|
|
|
|

GIUSEPPE GENNA - centraal station STOREFRONT di Giuseppe Genna
Acquista la versione cartacea di MEDIUM Le versioni digitali downloadabili Il sito ufficiale di MEDIUM
giugennaimghome.gif
Giuseppe Genna: bio&biblio
Giuseppe Genna biobibliografia Versione italiana
Giuseppe Genna biobibliography English version
Installazioni, performance
MANCA
APOCALISSE CON FIGURE
Fabula Orphica: testo di Giuseppe Genna, regia di Federica Restani
Museo Trascendentale: testo di Giuseppe Genna, regia di Federica Restani
Zone
Diario & riflessioni
Il nuovo libro
Medium
Fabula Orphica
Libri visti
Segnalazioni
Testi
News
Materiali
Interventi
Tutti i post
Ultimi inserimenti
Agamben tra le teologie del romanzo
di Giorgio Agamben[da Idea della prosa, Quodlibet, 2002] [Mentre rivedo il romanzo, ho la possibilità di allargare la visione sugli...

Perché "il bene non fa romanzo"
Oggi, a casa di un amico scrittore. Lui: "Perché è la letteratura che è diabolica". Io: "Come appendice del nostro...

Seconda stesura del romanzo: le linee guida
Come affrontare la seconda stesura di questo nuovo libro a cui sto lavorando? Il libro, come già precedentemente asserito nel...

Le metope del romanzo
Un libro per metope dovrebbe istituire: una apparente linearità di lettura; il racconto di una vicenda mitica. Dove pongo...

A chiusura del romanzo: il senso di fallimento
Il romanzo è terminato. Ora comincia la seconda stesura. L'impianto, a mio avviso regge. E dunque? E' il fallimento. Questo...

Il romanzo al traguardo. Della prima stesura...
Mancano otto scene, di cui due assai complesse, ma è ufficiale che il romanzo viene chiuso nella sua prima...

Il discorso del Grande Inquisitore nel romanzo
Sono stremato. Ho superato i 5/6 della stesura del romanzo, ma oggi ho dovuto affrontare una scena, soltanto una, la...

Ontologia poetica del romanzo
Nihil humanum a me alienum puto: è il cardine intorno a cui ruota il romanzo. In questo caso, però, va...

Io e il romanzo e la storia: Szondi su Benjamin
“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi...

Ciò che spinge il romanzo è non visto
Ciò che sospinge la scrittura del romanzo, che è estenuante per l'esposizione continua all'orrore e per l'impossibilità di rappresentare il...

Lo Jakob von Gunten di Walser nel romanzo
Mentre scrivo, tutto si muove. La pangea teorica iniziale si rombe, dalle falde esce lava, si infilano oceani, si formano...

Kafka e gli Aforismi di Zurau nel romanzo
Negli Aforismi di Zürau di Franz Kafka (curati da Roberto Calasso ed editi nell'economica Adelphi) sono racchiuse le minimali verità...

L'impossibile rappresentazione del male: il romanzo si rivolta contro l'autore
Ho appena toccato la metà precisa della stesura del nuovo libro. A differenza del metodo di lavoro impiegato solitamente, il...

Romanzo: il centro è Kiefer
Il libro che sto scrivendo, dopo averne illustrato l'officina teorica, autoseleziona, nel suo farsi, ciò che di quell'officina è utilizzabile...

La cuspide del romanzo
Detto che il romanzo procede secondo metope, che è un romanzo naturalista nel senso che è sperimentale senza che sia...

Il naturalismo nel romanzo
Prendiamo Zola. E' il modo migliore per intenderci. "Zola=naturalismo": è l'equazione da scuola media, inculcata, deviante, venefica. Poiché chiude un'enorme...

Il romanzo cresce come un frattale: l'incipit
Sono dunque in stesura del romanzo. Alla scena 15, su 96 previste. In realtà, ho scritto 20 scene. Archi voltaici...

Terminata la "scaletta" del romanzo, il romanzo cresce
E' finalmente terminata, grazie a due settimane di impegno intellettuale pesantissimo e senza la minima sosta (l'esperienza cerebrale ed emotiva...

Il romanzo cresce nelle Feste: niente Feste per il romanziere
Il romanzo è l'estremità del romanzo dell'orrore e quindi non ha nulla di festaiolo o di celebrativo: si tratta,...

Il romanzo: primo svuotamento del Mito
In medias res: l'incipit del romanzo assolverà da subito i due compiti precipui e di sfondo del libro stesso, cioè...

Umano e Disumano: Homo sapiens e Homo demens per Morin
Nonostante io desideri perseguire una poetica di mimesi che si autodistorce (il motto popolare che la realtà supera la fantasia),...

Velocità e oblio: il contrario del romanzo
Bisogna entrare in area DeLillo per comprendere che in ciò che egli lavora come mitologia collettiva non si configurano modi...

