Un racconto del Genna, in AZZURRI
Giuseppe Genna
FORZE OSCURE NELLO STADIO DI DAEJEON
7a Coppa del Mondo FIFA – Corea-Giappone 2002
18 giugno
COREA DEL SUD-ITALIA: 2-1
[dall'antologia AZZURRI, Rizzoli 24/7]
Lui odia gli specchi e ha ragione a odiarli. Gli specchi sono eventualità mistiche, porte verso regni sottili che lo spettro percettivo umano non riesce a cogliere e penetrare. Nei riti di magia erotica utilizzano gli specchi. Aleister Crowley, il grande adepto di Lucifero, ne faceva largo uso mentre con la sua Donna Scarlatta tentava di concepire l’androgino perfetto.
Per lui, invece, gli specchi sono solo il rimando della propria immagine.
Guàrdati.
Guarda l’esito della fatica meticolosa che hai impiegato a irregimentare in una cofana liscissima e lucida i tuoi capelli grassi e neri, con ampie polluzioni di brillantina. Guarda le guance cadenti, le occhiaie che non reggono alla forza di gravità del pianeta, le fosse oculari da panda depresso perché in estinzione – finalmente in estinzione.
E come sei vestito. La giacchetta nera. La fascia di spugna elastica al polso, intrisa di sudore prima ancora che tu inizi a correre. I pantaloncini neri che ti fanno assomigliare a certi capi scout adulti. I calzini neri alti, fino alle ginocchia flosce. La pancia che deborda, che fatichi dall’interno a trattenere con un penoso sforzo degli addominali, che non riesce a essere quantitativo. La tua capacità polmonare è al di sotto della soglia della normalità impiegatizia.
Guàrdati: sei ridicolo.
Quarantamila coreani esplodono sugli spalti, lì fuori. Il 18 di giugno 2002 è un giorno di strepiti e giudizio e tu, lo sguardo opposto a quello nirvanico del Buddha sotto l’albero del pane, sei il giudice. Nessun Buddha è nato in Ecuador. Nessuno Samkara a Quito. Tu desideri un altro genere di illuminazione: la cera deluxe su una Packard d’epoca dove scarrozzare tua moglie, bene in vista, distesi su sedili tigrati, lungo Avenida 12 de Octubre. Una leggenda nazionale per le sentenze emesse il Giorno del Giudizio Coreano, che è questo. Tu, un erede delle fisionomie insaccate di campesinos sudamericani, chiamato a fare da Corte di Cassazione in terra sudcoreana.
Del resto, gli italiani sono più simili a te: gente neolatina, latinos. Secondari, parziali, agitàti, scomposti. È un po’ come tradire la propria razza, ciò che si oppone a essere profeta in patria – i due poli tra cui muovi le tue carni molli, ti stai preparando a traccheggiare sul manto d’erba con le tue carni molli.
Ti fermi davanti allo specchio e accedi alla cifra mistica che ti è consentita: te stesso, coincidi con te stesso, Byron Moreno, arbitro di calcio, qualche minuto prima di percorrere il corridoio che conduce al centro del catino di Daejeon, il perno verde attorno a cui ruota la tua esistenza, la storia della Corea e novanta minuti di indifferenza italiana.
