Giuseppe Genna: bio&biblio
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• Pater
Non uscirà più il testo pensato e scritto a partire dal ritrovamento del corpo di mio padre, un'ora dopo avere...
• MUSEO TRASCENDENTALE - per Andrea Mantegna
L'inaugurazione della grande esposizione, a Palazzo Te di Mantova, in onore di Andrea Mantegna, avverrà la sera del 13 settembre...
• Un racconto del Genna, in AZZURRI
Giuseppe Genna FORZE OSCURE NELLO STADIO DI DAEJEON 7a Coppa del Mondo FIFA – Corea-Giappone 2002 18 giugno COREA DEL...
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Un Miserabile racconto: La morte vuota
Il racconto che segue è stato pubblicato sulla rivista Satisfiction, in occasione del Salone del Libro, specificamente in un inserto narrativo dedicato alla tragedia sociale delle morti sul lavoro o "morti bianche". Si lega anche a questa riflessione. Il racconto è leggibile cliccando "continua" qui sotto.
Da La storia siamo noi: "Oggi: gli Ultimi"
La storia siamo noi, l'antologia edita da Neri Pozza nella collana Bloom per la curatela di Mattia Carratello (€ 17.50), è di fatto un'antologia che rientra a pieno nei parametri del memorandum sul New Italian Epic steso da Wu Ming 1. Il racconto della storia italiana, dal 1848 a oggi, avviene per scene topiche, momenti apicali, ritratti devianti, e termina con un esito che è fantascientifico e attuale. Gli scrittori che hanno partecipato a questa iniziativa editoriale sono quattordici: Antonio Scurati, Giosuè Calaciura, Antonio Franchini, Mario Desiati, Andrea Camilleri, Helena Janeczek, Sebastiano Vassalli, Laura Pariani, Sandra Petrignani, Laura Pugno, Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Nicola Lagioia, Leonardo Colombati.
In chiusura, c'è il Miserabile sottoscritto, che si occupa di un momento storico particolare della storia nazionale: l'oggi e il presente avanzato, da cui il titolo, che è Oggi: gli Ultimi.
Pubblico qui, grazie al permesso dell'Editore, il racconto in versione integrale, invitando i Miserabili Lettori interessati a fidarsi del mio giudizio personale e ad andare a visionare in libreria l'antologia, che mi pare un momento importante nella vicenda della narrativa italiana contemporanea.
La versione integrale del racconto è in formato pdf. Basta cliccare sull'icona o sul link e il file è visualizzabile.
Dopo Elkann, Marzullo: lo sfondamento del romanzo Hitler
Prescindendo dall'odiosa materia che ho dovuto trattare nel mio ultimo romanzo, e dai modi in cui l'ho trattata (testimoniati dall'officina aperta prima dell'uscita, e dopo...), Hitler mi ha concesso due soddisfazioni fondamentali per uno spirito trapassato da "Clarence". La prima, come già detto, è stata l'incredibile intervista di Alain Elkann, che merita un capitolo di un prossimo libro, poiché disvela inenarrate verità del mondo dello spettacolo e delle dinastie (voi umani non potete immaginare...). La seconda, che non ha visto purtroppo la mia partecipazione fisica (per la quale avrei donato otto litri di sangue all'Avis), è stata l'inattesa, sorprendente, non programmata comparsa di Hitler da Marzullo. Ecco l'estratto della trasmissione: il critico musical-letterario Walter Mauro segnala uscita e temi del romanzo. Grazie: Marzullo serve a coronare i sogni e quindi mi aiuta a vivere!
Pitt & Jolie del Fascio: la storia vera di Sanguepazzo
[A Cannes è stato presentato Sanguepazzo, film di Marco Tullio Giordana sulla controversa esistenza e morte dei divi del regime mussoliniano Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, interpretati da Luca Zingaretti e Monica Bellucci. Vicenda ad altissima ambiguità, che viene raccontata nel testo che segue, firmato dal Miserabile sottoscritto e pubblicato nel numero scorso di Vanity Fair]
E’ una sera vivida e tiepida. Lo spazio è enorme. L’aria è un prisma di colori. Il tramonto infuoca l’ora. E’ il 30 aprile 1945. Non è il bianco e nero dei cinematografi o delle celluloidi dell’Istituto Luce. Non c’è alcuna voce marziale a sentenziare su questo momento. Non si vedono ruderi grigiastri di edifici crollati per i bombardamenti, la tragica péndant al marmo sporco del Duomo. Soltanto, nell’erba fosforescente, distante dalle piste battute dagli zoccoli dei cavalli e asperse dal sudore delle corse, al centro dell’Ippodromo di Milano: un uomo, una donna. A pochi metri da loro, il plotone partigiano.
Da La storia siamo noi (Neri Pozza): un estratto del mio racconto
E' uscita e credo farà scalpore (uno scalpore letterario, s'intende) la sorprendente antologia curata da Mattia Carratello (una delle migliori menti operanti in Italia da anni) per la collana Bloom di Neri Pozza. Si intitola LA STORIA SIAMO NOI [qui la scheda ufficiale], in cui quattordici scrittori raccontano l'Italia dal 1848 a oggi ed è una raccolta di racconti concatenati che rientra a pieno nei parametri del memorandum sul New Italian Epic tratteggiati da Wu Ming 1. Sotto l'accurata guida e il sapientissimo editing di Carratello, hanno partecipato a questa serie di istantanee su momenti topici della storia d'Italia, in ordine e argomento di apparizione:
Antonio Scurati: nascita di una nazione, le Cinque giornate di Milano.
Giosuè Calaciura: l’avvento di Garibaldi a Palermo.
