Giuseppe Genna: bio&biblio
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Una cosa divertente che non farò mai più
Con il geniale titolo "Topolino, me la dice una cosa su Minnie?", Vanity Fair, nel numero attualmente in edicola, ha...
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Canenero dei Subsonica (ispirata al Dies Irae) vince il premio Amnesty!
Può uno scrittore essere felice? Restringo il campo: posso io in quanto scrittore essere felice? Difficilmente. Ma oggi sono felicissimo....
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Walter Siti: Il contagio
Questa recensione è apparsa nel numero di Vanity Fair attualmente in edicola. Si tratta di un contributo assolutamente insufficiente rispetto...
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Il best off 2008 di minimum fax: TU SEI LEI
Con colpevole ritardo, a causa del lungo strascico di discussioni e interventi intorno al romanzo Hitler, mi occupo dell'antologia Tu...
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Congedo di un lettore devastato e vile
Sul numero 49 della rivista Atelier, che inaugura il suo tredicesimo anno di vita, il codirettore Marco Merlin, poeta (sotto...
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Conversazione con Lucio Angelini sul romanzo Hitler
Lucio Angelini, eccelso autore per ragazzi e irriverente commentatore sul suo blog "Cazzeggi letterari", ha costruito una parodia ragionata sul...
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Alain Elkann intervista il Miserabile sul romanzo Hitler
Mi si è avverato un sogno: da questo momento, posso morire felice. Sono stato infatti convocato da Alain Elkann, per...
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Dal romanzo Hitler: il brano letto a Roma
Devo ringraziare per l'ospitalità e l'eccezionale lavoro svolto da minimum fax per l'unica presentazione che è stata fatta (e non...
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Il romanzo Hitler ancora su "Bottega di Lettura": la critica di Giorgio Fontana
Giorgio Fontana ha pubblicato il terzo intervento su Hitler che appare su Bottega di Lettura. Nel suo blog si lamenta...
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Settimana di fuoco - Il Miserabile a Roma per presentare "Tu sei lei" e "Hitler". Venerdì, alle "Invasioni Barbariche". Poi in Germania per il Misterioso Reportage.
E' una settimana di fuoco per il sottoscritto che, superando la paralisi parkinsoniana indotta dal colpo della strega e un'otite...
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I Balordi sul romanzo Hitler
Il blog 2B, ovvero Due Balordi (ma in realtà sono tre), è una delle realtà più acute, irriverenti, esilaranti della...
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J.P Rossano sul romanzo Hitler
J.P. Rossano è autore di un thriller che mi è stato consigliato e che non ho ancora avuto il tempo...
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Bencistà: la scena del postmortem nel romanzo Hitler
Devo ringraziare Giacomo Bencistà, già autore di un'accuratissima lettura che mette in connessione il romanzo Hitler a Dies Irae su...
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Il Maestro di Haziel: sul romanzo Hitler
Dopo un periodo di infinita sintomatologia virale, dopo il crash del pc, sopo la gomma bucata allo scooter e la...
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Demetrio Paolin su Bottega di lettura: totale intercettazione del romanzo Hitler
Dopo lo stravolgente pezzo di Paolo Cacciolati apparso su Bottega di lettura (al momento, la realtà più prestigiosa, acuta e...
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Il romanzo Hitler sul "Corriere Adriatico"
Devo ringraziare il Corriere Adriatico e in particolare Alessandro Moscè per l'attenzione e lo spazio, oltre che la capacità di...
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Con Hitler, insorge postumo e attuale il Dies Irae
Cosa sta succedendo? Sia sul piano privato sia sul piano pubblico sta accadendo che, al pari delle acque smosse dal...
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Il romanzo Hitler su "Musicaos"
Riporto un lungo e articolato intervento sul romanzo Hitler, a firma di Luciano Pagano, apparso sulla rivista elettronica di letteratura...
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Il Corriere della sera: sul romanzo storico
Il Corriere della Sera riporta oggi un dibattito a più voci, relativo a un convegno che verte sul romanzo storico,...
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Sull'Avvenire, l'inutile dialogo col critico Bonura
Sulle pagine culturali di Avvenire, il 22 febbraio, è apparso un elzeviro a cura di Giuseppe Bonura, che per la...
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Piperno-Mendelsohn: un dialogo a cui avrei voluto partecipare
A tutta pagina, oggi, in prima di cultura del Corriere della Sera, un lungo, interessantissimo (direi: fondamentale) dialogo tra Alessandro...
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Salvatore Agresta: il romanzo Hitler e la "materia oscura"
Pubblico un'osservazione fondamentale che via mail mi ha inviato Salvatore Agresta, psicoterapeuta residente a Teramo, che mi ha fornito riflessioni...
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Su fReAkS: messa in discussione della non-persona nel romanzo Hitler
Riporto il post che il blog fReAkS ha dedicato al romanzo Hitler. Lo riporto perché, oltre ai complimenti di cui...
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Su aNobii: arco voltaico tra Hitler e Dies irae
aNobii è la più estesa comunità mondiale interessata alla lettura e una delle realtà più strutturate e utili del cosiddetto...
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Il romanzo Hitler a RadioUno
Ieri sono stato ospitato sulle frequenze di RadioUno, nel corso della puntata di uno dei più bei programmi radiofonici emessi...
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Da mercoledì a Milano: OFFICINA ITALIA
L'anno scorso era sembrato un miracolo: centinaia di persone stipate nello splendido spazio della Palazzina Liberty, a Milano. Non la si vedeva così strapiena dai tempi in cui Fo, occupatala, ci recitava Mistero Buffo o invitava John Cage e gli Area di Demetrio Stratos. Molto più difficile riempirla oggi, facendo leggere inediti da scrittori, in una città che - fatta eccezione per il festival Milanesiana voluto e artisticamente diretto da Elisabetta Sgarbi - della cultura ormai sembra strafottersene ampiamente. Il miracolo lo avevano compiuto Antonio Scurati e Alessandro Bertante, riuscendo a coagulare fondi e sponsor per un'impresa disperante, riuscitissima e coinvolgente. Il duo ha ripetuto il miracolo: da mercoledì 14 a venerdì 16, sempre alle 21.00, alla Palazzina Liberty di Largo dei Marinai va in scena la seconda edizione di Officina Italia, con un programma straordinario di narratori che presentano inediti, da Walter Siti a Sandro Veronesi, da Paolo Giordano a Valeria Parrella, da Sebastiano Vassalli a Michele Mari.
Lunedì 12 Maggio 2008
Stella del mattino: romanzo beyond-gender di Wu Ming 4
di MONICA MAZZITELLI
Dopo la pubblicazione di un brano di Stella del mattino, l'iper-romanzo di Wu Ming 4 edito da Einaudi Stile Libero (qui acquistabile con risparmio di 5 euro), e prima di una articolata intervista all'autore, pubblico un'intensa recensione di Monica Mazzitelli al libro, che consiglio di leggere in integrazione alle riflessioni dedicate a Stella del mattino nell'intervento "Poiesis in origine indica il fare" di R.S. Blackswift, pubblicato su Carmilla.
Ho letto questo romanzo in 24 ore, sapendo che non avrei dovuto; che avrei fatto meglio a rallentare, tornare indietro a certi passaggi, lasciar scendere alcuni dialoghi, ripensare alla Storia e le metafore del presente, le scatole cinesi geopolitiche stratificate che avrebbero entusiasmato Sbancor. Ma non ci sono riuscita. Avevo urgenza di restare nel flusso, di correre con i personaggi nella loro stessa smania.
Stella del mattino è un romanzo sentimentale* che mette una pietra tombale sopra le distinzioni di genere, nel senso che è “beyond-gender”: smette di porsi il problema. Una narrazione con profondità e sensibilità femminile che descrive atti virilmente maschili messi a fuoco su protagonisti spesso omosessuali. Di più, protagonisti per i quali la preferenza sessuale è subordinata alla scelta consapevole di un legame omeo-patico [“sofferenza tra simili”], che porta la sessualità sullo sfondo e finalmente la devolgarizza, le toglie freudiana coazione. Il fulcro di Stella del mattino è il valore dell’amicizia, del cameratismo in senso letterale. Poesia degli affetti che restano incontaminati anche nella puzza marcia delle trincee, e perfino nel tradimento. Grandi tradimenti generati da grandi amori.
