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Dedica & esergo
RITROVAMENTO
LA NOTTE
IL RISVEGLIO
RITORNO NELLA CASA TREMENDA
IL FUNERALE CELESTE
PREPARATIVI DELLA SVOLTA
LA SVOLTA
LA LETTERA
LE TRACCE
LE VISIONI
L'ECOGRAFIA
DISCESA NELLA CITTA' ETERNA
LA MORTE E' UN MAESTRO TEDESCO
VIAGGIO AL CENTRO DEL PIANETA
IL CANALE NERO
L'OCCULTO ASSALTO
NERO CUORE DELLO STATO ROSSO
L'UOMO CHE TRACCIÒ LA LINEA
VORTICE SULLA "PICCOLA PARIGI"
LEI
L'ALTRO PADRE
LA RIVELAZIONE
MAGIA ROSSA
STASILAND
LA VISIONE
L'OSTACOLATORE
IO
IL FETO
EPILOGO
ESTRATTI DEI DEI RAPPORTI DI VISUALIZZAZIONE
In memoriam


Giuseppe Genna

MEDIUM

Una storia vera




“Uno spettro s’aggira per l’Europa” K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista

“Le notizie, anche le più terribili, come quelle delle catastrofi ecologiche, vengono messe d’istinto dal pubblico al livello dei film di orrore, cioè dei film che divertono con la paura. E’ uno strano divertimento sentirsi dire che può accadere, da un momento all’altro, che moriremo tutti bruciati vivi”
A. Moravia, L’inverno nucleare



1. RITROVAMENTO

Questo libro non è sincero.

Sfondo la porta, il tunnel è buio, sul fondo la luce è fioca, tutti conosciamo come finisce questa storia.
La fine è l’inizio.

E’ il primo di gennaio duemilasei, ore diciannove meno cinque, quando scrivo l’ultima parola sull’ultima pagina dell’ultimo libro, il Dies Irae. Ottocento pagine, fittissime di rivelazioni personali e travestimenti sovrannaturali, che iniziano a muoversi con il fantasma di Alfredino Rampi, il bimbo morto a Vermicino. Infinitamente morto, durante le diciotto ore di diretta tv, nell’81: la Rai democristiana aveva reso fluente e tremenda la sagoma invisibile di quel bimbo, aveva segnato emotivamente la nazione, tutti i bambini erano terrorizzati e svegli la notte dei falliti salvataggi.
Chiudo il Dies Irae con una scena fantascientifica, ha luogo tra quaranta miliardi d’anni, quando il nostro sistema solare è scomparso a causa dell’implosione del sole, la Terra è stata prima carbonizzata e poi espulsa da ogni gravitazione, un globo glaciale su cui atterrano astronauti di una specie cosciente, che potrebbero essere discendenti degli umani, evoluti su uno dei tanti sistemi stellari verso cui l’umanità aveva inviato missioni poi perdute. Hanno identificato una forma di vita. Riescono a portarla alla luce. E’ ricoverata in un pozzo, murata nella parete sotterranea di quella che pare una cappella semisferica. Sciolta la pietra grafitica che mura la piccola creatura, emerge un Bambino d’Oro, è vivo, pronuncia parole arcane, parla del Padre. Per tre volte pronuncia la parola “Pace”.
Scrivo “Pace. Pace. Pace”. Il libro Dies Irae è concluso. Ottocento pagine. Sono felice.
E’ capodanno. Domani cercherò un internet point per stampare e consegnare il manoscritto a chi per primo legge ciò che scrivo, e tenta giudizi sommari, ma in realtà non giudica nulla, si limita a leggere, è un rito tra noi due: è mio padre.
La parte finale del Dies Irae è un canto a lui, al suo esaurirsi, al mio distaccarmi dalla sua sagoma ora inerme e sempre più dolce, una volta abissalmente cupa, da cui emergevano scintillii di attaccamento (mio). L’uomo che a ora antelucana usciva di casa intatto, savio, sofferente nell’intimo, prussiano, per andare a ricoprire il suo incarico impiegatizio presso gli uffici del Comune di Milano e tornava la sera differente, un uomo sensibilmente mutato, i tratti fisiognomici alterati, la bocca sfigurata da una smorfia di disgusto iracondo, gli occhi gialli bovini velati da una parziale e furibonda incoscienza: ubriaco, sempre ubriaco. Un padre etilista mutato, che faceva calare nel tunnel del corridoio buio a casa una saturazione, un soffio virale dell’aria, un soffocamento. E non parlava. A cena, non una parola. Si serrava in salotto, muto e pronto a scattare nell’ira, che gli distorceva la voce, la lingua impastata dall’alcol, una perenne minaccia silenziosa. Cautela per non disturbarlo: io e mia sorella ci logoravamo nella prudenza, rinchiudendoci nella nostra stanza. La stanza non era neanche nostra, poiché la notte mia madre sarebbe venuta a dormire lì. Una conquista della contemporaneità, la legge sul divorzio che mostra la sua falla: non c’era possibilità di separarsi, mia madre lavorava in nero, pochi soldi comunque, anche lo stipendio di mio papà era lievemente insufficiente a coprire le spese mensili, e non avrebbe potuto sopportare l’emolumento di eventuali richieste di alimenti.
Quindi eravamo nell’assedio. La separazione in casa con un uomo ragionevole alle sette del mattino e segretamente violento alle sette di sera.
Ovunque, buio. Abbassava le tapparelle come stendesse paramenti funebri. La casa, già poco luminosa per via dell’orientamento, si inabissava nella lunga notte tremenda. In cui temevamo – io, mia sorella, mia madre – l’omicidio. Mio padre custodiva una pistola nel comodino a fianco del suo letto, nella stanza matrimoniale buia, che emanava un sentore sacrale, di invalicabilità, e ne avevamo paura. Mio padre che in piena notte fa irruzione nella nostra stanza e spara. Ogni notte quest’allucinazione, questa visione precisa, come un ricordo che anticipa i fatti. Ogni notte prima di addormentarsi.
E tutto ciò per i tradimenti. Quelli di mia madre erano tradimenti di una donna minacciata e frenetica, complessa, di un’emotività lesa a priori, da quando, rientrando a casa quando era ragazza nubile, aveva scoperto sull’asfalto il cadavere di sua mamma – si era lanciata dall’ottavo piano, un suicidio motivato da molti elettrochoc, una mente instabile e fratturata, infragilita dai continui tradimenti di mio nonno. E mia madre propagava la crepa. Tradiva mio padre e nemmeno era rivendicabile alcunché da parte di papà, perché erano separati in casa, e mia madre si truccava, all’improvviso diceva a me e mia sorella: “Esco”. Sapevamo che andava con un uomo. Mio padre rimaneva serrato nel salotto, la tv e la sigaretta accese.
Il tremendo momento del saluto al padre alterato prima di andare a letto, io e mia sorella.
E poi restare sveglio finché (le due, le tre di notte), la madre non avrebbe tentato di rientrare in casa: non riuscendoci, perché a volte mio padre spostava il catenaccio della porta (la porta maledetta in legno verniciato) e la chiave non girava, lei restava chiusa fuori, umiliata, e lui si alzava al trillo del campanello, anche io mi alzavo, e le apriva per picchiarla, a volte. A volte andava tutto per il meglio, ascoltavo al buio il fruscìo del corpo della madre infilarsi nel terzo letto della nostra stanza, non prima di avere sistemato fustini di Dixan di fronte alla porta smerigliata, cosicché ci saremmo svegliati per il fragore un attimo prima che mio padre aprisse la porta smerigliata e premesse il grilletto della pistola contro di lei distesa, contro di noi.