Giovanni Trapattoni è concentrato. La sua storia è meditativa. Da tutta la vita è abituato a concentrarsi. Da giocatore, prima di marcare Pelé, aveva svuotato la mente, inviando vibrazioni energetiche ai menischi e ai garretti, poiché quella era l’epoca in cui esisteva la parola «garretto». Quando l’Avvocato telefonò direttamente a lui, giovanissimo allenatore in seconda del Milan, per preparare la rivoluzione juventina, era stato in grado di svuotare la mente, di rilassare la muscolatura liscia, di rallentare il battito del cuore, di lasciare emergere il «sì» fatale, che aveva inaugurato la seconda stagione della sua esistenza. La triade buona, un’era calcistica che è ora Cenozoico: l’Avvocato, Boniperti, il Trap. Vincere subito, vincere lento. Slow foot. L’irredimibile credo difensivistico di Trapattoni, un lascito del Paròn Rocco, era un crisma stellare, la nazione italiana lanciata nell’empireo della ritenzione calcistica, lo sdegno dello spettacolo come stile unitario e renitenza psichica a un mondo fintamente spettacolarizzato e autenticamente noioso, che si stravolge, che esplode, che contempla la Corea del Sud in qualità di competitor. Lo svuotamento mentale, questa ascesi costante che si raggelava nell’azzurro glaciale degli occhi del Trap, faceva da contrappeso all’esuberanza linguistica del personaggio. Esplosioni di sintassi, creazioni ex novo che trasmettevano sismi alla Crusca, invenzioni in stile proverbiale e popolare, circonvoluzioni difficilmente estrapolabili dal loro labirinto sillabico eppure chiare a tutti. Era il Giovanni Trapattoni da irridere, da coccolare come fenomeno non soltanto paesistico, il che aveva dimostrato alla guida del Bayern Monaco, con la leggendaria sfuriata contro il giocatore Strunz, subito tramutata in rap, in leggenda video e audio, rimetabolizzata in spot dove il Trap era testimonial di solide lavatrici. Questo lombardo che collezionava Mozart ascendeva al cielo archetipale: evocarlo significava risvegliare una vasta area semantica ed energetica – forza, durezza, resistenza, utilitarismo, scrupolo, umiltà, ancestralità. Valori fordisti sui confini dell’epoca neofordista. E, dopo un percorso a ostacoli condotto tra club a cui sovrapponeva il valore aggiunto che sapeva di costituire, dopo il fallimento in Nazionale di Sacchi e del suo Verbo antitrapattoniano, dopo le parentesi irrisorie di altri ct incapaci di unificare il Paese e i Sogni, era stato spedito sulla panchina più alta, l’inavvicinabile, la aurea: era commissario tecnico della Nazionale azzurra.
E la Corea era il suo primo Mondiale.
E adesso si guarda allo specchio e infila nella tasca della giacca la Madonnina di plastica colma di acqua benedetta, santificata – l’acqua del battesimale, di Lourdes, il liquido cristico che scatena l’irrimediabilità dei destini a favore del Paese che ha il suo centro nella testa vibrante del Papa Malato, nell’inamovibilità cinese del Vaticano.
Giovanni Trapattoni si osserva nello specchio e dice sì, la mente torna a riempirsi, al posto dell’assente Nesta va lo juventino Iuliano, l’uomo dell’abbraccio del rigore negato a Ronaldo. Nesta non ha smaltito l’infortunio, un’ora prima ha comunicato il forfait decisivo. La difesa trema.
Tocca la piccola Madonna opaca, annuisce allo specchio, è pronto.
Tutti sono pronti.
Nel misterioso, iridescente catino di Daejeon, hanno rimosso l’abnorme striscione «Again 1966». Un sortilegio, un gesto apotropaico. Nel ’66 l’Italia di Fabbri eliminata dalla Corea del Nord, con il gol di Pak Doo Ik. La Corea del Nord è attualmente guidata da una mummia, che ne è ufficialmente il Presidente: Kim Il-sung è morto nel 1994, è conservato in un mausoleo del diametro di decine di chilometri e al primo congresso del Partito Comunista dopo la sua morte fu approvato, a maggioranza assoluta, ciò che lo stesso Kim Il-sung aveva detto arringando la folla di deputati, a mezzo di una registrazione effettuata prima del decesso. Finché esisterà la Corea del Nord, il Presidente sarà Kim Il-sung. Il primo Presidente non a vita, ma a morte. La Corea del Sud è al contrario una nuova Tigre Asiatica, una Tigre mutagena che ha resistito al crollo organizzato dal finanziere George Soros e che si è eretta ad avanguardia, la punta di diamante di un estremo Oriente indipendente dalla Cina. L’intelligence americana vigila. Con sdegno i sudcoreani pensano ai cugini poveri del Nord, gente per cui una patata vale il pasto di tre giorni, mentre qui impera Daewoo e gli slogan scintillano nelle sere in cui Seul si candida a illuminare l’area buia ed esotica, l’area che gli italiani ignorano. Perché i tifosi sudcoreani invocano il ’66?