E poi: un romanzo dalla tonalità dolente, invernale. Anche nel cieli più assolati restano presagi di pioggia, di freddo, di bagnato e di ghiaccio che entra in tutte le fessure e le dilata spaccando, fa di tutto polvere riarsa. Deserto nitido che cerca purezza dell’anima in grandi solitudini. Che sia lo spazio di un prato di erba fangosa di Oxford o il Grande Nefudh non cambia molto, resta comunque il senso di sbigottimento nell’incontrare se stessi nell’assenza di distrazioni e non osare guardarsi negli occhi. Per questo servono gli amici: per il coraggio di alzare lo sguardo sullo specchio. E quindi prendere atto di ciò che si è, capire che il destino è “ciò che va fatto” perché è scritto in come scegliamo di leggere le nostre stelle. Accettare di avere atti da compiere per portarci a termine, spendere il nostro talento. Di nuovo gli spettri di Manituana che indicano la strada a un Tolkien macbethiano, che potrà tornare a dormire solo se capirà che è lui stesso che uccide il suo sonno. La scrittura come terapia ma anche, comme d’habitude, come mitopoiesi.
Leggevo Stella del mattino e rileggevo Tolkien, trent’anni dopo: la magia di Gandalf, la Compagnia, Gollum e l’Unico Anello... decine di riferimenti nascosti e spiegati tra le righe che chissà come ricordo ancora, la Trilogia che fa da trama all’ordito di Stella del mattino, e con lei anche il Beowulf e le saghe nordiche che ho letto vent’anni fa, prima di vivere qualche anno a Stoccolma dove ho capito/trovato vertigini da buio nordico e quelle giornate senza sole che imbibiscono Stella del mattino/Il signore degli anelli di cupezza di morte, di ghiaccio contaminato dall’avvicinarsi verso la fornace vulcanica del Male, la guerra che si alimenta di morte e dolore. E del sangue che sgorga a fiotti e bagna le trincee, la terra, il fango, la sabbia, l’asfalto di Piazza Alimonda. Sempre lo stesso sangue, sempre la stessa assenza di senso.
Ma poi c’è sempre lo sforzo, la vis wuminghiana di orientare tutto questo alla speranza, il tentativo della rinascita, la stella del mattino che ogni giorno risorge e indica al via. Non poteva mancare, ma non è ciò che resta di questa lettura, non diciamoci cazzate. Quello che resta è la malinconia del dolore che non si può cancellare ma solo sopravvivere, anche se con rabbia. L’amicizia e l’amore come unico antidoto per non impazzire dentro se stessi. E le storie, che sono l’unica cosa immortale come la Terra.
* Nonostante Liala
Sabato 10 Maggio 2008
Ricordo di Luigi Malerba
E' morto nella notte a Roma, Luigi Malerba, scrittore, giornalista e sceneggiatore. Il suo vero nome era Luigi Bonardi, nato a Berceto, Parma, nel 1927. Dall'appartenenza al Gruppo 63 sviluppo' una vena espressiva surreale in opere come la raccolta di racconti La scoperta dell'alfabeto (1963) e i romanzi Il serpente (1966) e Salto mortale (1968, Prix Me'dicis 1970).
Al centro della ricerca di Malerba la scrittura e la confusione del mondo, la sua incomprensibilità, il gioco infinito di coincidenze della vita quotidiana, cui si tenta inutilmente di dare comunque una spiegazione, il tutto espresso comunque con ironia pungente e amore del paradosso in una serie di romanzi che vanno dalle prove più sperimentali sino a quelli di una più risolta narratività: da 'Il serpente' e 'Salto mortale', che grazie al Prix Medicis nel 1968 gli dette fama anche all'estero, sino a 'Fuoco greco', 'La superficie di Eliane' o 'Fantasmi romani' del 2006, passando per una raccolta di saggi dal titolo esemplare 'Che vergogna scrivere'.
Venerdì 9 Maggio 2008
Wu Ming 4: da Stella del mattino
E' appena uscito in libreria il primo romanzo "solista" di Wu Ming 4 (qui il blog ufficiale), Stella del mattino, edito in Stile Libero Big di Einaudi (€ 16,80; a prezzo ribassato di 3,36 euro si può acquistare qui; invece qui si risparmiano 5 euro). Sto portandone a termine la lettura e posso già affermare che si tratta di una delle narrazioni super-storiche più importanti degli ultimi anni (in linea precisa con la poetica del New Italian Epic fenomenologizzata da un altro membro del collettivo bolognese, WM1). L'apparentemente principale perno della vicenda è T.E. Lawrence, meglio noto come Lawrence d'Arabia. Tutto si svolge a Oxford, ma non si svolge a Oxford, poiché nella prestigiosa sede oxoniense si incrociano i destini del primo Divo mutuato dalla realtà in epoca spettacolare e le esistenze di alcuni particolari reduci della Prima guerra mondiale: Tolkien, Graves e Lewis - ed è nello sguardo e nella mente di questi fab four che l'iper-romanzo di WM4 prende vita e travolge. Oltre a questi personaggi centrali, partecipa alla narrazione un teatro umano e fantasmatico di impressionante estensione e levatura. Le menti vacillanti e coriacee, geniali e creative dei protagonisti di questa saga, che meriterebbe un ciclo, determinano un intrico di visioni realistiche e intime, spettrali ed esotiche, anticipatorie e ucroniche, come se si stesse nella strozzatura di una clessidra, avendo indifferentemente alle spalle o davanti agli omeri i coni enormi del passato e del futuro. E, da quella strozzatura, è come se si passasse a ritmi precisi e spiazzanti dalla storia al mito, dalla realtà al sogno, dal presente al ricordo, dall'icona alla profezia. Un romanzo pluriallegorico, laddove il teatro mentale, certamente psicologico ma anche più che psicologico , permette a Wu Ming 4 di innestare una dentro l'altra vie di fuga che conducono all'attualità, all'epifania, all'archetipo, alla meditazione sulla narrazione. E' una narrazione magica che mette al centro la magia della narrazione: questo è, tra le molte cose, un oggetto narrativo che parla della potenza delle parole, mascherandola sotto ogni specie: riflettendo sulla guerra, sull'ambiguità degli istinti, sulla cronaca, sul complotto agito e rigettato, sull'amore, sull'emancipazione, sui mutamenti dell'era tecnologica. E' una narrazione aperta che assomma su di sé una massa di saperi prodigiosa per allusioni e rimandi. Ed è pienamente e godibilmente leggibile (lo dice uno che non sa nulla , ma proprio nulla, di Lawrence D'Arabia e di quel frangente): leggendo Stella del mattino ci si incanta in forza di quel magnetismo che impedisce di smettere e che fa correre a casa con la voglia di riprendere in mano il libro per vedere cosa questa "avventura totale" riserva.
Pubblico qui una scena chiave, che peraltro sta a inizio di romanzo: l'incontro, in una particolare sala del Museo di Oxford, tra Tolkien, futuro autore del Signore degli anelli, e l'eroe brit della rivolta araba.
Vorrei aprire una conversazione con il collega Wu Ming 4, su questo suo esordio solista: non un'intervista, ma una conversazione a puntate. Stay tuned.
[...]
Ronald
detestava Shakespeare. Trovava incredibile quante occorrenze
gli spettassero, come se avesse voluto usare tutti i vocaboli
possibili. Un vero usurpatore della lingua, vorace e ingordo.
Qualcuno iniziò ad alzarsi e accomiatarsi con sobri cenni
di saluto. Il grigiore delle mansioni contagiava i costumi.
Parlare a bassa voce, muoversi il minimo indispensabile. Ronald
si era adattato.
