Giuseppe Genna: bio&biblio
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Wu Ming 4: Stella del mattino
• Leggi la conversazione con Wu Ming 4 su Stella del mattino
Come promesso in sede di anticipazione del libro, qualche considerazione personale su Stella del Mattino, esordio "solista" di Wu Ming 4, uscito per i tipi Einaudi Stile Libero (euro 16.80 - qui acquistabile con sconto di 5 euro).
Chi voglia conoscere i termini generali della trama (che è una vicenda corale), può leggerne i tratti qui. Farò riferimento a personaggi che presumono una conoscenza superficiale della materia del libro.
Stella del Mattino presenta anzitutto un soprendente switch-point rispetto a quanto il romanzo storico ha fatto finora in Italia, nell'arco temporale che un collega di collettivo di Wu Ming 4, e cioè Wu Ming 1, ha esplicitato nel suo memorandum sul New Italian Epic, ormai entrato a pieno titolo tra gli elementi stabili dell'odierno dibattito serio sulla letteratura.
La particolarità del romanzo di WM4 è duplice. E' sicuramente una narrazione multilivello: c'è il piano storico, c'è il piano della distorsione narrativa della vicenda storica, c'è il piano della meditazione su cosa sia la letteratura e c'è il livello più profondamente esistenziale, che è l'universale, il senso dell'essere al mondo, ciò che è morale e storico. Già a pagina 61 esiste un avviso che allerta: "Le parole dànno significato alle cose. Era quella la chiave. Servivano parole inaudite. Non bastava un eroe, serviva un poeta. Cosa sarebbe stato Achille senza Omero?". La vocazione epica è dunque consapevole, ma non solo - è consapevolmente da rivivificare, come testimonia l'accenno alle "parole inaudite", poiché Omero lo abbiamo già udito. Questa consapevolezza viene svolta da Wu Ming 4 con una realizzazione letteraria che rifà un gesto arcaico. Viene cioè messa in osmosi l'epica con quello che doveva essere il romanzo psicologico di formazione, tradizione che invece ha creato un proprio spettro, esaurito il compito di creare l'immaginario e il mondo interiore della borghesia occidentale a inizio Novecento. Stella del mattino realizza dunque un doppio passo, come il dribbling che era tipico di Zidane: da un lato c'è l'intera tradizione a cui attingere (dall'epica fino al romanzo psicologico), e dall'altro c'è da creare una forma che, tenendo presente quella tradizione, emetta "parole inaudite", fornisca gli elementi leggendari di una resurrezione del corpo di gloria del romanzo. Questo tentativo è pienamente riuscito, il che colloca il libro di Wu Ming 4 tra i più importanti del decennio, in una schiera che è ormai ben nutrita.
Come è stato già sottolineato altrove, la consapevolezza di quanto l'autore attua in Stella del mattino è data da una scena interessante: nel corso di una lezione sulla Poetica di Aristotele, il celebre passo sull'essenza e la funzione della poesia viene tradotto in maniera letterale, spostando tutto il significato del brano, per cui poiesis diviene fare - cioè creare artisticamente ma anche artigianalmente, e soprattutto agire, ottenere degli effetti (anche l'illusionista ottiene degli effetti, sia chiaro). E' nella Poetica che Aristotele osserva come la tragedia derivi dall'epica, ed è sempre nella Poetica che enuncia le regole della tragedia classica, le celeberrime unità di azione, tempo e luogo. Stella del mattino rispetta tali regole: tutto si svolge a Oxford, in un arco temporale definito. Ovviamente non tutto: per fare sentire queste unità, bisogna violarle parzialmente. Ecco che dunque partono alcune diversioni significative: scene emblematiche della misteriosa vicenda di Lawrence in Arabia, che gli è valsa la fama di eroe. Queste scene sono caricate, conservando un'appassionante leggibilità, di potenza onirica, cioè di valore narrativo allo stato puro. E il passaggio tra un capitolo e l'altro, ognuno dei quali ha un protagonista, mette in risalto il fatto che siamo in un cerchio di sguardi e di un numero limitato di personaggi (Lawrence, Graves, Tolkien, Lewis; sotto cui scorre, vena carsica narrativa che unisce e ribalta ogni volta le posizioni acclarate e cristallizzate, quell'incarnazione del femminino, che sintetizza sconvolgendo l'ordine delle cose, che è Nancy, la consorte di Graves: non una moglie, ma una donna, come sottolinea di continuo WM4, quasi usando un omerismo - ma, di ciò, più avanti). Riassumendo: ciò che appare psicologico in questo romanzo dove tutto si gioca sul ricordo e sulla percezione (che cos'è Lawrence per ognuno dei tre giovani scrittori e cosa sia Lawrence per se stesso, di fronte al coro immane del "pubblico planetario" verso cui è stata proiettata ad arte la sua icona), lo psicologico non è in realtà mutuato dal romanzo borghese, ma direttamente dalla tragedia classica, ed è per questo motivo che ci troviamo di fronte a esemplarità psichiche, esattamente come in Eschilo o in Sofocle. Ciò permette, proprio in linea con Aristotele, di connettere la psicologia all'andamento epico, elemento quest'ultimo che è indiscutibile (il mentore di Lawrence, iniziandolo a un viaggio in Medio oriente, conclude il capitolo con una battuta pesante: "Sorga un cavaliere!"). La psicologia tragica è un'evoluzione, uno sviluppo della piscologia bidimensionale e universale che ha luogo nell'epica. Il gesto psichico di Achille sul cadavere di Patroclo figlia direttamente le reazioni psichiche di Antigone, che fanno la tragedia. Lo sviluppo di questa psicologia avviene in estensione, ma viene mantenuta la profondità, che l'introspezione novecentesca farà evaporare, tranne che nella linea junghiana, la quale tiene presente la comunanza di un patrimonio archetipico a cui tutti noi umani attingiamo.
Stella del mattino è un'epica contemporanea condotta secondo apparenti canoni di romanzo storico, ma è anche una tragedia contemporanea che usa la storia come allegoria universale. Prima di individuare il nucleo tragico del romanzo, sarà utile ravvedere l'utilizzo di questa profonda allegoria in termini di personaggi, azioni e reazioni che accadono in quel cerchio magico che è Oxford dopo la Prima guerra mondiale.
Vorrei evidenziare qui alcuni punti:
- Ogni personaggio percepisce Lawrence in maniera diversa, a seconda di proprie declinazioni temperamentali. Lawrence diviene in pratica un contenitore proiettivo, che però è tale perché fornisce agganci storici e personali nel rapporto con ognuno dei tre personaggi maschili in questione (appunto Tolkien, Graves e Lewis). Tuttavia, qualcosa accomuna i tre personaggi e loro stessi a Lawrence: sono tutti reduci di guerra. Sono tutti traumatizzati, a vario modo, dalla condizione transitoria che hanno esperito e che vorrebbero dimenticare e recuperare al tempo stesso - cioè la condizione di guerrieri. Non basta. Ognuno di loro non ha padre: il padre è una figura svilita, disturbante, assente. Non sono aduso all'utilizzo di stilemi interpretativi di ordine psicanalitico, ma non trovo una metafora migliore per dirlo: è come se il complesso d'Edipo qui avvenisse in base a un formidabile spostamento di Laio, che è una autentica sostituzione - essendo Laio non più il vero padre, bensì la realtà di guerra e anche la realtà che segue dopo la fine della guerra. Ciò unisce i personaggi in una battaglia postuma e anticipatoria del futuro, e in molti casi rievoca un'altra situazione tragica, questa volta moderna, che è quella di Amleto di fronte allo spettro paterno. Lawrence, di volta in volta, assume i contorni di questo spettro gigantesco, in cui ogni possibilità è inclusa e dal cui riflesso proiettivo spesso nascono le azioni, che sembrano reazioni. Del resto, Lawrence è l'unico maschio dei quattro a non essere padre o a non svolgerne di fatto le funzioni (Lewis non è padre, ma è come se lo fosse, per una sua particolare situazione sentimentale).
