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Conversazione con Wu Ming 4: su Stella del mattino

stelladelmattino_wuming4.jpgLeggi la recensione a Stella del mattino

Parte di ciò che penso del romanzo "solista" di Wu Ming 4, Stella del mattino, è leggibile qui, dove cerco di dimostrare, secondo i canoni di uno scrittore e non di un critico, come questo libro faccia emergere elementi decisivi per la nostra letteratura contemporanea, e in particolare la fusione dell'elemento epico con quello psicologico attraverso l'allestimento di un'autentica tragedia, senza perdere in nulla la carica narrativa che permette di leggere in maniera piana e appassionante le sue pagine: o, come afferma Monica Mazzitelli, di divorarle.
A parte la mia personale interpretazione di Stella del mattino, ho chiesto a Wu Ming 4 la sua disponibilità a una discussione tra colleghi, più che a un'intervista. Disponibilità che WM4 ha concesso e di cui lo ringrazio. Questa chiacchierata si inscrive automaticamente nell'orizzonte delle interviste e degli interventi che l'autore di Stella del mattino ha rilasciato e pubblicato sul blog ufficiale del libro. (gg)

Uno dei primi nuclei fondanti (il primo pilastro della saggezza di Stella del mattino) mi sembra l’incontro tra Tolkien e il “goblin” Lawrence, che è descritto in maniera sorprendente perché chi ha recepito l’“icona Lawrence” non si attende una simile descrizione fisica. Siamo nella stanza degli anelli. Si discute degli anelli come emblema del potere e del patto, promessa di cui gli umani non sono sempre stati all’altezza. C’è una prefigurazione del Signore degli anelli, ma c’è anche qualcos’altro: una riflessione sulle cose materiali che, emblematizzate, si caricano di magia. Questa riflessione vale, mi pare, anche per le Storie e le parole stesse – cioè per tutta la letteratura. E’ una delle tue intenzioni? Stella del mattino è una riflessione sulla storia effettiva e sulle parole che la raccontano deviandone l’impossibile oggettività?

WM4: Sì, certo, è anche questo. I tre detective che nel romanzo indagano sul conto di Lawrence approdano a tre verità distinte, ovvero a tre versioni discordanti della sua storia. Graves lo vede come una specie di Che Guevara ante litteram, una figura ispiratrice. Lewis lo vede invece come un antieroe, un cacciaballe che si è inventato una fama e una reputazione per darla a bere al grande pubblico ed essere glorificato. Tolkien lo vede come una figura ambigua e tutto sommato patetica, schiacciata dalla propria stessa velleità romantica. Poi c'è lo stesso Lawrence, che scrivendo una versione epica della rivolta araba cerca di esaltare il proprio ruolo e quello degli arabi durante il conflitto, cioè usa la letteratura, le parole scritte, e la propria reputazione eroica, per influire sulla storia.
Questo ci dice che i racconti non sono tutti uguali e ogni particolare interpretazione dei fatti porta con sé delle conseguenze pratiche. Insomma, sì, una delle chiavi di lettura di Stella del mattino è senz'altro il rapporto tra fatto e racconto, tra "fare" e "mito". Del resto proprio in una delle scene iniziali si assiste a una lezione universitaria del celebre grecista Gilbert Murray sull'incipit della Poetica di Aristotele, dove si parla di questo.

Precisamente: si traduce la parola greca poiesis con fare, ed è una traduzione letterale rivoluzionaria, a cui uno dei tre “investigatori” di Lawrence, cioè Lewis, reagisce non comprendendo che cosa abbia a che vedere la storia col racconto. Tuttavia Lewis subisce una trasformazione e, almeno per quanto ho compreso io, anche gli altri tre (Graves, Tolkien, lo stesso Lawrence). Stella del mattino include nella vocazione epica una forte componente emotiva ed esistenziale. I personaggi evolvono. E’ un libro fatto di psiche in movimento, di sguardi, in cui ognuno vede e interpreta l’altro e se stesso. Come hai lavorato alla fusione tra questo elemento esistenziale e gli schemi epici, che di solito riducono la psicologia a gesti simbolici?