Il romanzo brucia la Waterloo di Hugo
Mentre avanza il panico, scaglie di scene si sono già nella mente formate, per comporre, secondo la metrica di metope...

Il romanzo impone il panico
Mancandomi circa cento pagine alla fine dello studio (maniacalmente barocco, con appunti e schemi a profusione) del testo che, tra...

Impossibilità ironica del romanzo: Zanzotto
Due sono le strade all'ironia, e molte le deviazioni - l'ironia che altro non è che una forma assunta dal...

Carmilla
Il taccuino di Babsi Jones
Wu Ming Foundation
Link fraterni
Autet
Babsi Jones
Blackmailmag
Bottega di Lettura
cadavrexquis
Carmilla
Crocetti
Eymerich
Fahrenheit
giuliomozzi
I Quindici
leonardocolombati
Lipperatura
Macchianera
Marco Mancassola
Marano Dissidenze
minimum fax
nazione indiana
peQuod
Tommaso Pincio
ViaLibre5
Wu Ming
Hosted by BlogNationQuesto sito è ospitato generosamente da BlogNation, il gigantesco server con cui il pietoso e ciclopico genio di Gianluca Neri dà asilo a molti blog, mentre la fondamentale assistenza tecnica è ascrivibile alla generosità impagabile di Gianmarco Neri. Ogni contenuto di questo sito è replicabile a piacere, purché non a fini commerciali. NON SI ACCETTA LA SPEDIZIONE DI MANOSCRITTI, NE' IN FORMA CARTACEA NE' DIGITALE. Se si desidera contattare il Miserabile Autore, l'indirizzo di mail è giuseppegenna[AT]
gmail.com
explorer.gifQuesto sito è ottimizzato per Explorer. Firefox e Safari visualizzano da schifo le pagine, che sono realizzate in html corretto, inesplicabilmente misinterpretato dai browser alternativi a quello di Bill Gates. Il che non è una gioia per il sottoscritto che, comunque, vi avverte per correttezza di lettura e di visione dei contenuti.
freccinamenugg2.gif    Home     freccinamenugg2.gif    Il nuovo libro

Il romanzo è: HITLER

Dal 16 gennaio 2008 in libreria, per la collana SIS di Mondadori, a 19 euro: hitlercovermedia.jpg
Ecco dunque svelato il soggetto del romanzo di cui si è attrezzata qui l'officina. Le bozze sono corrette, la copertina è decisa [cliccarci sopra per una versione ingrandita]. L'avvicinamento a HITLER continuerà fino al giorno della sua uscita e oltre, con materiali ulteriori di riflessione. Pubblico qui di seguito una nota, che non sarà edita nel volume, in cui chiarisco gli elementi essenziali di poetica personale che ho cercato di realizzare in questo libro.

POETICA E COSTRUZIONE DEL ROMANZO

Questo libro, prima di essere scritto, ha subìto una gestazione di dieci anni precisi. E’ nato (di qui, una delle dediche) per uno scatenamento interiore provocato dalla lettura di un “romanzo”, che attualmente considero uno dei capolavori in assoluto della letteratura italiana contemporanea: Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Non soltanto la lettura, ma anche la frequentazione continuativa dell’autrice mi hanno spinto alla stesura di quello che, con mia somma sorpresa, si rivela essere al momento il primo romanzo al mondo su tutta la vita e gli orrori di Adolf Hitler. La mia sorpresa è dovuta al fatto che, mentre in altre arti sono state create su e contro Hitler opere di valore imprescindibile (e specialmente nel cinema: dal fluviale Hitler: un film dalla Germania di Syberberg fino all’ultimo in ordine di tempo, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler di Hirschbiegel), la letteratura ha intrattenuto con la figura di Hitler un rapporto casuale e mitologizzante, facendo spesso sponda e non indagine veritativa su questa sagoma apparentemente umana, utilizzando la finzione e aumentandone l’aura livida e morbosamente piegabile a ogni invenzione (gli ultimi casi sono Il castello nella foresta di Norman Mailer, forse il suo peggior romanzo, e Le Benevole di Jonathan Littell, che è uscito in Francia mentre terminavo la scrittura del mio testo ed è del tutto naturalmente l’“avversario poetico” del mio libro).



Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio - Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male

gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All'ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata - un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale... gg]

DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli

littellface.jpgCaso letterario dell'anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l'altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi - che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli - che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d'accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos'altro, e più interessante: una crisi - non solo personale - di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l'enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto - si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?



Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio - Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male

Su suggerimento di Antonio Scurati, a proposito del romanzo, di cui qui si possono visionare i materiali di riflessione che hanno condotto alla stesura, ho visionato un testo fondamentale del filosofo e semiologo Hubert Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto, uscito per i tipi Cortina. didi_huberman.jpgE' a partire dalle sequenze di immagini scattate all'interno del campo di sterminio di Auschwitz (nel '44, da un deportato noto col nome di Alex) che il filosofo francese, evitando la feticizzazione dell'immagine stessa, tenta di avvicinarsi alla possibile rappresentazione dell'orrore. La rappresentabilità degli esiti del Male Assoluto è qui in questione. Qualcuno ricorda un monito di Agamben: se non fosse possibile immaginare quel Male, si darebbe ragione ai nazisti, che sostengono: "La storia dei lager la detteremo noi".
Fatto sta che la storia dei lager non l'hanno dettata i nazisti e nessuno ha impedito a nessuno di immaginare cosa successe ad Auschwitz. E' piuttosto nella disgiunzione tra il sentire metafisico e l'immaginarsi Auschwitz che avviene la sconfitta di tutto il protocollo umanistico occidentale - o, meglio, il suo inveramento, che è Auschwitz stessa. Poiché l'immaginare viene pensato dall'Occidente come connesso eventualmente all'emotivo, e l'emotivo non è il piano dell'ontologico, dove risiedono gli effetti del Male Assoluto. Quando scrivo "piano ontologico" non intendo qualcosa di differente rispetto alla storia umana. Se però la storia umana non è sacra in forza della pietas e dell'empatia, o se l'empatia e la pietas non giungono alla percezione dell'assolutezza del gesto umano, l'emozione e l'immaginazione e tutta la cultura divengono un campo di coltura delle premesse che giungono a una conclusione inevitabile, inevitabilmente voluta: il disgiungimento assoluto tra umano e umano. Quando Adorno sentenzia che "è impossibile scrivere dopo Auschwitz", ha ragione - poiché ormai conosce bene il potere delle immagini, sganciate dal sacro e dal metafisico. E' questo lo snodo fondamentale: se si perde la sacralità dell'empatia, l'umanesimo si rovescia nel suo opposto, l'antiumanesimo.
Non è perciò data, almeno per me, alcuna rappresentabilità degli esiti del Male Assoluto: non immagino, cioè non invento, l'orrore abissale avvenuto in quella breccia della storia umana che fu il campo di sterminio nazista. Se lo immaginassi, la storia dei lager verrebbe dettata dai nazisti. La rappresentazione del Male Assoluto è possibile soltanto quando la rappresentabilità stessa è nella sacralità, è nella metafisica: soltanto chi ha vissuto la storia del campo di sterminio può rappresentare. E' questo a conferire l'unicità della Shoah. Altrimenti, all'unicità dello sterminio ebraico corrisponderebbe l'unicità di chi lo ha perpetrato - e questa è una vittoria postuma che non si può concedere ai nazisti.
A noi tocca creare all'interno di un cerchio ristretto di rappresentabilità: si esige una potente, lunga e ponderatissima meditazione sulla rappresentazione di chi ha commesso il Male, non del Male commesso. Questa rappresentazione esige lo sforzo di adoperarsi per una forma che annulli il primato ontologico di chi esercita il Male, per disgiungerlo dall'unicità dello sterminio. Se non fosse così, l'unicità della Shoah manterrebbe in vita il ricordo di chi praticò quel Male, mitologizzando. Di ritorno, l'unicità della Shoah rischierebbe di essere considerata alla stregua di un mito: ed è proprio il movimento che compie chi secerne vergognose tesi revisioniste. Bisogna andare al di là della nozione di persona, a proposito di chi compie il Male. Se è un unicum, si tratta di un unicum che non esiste, che non è, che non ha statuto di essere: bisogna sottrarre statuto di essere a colui che compie il Male assoluto. Questo zero, questa Non-Persona è una discontinuità nella storia umana: appare come umano e non è un umano. Quale forma di rappresentazione, dunque, utilizzare?



Avvicinamenti al romanzo: la rappresentezione del Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio - Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell

bataille.jpgEsattamente come Alessandro Piperno, che si riappropria di una supposta assolutezza dissacratoria della letteratura, Felice Piemontese, autore di una recensione de Le Benevole di Littell sul Mattino, la fa facile: "Fino a che punto il Male può essere mostrato, senza schermi e senza infingimenti? Sono le stesse obiezioni che furono, e sono, mosse a Sade o al Pasolini del «Salò» e a cui si può rispondere - con Bataille (caro a Littell) - che lo scrittore autentico è colui che trasgredisce o mette in discussione convenzioni e interdetti, principi di uniformità e di prudenza essenziali". Così è facile: non si assume a fondo lo sguardo dello scrittore che, non a caso, con l'Olocausto non intrattiene da cinquant'anni un facile rapporto.
Se è vero che "il bene non fa romanzo" (e quanto mi piacerebbe sfatare questa specie di credenza superficiale...), è anche vero che non lo fa il Male. Poiché né Sade né Pasolini toccano l'estremalità della Storia, che fu l'Olocausto - essi distrussero tabù, rovesciarono uno stato di fatto morale: rappresentarono il male (il relativo all'umano) e non il Male (il relativo all'inumano). Sebbene, e questo va chiarito, Pasolini, nella sua denuncia contro la mutazione antropologica occidentale, ravvisava perfettamente le radici di quella deriva: era essa stessa un sintomo di un Male che era ed è in dilagante contagio. Aperta, la crepa non è stata chiusa: almeno, non dagli scrittori.
E nemmeno da Bataille, così amato da Littell, il quale non fa occultamento della perversione attiva che il male relativo può esercitare, mentre il Male assoluto no. Già La letteratura e il male di Bataille è l'esito che la crepa ontologica, questa faglia imposta dallo sterminio ebraico per mano di Hitler, è ormai attiva, non compresa, evidenziata nel suo pernicioso nascondimento: che è quello di perpetuare carsicamente la fine dell'umanesimo.



Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio - Levi Della Torre e Mengaldo

caduta.jpg[Dall'officina teoretica di Autet - Autismo eterorivolto, uno degli infaticabili creatori del sito, Giacomo Pellizzari, mi ha inviato queste riflessioni che concernono quanto da me accostato, a partire dallo Zibaldone, a Le Benevole di Jonathan Littell. Sebbene decisamente orientata in senso filosofico, e heideggeriano per la precisione, questa meditazione enuncia con intensità folgorante quanto intendevo dire io più cripticamente: è esattamente la mia personale prospettiva sulla drammatica questione, sia in senso esistenziale sia in senso essenziale. L'unico punto da cui mi discosto e su cui vorrei nei prossimi giorni dipanare l'equivoco riguarda il giudizio di Wenders sul film La caduta: concerne la questione dell'abitare la domanda heideggeriana senza rispondervi. A mio avviso, la risposta non può essere finzionale nel senso in cui la fiction è intesa coi canoni odierni - va cercata una forma diversa, spetta alla creatività dell'umano trovare questa forma che tenga la totalità del tragico senza esibirne smaccatamente la maschera, cioè senza amplificare lo smacco dell'umanesimo che il nazismo ha imposto come separatezza ontologica tra uomo e uomo. gg]

L'ERRORE LITTELL
di GIACOMO PELLIZZARI

Tu dici che Littell si è fermato a un piano "ontico", senza entrare nell'ontologico. Cioè ha scritto dimenticando di far parte, come tutti noi, di ciò di cui scrive. E' come, mutuando dal passo dello Zibaldone che citi, se avesse guardato "da fuori" ciò in cui è in realtà dentro fino al collo. Ciò che fonda la sua, come la nostra, esistenza storica. E, aggiungerei, morale. Come se, per l'appunto, il nazismo fosse qualcosa che non può esser guardato e colto "da fuori" (fatti salvi i testi di storia e le cronache), ma solo "da dentro". Cioè, per l'appunto, raccogliendo le testimonianze dirette. Cioè solo chi vi è dentro per davvero può raccontarlo per davvero. Chi vi è fuori, proprio in quanto in realtà vi è dentro (ovvero tutti noi, che non l'abbiamo vissuto, ma che proprio nei fatti della seconda guerra mondiale e nello sterminio degli ebrei, nel considerarli il "sommo male", da un punto di vista esistenziale, fondiamo la nostra moralità e la nostra esisenza), non può raccontarli. Nemmeno attraverso la finzione narrativa. Anzi soprattutto attraverso la finzione narrativa, come invece fa Littell, cadendo in errore. Una fallacia etica. Occorre cioè un comportamento "morale" (nel senso nobile del termine) da parte di tutti coloro che non hanno vissuto il nazismo e che pure, prorpio nella loro sfera morale, sui fatti del nazismo fondano la propria identità.
Noi siamo il ripudio del nazismo. Noi siamo "mai più". Non possiamo uscire da noi stessi, per vedere ciò che ci fonda in quanto individui morali. Possiamo al massimo apprenderlo, abitarlo. Come si abita la domanda heideggeriana. Cioè senza rispondervi. La nostra dimensione ontologica è quella di abitare il nostro essere esistenzialmente "ripudio" del nazismo. E mai, nulla al mondo, giustifica un nostro sconfinamento, attraverso finzioni letterarie o cinematografiche, nel tentativo di testimoniarlo e di raccontarlo come fosse cosa "normale" o che "può capitare".
Per questo Lanzmann sì, ma Littell no. Per questo (e consiglio di trovare l'articolo, apparso sullo "Zeit", con cui Wenders condannava il film La Caduta con Bruno Ganz, sugli ultimi giorni di Hitler, circa tre anni fa) ogni scrivere di Shoah deve essere "fare memoria". Comportarsi ontologicamente e, direi, heideggerianamente in modo "autentico" nei confronti di ciò che si è.
Noi siamo il non-nazismo. L'esserlo è il nostro compito. L'unica forma di vita "autentica" che ci è storicamente concessa. Se scriviamo, attraverso finzione letteraria, la barbarie di un ufficiale immaginario delle SS che ci chiama "fratelli", compiamo uno sconfinamento nell'ontico. Cioè in cio che non siamo e non possiamo che non essere. Cioè uno sconfinamento nel "si dice", nella "chiacchiera" della vita inautentica.



