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L'ABBANDONO

ASCOLTA IL BRANO IN MP3 [2.0 MB]

L’ambulanza sta arrivando, la sirena si avvicina, Gretel Hinze apre la porta, entrano i barellieri, la Hinze parla con loro in tedesco, caricano Federica in barella, lei si agita contorcendosi, io la seguo e allora accade. Accade che Gretel Hinze, con una forza insospettabile in una donna di così minuscola corporatura, mi fermi. “Rimani qui. Non andare con lei. Accadrà quel che deve accadere. Quello che è meglio che accada”.
E Federica sulla barella inizia a urlare di non abbandonarla, di non lasciarla sola, si volta verso di me, sgrana gli occhi e lancia sguardi di pura paura, gli infermieri la caricano e tentano di mantenerla immobile, Federica mi urla, urla verso di me, mi supplica di seguirla, grida: “Non mi lasciare! Non mi lasciare sola!”.
E io, inebetito, vedo i portelli dell’ambulanza chiudersi, lo sguardo di lei ostruito, rimango immobile, sulla soglia della casa che ho cercato e trovato.
La mia immobilità. Io, sì, ti abbandono.
Le forze mi vengono meno. Non penso.
Federica sta malissimo, la trasportano via, la sirena spiegata, va all’ospedale in un paese straniero, mio figlio nel grembo, vomitava sangue e io sono inerte e rigido e come disanimato.
Nuovamente, come di fronte a mio padre, io sono il disanimato.
L’ambulanza si allontana.
Sono la statua che non sa se sente. Il prefossile umano che si è indurito anzitempo. Sotto scorre la sostanza nera, che ribolle. Abbandono l’amata. Come sempre: abbandono.
Il padre non spiega niente.