WM4: Fin dall'inizio ho deciso di scrivere un romanzo in cui la maggior parte degli eventi si sarebbe svolta dentro la testa dei personaggi. Innanzi tutto perché i protagonisti sono uomini che hanno subito il trauma della guerra e della perdita e stanno cercando di elaborarlo. Scegliendo quei personaggi storici in quel particolare momento delle loro vite non poteva che essere così. Gli stessi flash-back di Lawrence in Arabia si presentano come degli squarci onirici, momenti proiettati sullo sfondo, che raccontano la sua impresa per tappe simboliche. Allo stesso tempo volevo riuscire a mettere ognuno dei protagonisti davanti a scelte esistenziali importanti e appassionanti, che in un modo o nell'altro avessero a che fare con la scrittura, con la narrazione. Quindi credo che Stella del mattino non sia tanto un romanzo epico in senso stretto, quanto piuttosto un romanzo sull'epica, che racconta quanto l'epica c'entri con la nostra vita. I protagonisti del romanzo ne erano profondamente convinti e tutta la loro produzione letteraria lo dimostra. In sostanza si è trattato di far collidere due piani, quello della chanson de geste con i suoi canoni eterni, appunto, e quello della coscienza moderna. Non dimentichiamoci che in quegli stessi anni James Joyce si apprestava a riscrivere l'Odissea spostandosi nella testa di un Ulisse contemporaneo. In più, i personaggi storici che ho usato come protagonisti del mio romanzo erano stati anche guerrieri, avevano vissuto la Grande Guerra sulla propria pelle, si erano addentrati nella tragedia cantata da Omero. Insomma si trovavano nella situazione particolare di essere protagonisti viventi e cantori di un evento epocale, il crollo delle grandi illusioni moderne. Una posizione scomoda e privilegiata allo stesso tempo, che a mio avviso ha determinato la grandezza indiscutibile di alcune delle cose che hanno scritto.
La fusione tra questi elementi biografici, storici, letterari, ha prodotto una narrazione di "psiche in movimento", come la chiami tu, rendendo possibile che nella trama accadano piccole grandi cose in un'unità di tempo, luogo e azione apparentemente ristretta.

Il che non fa epica: sono le regole aristoteliche della tragedia classica. Nelle tue pagine dov’è il momento tragico? Te lo chiedo avanzando un’ipotesi da scrittore e non da critico. La tragedia rappresenta un’universalità umana e lo fa riuscendo a mantenere indistinguibili l’ambiguità e la realtà. Ognuno dei tuoi personaggi è ambiguo, nonostante abbia una traiettoria precisa nel romanzo. Lawrence, ovviamente, è il più ambiguo di tutti. Ciò fa di Stella del mattino un romanzo allegorico in senso molto alto, perché ciò che vale per il racconto vale anche per il passato, per il presente e per il futuro. Qui è in gioco una possibile totalità dell’umano, come mi sembra dimostrare Nancy, la moglie di Graves. Finora, nelle interviste rilasciate, hai dato una connotazione di Nancy che è esplicita nel romanzo: non è una moglie, è una donna. Secondo me è di più: è il polo femminile (Graves se ne occupò ne La Dea Bianca, edito in Italia da Adelphi). Sei d’accordo sull’idea di Stella del mattino come tragedia di nuova specie? E cosa davvero è il personaggio Nancy Graves?