Erano tempi trascorsi. Quell’uomo che insinuava la minaccia, l’insicurezza e l’abbattimento si era andato isolando indefettibilmente dopo il divorzio. Il divorzio tardivo. Ogni membro della famiglia Genna per i fatti suoi, come l’esplosione di una galassia. Mia madre con un altro uomo, mia sorella con il suo primo fidanzato, io solo nella casa popolare orribile dei miei nonni paterni ricoverati in strutture comunali per anziani.
Il padre isolato si era prepensionato. Svolgeva opera di volontario burocratico e fiscale a vantaggio degli anziani della zona. Un centro di assistenza nell’immenso complesso popolare (in piena degenerazione architettonica) per aiutare vecchi inebetiti, disabili, donnine ridotte a una magrezza ossea – a pagare tasse, a compilare moduli, a formulare richieste alle istituzioni.
Non aveva donne. Mai più una donna.
Fedeltà al nulla.
Era rimasto incapsulato nell’ambra del rancore amoroso. Ai miei occhi si levigava, ogni giorno che trascorreva a compilare bollettini postali per indigenti ottantenni, come una pietra pomice, come una metopa che tratteneva in sé i tratti generici di un’allegoria ormai erosa dal tempo, di cui rimaneva visibile soltanto il disegno generale. Nell’arco del tempo umano quel disegno generale non avrebbe subìto cancellature ulteriori. Quel disegno erano i tratti del volto pallido, dello sguardo che perennemente domandava protezione, di mia madre. Che lo aveva tradito fin da subito, fin da prima della mia nascita. Con l’uomo che, ora, conviveva con lei.
Murato nel silenzio era il padre muto, non il Bambino d’Oro.
Si dirigeva alla latteria di fronte al suo ufficio di volontariato, la latteria oltre la biblioteca comunale, dove sorbiva le sue birre e i suoi odiosi prosecchi, alterandosi a vantaggio di nessuno ormai, poiché nella casa nessuno ormai lo attendeva più, ce ne eravamo tutti andati. Antieroico fino allo sfinimento, era sfinito. Eppure impeccabile, prussiano.
Oltre al divorzio, aveva dovuto tollerare il discioglimento del Partito Comunista, nel quale militava dall’età di tredici anni. Non si era iscritto più dall’89, nessuna tessera, dopo una fedeltà durata decenni e testimoniata da versamenti e distintivi, un’intera esistenza dedicata, più che al sogno, alla dialettica della politica. Un comunismo etico e assoluto, prussiano anch’esso, schierato per la sussidiarietà delle masse, un movimentismo in cui non riuscivo a inquadrare – viva – la sua sagoma che partecipa e si muove. Un comunismo organizzativo, che salda i debiti con il male della storia ma non con il male di vivere. Più volte delegato ai congressi nazionali, aveva conosciuto i pezzi grossi del Comitato Centrale: non Togliatti, ma Longo, Berlinguer, Natta, Pajetta, Amendola. Apprezzava più di tutti proprio l’ultimo segretario, quello che aveva preceduto la fine del partito: Alessandro Natta, latinista ligure, che incontrava nelle sue vacanze solitarie vicino Imperia, e parlavano di Seneca. La classicità, cioè l’umanesimo, era in realtà il suo autentico comunismo. La cultura come valore insostituibile perché merce simbolica, priva di prezzo, estensibile a chiunque, un accesso illimitato che modificava la struttura dell’uomo, lo rendeva più accorto e buono. Eppure i libri non lo consolavano, i classici nemmeno.

I libri, dico i miei, li stampavo direttamente il giorno successivo alla chiusura del testo, li infilavo in cartelline di plastica scivolose, sfrecciavo in motorino verso la latteria, dove mi fermavo ad ascoltare lui, già alterato, e i suoi amici. Che andavano scomparendo, marcescendo. Tumori, infarti, diabeti: una stagione all’inferno per una generazione nata sotto i bombardamenti tedeschi e americani, che ora si avviava al momento finale. A contarli, quei sei decenni che li avevano condotti alla degenerazione delle cellule, delle valvole cardiache, del pancreas, erano infima cosa rispetto alle attese, i sogni, l’allibito sguardo su mondi diversi e consecutivi (la ricostruzione da ragazzi, il boom da giovani adulti, il Sessantotto, la cupezza degli anni di piombo, l’allucinazione consumistica dell’era craxiana, e l’indegna nullità dei quindici anni dal Novanta a oggi).
Deluso mi attende con le braccia conserte, magrissime, la pancia dilatata, la pelle iscurita dal sole.
Anche lui, come gli altri, sta disciogliendosi, disgregandosi.
E’ un tumore che parla e cammina e legge inediti di suo figlio.

Cinque anni prima, la prostata. L’avevo accompagnato alla clinica convenzionata Humanitas, subito ribattezzata Animalitas, la mattina stessa dell’operazione, prestissimo secondo le istruzioni dateci, e l’infermiera mi aveva detto: “Il pube”.
“Cosa?”
“Io non sono tenuta. Lo rada Lei”.
E io lo avevo rasato. A pochi centimetri dall’organo da cui metà di me era stata espulsa in un coito trent’anni prima, un coito marmorizzato, che durava nella sua memoria tuttora. Questa pena infinita inchiavardata nel suo petto, nella mente. La sua vergogna mentre il figlio lo rade con la schiuma da barba e la lametta monouso. Il crepitare della lametta fragile sulla pelle tra i peli crespi.
Due anni e mezzo dopo, mentre ero via, in Toscana, stavo stendendo la trama del finto thriller Grande Madre Rossa, sul cellulare una sua telefonata: “Ho un tumore all’intestino”. Era soltanto un sospetto e invece aveva ragione: carcinoma maligno al colon. Un altro ricovero. Un’altra operazione.
Avevo atteso seduto composto e silenzioso nell’anticamera del secondo piano al reparto del Policlinico, leggendo il libro horror Ring di un giapponese. Ero riuscito a finirlo prima che riportassero mio padre dalla sala operatoria. Avevo atteso ancora. Accanto a me una signora ciarliera comunicava con una seconda signora ciarliera le disgrazie del marito e ascoltava diagnosi rilasciate al marito dell’altra. Poi, orizzontale, sotto la maschera, le flebo attaccate, non stomizzato, disteso sulla barella, dal montacarichi incosciente era uscito mio padre in barella. Avevo seguito il convoglio umano. Avevo atteso che si risvegliasse dall’anestesia. Mostrava un colorito sano, nemmeno sembrava avere subìto un’operazione durata cinque ore. Si era risvegliato, mi aveva chiesto con la bocca impastata (non dall’alcol, ma come lo fosse) se gli avevano attaccato il sacchetto per l’evacuazione esterna. Al mio “no” si era rilasciato, rilassato, riaddormentandosi.
Era arrivata mia sorella. Avevamo atteso il chirurgo. Mi ero avvicinato con quel rispetto, intriso di paura di disturbare, che si prova da onesti davanti alla polizia. Pietire per sapere, nel frangente drammatico, silenzioso.
“Volevamo sapere com’è andata l’operazione. Se sono intaccati i linfonodi nei pressi della lesione asportata…”
“I linfonodi?”
“Cioè, se ci sono metastasi al sistema linfatico…”
“Sarebbe l’ultimo dei problemi. Abbiamo aperto, controllato il fegato. Ci sono metastasi epatiche. Ovunque. Non sono asportabili. Suo padre non guarirà più. E’ un tumore cronico. Speriamo che la terapia…”