Avvicinamenti al romanzo: un dialogo illuminante

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze

Sul tema della memoria, la trasmissione Uomini e profeti di Radio 3 ha recentemente intavolato un dibattito illuminante, anche e soprattutto alla luce di quanto si è tentato di dire a proposito della questione-Littell e del suo romanzo-mondo Le Benevole. Il tema del colloquio è in che modo la cultura ebraica ha elaborato le atrocità della Shoah e in che rapporto si pone nei confronti della sofferenza di altri popoli. Intervengono lo studioso di ebraismo Stefano Levi Della Torre, il palestinese Mahmoud Al Safari e lo scrittore Pier Vincenzo Mengaldo (autore dello studio di esemplare acribia La vendetta è il racconto. Testimonianze e riflessioni sulla Shoah, edito per i tipi Bollati Boringhieri. Dalla cui impostazione iniziale non discordo, ma dai cui esiti teorici sì).
La mia personale prospettiva coincide totalmente con le meditazioni di Levi Della Torre.

ico_audio.gif Ascolta



Avvicinamenti al romanzo: le bozze

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi

Sono arrivate le bozze del nuovo libro, il romanzo, la cui uscita in libreria è prevista da Mondadori per il 15 gennaio 2008. Al momento torreggia sul mio tavolo di lavoro un blocco che ammonta a 588 pagine. La correzione è abbastanza impegnativa e, sicuramente, è la più complessa tra tutte quelle che finora ho affrontato. Già da ora vorrei ringraziare le persone che si stanno facendo in quattro per la lavorazione, i cui nomi appariranno sulla pagina finale, quella delle note e dei ringraziamenti.
Quando titolo e copertina saranno definitivi, ne darò comunicazione qui, mostrando, infine, il soggetto del romanzo, ormai intuibile a molti, ad altri ancora non chiaro - verrà svelata l'identità delle Non-Persona di cui ho discusso nella costruzione dell'officina che ha accompagnato la stesura del romanzo.
Nei prossimi giorni, comunque, nonostante la carenza di tempo imposta da un lavoro quotidiano assai pesante, continuerò nella serie di "avvicinamenti" che ho iniziato a pubblicare da qualche giorno.
Una buona giornata a tutti i Miserabili Lettori! gg



Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell

C'è un passo dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi che, per metafora, colpisce esattamente quanto penso sia errato nell'atteggiamento etico che Littell sfodera nell'affrontare, ne Le Benevole, la questione ontologica degli esiti del nazismo, con tutta la sua poetica che fa perno su tale atteggiamento. Leopardi oppone due specie di filosofi, che vanno qui sostituiti con l'idea di "scrittore". Siamo al momento iniziale, preiniziale della stesura: siamo al momento dell'assunzione di responsabilità rispetto all'intenzione di narrare quell'estremalità della storia. La prima specie di scrittori ben rappresenta, a mio parere, il tentativo di Littell. La seconda specie è la premessa necessaria invocata e praticata da Lanzmann, Fackenheim, Levi - ed è la mia personale posizione. Da questi diversi gradi di consapevolezza rispetto alla rappresentazione, segue tutto quanto può seguire, e sommamente quanto Wu Ming 1 afferma rispetto all'autore delle Benevole: cioè, che il romanzo gli è sfuggito di mano, ma non sul piano letterario - su quello ideologico e poetico.
Ecco il passo (Zibaldone/1085-6):

Parecchi filosofi hanno acquistato l’abito di guardare come dall’alto il mondo, e le cose altrui, ma pochissimi quello di guardare effettivamente e perpetuamente dall’alto le cose proprie. Nel che si può dire che sia riposta la sommità pratica, e l’ultimo frutto della sapienza.



Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell'errore di Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno

benevole.jpg[Esponente di spicco della Nuova Destra di Tarchi negli anni Settanta e Ottanta, Stenio Solinas è un giornalista e, in quanto giornalista, è giusto che scriva su Il Giornale. Fosse un ideologo, dovrebbe scrivere su Ideologia, che non esiste, o su Ideazione, che esiste e forse ha nel suo archivio qualche intervento di Solinas. Il giornalista mantiene alcune peculiarità che lasciano perplessi: in diretta a Otto e Mezzo, qualche anno fa, si augurò che Antonio Moresco finisse sottoterra. L'entusiasmo di Solinas per Le Benevole di Jonathan Littell mette in mostra limpidamente quale sia l'ambiguità di poetica e di politica implicita in questo romanzo, che - va ripetuto - è esteticamente splendido. L'intervento di Solinas chiarisce gli effetti sul lettore, che sortiscono da un affrontamento del tema dello sterminio nazista per come Littell lo affronta: cioè la stesura di una mappa totale, il tentativo di trovare e spiegare le cause e, soprattutto, la finzionalizzazione applicata a un evento estremale della Storia che non può essere raccontato con un romanzo storico senza che poi se ne avvertano conseguenze politicamente ed eticamente gravi. L'incursione entusiastica di Solinas è, punto per punto, la smentita di quanto Levi e, sulla sua scorta, Lanzmann indicano come forma di avvicinamento artistico alla materia. Nella recensione, che è un peana, stilata da Solinas, intervengo con incisi in corsivo: brevi ma, spero, comprensibili, per evidenziare questa distanza che non può essere limitata a un effetto estetico]

IL CASO LITTELL - VIAGGIO AL TERMINE DI UN SS
di STENIO SOLINAS
[da "il Giornale"]

Nell’Orestea di Eschilo, le Furie che incalzano Oreste, uccisore di sua madre che aveva ucciso suo padre, reo di aver sacrificato una figlia, si placano allorché, grazie al voto determinante di Atena, i giudici mandano libero il matricida: le ragioni per condannarlo equivalgono infatti quelle per assolverlo [ecco uno dei punti più clamorosamente dannosi della finzione: assoluzione garantita, perché messa sullo stesso piano della condanna. Littell inizia con: "Fratelli umani..." - ma, per quanto il Male sia in ognuno di noi, io non sono affatto fratello del protagonista delle Benevole, e non lo sono per una frattura ontologica nell'umano di cui il responsabile è Hitler. Le ragioni della condanna non sono le stesse dell'assoluzione: io devo compiere un lavoro spirituale in me per perdonare. Tutto ciò, Littell se lo beve, grazie all'ubriacatura della finzione, che è in prima persona e crea quindi una perniciosa identificazione]. Da persecutrici le Furie diverranno da ora in poi le Eumenidi, benevole custodi della giustizia e della prosperità ateniese.
Vera e propria summa del Senso del Tragico [non è vero: Le Benevole non è una tragedia; la sua mimesi è finzionale, la sua catarsi è offuscata, rimane la potenza di una mitologia, che viene scaricata, come vedremo, sulla parte sbagliata - infine non si tratta di una rappresentazione sacrale comunitaria: questa misinterpretazione avviene nuovamente grazie alla finzione inventiva], non è un caso che Jonathan Littell abbia tratto il titolo del suo ambiguo e straordinario romanzo proprio dall’ultimo capitolo della trilogia eschilea: Les Bienveillantes (Gallimard, pagg. 900, euro 25, pubblicato in Italia da Einaudi) non sono altro infatti che le Benevole, le Erinni placate...



Avvicinamenti al romanzo: Demetrio Paolin sulla recensione a Littell di Piperno

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann

levisommersisalvati.jpg[Ricevo, e volentieri pubblico, questo accurato, breve e incisivo intervento di Demetrio Paolin, che è un profondo esperto di Primo Levi e dà voce a una delle mie perplessità su quanto Alessandro Piperno ha scritto a proposito de Le Benevole di Jonathan Littell. ncora una volta: non viene messa in discussione la qualità letteraria del romanzo di Littell, bensì il suo irradiamento etico politico e poetico, che Piperno recepisce in maniera per me preoccupante, poiché vi ravvede nuclei che lo entusiasmano, mentre a me sembrano, proprio quei nuclei, pericolosissimi. Tutto ciò abbisognerebbe di un dibattito serio - per ora osservo che, sull'ondata del successo commerciale de Le benevole, tale dibattito non si sviluppa in sedi cartacee e nemmeno in Rete. gg]

PRECISAZIONI SULLA ZONA GRIGIA
di DEMETRIO PAOLIN

Nel suo articolo apparso sul Corriere della sera Alessandro Piperno parlando di Le Benevole di Littell ad un certo punto scrive: “Intendiamoci: non sto facendo alcuna confusione tra vittima e carnefice (psicologismi da strapazzo!). Sto parlando della Zona Grigia, della complessità del Male.” Quando si parla di Zona Grigia è ovvio far riferimento a Levi e al suo libro I sommersi e i salvati. Ora nella frase di Piperno c’è qualcosa che stona rispetto alla vera definizione di Levi: “Da molti segni pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera e spirito meno torbido”.



Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell

INTERVISTA A CLAUDE LANZMANN
di BERNARDO VALLI
[da "La Repubblica"]

lanzmann.jpgParigi - L´incontro comincia male. Claude Lanzmann si impenna. Si inalbera, non tanto perché risentito dalle mie domande, ma perché le trova stupide. «Non capisco perché mi pone questi interrogativi storici stravecchi e supertrattati, io vorrei che lei parlasse di Shoah, del mio film che è un capolavoro cinematografico, un´opera d´arte riconosciuta come tale...». In altre occasioni ha parlato del suo film come di una sinfonia o di una grande opera architettonica, come se si trattasse di una tragedia shakespeariana. In fatto di umiltà c´è di meglio. In fatto di egocentrismo è difficile fare di più. Ma Lanzmann ha ragione. I superlativi che ti riversa addosso sono giustificati. E´ stato detto che Shoah è una « fiction della realtà»: ha il ritmo e le immagini di una fiction, in cui sono protagonisti testimoni autentici, diventati naturalmente veri attori, e al tempo stesso è un documentario di straordinaria esattezza, un documento storico rispettoso della realtà nei minimi particolari. Simone de Beauvoir ha parlato di un´inimmaginabile «mescolanza di orrore e bellezza». La formula suona come un ossimoro. Non so se sia ben trovata, ma io ho rivisto di filata le nove ore e mezza del film-documentario di Claude Lanzmann, già visto anni addietro, con intatta emozione.



Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell

benevolelittell.jpgGrandissimo libro-mondo, Le benevole di Jonathan Littell è un caso estremale, per due motivi: affronta l'estremalità del secolo - cioè la mobilitazione totale bellica nazista che ha la sua apicalità obbrobriosa nello sterminio ebraico; e il punto preciso in cui la letteratura e la realtà si distaccano, perché la letteratura si fa morbosa. Riproduco qui di seguito due recensioni al romanzo a-storico di Littell, che mi paiono contrapposte nelle prospettive assunte: quella di Alessandro Piperno uscita sul Corriere della Sera e quella di Wu Ming 1 uscita su L'Unità. La questione che fa da perno è, per Piperno, letteraria; per Wu Ming 1, politica e letteraria nello stesso tempo. Il relativista blasé Piperno arriva a enunciare, proprio laddove non sarebbe il caso, un assolutismo della letteratura di invenzione che, come osserva all'inizio del suo articolo, sulla questione dell'Olocausto avrebbe indotto Primo Levi a trovare "rivoltante" il libro di Littell. Essendo lontano da una concezione assoluta della letteratura, Piperno cade a mio avviso nella posizione opposta, secondo un movimento che fu proprio delle avanguardie storiche italiane: l'invenzione iuxta propria principia, l'abbassamento che può tutto, la comunicabilità del tutto. Letterale da Piperno: la letteratura "da sempre, si è sobbarcata l'onere di cercare la verità attraverso la desacralizzazione". Si tratta di un'affermazione censurabile nel momento in cui, a pronunciarla, non tanto è un intellettuale (peraltro un amico) che sa di letteratura, ma una persona che non ha la benché minima idea di che cosa sia il sacro (censurabile e scandaloso, dal mio punto di vista, un suo intervento, ancora sulle pagine del Corriere, circa la rivolta dei monaci buddhisti in Birmania, dove Piperno si mette a dare una definizione di pratiche buddhiste a partire da ciò che vede in tv, senza minimamente sapere che tipo di riflessi "karmici" ha l'ahimsa su chi la compie in quel modo, cosa voglia davvero "rovesciare la ciotola delle offerte", su piani di cui Piperno non è disposto ad ammettere nemmeno lontanamente l'esistenza). In questo caso, come già meditato e reiteratamente espresso da Claude Lanzmann (anche violentemente, su Le Monde, a proposito di Littell) si viene a ricoprire una posizione oscenamente morbosa. Se ci si vuole divertire delle varianze inventive della letteratura su un fatto storico che è costato la vita, tra indicibili (e l'aggettivo non è casuale) orrori a 6 milioni di persone, si è liberi di farlo. Non contesto né la grande operazione stilistica né la qualità del romanzo-universo di Littell, sia chiaro: mi oppongo allo sguardo finzionale che ad Alessandro piace molto, fino a essere elevato come assoluto della narrazione. Avrei volentieri risposto a Piperno - ma si sa: non dispongo di sedi pubbliche per ingaggiare un dibattito tanto alto, e il Corriere è una di queste sedi.
D'altro canto, la precisissima analisi e le molteplici prospettive richiamate da Wu Ming 1 mi sembrano ricoprire la mia posizione in merito. E' proprio per l'adozione inventiva dello sguardo in prima persona che il libro di Littell è un atto che tracima dalle buone intenzioni di un fan del Novecento, che pretende di scrivere il romanzo definitivo sul nazismo (ambizione, questa, non francese: americana, semmai). Littell si fa sfuggire di mano, anche grazie all'immensa competenza filologica e storica, il racconto di una realtà che, in quanto estremale, non può cadere nelle gabbie del romanzo storico e tuttavia non vuole essere un saggio: il problema è irrisolto, ma la conclusione è che si esce dalla lettura di questo libro avendo adottato un protocollo mitologico sbagliato, morboso e osceno.
Littell, a proposito del titolo che ha dato al suo libro, richiama l'Orestea, e fa male: qui non c'è nessuna mimesi (appare come mimesi, ma, essendo filtrata dallo sguardo finzionale, non è mimesi) e nessuna catarsi (sulla quale non c'è meditazione: si assume che la catarsi sia l'effetto dell'identificazione, il che significa non avere compreso Platone, Aristotele e la tradizione umanistica che ne discende). C'è semmai l'adozione di una mitologia che va negata - non c'è mitologia nell'Olocausto ed è immorale sostenere il piacere di averla esperita, seduti in poltrona a sfogliare un libro. Con felice intuizione filologica, Wu Ming 1 individua in Melville e in Moby Dick il modello letterario che Littell cerca vanamente di fare deflagrare: e, siccome ci riesce solo in parte (ed è la parte sbagliata), la questione si fa politicamente grave, e letterariamente consona a una vittoria postuma concessa a Hitler proprio sul piano in cui Fackenheim chiede che sia negata. Mentre la Balena Bianca (si veda il 42 capitolo di Moby Dick) è il mito vuoto e potenziale, la Balena Bruna e Novecentesca di Littell rischia di essere il mito pieno - una posizione che non letterariamente, ma umanamente eticamente e in assoluto giudico come l'avrebbe giudicata Primo Levi: "rivoltante".
Tutto ciò meriterebbe un dibattito in sede adeguata. Lancio qui un appello a chi voglia riprenderlo o, eventualmente, organizzarlo.
Di seguito, gli articoli di Alessandro Piperno e di Wu Ming 1.