WM4: Se la chiami Nancy Graves non le fai onore... lei ci teneva a mantenere il cognome da nubile, Nicholson. Ma andiamo per gradi, partiamo dall'elemento tragico.
E' proprio l'unità aristotelica che fa di Stella del mattino un'opera "teatrale". Non è un caso che nel 2006 il drammaturgo canadese Stephen Massicotte abbia messo in scena una piece teatrale tratta dalla stessa vicenda e che ha per protagonisti Lawrence, Graves e Nancy Nicholson (The Oxford Roof Climber's Rebellion). Io l'ho scoperto mentre già stavo scrivendo il romanzo, ma la cosa mi ha aiutato a capire proprio questo. I protagonisti di Stella del mattino sono "dramaticae personae" e Oxford non è altro che un palcoscenico a vari gradi di profondità. Se provi ad analizzare i personaggi ti accorgi facilmente che sono tutti portatori di contraddizioni topiche.
Lawrence è l'eroe tragico per antonomasia, con l'aggiunta di una personalità moderna, conflittuale, problematica e la necessità di trasformarsi in cantore di se stesso, di sostenere il peso del ruolo senza averne il physique. In lui risuona la figura leggendaria di Beowulf, nella rilettura del personaggio che hanno dato Neil Gaiman e Roger Avary sceneggiando il film di Zemeckis tratto dal poema. Non è un caso che il campione dei Geati venga continuamente chiamato in causa tra le pagine del libro.
Tolkien secondo me rappresenta la fede sfidata dalla storia, è un cattolico che anela al quieto vivere, ma deve fare i conti con l'inconscio, con l'erompere di Psiche nella propria vita. Per lui i miti sono modelli etici e contengono un nucleo di verità, ma appunto dovrà essere capace di accettarne anche la dimensione "freudiana" o se si preferisce "campbelliana", e ridurli a sé, al proprio particolare, per capire cosa deve fare, qual è la strada da percorrere.
Lewis è lo scettico razionalista, frazeriano, a sua volta soverchiato dall'irrazionale, dal rancore, dall'omoerotismo represso. E' il personaggio più controverso, forse anche più dello stesso Lawrence, portatore di una rabbia profonda che va al di là del tradimento generazionale rappresentato dalla guerra. E' la frustrazione di chi non vuole accettare un piano irrazionale dell'esistenza, di chi nega legittimità all'analisi del mito come psicoanalisi della civiltà. La sua è la spocchia tardo-illuminista, liberale, positivista. Quella che nega legittimità al marxismo e alla psicoanalisi perché li considera sistemi "chiusi", autoreferenziali. Se non è un transfert quello che instaura con Lawrence allora non so cosa lo sia.
Robert Graves è il rivoluzionario romantico, per il quale i miti sono una risorsa vitale, perché ci raccontano un'altra versione del mondo, aprono lo specchio delle possibilità. I miti giacciono in un passato arcano e rimosso e devono essere scavati fuori come un tesoro antico e fatti riverberare sul presente, rideclinati senza nostalgie e tradizionalismi. Ecco perché non riesce a spingersi fino in fondo nella decostruzione dell'eroe e non accetta che tradisca le aspettative. E certo la sua ammirazione per Lawrence cozza pesantemente con il controcanto di Nancy, che a mio avviso è uno dei personaggi più importanti del romanzo, anche se rimane in seconda linea. Il femminismo di Nancy è (ed era) in buona parte velleitario e anacronistico, ma coglie le contraddizioni dei reduci senza sconti di sorta. Nancy è appunto il femminino che si insinua e rompe le uova nel paniere dei reduci guerrieri. E lo fa senza stucchevole saggezza, senza "maternalismo", bensì con arroganza ideologica, con cattiveria. E tuttavia sarà in grado di ispirare un percorso determinante per la vita e la carriera di Robert Graves.
Se quindi in Stella del mattino c'è una briciola di universalità e di forza tragica ciò è dovuto proprio allo spessore delle personalità trattate e che ho cercato di riprodurre sulla pagina.

In un intervento del 2004, scrivevi: “Lawrence ha prodotto una delle teorie della guerriglia più originali di tutto il pensiero occidentale. Teoria che può essere nata solo da un'esperienza sul campo, a prescindere dall'importanza del ruolo storico dell'autore. Lawrence ipotizzò una guerra senza battaglie, senza spargimenti di sangue, basata sull'invisibilità e sulla negazione dei bersagli al nemico. Una guerra senza morti, senza disciplina, senza eserciti. Una guerra priva della dialettica della guerra. Non si accontentò di ribadire la differenza tra guerra regolare, fondata sull'idea di linea, da attaccare o difendere, e guerriglia, basata sulla discontinuità, sull'attraversamento delle linee per sabotarne il tracciato. Disse qualcos'altro: la vittoria, secondo lui, si doveva piuttosto a un'azione intellettiva che militare, a un cambiamento di prospettiva, che non impegnava la forza del nemico, ma la aggirava e la vanificava. Non si trattava di espugnare i capisaldi nevralgici tenuti dall'avversario, ma di modificare la strategia complessiva per renderli di secondaria importanza. Rifiutare lo scontro e spostarsi altrove, lasciando il nemico a difesa di un luogo divenuto inservibile. Incidere di continuo le vie di rifornimento per rendere l'apparato militare avversario sempre più oneroso da mantenere, fino al collasso”. Quanto ha a che vedere questa rivoluzione militare con una possibile rivoluzione narrativa? Mi sembra una perfetta descrizione di quanto sta accadendo oggi in Italia. E, in aggiunta, è per questo motivo che i momenti storici in cui Lawrence è protagonista hanno una forte carica onirica, cioè narrativa?