All’inizio, otto mesi: questa, la previsione. L’arco di vita secondo statistiche.
“Ma la statistica non vale nel singolo” aveva ammonito un amico primario.
Infatti andava avanti da due anni e mezzo. Un trascinamento tremendo. L’uomo che vive solitario, senza donne, nella pena, aiutato e grato dell’aiuto dei figli, e tuttavia solo, la sera in casa, la notte. Era precipitato nella depressione, non avendo notizia alcuna del suo destino, sapendo soltanto che doveva sottoporsi alla chemio. Mi ero accordato con lo staff oncologico: era meglio non fargli sapere nulla. Era etilista, gravemente depresso, aveva tentato il suicidio nell’81. Nel 1981, ubriaco, aveva litigato il tardo pomeriggio con mia madre, in casa ero io (io e mia sorella facevamo i turni perché non rimanessero soli in casa insieme, per il rischio dell’omicidio). Mia sorella era per la prima volta fuori casa a dormire, da una compagna di scuola, e questo era il motivo che lo aveva fatto, ubriaco fradicio, imbestialire, e strattonava l’avambraccio a mia madre ordinandomi di uscire, di andare a riprendere mia sorella, ma io sapevo perfettamente che se l’avessi fatto, se fossi uscito da solo lui avrebbe ucciso mia madre e poi si sarebbe suicidato, ne ero conscio: una consapevolezza lucida, istantanea, una profezia scientifica. Mi ero sforzato di piangere, per impietosirlo, urlando che uscivo solo se la mamma mi accompagnava, lui aveva lasciato libero l’avambraccio di lei. Eravamo usciti, nella piazza, alla cabina telefonica, avevamo chiamato suo fratello, mio zio, ex nazionale di rugby, solitario anch’egli e senza donne, perché venisse ad aiutarci, e poi eravamo corsi a riprendere mia sorella che non capiva. Eravamo rientrati, lo zio ci attendeva sotto il portone. Risaliti, davanti alla maledetta porta di legno verniciato, la chiave che non gira, il solito trucco: dall’interno aveva sistemato male il catenaccio. Io e mio zio avevamo sfondato la porta, ed ecco il tunnel buio dell’anticamera tremenda, in fondo una luce fioca, arrivo per primo correndo nella stanza da letto, lui è privo di coscienza disteso sul letto con una schiuma densa sulle labbra, non ha sparato, ha ingurgitato farmaci, chiamiamo l’ambulanza, si era salvato.
L’imbarazzo della telefonata dall’ospedale a casa, il suo “Ciao” tremulo, io non so cosa dire, cosa rispondere, come. Avevo parlato di un robot giocattolo.
La statistica non vale nel singolo, ma la pena sì. E’ un trascinarsi continuo all’Oncologico, per la PET, la TAC, la risonanza magnetica, l’ecografia, gli esami del sangue con i marker tumorali, ogni tre settimane il day hospital dove gli iniettano la chemio e il cortisone e il lavaggio delle vene, le continue iniezioni ipodermiche per innalzare il numero dei globuli bianchi. Iniezioni che gli pratico io, forando la pelle, appuntamenti a casa sua, fortunatamente non ho lavoro fisso e posso andare a bucare la pelle, tentare il risucchio con lo stantuffo della siringa per verificare che non ne riesca sangue e insufflare la sostanza che ho miscelato.
Le lunghe sedute di controllo ogni tre settimane.
Sei pillole quotidiane, in due assunzioni, di diversi grammaggi, che ci consegnano numerate all’Oncologico.
Ritornare o telefonare per farsi dire la verità, perché lui non sa nulla, è asintomatico e non sa di essere terminale.
A settembre, due mesi prima che io inizi a stendere il Dies Irae, il primario dell’Oncologico mi convoca: “Due princìpi chemioterapici e sedici cicli non hanno sortito risultati. Lo lasciamo andare, a meno che Lei e sua sorella non ci diate il nullaosta per una nuova terapia genica”.
“Quanti mesi gli mancano?”
“Quattro, cinque forse”.
“Che terapia genica?”
“E’ di nuovo tipo. Gli effetti collaterali sono pesanti. Non si alzerà dal letto, avrà sempre la febbre, la faccia sarà butterata profondamente, perderà tutti i capelli”.
Con l’ultima chemio non gli cresceva più la barba, la pelle bambina liscia e profumata, e i capelli si erano diradati, ne aveva persi molti ma non tutti, una peluria mantenuta corta, da pulcino. Io e mia sorella rifiutiamo la terapia genica.

Prima che a marzo esca il libro, quando, se non sarà morto, non sarà comunque in grado di leggerlo, deve leggere il Dies Irae, che è un canto a lui.
E’ un canto a lui, modulato sulle scansioni della Terra desolata di Eliot. Io mi stacco da mio padre.
E’ sempre più stanco. Va a letto alle sette di sera. Non vuole più vedere le partite di calcio, la sede deputata alla discussione tra me e lui: la Juventus e la Nazionale, utilizzate come la parete a una partita di squash, la palla sono parole che rimbalzano. Adoro quando riesco a farlo ridere, lui è uno dei pochi umani che riesce davvero a farmi ridere.
Altrimenti, non dice una parola. Le estenuanti domeniche, a pranzo, ogni domenica, io e lui e mia sorella, dove lui non parla, io sono logorroico per coprire il silenzio tremendo – da anni faccio così. E’ sempre più stanco. Pensa alle cure, odia la chemioterapia, nonostante l’unico effetto collaterale sia questa stanchezza abulica. Non riesce a leggere, a vedere la televisione, perde motivazione.
La pena che emerge, lo dòmina, la pena che è la sua spina dorsale, il suo apparato cardiaco. La pena infelice che non viene confessata, custodita, sepolta nel cuore, è un tumore secondario che avvelena il sangue, ostruisce i ventricoli. Il miocardio ritma pena, infelicità.
E’ ripieno di principi attivi. Di radiazioni.
Non confessa niente. Si fa più dolce.
L’altra domenica, all’appuntamento in piazza Martini, davanti a casa sua, che era casa nostra nell’infanzia ed è rimasta intatta dall’attimo del divorzio, sono arrivato in anticipo. Mi ha raggiunto, l’ho salutato mistificando entusiasmo. Taceva. Non diceva una parola. Non riusciva a parlare. Era assolutamente paralizzato da una depressione granitica. Era impressionante. E’ arrivata mia sorella, non riusciva a parlarle. Lo abbiamo portato a casa, si è seduto, ha pronunciato poche parole, lento, diceva che non ce la faceva più, le cure e tutto il resto. Io mi sono alzato e l’ho abbracciato, gli ho abbracciato il capo, con il braccio nudo sentivo i capelli che si erano diradati morbidi, e lui piangeva, piangeva come un bambino, singhiozzando a strappi, deglutendo male, la prima volta nella vita mia e di mia sorella nostro padre piangeva e piangeva davanti a noi.

Immaginate una pena infinita. Un masso non visibile sul petto, oppure che preme da dietro lo sterno. La solitudine di un uomo.

E, finito il pianto, era squillato il vecchio telefono Sip, era lì da trent’anni, un trillo pesante, antico, e lui si era alzato, aveva risposto, gli avevano detto che Amedeo, il suo migliore amico, era appena morto, per il tumore al fegato.

Immaginate un’infelicità che vi rende sordi, muti, vi blocca il petto ed è impossibile respirare. Immaginate un frigo vuoto, due michette surgelate. Le pillole rosa distribuite sulla lavatrice vecchia.

E, trascorsa la vigilia di Natale a casa di mia sorella Gisella, che ci aveva preparato il pranzo come un’adulta esperta di cucina, aveva mangiato il paté, la torta di formaggio, sorridendo per la soddisfazione, alle sue spalle, attaccata alla madia, la foto in bianco e nero di lui diciottenne a Parigi, seduto al tavolo nell’appartamento dello zio rugbista, che lavorava alla Citroën, e si dividevano un pollo, sorridevano felicissimi.