Antonio Franchini: il mito e la tragedia di Caporetto.
Mario Desiati: l’amore ai tempi del fascismo.
Andrea Camilleri: il sogno impossibile di un separatista siciliano.
Helena Janeczek: i texani alla battaglia di Montecassino.
Sebastiano Vassalli: la guerra è finita, tornare a casa.
Laura Pariani: diario di una studentessa, anno scolastico 1968.
Sandra Petrignani: Roma, il caso Moro e lo sgomento degli affetti.
Laura Pugno: Processo per stupro e la violenza occultata.
Giancarlo Liviano D’Arcangelo: Ustica, il silenzio e il segreto.
Nicola Lagioia: quando Indro Montanelli lasciava il Giornale.
Leonardo Colombati: Gianni Agnelli, la morte di un re.
Giuseppe Genna: 2008, la fine del miracolo italiano.
L'antologia ha inaugurato il Festival delle Letterature di Massenzio, a Roma. In una serata gremitissima di lettori, undici scrittori hanno letto un estratto del proprio racconto. Assente il sottoscritto per disdette personali, un brano dal mio racconto è stato comunque interpretato. Riporto qui lo stralcio, avvisando che proprio di uno stralcio si tratta e che prossimamente, con l'eventuale benestare dell'Editore, editerò su questo sito il racconto nella sua interezza - questa discensio ad infera nei piani sotterranei alla Stazione Centrale di Milano, che culmina in apparizioni metafisiche e nella resa totale dello stampo umano, secondo la sua declinazione italica, che è attualmente a mio parere la punta avanzata della débacle della specie.
Qui di séguito, l'estratto.
Oggi: gli Ultimidi GIUSEPPE GENNA
E’ il primo gennaio 2008, sono disperatissimo, matto e disperatissimo. Ho un euro di benzina nel serbatoio del motorino, il conto in rosso, Milano è allo zero climatico, l’aria che pesa, gli zero gradi mantegono la condensa bianca orizzontale e ubiqua. E’ la bruma che pare antica nebbia, ora cancerogena. Mi gelo mentre corro girando per circoli nella circonvallazione maggiore e so dove andare. So, io, sempre, dove, andare. Il luogo centrale, il perno di tutto. Due anni addietro, tra qualche ora, sfondai la porta di casa dove mio padre abitava, corroso dal tumore epatico eppure privo di sintomi, se non la peluria di pulcino che aveva sostituito la capigliatura brizzolata, dovuta alla chemioterapia inefficace, era sempre stanco, e lo trovai morto, cadavere irrigidito da un giorno, accanto al calorifero, secco come cospicui rami invernali di un albero sotto brina, gli arti terminali gonfi, il braccio sollevato, il cuore aveva ceduto, era morto in venti secondi, cinque minuti dopo avermi telefonato per farmi gli auguri di buon anno, la sera precedente, io ero nella festa inutile dei lucori borghesi, e lui moriva, solo. Solo. Solo.
Sono, io, sempre, da sempre, solo e, penso, sarò, sempre, solo.
Giro solo nel motorino che macina decametri di asfalto brinato, la giacca impermeabile non lo è perché acquistata dai cinesi in Ripamonti, il freddo intenso è pugni nelle ossa delle braccia, sullo sterno.
L’altra sera, in una trasmissione che si occupa di fantarcheologia e profezie e oggetti non identificati e crop circle, il presentatore Sandro Giacobbo, che avevo visto inscenare una seduta di ipnosi regressiva dove un’attrice ricordava una sua esistenza precedente e descriveva il marito frustarla nella stanza di un palazzo nobiliare nel Settecento – in quella trasmissione l’ex comico di “Drive In” Enzo Braschi, che interpretava il paninaro con slogan ossessivi a cui ossessivamente rispondevano risate preconfezionate, lui e altri esperti sudamericani, tutti: dicevano che nel 2012 il mondo finisce. Lo dice il calendario Maya, lo dicono le profezie Thai, lo dicono certi cartigli e geroglifici dell’Egitto faraonico.
Dalle sabbie tremule e incolte spiccavano le profezie guardando a Orione.
Ruoto a spirale nel gelo per la città, le pompe di benzina rare sono tutte serrate, è il giorno che inaugura il nuovo anno 2008, tutti sono a casa e pensano che ci sono nuovi obbiettivi, nuove possibilità per non conoscersi.
Taglio, seguendo certe rotte in diagonale.
Un vento a alcuni gradi sotto zero incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili, a tratti, come raffiche di mitra, disintegrava i cumuli di neve.
Climatologi di fama internazionale hanno presentato all’Onu un rapporto allarmante sulla premessa della fine del mondo, sulle modificazioni del geomorfismo terrestre, in forza dell’aumento del livello delle acque planetarie, dovuto all’intervento dell’uomo sull’atmosfera, per le emissioni dei cancerogeni inquinanti. Le mappe sono profezie a breve, il mondo tra cinquant’anni e vedevo on line le mappe pubblicate: lo Stretto di Gibilterra cancellato, l’Atlantico riversato nella pozza salmastra del Mediterraneo, la Spagna divorata nelle coste, l’Italia annullata, ne rimanevano cartigli minimi, sigilli di un passato che è stato così breve, così breve e sciacquato come acqua in torba: la Sardegna intatta, la Sicilia emersa per metà, la Penisola inesistente, solo acqua, fino ai monti liguri, divenuti isole, l’estensione del Piemonte dimidiata, la Lombardia intatta, il Veneto corroso, il Friuli indenne. Un’Europa dilagata al proprio interno, collassata su se stessa per la sostanza acquea, la pressione idrica ne farà un buco azzurro, non una supernova, uno squallore geografico intollerabile, poiché nella violenza della natura l’umano ravvede intensità di eroismo, e il collasso della nova è eroico, il buco nero è epico, ma la veloce corrosione delle coste, le migrazioni delle termiti umane, la sofferenza di duecentotrentamila morti in Asia per lo tsunami pochi anni orsono in questi giorni, era il 2004, è stato scordato, gli italiani volevano partire per le Maldive in vacanza, si informavano dei morti a galla nelle acque, lo tsunami: no, questo è un affossamento trascurabile, minimo, scatena un ludibrio appena avvertibile.