- Allestendo questa scena tragica collettiva, che è retta da uno shangai di sguardi in progressione per tutto il libro, Stella del mattino allestisce una mappatura delle funzioni mentali tutte. Ogni personaggio è ciò che lo psicoanalista Franco Fornari (dopo Musatti, l'autentico genio della psicoanalisi italiana) chiamava "coinemi": pattern interni che compongono una scena intima, variabile individualmente eppure sempreuguale, di ciò che viene definito "famiglia interna". Il rapporto tra le competenze della mente (emblematizzata da questa comunità di personaggi tragici) e la realtà è di fatto tutto il libro.
- Sotto questa particolare lente di lettura, emerge gigantesca la figura di Nancy, che da sola incarna la componente femminile, la quale si riverbera nella femmineità di certi atteggiamenti maschili, e non nel senso di un'omosessualità latente: è precisamente la femmineità amletica. Nancy è, insieme a Lawrence il vero polo che fa la tragedia di Stella del mattino: la scena del loro incontro è semplicemente agghiacciante dal punto di vista emotivo. Nancy è un personaggio a tutto tondo, che allegorizza l'emancipazione femminile, anticipandola anche nel fallimento, ma è pure la figura musaica che il suo stesso consorte, anni avanti, fenomenologizzerà nel suo prodigioso saggio di antropologia mitico-letteraria, La Dea Bianca. Non si prescinde mai dalla potenza dello sguardo, che pare giudicante, di Nancy. Il radicamento di lei nelle cose e nel giudizio è il controcanto polarmente opposto al tremolio di Lawrence, un uomo che cerca se stesso, che non sa se automitizzarsi o meno, che comunque vuole sfuggire alla mitizzazione concresciutagli addosso dall'esterno come una falsa identità. Ma, soprattutto, Lawrence è un uomo che ha un atteggiamento ambiguo e conflittuale con la madre, così come l'ha con il fantasma della donna amata che doveva sostituire la madre e riparare le storture di un rapporto scaduto - e che è morta. Nancy è madre, ma non è semplicemente moglie. Nancy giganteggia anche in assenza. Nancy è la salvatrice essendo l'affossatrice, colei che conserva la vita ribaltando l'ordine dei saperi e delle conclamate certezze. La punta più avanzata dell'allegoria-Nancy è Gaia: il femminile che può salvare il pianeta devastato dal conflitto, dal trauma di una battaglia che sembra non avere fine. Nancy si spinge oltre il nostro futuro.
- Lawrence, infine, è l'attività di percezione del "se stesso". Ogni volta che ragiona su se stesso ed è prigioniero della propria storia, tentenna, perché non sa in quale direzione e con quale struttura raccontare questa storia e principalmente raccontarsela. In questo, Lawrence è l'identità psicologica che si trova davanti alla sbalorditiva attività della coscienza, che non è psicologica. Lawrence emblematizza, tra le molte cose (la lettura che sto fornendo è assai parziale rispetto ai moltissimi elementi del libro), il tremolio dell'"io" davanti alla domanda "chi sono io?". I momenti di svolta in cui Lawrence manifesta mutamenti pratici, effettivi, incisivi nel suo presente sono sempre spettacolari colpi di scena: provengono da una sua assenza, anche fisica, rispetto alla scena di Oxford. Inoltre, Lawrence è ricordato o ricorda secondo canoni onirici. Lawrence stesso allegorizza la totalità degli stati di coscienza dell'umano: la veglia (cioè il rapporto con la sua storia, la sua identità, con l'azione da compiersi), il sogno (la narrazione di squarci di ciò che è successo nel corso della guerra contro i Turchi) e il sonno profondo senza sogni (la zona buia dove Lawrence non c'è e da dove emerge di colpo in veglia, con soluzioni e decisioni già assunte e realizzate o da realizzarsi assolutamente).
E' alla luce di questi elementi che è possibile osservare in quale senso Stella del mattino rinnova il tragico: il nucleo tragico del libro è l'ambiguità. Il "sì" e il "no" sono dati contemporaneamente. I cieli sono muti o, se parlano, parlano con il proprio emblema più ambiguo, cioè la "stella del mattino", vale a dire Lucifero, l'apportatore di luce che è però consolidatamente la scimmia del divino. In questo ring tragico, è data ogni possibilità di divenire (questo romanzo potrebbe prendere qualunque direzione, in primis quello di saga infinita), poiché la tragedia è questo: ispira aristotelicamente il timore di spezzare la propria identità e la pietà naturale che coagula ogni comunità, poiché ognuno sulla scena è legato allo sguardo dell'altro e questo rimanda alla totalità delle possibili azioni da compiersi. Mi riconnetto alla recensione di Monica Mazzitelli, che traduce ciò che io chiamo "ambiguità" con il superamento dei generi, sessuali e letterari.
E, come ogni tragedia, Stella del mattino presenta elementi che nutrono una riflessione sotterranea circa il potere delle Storie e della narrazione. Dalle tattiche di guerra e guerriglia rivoluzionate da Lawrence alla sua incertezza sul racconto della propria storia, dalla germinazione delle fantasie letterarie di Tolkien, Graves e Lewis, fino alle prodigiose traduzioni rifatte da WM4 delle poesie citate (in particolare, l'exergo dei Sette pilastri), questo è un libro che costituisce una potente meditazione circa il potere delle parole, circa a relazione tra la lingua delle Storie e la storia (cioè la realtà), circa la tradizione che il Novecento ha cercato di non vedere (quella fantastica), circa l'emanazione politica e cioè comunitaria che irradiano le parole stesse. Tutto ciò è meticolosamente non occultato, ma reso istantaneo al racconto, in modo che è assolutamente impossibile leggere questo romanzo come un testo di metalivello letterario: qui il racconto stesso è automaticamente e senza sforzo meditazione sulla letteratura. Nessun francesismo, nessuna zavorra teoretica.
Tutto ciò conduce immancabilmente a una guerra e questa battaglia da Armageddon è il confronto tra la letteratura e lo Spettacolo modernamente inteso. Il conflitto tra Lawrence, che al tempo stesso è guerriero e icona mediatizzata (forse la prima della storia moderna spettacolare) e scrittore, incarna questa battaglia per una riscrittura del mito, per una riappropriazione del mito stesso quale variabile centrale ma apertissima (cioè positivamente ambigua) della comunità. E' l'enunciazione del fondamento aristotelico dell'uomo come animale sociale, che è tale in quanto animale mitico, capace di mitologia.