Immaginate che…

Quindi, capodanno. Un capodanno trascorso con gente semisconosciuta, nel malessere e nella pena, in una casa ricca, a disagio, pensando a Federica tutto il tempo, siamo fidanzati?, da due mesi per me siamo fidanzati, mio padre in pena, Federica a Mantova lontana da me, una cena in casa di amici di amici, molte prelibatezze, dopo la telefonata, alle otto di sera, in cui chiedo a mio padre cosa fa, come sta: “Benissimo” mi dice, “va tutto bene. Del capodanno non me ne frega un cazzo. Vado a letto, adesso”. Va a letto alle otto di sera.
E mi sono annoiato tutta la sera, ho finto entusiasmo a mezzanotte, ho finto di essere stanco, perché volevo andarmene: a scrivere le ultime pagine del Dies Irae. Fino alle quattro di notte.
E il mattino, primo dell’anno duemilasei, sono in dirittura d’arrivo.
E intorno alle sette di sera, l’ho finito. L’ho finito. Domani lo stampo e glielo faccio leggere. Sarà sconcertato: ottocento pagine, non ho mai scritto una cosa simile.
Lo chiamo sul fisso e non risponde. E’ tutto il giorno che lo chiamo, per fargli gli auguri, e non risponde. E’ normale: non parla mai.
A volte mi vede e finge di non vedermi, e anch’io fingo, ripeto il gesto, propago la crepa. Una volta, addirittura, ha cambiato marciapiede. La crepa apre un abisso che termina nel Dies Irae, la cosa destinata a ricucire i lembi di ogni possibile ferita, a staccare me da lui, ora che mancano pochi mesi.
Si addormenterà progressivamente, diventando magrissimo, cadaverico, giallo per l’ittero. L’oncologo ha consigliato l’assistenza terminale della Vidas. Vogliamo noi che muoia nella casa degli incubi, sul letto dove tentò il suicidio? Vogliamo noi un’ospedalizzazione in un centro specializzato per malati terminali? Cosa vuole lui?
Lo richiamo, non risponde.
Sappiamo già come finisce questa storia. Non sappiamo cosa inizia dopo. Cosa ne deriva.
Il cellulare è spento e al fisso non risponde e sono passate le sette di sera e dove può essere?
Appena poso il portatile, squilla, è Gisella, mia sorella: “E’ tutto il giorno che non sento il papà”.
“Nemmeno io. Provo, ma il cellulare è spento”.
“Sono preoccupata. Nemmeno sul fisso, risponde. Non usciva a mangiare con amici. Sono preoccupata”.
“Chiama un taxi, passa a prendermi. Andiamo lì insieme”.
“Ho paura. E’ successo qualcosa”.
Cosa possa derivarne, quali altre storie, una volta che si sa perfettamente come finisce la storia. Questa domanda è vera.

Aspetto il taxi all’angolo tra la mia piccola via e il viale della circonvallazione esterna. L’asfalto è ricoperto di filamenti color vomito e corpi esplosi di cilindri cartonati, raudi e petardi, i resti patetici della sera inutile del 31. La sensazione è che un tempo il giorno dopo la fine d’anno era inutile e destinato alla spazzatura della memoria (non ricordo un primo gennaio che sia uno, dei trentasei che ho vissuto); ora mi sembra inutile anche la notte che precede questo giorno anonimo, i ritrovi sempre più frenetici e forzosi. Sagre d’ipocrisia: è così.
Fumo, come fuma mio padre. A lui rubai, tredicenne, la prima sigaretta. Solo, fumo più pesante. La città è deserta. Il cielo è violaceo, livido, rotto a strappi.
Il taxi arriva ed è bianco fluorescente. A bordo mia sorella è in lacrime e non parla, non vuole che parli del nostro padre, non vuole che il taxista ascolti.
“Può essere uscito con gli amici. Una serata dopo che gli altri si sono sfogati ierinotte…”
Ultimamente non aveva amici. Pochi coetanei al bar latteria che, per un cambio di gestione (lo storico proprietario era morto improvvisamente di infarto) e per l’uscita dalle patrie galere del boss italiano degli stupefacenti in zona, si era trasformato in un crocicchio di tossici, gente che entrava e usciva da San Vittore il carcere, pusher di piccolissimo taglio. Avevano chiesto a mio papà, un pomeriggio, se si rollava una canna.
Dove termina il comunismo prussiano.
E comunque stava fuori casa, stava lì tra i tossici, “Per evitare la solitudine e la stanchezza della chemio”, diceva, condivideva ore con questa marmaglia antropoide, scimmie postatomiche rispetto ai mondi vissuti da mio padre e dai suoi reali amici, tutti marcescenti. E ci usciva la sera, anche, andavano, lui e i tossici, a mangiare il “porceddu” in un qualche ristorante che non era nemmeno sardo, ed era il primo a tornarsene a casa, gli piaceva mangiare, una settimana prima, a Natale, gli avevo regalato un paté da centocinquanta euro.
E Gisella mia sorella dice: “No, non è uscito con nessuno”.

Il taxi ci scarica in via Greppi, davanti al portone di nostro padre. Citofoniamo premendo a lungo il tasto del nuovo citofono a videocamera, lui solitamente apre dopo avere visto chi è, sgranato, nel piccolo monito in bianco e nero. Non apre nessuno. Non abbiamo le chiavi. Citofoniamo ai portinai, anche se sono quasi le otto di sera di un giorno festivo.
Il portinaio è sardo ed è un colosso anche se alto un metro e sessanta, portentoso nella muscolatura. Sua moglie ci ha visto crescere. Spieghiamo la situazione, chiediamo se hanno un duplicato delle chiavi, e l’hanno. Lei si volta verso il marito, che ci guarda come fosse un agnellino impaurito. “Vai su ad aiutarli” dice lei, e lui si alza, muto, le braccia enormi che fuoriescono da un’incredibile canotta.
Saliamo in silenzio verso il secondo piano.
Eccola, la porta tremenda, di legno verniciato.
La targhetta mai cambiata, neanche dopo il divorzio, con il nome suo e di mia madre.
Premo il campanello, il trillo pesantissimo. Nessuna risposta dall’interno.
Apro la porta tremenda, che è seguita da una porta secondaria in legno leggero, una porta a maniglia con il vetro smerigliato e apro la maniglia e la porta è chiusa e dal vetro vedo che, in fondo, una luce è accesa. E’ dentro.
Sfondo la porta, il tunnel del corridoio è buio, sul fondo la luce è fioca, corro, la porta a vetri smerigliati della stanza dove dorme, la stanza con la luce accesa e io e mia sorella da quando siamo entrati urliamo “Papà!”. E non c’è risposta.
Quando apro la porta a vetro smerigliato della stanza dove dorme, lui non c’è. Resto allibito. Con la mano destra, torcendo il torace, sto allontanando mia sorella, non voglio che veda, mia sorella è leggerissima inaspettatamente, vola via come un omìno di Chagall nei cieli, urlando “Papà, Papà!”.
Sono allibito. Non c’è. Mi chiedo: “Dove cazzo è andato?”. Il letto è in ordine, preparato per entrare e dormirci, un largo lembo piegato ordinatamente della coperta, le lenzuola intatte e lui non c’è. Finché dal bordo opposto, a un metro dal suo comodino, non vedo qualcosa… Piccolo, curvo, levigato, blu, livido: è il suo tallone.
Entro nella stanza, Gisella entra con me, ed eccolo: steso per terra, in pigiama, è morto, è morto di infarto fulminante, i piedi sono blu e neri, le mani sono blu e nere, la guancia destra è appoggiata sul parquet e la faccia è quella di mio padre che dorme, non di mio padre che soffre, aderisce quasi totalmente al parquet, con il suo pigiama da bambino, tranne il braccio sinistro, sollevato e chiuso nel pugno blu e nero, rigido, appoggiato alla struttura di legno che copre la rete per il materasso, e la gamba scivolata per reazione e sollevata sulla parete, dove è appoggiato il calcagno lividissimo che ho visto. E’ rigor mortis. E’ morto ierisera, prima di andare a dormire. Pochi minuti dopo avere sentito prima me e poi Gisella al telefono. Ventiquattr’ore da solo, morto, le nostre chiamate, il trillo a vuoto del telefono fisso che squilla mentre lui, che è solo, è steso lì e sta irrigidendo. Annuso, non c’è odore di cadavere, nonostante la prossimità al calorifero. La faccia è distesa. Non oso toccarlo: io dovrei avere un sacro terrore dei cadaveri.
Eccolo lì. La crisalide svuotata di mio padre.

