Stazione Centrale di Milano.
Le scosse procuratemi dall'incontro romano mi stordiscono.
Federica non ha risposto al cellulare in questi due giorni di catabasi nella città detta "eterna". Eterno il comunismo, sovrannaturale, secondo la quercia umana che mi aveva strattonato con il suo fluviale racconto.
Andando a caso consideravo, girando per strade vuote, che l'equilibrio si vede da sé, si avverte immediatamente. Ribussa ai miei pensieri un desiderio di ieri...
Arrivo a casa.
Chissà perché avrò abdicato: dalle mie rette vie, dalle certezze faticosamente costruite in anni di solitudine e vacanza da me e dagli altri.
Le parole di Mattei risuonano. La potenza. La forza sovrannaturale.
Tra i sussurri, l'indolente ebbrezza di ascendere e cadere qui, tra la vita e il sonno, la luce e il buio, dove forze oscure da sempre si scatenano...
Apro la porta.
Federica dorme: osservo la sua sagoma sotto il piumino: ha sempre freddo per via della pressione costantemente bassa.
Osservo la sua sagoma e sconcertato vedo che sono due: dentro di lei si sviluppa, come un germe ittico, il piccolo cuore con la coda di pesce che è mio figlio, o mia figlia. Il piccolo girino si ingrossa risucchiando dall'interno l'alimentazione, mangiando il corpo della madre. Da dove veniamo? Eravamo così agli inizi? Striscianti, respirando con branchie, muovendoci con pinne, alzandoci semieretti fuori dai bassi strati di liquido solforoso. Gli inizi che si ripetono miliardi di volte nel grembo di una donna.
Osservo Federica, il suo volto placido, alabastrino, le grandi palpebre, le narici dilatate nel rilassamento. La dolcezza che evoca l'idea di cosa sia ora mio padre si intensifica proporzionalmente all'intensità dei palpiti che provo per questa donna disarmata davanti al suo passato ingarbugliato.
E di colpo il suo corpo inizia a scuotersi, trema e poi si sbalza, inarca la schiena e stride, lei nel sonno dice cose impressionanti.