Taglio verso la Centrale, è lì che vado: la Stazione.
So dove andare.
La Centrale è un tempio massonico, ermetico, alchemico, a migliaia la trapassano, pendolari turisti viaggiatori occasionali, ogni giorno, e non comprendono di calcare i pavimenti irregolari, a più piani, le svolte labirintiche di un evento architettonico templare. Il messaggio iscritto come potenza nella pietra marmorea: non parla. Nessuno ascolta. Chi non ha occhi per vedere: è il suo mondo, questo. E’ il suo tempo.
Il tempo non esiste, la morte non esiste, ma una sostanza che regge il tempo e la morte, continua, fatta di presenza, che se potesse parlare, e può parlare solo se accetta di condensarsi entrando nel tempo e nella morte, direbbe semplicemente: “Io Sono”.
[...]
Davanti al binario 21: il Padiglione Reale.
Attenzione: ci si avvicina al sacello che sembra il segreto del male che questo tempio, muto, annuncia.
E’ sul lato orientale della Stazione, occultato, accanto alla cappella.
La fine è imminente. Non esiste fine. L’umano non è l’animale politico, è l’animale che pensa alla fine.
E’ rimasto, il Padiglione Reale, identico negli anni. Una varietà pressoché infinita di di marmi nello zoccolo, nelle pareti, nello scalone: il verdello di Verona e la pietra Valdagno, l’onice giallo di Chiampo e il paonazzetto di Carrara. E specchi. E velàri. E vetrate a composizione mosaica. E lampade in cristallo sfaccettato.
Lo scalone a doppia rampa con pròtomi leonine, scalini e balaustra in onice giallo, conduce al Salone delle Feste, ornato di colonne a capitelli corinzi e fregi e immani anfore di marmo verde Roja e una fontana in porfido e pezzi in stucco lucido stilizzato e più dentro, più dentro ancora, nel buio prima della cascata di luce dalla finestra immensa che dà su piazza Duca D’Aosta, ecco il centro oscuro, dimenticato, non visto: un pannello che si confonde perché realizzato in legno non pregiato.
Su questo pannello, occultato perché messo sotto lo sguardo di chiunque, con ossessione è fregiata la Svastica.
Nemmeno adesso che è detto questo l’umano comprende – l’italiano, meno ancora. L’umano di oggi si annoia: non è più umano – l’italiano, meno ancora. I paragrafi precedenti cosa c’entrano? E’ tutto connesso, ma per l’inumano è tutto scollegato – per l’italiano, più ancora. Archi voltaici di superfina elettricità corrono da un elemento all’altro, ma l’umano ora si annoia a leggere questo racconto – l’italiano più ancora.
L’umano non è l’animale politico, è l’animale che si annoia.
L’italiano è il culmine della noia.
[...]
L'Acida Musa
L'estate di quest'anno, la rovinosa estate 2007, mi ha condotto a sperimentare premesse personali che poi ho visto, con allibimento, realizzarsi collettivamente, in accelerazione temporale pressoché insostenibile, nei mesi successivi. Il fallimento dell'estate 2007 è stato intimo, ma preludeva a un fallimento sociale - generalizzato. Ho goduto di pochi giorni pacifici. A dire il vero, nemmeno di quelli. In quelli è nata un'urgenza, ovverosia la scrittura totalmente libera da condizionamenti, di un libro che non è un romanzo, non è un insieme di racconti, non è una serie di installazioni, non è una struttura a capitoli di prosa poetica, non è un saggio - eppure è un libro, cioè è un oggetto interrogante. Il libro deve ancora concludersi, devo lavorarci sopra, manca il racconto definitivo, avrebbe da raccontare la cosa che il libro stesso continua a dilazionare, una cosa che non è una storia, ma è tutto il presente italiano, raggrumato in una bolla spaziotemporale inattesa ma scontata. Non dirò il titolo di questo libro (che non so neppure se mai pubblicherò e che nulla ha a che vedere col nuovo romanzo in uscita a gennaio per Mondaori e che sta per essere presentato a Francoforte, agli editori stranieri: il momento in cui svelerò la natura del soggetto, dopo tanti ragionamenti e pesanti cautele mostrate nell'officina allestita qui). Tuttavia, mi sembra opportuno pubblicare l'incipit (che si intitola, per l'appunto, L'Acida Musa): preso da sé solo può non significare nulla oppure, per qualche sguardo, può molto significare.
Eccolo.
Amoroso muro, difficoltà in abbandono, emersioni
Di come sia possibile la simile eruzione.
Di conato è la sostanza negra di immagini prive di voci. Di traslazioni.
Ciò che fu pesante è ora ricordato assai lieve, foglia di oro lavorato minuziosamente.
Di come sia vento mentale, inarginabile da mura crepate.
La Grande Muraglia erosa negli ultimi tempi per via dei grandi mutamenti urbanistici, climatici, continentali: farà riemergere i cadaveri sepolti in piedi nelle fondamenta?, tra tufo e tufo?, lo farà? Hanno atteso tanto che nessuno attendeva - o "mai più" così dolce amato...