Uscì dalla vecchia sede del museo, concessa ai compilatori
del Dizionario per portare a termine la grande opera. Broad
Street era ancora sgombra dal via vai di toghe e colletti inamidati
che in capo a un’ora l’avrebbero riempita. La percorse
fino all’angolo e si diresse verso casa. All’incrocio successivo
si fermò a contemplare il nuovo palazzo dell’Ashmolean,
che biancheggiava sul lato di Beaumont Street. La scalinata,
le linee neoclassiche dell’edificio, il frontone sorretto da quattro
colonne ioniche, ogni dettaglio magnificava la gloria di
chi, grazie alla propria fama, aveva convinto l’università a
trasferirvi il museo. Sir Arthur Evans non si sarebbe accontentato
di niente di meno per contenere i ninnoli di re Minosse
che aveva portato alla luce con tanta cura. Archeologi
e classicisti regnavano sovrani nella Nuova Arcadia Oxoniense.
Per loro si costruivano palazzi. I filologi dovevano accontentarsi
degli edifici dismessi.
Giovedì 8 Maggio 2008
Ancora Piperno sul Corriere: su Le Benevole di Littell
Riprendo qui lo splendido articolo di Alessandro Piperno su Littell, apparso quest'oggi nelle pagine culturali del Corriere. Non concordo in nulla su quanto Piperno scrive della questione che è per me il buco nero della rappresentazione ne Le Benevole: cioè l'invenzione di una mimesi per me oscena nel campo di concentramento. Sono certamente convinto, come Piperno, che Le Benevole siano un romanzo con cui e su cui confrontarsi. Non sono convinto della critica iperbolica che ne fa Alessandro: l'ambizione esplicita dell'autore amerigo-francese è proprio quello di fare un romanzo "assoluto" (per usare una delle tre scomode parole impiegate dal mio amico Piperno), ma proprio per questo il risultato va valutato in due sensi. Il primo dei quali (ed è il meno impegnativo) è se Littell sappia narrare fino in fondo, ponendosi tale ambizione: la mia risposta (ma è solamente mia) è negativa, il libro non regge nella seconda metà e crolla nel finale, e solo parzialmente è embricato nel mondo che Piperno convoca quale materia unica della letteratura. Il secondo punto riguarda l'assoluta confusione che Piperno (ma la fa Littell a monte) stende tra due aggettivi, "religioso" e "metafisico". Poiché si è qui e ora perduta la percezione dell'elemento metafisico, si scade a quello religioso, che è estetizzabile. "Metafisico" non significa nemmeno "oscuro" o "mistico" (questa incredibile miscomprensione che dobbiamo a secoli di cattolicesimo...). Se non si parte dal dato metafisico, è assolutamente incomprensibile la posizione di Lanzmann. Il quale, proprio, non estetizza il dato reale - dice che la letteratura è penultima, che la realtà ha un punto impenetrabile per i linguaggi (e l'apicalità della realtà che sta alle radici di tutto il contemporaneo, come Atene e Gerusalemme stanno alle radici dell'occidente: mi riferisco all'apicalità dei campi di concentramento nazisti). Se l'immaginazione non entrasse in questo conflitto, che né la filosofia né la letteratura e nemmeno la mistica possono risolvere, non esisterebbe "forma". E' dunque, a mio parere contraddittoria la posizione di Littell, e di riflesso quella di Piperno: due assolutisti della letteratura che relativizzano a priori l'elemento unico di ogni assolutezza, cioè quello metafisico. Le Benevole, solo in questo senso, è un libro irresponsabile e dannoso. Ciò non toglie che sia un gran libro. Ma finché non ci si mette d'accordo sulla percezione di ciò che è metafisico (il che, preciso ulteriormente, non significa che non sia mondano e reale), le esplosioni di successo spettacolare evocate da Piperno e non realizzatesi in Italia saranno assai facilmente spiegabili così: Littell colpisce un punto sociologico, e non lo fa con la narrazione, che è essenzialmente condensata nei momenti allucinatori di Max Aue. Il modernismo di Littell, la titanica convocazione della tradizione letteraria per dire che siamo tutti fratelli (l'incipit è di Villon: Littell lo usa), porta all'inevitabile conclusione che la letteratura, se riguardata in questo modo, produce essa stessa il rogo dei propri libri, poiché, come la tecnica, si pretende assoluta. Non si percepisce la continuità tra la tradizione umanistica e il nazismo. Né si mette in discussione Hitler, che è per me l'aspetto meno grave del buco nero aperto con estetica raffinatezza da Littell. Si scontrano qui due concezioni di letteratura antitetiche. E' bene che accada, anche se l'unica a passare sui mezzi spettacolari (stampa compresa) è quella che dice che Stavrogin è "metafisico" in quanto è "malvagio" mentre non si sa cosa sia l'emento metafisico; l'altra visione della letteratura (a cui aderisco con ogni fibra del mio essere) è, nonostante quanto lamenti Alessandro, minoritaria, incompresa e incomprensibile finché non si compie un atto di scavo di ordine metafisico - che non vuole significare diventare religiosi, ma andare a ciò che un materialista come Marx chiamava "radicalismo".
Tesi - È uscito in Francia «Le sec et l'humide», un'analisi sul materiale utilizzato dallo scrittore. Un romanzo con il quale è necessario confrontarsi
Littell, il male è nel Dna dell'uomoAll'origine delle «Benevole»: la psicologia nazista e la lingua dei carnefici
di ALESSANDRO PIPERNO
In questi giorni dietro alle vetrine delle librerie parigine scintilla uno smilzo saggio di Jonathan Littell dal titolo enigmatico: Le sec et l'humide (Il secco e l'umido). Nella postfazione, lo storico tedesco Klaus Theweleit riporta alcune frasi di Claude Lanzmann: «Littell», afferma Lanzmann, «ha inventato la lingua dei carnefici. Ora, per me i carnefici non parlano come li fa parlare Littell. In realtà i carnefici non parlano affatto ». Al che Theweleit insorge: «Su questo punto, Lanzmann si sbaglia. È vero, i carnefici si sono rifiutati di parlare di fronte alla sua telecamera. Ma tra loro hanno sempre parlato».
Theweleit prende capziosamente alla lettera Lanzmann solo per riaffermare che, finché la questione- Shoah verrà affrontata con gli strumenti offerti dalla metafora, essa continuerà a essere quell'anti-Olimpo tenebroso e siderale cui un certo misticismo celebrativo l'ha ridotta. La cosa strana, en passant, è che sia proprio Lanzmann (autore di un film-capolavoro sulla Shoah composto di luoghi, di facce, di corpi, di voci) a rifugiarsi ora dietro detti corrivi e oracolari come «i carnefici non parlano affatto» che fanno il verso alla famosa sentenza di Bataille: «I boia non hanno parole ».
Occorre ricordare che Klaus Theweleit è autore di Virili fantasie,
uno studio teso a dimostrare come il risentimento del nazista scaturisca dal terrore in lui suscitato dalla vischiosità dell'esistenza.
Mercoledì 7 Maggio 2008
Evangelisti/Moresco: Controinsurrezioni
Sepolto dagli impegni, sono riuscito a leggere di un fiato Controinsurrezioni, il fantastico dittico pubblicato a quattro mani da Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Spero di avere il tempo per affrontare dovutamente questa narrazione "a V", prodigiosa e appagante, in pienissima linea con le retoriche che Wu Ming 1 ha eviscerato nel suo saggio sul New Italian Epic. Sbrigativamente, e scusandomene con gli autori e i Miserabili Lettori, per ora posso dire che abbiamo in questo libro, a mio parere, due dei nostri maggiori autori contemporanei al loro meglio. Evangelisti appare quello dei cicli che hanno costruito la saga allegorica più sconcertante degli ultimi quindici anni di narrativa europea, ma innesta qui un elemento che è in sotterranea armonia con Mason & Dixon di Pynchon, seppure Evangelisti sia distante dalla poetica pynchoniana: trattasi di un estremo occultamento tra una metafisica reale e quanto è stato travolto e terrenizzato del messaggio cristico dalla Chiesa di Roma - il tutto, senza rinunciare a quel magnetismo tipico di Evangelisti, che impedisce di non voltare pagina con avidità vorace quando lo si legge. Il testo di Antonio Moresco, che aveva ascoltato, letto dall'autore stesso, a teatro, è a mio parere una delle cose più potenti che l'autore degli Esordi abbia messo su pagina. Ho una spiegazione per questa sensazione, del tutto personale. Poiché si tratta in realtà di una sceneggiatura, Moresco è "costretto" a inserire vuoti e silenzi, aprendo spazi in cui la fantasticheria vaga, e rinunciando all'ideologia del "tutto pieno" che, sulla lunga distanza, è penalizzante, mentre in questo caso si ha la sensazione non di un accumulo, bensì di una magistrale "scolpitezza". E' una storia formidabile, sono quadri di allucinazione storica ed emotiva impareggiabile, quelli allestiti da Moresco, che innesta, nell'ampio spettro della sua visionarietà, emozioni distinte, meditazioni cardiache sulla letteratura, trivellazioni che spalancano abissi senza fondo nell'occulto dell'umano. Tutto ciò, realizzato sulla materia storica. E' un libro da non perdere. Riproduco la recensione che il manifesto ne ha fatto. In quanto Miserabili Lettori, diventate Lettori Controinsurrezionali: il prezzo è modico, ne vale la pena. gg]
Controinsurrezionidi DANIELE BARBIERI
(da Il manifesto, 7 marzo 2008)
Carne e sangue. L’intoccabile Risorgimento nostro va spogliato di retorica e bugie. Ci provano – e ci riescono - Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Letterariamente una strana coppia: il primo un giocoliere della narrativa popolare anzi pulp, amato da chi divora i romanzi e abbastanza ignorato dall’accademia; il secondo uno scrittore più dotto ma defilato dalle scuderie. Hanno un sentire comune: il Risorgimento fu «una rivoluzione tradita» perciò raccontano «di che lacrime grondi e di che sangue» (a proposito di alta retorica e scuola mummificata beccatevi Foscolo).
