E gli occhi, papā, in te posso fissare, sebbene vorrei chiedere molte cose, e molte ascoltarne e vederne. Ma troppa pietā, troppo amore, troppo orrore in me susciti! Sono stato lo sventurato: io ti ho domandato la mia sventura. In quale piega della terra io mi trovo? Č mia questa voce che svapora nella mente e si perde? O mio dčmone, mia nube! Dove precipiti?
Nube di tenebra esecrabile, infesta, orrenda oltre ogni parola: essa mi ha avvolto nella vita, nei miei insanabili dolori che io stesso ho voluto, nube di dolore che anche ora mi avvolge e resta immota. Il male del presente mi devasta, il male trascorso preme la mente.
Papā, respiro: addio.