Un metro mi è estraneo per misurare l'insorgere delle immagini di te.
Sacrosanta luce, cògli la mia pazienza in fallo, suturala, opta per la breccia, suturale.
E' lo stare male, improvviso, privo di controllo e voce. Onirico.
Mi sottraggo al bacio in sogno ma è centrale l'attenzione sul labbro superiore roseo un poco sporgente e la pelle bianca. La leggera presenza mi preme lo sterno. Non riesco ad arrestare il processo.
Discriminazione violata, smangiata, erosa, rugginosa.
Sacrosanta luce, copri la luce falsa, che emerge in immagini prive di ricordo.
Metro che mi è estraneo. Misura impossibilitata.
Sul treno, nel vagone vuoto, al freddo, le due ore pesanti di noia e pensieri e di attesa, affiché giungessi allo scorcio dell'hotel dirimpetto alla stazione, alle curve che stavano divenendo familiari, io dò tutto.
Il parcheggio sotterraneo a fianco della mia casa, quante volte stato lì accompagnandoti nell'umido sorridendo?
Questa trasfigurazione non è sacra, non è santa.
Non giunge aiuto.
Intesa inesistente. Agnello col cartiglio. Gommalacca su piombo specchiato. Piccolo cerchio nero su fredda superficie bianca, la piastra del pavimento bianco ghiaccio, l'elastico dei tuoi capelli, più volte dimenticato, raccolto, reliquia, scordato, riemerso. Oh...
Noi con cenni e con parole a poco a poco
avremmo potuto... avremmo potuto...
Volto del sensitivo luminoso, dice: "No! Non poteva essere Lei stesso, a pena di perderla!", dice: "Inadatta", dice che tenere insieme parti e frammenti è il compito dell'abitudine ai corpi che si sottraggono, da grossi si fanno essi stessi sottili.
La lieve condensa sul vetro.
Memoria: odio.
Immagine: odio.
Rabbia: odio.
Abbandono: odio.
Odio: odio.
Al manifestarsi del sortilegio tu ti spaventi.
Troppo in fretta crescerei?, alla penombra che annuncia cremisi lo squarcio, la breccia cilestrina.
Tu, solitario, perché...
Il nostro è in verità un vivere in figure.
Amore perduto agisce per reale relazione.
Dalla vuota lontananza, eco assente all'urto di amore dato, così profondo e tenero, così bambino e nuovo, tanto pianto trattenuto è perdita di amore?, di lealtà? di se stessa, l'amorosa mancanza?, ama?, e tanta la finzione si è scavata.
Per arrivare al cuore: ed era "No".
Pura tensione. Musica di potenze, forze in libero scatenamento: nel mio cuore!
Sapresti immaginare?
L'amore nasce invece quando, a partire da una forma sensibile, egli genera autonomamente al proprio interno una forma non sensibile, nella parte indivisibile dell'anima sua.
Al termine dell'amore dove si posa la forma non sensibile?, da dove fuoriesce?, come chi in quale modo spezza io il di lei calco? - Svuotato, reso abitato dal residuo , il suo nome è "No".
Il bello suscita terrore e smarrimento. E dopo che esso stesso è sfuggito?
Terrore e smarrimento. Opera bronzea che sul mio corpo la notte riposa, come un corpo estraneo di chi è morto, di chi vivente pesantemente preme. Preme me.
Esorcismo.
Gesto apotropaico.
Blocco del Flusso sottile.
Pulizia del Cuore.
Esorcismo: "Tutte le persone di sogno del tempo passato stanno dicendo addio per sempre, Signore. Accanto a una finestra dell'Antico, in una perduta strada di camini di mattoni, fa' che esploda una stella in mezzo a noi, che siamo il di me interno".
Praticato, ripetuto, donato sotto l'ombra del cipresso maschio.
Grande Padre Burroughs
• GRANDE PADRE BURROUGHS: versione audio mp3, 3.8M, 8:19 [in incipit, WSB. legge da Nova Express , del 1965, il passo che inizia con "This, gentlemen, is a death dwarf...". Il frammento musicale che segue è tratto da Paris dei Self Portrait Blues]
Grande Padre William Seward Burroughs aiutami.
Aiutami e la tua presenza sia un soffio cilestrino che spinge le mie spalle slogate dalla croce a cavalli e pulisce l'aureola che mi serra il cervello, la purpurea immonda, sostanza sottile e fantasma di disperazione, è l'irruzione ematoencefalica di me nel mondo, del mondo in me, cosa sia il mondo sia da te detto, ripetuto, cancellato, come la mano sullo scisto nel deserto fuori città e è essa che spazza i granuli di terriccio e annulla orme in preda al vento, ché tu sei vento, Grande Padre William Seward Burroughs.
Torno nella casa, è abusata. E', essa, la vuota, la svuotata, è bianca. Non un orizzonte guida me sulle sue piste magnetiche. Non so cantare. Non so viaggiare. Non ho lavoro. Non ho amore. Non compio la discesa nel grande fossile che è vivo. Non vedo tra il fogliame ergersi curvo l'essere albino con gli occhi rossi che incrocia, stupito, il mio sguardo. Sono istupidito, Padre. Io figlio a te opposto contro la propria volontà, schiacciato dai granuli di esperienza che traduco in farmacologie, in atti di occulta disperanza.
Grande Padre Burroughs dimmi, aiutami, per me sommuovi il mondo, spingimi, ché da solo io non...
