August 22, 2014 at 11:33PM


Cronache di via Salasco. L’enorme signorona settantenne Giannona urla: “Adesso mi operano e voglio vedere la carne in più, se ci fanno le bistecche”. Lo dice all’enorme signorona Tecla che stamattina si è vista davanti alla Asl di via Ripamonti, ovviamente chiusa, e sembrava un immane prosciutto di San Daniele: un prosciutto di San Daniele *deluso*. La Giannona è stata in Riviera, ma dalle urla non si capisce se quella ligure o romagnola, fatto sta che lì c’era il “mercatino rionale lungospiaggia” (?) dove ha trovato dei cuscini nuovi con la garanzia e tutto, nella plastica nuovi, li ha pagati 7 euro, ma le hanno fatto lo sconto e costavano 1 euro. La Tecla avanza sul ballatoio come un’abnorme lumaca con la nipotina treene Gessica e le dice che se cade dalle scale si fracassa “i malleoli nella faccia”. Alle 22.58, nella via Ripamonti deserta, una coppia ha i bollori, sbandano, quasi sfondano la saracenisca dello speziale pakistano, lei abbassa a lui la cerniera, incredibilmente gli fa una pompa, lui viene in 1 minuto netto: sono Danny lo Spacciatore Egiziano (61 anni) e la sua tipa (19 anni). Rientrando, la Giannona e la Tecla sono sul ballatoio che comunicano urlando, con questi potentissimi ultrasuoni che sentiamo io e i cani. La Giannona ha caldo e sembra evidentemente trasudare cassoela allo stato naturale. Tecla dà la sua versione del food serale: una ricetta in cui si comprende che sono finiti del “lardo ma non di Colonnata”, della marmellata e certi misteriosi “fichi d’India salati”, al che la Giannona enuncia l’incontrovertibile verità scientifica che “i fichi d’India non ti fanno cagare, ti stringono” quelle che Giannona definisce (letterale) “le intestina”, in una funambolica endiadi tra “interiora” e “intestini”. Non paga, la Tecla ribatte che “questi non sono fichi d’India normali, sono salati” e la Giannona esclama dandole ragione: “Ah!”. L’ucraina del ristorante ama i Coldplay rifatti da Avicii e urla che “così non si va avanti”, mentre inesplicabilmente il capocantiere Roberto è ancora per strada alle 23, vestito coi suoi soliti jeans violetti e la camicia Oxford, abbronzatissimo, non si capisce come possa essere capocantiere, tranne che per il fatto che il cantiere funziona ancora: stanno ristrutturando l’appartamento che corrisponde al mio nel condominio vicino. E’ tornato dal Salvador il potente custode Juanito, che dispone di un’autovettura SUV bianca coi vetri fumé. I guardiani notturni urlano nel parcheggio su cui dà la mia finestra, dicono “lo sai come vanno le cose nei garage” e si dicono “sì” tra loro. Il proprietario del bar Picchio di Ripamonti ha domandato nel pomeriggio “cosa sostituisce l’idea di valore economico quando il lavoro non ha valore” ed è giunto alla conclusione che “la fantascienza aveva ragione e questo è un danno, perché non disponiamo più di fantascienza”, ponendosi la questione “quale sogno sognano oggi le persone?”, proprompendo in una risata eccessiva, catarrale e grassa. Uno ha parcheggiato un furgone con le frecce sui binari del 24 e ha sollevato un’ondata di indignazione popolare tra i quindici astanti che popolano il tratto di strada. Al bar Picchio erano entusiasti che il Corriere ha pubblicato una narrazione di Philopat, che è cliente del locale. Il Tunisino si è molto annoiato ierinotte, vedendo “lo Spalato”, formazione contro cui giocava il Torino: lui guardava non il Torino, ma lo Spalato. Il bar Picchio ha montato due televisori per trasmettere “Premium e Sky di calcio”, ma c’è preoccupazione per il posizionamento degli schermi in alto, “viene la cifosi” a guardare le partite. Dudù è tornato in galera, dopo avere scontato 23 anni ed essere stato fuori poco più di un anno dopo “il fine pena”. Nico non parte. Ora, mentre scrivo, la Giannona ha fatto cadere la stampella medica in cortile e solo io ho la chiave “prendimela, Genna!” ha urlato e sono tornato a scrivere mentre sta tornando indietro dalla Tecla che sta vedendo (giuro) “le vuaccaesse di Stranamore” e la Giannona ha detto: “Ma non era mica morto Castagna?”.
Questa, la giornata. Ecco, ora sapete tutto.