«Solo la narrativa può restituire, in parte, il sapore di ciò che accade. Gli odori, i colori: una verità che lo storico, vincolato a criteri quantitativi e a valutazioni asettiche, non può permettersi» annota Evangelisti nella sua prefazione. Gli fa eco Moresco nella introduzione per anticipare che ci proporrà Carlo Pisacane, Giacomo Leopardi e Giuseppe Verdi ma anche «due attori porno e un acceleratore sotterraneo di particelle… il tutto in un movimento che lega indissolubilmente, insurrezionalmente, il passato, il presente e il futuro: il futuro che deve ancora succedere e quello che è già successo».
Martedì 6 Maggio 2008
L'addio a Sbancor su l'Unità
[Devo ringraziare Stefania Scateni, responsabile delle pagine culturali de l'Unità, per avermi permesso la pubblicazione di un coccodrillo che mai e poi mai avrei voluto stendere: quello in memoria del fraterno amico Sbancor, redattore di Carmilla e Rekombinant e il manifesto, collaboratore del manifesto: uno degli analisti delle dinamiche globali del potere finanziario e bellico, oltre che recensore acutissimo. Sbancor è scomparso per un incidente tragico all'età di 57 anni. E' da parte non soltanto mia altissima la vicinanza ai suoi cari in questo momento. Il mio sito viene dedicato, dal momento della sua scomparsa, alla memoria di Sbancor. gg]
Ciao Sbancor, maestro profetico di controinformazionedi GIUSEPPE GENNA
L’intelligenza che interveniva in Rete con lo pseudonimo Sbancor, il 9 aprile scorso, aveva lanciato nel Web questa analisi, che vale una profezia: “Al mondo non si è mai vista una nuova egemonia economica che non fosse anche egemonia politica e militare. Questo vuol dire che, se vi sarà un ‘decoupling’, se cioè le economie dei paesi emergenti traineranno l’economia mondiale, dovrà esserci anche un ‘decoupling’ politico e militare. Gli USA non hanno nessuna voglia di accettare questa ipotesi. Rinforzano la Nato: sono pronti ad allargarla fino a Georgia e Ucraina. Gli europei, che vedono con terrore i gasdotti che passano sotto la terra ucraina a rischio, se Putin chiude innervosito il rubinetto di Gazprom, lo impediscono”. Ed ecco la stoccata finale di una mente dalle forti propensioni narrative: “Particolare significativo: la riunione si teneva nel Castello di Ceausescu a Bucarest. I Vampiri prediligono alcuni luoghi, piuttosto di altri...”. Sbancor si riferiva al vertice Nato tenutosi in Romania. Quest’ampiezza di visione, questa profondità di analisi e questa vastità di competenze, questa ironia da romanziere hanno fatto di Sbancor una mitologia della Rete italiana. Ed è un simile patrimonio umano che è venuto a mancare, improvvisamente e tragicamente, a 57 anni. Romano, un passato movimentista a partire dal ’68 e per tutti i Settanta, Sbancor era un analista che aveva occupato (e occupava attualmente) ruoli importanti nel mondo della finanza italiana. Spirito imbelle, aveva scelto il suo nom de plume vergando corrosivi elzeviri sull’Espresso, scegliendo la sigla che si opponeva a quella con cui Scalfari interveniva sotto lo pseudo Bancor, diffondendo un verbo liberista scatenato, in connessione con giochi più grandi, a cui l’Italia partecipa come margine dei margini di un Impero mobile. Ovviamente, Sbancor venne bandito dalla sede giornalistica. La dissacrazione delle conquiste e dei diritti civili, alla luce di una complessa dinamica geopolitica e delle indicazioni delle tecnocrazie, il primato indiscusso dell’economia deviante che avrebbe aperto un orizzonte devastante sull’intero pianeta, il crollo di Bretton Woods a vantaggio dell’economia dei derivati e le coerenti trasformazioni della lotta finanziaria in logica di guerra (il cosiddetto paradigma del “warfare”): questo era l’orizzonte complesso in cui Sbancor si muoveva, fornendo indicazioni precise, geografiche e politiche e temporali, da lasciare sbalorditi. Così lasciò sbalordito il movimento che da Seattle avrebbe condotto a Genova, preconizzando mesi prima, in un leggendario intervento diffuso via Rete, la prospettiva dell’attacco anomalo agli Usa dell’11 settembre e della successiva reazione bellica. Non bastò prevedere con precisione filologica l’evento – Sbancor si spinse nel corso degli anni più avanti. In un intervento su Carmilla, a pochi giorni dal primo lancio di missili Hezbollah su Israele, annunciò che sarebbe scoppiato un conflitto tra Gerusalemme e Beirut. Si può in pratica dire che l’avvento di Sbancor, su siti come Indymedia e Rekombinant e Carmilla, ha mutato il volto della controinformazione in Italia. Prima della sua opera di intervento sempre preciso e anticipatorio, la controinformazione non aveva un padre nobile di sinistra tanto addentro alle questioni tecniche di intelligence, finanza mondiale e geopolitica. Sbancor insegnò come si faceva sul serio controinformazione. Perfino infilandosi nel panorama narrativo, con un romanzo per certi versi sorprendente, American Nightmare (Nuovi Mondi Media), un saggio profetico su quanto sarebbe accaduto a livello globale negli anni a venire, scritto in stile ellroyano. Coltissimo, spesso recensore di romanzi (sempre su Web), Sbancor comprese tra i primi l’emersione della letteratura di genere quale avanguardia di un rinnovamento profondo della nostra narrativa. Prima della sua inattesa scomparsa, stava lavorando a un romanzo-inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Il suo marxismo realista, rinnovato secondo prospettive odierne, riusciva a mantenere una carica utopica inscalfibile: “Il movimento è la sottrazione dell’intelligenza all’organizzazione sociale del consenso. Il che la rende più deficiente. Probabilmente anche più cattiva. L’intelligenza sottratta al sistema di organizzazione sociale è intelligenza libera. L'intelligenza libera è destinata al nichilismo”. Sbancor lascia un’eredità in termini di lucidità e metodo – un’eredità laica e scientifica, che è necessario che la generazione dei movimenti, a cui ha insegnato e dato fiducia, raccolga. La perdita di Sbancor è uno choc collettivo per la Rete italiana. Il fenomeno Sbancor continuerà nei suoi eredi – siamo capaci di annullare la morte in questo modo, ed è la lezione letteraria a cui guardava Franco, il nome di nascita di questo straordinario intellettuale.