Un altro striscione non viene rimosso dalle autorità: «Benvenuti nella tomba degli azzurri».
Al centro del mausoleo, privo di finestre, il cadavere del Presidente perpetuo Kim Il-sung dà il benvenuto agli Azzurri nella sua tomba.
Non è uno sciamano: si dichiara un Maestro. Un illuminato. Tutto è energia, tutto il visibile. L’energia si differenzia per densità, peso, durezza, forma: ed ecco il mondo. Tutto è apparenza, il corpo è fatto di cibo, energia condensata, traslata, trasformata. C’è chi conosce i segreti meccanismi con cui l’energia muove il proprio stesso oceano, che è universale. La mente è energia, la mente può condizionare il mondo, gli eventi, le storie. Può accorciare traiettorie, bloccare gli arti, rendere astenici organismi. Ma non è uno sciamano. Chiamatela Maestro. Perché è donna. Eun Kim Park è il suo nome natale, ma è per tutti il Maestro. La trattano come uno sciamano. Da lei pregano salute, supplicano che l’energia li favorisca negli affari, implorano il sesso del nascituro. La sua imperturbabilità è ignota nelle cause e nota nella sempreuguale manifestazione. Il suo kimono è giallo, colore sacro al demone Manjusri, che fu discepolo di Sakyamuni Buddha.
Conosce le posizioni astrali favorevoli.
Non ha nozione dell’esistenza dell’Ecuador.
Il mare è la vasta bocca degli inferi psichici: statene lontani e bagnatevi con riconoscenza e cautela delle sue acque sacre.
Tutto è due ma in verità è uno.
Lei sa cosa fare e dimora fuori Seul, spesso la si ritrova in meditazione o in estasi agitata presso il Tempio di Bongwon.
Il viaggio a Daejeon le è stato offerto grazie a una colletta lanciata solo qualche giorno prima: la somma, raccolta in poche ore, è stata rifiutata dal Maestro. Lei ha detto che arrivava a piedi, e che non desiderava denaro per svolgere fuori dallo stadio i suoi riti durante il match. Ha aggiunto, con calma inquietante, che il Dio degli italiani era ingeneroso, dispotico, saccente, cattivo. Che il Papa non riconosceva più la varietà dei mondi sottili che l’energia decuplica nella totipotenza dell’unica forza e dell’unico spirito.
Ha riconosciuto a distanza, per la sorpresa dei suoi interlocutori, la presenza di un demone femminile nella tasca dell’allenatore italiano. Un demone femminile dell’acqua, un demone psichico. Gli interlocutori sono rimasti sconcertati. Dunque anche gli italiani...
L’inno di Mameli è cantato dall’artista Elena Bonelli. Lo stadio è una bolgia dantesca, Dante è italiano. Qui nulla appartiene a tutti. Qui siamo nel regno gladiatorio, irredimibile. Il giuramento delle genti gladiatorie italiane, nei tempi ancestrali in cui ci muovevamo con padronanza dei nostri arti attraverso il mondo, è testimoniato da Petronio nel Satyricon ed è: «Sopporterò di essere bruciato, di essere legato, di essere morso, di essere ucciso per questo giuramento» (Uri, vinciri, verberari, ferroque necari). Non è più il caso.
Al primo minuto Zambrotta crossa dalla fascia e Vieri non ci arriva.