WM4: I flash-back "arabi" sono onirici perché vengono rivissuti ex post, dalla prospettiva di un altrove assoluto che è l'idillio accademico di Oxford. E' stata una delle chiavi di volta del romanzo fin da quando l'ho concepito. Perché appunto non avevo intenzione di riscrivere la vicenda di Lawrence, l'hanno già fatto biografi di tutti i tipi, e c'è solo l'imbarazzo della scelta tra i saggi sulla guerra nel deserto.
Per quanto riguarda la teoria della guerriglia di Lawrence e le assonanze con quanto accade oggi nel panorama culturale italiano, il discorso è più complesso. Credo che mentre il Paese sprofonda, decade, marcisce, esista un pezzo di società che va in tutt'altra direzione. A questa parte sana va ascritta quella produzione letteraria che si muove verso un'assunzione di responsabilità narrativa (se mi passi il termine). Esistono romanzi che pretendono ancora di raccontare il mondo, di tenere alta l'attenzione del lettore, di scavare nel passato o nel presente per restituire alle narrazioni un afflato collettivo. La narrativa nasce rivolta alla collettività, è per questo che si pubblica, cioè si rende pubblico ciò che si scrive, perché si presume che altri possano rispecchiarsi in quello che scriviamo, che ne vengano coinvolti. Come dice Mario Tronti, la scrittura è sempre un corpo a corpo con la storia, oppure, aggiungo io, non è niente. Questo perché la storia è ciò in cui siamo immersi, è il luogo dove viviamo. Quindi, come dicevo, non è mai indifferente cosa si racconta e come lo si racconta.
Per venire a Lawrence, la considerazione potrebbe essere questa. La letteratura ha sempre avuto questa capacità magica di farci immedesimare in altre persone e viaggiare in altri luoghi, ovvero di farci uscire da noi stessi per vedere le cose con occhi diversi. Il sabotaggio dei segni dominanti passa attraverso storie che allargano gli orizzonti di senso e scavano gallerie sotto le macerie del Paese che ci crolla addosso. Essere altrove, per Lawrence come per noi, significa trovarsi là dove non si è attesi, scartare, battere nuove piste, con coraggio, riuscendo a fare in pochi il lavoro di molti. Prendere coscienza del proprio percorso condiviso senza bisogno di farsi compagine, lobby, mafia, esercito. E' solo così che la parte sana del Paese può sperare di uscire dal pantano, conducendo una guerriglia culturale per "bande", aprendo vie di fuga, creando prerequisiti di futuro possibile. In mezzo al caos calmo che ci circonda non ci sono rendite di posizione da mantenere, non se si conserva un briciolo di onestà intellettuale. Il deserto può essere attraversato, mappato, percorso in molte direzioni. Per parte loro, i narratori devono dimostrare, prima di tutto a se stessi, di essere in grado di farlo.

Parto dall’ultima asserzione, “i narratori devono dimostrare, prima di tutto a se stessi”. La domanda è scontata almeno quanto sono profonde le sue implicazioni. Dalle interviste che hai rilasciato, sappiamo che, anche nel caso di un libro “solista”, l’intervento del collettivo è importante. Tuttavia vorrei chiederti cosa significa scrivere da soli un intero romanzo, che cosa hai esperito di specifico nella stesura solista di Stella del mattino, al di là del fatto che, tra studi e condivisioni mentre il romanzo si fa, esso è sempre un’opera che presuppone collettività.