Tu che hai trovato, non trovato amore - aiuta me che non trovo amore. Tu che hai scorticato il coniglio selvatico del fare, libero in pianure mentre sfrecciava macinando con i veloci dentini perlacei l'erba di riporto che sono le mie vene - aiuta me che non riesco a fare. Tu che sul lavoro hai sputato - aiuta me che intendo lavorare, che intendo essere il centauro di panno lenci in mano al bambino Giuseppe Genna. Sia strappato il centauro, diviso in longitudine, spartito finalmente, fuoriesca la lanula di fibra vetrosa, bianca, lattacea, finalmente. Finalmente. Finalmente....
Il vecchio secchio di rovere, il dorato secchio di rovere.
Nell'industria non si può mai essere certi di nessuno, di nessuno.
La scrivania smaltata. Troppi sottopassaggi. E nascondigli, impossibile avere un alibi quando si mette fuori una mano.
Ascolta: grida di un ragazzo in fiamme inalate dal vecchio, occhi come una vasta piana.
Un grande peso discese dal cielo, i venti della terra sferzarono le palme piegandole fino a terra. Onde di maremoto invasero il calendario di controllo in pietra, circolare, indecifrabile. Il segreto di quel calendario. Il posto a cui appartieni.
"Noi non trasmettiamo le notizie. Noi le scriviamo".
Sto male. Vedi? "Le ombre ritornarono".
La monotonia dell'esistenza ti rendeva piuttosto semplice restare travestito da seminfermo mentale. Vedi?
Le ombre sono d'oro. Sono alate fiamme. Salgono i fiumi verticali ombrosi, fluidi di sostanza nera quando chiudi le tue palpebre consumate, esse si involano al centro di te che sai non è. E io?
Aiutami, Grande Padre William Seward Burroughs.
Sto male.
Sto male senza avere consumato nemmeno un'az...
Sto male, sono vuoto, sono la conca del malessere, cerco un invaso d'acqua, Padre Grande William Seward Burroughs. Leggo in te disperazione, leggo in te redenzione. Sono la disperazione.
Vertigine dall'ozonosfera verso il bacino in secca crepato nel fondo in criosoto.
Colma la faglia oceanica che mi separa da te, io incapace di esserti prossimo, colmo di desiderio che non conosco. In questa mattina in cui si profila la vasta piana bianca che mi fa stare male. Dove sia l'orizzonte. Dove sia l'umano che si profila all'orizzonte. Piccola sagoma indistinguibile, nera, carbonizzata, verticale in avvicinamento. Carbonizzato, gli occhi accesi dalla lacrimazione, l'epidermide incarbonita: sei tu.
Quell'odore di stantia alba dove io sto. Sto chiamandoti.
"Vieni con me, Mister?". Supplico: poni la domanda.
Si alza in trance e si strangola senza alterare la propria espressione, né tirare la lingua dentro.
Ricavami.
Fammi da ponte.
Intervieni e muovi questa foresta pietrificata che attorno ho: è dove sto. Rimangono solo ossa che ridono, le mie sono lamenti, oh!, le flebili radiazioni foniche... Vedo insieme a te brandelli di carne sulle colline dei crani.
Siamo coscienti del problema, e abbiamo bene chiari in mente i bisogni dei nostri lettori dal momento che risiedono sempre lì.
Aghi si arrugginiscono dentro la carne secca.
Padre, non ho più vene.
Dammi sangue.
Dammi la sottrazione.
Dammi l'eccedenza che mi innalzi, ala di fuoco, dagli aculei, dall'odioso falsetto.
Dammi la vista, fammi vedere cosa si infila tra le mie labbra condotto dalle punte della forchetta.
Dammi alchini salvatori.
Dammi chimica a strappi.
Sono troppo debole e troppo vecchio per inseguire altre prede, io, lo sdentato: non ho più denti, Padre.
Conducimi ovunque sia ovunque.
Inarcami il semplice sorriso.
"E adesso veniamo alla questione del mio onorario..."
Un'installazione: TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM
Nel Dies Irae, di cui prima o poi vorrei stendere un'autoglossa, non perché sia un romanzo oggettivamente fondamentale bensì perché esso è strapieno di intenzioni e derive che interessano me e quindi possono interessare alcuni lettori, all'interno della vicenda (vedi il significato che dò a questo termine qui, in un passaggio del saggio sul Personaggio Vuoto) del personaggio Giuseppe Genna, si parla di un libro, il Dies Irae, accumulo di cartafacci e aggiunte progressive, frutto di una composizione pluridecennale, praticamente illeggibile. Esso esiste realmente, anche se nel Dies Irae sta a simbolizzare l'oggetto narrativo inaugurato nella contemporaneità prima da William Burroughs con la stesura di Naked Lunch e poi inverato da Petrolio di Pasolini. Questo Dies Irae interno al romanzo pubblicato Dies Irae non sarà mai edito, anche perché dubito che una qualunque casa editrice sia interessata a pubblicarlo. Piuttosto, è stato concluso un accordo perché, una volta terminato, esso finisca, in una copia stampata a mano, coi piombi, in un determinato museo, mentre il suo contenuto andrà integralmente in Rete o quel che sarà la Rete quando lo finirò (o meglio: non finirò). Esso è strutturato in tre parti, di cui la prima è una cosmogonia che è anche una storia dell'individuo Giuseppe Genna: storia di storie, evidentemente, compresi sogni, venti psichici, eventi emotivi e reali, sonno senza sogni, vicende vissute, choses vue. Esso è composto per "installazioni": la nomenclatura che ho scelto per una forma che non è prosa (non è narrazione di una storia), non è poesia (gli a capo non configurano versi secondo tradizione metrica) e non è nemmeno prosa poetica (non si rifà alla tradizione baudeleriana che fiorisce poi nel Novecento), disponendo tuttavia di ritmo e retorica e immaginario. In questo discrimine io mi gioco la mia letteratura: con tutta la possibilità di sbagliare che posso avocarmi. Alcune installazioni da questo libro sono già state pubblicate su questo sito: Pater, Kiefer - CENSIMENTO, Primo cronosisma, oltre che il Museo Trascendentale e la Fabula Orphica. Qui di seguito pubblico un trittico, che intende riprendere la traiettoria della figurazione retorica dell'arco voltaico che in Stretto di Paul Celan connette l'inizio del poemetto alla sua fine, identica ma disseccata. La situazione narrata, cioè l'occasione immaginativa, è un momento trascorso con un amico in una piccola valle in Slovenia. I tre passi del trittico sono essi stessi, uno per uno, delle "installazioni", ma il trittico è esso stesso è un'"installazione". Anche di questo testo inedito vorrei fornire, nei prossimi giorni, un'autoglossa.
