Il barattolo metallico offuscato dalla satinatura. Sembra la confezione del decaffeinato Illy.
Premo sul tappo, tento di forzare, forzo, si apre con uno schiocco.
Nel buio, illuminato venticinque anni dopo la sigillatura, il fazzoletto di mio padre: un fazzoletto consumato. L’avranno sottratto dalla stanza in cui dormiva, tra la biancheria sporca.
Lo estraggo: tra pollice e indice.
Lo espongo alla luce del neon.
Grigiastro, ornato di trafilature marroni di cattiva qualità: un fazzoletto acquistato in un lotto alla Standa o al mercato rionale. Appallottolato. Poso il barattolo, dispiego il fazzoletto, concrezionato di muco che si è solidificato.
Lo annuso.
L’inconfondibile profumo del papà: il dozzinale Lancetti Uomo. Un Natale gli regalai una confezione di questo profumo.
Annuso. Inalo mio padre. Spettro olfattivo.
Fazzoletto che reca tracce di muco da pianto, di lacrime. Mio padre che pianse.
Lo strofino contro la guancia, il Lancetti Uomo lascia la sua bava aerea su di me.
Passo la lingua sul suo muco salato, sulle lacrime asciugate, evaporate, ancora saline. Succhio l’angolo del fazzoletto.
Questo tessuto riemerso, intriso di lacrime che non si vedono più.
Papà riassunto nel tessuto, tra i filamenti. Papà non decomposto: scomposto e ritrovato.
Sono un animale che annusa nella savana la traccia dell’antenato, in direzione contraria al cimitero dei leoni e dei pachidermi.
Il mio lare in pena, il penate, lo sconosciuto che pianse qui: per cosa?
La talpa che sono infila naso e occhi nella terra alla ricerca di una sagoma svanita nel passato, ma che si annuncia manifestarsi tra poco.
Il padre prodigo accolto dal figlio degenerato.
Il ritorno del padre prodigo.