WM4: E' evidente che in Stella del mattino si trova una riflessione sulla mitopoiesi che rispecchia il discorso sviluppato dal collettivo Wu Ming nell'arco di tutta la sua storia. In questo senso è stato detto che è il romanzo più collettivo tra i nostri romanzi solisti, perché affronta temi che ci coinvolgono tutti e non solo una particolare passione/ossessione del singolo. Per quanto riguarda le ricerche e la stesura, se si escludono uno scambio di mail con la figlia di Edmund Blunden e le lunghe discussioni con la mia compagna sulla trama, posso dire di aver dialogato essenzialmente con libri, film e documentari. Al lato pratico è stato un lavoro abbastanza solipsistico e questo mi è pesato, visto che non l'avevo mai fatto prima. Quindi è servito anche a dimostrare a me stesso che potevo scrivere un romanzo con un capo e una coda anche da solo. Questa è stata la prima cosa che ho esperito. La seconda cosa che ho scoperto è che scrivere da solo è molto più noioso che farlo in gruppo. La terza più che una scoperta è stata una conferma: senza un buon editing nessun testo riesce a esprimere il massimo delle proprie potenzialità. Il feed-back che ho ricevuto dal collettivo e dall'editore è stato essenziale per dare al romanzo la forma definitiva.
Detto questo c'è forse un discorso più ampio da fare sul rapporto tra i due modi di lavorare. E' chiaro che la scrittura collettiva è sempre anche scrittura solista. Si scrive da soli e si rielabora in gruppo. Quello che cambia è invece nell'ideazione della trama e nello studio dei personaggi. Scrivendo da soli si ha l'opportunità di sentirli tutti quanti, uno a uno, di farne vibrare le voci, con una visione d'insieme assolutamente stringente, uniforme. E certo occorre fare uno sforzo per differenziare i timbri e imitarli tutti, dare a ciascun personaggio la propria voce/personalità. In questo senso scrivendo in gruppo si può contare su attitudini diverse, quindi si può osare di più, perché l'alchimia ricombinatoria a cinque - nel nostro caso - produce una gamma di soluzioni infinita. In questo modo però ci si espone sempre anche al rischio di sentire meno un personaggio, quindi di delegarne lo sviluppo ai meccanismi di svolgimento della trama. Questa cosa prima di scrivere Stella del mattino non mi era così chiara, come invece lo è adesso. Lo considero il quarto punto esperito dalla scrittura solista e vorrei farne tesoro per i futuri lavori collettivi. Come dire che se finora siamo stati pignoli con noi stessi, credo che dovremo imparare a essere intransigenti.



Ricordo di Luigi Malerba

E' morto nella notte a Roma, Luigi Malerba, scrittore, giornalista e sceneggiatore. Il suo vero nome era Luigi Bonardi, nato a Berceto, Parma, nel 1927. Dall'appartenenza al Gruppo 63 sviluppo' una vena espressiva surreale in opere come la raccolta di racconti La scoperta dell'alfabeto (1963) e i romanzi Il serpente (1966) e Salto mortale (1968, Prix Me'dicis 1970).

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Video tratto da nonleggere.it

Al centro della ricerca di Malerba la scrittura e la confusione del mondo, la sua incomprensibilità, il gioco infinito di coincidenze della vita quotidiana, cui si tenta inutilmente di dare comunque una spiegazione, il tutto espresso comunque con ironia pungente e amore del paradosso in una serie di romanzi che vanno dalle prove più sperimentali sino a quelli di una più risolta narratività: da 'Il serpente' e 'Salto mortale', che grazie al Prix Medicis nel 1968 gli dette fama anche all'estero, sino a 'Fuoco greco', 'La superficie di Eliane' o 'Fantasmi romani' del 2006, passando per una raccolta di saggi dal titolo esemplare 'Che vergogna scrivere'.