Telefono all’ambulanza mentre Gisella urla come una scimmia di dolore e rimbalza da una parete all’altra e corre a guardarlo, lì immobile con le piante dei piedi spaventosamente blu, e poi corre fuori, è oltre il pianto, è l’ultrasuono del pianto, si muove a scatti Gisella, scatti primari e ancestrali che non controlla, come una scimmia, il portinaio spaventatissimo è sulla soglia della cucina, di colpo tutte le luci della casa sono accese, ha paura e io gli affido mia sorella, mentre torno a controllare il cadavere. Di cui dovrei avere paura e non ne ho. Mi curvo verso la sua faccia, non lo tocco, quel gomito alzato a novanta gradi è raccapricciante, povero papà che sei morto da solo. La luce è fioca, è sporca, e io penso al Libro tibetano dei morti e a quello che ho letto sulle esperienze di coma o prossime alla morte: l’anima va in alto, nell’angolo a nord ovest rispetto alla testa, e allora guardo quell’angolo, l’incrocio delle tre pareti, la calce levigata male, e sorrido e con l’indice sulle labbra chiuse indico al vuoto di fare silenzio, ché tutto va bene.

E’ raccapricciante. E’ il rigor mortis, non ci si è abituati. Mi chiedo se la guancia che preme sul parquet è gonfia e nera per il depositarsi dei liquidi colliquativi.
E arrivano quelli della guardia medica, sembrano pompieri, le tute arancioni, Gisella piange e piange sempre più flebile, si muove arcaica tra i corpi eretti, vedono e constatano e hanno pudore di dirmi che è in rigor mortis, che è morto da un giorno. Come se avessimo qualche colpa, come se l’avessimo trascurato. Questi i corollari, le induzioni, le estraneità.
Mi fanno uscire dalla stanza e poi rientrare ed è sul letto, supino. La faccia è rilassata, le guance sono normali, sembra che dorma, a parte quel blu, quel neromarrone degli arti terminali, e il braccio col pugno chiuso piegato a novanta gradi, che adesso è verticale nel letto. E’ paradossale, sta compiendo un gesto, sembra che compia un gesto ed è un cadavere. Chiedo al responsabile della guardia medica se possono per favore abbassare quel braccio, è terribile, sembra indicare il soffitto, sembra un saluto comunista venuto male, è terribile, esprime un’intenzionalità compressa, cristallizzata, il suo ultimo gesto sarebbe questo? Ma l’uomo del pronto soccorso mi dice che non sono abilitati a farlo, mi dice che è in rigor mortis, dovrebbero mettersi in quattro a riportare giù il braccio, spezzandogli l’osso. C’è una tecnica, se ne occuperà l’addetto delle pompe funebri. Nemmeno lo portano in obitorio, come mi aspettavo. Gisella schizza da una parete all’altra con stridii disumani. Mi dicono che devo chiamare d’urgenza le pompe funebri, altrimenti passa qui tutta la notte, il cadavere. E se rimane qui, dobbiamo spalancare le finestre, perché comincerà a emanare il puzzo dolciastro, di biscotto e ananasso andato a male, e se ne vanno.

L’uomo delle pompe funebri è un meridionale con il sembiante rassegnato alla saggezza che deriva dalla contemplazione continua della fine. E’ molto gentile. Mi colpisce la sua capigliatura compatta, grigia. Gli occhi sono due fessure strette, pressate da rughe che ispirano conforto. Quest’uomo sa come comportarsi. Mia sorella inizia a crollare, il pianto è sempre più debole, i singhiozzi si distanziano, mio padre è steso sotto un telo di tessuto di carta lasciato da quelli della guardia medica, sembra una tenda indiana per via del braccio sollevato, è terribile, non voglio sollevare il telo.
Mi siedo nella sala antistante quella da letto di mio padre: il salotto della mia infanzia. Mi siedo al tavolo dove studiavo, insieme all’addetto delle pompe funebri, che nel frattempo è riuscito a reperire un infermiere disponibile a venire per comporre la salma di mio padre, per abbassare quel braccio livido e granitico, stretto il pugno verso l’alto.
O papà, caro papà…
Mi dice, l’uomo delle pompe funebri, che bisogna chiamare un medico per la constatazione del decesso, altrimenti non possono trasportare il cadavere in obitorio e rimarrà qui finché non arriva un medico, si raccomanda, nel caso, di spalancare le finestre, ed è chiaro che resterò io nell’evenienza. Una notte intera con un cadavere, ed è il cadavere di mio padre. Mi rammento di colpo di un ingegnere tedesco che ha trascorso, chiuso solo dentro la piramide di Giza, tutta una notte, solo, per compiere un’operazione con un robottino semovente credendo che ci fosse una stanza non scoperta dietro una parete: non c’era niente. Una notte intera, il tedesco, dentro la tomba sacra, l’aeronave dei Faraoni.
L’uomo delle pompe funebri sottolinea che è il primo di gennaio, sarà difficile trovare un medico disposto a uscire a quest’ora, a constatare il decesso. Lui ha una lista di medici compiacenti, escono anche se non devono, costa cento euro l’uscita e io annuisco, non me ne frega niente di quanto costa, portàtelo in obitorio, gelàtelo, criogenizzàtelo, mantenetelo così, abbassategli il braccio e rilasciategli il pugno, quel segnale di dolore e impotenza, il suo ultimo gesto congelato nel rigor mortis.

Il medico non si trova. Nel giorno che dà inizio al duemilasei nessun dottore è disposto a venire qui a scrivere che il mio papà è morto.

Mi dò da fare. Chiamo molti amici medici. Sono tutti fuori Milano. Alla fine, l’unica che rimane è la dottoressa da non chiamare: quella che fa parte dello staff che mi segue in una terapia neopsichiatrica. I danni causati da una precoce traumatologia familiare, che devo sciogliere senza usare le parole, muovendomi. Movement therapy. La chiamo, le spiego l’urgenza, viene.

Quando arriva, si guarda attorno cauta. Mi conosce da anni, osserva con sospetto la scena primaria dove è cresciuto questo suo paziente, i mobili funebri, i quadri cupi e sospetti, il buio ovunque, che io ho tradotto in manifestazioni devastanti di psicosomatosi: vomiti ininterrotti, emicranie intollerabili, parainfluenze infinite, orticarie perenni. Il nemico è qui, è l’amico, è paterno, ultrasottile come un corpo etereo. Penso a mio padre, che secondo le tradizioni è proprio in questo istante un attonito corpo etereo, che non crede di essere morto e urla per essere ascoltato, ma noi non l’ascoltiamo. Niente di differente rispetto alla vita ordinaria che abbiamo condotto insieme, papà?
La dottoressa mi fa uscire dalla stanza, dice: “Non è un bello spettacolo da vedere”.