Leggere Stella del mattino espone a un magnetismo bennoto ai lettori: non si può fare a meno di voltare pagina. Non ci si riesce a sottrarre dal leggere il capitolo che segue a quello che si è appena terminato. E' qualcosa di più potente dell'effetto che producono certi serial televisivi, come 24: una puntata via l'altra, la necessità di vedere tutto nel minor tempo possibile. Solo che nel romanzo di Wu Ming 4 non è la suspence a imporre questo magnetismo o, se lo è, è una suspence particolare, assai simile a quella di certo King o di certo Lovecraft, che sono riferimenti letterari del tutto esogeni al libro in questione. Che si consiglia di leggere avidamente, in un tempo in cui la stella del mattino non si vede in cielo, a causa delle emissioni inquinanti industriali e mentali dell'uomo occidentale, che in questo romanzo epico e tragico ha un ritratto esaustivo, totale.
Tiziana Cera Rosco: Il compito
Ringrazio l'Unità e la responsabile delle pagine culturali del quotidiano, Stefania Scateni, per avermi permesso di affrontare Il compito, un libro di poesia la cui autrice non è giovane (ha 35 anni tra poco), ma in Italia è considerata giovane e sarà considerata adulta tra una ventina d'anni. Per ragioni di spazio e di sede, ovviamente, non ho potuto estendere il discorso sulle retoriche e sulla pletora di immagini che la raccolta di poesie di Tiziana Cera Rosco [nell'immagine a destra] meriterebbe, limitandomi a indicare la coerenza di un sistema simbolico di derivazione anche biblica, accanto a una tensione di ordine esistenzialista. Va detto che la lingua di Cera Rosco è in crescita esponenziale e tale crescita si sarebbe misurata se solo l'editore avesse concesso all'autrice la correzione delle bozze. Conosco personalmente da poco, e grazie a MySpace, questa poetessa. Per misurarne l'eclettismo creativo, invito chiunque a misurare tale incontenibile abilità creativa, che è un continuo work in progress, sulla sua pagina di MySpace. Appena mi sarà possibile, tenterò un'incursione più precisa e anche idiosincratica in questa poesia, probabilmente su Carmilla. Per ora, l'articolo apparso sabato 17 maggio su l'Unità.
Un "compito" scritto sul corpo: l'arte totale di Tiziana Cera RoscoDal Web alla carta, la potente opera di una giovane artista che si esprime con la videoarte, la musica e intesse trame poetiche
di GIUSEPPE GENNA
Lunga vita a Milo De Angelis, uno dei più importanti poeti del panorama contemporaneo italiano, di cui è uscita presso gli Oscar Mondadori la raccolta di tutte le opere fin qui pubblicate, ma che non si limita a scrivere versi e apre a poeti di ogni generazione, e in particolare di quella più giovane, con la collana Niebo, edita da La Vita Felice. E’ in questa congerie che emerge, per certi versi stratosferica, la poesia di Tiziana Cera Rosco, anno di nascita 1973, scrittura polimorfa che va dal sapienzale all’esistenziale, la nuova voce italiana che mi sembra più sicura e sulla quale scommettere per gli anni a venire. Di questa poetessa eclettica (basti farsi un giro sul suo composito MySpace, all’indirizzo www.myspace.com/tizianacera, per ammirare le sconcertanti opere di videoarte o ascoltare i suoi splendidi pezzi musicali, che ricalcano le trame poetiche e avranno probabilmente una ricaduta pop al momento insospettabile), è uscito Il compito (12 euro), il suo libro più maturo, dove emerge con maggiore precisione il governo dell’istinto linguistico. Un istinto proprio dei poeti autentici: la tensione a percorrere ogni registro e ogni forma, a immergersi nel dolore e nella gioia per assestarsi saldamente sulle soglie di un mistero indicibile, che il mondo schiude per folgorazioni. Sono propriamente folgorazioni, quelle a cui espone il testo di Cera Rosco, come rileva del resto il prefatore Milo De Angelis: “La poesia di Tiziana Cera Rosco è ricca di illuminazioni. In senso letterale. Ci sono versi che gettano luce sui versi precedenti, chiariscono all’improvviso un cammino oscuro, gli danno senso, sfondo, profondità. Sono segni di uno svelamento. Sono magnetici, richiamano a sé l’intero testo, esigono che tutto si concentri nel loro grido”. In poche righe si ha la descrizione di cosa sia Il compito: un grido a cui non si riesce a sfuggire, una meditazione abissale sul corpo effettuata con il corpo stesso, una lingua sapiente che espone a immagini memorabili. Soprattutto nella sezione intitolata Sedia senza tavolo: “Domani falcerò il grano dai chicchi neri | che mangio cresciuta sugli scuri. | Lo falcerò come avessi petali da sgranare nella bocca. | Con un kimono di metallo sottile | falcerò il grano precisa più di un sicario”, “Sono la torre da cui stai per cadere | la torre spinata | sopra un castello di 33 vertebre roventi”.
Costruendo un sistema simbolico autonomo ma con evidenti echi biblici, una gabbia coerente di occorrenze che inducono sgomento, la poesia di Tiziana Cera Rosco non abbandona un immaginario pop, leggibile in trasparenza, o l’abbassamento a temi esistenziali, innestato però in subitanea sapienzialità: “Te lo dico mentre accendo la stufa di mio padre | e insisto col fuoco universale | pure dentro la cucina dura della sera”.
Con evidenti richiami all’ultimo Fortini (quello di Composita solvantur) e un’innegabile parentela non con la lingua ma sicuramente con il pluri-immaginario di Zanzotto (quello della trilogia, si intende), questo libro compatto, appartenente a una geometria non euclidea, rimanda a tradizioni extraitaliane e non soltanto poetiche, da Stevens a Celan, da certo Eliot a Kafka. Senza mancare di includere il presente, le cui stimolazioni sono avvertibili sottotraccia e riconducibili ai fantasmi che il rumore di fondo contemporaneo eietta in continuazione, senza il tentativo di respingere questi spettri - accade in questa poesia come nella migliore narrativa italiana di oggi. Il compito è un libro di assoluta potenza e prospetta la figura di un’artista che può diventare imprescindibile per la nostra poesia.
Stella del mattino: romanzo beyond-gender di Wu Ming 4
di MONICA MAZZITELLI
Dopo la pubblicazione di un brano di Stella del mattino, l'iper-romanzo di Wu Ming 4 edito da Einaudi Stile Libero (qui acquistabile con risparmio di 5 euro), e prima di una articolata intervista all'autore, pubblico un'intensa recensione di Monica Mazzitelli al libro, che consiglio di leggere in integrazione alle riflessioni dedicate a Stella del mattino nell'intervento "Poiesis in origine indica il fare" di R.S. Blackswift, pubblicato su Carmilla.
Ho letto questo romanzo in 24 ore, sapendo che non avrei dovuto; che avrei fatto meglio a rallentare, tornare indietro a certi passaggi, lasciar scendere alcuni dialoghi, ripensare alla Storia e le metafore del presente, le scatole cinesi geopolitiche stratificate che avrebbero entusiasmato Sbancor. Ma non ci sono riuscita. Avevo urgenza di restare nel flusso, di correre con i personaggi nella loro stessa smania.
Stella del mattino è un romanzo sentimentale* che mette una pietra tombale sopra le distinzioni di genere, nel senso che è “beyond-gender”: smette di porsi il problema. Una narrazione con profondità e sensibilità femminile che descrive atti virilmente maschili messi a fuoco su protagonisti spesso omosessuali. Di più, protagonisti per i quali la preferenza sessuale è subordinata alla scelta consapevole di un legame omeo-patico [“sofferenza tra simili”], che porta la sessualità sullo sfondo e finalmente la devolgarizza, le toglie freudiana coazione. Il fulcro di Stella del mattino è il valore dell’amicizia, del cameratismo in senso letterale. Poesia degli affetti che restano incontaminati anche nella puzza marcia delle trincee, e perfino nel tradimento. Grandi tradimenti generati da grandi amori.