A chi interessa, a chi può gradire il testo e a chi il testo può fare legittimamente schifo, buona lettura...
Sororale
e decaddero dallo stato naturale, o si corruppero. Dunque l’aprir gli occhi, dunque il conoscere fu lo stesso che decadere o corrompersi; dunque questa decadenza fu decadenza di natura, non di ragione o di cognizione.
E non apro gli occhi.
I testimoni riferiscono che
E andiamo, io e te, andiamo dove l'aratura è secca, la terra è disseccata, il ceppo d'albero affiora lontano, è scavato all'interno, la miriade armillare di noduli in legno, e potrebbero rinverdirsi di colpo, germogliare, oh astri!, terra disseccata, dove sono lontane le due sagome incarbonite, e non è sole, non è sole nero, non è vero, la verità è un battito cardiaco che si controlla a mezzo di esercizi a esso fine preposti, e potrebbero germogliare. Sporgi la mano nel cavo buio del ceppo vuoto, pura corteccia, fattasi minerale. Incàva. Quei noduli sono età passate, soli condensati, collassati, non preziosi, senza diamante al fine del proprio processo di consunzione e questo sono io.
Andiamo dove la polvere bianca impolvera. Andiamo dove è morta una persona, io cieco. Controlliamola. Tastiamola. Riconosciamola. E' la madre. E' il padre. Sono io. Sei tu. Un corpo disteso, teste dentro teste, la cecità è un'ipnosi che inserisce in altre anime, una interna all'altra, una statua interna all'altra, un volto di gesso dentro l'altro, il più interno ha la bocca spalancata per divorare il successivo, il successivo sta serrando le mascelle, il successivo le chiude, l'ultimo volto ha labbra serrate, lingua nera, una fabbrica di insetti nella tempia destra, una pupilla d'oro, un campione di straccio povero, il filo di ferro attorno al collo prima che la botola si apra.
Andiamo prima che la botola si apra.
Corpo di cera, disteso, a due teste, su letto di lapis nero. Teste coronate, corpo che tasto senza definire.
Sto così.
Palo di metallo piantato.
Ho fatto quanto ho fatto e ancora non sono inutile.
Macchina del corpo, tronco che pena e sente. Prima pena, quindi sente.
Oro, miraggio, spazio estragalattico, sottomanto alluminosiliceo, fuoco in pira spiraloidale, nevi intatte, crepe di spaziotempo, punti di discontinuità dove affonda tutto, riuscendo stellare, inversione cromatica - ecco i sogni.
E sono qui compresso.
Sono qui compreso.
Solo, innestato in me, te premente, te pressa, te falce, te arrecante, te innevata in calore di fiato dolce, te fiori che odii, te appassita come me.
Aiutami, scusami.
Provatevi a separare i gemelli siamesi. Sìam dei prodigi, terra dei banjan sotto i quali all'ombra sto, riparato dal sole, leggendo il verso: "Per la gran parte della notte leggo, d'inverno vado nel sud".
La mia pelle è pergamena, la mappa indica i gorghi, evidenzia le secche. Sono geografia. Si innalza lo sguardo sull'intera geografia, ogni geografia posso vedere se.
Tu del se.
Tu del credo.
Tu della speranza che non violenta.
Il corpo si avvicina all'altro: oh, sororale
Oh sororale astro
E in campi diversi ho ricevuto una trasmissione diretta
Fonte di questo lavoro è stata la creazione degli attori: da dove? Il loro annullamento
Si può leggere nei testi antichi Noi siamo due. L'uccello che becca e l'uccello che guarda. Uno morirà, uno vivrà
Tu, che non becchi e guardi e vivi. Io, il morto: la persona di pietrisco, la persona di porfido, composto, letamato, scomparso. Oh, fosse così, così che...
Cito: "Tra l'uomo interiore e l'uomo esteriore c'è la stessa differenza infinita che fra il cielo e la terra".
Se rientro, questo sfondamento è più nobile della mia uscita fluendo.
Quando arrivo là nessuno mi domanda da dove vengo né dove sono stato: là sono quello che ero, non è nessuno.
Te nessuno. Amore eterico per te nessuno.
Cresci in dolcezza, decresco in nobiltà.
Non cresco e non diminuisco, perché sono: imparalo non con gli occhi, imparalo non con gli orecchi, imparalo non con il cuore.
Imparalo con il punto che sei, non visibile, non visto, che vede te ed è te.
Sepàrati da te, Giuseppe Genna. Nel regno dei secondi apprendi il coro ripetuto di questo esicasmo, ricercato nell'esistenza densa tua. Così densa, così impiombata...
Impara: sepàrati da te, da questa pena della sera che macina le stelle, le annulla in polvere di carbonio, chiude il manto su di te che sei quanto non sei.