Quando esce, insieme all’addetto delle pompe funebri, stende la miriade non credibile di documenti da firmare, attestati, testimonianze, diagnosi. La diagnosi è I.M.A., cioè ‘infarto miocardico acuto’. La dottoressa sbaglia la data di morte e nessuno se ne accorge e per sempre risulterà che mio padre è morto il primo gennaio duemilasei, il giorno che ho chiuso il Dies Irae, e non il giorno prima.
Accompagno la dottoressa per le scale, tutto è aperto, scende, mi abbraccia. Mi abbraccia. Le chiedo quanto spazio di coscienza per avvertire la sofferenza ha trascorso. “Tra i quindici e i venti secondi. Mi creda, Giuseppe. Rispetto al tumore: è meglio così”.

E’ meglio così. Vederti consumare, la pelle gialla come cartapecora da vergare quasi fossimo antichi romani o scribi templari egizi, l’occhio bovino irrorato dai capillari che portano sangue marcio, il naso che collassa di giorno in giorno su se stesso, le tue braccia scheletriche su cui si allargano i lividi ovoidali delle flebo di glucosio perché non sei più in grado di mangiare, la forza di un uccellino abbandonato nella denutrizione, le parole incomprensibili sussurrate con la pasta cattiva dell’alito denso, il sudore innaturale gelido da detergerti in volto, la penosa richiesta avanzata allo stremo delle forze alzando a pena la terribile mano ossuta gialla e il bicchiere con la cannuccia da infilarti tra le labbra screpolate e rotte, le piaghe da decubito con i lembi che bruciano e la carne viva, rivoltare il tuo corpicino sul medesimo letto che ti tormenta e il camice ospedaliero aperto sulla schiena, sulle natiche smagrite e flosce, e la parola che non varca le barriere del suono e la pupilla che si svuota e le palpebre che si serrano, le labbra che si serrano, l’irrigidimento mentre ancora vivi, il coma, le poche ore di attesa, attendere che tu muoia disfatto, un’immagine ultima da conservare, contro cui lottare opponendo ricordi sbiaditi del passato che vivemmo, morto anch’esso adesso…
Quanta dignità, papà, quei quindici o venti secondi in cui la fitta ti ha sollevato il braccio e stretto il pugno, fatto scivolare orizzontale, addormentato, irrigidito così.

Arrivano i parenti, i cugini, suo fratello, la cognata molto anziana. Arriva anche l’infermiere convocato dall’uomo delle pompe funebri, un omosessuale con i capelli crespi disordinati, magro come il collo di un’oca, pallido fino alla cianosi, molto calmo e silenzioso, chiude le ante della porta a vetro smerigliato, dopo che mia sorella e mia zia hanno scelto con quali abiti vestirlo. Dargli l’ultima forma.
Io in salotto cerco il testamento, non è possibile che non ci sia testamento. Dopo tre tumori, due operazioni, chemioterapie pesantissime, come poteva non fare testamento? Cerco il testamento perché dobbiamo decidere, io e mia sorella Gisella, cosa dire all’uomo delle pompe funebri, se cremazione o normale sepoltura. In salotto, la libreria stipata di cassetti, stipati di ogni genere di cartelline in cartone, stipate di documentazione di ogni tipo, bollette pagate risalenti all’84: il suo ordine prussiano sconfinava ben al di là della psicopatologia.

Sarà cremato.
Non abbiamo reperito volontà scritte, in proposito.

Scelgo la bara che costa millecinquecento euro, una bara studiata per la cremazione, vedo il catalogo plastificato, l’uomo delle pompe funebri è intento a stilare una lista di voci componendo la corrispettiva cifra totale.
Il funerale in chiesa non si tiene, è ovvio. Non credeva. Non ha battezzato i suoi figli.
Mentre l’uomo delle pompe funebri annota il tipo di corona, che fiori, quanti paramenti, io osservo i libri della sua cultura, della sua formazione: cultura fatta materia, da lì proveniva la sua cultura classica, quella romantica tedesca, la sezione dei libri di Brecht, la disarmonica sfilza dei libri di Pavese che nasconde una seconda fila, tutto intatto sino da quando ero piccino e rubai Papillon di Charrière, e vedo il primo libro che avevo letto, ecco la farfalla di Papillon, Papi per gli amici.
Papi.

Quando l’infermiere ha terminato il suo lavoro, mi isolo nella stanza di mio padre e chiudo le porte ed eccolo disteso, il braccio è stato delicatamente abbassato, è rigido, lievemente sollevato di qualche millimetro dal letto, ma è orizzontale e la mano è meno contratta. L’uomo femmineo ha utilizzato una tecnica che esiste e resta a me sconosciuta.
Ti guardo, papà.
Sei tu e non sei tu.
Fisicamente sei tu, ma non ci sei. La tua giacca buona, la tua camicia, i pantaloni chiari. Sembri addormentato. Le scarpe non vanno infilate al cadavere. Non fosse per il blu neromarrone delle tue mani illividite dal rigor, staresti dormendo.
Vengo: più vicino, un passo più vicino a te, o Arcadia.
Il tuo volto sereno, dignitoso.
L’aria nella stanza è leggera, primaverile, come è possibile?
Ti tocco la fronte.
Fallo: toccalo. Congèdati vincendo l’ultima paura, spaccando la barriera come lui ha spezzato il cuore andandosene. Poso il palmo aperto sulla tua fronte, mi attendo la pelle callosa. A sorpresa invece è la tua pelle, è morbida, riconosco la grana percepita nei baci che ti davo, nei rari abbracci, nelle iniezioni ipodermiche con cui ti foravo e stantuffavo, o quando ti appoggiavi a me subito dopo la terapia, fuoriusciti dal day hospital del Policlinico, investìti di luce e di afa, e tremavi e non ti reggevi in piedi e mi davi il braccio.
La pelle della fronte è immensamente fredda. E’ frigorifera.
Non c’è nulla di sovrannaturale.
Non so dove sei. Vorrei sapere se sei, se è residuale una tua forma che esula dallo spettro delle mie percezioni, io ci credo, ma la realtà è che non percepisco niente e non so niente.
Papà.

I parenti se ne vanno e c’è un problema. Me lo riferisce l’uomo delle pompe funebri: “Proprio da oggi, primo gennaio duemilasei, entra in vigore una nuova legislazione in materia”.
“Che materia?”
“Per i decessi tra le mura domestiche. La salma deve essere esaminata da un medico che ha nuove funzioni ed è detto ‘medico necroscopo’. Senza il suo assenso, l’obitorio non può accettare il cadavere e dovete tenerlo qui un’altra notte”.
La seconda. Osservare l’inizio della marcescenza. Una meditazione buddhista prevede che l’aspirante si chiuda in una grotta con un cadavere e per mesi lo contempli nella dissoluzione disgustosa delle carni.
Dico: “Chiami il medico necroscopo, allora”.
Lui dice: “Non se ne trovano”.

Le ore trascorrono mentre cerchiamo un medico necroscopo, contattando funzionari delle ASL che non sanno nulla di questa figura nuova. Il governo Berlusconi mi consegna questo cappio.
Gisella mia sorella, gli occhi lucidi, ha trovato due piccole foto, una che ritrae me e l’altra lei, e ha scovato l’ultima tessera di iscrizione al Partito Comunista, un tesserino plastificato che tiene sottovuoto una minima medaglia d’oro sottile con l’effigie di Enrico Berlinguer. Vedo mia sorella Gisella infilare le due foto e la tessera nella tasca interna della giacca di mio papà che non è più e non sarà più mio papà.
Entro nella stanza che fu la nostra dell’infanzia, apro l’armadio, cerco sul fondo, e ritrovo intatte le edizioni de l’Unità dei giorni dell’agonia di Enrico Berlinguer. Il 1984, l’ictus a Padova, improvviso, nel corso del comizio elettorale per le europee, giorni di coma stabile fino alla morte, perfino Almirante il fascista si recò in clinica e poi ai funerali, e Guttuso riaggiornò il suo dipinto I funerali di Togliatti sostituendo il vecchio segretario con Berlinguer, e il poster del dipinto stava per anni sulla parete accanto al mio letto.
L’ultima edizione, straordinaria, il titolo a caratteri enormi, semplicemente: E’ MORTO.