E poi: un romanzo dalla tonalità dolente, invernale. Anche nel cieli più assolati restano presagi di pioggia, di freddo, di bagnato e di ghiaccio che entra in tutte le fessure e le dilata spaccando, fa di tutto polvere riarsa. Deserto nitido che cerca purezza dell’anima in grandi solitudini. Che sia lo spazio di un prato di erba fangosa di Oxford o il Grande Nefudh non cambia molto, resta comunque il senso di sbigottimento nell’incontrare se stessi nell’assenza di distrazioni e non osare guardarsi negli occhi. Per questo servono gli amici: per il coraggio di alzare lo sguardo sullo specchio. E quindi prendere atto di ciò che si è, capire che il destino è “ciò che va fatto” perché è scritto in come scegliamo di leggere le nostre stelle. Accettare di avere atti da compiere per portarci a termine, spendere il nostro talento. Di nuovo gli spettri di Manituana che indicano la strada a un Tolkien macbethiano, che potrà tornare a dormire solo se capirà che è lui stesso che uccide il suo sonno. La scrittura come terapia ma anche, comme d’habitude, come mitopoiesi.
Leggevo Stella del mattino e rileggevo Tolkien, trent’anni dopo: la magia di Gandalf, la Compagnia, Gollum e l’Unico Anello... decine di riferimenti nascosti e spiegati tra le righe che chissà come ricordo ancora, la Trilogia che fa da trama all’ordito di Stella del mattino, e con lei anche il Beowulf e le saghe nordiche che ho letto vent’anni fa, prima di vivere qualche anno a Stoccolma dove ho capito/trovato vertigini da buio nordico e quelle giornate senza sole che imbibiscono Stella del mattino/Il signore degli anelli di cupezza di morte, di ghiaccio contaminato dall’avvicinarsi verso la fornace vulcanica del Male, la guerra che si alimenta di morte e dolore. E del sangue che sgorga a fiotti e bagna le trincee, la terra, il fango, la sabbia, l’asfalto di Piazza Alimonda. Sempre lo stesso sangue, sempre la stessa assenza di senso.
Ma poi c’è sempre lo sforzo, la vis wuminghiana di orientare tutto questo alla speranza, il tentativo della rinascita, la stella del mattino che ogni giorno risorge e indica al via. Non poteva mancare, ma non è ciò che resta di questa lettura, non diciamoci cazzate. Quello che resta è la malinconia del dolore che non si può cancellare ma solo sopravvivere, anche se con rabbia. L’amicizia e l’amore come unico antidoto per non impazzire dentro se stessi. E le storie, che sono l’unica cosa immortale come la Terra.
* Nonostante Liala
Wu Ming 4: da Stella del mattino
E' appena uscito in libreria il primo romanzo "solista" di Wu Ming 4 (qui il blog ufficiale), Stella del mattino, edito in Stile Libero Big di Einaudi (€ 16,80; a prezzo ribassato di 3,36 euro si può acquistare qui; invece qui si risparmiano 5 euro). Sto portandone a termine la lettura e posso già affermare che si tratta di una delle narrazioni super-storiche più importanti degli ultimi anni (in linea precisa con la poetica del New Italian Epic fenomenologizzata da un altro membro del collettivo bolognese, WM1). L'apparentemente principale perno della vicenda è T.E. Lawrence, meglio noto come Lawrence d'Arabia. Tutto si svolge a Oxford, ma non si svolge a Oxford, poiché nella prestigiosa sede oxoniense si incrociano i destini del primo Divo mutuato dalla realtà in epoca spettacolare e le esistenze di alcuni particolari reduci della Prima guerra mondiale: Tolkien, Graves e Lewis - ed è nello sguardo e nella mente di questi fab four che l'iper-romanzo di WM4 prende vita e travolge. Oltre a questi personaggi centrali, partecipa alla narrazione un teatro umano e fantasmatico di impressionante estensione e levatura. Le menti vacillanti e coriacee, geniali e creative dei protagonisti di questa saga, che meriterebbe un ciclo, determinano un intrico di visioni realistiche e intime, spettrali ed esotiche, anticipatorie e ucroniche, come se si stesse nella strozzatura di una clessidra, avendo indifferentemente alle spalle o davanti agli omeri i coni enormi del passato e del futuro. E, da quella strozzatura, è come se si passasse a ritmi precisi e spiazzanti dalla storia al mito, dalla realtà al sogno, dal presente al ricordo, dall'icona alla profezia. Un romanzo pluriallegorico, laddove il teatro mentale, certamente psicologico ma anche più che psicologico , permette a Wu Ming 4 di innestare una dentro l'altra vie di fuga che conducono all'attualità, all'epifania, all'archetipo, alla meditazione sulla narrazione. E' una narrazione magica che mette al centro la magia della narrazione: questo è, tra le molte cose, un oggetto narrativo che parla della potenza delle parole, mascherandola sotto ogni specie: riflettendo sulla guerra, sull'ambiguità degli istinti, sulla cronaca, sul complotto agito e rigettato, sull'amore, sull'emancipazione, sui mutamenti dell'era tecnologica. E' una narrazione aperta che assomma su di sé una massa di saperi prodigiosa per allusioni e rimandi. Ed è pienamente e godibilmente leggibile (lo dice uno che non sa nulla , ma proprio nulla, di Lawrence D'Arabia e di quel frangente): leggendo Stella del mattino ci si incanta in forza di quel magnetismo che impedisce di smettere e che fa correre a casa con la voglia di riprendere in mano il libro per vedere cosa questa "avventura totale" riserva.
Pubblico qui una scena chiave, che peraltro sta a inizio di romanzo: l'incontro, in una particolare sala del Museo di Oxford, tra Tolkien, futuro autore del Signore degli anelli, e l'eroe brit della rivolta araba.
Vorrei aprire una conversazione con il collega Wu Ming 4, su questo suo esordio solista: non un'intervista, ma una conversazione a puntate. Stay tuned.
[...]
Ronald
detestava Shakespeare. Trovava incredibile quante occorrenze
gli spettassero, come se avesse voluto usare tutti i vocaboli
possibili. Un vero usurpatore della lingua, vorace e ingordo.
Qualcuno iniziò ad alzarsi e accomiatarsi con sobri cenni
di saluto. Il grigiore delle mansioni contagiava i costumi.
Parlare a bassa voce, muoversi il minimo indispensabile. Ronald
si era adattato.
Uscì dalla vecchia sede del museo, concessa ai compilatori
del Dizionario per portare a termine la grande opera. Broad
Street era ancora sgombra dal via vai di toghe e colletti inamidati
che in capo a un’ora l’avrebbero riempita. La percorse
fino all’angolo e si diresse verso casa. All’incrocio successivo
si fermò a contemplare il nuovo palazzo dell’Ashmolean,
che biancheggiava sul lato di Beaumont Street. La scalinata,
le linee neoclassiche dell’edificio, il frontone sorretto da quattro
colonne ioniche, ogni dettaglio magnificava la gloria di
chi, grazie alla propria fama, aveva convinto l’università a
trasferirvi il museo. Sir Arthur Evans non si sarebbe accontentato
di niente di meno per contenere i ninnoli di re Minosse
che aveva portato alla luce con tanta cura. Archeologi
e classicisti regnavano sovrani nella Nuova Arcadia Oxoniense.