Non ce la fai. Avverte la necessità di un ulteriore cardiotonico. Byron Moreno decide che non è possibile seguire il gioco in prossimità della palla. Ragiona scacchisticamente e pensa a tre puttane da scorrazzare in giro a Quito a bordo di una Limo Lincoln dagli interni tigrati, sull’Avenida de la Patria. Cerca il punto da cui la visuale si apra e sia prossima alla panoplia. Dove il suo corpo anchilosato e lardellato non può portarlo, fenderà il suo sguardo di panda neurolettico. Deve trasmettere messaggi obliqui. Ha dei compiti, quest’uomo. Ha dei contratti da rispettare. Al terzo minuto di gioco ammonisce il terzino italiano sinistro, Coco. Ha difficoltà a scriverne il nome sul tabellino, ha difficoltà a scrivere, il fiato è un mostro che aggredisce lo sterno, un polipo livido animato da intenzioni devastatrici. Non respira e la vista si spezza in frammenti luminosi, mentre annota in un maiuscolo approssimativo «C-O-C-O». È chiaro il messaggio che sta inviando?
E riprende la corsa, avverte duri i polpacci, i tendini faticano a raggiungere l’estensione necessaria, le braccia pesano come agli infartuati, i capelli si scompongono e una frangia da comico americano anni Cinquanta gli cala sulla fronte. Le sue labbra tornite sono livide. Fatica a seguire l’azione.
Deve fornire messaggi. Velocemente. Deve inviare morse obliqui.
Lo fa.
Al quarto minuto di gioco decreta un inesistente rigore a favore della Corea del Sud. È chiaro?
Ahn si prepara a batterlo e Byron Moreno osserva la sua pancia rientrare spaventosamente e poi sporgersi alla ricerca parossistica di ossigeno, ciclicamente. La palla è ferma sul dischetto e Byron Moreno sente i bronchioli scoppiargli e con la Corea in vantaggio al quarto minuto la sua china verso una Rolls Royce Phantom dagli interni maculati sarà uno scherzo. Impazzerà a Quito per Avenida 6 de Dicembre. Trasporterà Drag Queens e sarà seguito da torme di ragazzini entusiasti. Un nome unico per tutto l’Ecuador.
Buffon para il rigore.
Byron Moreno pensa all’intervallo, alla dose di cardiotonico da inoculare.
«Questo è uno stronzo! È uno stronzo ti dico! Questo è un figlio di puttana che deve tornare a raccogliere il mais nel suo cazzo di Perù!» urla il Trap, ma Buffon ha parato, siamo solo all’inizio, la nostra Federazione è debole, il presidente Carraro non si è fatto vedere, la Nazionale è sola, esposta, le politiche sono alte, sono altre.
L’Italia è sola, esposta, non partecipa alle politiche.
Il Trap sfrega con ossessiva compulsione la sagoma plasticata della Madonnina, l’acqua si scalda al sudore del palmo, il Trap suda disperazione e dolore, certezza e iracondia. È la statua dei vizi e delle virtù secentesche, l’ultima grande stagione italiana ha in lui l’icona che sta marmorizzandosi e sgretolandosi, il suo fischio è un ultrasuono che separa le onde eteriche sul campo, tutto è energia e il Trap esercita il magistero dell’energia, è uno shaolin lombardo che si volta e accenna a un tai-chi privato esposto pubblicamente in mondovisione.
I suoi capelli sono candidi, bianchi, luminosi, come quelli di un illuminato.
Al ventesimo minuto Totti lancia dall’angolo, Vieri incorna e mette la sfera all’incrocio dei pali, e l’Italia inizia a vincere, e il Trap è una furia scatenata, la furia che devasta il corpo inerme di Oreste, la danaide che trincia il tronco di Orfeo, e l’energia è azzurra, un’onda impressionante di vibrazione celeste, gli occhi del Trap, il manto della Vergine di plastica nascosta nella tasca, il tessuto ingegneristico delle casacche italiane, il cielo sopra Daejeon. Noi siamo gli eredi dei latini ed è nostra abitudine erigere archi in memoria dei nostri trionfi e attraversarli con passo marziale. Siamo tornati a essere la stirpe di Mavors, l’antico nome di Marte, i guerrieri che si muovono in legioni demoniche e perfette, scientifiche e implacabili. Noi abbiamo esperito l’empietà del mondo. Noi abbiamo marciato sulle lande barbare di un pianeta a noi sconosciuto. Noi siamo questo.