Se sono seduto in cucina con Gisella mia sorella, mi attendo che appaia provenendo dalla sua camera, livido, irrigidito, Lazzaro la cui resurrezione è andata male, e ci osserva muto.
Abbiamo paura a stare qui.
Perché?

In bagno, mi lavo la faccia, mentre ascolto le imprecazioni e le preghiere a telefono dell’uomo delle pompe funebri per l’affare del medico necroscopo. Mi sollevo con la faccia bagnata verso lo specchio, per un attimo ho il terrore di vederlo in piedi, violaceo, irrigidito, immobile, che mi guarda fisso.
Mi asciugo nella sua spugna, avverto acuto l’odore del suo corpo quando era vivo.
Il suo capo è a venti centimetri da me, la sua nuca che ha perduto i capelli per la chemio, in mezzo c’è il muro in gesso.

Ho chiamato Federica. Si è messa a piangere quasi urlando, affannata, piangeva, in preda all’ansia.

Gisella fa la spola tra la cucina e la stanza dove è steso il cadavere vestito bene del nostro papà e piange.

Tre mesi fa era squillato il mio cellulare. Era lui. La voce impastata, aveva bevuto moltissimo. Una voce cupa, piagata dalla depressione. Nemmeno mi aveva salutato, mi aveva detto: “Sono al pronto soccorso, Giuseppe”. La pronuncia del mio nome era rara, significava qualcosa; in questo caso, una dimostrazione esplicita di quanto stesse male. “Sono caduto, davanti a casa”. Da quanto era ubriaco, era caduto. Tornava a casa con un sacchetto in cellophane, conteneva una bottiglia di birra, a tardo pomeriggio, era caduto davanti al portone di casa, la bottiglia si era rotta e lui si era tagliato la mano e il braccio e per caso passavano di lì due City Angels, un’associazione paracattolica di zelanti volontari del bene, che avevano chiamato l’ambulanza. Al pronto soccorso avevano riscontrato il grado di alterazione. Dal suo enorme dossier in possesso del database del Policlinico era emerso il tentativo di suicidio, il coma etilico, le molte cadute per ubriachezza (cadendo sul marciapiede, la testa in avanti, una volta, aveva perso un incisivo ed era svenuto), e l’avevano trattenuto.
Solo qualche giorno prima, radendosi, ubriaco, si era procurato un taglio al labbro superiore che avrebbe necessitato almeno di quattro punti, ma non si era presentato in ospedale.
Qualche giorno dopo, ubriaco, aveva calcolato male la distanza dalla porta in ferro battuto dell’ascensore, che si apriva, e aveva ricevuto una botta impressionante al ginocchio, e aveva zoppicato per una settimana.
Si stava slacciando. Stava slacciando il corpo.

Il medico necroscopo è stato finalmente rintracciato. E’ quasi mezzanotte, l’ora acuta. Attendiamo.

Nella stanza, di nuovo, di fronte a questa statua, a questa larva pronta a slacciarsi, la cui degenerazione interromperemo bruciando la carne, le ossa. Davvero avrebbe voluto la cremazione?
Tutta la storia tra me e lui è di colpo ripulita. Non ricordo più nulla e quanto è accaduto confluisce ora in una sensazione di dolce tenerezza, all’altezza del mio sterno.
Ci siamo perdonati tutto, tutti.
Non esiste trauma.
Sono sconcertato.
E’ tutto ripulito quanto abbiamo vissuto insieme.
C’era un vetro tra noi, si è rotto, e ora non c’è separazione.
Sei un ovulo luminoso che osservo nel mio intimo, che è buio, e sei all’altezza dello sterno, pura dolcezza, una dolcezza in parte triste e in parte beatificante.
Sei l’uomo quintessenziato. Sei colui che. Non esiste fantasma. La tua fronte è fredda, la tua presenza è calda e prescinde da questo contenitore di grasso e pelle e legno d’ossa, che non sei tu.
Sei.

All’una di notte squilla il citofono, vedo nel piccolo monitor in bianco e nero un barelliere vestito come un pompiere, uno come quelli di guardia seconda e non vedo il medico necroscopo, ma sento una voce femminile affettata, afflitta e raffreddata che dice al citofono: “Sono il medico necroscopo”.
Quando entra dalla tremenda porta sfondata, comprendo perché non l’ho vista sul monitor: è affetta da nanismo. Parla con la cadenza di certi preti o fedeli particolarmente bigotti, una cadenza focolarina, insinuante e dittatoriale: “Spenga quella sigaretta” mi dice, “sono raffreddata e non tollero il fumo”.
Chiunque, io, mia sorella Gisella, l’uomo delle pompe funebri, l’amico di mia sorella che è nel frattempo arrivato per starle accanto, siamo terrorizzati. E’ chiaro che questa dottoressa necroscopa, nana, è cattiva, nonostante l’accento apostolico. E’ nana con la fronte alta, uno di quei nani che si somigliano tutti, quei nani operosi che girano in moto e lavorano e vanno in banca superando, come se nulla fosse, la loro condizione di evidente e innegabile menomazione fisica.
Ci sediamo in cucina. Io e lei di fronte, al tavolo bianco. Il suo infermiere, l’uomo delle pompe funebri, l’amico di mia sorella e Gisella assistono. Se questa nana necroscopa non dà l’assenso, dobbiamo tenere il cadavere di mio padre tutta la notte qui, stare con il cadavere.
“E’ improbabile che io dia l’assenso a portare una salma in obitorio. Non è la prassi. Lo tenete in casa” dice la nana necroscopa. “Comunque devo vedere la salma, in che condizioni è. Devo stabilire che è morto di morte naturale e non lo ha ucciso Lei, si fa per dire” e mi indica, mentre si soffia il naso. Ha l’influenza e, con mio padre morto a quattro metri in linea d’aria da me, io temo di contrarre il contagio dell’influenza da questa nana.
“Devo fare alcune domande” dice la nana. Perché? Cosa significa domandare di un morto?
Le domande non sono di rito. Non sono anagrafiche. Non concernono le patologie di cui soffriva mio padre. Intendono comporre un ritratto esistenziale dell’appena scomparso Vito Antonio Genna. Sediamo, io e la nana, al tavolo in cucina, uno di fronte all’altro. Gisella e gli altri, attaccati con le spalle alle pareti, sono allibiti.
Io, no.
Io sono lo scrittore Giuseppe Genna. Io sono quello che, in un frangente simile, prende il timone e dirotta la nave verso le spiagge a cui mira. Io dico: “Era un uomo molto solo, sa? Un uomo cresciuto nell’ateismo che ha odiato per tutta la vita questa educazione materialista che gli sbarrava le porte di una grazia ricercata con pervicacia, con penosa sofferenza interiore”.
Vedo la nana cattolica vacillare. Lo sguardo le si fa incerto ed empatico.
Continuo: “Un rodimento spirituale che è andato crescendogli come un tumore dall’interno. Che si è ingigantito in occasione del divorzio, che è stato costretto a subire”. Invento, inverto le cronologie. “Dopo il divorzio, sa?, ha tentato il suicidio. Sullo stesso letto in cui si trova ora la sua salma. Una vita macerata nella pena spirituale e nell’alcol. Per vincere questo vizio, aveva trovato appoggio in un sacerdote, un uomo estremamente pietoso, umano. E’ a lui che mio padre domandava l’inutile interrogativo del perché i tumori lo colpissero a ripetizione. Tre in cinque anni. Terapie estremamente pesanti, subìte in solitudine, nonostante io e mia sorella lo accompagnassimo a ogni visita, a ogni appuntamento, a ogni day hospital. Il suo sguardo, riottoso verso se stesso, era sperduto in quegli ambienti, dove ha creduto fino all’ultimo di ravvisare un segno di grazia, una presenza superiore che desse un senso a questo calvario insopportabile. Solo, sempre solo. Al di fuori di mia madre, a distanza di vent’anni dal divorzio, nessuna donna. E’ per questo che io e mia sorella desidereremmo che non stesse qui, abbandonato, una notte di più, ancora solo, dopo essere morto in solitudine. Osserverà lo stato della salma, la prego di scrutare l’espressione quasi interrogativa del suo volto, un’espressione quasi stupita, come se avesse ricevuto la rivelazione di quella grazia superiore all’ultimo, la grazia che aveva così tenacemente ricercato in vita”.
Lo scrittore è un mistificatore a fin di bene, se non imprime i caratteri sulla pagina. Lo scrittore è all’avanguardia della specie, dispone le scapole perché la specie lo pugnali alle spalle.
La nana necroscopa ciellina è mortificata. E’ prossima al pianto, poiché ho utilizzato un tono vocale in calando. Mio padre è morto e io dò vita a una performance.
La nana annuisce. Fa un cenno col capo enorme all’infermiere di scorta, si avventura verso la stanza della salma.
Mia sorella, il suo amico, l’uomo delle pompe funebri: mi guardano come si osserva un animale esotico. Incrociano le dita.