Valerio Evangelisti sul Corsera: LA LUCE DI ORIONE

evangelisti_lalucediorione.jpgdi RANIERI POLESE

INCONTRI - Valerio Evangelisti rivela la trama del nuovo romanzo, in libreria dopo cinque anni
Da Saragozza all'Iraq, Eymerich ritorna al futuro
«Il mio inquisitore è diventato meno superuomo e più ironico»

Eymerich è tornato! Il terribile inquisitore del Regno di Aragona, protagonista della fortunata saga di Valerio Evangelisti, è di nuovo fra noi. È lui il protagonista del romanzo La luce di Orione
(Mondadori). Per cinque anni, dal nono romanzo della serie, Mater Terribilis (2002) a oggi, il fosco e spietato frate domenicano era rimasto a riposo. «Avevo lavorato ad altri romanzi e su altri periodi storici » ci spiega Evangelisti. «Non volevo restare vincolato allo stesso personaggio. Poi, la pressione dei lettori e le richieste degli editori mi hanno costretto a tornare a Eymerich. E l'occasione me l'ha fornita l'Università di Padova, che ogni anno allega alla Guida per gli studenti un racconto o un fumetto. Nel 2006 mi avevano chiesto un racconto che avesse a che fare con Padova. È nato così La sala dei Giganti, che prendendo lo spunto dagli affreschi di Altichiero nel Palazzo della Ragione (l'opera, ormai perduta, era dedicata agli Uomini illustri dell'antichità secondo un progetto del Petrarca, ndr), riportava in scena Eymerich alle prese con gli occulti simboli di quelle pitture». Erano, in pratica, i primi quattro capitoli che ora, in parte rimaneggiati, aprono La luce di Orione.



Contro la deriva fascista: certi rumeni

noitaly.jpgE' scandaloso quanto sta accadendo in questi giorni in Italia. Non paghi, millenni orsono, di essere andati a rompere i coglioni in Romania con legioni armate, facendo di quel territorio una colonia, massacrando e sottomettendo genti che se ne stavano in pace nelle proprie terre; non sazi di avere assistito da spettatori, in tempi ben più recenti, a una dittatura vessatoria, a una rivoluzione che ha avuto un cruento apice addirittura televisivo e poi al crollo di un popolo che nella sua capitale conta centinaia di bambini che vivono nelle fogne, mentre noi andiamo a sottopagare in casa loro gli operai di quel popolo, per produrre scarpe sottocosto che permettono poi quotazioni in Borsa a Milano; non contenti di avere imposto a queste persone il miraggio economico e poi il giogo economico occidentale; immemori del fatto che noi abbiamo esportato all'estero mafie, delitti, la sporcizia dei poveracci e dei derelitti, fottendocene delle leggi altrui e poi fottendocene della nostra lingua d'origine e dei nostri costumi (che rimangono: spaghetti, 'o cafè, Pavarotti, Arbore e Rai International); avendo cancellato il fatto che il fascismo l'abbiamo inventato noi e metastatizzato con grande successo in altri Paesi (compresa la Romania), con una riuscita tale da affascinare un uomo che ha sterminato 6 milioni di ebrei mentre teneva il busto di un italiano nel suo ufficio - non soddisfatti di tutto questo, additiamo ora un gruppo etnico, cioè i rumeni, ne mutiamo il nome (diventano di colpo romeni, per avvicinarli ai Rom, con cui non c'entrano nulla), dimentichiamo che quel popolo ha dato al Novecento apici culturali impressionanti, alla cui altezza francamente noi non siamo giunti, e, innescando propaganda anti-etnica e burocrazia (un binomio che dovrebbe ricordare qualcosa...) ci permettiamo di applicare non la pietà dell'asilo e gli strumenti di prevenzione a favore di chi, per condizioni non genetiche ma storiche e ambientali, si trova nelle condizioni di delinquere, ma andiamo oltre: desideriamo la deportazione innocente e priva di sangue, con tanto di giustificazione leguleia (immaginiamo gli italiani a New York che arrivano per Oceano disponendo già di casa e lavoro: immaginiamoli... O a Sidney. O a Berlino. O a Parigi).
Rendo edotti coloro che non lo fossero, dell'esistenza di quattro rumeni che si lasciano alle spalle, dando miglia di polvere, i nostri filosofi e scrittori, i nostri antropologi, i nostri artisti contemporanei nel Novecento. Presento una scelta di aforismi dal rumeno Emil Cioran, emigrato senza lavoro né casa a Parigi; alcune pagine del rumeno Mircea Eliade, emigrato per il mondo e poi stabilitosi a Parigi, che ha fondato soltanto la disciplina della Storia delle religioni; poesie del rumeno Paul Antschel, meglio noto come Paul Celan, emigrato senza lavoro prima in Germania e poi a Parigi, dove si suicidò; uno scritto sulle opere del rumeno Constantin Brancusi, anch'egli emigrato in Francia privo di casa e lavoro.
Quanto a oggi, detto a chiare lettere: l'Italia è un Paese di merda in cui mi vergogno di vivere, e tanto più mi vergogno perché la schiacciante maggioranza dei miei connazionali non si vergogna di vivere in una simile congerie da apocalisse umano.