Per loro si costruivano palazzi. I filologi dovevano accontentarsi
degli edifici dismessi.
Evangelisti/Moresco: Controinsurrezioni
Sepolto dagli impegni, sono riuscito a leggere di un fiato Controinsurrezioni, il fantastico dittico pubblicato a quattro mani da Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Spero di avere il tempo per affrontare dovutamente questa narrazione "a V", prodigiosa e appagante, in pienissima linea con le retoriche che Wu Ming 1 ha eviscerato nel suo saggio sul New Italian Epic. Sbrigativamente, e scusandomene con gli autori e i Miserabili Lettori, per ora posso dire che abbiamo in questo libro, a mio parere, due dei nostri maggiori autori contemporanei al loro meglio. Evangelisti appare quello dei cicli che hanno costruito la saga allegorica più sconcertante degli ultimi quindici anni di narrativa europea, ma innesta qui un elemento che è in sotterranea armonia con Mason & Dixon di Pynchon, seppure Evangelisti sia distante dalla poetica pynchoniana: trattasi di un estremo occultamento tra una metafisica reale e quanto è stato travolto e terrenizzato del messaggio cristico dalla Chiesa di Roma - il tutto, senza rinunciare a quel magnetismo tipico di Evangelisti, che impedisce di non voltare pagina con avidità vorace quando lo si legge. Il testo di Antonio Moresco, che aveva ascoltato, letto dall'autore stesso, a teatro, è a mio parere una delle cose più potenti che l'autore degli Esordi abbia messo su pagina. Ho una spiegazione per questa sensazione, del tutto personale. Poiché si tratta in realtà di una sceneggiatura, Moresco è "costretto" a inserire vuoti e silenzi, aprendo spazi in cui la fantasticheria vaga, e rinunciando all'ideologia del "tutto pieno" che, sulla lunga distanza, è penalizzante, mentre in questo caso si ha la sensazione non di un accumulo, bensì di una magistrale "scolpitezza". E' una storia formidabile, sono quadri di allucinazione storica ed emotiva impareggiabile, quelli allestiti da Moresco, che innesta, nell'ampio spettro della sua visionarietà, emozioni distinte, meditazioni cardiache sulla letteratura, trivellazioni che spalancano abissi senza fondo nell'occulto dell'umano. Tutto ciò, realizzato sulla materia storica. E' un libro da non perdere. Riproduco la recensione che il manifesto ne ha fatto. In quanto Miserabili Lettori, diventate Lettori Controinsurrezionali: il prezzo è modico, ne vale la pena. gg]
Controinsurrezionidi DANIELE BARBIERI
(da Il manifesto, 7 marzo 2008)
Carne e sangue. L’intoccabile Risorgimento nostro va spogliato di retorica e bugie. Ci provano – e ci riescono - Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Letterariamente una strana coppia: il primo un giocoliere della narrativa popolare anzi pulp, amato da chi divora i romanzi e abbastanza ignorato dall’accademia; il secondo uno scrittore più dotto ma defilato dalle scuderie. Hanno un sentire comune: il Risorgimento fu «una rivoluzione tradita» perciò raccontano «di che lacrime grondi e di che sangue» (a proposito di alta retorica e scuola mummificata beccatevi Foscolo).
«Solo la narrativa può restituire, in parte, il sapore di ciò che accade. Gli odori, i colori: una verità che lo storico, vincolato a criteri quantitativi e a valutazioni asettiche, non può permettersi» annota Evangelisti nella sua prefazione. Gli fa eco Moresco nella introduzione per anticipare che ci proporrà Carlo Pisacane, Giacomo Leopardi e Giuseppe Verdi ma anche «due attori porno e un acceleratore sotterraneo di particelle… il tutto in un movimento che lega indissolubilmente, insurrezionalmente, il passato, il presente e il futuro: il futuro che deve ancora succedere e quello che è già successo».
Walter Siti: Il contagio
Questa recensione è apparsa nel numero di Vanity Fair attualmente in edicola. Si tratta di un contributo assolutamente insufficiente rispetto alla grandezza stilistica e tematica e poetica del romanzo di Walter Siti [a destra una foto dell'autore]. Pur travolto dagli impegni, cercherò di formulare un discorso critico rigoroso e complesso, all'altezza della statura del testo di Siti, in una sede cartacea - poiché credo che il valore rilevante dell'opera lo esiga. [gg]
"Ma perché parli sempre di borgate? Al mondo esiste anche Madison Avenue..." Alessandro Piperno ha fatto questa battuta dissacratoria a Walter Siti, l'inarrivabile autore de Il contagio (Mondadori), per poi trovarsela citata a inizio del libro. State attenti, se vi capita di parlare con Siti: quell'uomo è un'idrovora della realtà. Già curatore dei Meridiani dedicati a Pasolini, docente di letteratura italiana uscito dalla Normale di Pisa, curioso e rapidissimamente meditativo, Walter Siti è tra i pochi grandi autori italiani che possiamo vantare con orgoglio all'estero. Non è più possibile comprendere l'Italia attraverso i romanzi senza passare attraverso la sua opera. Nel romanzo precedente, Troppi paradisi (Einaudi), lo sfondo era quel circo velenoso e inarrestabile che è la tv, messo in cortocircuito folgorante con una riflessione sul destino dell'Occidente come compimento dell?omosessualità ? con risultati filosofici superiori al Seme inquieto di Burgess, dove si disegna un mondo totalitario che incentiva i rapporti tra lo stesso sesso. Sia in Troppi paradisi sia ne Il contagio, al centro, c'è sempre lui, lo sguardo che vede tutto e l'orecchio che capta pettegolezzi e notizie da luoghi in cui non c'era: "Walter Siti". Sembra che tutta l'opera di questo autore, che ha messo alla berlina il nostro dissennato presente, sia un?enorme autobiografia. E' vero e non è vero. Prendiamo Il contagio: quanto è vero ciò che Siti mette in scena? Si parte e si finisce proprio nelle borgate romane, in un duello all'Ok Corral con Pasolini, di cui Siti si propone come antagonista principe, facendo di Ragazzi di vita il polo opposto della sua operazione letteraria.