da Facebook http://on.fb.me/1ttwkcP

August 22, 2014 at 11:28PM

Cronache di via Salasco. L’enorme signorona settantenne Giannona urla: “Adesso mi operano e voglio vedere la carne in più, se ci fanno le bistecche”. Lo dice all’enorme signorona Tecla che stamattina si è vista davanti alla Asl di via Ripamonti, ovviamente chiusa, e sembrava un immane prosciutto di San Daniele: un prosciutto di San Daniele *deluso*. La Giannona è stata in Riviera, ma dalle urla non si capisce se quella ligure o romagnola, fatto sta che lì c’era il “mercatino rionale lungospiaggia” (?) dove ha trovato dei cuscini nuovi con la garanzia e tutto, nella plastica nuovi, li ha pagati 7 euro, ma le hanno fatto lo sconto e costavano 1 euro. La Tecla avanza sul ballatoio come un’abnorme lumaca con la nipotina treene Gessica e le dice che se cade dalle scale si fracassa “i malleoli nella faccia”. Alle 22.58, nella via Ripamonti deserta, una coppia ha i bollori, sbandano, quasi sfondano la saracenisca dello speziale pakistano, lei abbassa a lui la cerniera, incredibilmente gli fa una pompa, lui viene in 1 minuto netto: sono Danny lo Spacciatore Egiziano (61 anni) e la sua tipa (19 anni). Rientrando, la Giannona e la Tecla sono sul ballatoio che comunicano urlando, con questi potentissimi ultrasuoni che sentiamo io e i cani. La Giannona ha caldo e sembra evidentemente trasudare cassoela allo stato naturale. Tecla dà la sua versione del food serale: una ricetta in cui si comprende che sono finiti del “lardo ma non di Colonnata”, della marmellata e certi misteriosi “fichi d’India salati”, al che la Giannona enuncia l’incontrovertibile verità scientifica che “i fichi d’India non ti fanno cagare, ti stringono” quelle che Giannona definisce (letterale) “le intestina”, in una funambolica endiadi tra “interiora” e “intestini”. Non paga, la Tecla ribatte che “questi non sono fichi d’India normali, sono salati” e la Giannona esclama dandole ragione: “Ah!”. L’ucraina del ristorante ama i Coldplay rifatti da Avicii e urla che “così non si va avanti”, mentre inesplicabilmente il capocantiere Roberto è ancora per strada alle 23, vestito coi suoi soliti jeans violetti e la camicia Oxford, abbronzatissimo, non si capisce come possa essere capocantiere, tranne che per il fatto che il cantiere funziona ancora: stanno ristrutturando l’appartamento che corrisponde al mio nel condominio vicino. E’ tornato dal Salvador il potente custode Juanito, che dispone di un’autovettura SUV bianca coi vetri fumé. I guardiani notturni urlano nel parcheggio su cui dà la mia finestra, dicono “lo sai come vanno le cose nei garage” e si dicono “sì” tra loro. Il proprietario del bar Picchio di Ripamonti ha domandato nel pomeriggio “cosa sostituisce l’idea di valore economico quando il lavoro non ha valore” ed è giunto alla conclusione che “la fantascienza aveva ragione e questo è un danno, perché non disponiamo più di fantascienza”, ponendosi la questione “quale sogno sognano oggi le persone?”, proprompendo in una risata eccessiva, catarrale e grassa. Uno ha parcheggiato un furgone con le frecce sui binari del 24 e ha sollevato un’ondata di indignazione popolare tra i quindici astanti che popolano il tratto di strada. Al bar Picchio erano entusiasti che il Corriere ha pubblicato una narrazione di Philopat, che è cliente del locale. Il Tunisino si è molto annoiato ierinotte, vedendo “lo Spalato”, formazione contro cui giocava il Torino: lui guardava non il Torino, ma lo Spalato. Il bar Picchio ha montato due televisori per trasmettere “Premium e Sky di calcio”, ma c’è preoccupazione per il posizionamento degli schermi in alto, “viene la cifosi” a guardare le partite. Dudù è tornato in galera, dopo avere scontato 23 anni ed essere stato fuori poco più di un anno dopo “il fine pena”. Nico non parte. Ora, mentre scrivo, la Giannona ha fatto cadere la stampella medica in cortile e solo io ho la chiave “prendimela, Genna!” ha urlato e sono tornato a scrivere mentre sta tornando indietro dalla Tecla che sta vedendo (giuro) “le vuaccaesse di Stranamore” e la Giannona ha detto: “Ma non era mica morto Castagna?”.
Questa, la giornata. Ecco, ora sapete tutto.