Tu che sei quanto non sei.
Tu cavalchi un toro morto, Europa
Tu cavalchi un toro morto, Europa, i capelli sfilacciati al vento, sono di stoppa, l'esoftalmo che piange muco, la parte destra del tuo corpo nudo piagata da lividi in cancrena, i linfonodi gonfi come grappoli di uva appassita e dura, a sinistra ponfi, tu lo cavalchi senza respiro, le sopracciglia estinte dal volto dilatato e pastoso, vacue l'iridi, tu cavalchi un toro putrefatto, che perde i polmoni dal ventre squarciato e corre per inerzia inesplicata. Le tue braccia fioriscono tumori, i tuoi denti anneriti. Fulminea trapassando ad arco per terre senza cielo, e decollando in immensa velocità della accelerazione, con rumore di zoccoli e metallo in concrezione, punta lo sguardo bucefalo il toro ormai svuotato verso ciò che sta di fronte ed è un baratro d'aria, l'abisso orizzontale, la perfezione a cui hai sempre ambìto tu, Europa. Il cranio leso, in più punti le suture scollano lembo da lembo, dài ai fedeli del tuo corpo il tuo corpo, la malattia di un inverno perenne e un'estate senza gocce, aspra la sudorazione che a rivoli riga in acidi la tua pelle che fu alabastro. Oh!, la vicenda dei cuori, Europa, che estratti da umani costati hai passato con filo di ferro e trascini in fila al tuo trotto velocissimo, bissi immagini ripetute e non ti muovi accelerando, la fronte che mostra nello squarcio il luogo centrale della gemma, strappata, l'osso frontale scheggiato, le unghie scollate, la spina calcanea che fora il callo al tallone, le anche fratturate e tu urli - stridii che uditi distanti captano per gioia o, di sollievo, sospiro. Tu cavalchi un toro irsuto, Europa, morto, di spine in metallo e di sarcomi accesi, le corna consumate dal vento e incrinate dal tempo, immensamente antica e dimentica di questo sei la vecchia, sei la paralitica, sei la terminale consunta, la crisalide non abitata dalla gemma del tempo strappata dalla fronte tua, e calpesti zoccolando nella tua corsa che finisce la piattaforma felice che a sud è per te ultimo sostegno, urlando senza voce, sabbia in gola ed è sabbia d'oro, oro che hai inghiottito, tu tutta piombo fatta, vene imbottite in iniezioni di argento, occhi placcati di stagno, capelli induriti in massa di flusso in nichel, lingua di uranii, caviglie in peltro, fatta tutta ferro su un pezzo informe di carne enorme che si staglia e si stacca correndo, verso dove?, aggrappata alle corna di oro decaduto a carbonio tu cavalchi verso lo choc frontale, Europa, l'epidermide di metallo duro e alcalino, toro in putrefazione, verso la sorda nera parete di vuoto che irradia, lì finisci nella tua ambìta perfezione, da tempo.
Noi, i mondani, trascinati, nella soglia di tale salto, noi non ci perdoniamo, noi domandiamo il vostro perdono, santissimi altri.
Da Medium: "La donna del risveglio"
[Un brano dal libro inedito Medium, che muterà titolo e verrà modificato per 2/3, prima di essere pubblicato, chissà quando. Il libro inizia con il ritrovamento da parte mia del cadavere di mio padre. Lo stralcio che segue è tratto da un capitolo, "Il risveglio", che ha luogo il mattino successivo al ritrovamento della salma. gg]
[...] Sono gli scherzi della morte.
Mi assopisco...
E’ F. a svegliarmi, la mia compagna.
Alla fine, mi sono addormentato.
Squilla il campanello, accade l’imprevedibile.
Kiefer, CENSIMENTO
Per quanto concerne lo sfondo silenzioso che pervade il romanzo a cui sto lavorando, facevo qui menzione di due poeti. Detto che Wallace Stevens è il primo a essere nominato, il cuore dello sfondo è Paul Celan. Per giungere a Celan, tuttavia, mi è necessario un passaggio, che emblematizza la scelta della Cosa che vado ad affrontare. Si tratta di una visita alla Hamburger Bahnhof, splendido museo berlinese di arte contemporanea ricavato da una ex stazione, nella cui sala principale troneggiano due capolavori di Anselm Kiefer, artista discepolo di Joseph Beuys [nell'immagine ingrandibile a sinistra, l'opera di Kiefer La vita segreta delle piante]. Uno di essi è esplicitamente dedicato a Celan, ma io mi appunto sul secondo, titolato Censimento. In seguito darò conto dell'arco voltaico che unisce Kiefer a Celan. Ecco una delle mie inedite "Installazioni", dedicata proprio all'opera di Kiefer e a Kiefer stesso, oltre che a Celan.
Mitopoiesi di Peter Kolosimo: un passo da Medium
Poiché Medium, il libro a cui ho lavorato quest'anno, non uscirà nel 2007 e non si sa quando uscirà, ma si sa che uscirà modificato radicalmente, mi permetto di riprodurne un passo, facente parte della prima metà del romanzo, dove appare (su suggerimento di un amico scrittore) la figura di Peter Kolosimo [a destra, nella foto ingrandibile], precursore della fantarcheologia e di molti motivi newage, con agganci politici di non secondaria importanza. Questo passo non verrà emendato dalla futura versione del libro, che non avrà più titolo Medium. Tuttavia, il suo valore sarà l'opposto esatto di quello che riveste nell'attuale versione (la quale verrà edita lontano, molto lontano nel tempo, probabilmente presso un piccolo editore).