Quando la nana necroscopa torna dalla stanza, dice: “E’ in avanzato stato. Bisogna portarlo in obitorio”.
La letteratura sortisce di questi risultati.

Un’ora e mezzo ad attendere che si presentino di operatori obitoriali.

Tempo per osservare che davvero il cadavere di mio padre esprime una sorpresa serena, compiaciuta, distesa. C’è una beanza nel suo non esserci. Chissà se una grazia superiore, non cattolica…

Il citofono, nuovamente. Nel monitor, questa volta, colossi da realismo socialista. Vestiti di nero. Sono quelli dell’obitorio.

Si presentano in cinque. E’ un gigante albanese (come si induce dal badge nominale che tiene affisso al bavero della giacca) che coordina le operazioni. Sembrano una squadra della Stasi. Il gigante albanese mi fa le condoglianze, è estremamente gentile, così come dovevano esserlo gli ufficiali di complemento della Stasi all’estero. Mi chiede di uscire dalla stanza. Gli chiedo dove sia la barella.
Nessuna barella. Lo infilano in una body bag, nera, di goretex, gigantesca.

Io e mia sorella Gisella li vediamo sfilare, affannati, mentre reggono orizzontale l’enorme borsa nera di goretex, al cui interno è ciò che resta di mio padre.

Si congeda l’uomo delle pompe funebri, che mi chiamerà l’indomani. Il giorno dopo, il funerale. Due giorni dopo il funerale, la cremazione.
La fattura è di migliaia di euro, c’è uno sconto se dichiariamo una cifra inferiore.

La casa, nera, è vuota.
Nessuno la abiterà più di noi.
Sono cresciuto qui, ho abbandonato questo, chiunque abbandona ora questo.
Il corridoio buio dove temevo l’assalto di spettri da bambino.
I quadri dipinti dagli amici teosofi, compagni di sezione del PCI, di mio padre: visioni cupe che hanno reso intollerabile l’infanzia a me e mia sorella.
Prima di uscire per sempre, per ora, dalla casa tremenda, io e mia sorella Gisella diamo uno sguardo al corridoio buio, dove è appena trapassato in una borsa in goretex il corpo senza vita di nostro padre.
Sto per tentare di ricomporre nei cardini la porta interna sfondata, e squilla il telefono.
Io e mia sorella ci guardiamo, interrogativi.
Sono quasi le tre di notte.
E’un parente?
Quello delle pompe funebri?
Accendo la luce del corridoio, Gisella resta sulla soglia, avanzo verso il vecchio telefono Sip di plastica grigia, a disco, alzo la cornetta.
“Pronto…”
“Dunque è morto…” dice dall’altro capo una voce maschile, pastosa, lontana, disturbata. Non italiana: c’è un indefinibile accento straniero, lieve ma sensibile.
“Chi è?”
“E’ morto. Aveva previsto tutto. Il giorno. L’ora. Che sareste arrivati un giorno dopo”.
Sto rabbrividendo. “Chi è? Chi è che parla?” sto urlando, e mia sorella avanza nel corridoio, il volto spaventato.
“E’ a te che bisogna dirle le cose, non a tua sorella. Perché sei tu che ti farai prendere dalle tentazioni. Lo aveva previsto. Aveva detto: non riuscirete a frenarlo”.
“Ma cosa sta dicendo? Cosa dice? Per favore… Chi parla?”
“Non farti prendere dalle tentazioni. E’ meglio per te. E’ meglio per noi. Scartale. Nessuna tentazione. Nei prossimi giorni, lascia perdere le tentazioni. C’è di mezzo molto male. Risparmia a te il male. Hai fatto male, risparmia a te il male. Quando si presentano le tentazioni, non seguirle. Lo aveva previsto. Con così tanto anticipo. Penetrava”.
Sto in silenzio. Attendo che parli. Non parla. Con voce esausta, esasperata chiedo: “Chi parla?”
“Noi. Siamo noi. Saremo sempre noi”.
“’Noi’ chi?”
“Noi”. E chiudono la chiamata.

Lascio Gisella con il suo amico. Ho cercato di non spaventarla. La città non è buia, il cielo irradia chiarori torbidi. Le ho detto: un amico del papà, un vecchietto, non si capiva niente, un amico della zia, voleva sapere se era vero che era morto il papà. Piange, mia sorella. Sale sull’auto del suo amico. Li vedo lentamente accelerare nella via Greppi della mia infanzia.
Mi volto, spalle al portone da cui per più di trent’anni è entrata e uscita la persona, compressa in una capsula di solitudine, che era mio padre. Il portone della mia infanzia. Il portone varcato tante volte, prima dei tumori, per vedere insieme le partite di cui mi sono scordato.
Mi scordo tutto.
Accedo a un dolce niente. Dolcissimo niente, dimentico di sé.
Sulla destra: gli alberi oscuri di piazza Martini, i giardini che vedeva ogni giorno, che lambiva con il passo tremulo dei chemioterapici. I giardini dove crebbi, giocai a pallone, iniziai ad aspettare mio padre le domeniche, ogni domenica a pranzo insieme, a scrutare i danni collaterali della sua pena inconfessata, cioè l’amore deleterio, selvatico, incattivito. L’amore in cattività.
Attraverso la piazza.
Nel prato dove giocavamo bambini a pallone.
La casa rosa di mio padre, che fu di mio padre, è alle spalle, è l’avanguardia della specie, perché è morto.
Sorge al centro del prato, su una colonna di metallo alta più di dieci metri, un faro a forma di disco volante, che illumina con fasci arancioni mezza piazza.
Sono qui.
Avverto la presenza.
Il cielo è l’enorme volto tumefatto di mio padre morto, le fosse nere dei suoi occhi decomposti osservano sul pianeta me, ritto nel prato, e urlo.
Come una scimmia urlo, nella notte, cieco, come un primate, scaglierei un osso nell’aria buia, urlo, tutto il dolore che non c’è, la storia sciacquata e ripulita come il cadavere di mio padre, urlo come un macaco, gli arti flessi male, nella piazza vuota di notte, tutto è buio, solamente, tutto è buio continuamente.


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