Lunedì 5 Maggio 2008
La svolta narrativa: NEW ITALIAN EPIC, by Wu Ming 1
Accadono svolte, punti di in cui la crepa devia e si allarga, dispiegamenti che giungono a frutto distendendendo ai nostri occhi orizzonti che prendono coerenza. Da circa dieci anni attendevo un intervento come quello che qui pubblico integralmente: si intitola NEW ITALIAN EPIC. Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro e ne è autore Wu Ming 1. Su Carmilla si sta creando una zona di ampio e alto dibattito, intorno alla prospettiva teorizzata e fenomenologizzata dall'autore di New Thing, che è apparsa già in un articolo su Repubblica e che è destinata ad allungarsi in pubblica discussione sulla stampa (si stanno preparando interventi di autori e critici, intorno al saggio). Detto che Wu Ming 1 coglie, a mia detta, con occhio acutissimo qualcosa che incombe realmente sul panorama letterario italiano da anni, e che mi riconosco sillaba per sillaba nell'impostazione di poetica enunciata, anticipo che interverrò anche io, cercando di fare gemmare alcuni aspetti per me fondamentali del saggio di WM1. Al quale affiancherò prossimamente il saggio su "romanzo e tragico: su Everyman di Philip Roth" che nasce dal seminario tenuto all'Università di Siena - un intervento che per molti versi è gemellare e derivativo rispetto a quello del membro del collettivo bolognese. Riporto qui integralmente l'intervento, dopo le premesse che WM1 ha pubblicato su Carmilla e i link per scaricare il saggio stesso in vari formati. Cliccando su "continua", la versione integrale in html del medesimo. Invito tutti i Miserabili Lettori interessati a leggere e/o downloadare l'intervento e, se possessori di blog, a postarlo integralmente e a discuterlo. gg]
NEW ITALIAN EPICMemorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futurodi WU MING 1
[Questo saggio è frutto di una lunga e partecipata discussione, e si basa su molte letture e una vasta mole di appunti. Ho proposto l'espressione "nuova narrazione epica italiana" durante Up Close & Personal, workshop sulla narrativa italiana contemporanea tenutosi a Montréal il 28 e 29 marzo scorsi, organizzato da Francesco Borghesi ed Eugenio Bolongaro per il Department of Italian Studies della McGill University. La necessità di esprimersi in inglese ha subito asciugato il meme: "New Italian Epic"(*). Sotto questo nome-ombrello ho raggruppato, in base a letture comparate, molti libri usciti in Italia negli ultimi 10-15 anni. Si tratta di una produzione molto eterogenea ma, intersecando vari insiemi e sotto-insiemi, si possono individuare diverse caratteristiche condivise. Tutte insieme puntano a un profondo denominatore comune, che sta nella natura dell'allegoria. Ho rafforzato e riproposto il concetto e l'analisi nei giorni successivi, in due conferenze tenute negli USA (al Middlebury College, Vermont, e al MIT di Boston). Tornato in Italia, mi sono confrontato coi miei colleghi di collettivo e poi con altri scrittori, via mail e di persona. Cosa possono mai avere in comune Gomorra e Romanzo criminale, Q e Dies irae, Maruzza Musumeci e Sappiano le mie parole di sangue, Cibo e L'ottava vibrazione, Cristiani di Allah e Noi saremo tutto...? La discussione ha prodotto molte risposte, e ulteriori spunti. Ho letto nuove cose, preso altri appunti, e mi sono messo di buona lena a scrivere un testo il più possibile chiaro, organico e - spero - utile al dibattito. Una sorta di "abstract" di questo saggio (impreciso e tagliato con l'accetta, per ovvie esigenze di spazio e contesto) è apparso su "La Repubblica". Qui, in anteprima assoluta, troverete il saggio vero e proprio, scaricabile in vari formati. Sono circa 80.000 battute, con note in fondo al testo. Buon corpo-a-corpo.
Scarica "New Italian Epic" in pdf
Scarica "New Italian Epic" in odt per Open Office (zippato)
Scarica "New Italian Epic" in rtf (zippato)
*- Si può vedere "epic" come sostantivazione dell'aggettivo "epico" riferito a "romanzo", o a "tono" ("il nuovo tono epico italiano"), o a "filone", "movimento" etc. e quindi coniugare al maschile, come avviene con "il giallo", "il noir" etc.; oppure si può vederlo come un sostantivo ("epic" = epica), e quindi coniugare al femminile (la New Italian Epic). Nel saggio coniugo l'espressione al maschile, perché l'alternativa mi suona equivoca. Parlare, tout court, di "nuova epica italiana" potrebbe far pensare che i libri presi in esame coprano ed esauriscano già tutte le possibilità della modalità epica oggi in Italia. Epperché mai porre limiti alla Provvidenza?
Mercoledì 30 Aprile 2008
Mauro Trotta su "il manifesto": il romanzo Hitler
Vorrei ringraziare di tutto cuore la redazione de il manifesto e Mauro Trotta, per la pubblicazione dell'ampia recensione che riporto qui sotto. In queste ore di sconfitta civile del Paese, il pezzo di Trotta sul romanzo Hitler mette in evidenza qualcosa che, evidentemente, io intendevo significare con la pubblicazione del libro. Non riuscendo a ritrovare l'indirizzo mail di Mauro Trotta, gli faccio un appello: scrivermi, se può e ha voglia a questo indirizzo, affinché possa personalmente ringraziarlo, per la generosità e la totale intercettazione dell'autore che emerge dal suo bellissimo articolo. gg
L'orrore di una non persona «Hitler», il romanzo dello scrittore Giuseppe Genna per Mondadori. Una biografia asciutta che non cerca spiegazioni, ma che invita a mobilitarsi affinché quella storia non si possa mai più ripetere
di MAURO TROTTA
Scrivere un romanzo su Hitler? Un'impresa da far tremare le vene dei polsi a chiunque. Tanti, troppi, i rischi. Scadere nel sociologismo, ad esempio, o in uno storicismo d'accatto annullando la responsabilità del protagonista, riducendolo a pura espressione di forze presenti nella società e nella storia. Oppure, dall'altro versante, mitizzare la figura del dittatore nazista, rivestendola di un'aura fascinosa per quanto perversa. E, soprattutto, il rischio più grande, arrivare a una forma narrativa epica che, pur all'interno di un'epos del male, ammanti comunque la vicenda e il protagonista di una grandezza a-storica, per quanto negativa.
Nonostante questi e molti altri pericoli, trappole e trabocchetti, un autore, Giuseppe Genna, ha voluto misurarsi con tale impresa ed ha scritto un romanzo biografico su Adolf Hitler. Nasce così Hitler, di recente uscito per Mondadori (pp. 632, euro 20).
Narrazione algida
Genna confessa di averci messo dieci anni per arrivare a scrivere questo libro e, dall'officina sul romanzo che ha pubblicato sul suo sito (www.giugenna.com) risulta che è sempre stato ben consapevole dei tanti rischi cui andava incontro.
Innanzi tutto c'è da sottolineare che non si tratta di un romanzo storico. C'è, semmai, la semplice esposizioni dei fatti e delle vicende relative alla vita del protagonista. Con poche eccezioni. Innanzi tutto la sezione intitolata «Apocalisse con figure» in cui irrompe la Shoah in tutta la sua forza e drammaticità, accentuata dalla netta separazione che la distingue radicalmente dal resto del testo. E, poi, l'inizio e la fine. Quest'ultima soprattutto, dove c'è l'incontro tra il dittatore e le sue vittime. Queste due sezioni escono fuori, esorbitano dal resto del romanzo, e sembrano rappresentare il nucleo metafisico dell'intero testo, dato che tutto il resto - la storia di Hitler - si svolge rigorosamente solo in superficie. Il romanzo, infatti, consiste nella semplice esposizione dei fatti senza che da parte dell'autore ci sia alcun tentativo di ricercarne motivazioni di qualsivoglia genere. Certo, emerge la temperie di quegli anni, l'atmosfera che regnava in Germania, ma la narrazione rimane sempre, per così dire, in superficie.
L'apparenza che stermina
I personaggi stessi non sembrano avere alcuno spessore, nessuna psicologia. E, più di tutti, il protagonista che è una non-persona, come viene definito continuamente dall'autore. E la non-persona è pura apparenza, senza movimento, semza cambiamento, senza spessore. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna, infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma: «Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l'apparenza che simula di essere. L'apparenza, sganciata dall'essere, stermina».