Di seguito, il passo, che si colloca nel momento in cui, morto mio padre, mi accingo a dismetterne la libreria...
Cosmonautica: 'Primo cronosisma'
Come già accaduto con il pezzo intitolato Pater, pubblico qui uno stralcio dell'opera a cui da anni lavoro, che nel Dies Irae è rappresentata come il libro interno, stipato disordinatamente in un faldone, esso stesso intitolato Dies Irae. Non si tratta solo di frammenti di prosa (Pater e questo Primo cronosisma sembrano non appartenere ad alcuna vicenda comune e, in effetti, è così): la retorica strutturale è assai simile a quella del Petrolio di Pasolini, ma più esplosa e quindi più difficile da ricomporre mediante i frammenti. In questo allucinante periodo di neri fumi, mi pare il caso di riflettere quando ho da riflettere, e di esporre incomprensibilmente e senza contesto quanto è stato scritto: scritto assai lontano dalla logica che presiede il romanzo ortodosso, ma anche quello eterodosso...
Pater
Non uscirà più il testo pensato e scritto a partire dal ritrovamento del corpo di mio padre, un'ora dopo avere terminato la stesura del Dies Irae e un giorno dopo il suo effettivo decesso. Il libro verrà rimetabolizzato e la sua uscita avverrà tra anni (quanti non so). Per interrompere un inutile lutto secondario e di natura esclusivamente letteraria, pubblico uno stralcio dalle opere che vado scrivendo da anni senza che vengano pubblicate (si suppone che mai lo saranno). Non è narrazione, non è prosa poetica, non è poesia. E' un'idiosincrasia che in questo caso mi serve per compiere un rito: d'interruzione. Interrompo le parole attraverso altre parole. In questa superficialità si dà il rito, che avviene nel mondo, e anche sulla pagina, che è mondo.
MUSEO TRASCENDENTALE - per Andrea Mantegna
L'inaugurazione della grande esposizione, a Palazzo Te di Mantova, in onore di Andrea Mantegna, avverrà la sera del 13 settembre nell'incomparabile cornice di piazza delle Erbe. Verranno letti (dallo stesso autore) haiku di Edoardo Sanguineti e il Museo Trascendentale del sottoscritto, una serie di prose poetiche interpretate, per la regia di Federica Restani, dagli attori di ARS, che già hanno contribuito alla splendida messa in scena della Fabula Orphica (di cui sono previste repliche: informazioni in seguito).
Poiché sono impegnato, da oggi e fino al 10 settembre, come giurato a Venezia e mi sarà probabilmente impossibile postare su questo sito, metto a disposizione la corposa stesura integrale (illustrata con immagini dei dipinti del Mantegna) del Museo Trascendentale, oltre alla versione tagliata appositamente (e più criptica) del medesimo testo. I file sono scaricabili cliccando qui sotto: in pdf la versione completa, in doc quella tagliata (con alcune immagini soltanto).
MUSEO TRASCENDENTALE - per Andrea Mantegna
VERSIONE INTEGRALE (con immagini da Mantegna)
formato pdf (787k)
MUSEO TRASCENDENTALE - per Andrea Mantegna
VERSIONE TAGLIATA (con alcune immagini da Mantegna)
formato doc (640 k)
Un racconto del Genna, in AZZURRI
Giuseppe Genna
FORZE OSCURE NELLO STADIO DI DAEJEON
7a Coppa del Mondo FIFA – Corea-Giappone 2002
18 giugno
COREA DEL SUD-ITALIA: 2-1
[dall'antologia AZZURRI, Rizzoli 24/7]
Lui odia gli specchi e ha ragione a odiarli. Gli specchi sono eventualità mistiche, porte verso regni sottili che lo spettro percettivo umano non riesce a cogliere e penetrare. Nei riti di magia erotica utilizzano gli specchi. Aleister Crowley, il grande adepto di Lucifero, ne faceva largo uso mentre con la sua Donna Scarlatta tentava di concepire l’androgino perfetto.
Per lui, invece, gli specchi sono solo il rimando della propria immagine.
Guàrdati.
Guarda l’esito della fatica meticolosa che hai impiegato a irregimentare in una cofana liscissima e lucida i tuoi capelli grassi e neri, con ampie polluzioni di brillantina. Guarda le guance cadenti, le occhiaie che non reggono alla forza di gravità del pianeta, le fosse oculari da panda depresso perché in estinzione – finalmente in estinzione.
E come sei vestito. La giacchetta nera. La fascia di spugna elastica al polso, intrisa di sudore prima ancora che tu inizi a correre. I pantaloncini neri che ti fanno assomigliare a certi capi scout adulti. I calzini neri alti, fino alle ginocchia flosce. La pancia che deborda, che fatichi dall’interno a trattenere con un penoso sforzo degli addominali, che non riesce a essere quantitativo. La tua capacità polmonare è al di sotto della soglia della normalità impiegatizia.
Guàrdati: sei ridicolo.
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• HITLER - romanzo
L'officina del romanzo in uscita da Mondadori a gennaio 2008 e i materiali relativi. |
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• DIES IRAE
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- Il sito ufficiale di DIES IRAE
Rizzoli, € 17
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• COSTANTINO E L'IMPERO
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con M. Monina,
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Mondadori, € 15
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• NON TOCCARE LA PELLE DEL DRAGO
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• NEL NOME DI ISHMAEL
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Mondadori, € 8.40
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Mondadori, € 8.80
• ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE
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Mondadori 2002, peQuod 2001
In uscita per minimum fax nella versione 3.0, 2008
• I TITOLI TRADOTTI ALL'ESTERO
- La sezione STOREFRONT dei libri tradotti
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