Peter Parker sono io
Le origini della narrazione sono le più varie. In epoca di cultura di massa potrebbero essere più varie ancora, o invece meno varie del prevedibile. Personalmente non ho timore, come già accaduto nella confessione circa la propulsione che da bambino ebbi ascoltando i testi di Franco Battiato, a confessare un ulteriore motore extraletterario: che furono gli eroi Marvel, The Vision su tutti. Per quanto appartenenete alla pubblicistica, considero quindi ideale mettere on line qui un articolo uscito sull'ultimo numero di Vanity Fair. Questa mozione al recupero di radici eterodosse non configura alcuna forma di adesione al postmoderno come viene inteso in Italia. Sono i momenti iniziali dello scatenamento di un immaginario personale, e collettivo in seconda istanza, in cui io ravvedo il nucleo intimo, giocoso e serissimo, di ciò che è il pop, di ciò che è la letteratura - come conferma l'idea di continuity coniata da Marvel, tanto prossima a quella di ciclo epico a cui in molti autori stanno attualmente guardando. Una precisazione: la Simona V. di cui tratteggio la devastante esperienza adolescenziale non è Simona Ventura e io non sono Giorgio Gori.
Io sono un esponente della generazione Marvel. Non esiste alcuna classificazione sociologica che identifichi in questo modo la mia generazione. Quando mi dissero che appartenevo a una comunità anagrafica denominata X, da un bestseller di Douglas Coupland, rimasi svuotato: la X può essere tutto e, di fatto, è un nulla, è vuota. Mentre noi eravamo cresciuti con un pieno, un vero culto – si chiamassero Spiderman, Capitan America, Hulk o i Vendicatori (la Visione su tutti), questo era il pantheon mio e dei miei coetanei, alla fine dei Settanta.
Gli anni che per altri erano di piombo, per noi erano di carta dal sentore lievemente muffito, coloratissimi, sogni che prendevano forme e quelle forme garantivano la potenza e l’incisività straordinaria in un mondo che sfumava sullo sfondo. Erano il precipitato di antiche deità. Avevano un volto pubblico e un segreto privato. Tutti immaginavamo che i superpoteri, queste capacità che rendevano eletti, garantivano l’unico successo a cui miravamo noi puberi: cioè conquistare le ragazze. Di questo si trattava. Freud non aveva previsto l’avvento della Marvel. Perfino il supereroe più ascetico e disincarnato, la Visione, finiva per sposare l’umanissima e sensuale (memorabilmente sensuale) Scarlett (non Johansson: Scarlett Witch era più bella della Johansson). Gli eroi Marvel, con la loro normalità che dipingeva il nostro futuro (erano giornalisti, studenti, operai), trasmutavano oltre i limiti dell’umano, abbattendo le difficoltà più impervie della realtà in cui erano ed eravamo immersi. E noi eravamo comunque immersi in una realtà plumbea, fatta di “Niet” di Breznev, fischi a Luciano Lama, stragi impunite, Andreotti e l’inflazione oltre il 20%.
Tutto vero: ma a noi interessavano le ragazze. La Marvel era la Pizia che prediceva: avrai quella, sarà tua – un oracolo che spezzava l’incantesimo sfigato del gioco della bottiglia, che non riusciva mai.
Qualche tempo fa, in un mercato rionale, ho incontrato una ragazza: vendeva mutande su una bancarella. Era la mia prima fidanzatina. In prima media. Si chiama Simona V., è in quegli anni una specie di stratosfera femminile. Cosa sconcertante: ha il seno. Per un tredicenne è sconvolgente: Lois Lane, la ragazza di Superman, ha il seno, non le compagne di classe. Io mi nutro di Spiderman e dell’immagine trasfigurata e numinosa dei seni di Simona V., a cui so di non potere ambire. Mi scruto nello specchio e ciò che vedo è un arruffato anoressico, con la peluria che precede l’epifania dei baffi, nessun muscolo, lo sguardo afflitto da atavici problemi. Ho la consapevolezza che, chiamandomi Genna, la mia adolescenza è la Geenna, l’inferno in terra della Bibbia. Sono Peter Parker, ma nessun ragno mi ha morso e, se anche mi avesse morso, non sarebbe accaduto nulla, a parte una visita al pronto soccorso. A Milano non ci sono ragni radioattivi in quei tempi bui, nonostante molti Goblin e cattivi maestri si possano incrociare per la strada.