Consideriamo il primo capitolo. Tutto avviene in un condominio borgataro in cui si muovono, fibrillanti, alcuni protagonisti del teatro allestito dall'autore. Sono personaggi reali? Walter Siti li ha conosciuti? Oppure li ha creati agglutinando brandelli di aneddoti? Perché in questo luogo, che inizialmente sembra assoluto e quasi la versione trash della Macondo di García Marquez, tutto fa aneddoto e le cose accadono spontaneamente secondo una frenesia che non siamo disposti ad accettare come verisimile, e invece è vera. Nelle prime 25 pagine del Contagio ecco metà di quanto succede: c'è una cena in un loft ricavato da due appartamenti di una casa popolare, girano cocaina e Viagra a profusione, appare "il professore" che sarebbe Siti, il padrone di casa si chiama Gianfranco e viene squadernato nella sua esistenza di spacciatore di medio calibro, l'intero coté sottoculturale borgataro viene descritto passando dal manuale di cucina di Antonella Clerici fino all'insegna del negozio "Il terrore del capello", la moglie di Gianfranco è incinta dopo un viaggio a Bogotà, un condòmino che si chiama Alessio fa da ambivalente valletto alla coppia, un aspirante al Grande Fratello che si chiama Marcello si fa toccare le natiche, un poliziotto assume cocaina con un post-it arrotolato. Quindi, la moglie di Gianfranco partorisce un feto prematuro, che viene consegnato al marito così: "Il portantino dell'obitorio ciaveva un asciugamano arrotolato... ha preso st'asciugamano, l'ha messo sul tavolo e l'ha srotolato come se fosse 'n oggetto, 'na pezza de stoffa... quando ha finito de srotolà io ho visto la regazzina, nun so' riuscito a dì manco 'na parola". E la moglie di Gianfranco viene rispedita a casa dai suoi. Ecco come parlano i protagonisti del libro di Siti: come I Cesaroni, come Taricone (che peraltro appare nel romanzo), come i Vanzina - non c'è difficoltà a capire il loro dialetto sbrodolato, ci è familiare grazie a certa fiction romana. Le storie si intrecciano, il condominio di Gianfranco e Marcello dà l'avvio a un intreccio di storie esilaranti e commoventi, introducendo via via in questo carnevale la prostituta Fernanda, brasiliana, che convive con lo sfigatissimo perverso polimorfo detto Er Trottola, l'immigrata Flora con la figlia che sarà stuprata nei campi terra di nessuno, fino all'avvento del memorabile Obelix, un panettiere petomane di stazza colossale. Scorrono fiumi di droga e si consumano le pratiche sessuali più estreme, omo ed etero indifferentemente, mentre chiunque è spinto dall'impossibile sogno del successo (invariabilmente spettacolare) e della ricchezza stratosferica, e ne viene irreversibilmente bruciato.
C'è del tragico, nel carnevale. E anche del malinconico, il che fa riflettere. E infatti il contagio, nel libro di Siti, è anzitutto un contagio linguistico. Non c'è solo la picaresca lingua di borgata, tutto è tessuto con una precisione che non dà scampo. Accanto alla battuta ridanciana, l'autore si inserisce rapidissimo con commenti, con narrazioni impreviste degli sviluppi altrettanto imprevisti di vicende che abbiamo imparato a conoscere bene.
Fino al momento in cui, salendo magistralmente di tono, Walter Siti fa esplodere due autentici saggi che nessuno può riconoscere come tali, perché sono anch'essi racconto: la storia delle borgate e l'economia della cocaina. Si assiste a qualcosa di impensabile per la letteratura italiana. Pasolini rovesciato perché aveva torto: non sarebbero state le borgate a imborghesirsi, ma la borghesia a imborgatarsi. E, d'altro canto, il sogno del mercato di spacciare una merce che dà dipendenza, tesi mutuata da Burroughs. E tutto questo passando per società camorristiche che si danno alla produzione di film peplum in terra libica, suicidi dignitosi e accoltellate psicotiche, impegno politico e sesso sempre più sfrenato.
Fino alla straziante riflessione amorosa, centrata sul perno del libro, che è il personaggio (bellissimo e ambiguo) di Marcello, l'amante del "vecchio", del "professore", di "Walter". Pagine in cui Siti fa vibrare la corda sentimentale in maniera impareggiabile, quasi sfiorando la letteratura rosa, eppure rimanendo sempre al di qua del limite. Facendo, cioè, di se stesso e della letteratura l?ultimo bastione contro il contagio che, nonostante l'opinione di Piperno, non tarderà a trasformare geneticamente anche Madison Avenue.
Il contagio è il libro definitivo sull'Italia del nostro presente e Walter Siti è l?autore di livello internazionale imprescindibile della nostra narrativa d'oggi.
Valeria Parrella: IL VERDETTO
Ci sono molte prospettive che permettono di scrutare, dall'esterno e dall'interno, la formidabile pièce di Valeria Parrella recentemente uscita per i tipi Bompiani, Il verdetto (€ 11). La più sbagliata delle prospettive, e al tempo stesso - come cercherò di spiegare - anche la più corretta, è ravvisarne un interludio tra una pregressa e molto celebrata produzione di racconti e il romanzo breve che sta per uscire da Einaudi, Lo spazio bianco. La prospettiva centrale, invece, è quella che permette di restare dentro il testo, in sé e per sé, sacavando in esso e osservando le potenzialità della scrittura di Parrella, che qui esce dalla semplice letteratura per aggredire l'azione extratestuale, con un lavoro che va recitato. La prospettiva centrale è quella che vede Il verdetto semplicemente per quanto è: una tragedia. In tempi di volatilizzazione della percezione del tragico, Parrella allestisce una tragedia aggiornando alcuni nuclei fondanti dell'Orestea. E' un lavoro che va a braccetto col tentativo, ormai collettivo, di ripristinare moduli epici nella narrativa di casa nostra. Però fare la tragedia, oggi, appare ancora più complesso che scrivere epica, utilizzando il genere storico e compiendo su di esso un lavoro di necessaria trasformazione.
Giorgio Agamben: L'amico
E' possibile, in 19 pagine, compiere una mossa che, se vista (e si può dubitare che lo sarà), avrebbe la potenza di sovvertire l'intero ordine consolidato di una disciplina? Sì: è già accaduto. Dieci pagine di Spitzer e la critica stilistica muta per sempre. Non parliamo delle arti, dove basta un gesto (qualche verso, una linea, l'accostamento di due materiali, uno spartito di poche righe) e la storia cambia per sempre. Le 19 pagine a cui mi riferisco sono quelle de L'amico di Giorgio Agamben (Nottetempo, 3 euro) e la disciplina (che tale non dovrebbe mai essere) è la filosofia. L'amico è lo scritto più decisivo, il più acuminato e rivoluzionario, che sia apparso in questi anni in Italia. E' un sutra della filosofia occidentale: non serve una pagina di più. Chi ha occhi per vedere, osserverà un panorama mutato, la filosofia tornare a essere quanto ha da essere: la via per la penetrazione di sé in sé e, quindi, nel mondo, in coesistenza con gli altri.
Michel Deguy: Arresti frequenti. Poesie scelte 1965-2006
Per l'eccezionale traduzione di Mario Benedetti, è uscito nella nuova collana di poesia dell'editore Luca Sossella Arresti frequenti. Poesie scelte 1965-2006, un'antologia d'eccezione dal corpus di Michel Deguy, poeta tra i più notevoli in Francia, a tutt'oggi intradotto in Italia. Formalmente complesso e scatenato nell'accumulo delle immagini, secondo vene della tradizione surrealista, Deguy è un protagonista della scena poetica novecentesca. Riporto la traduzione di suoi versi, magnificamente resi da Benedetti, che ne ha scritto. "Se la luce è il linguaggio, come egli stesso afferma, essa è interna ai testi, s'irradia nell'ordito delle parole, dei sintagmi, delle frasi, delle immagini, dei versi. Il vocabolo non è provvisto di un'espressione piena, non è fermo punto di riferimento che attesti e fondi la consistenza del reale. L'esitazione, conseguente all'estrema consapevolezza che il poeta possiede, tra cosa e parola, tra cosa e immagine, tra presenza e il fatto di nominarla, dirla, interna al sentire e al fare poetico, sviluppa perifrasi e salti associativi a volte ardui ma avvincenti seppure 'legati' da amarezza, dolore, angoscia. E in ciò risiede in ultimo forse il segreto dell'opera di Michel Deguy."