Ma come si fa a narrare di una non-persona? Quale linguaggio utilizzare? Lo stesso Genna confessa di essersi ispirato alle metope del frontone dell'Altare di Pergamo, quelle figure che si stagliano appunto sul lungo frontone raccontando una storia - la battaglia tra gli dei e i titani - dando al contempo una sensazione di linearità orizzontale, tramite le scene isolate contrapposte, e di staticità, di blocco. In una splendida recensione del romanzo, rintracciabile sempre nel sito dell'autore, Demetrio Paolin sostiene che la lingua e la scelta retorica operata da Genna sia riconducibile al linguaggio utilizzato nelle iscrizioni, soprattutto in quelle funerarie o dedicate alla commemorazione di una battaglia o di una vittoria sportiva. La linearità orizzontale, la scrittura di superficie di tutto il romanzo - abbandonata solo rare volte - consiste dunque in quello stile marmoreo e lapidario caratterizzato da anafore, asindeti reiterati, frasi brevi, aggettivazione magniloquente e periodi ellittici. Eppure, i frontoni dei templi greci non possono essere considerati un po' gli antenati dei fumetti? E quel linguaggio lapidario non si ritrova proprio nelle didascalie che caratterizzano le strip? Da questo punto di vista, nella scelta del linguaggio, l'Hitler di Genna può richiamare alla mente proprio un fumetto, che è alllo stesso tempo uno dei libri più belli sull'Olocausto, ovvero Maus di Art Spiegelman.
L'ottica, naturalmente, è completamente differente ma anche qui, tra l'altro, ci sono interventi dell'autore, che è anche personaggio della storia, sul protagonista, ossia suo padre. Certo gli interventi di Genna nei confronti del protagonista del suo libro o di altri personaggi non sviluppano alcun dialogo, come nel caso di Maus, ma si configurano come vere e prorpie maledizioni. Come quando, ad esempio, nel momento in cui Hitler sta per suicidarsi lo scrittore interviene incitandolo a premere il grilletto.
Sull'orlo della catastrofe
L'unico personaggio che non sia esistito storicamente, nel libro di Genna, è quello che, oltretutto, appare per primo nel romanzo. Si tratta di Fenrir, il lupo della mitologia norrena il quale, liberatosi dalla magica catena che lo imprigiona, darà il via al Ragnarok, la caduta di Asgard e degli dei, la fine del mondo. Eppure questa incarnazione di Fenrir ha ben poco da spartire con il terribile lupo che alla fine del tempo divorerà Odino, il padre degli dei. Sembra più una sua grottesca parodia, un bastardo pulcioso. Basti pensare a quello che fa. Finalmente libero, non va alla ricerca degli dei, suoi nemici, ma si precipita sulla terra per unirsi alla non-persona. Non solo, non riesce neanche a mordere, a contaminare Hitler, ma ne viene morso, contaminato. Così anche la mitologia viene svuotata divenendo vuota apparenza, ciarpame retorico senza grandezza né vitalità.
Libro che si legge tutto d'un fiato, l'Hitler di Genna rimane nella mente a lungo perché stimola tante domande, riflessioni. Spinge, insomma, a pensare, a interrogarsi a fondo. Anche sulla politica. Se, infatti, la non-persona, in quanto pura apparenza, «dice al lavoratore quanto il lavoratore vuole sentirsi dire, al capitalista quanto il capitalista sogna, al commerciante quanto spera», se, insomma, è in grado di dire a tutti quello che tutti vogliono sentirsi dire e se questo è proprio quanto avviene nella politica attuale, non stiamo correndo il rischio che giunga di nuovo una non-persona che ancora una volta porti il mondo sull'orlo della catastrofe?
Martedì 29 Aprile 2008
Calvairate-Berlino via Genna
di ALBERTO GIUFFRE'
[Un autentico servizio giornalistico sul mio percorso letterario ed esistenziale: è il video registrato e montato da Alberto Giuffrè, che frequenta il Master in Giornalismo della Statale di Milano, e che mi ha chiesto di potere realizzare una sorta di tesina di videogiornalismo. Questo è il risultato: di cui ringrazio e per cui faccio i complimenti ad Alberto. gg]
Lunedì 28 Aprile 2008
Miserabili fatiche: il sito si ferma dal 21 al 25. Date la colpa a Philip Roth.
Per colpa di Philip Roth, questo sito non verrà aggiornato per una settimana. Prima di spiegarne i motivi, lascio la parola all'autore di Everyman, che parla proprio di questo romanzo. La seconda parte dell'intervista, a fine del post.
Il Miserabile Scrittore si immerge in fatiche: chiude una sopresa che apparirà in autunno e lavora come un matto per dare struttura e testo a un intervento (che diventerà un saggio) su Philip Roth in Everyman e Operazione Shylock, con correlazione all'impossibilità del romanzo tragico - intervento da tenersi all'Università di Siena nell'àmbito del seminario su "Traduzione e Trasposizione", intitolato Tradurre la morte: Altante "Everyman", durante il quale interverranno anche Donata Feroldi, Clelia Bettini, Marco Federici e Sabrina Mori Carmignani, (il 23/04 alle 15 e il 24 alle 9 e alle 15, presso l'Auditorium "S.Chiara", in v. Valdimontone, 1 - p.t. - Siena).
Il saggio su tragico e impossibilità del romanzo a essere strumento del tragico è particolarmente impegnativo, perché tende a dimostrare come una determinata ma decisiva prospettiva sulla tragedia possa collocare la Poetica di Aristotele in una dimensione metafisica, utilizzando un apparente stilema immaginale e archetipico che, via via, trapassa nella tradizione letteraria occidentale, fino a inabissarsi nella tradizione del romanzo, che ne manifesta però i sintomi, pur allineandosi essa a una tipologia altra di tragico, la cui più esplicita formulazione ravvedo nelle premesse presacrali di Miguel de Unamuno. Il percorso da mettere su carta, oltre alle considerazioni teoriche e filologiche, fa scattare un arco voltaico che va da Everyman e Operazione Shylock di Roth alle Baccanti di Euripide, appoggiandosi in maniera critica o accogliendo le osservazioni a teorici quali Schlegel, Hegel, Vernant, Colli, Benjamin, Ricoeur, Lukács, Burke, Kerény, Walter Otto, Hadot, Bouchard, Frye, Goldmann e Brereton, oltre al già citato Unamuno e a William Storm col suo fondamentale After Dyonisus. L'intervento si apre, grazie a una segnalazione di Wu Ming 1, con una citazione sorprendente dall'introduzione di Stephen King al suo Blaze. Ne fuoriesce un'immagine di Philip Roth come autore melodrammatico che, pur tentando il tragico in Everyman, realizza un tragico elementale e novecentesco, cioè per nulla profondo, mentre a una lettura sintomale emergono brani che sfuggono palesemente al controllo dell'autore e sono la traccia di un tragico che si incarna nella tragedia classica e non può realizzarsi nel romanzo contemporaneo, a meno che questo genere non ripristini una retorica di ordine allegorico, secondo le indicazioni che compaiono nel Dramma barocco tedesco di Walter Benjamin. Il titolo dell'intervento e del saggio è: Everyman di Philip Roth: il tragico nel romanzo, contro il romanzo tragico.. Lo pubblicherò in Rete al ritorno dal seminario, per i Miserabili Lettori che possono esserne interessati. La pubblicazione, successivamente, in maniera innovativa, avverrà anche per via cartacea, insieme ai contributi degli altri relatori, in un Atlante Everyman, titolo di warburghiana ispirazione.
Venerdì 18 Aprile 2008
Una mail sul romanzo Hitler: intercettazione dell'autore
Devo ringraziare Fabio Deotto, che mi ha spedito una splendida mail su Hitler: non tanto per l'apprezzamento circa il libro, ma per i ragionamenti che configurano un incontro attraverso il testo. Le meditazioni di Fabio Deotto, che non conoscevo fino alla mail inviatami, intercettano attraverso il libro alcune intenzioni che sono ignorate o date per scontate dalla critica a cui Hitler non è piaciuto - ma per me sono oggettivamente fondamentali e molto lontane dalle mie poetiche. Evidentemente si tratta di elementi centrali e interroganti anche per altre persone. Di tutto questo devo ringraziare Fabio Deotto, di cui vi invito a visitare il blog, http://iononpossoscrivere.splinder.com.