E la Corea è un’entità geografica indistinta, che sta a est, qualcosa di ascrivibile agli sconosciuti percorsi di Marco Polo, qualcosa di lontano e fossile, di mongolo, ammutolita. Finis Coreae.
Questo demone femmineo e acqueo, azzurro, è potente. Colei che era nota, prima della rinuncia al mondo e della tosatura radicale, con il nome terreno di Eun Kim Park, è seduta su una stuoia in giunchiglie disseccate, lavorate a lungo, assisa in posizione del loto, a cento metri dalla parete curva a nord dello stadio di Daejeon, e brucia incensi scelti di areca catechu e dà fuoco all’immagine cartacea del demone femmineo e acquatico, che l’allenatore italiano sta scatenando all’interno del catino dove vince, vince grazie a quella radianza azzurra, la medesima che deviò la pallottola destinata al Papa Malato che governa dall’Italia un inaccettabile monopolio dei Cieli.
Il Maestro si concentra, perché non è mai la fine e l’energia ha meccaniche fluide di rovesciamento repentino e inaspettato. La sorte umana insegna, ma l’insegnamento non è quello che apprendono gli uomini.
Brucia, fuoco.
Brucia, breve candela.
Italia, brucia.
Quello che hai dovuto subire nello spogliatoio nell’intervallo. Aghi nel derma spugnoso e grasso. Bevande a base di ginseng dal gusto di broccoli lessati nell’aglio. Il massaggio cardiaco del terapeuta manipolatore che hai convocato privatamente, conoscendo la tua inefficienza allo stress fisico. E mancano ancora quarantacinque minuti e tu non stai ai patti e la reprimenda arriva attraverso il cellulare, dall’alto, tremi, il tuo volto è largo e svuotato come una borsa da viaggio da cui hanno rubato i vestiti e ogni oggetto. Sei una bisaccia svuotata, una zampogna sfiatata, sei il niente che rasenta l’abisso ben scrutabile del nulla. O ti dài da fare o hai perso l’occasione della tua vita. Non ti chiedi cosa sia la vita, perché vivi, chi tu sia davvero e perché tu sia. Ti limiti a calcare i marciapiedi di Quito con l’inconsapevolezza e la speranza degli ultimi arrivati, che sperano nel bacio avvolgente di una sorte indipendente dalle loro responsabilità. Sei l’adepto di una lotteria che sarebbe metafisica, se solo tu avessi mai pronunciato questa parola: «metafisica».
La tua fede è antimetafisica per definizione, ora: è l’urgenza. È l’urgenza di inviare messaggi più incisivi, obliqui. La tua sentenza è preordinata e non c’è appello possibile. Si rassegnino.
Farai di tutto per quegli interni leopardati.
E il tempo accelera. Verso la fine è il risucchio. Opponetevi a questa ineluttabilità. Siate proni alla lentezza che arriva a frenare la fine.
In sette minuti, senza i conforti del caso, l’arbitro Byron Moreno ammonisce i giocatori italiani Tommasi e Zanetti.
Fedele al suo credo antimetafisico (ammesso che la scaramanzia non sia metafisica), il Trap sostituisce la punta Del Piero col centrocampista di copertura Gattuso: si copre. È il suo verbo: la difesa, la ritenzione in luogo del ritegno, l’assenza di spreco, la ragionieristica disciplina che calcola la fine, la preavverte e la addomestica. È uno scontro titanico con il caso e con il caos. È il regno dell’uomo su questo pianeta, che vuole evitare lo scacco finale, ci prova.
Fuori dello stadio di Daejeon l’immaginetta cartacea del demone femminile e acqueo degli italiani incomincia a miscelarsi con la cenere di incenso e il Maestro inizia a pronunciare formule bisillabiche i cui significati arcani sono bennoti alle meccaniche dell’energia, che li apprezza e si dispone a seguirne le indicazioni. Il fato è questa ragioneria di grado inimmaginabilmente sottile. Sono parole arcuate che spostano masse di etere. Sono ritologie che scuotono il regno akashico da cui ogni forma e ogni nome sono partoriti.
