Hai ruminato, hai masticato la radice nera lucida che si era intrusa in te: per un anno. Caracollando per lindice alcolico, la bocca impastata, hai chiuso il catenaccio a metā, perché non potessimo rientrare, ti sei diretto in salotto, hai estratto pillole a caso (aspirine, cortisonici, antistaminici, xamamine), le hai estratte dai blister, una per una, le hai ingollate con quanta acqua?, hai infilato i blister in un sacchetto di plastica minuscolo, lo hai portato in anticamera, i sensi erano offuscati e vacillavi e ti sei scordato di spegnere la luce della tremenda anticamera, sei andato nella stanza da letto dove ventiquattro anni dopo avrei trovato il tuo cadavere, ti sei steso sul letto, con il tuo golfino a V color crema, la schiuma gastrica ha iniziato a fuoriuscire come una crema dalle tue labbra e giā avevi perso i sensi, finché sono arrivato io.
Sono arrivato io, papā, va tutto bene: sei morto. Sei nello spazio tra attimo e attimo. Sei tra noi, parli con noi, sei in mezzo a noi, papā.
Il tuo volto incupito ritorna giovane, bianco e nero, la grana della tua pelle che ho sentito gelida sulla tua fronte di cadavere era viva nella foto dove inizi a stare male, perché una fine nera stilla in te e non smetterā di stillare fino a una fine reale e vissuta.
Papā.