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Il ritorno di Edicola Trash

Certe cose non accadono per caso. Accade per esempio che Gabriele Ferraresi discuta una tesi su Estetica popolare e giornalismo: indagine sul pubblico e sulla storia di Cronaca Vera (di cui sono pubblicati stralci, con un'intervista a Tommaso Labranca, su Carmilla), e riscopra una delle zone da me più amate del portale da me più amato, per il quale lavorai nel periodo esistenziale da me più amato: l'Edicola Trash su Clarence (sta qua: non fatevi ingannare, scrollate finché non avvistate l'originaria testata di larence in basso). Visto il profluvio di materiale tratto da Cronaca Vera e utilizzato per l'Edicola Trash, Ferraresi mi ha fatto l'onore di intervistarmi per la sua tesi. Ecco il testo, corredato da immagini che, come quella sopra a sinistra, sono da cliccarsi per vederle ingrandite: fatelo, è un consiglio che viene dal cuore....

Cronaca Vera è un piccolo pezzo di storia dell’editoria italiana; estraneo ai grandi gruppi, non è neanche associato alla Fieg, è identico da trent’anni, dal linguaggio – uno dei miei titoli preferiti è questo; “settantenne col cervello tarlato si costruisce un rudimentale fucile e ritenta di ammazzare l’immaginario rivale in amore” - alla qualità della carta. Quando e come hai scoperto Cronaca Vera? Come hai avuto l’idea di Edicola Trash?

cvinfermiere1.jpgCronaca Vera è un insostuibile fondamento del mio immaginario adolescenziale. La componente grafica, quel bianco e nero in stile realistico socialista, interrotto da strilli rossi abnormi o evidenziati con baloon geometrici a stella multipunte, era essenzialmente la contropartita da sorbirsi in deliquio per apprezzare la sintassi devastante di titoli e catenacci. Andavo in delirio. Essendo cresciuto a Milano, va sottolineato che parte della mia formazione include anche la presenza deflagrante del quotidiano pomeridiano La Notte, che era l’anticipazione della forma magazine Cronaca Vera. Per fare un esempio che racconto anche in Dies Irae: un pomeriggio, incrociando l’edicola nella piazza dove giocavo a pallone, vedo il titolo MORTO BETTEGA, e Roberto Bettega era il mio eroe calcistico assoluto. Acquistai il giornale: era morto un cursore di rally, che di cognome faceva Bettega. Cronaca Vera invece non esprimeva malizia: la malizia era direttamente la serietà: un’inversione in anticipo sui tempi, una sorta di gnosticismo degradato, un situazionismo senza situazione né ideografia situazionista. Era l’Italia devastata che se ne fotteva degli Anni di Piombo, anticipando il ritorno al privato del decennio successivo e mostrando il volto feroce e strapaesano di quel privato. Ma lo strapaesano, urlato e fotodocumentato in una grande metropoli, poneva un quesito nazionale – che razza di Paese vivevamo. Va inoltre detto che tutto, di Cronaca Vera, ispirava in me bambino una non tanto vaga sensazione di fascismo, assai prossima a quella che mi trasmetteva il granitico enigma al di là della Cortina di Ferro.
Quando mi trovai a Clarence, l’operazione che ci si poneva consapevolmente non era tanto la ripresa idiota di immaginari passati, quanto l’effettiva persistenza di tali immaginari. L’Edicola Trash fu uno degli itinerari di questa verifica: l’immaginario di Cronaca Vera e quello dei fotoromanzi o degli annunci pubblicitari di Selezione (intendo: gli occhiali per vedere attraverso i vestiti delle donne et similia) o la dottoressa Tirone o il Bogumil mi parevano traslati in una ritraduzione catodica che, da Cristina Parodi di Verissimo all’insorgere dei reality, non aveva compiuto alcuna mutazione genetica né salto quantico: era la stessa sostanza di tragico degrado antropologico, una cifra dell’Italia degli ultimi vent’anni.

cvft.jpgFinchè la televisione non ha lentamente modificato i gusti degli italiani, l’editoria “popolare” andava alla grande; penso non solo a Cronaca Vera, che negli anni migliori vendeva 500.000 copie a settimana, ma anche a Stop, a Grand Hotel. Oggi Cronaca Vera vende infinitamente di meno, e qualunque giornalaio ti risponde “Una volta ne vendevo 200 copie a settimana , adesso tre o quattro.” Cosa è cambiato nei lettori? Cosa è cambiato nei gusti di chi legge?

Nei gusti non è cambiato nulla. Solo, c’è altro da comprare. La nicchia di Cronaca Vera è occupata ora da uno tsunami di riviste che, con grafica coloratissima e direzioni collaudate alla Sandro Meyer, costano 1 euro. Cronaca Vera è implosa quanto a prodotto editoriale con quella testata, ma è esplosa quanto a nicchia. Cronaca Vera è ora la verità del gossip. Solo che il gossip, ai tempi dei successi di Cronaca Vera, non aveva alcun utilizzo strategico o politico, mentre oggi sì, come dimostra il memorabile servizio di Chi, diretto da Silvana Giacobini, sull’ex ministro Lunardi che suona a casa la chitarra per hobby. Il tubo digerente di Cronaca Vera si è trasformato nella classe dirigente di Donna Diva.

Alcuni autori, come Michel De Certeau ne “L’invenzione del quotidiano” o Shaun Moores ne “Il consumo dei media”, sostengono, in estrema sintesi, che l’uomo comune è un bricoleur di significati testuali, non si adatta al testo, ma lo vive come un inquilino in affitto. E che come sostiene De Certeau; “(…) bisogna tenere presente la capacità presente in ogni soggetto, di convertire il testo tramite la lettura e di bruciarlo, come si bruciano le tappe(…) è sempre bene rammentare che non bisogna considerare la gente idiota.” Personalmente non sono d’accordo; tu cosa ne pensi? Hai fiducia nelle capacità di “guerriglia testuale” del pubblico?

A differenza di Labranca, conosco il sociologo De Certeau e ricordo che si scagliò contro il Diavolo. La mia prospettiva è che l’immaginario è al di là del bene e del male, dell’idiozia e della saggezza. L’immaginario è l’immaginario. Quando, nell’Edicola Trash, documentai la storia dell’Esserino Indifeso [vedi qui tutta la storia dell'Esserino Indifeso: al solito, scrollate finché non trovate traccia, molto in basso, della pagina originale di Clarence], una novantenne che pesava meno di venti chili e non parlava non vedeva e non sentiva, sotto il titolo che accusava i parenti di non curarla perché “Forse aspettano che la zia renda l’anima al Signore!”, la sensazione fu di trovarsi nel pieno centro di un immaginario che affabulava, nel cinismo e nell’improbabilità, una realtà di fatto, concreta e mondana, peraltro anticipando una tendenza giornalistica e letteraria, che è la lamentazione da prefiche su povertà e precariato, due fenomeni sociali che durano esattamente da ventidue anni e che solo ora vengono elaborati. La sottocultura è sempre anticipatrice della cultura. Il problema italiano nasce dal fatto che invece la sottocultura è anticipatrice solo di sottocultura. Non è un problema di masse di lettori, ma di scarsezza di elaboratori culturali dell’immaginario collettivo.




Pubblicato il Lunedì 10 Luglio 2006

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