Doris Lessing: tre anni prima del Nobel

alezacc.jpgI bambini? «È illusorio credere di proteggerli» L'11 settembre? «A Londra gli attentati ci sono da più di 20 anni». La pace? «Spiacente, non durerà» Le donne italiane? «Spaventoso che non facciano più figli»...
di Alessandro Zaccuri

dorislessingzacc.jpgSarà anche nata in Iran, quando però il Paese si chiamava ancora Persia. E avrà anche vissuto a lungo in Zimbabwe, quando sulle carte geografiche quel pezzo di Sudafrica figurava come Rhodesia. Ma oggi, a 85 anni, Doris Lessing è una perfetta, amabile e spietata nonnina inglese.
«Lo so, sono una vecchia cinica», minaccia sorridente davanti ai giornalisti che l'attendono al Festivaletteratura. Dell'educazione britannica contro la quale si è più volte ribellata - prima attraverso il comunismo, poi mediante il femminismo, sempre e comunque con gli strumenti della letteratura - ha conservato, se non altro, l'abilità di usare lo stiletto come un cucchiaino da the. Chiede se desideri altro zucchero e intanto ti sta pugnalando al cuore. Se ne accorge chi, dalla piccola platea di cronisti, le chiede una dichiarazione che possa essere adoperata a favore delle due volontarie italiane sequestrate in Iraq. «Un mio contributo sarebbe del tutto privo di utilità - scandisce celestiale -. I rapitori hanno il culto della violenza e di sicuro non si lasciano commuovere dagli appelli. Scusatemi, ma non mi sembra il caso di cedere al sentimentalismo».



"La lingua italiana porta pericolo"

Thumbnail image for leopardicadavere.jpgLa lingua italiana porta pericolo, non solo quanto alle voci o locuzioni o modi forestieri, e a tutto quello ch’è barbaro, ma anche, (e questo è il principale) di cadere in quella timidità povertà, impotenza, secchezza, geometricità, regolarità eccessiva che abbiamo considerata più volte nella lingua francese. In fatti da un secolo e più, ella ha perduto, non solamente l’uso, ma quasi anche la memoria di quei tanti e tanti idiotismi, e irregolarità felicissime della lingua nostra, nelle quali principalmente consisteva la facilità, l’onnipotenza, la varietà, la volubilità, la forza, la naturalezza, la bellezza, il genio, il gusto la proprietà, la pieghevolezza sua. Non parlo mica di quelle inversioni e trasposizioni di parole, e intralciamenti di periodi alla latina, sconvenientissimi alla lingua nostra, e che dal Boccaccio e dal Bembo in fuori, e più moderatamente dal Casa, non trovo che sieno stati adoperati e riconosciuti da nessun buono scrittore italiano.



