca”. Continue reading

L’orrendo Mondo Maschio Italiano

Desidero dire qualcosa sul mio presente italiano. Anzi, non desidererei dire nulla. In generale non desidero più dire, vorrei soltanto stare in esperienze emotive e conoscitive, quindi anche artistiche, lavorando a scritture che poi, eventualmente, possono interessare a qualcuno. Però parlare, intervenire, foss’anche su social, in questo periodo, davvero, no: non lo desidererei. Tuttavia deve essere vero che questo presente esercita una dipendenza su di me, come qualunque presente che ho vissuto, quindi, anche se non desidero scrivere di cronaca, cioè di politica, poi non ci riesco e scrivo. Adesso, per esempio, proprio avverto una necessità, che col desiderio non ha nulla a che vedere, di scrivere una cosa sulle donne in questo Paese di merda. Vorrei fare un ragionamento su Patrizia Bedori, candidata sindaco per il M5S, che questo pomeriggio ha ritirato la sua candidatura, dopo pressioni continue, durate mesi, da parte dello staff di Casaleggio e quella brutta roba che è il movimento in cui Bedori milita. Il movimento in cui Bedori milita è orrendo al pari di qualunque altra aggregazione o congrega italiana. E’ il fatto che accade in Italia a dettare la cifra genetica dell’orrore. Continue reading