Lascio Gisella con il suo amico. La città non è buia, il cielo irradia chiarori torbidi. Piange, mia sorella. Sale sull'auto del suo amico. Li vedo lentamente accelerare nella via Greppi della mia infanzia.
Mi volto, spalle al portone da cui per più di trent'anni è entrata e uscita la persona, compressa in una capsula di solitudine, che era mio padre. Il portone della mia infanzia. Il portone varcato tante volte, prima dei tumori, per vedere insieme le partite di cui mi sono scordato.
Mi scordo tutto.
Accedo a un dolce niente. Dolcissimo niente, dimentico di sé.
Sulla destra: gli alberi oscuri di piazza Martini, i giardini che vedeva ogni giorno, che lambiva con il passo tremulo dei chemioterapici. I giardini dove crebbi, giocai a pallone, iniziai ad aspettare mio padre le domeniche, ogni domenica a pranzo insieme, a scrutare i danni collaterali della sua pena inconfessata, cioè l'amore deleterio, selvatico, incattivito. L'amore in cattività.
Attraverso la piazza.
Nel prato dove giocavamo bambini a pallone.
La casa rosa di mio padre, che fu di mio padre, è alle spalle, è l'avanguardia della specie, perché è morto.
Sorge al centro del prato, su una colonna di metallo alta più di dieci metri, un faro a forma di disco volante, che illumina con fasci arancioni mezza piazza.
Sono qui.
Avverto la presenza.
Il cielo è l'enorme volto tumefatto di mio padre morto, le fosse nere dei suoi occhi decomposti osservano sul pianeta me, ritto nel prato, e urlo.
Come una scimmia urlo, nella notte, cieco, come un primate, scaglierei un osso nell'aria buia, urlo, tutto il dolore che non c'è, la storia sciacquata e ripulita come il cadavere di mio padre, urlo come un macaco, gli arti flessi male, nella piazza vuota di notte, tutto è buio, solamente, tutto è buio continuamente.