Giuseppe,
io credo, devo dirlo, che tu abbia scritto un libro formidabile.
Voglio essere sincero, ho detestato gli avvitamenti retorici e
ombelicali che ho trovato in alcuni tuo interventi su Carmilla, ma sto
adorando il tuo ultimo romanzo. Non me lo aspettavo, ma ripeto, è
qualcosa di sorprendente.
Coraggioso, rivelatore, didascalico nel senso più omerico del termine. E
una volta tanto questo aggettivo non ha per me un'accezione negativa. Il
tuo continuo prendere le distanze dal non-essere Hitler può sembrare,
almeno in un primo tempo, frutto del terrore di "concedere vittorie
postume". Leggendo Hitler mi sono più volte chiesto per quale motivo
continuassi a a strappare il lettore dalla dimensione narrativa ("la
madre non ha fatto la differenza" "E qui che accade Hitler"), quasi
volessi impedirgli di rimanere troppo tempo in contatto con quell'Hitler
semi-umano che tu stesso hai sfiorato con attenzione. Mi chiedevo se lo
spauracchio del "tabù" avesse appesantito anche la tua penna, ma sono
bastati pochi capitoli per comprendere che la tua è stata una scelta
cosciente, continua.
Oltre che essere in un certo senso didattico (mi mancavano molti
passaggi storici della biografia di Hitler e della Germania nazista.
Sembra quasi che tu voglia essere più una guida che un narratore, prendi
per mano il lettore e lo porti a ritroso nel tempo a dare un'occhiata ai
fatti e ai personaggi. Avanzi ipotesi, in molti casi solo per poi
confutarle), questo "romanzo" sprona alla riflessione come pochi, anzi
si potrebbe dire che la costringe, ti pone costantemente nell'obbligo
affrontare quello che un non-uomo è stato e come abbia ipnotizzato
milioni di esseri per il solo fatto di proporre un non-pensiero. Vorrei
non pensare alla situazione italiana di oggi (sto leggendo Hitler a
cavallo della terza vittoria elettorale di Berlusconi), ma il tuo
romanzo me lo impedisce. Il tuo esplicito riferirti a un
"non-personaggio che non è ma appare" mi impone di guardare non tanto al
non-statista che si appresta a "ridimensionare il peso della Resistenza
nei libri di scuola", ma agli italiani tutti. Agli operai che si sono
recati alle urne per votare Lega Nord e a quelli che esultano per la
scomparsa dei "comunisti" dagli scranni parlamentari. Mi costringe a
toccare con mano la sostanza del non-pensiero che sottende la storia del
Novecento andando a ingarbugliarsi fino ai giorni nostri.
Ma non si tratta solo di questo. Ciò che mi ha colpito, in questo libro,
sono alcuni stati mentali che il giovane Hitler attraversa e che io
trovo fin troppo umani, e fin troppo vicini a persone che conosco e,
purtroppo, anche a me stesso. In particolare il suo ricorrente ricadere
in fasi di abulia estrema, una condizione che fa da contrappeso
all'Hitler "esorbitante" che tra alimento dalla "copula con la folla".
E' questo l'aspetto su cui la riflessione si fa più dolorosa. Tu parli
in continuazione di non-personaggio, di una ideologia-nulla. Eppure io
nell'Hitler uomo trovo molti difetti squisitamente umani, che rilevo in
diverse persone di mia conoscenza (diretta e indiretta). L'esistenza di
uomini che subiscono nel confronto con il singolo e primeggiano in
quello con la folla è un dato di fatto, si tratta di persone convinte di
avere ed essere troppo per potersi tradurre al singolo individuo.
Persone simili esistono e la loro condinzione mentale è esplicabile, il
vero mistero non sono loro ma, almeno a mio avviso, chi le eleva a leader.
Questa è la riflessione che secondo me andrebbe fatta. Non ho ancora
finito di leggere "Hitler" perciò su questo punto come su altri non
posso dare un giudizio definitivo. Ho solo voluto condividere con te
alcune reazioni a caldo che questo romanzo mi ha suscitato. Una volta
terminata la lettura lo recensirò sul mio blog e, nel caso possa
minimamente interessarti, ti comunicherò la pubblicazione del post.
Grazie per l'attenzione e grazie per il libro che hai scritto,
Fabio Deotto
Giovedì 17 Aprile 2008
Il romanzo Hitler su Mangialibri: intervista e recensione
David Frati, direttore del ricchissimo sito letterario Mangialibri, si è occupato di quasi tutti i libri che ho pubblicato - già solo per questo motivo vorrei ringraziarlo. Circa Hitler ha fatto di più: non solo a scritto una scatenata recensione che coglie molto di quanto intendevo fare al di là dell'esito testuale e della sua eccedenza, ma mi ha anche intervistato a trecentosessanta gradi. Ne è uscito uno degli speciali più gratificanti per me mai apparsi in Rete, anche perché l'intervista di David Frati è in assoluto una serie di domande per me fondamentali, che meriterebbero una riflessione comune - riflessione che, garantisco, una congrega di scrittori sta compiendo e i cui risultati si vedranno presto, in forme differenti e tutte sorprendenti.
Ringrazio sinceramente David Frati e Mangialibri per lo spazio e l'attenzione immani dedicati a me e a ciò che scrivo.
Genna: Hitlerdi DAVID FRATI
“Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è. L’amore non è. Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è e lui naviga, bolla oscura nel non essere”.
1887. Klara è la terza moglie di un oscuro funzionario doganale austriaco, Alois Hitler, che ha 23 anni più di lei, e probabilmente è pure sua nipote, non è del tutto chiaro. Nella casa di ‘zio Alois’ c’è entrata per fare la servetta: lui aveva appena divorziato dalla prima moglie per portarsi a casa una procace cameriera di 23 anni, Fanni, che però poco dopo era morta di malattia. Veniva il turno di Klara, sposata dopo una dispensa papale richiesta al vescovo di Linz per la sospetta parentela, che dopo aver perso tre bambini piccoli per colpa della difterite nell’aprile del 1889 dà alla luce Adolf. Lo seguiranno il piccolo Alois, Angela, Paula. Che danno al padre molte più soddisfazioni di lui, a dire il vero. Perché Adolf è un ragazzo sempre con la testa tra le nuvole, un visionario chiuso e cupo. Vuole fare l’artista, figuriamoci. Finché il padre - rigido benpensante asburgico - è vivo, se lo può scordare: piuttosto nerbate sulla schiena e silenzi. Ma quando Alois Hitler muore e Adolf rimane solo con la madre, che lo adora, il ragazzo può dare libero sfogo alle sue velleitarie ambizioni - incurante della disastrosa situazione economica familiare - e recarsi a Vienna, per iscriversi all’Accademia delle Arti Figurative. Non sarà ammesso, e dopo la prematura morte della madre per un tumore precipiterà nell’abisso della povertà, mentre un altro abisso – quello della guerra – è in agguato dietro l’angolo per l'Europa intera. Il futuro più lontano, quello in cui il nome Adolf Hitler risuonerà sinistro in tutto il mondo, è ancora inatteso, impensabile. Eppure così ovvio, così inevitabile…
Previsioni del tempo? Pessime. Un anticiclone di malvagità insiste sull’Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: “l’occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero” è un giovane complessato e inconcludente, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La sua ascesa e la sua caduta coincidono con uno dei periodi più neri e luttuosi della storia, una storia che Giuseppe Genna, dopo aver piegato alle sue esigenze narrative e al suo stile generi come il noir, la science-fiction, l'horror, decide di raccontare passo passo 'mettendo in prosa' una biografia storica, un po' l'operazione che al cinema si fa con i cosiddetti 'biopic'. Ma siamo di fronte a un biopic del tutto sui generis (malgrado la evidente influenza - del resto dichiarata apertamente dall'autore - del lavoro di Joachim Fest), perché Genna usa la storia come un liquido di contrasto, per illuminare tessuti tumorali, metastasi, cancrene in wagneriana progressione patologica. Col suo passo enfatico, col suo procedere a sentenze ad effetto, immagine suggestiva dopo immagine suggestiva, licenza poetica dopo licenza poetica, Hitler ricorda il libretto di un'opera rock: una malsana, potente, rumorosa, emozionante, tonante opera rock. Il romanzo (che romanzo non è) ha suscitato le più vive polemiche nell’ambiente letterario italiano, è schizzato nella top ten delle vendite e si è beccato più di una illustre stroncatura. Nemmeno tanto nascoste tra circonlocuzioni complesse e paroloni arditi, le accuse di apologia ‘estetica’ del nazismo, di cattivo gusto, di opportunismo. La chiave dell’interpretazione del libro (e anche del suo eventuale misunderstanding) è senz’altro nel riferimento frequente alla metafora-simbolo del lupo Fenrir, il divoratore degli dei durante Ragnarok, preso di peso dal pantheon norreno, che qui incrocia il cammino di Hitler, lo ispira, lo protegge, lo affianca, lo possiede, lo divora. Ma lo giustifica? Lo glorifica? Lo legittima con un una sorta di imprimatur divino? Fossimo vichinghi di un millennio fa, forse potremmo pensarla così. Ma né noi né Genna andiamo in giro con elmi con le corna e boccali ripieni di idromele, almeno non in orario d’ufficio. E questa storia del tabù, dei tabù letterari, dei temi intoccabili e intangibili con la quale ce l'hanno menata anche quando è uscito Le benevole di Jonathan Littell ha francamente rotto gli zebedei, ci pare armamentario da intellighenzia culturale fintomarxistaperbenista. Decostruendo il culto della personalità del fuhrer nazista, ridotto a involucro di forze politiche e culturali che operano a un livello oltreumano, a fantoccio, a pretesto, ad avatar, Genna celebra la mitologia di Hitler o la demolisce? La seconda che hai detto.