Uno si arrangia, a tredici anni. Sognavo di sbarcare su Marte e deliravo su Spiderman e la Visione, cercando un camaleontismo nei loro confronti, che mi garantisse l’aura, il fascino, ciò che è decisivo per conquistare tutte le Simone V. della vita, mia e altrui, poiché già tredicenne ero immorale. E il camaleontismo funzionò. La ragazza in maxipool rosa (una moda di quegli anni, un golf così assurdamente e inesteticamente lungo da fungere anche da gonna) si accorse di me. Mi fece il filo. Mi chiese di baciarla. Mi chiese di compiere l’atto d’iniziazione e io sono uno sparuto scheletro a cui è appiccicata poca carne e molta paura, non un costume che mi protegga l’identità e mi difenda dal riconoscimento pubblico di ciò che sono. Io, lo speranzoso emulo del supereroe Marvel, ho paura. Capirò molto dopo che i supereroi Marvel, anch’essi, hanno paura. Tutti hanno paura. In quel momento la paura è una ragazza, e lei si trasmuta in qualcosa di cui la Marvel dovrebbe tenere conto, come già fece Freud: è una Medusa, è una Furia che mi tritura, mi addenta e mi annulla. Sono la mosca nella ragnatela, mi dibatto e sbaglio.
Non ebbi il coraggio. Ero Peter Parker, dopotutto, e non Spiderman: goffo, impacciato, inibitissimo. Suppongo che a tutt’oggi piacerei un sacco, per questi motivi, a Kirsten Dunst. Fatto sta che non piacqui più a Simona V., che si lanciò in un destino altro. Non avevo trovato il coraggio di andare a fondo, e in me e in lei. Mi pareva più facile scalare un grattacielo che avvicinare il mio corpo al suo. Non avevo appreso a fondo la lezione che la congrega dai superpoteri insegnava in ogni albo – cioè che essere umani è proprio questa fragilità impura e sconcertante, questo angelico tremore. Solo dopo mi accorsi che Clark Kent entra in crisi con Lois, e Peter Parker fatica ad abbandonare la condizione di single, perennemente legato da un complesso di Edipo distorto che la sua vecchia zia innesca in lui.
A distanza di quasi un quarto di secolo, cosa rimane? Non Simona V., ma Peter Parker. Quando ho reincontrato questa ragazza, mi ha detto entusiasta che era divorziata, ma adesso aveva trovato l’uomo della sua vita, con cui si sarebbe trasferita in Brasile. Io ho tuttora in mente Spiderman, ma lei agisce come Holly Golightly – a ognuno gli eroi che si merita, tutti immaginari, tutti irreali, eppure così potentemente pressanti sulle nostre miserie quotidiane. La Marvel mi ha impresso una traccia mnemonica, mi ha fornito la materia prima per un immaginario che rimarrà in me conchiuso e scatenato vita natural durante. Se mi vedete in giro – è un appello alle lettrici –, cercate di scorgere in me il Peter Parker che sono: può essere che da un momento all’altro io spicchi il volo o, come nello spettacolare terzo atto della saga di Sam Raimi, io mostri il lato oscuro, che soltanto una donna sa disciogliere, riconducendo la Geenna a territorio coltivabile. E’ la lezione continua, irriverente e mitologica che ci è stata promessa dall’iridescenza di quei costumi indelebili, da quegli eroi che ci promettevano e ci promettono che anche noi siamo come loro.
Pubblicato il Lunedì 14 Maggio 2007
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