Morta così rassomigliante a chi possiamo dire tutto
Tu morta amata uccisa taciuta partita laggiù così vicino
Ha ripreso le sue parole seppellita in se stessa
E noi con gesti di fiori per chiamare
Cercando il gesto che diede l’indiscusso dei saggi
(E fu un fatto presente)
La danza senza modello che ha fine in questo modello
Dove il pittore naturalizza la nudità
Letizia Muratori: LA VITA IN COMUNE
 LETIZIA MURATORI- LA VITA IN COMUNE - EINAUDI STILE LIBERO BIG - € 15.50
Mi conforta quanto, sull' ultimo numero di Nandropausa, Wu Ming 1 ha scritto di questo libro perturbante: "Ne scriverò ancora, di questo romanzo. Mi ha colto di sorpresa. [...] Sono uscito dal romanzo lievemente febbricitante, felice di aver fatto quest'esperienza. [...] Davvero non mi aspettavo un libro così, sono spiazzato. Lo lascerò decantare e, in qualche modo, ci ritornerò sopra". Poiché è quanto accaduto a me, alla prima lettura de La vita in comune di Letizia Muratori: una prima lettura, mesi fa, che mi diede il vibratile capogiro, la convinzione di trovarmi di fronte a un'opera fuori dell'ordinario e per questo importante, nell'impossibilità di individuare quale elemento straordinario ne determinasse il carattere vertiginoso; infine la seconda lettura, che ho voluto praticare analiticamente, cercando di trarre quanto si può trarre da una miniera senza fondo di oro da scoprire, senza avere la minima idea di come si faccia il minatore. Ecco la prima conclusione: La vita in comune è leggibile da chiunque, con molteplici prospettive, però, e una unificante - non si tratta di un romanzo italiano. Questo, qui e ora, è per me un elevatissimo pregio.
Silvia Bre: MARMO
 SILVIA BRE - MARMO - EINAUDI - € 10
E', questa, una recensione per me particolarmente importante e atipica, poiché mi costringe a entrare personalmente, con dati esistenziali ed emotivi, il che oggidì sembra essere rifiutato dalla critica ufficiale. Poiché però si tratta di discutere un libro di poesia, ci sarebbe da chiedersi quale critica ufficiale si occupa oggi seriamente di poesia.
Semplicemente potrei dire che Marmo di Silvia Bre è uno dei libri in versi più importanti degli ultimi vent'anni della nostra letteratura poetica. Tuttavia non è così semplice dirlo, e non perché io debba argomentare il sintetico giudizio con chissà quali supporti teorici o metrici, ma perché vengono in questo libro impegnate tutte le potenze che lirica ed epica, al giorno d'oggi, sono possibili, e vengono esse rivitalizzate in connessione con la potenza veritativa che la letteratura ha sempre esercitato, in ogni tempo e in ogni dove.
De Cataldo: NELLE MANI GIUSTE
 GIANCARLO DE CATALDO, NELLE MANI GIUSTE, EINAUDI STILE LIBERO BIG, € 15.80
Dobbiamo a Giancarlo De Cataldo due atti letterari che sono fondamentali per il nostro comparto narrativo, storico e politico. Il primo, celebratissimo con una legittimità che ricompone saldamente il rapporto tra narrazione e critica, è stato Romanzo criminale [qui la recensione su Carmilla ], la saga epica che esplode intorno alla Banda della Magliana, mettendo in luce e in ombra quella Italian Connection che sembra non abbandonare mai le quinte di questo martoriato Paese. Romanzo criminale è, al momento, il romanzo italiano dei Settanta/Ottanta e lo è con una potenza di racconto devastante, già canonizzata. Se fosse questo soltanto il debito di gratitudine che dobbiamo a De Cataldo, già sarebbe sufficiente. Invece gliene dobbiamo un altro che, a prescindere dall'esito letterario (di cui discuto più sotto), è a mio parere fondamentale: Nelle mani giuste affronta il soggetto più difficile, imprendibile e scivoloso che uno scrittore italiano possa mettersi in testa di romanzare - cioè il passaggio post-Muro e la stagione delle bombe agli Uffizi, al PAC di Milano, alle chiese di Roma, oltre che l'attentato a Costanzo, nel '93. Nell'occhio del ciclone De Cataldo finisce la stagione tricolore più ambigua e vergognosa: la transizione dell'Italia che si autodefinisce Seconda Repubblica e Paese trasformato. Ci finisce, cioè, la merda autentica - quella che si nasconde, tirando lo sciacquo senza nemmeno osservarla.
Domanin: APOLOGIA DELLA BARBARIE
 Igino Domanin - Apologia della barbarie. Considerazioni ostili sulla condizione umana in tempo di guerra - Bompiani Agone - 8 euro
Aprire oggi una collana di saggistica teorica in una grande casa editrice è un'impresa. L'impresa è riuscita ad Antonio Scurati, che ha inaugurato presso Bompiani Agone, una serie di testi che sono mirati a "chiamare a raccolta una nuova generazione di intellettuali; proporre una saggistica agile, di intervento, di critica e di proposta sui grandi temi della contemporaneità; e a riproporre l'idea che la cultura abbia uno spazio autonomo - riproporre cioè il prestigio dell'intellettuale, e il suo ruolo sociale di voce pubblica, ma riportandolo nella zona bruciante di contatto con la realtà, al punto nevralgico dove si misura il valore affermativo della cultura". Tra questi saggi, mi soffermo sull'Apologia della barbarie di Domanin, narratore e filosofo che conosco da diciott'anni, perché qui, in un testo che conta 94 pagine, viene compiuto un gesto filosofico, politico e stilistico che introduce una discontinuità fondamentale con l'esistente: apre la crepa, la manifesta, e si tratta di una crepa a cui molti intellettuali e scrittori da tempo stanno lavorando, privi di un supporto teorico accertato, che devono strapparsi da soli, amplificando le proprie competenze.
United Stories of America da minimum fax
Sono ventuno narratori attualmente sotto i 35 anni quelli che la rivista Granta ha selezionato per la sua seconda, propulsiva antologia di promesse della letteratura angloamericana. Va detto che Granta mantiene sempre le promesse: dalla precedente antologia, uscita nel '96, uscirono un premio Pulitzer (Eugenides) e uno che si vedrà presto assegnato il medesimo riconoscimento (Lethem). Con un'operazione che, ciecamente, le grandi case editrici non hanno compiuto, è la dinamicissima ciurma intellettuale di minimum fax che si è assicurata i diritti di questa nuova bibbia narrativa vòlta al futuro della letteratura in lingua inglese. E' stato mobilitato un esercito di traduttori, dall'ormai indiscutibile Martina Testa al traduttore di Pynchon(e uno dei migliori poeti italiani contemporanei) Massimo Bocchiola, da Francesco Pacifico a Matteo Colombo (mi fermo qui, scusandomi con i restanti interpreti): del resto, le traduzioni di minimum fax sono sempre una garanzia di altissima qualità.