Intervista a Giuseppe Gennadi DAVID FRATI
Genna Giuseppe è una strana bestia, uno di quegli animali mitici da trattato medievale che avevano come minimo ali d'uccello, corpo di rettile e testa di cane. Perché sei senza dubbio uno scrittore colto (nei temi e nel linguaggio), eppure utilizzi il romanzo di genere per comunicare e comunicarti: noir, fantascienza, esoterismo, storia: generi da sempre considerati 'da B-movie'. Perché non hai scelto la via consueta del 'romanzo esistenziale' italiano?
In realtà, la questione che poni è per me centrale. Non si tratta, a mio avviso, di spostare l’attenzione da un genere all’altro, quanto, per poetica personale e per lunga meditazione sulla tradizione letteraria che mi costituisce in ogni fibra, di distruggere qualunque genere, di approdare alla narrazione che implica uno sforzo di invenzione formale. Non solo questo riguarda i generi (noir, thriller, storico), che in realtà sono sottogeneri del genere “romanzo”. Per me è essenziale (ma la prospettiva non intende essere universale: è idiosincratica) di spaccare anche il genere romanzo, che non è capace di reggere una nuova retorica, più intensa dal punto di vista psichico e in diretta connessione con la retorica arcaica. Per esempio, per quanto possa esistere del tragico nel romanzo, il romanzo non può essere tragico, poiché la sua struttura regge solo il tragico moderno. Io cerco il tragico e mi allineo totalmente a chi cerca una nuova epica italiana attraverso la nozione di oggetto narrativo. Guardo allo "Zibaldone" di Leopardi e a "Petrolio" di Pasolini o, più centralmente, a Kafka e Burroughs: narrazione allo stato puro, seppure non lineare, ma per questo non necessariamente postmoderna. Quanto al genere esistenziale, non l’ho praticato finora, ma sto iniziando a lavorare (e credo che se ne intercettino i segnali in "Medium") proprio a un oggetto narrativo che sia una sorta di mémoire esistenziale spostato.
Da decenni non si fa altro che parlare e scrivere della fascinazione dei nazisti per l'esoterismo, ma tu sei tra i pochi (o forse l'unico) che ha ipotizzato ed esplorato la vicinanza dei regimi comunisti al paranormale...
In “Hitler” ho abolito di proposito l’inconsistente, deviante e per me eticamente oscena ipotesi del “nazismo magico”: nel 1938 gli esoteristi dei circoli, a cui Hitler era stato occasionalmente vicino, finiscono nei campi di concentramento. L’ipotesi regge solo in forza delle follie di Himmler e di Hess – follie che Hitler mal sopportava e derideva. Il paranormale nei regimi comunisti è una questione storicamente accertata e poco esplorata, a partire dai rapporti tra Lenin e il compagno Parvus, decisivo finanziatore della Rivoluzione, di stanza al Monte Verità in Svizzera, tra comunità teurgiche di varia natura. Ma a me, qui, come in passato per i complotti, non interessa il dato in sé: esso mi serve come occasione” narrativa per tentare un’allegoria. Nel caso in cui ho esplorato questo aspetto particolare, io volevo realizzare letterariamente l’invito alla “radicalità” di Marx: che mi porta a sostenere che il comunismo è in fondo non un messianesimo, ma una metafisica. Tutto il contesto mi serviva a chiarire questa parolina scomoda e continuamente male interpretata, che è “metafisica”.
Mercoledì 16 Aprile 2008
Scusate: sto male... Ma in un altro senso. Sto male davvero.
Quello che avrei da dire su questo Paese di merda, l'unico nel Continente a non avere in Parlamento una forza di sinistra e nemmeno una socialista, bensì soltanto un contenitore vuoto di proposte che crede ciecamente nel libero mercato e un contenitore vuoto che crede ciecamente nel libero mercato, oltre a una falange sfascista e qualunquista che rappresenta il 25% della popolazione votante della mia regione - quello che avrei da dire lo si può indurre dai libri che scrivo, se si ha voglia di leggerli e se si ha voglia indurlo (per esempio, c'è qualcosa da indurre da qui). Quindi non ho da commentare, se non attraverso le parole di altri, che in questo Paese sono in verità tra gli intellettuali più avanti della compagine che era intellettuale e che a questo punto può tranquillamente continuare a snobbeggiare beandosi dei lucori tremolanti delle luci dello spettacolo, inscenato nemmeno ad arte, ma contro l'arte.
La parola, dunque, a dei miei compagni di strada, che dicono come la penso meglio di come lo direi io.
Elio e le storie tese - (Sanremo 1996) La terra dei cachi
Martedì 15 Aprile 2008
Scusate: sto male...
Arrivo da buon ultimo: non lo conoscevo. E' la Letteratura incarnata...
Vedeteveli tutti, vi supplico...
Lunedì 14 Aprile 2008
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• HITLER - romanzo
L'officina del romanzo in uscita da Mondadori a gennaio 2008 e i materiali relativi. |
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• DIES IRAE
- Tutti i materiali su DIES IRAE
- Il sito ufficiale di DIES IRAE
Rizzoli, € 17
• L'ANNO LUCE
- Materiali su L'ANNO LUCE
Net Saggiatore, € 8
• COSTANTINO E L'IMPERO
- Materiali su COSTANTINO E L'IMPERO
con M. Monina,
Tropea, € 10
• GRANDE MADRE ROSSA
- Materiali su GRANDE MADRE ROSSA
Mondadori, € 15
• IL CASO BATTISTI
- Materiali su IL CASO BATTISTI
con V. Evangelisti e Wu Ming 1,
NdA Press, € 8
• FORGET DOMANI
- Materiali su FORGET DOMANI - racconti lounge
con I. Domanin,
peQuod, € 11.30
• I DEMONI
- Materiali su I DEMONI
con F. Parazzoli e M. Monina,
peQuod, € 15
• NON TOCCARE LA PELLE DEL DRAGO
- Materiali su NON TOCCARE LA PELLE DEL DRAGO
Mondadori, € 8.40
• NEL NOME DI ISHMAEL
- Materiali su NEL NOME DI ISHMAEL
Mondadori, € 8.40
• CATRAME
- Materiali su CATRAME
Mondadori, € 8.80
• ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE
- Materiali su ASSALTO
Mondadori 2002, peQuod 2001
In uscita per minimum fax nella versione 3.0, 2008
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