Ci consegnano nel gelo del cimitero di Chiaravalle l'urna. E' carina. Lucida, di morbido metallo. E' sigillata.
Mi allontano un attimo dai presenti (gli zii, i cugini, mia madre terrea, mia sorella in lacrime), insieme all'addetto delle pompe funebri. Giriamo dietro un angolo cieco. Un cavedio umido. Tutto il cimitero è coperto da una lastra di brina ghiacciata. Qui il ghiaccio è spesso, è un luogo ombroso, tra due pareti di cemento armato. L'addetto delle pompe funebri, con l'urna lucente tra le mani, mi guarda interrogativo.
Io estraggo duecentocinquanta euro.
Osserva le banconote. Socchiude la bocca.
Io dico: "Lei toglie il sigillo all'urna. Mi lascia solo e va a prendere un altro sigillo sul suo furgone. Torna qui e risigilla l'urna. Cinque minuti, duecentocinquanta euro".
Accetta.
Spezzato il fragile sigillo (un filo di ferro poco resistente, fuso con un dischetto di zinco), sono solo. Apro il coperchio.
Le ceneri.
Lievi, grigiochiare. Con pezzi più consistenti e scuri.
Infilo la mano.
Era il corpo di mio padre.
Frugo.
Tasto.
Tra i polpastrelli stringo frammenti volatili e pezzi più duri del corpo di mio padre.
Vado sul fondo.
Si è depositato lì.
L'oro della medaglietta.
Lo estraggo.
Mi ripulisco la mano distrattamente, con la mano che reggeva la piccola urna che risplende nella luce fioca. In sospensione nell'aria gelida, particelle paterne. Profanazione. Consacrazione.
Nella tasca dell'impermeabile nascondo la placchetta d'oro.
Quando torna l'addetto, lo vedo incerto manovrare il filo di ferro, fondere con un saldatore lo zinco.
Usciamo dall'angolo.
Il crocicchio dei miei parenti, in piedi sul ghiaccio. Gisella che piange, il suo spesso cappotto nero.
Avanziamo con l'urna.
Nessuno chiede niente.
La lapide provvisoria mura l'urna.
Avverto il braccio di Federica infilarsi tra il mio e il costato. La mano scende verso la mia mano, nella tasca, che stringe la placchetta d'oro che aveva le sembianze di Enrico Berlinguer, del Partito comunista.