Mancano tre minuti alla fine della partita.
L’Italia è fatta e sono fatti anche gli italiani.
E la Corea del Sud pareggia.
Scatenamento dei fati. Lo stadio è investito da fiammate violente di aria non percepibile, la vita eterica che segue i bisillabi sciamanici dettati dal Maestro, assisa sulle sue giunchiglie lavorate con infinita pazienza da donne sfruttate e irrise nelle campagne di Gangneung.
Una palla messa in mezzo all’area scavalca Iuliano, Panucci si ritrova il pallone addosso e non riesce a liberare. Arriva Seol e segna.
Due minuti dopo Vieri si trova il pallone sui piedi davanti alla porta coreana spalancata: e sbaglia.
Byron Moreno, nonostante il notevole accumulo di tempo perduto dai giocatori e dalle sue enfatiche ammonizioni, concede solo due minuti di recupero.
Supplementari.
Fato, brucia.
La piccola Vergine colma di acqua santificata, annichilita dai demoni eterici smossi dal Maestro coreano, nella tasca scossa dell’allenatore Giovanni Trapattoni.
Al tredicesimo minuto del primo tempo supplementare, Totti viene scaraventato a terra in piena area coreana. È rigore. No. Byron Moreno, lontanissimo dall’azione, impiega un tempo dilatato e drammatico per raggiungere il punto dell’impatto e, con una mossa circense o da vigilanza urbana, estrae il cartellino giallo e poi quello rosso per il già ammonito centrocampista italiano: espulso per simulazione.
Giovanni Trapattoni si scaglia contro il quarto uomo, si volta verso la parete in plexiglas che lo separa dal parterre Fifa e batte i pugni, l’ingiustizia subita, l’umiliazione, la denegazione che un fato umano, troppo umano, ecuadoregno, impone alla sua dignità milanese, costruita attraverso una giovanile resistenza alle brume mattutine e all’etica protestante con cui lo hanno allevato.
Al quinto minuto del secondo tempo supplementare l’arbitro Byron Moreno annulla all’Italia un gol di Tommasi, per un inesistente fuorigioco.
Giovanni Trapattoni desidera bere l’acqua santificata ed eiettarla in forma di vapori venefici nella laringe di questo ciccione incompetente, questo burattino sudamericano in mano ai potentati Fifa, che hanno fatto una promessa alla Corea e intendono mantenere le promesse.
Al decimo minuto del secondo tempo, a causa di uno svarione difensivo, il giocatore coreano Ahn segna il golden gol (regola che verrà cancellata al termine di questi Mondiali): l’Italia è fuori del torneo.
La Corea è una landa pericolosa che aggredisce il nostro import-export.
La Corea è una distesa di sabbie abitate da demoni tellurici e cruenti.
La Corea è il nuovo asse geopolitico del pianeta.
Il Vaticano è immobile come la Cina.
Il Maestro, alzatasi dalla sua stuoia, avendo allargato le braccia, ha visto la colonna di fuoco verderossa, che soltanto uno spettro percettivo sottile può registrare, la colonna del Drago che mangia il Dio unico e impotente dell’Occidente italiano, i suoi sogni deboli da cui desume il controllo della sfera terracquea, il Drago che scivola da sotto il tallone della Vergine e gonfia la rete avversaria e pone la fine laddove non è fine, perché non c’è fine. Ricordiamo la fine ed essa esiste, la fine non si autodivora, è un’ascesa eroica di un uomo quintessenzializzato e potente, che sale nei cieli e schiaccia la sfera del mondo con un colpo della testa, la teca ossea deputata a proteggere l’organo che chimicamente trasforma l’energia in pensiero.
Affinché tutto sia riassunto nella fine, dopo il supplemento, dopo che al tempo è stata concessa una seconda, rinnovata possibilità.
Pubblicato il Martedì 16 Maggio 2006
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