August 21, 2014 at 08:32PM

Lo #IceBucketChallenge fa cagare, è una pratica da alienati decerebrati, è l’eredità del berlusconismo al mondo e ha rotto massimamente il cazzo. Complimenti ai giornalisti italiani tutti che ci informano in merito, sopprimendo spazio per eventuali informazioni relative a Gaza, Sudan, Nigeria, Siria, Libia, Ucraina, Turchia, oltreché Ebola, omicidi razzisti in Missouri, situazione argentina e messicana, et coetera.

Spietati.it – Speciali Dettaglio

I film del 2013-2014 secondo me, sulla splendida rivista cinematografica on line ‘gli Spietati’ (http://bit.ly/XCU6bq), che ha chiesto a critici, registi, artisti e intellettuali i loro preferiti della stagione (tnx to Cecilia Ermini \u003C3 )

“Camille Claudel 1915″ – Bruno Dumont
Era impossibile per quell’immenso artista che è Bruno Dumont andare oltre “Hors Satan”? Forse, se per andare oltre egli acquisisce a soggetto la tragedia di Camille Claudel, inchiavardandola in un periodo assoluto, un anno universale, una guida per l’occhio e l’anima nostri e di Juliette Binoche. Uno dei capolavori autentici di questo decennio.

“Ida” – Paweł Pawlikowski
Paweł Pawlikowski sulla scia del Bresson de “L’argent”: sospensioni, salti, psicologismi portati così radicalmente a espressione da spezzare il dominio della psicologia e diventare emblemi muti ma significanti. Una fotografia da culto. Fare spazio tra le cose umane per mostrare i limiti della trascendenza, la storica e l’ideologica e la spirituale.

“The Wolf of Wall Street” – Martin Scorsese
La storia come hugolismo, l’ambiguità eletta a sistema visionario, la schizofrenia che determina la vita del termitaio umano, tra oro e atrabile. Stroncature dai moralisti? Sono il minimo che deve attendersi Martin Scorsese, se manipola la gromma facciale di Leonardo Di Caprio nell’omerismo dei tempi ultimi.

“The Counselor” – Ridley Scott
Rarefazione continua, spostamento di storia, di emotività, di visione. Cameron Diaz nella sua migliore interpretazione. Brad Pitt mitologico. Javier Bardem incasellato in una sagoma arlecchinesca giganteggia. Cormac McCarthy regala un incubo bianco, Ridley Scott lo invera, Michael Fassbender lo incarna.

“Prisoners” – Denis Villeneuve
Con tutte le ingenuità del caso, la sapienza narrativa di Aaron Guzikowski, uno che tiene testa a Nic Pizzolatto, è al servizio dell’occhio discreto e freddo di Denis Villeneuve, il quale sovverte qualunque genere a cui guardi (thriller, noir, drammatico, famigliare), grazie a Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal.

“The Congress” – Ari Folman
A cinque anni da “Valzer” con Bashir colpisce il genio maturo di Ari Folman, che dà corpo a visioni e visuali tanto in animazione quanto a camera fissa. Poeticissima saga delle molteplici personalità di una Robin Wright eletta a emblema umano. Sociologia metafisica, di alto livello.

“The Canyons” – Paul Schrader
Nel tempo in cui non frega nulla dei metalivelli, Hollywood racconta Hollywood raccontando tutto il cinema, l’esistenza 2.0, la gratuità del male, l’esistenzialismo rinnovato. Tragedia antishakesperiana che il supremo Paul Schrader tempesta di visioni di cinema abbandonati, à la Benjamin.

“Zulu” – Jérôme Salle
Se Jean Patrick Manchette fosse stato sudafricano, forse ci avrebbe regalato questo lavoro di Jérôme Salle, tesissimo, in cui il tema sociale importa zero, poiché la luce di Città del Capo frana addosso e tutto va a risolversi in un epico e gelido inseguimento nel deserto namibiano. Forest Whitaker, invecchiato e smagrito, è alle stelle.

“Dirty Wars” – Richard Rowley
Un’investigazione nell’oscurità militare: corpi scelti dietro corpi scelti, non scelti da nessuno di noi, impongono l’impero americano come produttore di male d’élite su larga scala. Un Sono Un Santo documentario cruento, affilato, che sconvolge. Jeremy Scahil penetra nella cute dei poteri globali.

