Aspetto il taxi all'angolo tra la mia piccola via e il viale della circonvallazione esterna. L'asfalto è ricoperto di filamenti color vomito e corpi esplosi di cilindri cartonati, raudi e petardi, i resti patetici della sera inutile del 31. La sensazione è che un tempo il giorno dopo la fine d'anno era inutile e destinato alla spazzatura della memoria (non ricordo un primo gennaio che sia uno, dei trentasei che ho vissuto); ora mi sembra inutile anche la notte che precede questo giorno anonimo, i ritrovi sempre più frenetici e forzosi. Sagre d'ipocrisia: è così.
Fumo, come fuma mio padre. A lui rubai, tredicenne, la prima sigaretta. Solo, fumo più pesante. La città è deserta. Il cielo è violaceo, livido, rotto a strappi.
Il taxi arriva ed è bianco fluorescente. A bordo mia sorella è in lacrime e non parla, non vuole che parli del nostro padre, non vuole che il taxista ascolti.
"Può essere uscito con gli amici. Una serata dopo che gli altri si sono sfogati ierinotte..."
Ultimamente non aveva amici. Pochi coetanei al bar latteria che, per un cambio di gestione (lo storico proprietario era morto improvvisamente di infarto) e per l'uscita dalle patrie galere del boss italiano degli stupefacenti in zona, si era trasformato in un crocicchio di tossici, gente che entrava e usciva da San Vittore il carcere, pusher di piccolissimo taglio. Avevano chiesto a mio papà, un pomeriggio, se si rollava una canna.
Dove termina il comunismo prussiano.
E comunque stava fuori casa, stava lì tra i tossici, "Per evitare la solitudine e la stanchezza della chemio", diceva, condivideva ore con questa marmaglia antropoide, scimmie postatomiche rispetto ai mondi vissuti da mio padre e dai suoi reali amici, tutti marcescenti. E ci usciva la sera, anche, andavano, lui e i tossici, a mangiare il "porceddu" in un qualche ristorante che non era nemmeno sardo, ed era il primo a tornarsene a casa, gli piaceva mangiare, una settimana prima, a Natale, gli avevo regalato un paté da centocinquanta euro.
E Gisella mia sorella dice: "No, non è uscito con nessuno".
Il taxi ci scarica in via Greppi, davanti al portone di nostro padre. Citofoniamo premendo a lungo il tasto del nuovo citofono a videocamera, lui solitamente apre dopo avere visto chi è, sgranato, nel piccolo monito in bianco e nero. Non apre nessuno. Non abbiamo le chiavi. Citofoniamo ai portinai, anche se sono quasi le otto di sera di un giorno festivo.
Il portinaio è sardo ed è un colosso anche se alto un metro e sessanta, portentoso nella muscolatura. Sua moglie ci ha visto crescere. Spieghiamo la situazione, chiediamo se hanno un duplicato delle chiavi, e l'hanno. Lei si volta verso il marito, che ci guarda come fosse un agnellino impaurito. "Vai su ad aiutarli" dice lei, e lui si alza, muto, le braccia enormi che fuoriescono da un'incredibile canotta.
Saliamo in silenzio verso il secondo piano.
Eccola, la porta tremenda, di legno verniciato.
La targhetta mai cambiata, neanche dopo il divorzio, con il nome suo e di mia madre.
Premo il campanello, il trillo pesantissimo. Nessuna risposta dall'interno.
Apro la porta tremenda, che è seguita da una porta secondaria in legno leggero, una porta a maniglia con il vetro smerigliato e apro la maniglia e la porta è chiusa e dal vetro vedo che, in fondo, una luce è accesa. E' dentro.
Sfondo la porta, il tunnel del corridoio è buio, sul fondo la luce è fioca, corro, la porta a vetri smerigliati della stanza dove dorme, la stanza con la luce accesa e io e mia sorella da quando siamo entrati urliamo "Papà!". E non c'è risposta.
Quando apro la porta a vetro smerigliato della stanza dove dorme, lui non c'è. Resto allibito. Con la mano destra, torcendo il torace, sto allontanando mia sorella, non voglio che veda, mia sorella è leggerissima inaspettatamente, vola via come un omìno di Chagall nei cieli, urlando "Papà, Papà!".
Sono allibito. Non c'è. Mi chiedo: "Dove cazzo è andato?". Il letto è in ordine, preparato per entrare e dormirci, un largo lembo piegato ordinatamente della coperta, le lenzuola intatte e lui non c'è. Finché dal bordo opposto, a un metro dal suo comodino, non vedo qualcosa... Piccolo, curvo, levigato, blu, livido: è il suo tallone.
Entro nella stanza, Gisella entra con me, ed eccolo: steso per terra, in pigiama, è morto, è morto di infarto fulminante, i piedi sono blu e neri, le mani sono blu e nere, la guancia destra è appoggiata sul parquet e la faccia è quella di mio padre che dorme, non di mio padre che soffre, aderisce quasi totalmente al parquet, con il suo pigiama da bambino, tranne il braccio sinistro, sollevato e chiuso nel pugno blu e nero, rigido, appoggiato alla struttura di legno che copre la rete per il materasso, e la gamba scivolata per reazione e sollevata sulla parete, dove è appoggiato il calcagno lividissimo che ho visto. E' rigor mortis. E' morto ierisera, prima di andare a dormire. Pochi minuti dopo avere sentito prima me e poi Gisella al telefono. Ventiquattr'ore da solo, morto, le nostre chiamate, il trillo a vuoto del telefono fisso che squilla mentre lui, che è solo, è steso lì e sta irrigidendo. Annuso, non c'è odore di cadavere, nonostante la prossimità al calorifero. La faccia è distesa. Non oso toccarlo: io dovrei avere un sacro terrore dei cadaveri.
Eccolo lì. La crisalide svuotata di mio padre.