Chiuso per ferie: la Summer Anthology

estate.jpgLa Centraal Station di Giuseppe Genna chiude i battenti per le meritate ferie estive. Il bilancio dell'anno giustifica una pausa mensile: è stato scritto, letto e riletto il nuovo romanzo in uscita a gennaio prossimo; è stato svolto un faticoso lavoro di creazione di format tv per quasi quattro mesi; è stato pubblicato in print on demand e ipertestualizzato il romanzo Medium; è stato lavorato, con un regista e uno sceneggiatore, un lungo trattamento cinematografico da un mio romanzo, e quindi proposto a produttori; sono state scritte molte cose per ora non pubblicate; è stato affrontato un seminario sul tema del "Personaggio" alla Scuola di Alti Studi dell'Università di Siena; sono state effettuate letture, recensioni, presentazioni; è stato cercato senza posa un lavoro, purtroppo non trovandolo; è stata definitivamente troncata la storia sentimentale più importante della mia vita; è stata continuata la pesante terapia psicocorporea di cui si racconta nel Dies Irae; sono stati assolti altri compiti di cui qui non si dice; è stato pensato e strutturato mentalmente il romanzo per Mondadori che seguirà quello in uscita, si suppone nel 2009/2010; è stato ritoccato e ampliato Assalto a un tempo devastato e vile, che l'anno prossimo uscirà per i tipi Minimum Fax, nella sua versione 3.0; è stato condotto quasi quotidianamente un lavoro di Rete.
A Milano si dice: ne poedi pü.
Perciò, il Miserabile si prende una lunga vacanza, tra la Sicilia e i monti del Lecchese.
Salutandovi e augurandovi buone ferie (con incitamento a chi non le può fare), lascio per questo mese un'antologia della fede nella letteratura: 170 citazioni da autori di ogni tempo e nazione, da meditare nel caso si càpiti da queste parti.
Ci rileggiamo a settembre!
gg



Patchwork Carmelo Bene, l'artista che vorrei essere

cbene.jpgNon c'è sillaba, gesto, vocalizzo, idea, immagine, spazio impersonale e poetica che io non condivida in quanto qui antologizzato da dichiarazioni senza tempo di Carmelo Bene, per me il massimo artista (in senso integrale) che l'Italia abbia generato nel Novecento. Il mio desiderio frustrato, per insufficienze personali, sarebbe di fare ciò che Bene ha fatto e continua a fare in quella specie di iperuranio in cui ha creato: voce senza voce per una scrittura senza scrittura. Di seguito al video, riproduco l'audio della sua versione de L'infinito leopardiano e de Ritorno al luogo natale di Esenin.

Carmelo Bene legge L'infinito di Giacomo Leopardi

Carmelo Bene legge Ritorno al luogo natale di Sergej Esenin



Cordelli: "Aldo Nove, se l’etichetta di cannibale è un privilegio"


Risposta allo scrittore che aveva accusato la critica di ragionare per categorie
di FRANCO CORDELLI
[dal Corriere della Sera, 27/10/2006]

cordellinove.jpgCon un titolo come Vermi, attraente da nessun punto di vista, ma presentato da Aldo Nove in pompamagma come numero uno della collana «Neon!» da lui diretta per la Tea, si legge il primo romanzo di Giovanna Giolla con la mente divisa. Per poco. Già a pagina 7 la Giolla scrive: «Seven Days in Sunny June urlava dentro l’estate del mio cuore». E poi (colgo qua e là): «I pensieri erano colpiti da una grandine di ricordi » (10); «Mi ha baciato i piedi, mordendoli come frutti» (27); «Mi piace come guida; la città è un video che scorre veloce poi adagio» (41); «Ha un culo da sballo: alto, sodo, ammaliante» (42); «Provai piacere liberandomi di lui, ma anche quando lacerava, il piacere era una danza» (66); «L’India è un rumore» (78); «Le sue labbra erano gelide e affilate come stalattiti» (140).



Pincio: Ricordi da un'era di mancate promesse

tp.jpgdi TOMMASO PINCIO

Il clima creato da sogni violentemente rimossi in due libri che affrontano l'American way of life in due passaggi cruciali. «Polvere di luna» di Andrew Smith e «Diario dell'apocalisse» di Eleonor Coppola, frutto degli appunti che la moglie del regista tenne nelle Filippine durante le riprese di «Apocalypse Now»
«Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?» si domandava a suo tempo un poeta. Cosa faccia è presto detto. Gira indefessa attorno al nostro pianeta mantenendosi a una distanza media di trecentottantaquattromila chilometri, illumina di luce riflessa le notti terrestri, determina maree ed eclissi, e non di rado accende le umane fantasie. A parte ciò non è che faccia molto. Del resto, cosa mai dovrebbe fare un satellite da sempre disabitato?



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