“Edge of Tomorrow” – Doug Liman
Grazie al cielo è possibile accelerare la ricursione come se fosse una centifruga, pur di distruggere il dominio imperiale della narrazione leggibile e accettabile, e lo si può fare rimanendo in pieno mainstream, anche grazie alla maturazione interpretativa di Tom Cruise, il che è già un piccolo miracolo.
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August 21, 2014 at 12:19PM


Non sto a dire il perché o il percome, fatto sta che ho scritto un monologo per Vanessa Redgrave, che si è messa a studiarselo. Non mi frega niente se Ella lo farà o meno, se verrà fuori quello per cui ho scritto questa cosa, la quale finirà diritta diritta nel libro cupo e atro che segue “La vita umana sul pianeta Terra” (il pinterest è qui: http://bit.ly/RbHchj) e intorno a cui sto facendomi suggestionare da immagini e prose che si trovano qui: http://on.fb.me/1jN6PBV. Ecco comunque il monologo per la Redgrave, si intitola “Allocuzione della dea delle donne alle donne riunite in assemblea universale”:

Sia detto di sfuggita, la meditazione disumana non ha limiti. E’ una religione diretta.
Sono sempre turbata dall’avvenire dei bambini, delle sorelle. Mi si chiede perché non ho mai figliato: ma se tutte voi siete le mie figlie? Sono scesa nella cantina del vostro mondo per giudicarvi, una per una. Sorelle, figlie. Qualcosa del genere.
Ascoltate. Solo per sbaglio la femmina è madre.
Chi è madre ha un figlio, il furto; e una figlia, la fame.
Tutti gli astri nel mio utero non fanno un grammo della felicità che c’è in voi tutte.
Siete smemorate.
E’ un peccato che per essere felici ci voglia della felicità.

Proprio per questo mi sono degnata di scendere quei gradini lerci, umidi di urina di topo e di colostro, quei gradini che portavano qui da voi. Prendere una forma mi fa schifo. Voi mi fate schifo. Non voglio nemmeno accennare a quell’altra metà, il maschio: è ombroso e selvatico, e sa di cantina. Voi genere umano siete orrende. Con questi fili dei capelli e i depositi di grasso. Siete degli angeli e mi siete carissime.
Quanto abbiamo dovuto sopportare, tutte? Questo orrendo canale che è il parto. Queste acque. Queste doglie. Sempre a ficcare i grani del sale nella terra. Ad arare. A girare la ruota di legno delle stagioni e degli astri. Sappiamo benissimo cosa si rapprende negli sguardi jugoslavi di una vecchia madre.
I miei territori sono minacciosi. Le mie febbri sono precise.
Non ho restituito nulla, in cambio di un po’ di spazio e di un po’ di tempo. Vi sembra di avere respirato la storia intera attraverso la pelle. Quaggiù le distanze assorbono ogni particolare del paesaggio umano: peli, capelli, genomi apposti su un cadavere di ragazzina. L’altra metà della terra concepisce l’amore in forma di servaggio, lacerazione, strangolamento. E’ un omicidio continuo il sorriso dei maschi. Continuo a vedere quelle parole. Fiamma, spazio, immobilità, distanza. Vi siete trasformate in stati mentali che riesco quasi a visualizzare. Non so cosa significhi esattamente. Continuo a vedere figure in isolamento, osservo dimensioni fisiche del passato racchiuse all’interno delle emozioni che scaturiscono da parole, emozioni che si fanno più profonde col tempo. Questa è l’altra parola: tempo. Lo spazio non vi basta: questa geografia disossata e immobile… Vi serve il cinematografo. Tutte le vostre azioni tendono al cinematografo. Le vostre docce di gas si sistemano in una sala semibuia, cinematografica. Lì agite: madri, sorelle, figlie. Lì recitate.
Voi comprenderete che io stessa sto recitando: ma non per voi!; per me stessa.
Quando muore una madre, una sorella, una figlia il lutto è pesante e va tenuto nell’oscurità.
La vecchiaia è in qualche modo una malattia. Il canto della vita modesta è questo.
Vi odio, profondamente. Siete umane. Tenetemi nascoste le ragioni di ogni lutto.
Sono stanca che la luna troieggi con il sole tutto il tempo. Questo spicchio degli universi è intollerabile.
Me ne posso andare con un ammonimento: mentite alle madri, mentite alle sorelle, alla memoria delle sorelle. Mentite alle figlie.
Sciolgo fin da ora questi stati generali delle donne riunite in assemblea.
Ogni cosa è vapore. Io sono l’acqua.
Già mi scivolate via dalle mani…