Ci sarebbe da ragionare, e molto, sull'ondata di temi e stili e soprattutto di interazioni etniche che la scelta di Granta ha prodotto. Non è un caso se il prefatore della selezione, Ian Jack, arrivi a formulare un giudizio tanto gnomico quanto fondante: "Tutti ci siamo trovati d'accordo su un aspetto: come fonte di tensione narrativa, il conflitto di classe ha lasciato il posto all'appartenenza etnica" e questo in un tempo in cui il conflitto di classe non è che si sia risolto, anzi: è andato trasformandosi in conflitto di casta. Non concordo con questa fenomenologia, ma nemmeno ho lo statuto di giudice delle cose americane, essendo soltanto un osservatore distante un oceano. Tuttavia avrei puntato su un minore esotismo proprio per divaricare ed esasperare questa lotta di casta. La quale ha dopotutto rappresentanza nei racconti, se non altro attraverso il filtro di una cultura aliena che diventa improvvisamente familiare (penso al bellissimo racconto di Yiyun Li, Casa in fiamme), mentre a volte si assiste a un'impennata metafisica del rapporto col politico, come nel caso di quello che è a mio parere il migliore racconto della raccolta, La scuderia alla fine del nostro mandato di Ken Russell.
L'invito è ad acquistare assolutamente questa mappatura indispensabile di una narrativa che, sempre a mio parere, inizia nel suo sviluppo per derive ed esplosioni a mostrare le crepe del dominio incontrastato: credo che la narrativa italiana coetanea sia all'altezza della sfida proveniente dall'America e, in alcuni casi, anche sopra quell'altezza.
Per esplorare preventivamente United Stories of America, qui la scheda del libro (a fondo pagina, la rassegna stampa, che consiglio di leggere) e qui il pdf integrale di uno dei racconti, il terzultimo della raccolta, Madre e figlio di Akhil Sharma.
P.F. Majorino: L'ETERNO GIOVEDI'
di Giuseppe Genna
Pierfrancesco Majorino - L'eterno giovedì - Baldini Castoldi Dalai - € 16
Dopo l'esordio folgorante di Dopo i lampi vengono gli abeti, Pierfrancesco Majorino non stabilizza per nulla, anzi dissesta al parossismo, la sua forza prosastica: una narrazione memoriale e politica, fantastica e realistica, una capacità di fare deflagrare bombe lessicali, una prosodia e un ritmo trascinanti, nel raccontare una vicenda che copre più di un secolo - tutto il Novecento, fino agli anni Sessanta del nuovo millennio. E' un a ricerca della memoria del passato e (per dirla con Bion) del futuro, Proust in quarto smontato e rimontato con personalissima visionarietà, compressa come il carburo nei barattoli che esplodevano durante la guerra. Uno scavalcamento reciproco tra passato e futuro, che soltanto apparentemente si configura come saga familiare: è la storia e il modo in cui alla storia può guardare la narrazione contemporanea.
Philip Roth: EVERYMAN
di Giuseppe Genna
TUTTI I LIBRI DI PHILIP ROTH
Se un nuovo romanzo di Philip Roth appare in libreria, l'evento è assicurato. Tuttavia non è assicurata la tenuta qualitativa dell'opera a confronto con le aspettative. Intendiamoci: Roth è tra i tre o quattro migliori scrittori viventi al mondo, ma la sua discontinuità è ormai da considerarsi una norma. Da Portnoy a Everyman (Einaudi, traduzione di V. Mantovani, € 13.50), l'ultimo nato che il suo genio ha partorito, sono tanti gli interludi, i momenti in cui lo scrittore americano ha ripreso fiato, per lanciarsi poi in variazioni consistenti ed travolgenti, trasformazioni personali che hanno trasformato la letteratura contemporanea. Roth ha il pregio e il difetto di affiliare: esiste un partito di "rothiani", con i quali personalmente vado solo saltuariamente d'accordo. Prendiamo il caso de L'animale morente: a mio parere uno dei libri fondamentali usciti nell'ultima decade, e attaccato da fidatissimi partigiani di Roth. I quali hanno disdegnato anche Il complotto contro l'America, qui trovandomi d'accordo. I medesimi dicevano che La macchia umana, un romanzo per me memorabile, non era all'altezza di Sabbath o della Pastorale (di quest'ultimo titolo non ho imbarazzo a dire che per me vale Underworld di DeLillo). Con Everyman ci si troverà allibiti, "rothiani" e non: questa è la quintessenza di Roth, il negativo del motivo per cui il suo racconto vitalista ha conquistato lettori carnali e desiderosi di una libido letteraria che facesse fremere la carne fuori dalla letteratura stessa.
Zaccuri: IL SIGNOR FIGLIO
di Giuseppe Genna
Se fosse uscito un mese fa, sotto Natale, Il signor figlio di Alessandro Zaccuri (Mondadori SIS, € 17.00) sarebbe risultato, a mio parere, il romanzo più bello del 2006. Non sostengo il più importante, ma certamente il più bello. E' uno di quei casi in cui la letteratura travolge se stessa, esce da se stessa e obbliga il lettore a un'attività immaginifica prodigiosa, realmente spettacolare. Mentre quasi tutti i libri, oggi, sono passibili di diventare film, a causa della loro linearità, della leggibilità scialba che pure, magari, sorregge temi e sovrastrutture importanti, Il signor figlio esibisce una struttura, degli snodi, un sapere e una fantasmagoria - insomma un'umanità totale che è irriducibile al racconto cinematografico per quello che è diventato. Ho scritto che si tratta di un romanzo e ho volutamente sbagliato: questo è un coacervo studiatissimo di scatole cinesi in cui la centrale, la più piccola, contiene tutte le altre, compresa l'esterna. E, elemento non trascurabile, quella di Zaccuri è la lingua più bella della letteratura degli ultimi anni. Ed esiste un motivo preciso per cui lo è.
Timothy Leary: IL GRAN SACERDOTE
Le rinnovate Edizioni ShaKe (di cui a giorni sarà on line il nuovo sito) pubblicano tre nuove uscite, di cui una si può definire storica, e storica non soltanto per il refresh della grafica di una colonna portante dell'underground italiano. La traduzione di High Priest di Timothy Leary è un'operazione fondamentale per la saggistica contemporanea, a 50 anni dalla prima edizione (vi fu una significativa revisione nel 1995 - ma di ciò, oltre). Il Gran Sacerdote, splendida traduzione (a opera di Attilio Trentini) del titolo di Leary, che conserva tutta l'(auto)ironia che questo geniale pioniere occidentale dello spirito e della materia intendeva irradiare, è un classico della contemporaneità, di cui si pativa l'assenza sugli scaffali delle librerie italiane.
Antonio Pascale: S'E' FATTA ORA
di Giuseppe Genna
Non avevo mai letto un libro di Antonio Pascale. E avevo fatto male, malissimo. Di Pascale avevo esperito soltanto una curatela: quella del primo Best Off, l'annuario edito da minimum fax. Ora, a lettura terminata di questo romanzo breve che è S'è fatta ora (minimum fax, € 9.50), suppongo che andrò a prendermi tutti i precedenti titoli di Pascale e me li leggerò, compatibilmente con gli allucinanti tempi che mi impongono fatiche e fibrillazioni di un certo peso. Perché è vero che Pascale è uno dei migliori prosatori italiani e perché il suo procedere apparentemente calmo, digressivo per aneddoti che vengono minuziosamente spalancati, la sua scrittura così calda e così feroce al tempo stesso, questo elemento fabulistico insomma, chiudono un buco che nella narrativa italiana contemporanea rimaneva aperto: quello della funzione Lodoli, per stare al secolo scorso: funzione che andava aggiornata.
Littell e lo strano rifiuto del Goncourt
Il pres
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