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August 20, 2014 at 11:29AM


Non sono un critico, però mi chiedo: cosa può fare uno scrittore, più di quanto ha fatto Victor Hugo? Può fare quanto ha fatto Victor Hugo, cioè andare ben oltre la letteratura. Mi chiedo se Hugo non stia addirittura sopra Shakespeare, di cui ha scritto in quel saggio che inizia così: “Esistono uomini oceano”. Il canone di Harold Bloom mi è sempre sembrato un trafiletto delle “Spigolature” sulla “Settimana enigmistica”. Se proprio si deve stare a questo giochino dei buzzfeed letterari, Victor Hugo sta sopra Shakespeare e sotto Dante. In termini un poco più complessi, mi interrogo sullo sviscerato amore che la cosiddetta modernità e i cosiddetti modernisti hanno nutrito per la follia Baudelaire, sintagma hugoliano. E per il postmodernismo? Hugo fonda e sfonda queste miserevoli etichette buone per un Luperino o per un Arbasini. L’esperienza cosmica, a cui la letteratura fionda, si disegna per un percorso che, con eccentrico disinteresse per le estetiche-estetiche, si fa attraverso Dante come attraverso Kafka. Tuttavia lo hugoliano è più, mi pare, dello shakespereano, esattamente come il dantesco è più del petrarchesco. La teologia taoista di Hugo è una metafisica possente quanto sospesa tra il sì e il no: purgatoriale, deliziosa, evaporabile, così come si deve annoverare, tra le catene dei monti e i calanchi furiosi con cui si corrugano la terra e i suoi metalli, anche il fatto sublime, il delicatissimo, cioè che “la musica è il vapore della poesia”: è una verità, in quanto percorribile. Un perno in ogni frase, a stremare la mente, afflitta dai dualismi, impegnata nei coacervi, rotta a ogni patologia. Un tintinnio artificioso e vagamente inquietante, o inquietantemente vago. Una prosa del mondo, quanto dell’immondo. Ovunque, morte: la quale è una fase di effervescenza della vita. La disgregazione, questa idra del vuoto, fa purulenza della materia cotta, con una putrefazione che è effervescenza. Parimenti l’amore, cui persino il dio tende, è una potenza malvagia; però è molto bello, anzi è tutto. Il pianeta teenager ciuccia la tettarella dagli astri bui che si nascondono a distanze eccessive, con tranquillità, tanto tutto è luce. E così, stando su una barricata parigina in pieno centro, proclamando la repubblica durante un pomeriggio qualsiasi, assediato dall’esercito il bastione cattedrale, uno studentello vede un gatto e ne trasse un po’ di filosofia: «Cos’è il gatto?» esclamava. «È un correttivo. Il buon Dio, avendo fatto il topo, disse: ‘To’! Ho fatto una sciocchezza!’ E creò il gatto, che è l’errata-corrige del topo. Il topo, più il gatto, è la bozza riveduta e corretta della creazione»… Così parla il folle, l’invasato, l’anarchico, cioè il ragioniere metafisico. E sprofondando fino al termine della notte linguistica, a che si arriva? E’ presto detto: alla sagomina di Walser, al’omìno di Kafka, alla sua America, al suo Teatro Naturale di Oklahama. Così andarono le cose ai tempi nostri che, anzitutto, furono i tempi di certi altri: non di tutti, soltanto di certi. Il tempo è un sonno postprandiale di Victor Hugo, debellato dall’incubo notturno di Victor Hugo. Qualcuno osserva entrambi gli onirismi e li trova confusi: per questo si inventò il niente, questo complemento indispensabile alla letteratura e alla veglia. Posso superarlo? No: sono pronto a non farlo, mi sono preparato bene per quest’opera, tutti questi anni, guarda come mi sono acconciato per questo mondo, niente è più patetico dell’arlecchino in stracci.

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Roberto Cavalli Vodka

Io e Marco Magurno siamo convinti che non c’è Renzi o Cantone che tengano, non esiste la Mogherini che diventa misteriosa Mrs PESC, nemmeno Montezemolo o statua di tale scenografo Ferretti identica all’Arcimboldo dell’Expo 2015: solo questo può presentare/rappresentare l’Italia all’estero, scusate se ripropongo, non riesco a staccarmene, abbisognavo la vacanza!
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