Il canone Burroughs nascosto nel romanzo

Poiché il romanzo, che uscirà a gennaio da Mondadori, non è un saggio, eppure sdegna la finzione immaginaria e l'invenzione quali veicoli di identificazione, ho da chiarire in quale modo si ponga il discrimine tra realtà storica e ciò che ho scritto. L'evento storico estremale che ho scelto come soggetto del libro, cioè la Non-Persona, che la letteratura ha ignorato finora e adesso inizia timidamente ad affrontare deviando attraverso grottesche immaginazioni e disforie inventive, non concede, a mio parere, la possibilità di variare sulla realtà che ha plasmato - realtà che, a fronte della sparizione possibile dell'umano, io delineo come Male. E' dunque in un altro ordine che agisco: io dilato e rallento la realtà. Questa modalità, che non fa uscire dal romanzo storico ma sicuramente non va in coincidenza con i i canoni di quello, è l'unica possibile - almeno nel caso in cui sia io a dovere affrontare una simile situazione -, ed è frutto di lungo ragionamento, di cui soltanto brandelli recenti sono rappresentati nell'officina allestita durante il lavoro di scrittura e di riscrittura del romanzo. burroughsx3.jpgE tuttavia, rileggendomi per intero questa estate la quadrilogia di William Seward Burroghs, nell'ultima stazione di questo quartetto che ancora oggi non è stato compreso a pieno (né criticamente né filologicamente), poiché nessuno lo legge come se fosse vero, ho trovato la più precisa definizione dell'operazione che ho compiuto. E' sorprendente che, mentre Burroughs oppone una forma di difficoltà alla leggibilità del romanzo, il mio libro sia invece lineare e leggibilissimo? No: ciò accade perché evidentemente Burroughs stabilisce un canone interno, che nulla ha a che vedere con la forma di superficie, e questo canone è ancora ben al di là dall'essere visto e praticato, nonostante a frotte si contino adepti burroughsiani che imitano lo stile del maestro - e non è quello il punto.
Ricopio parti del passo in questione: è precisamente l'operazione che io ho compiuto poeticamente con il romanzo, rallentando il film della realtà e facendo precipitare in dilatazione e peso le figure che vi si muovono: disvelando così il segreto virale, per stare alla terminologia di WSB...



Il nuovo romanzo: contro l'immaginazione, contro il morboso

Tra poco, per necessità polemiche, sarò costretto a svelare definitivamente il soggetto del nuovo romanzo, in uscita presso Mondadori nel gennaio 2008. L'argomento affrontato è talmente estremale che, a fronte di un prestigioso bestseller che sta per essere pubblicato in Italia, sarò costretto, per imperativo categorico e politico ed estetico, a prendere posizione contro l'impianto inventivo, molto celebrato, di tale lavoro, che costituisce esattamente l'opposto polare, e per me immorale, della posizione poetica che ho assunto nell'ingaggiare un'opera di riflessione esorbitante il poetico stesso, come nell'officina riguardante il nuovo libro ho ripetutamente spiegato.
Il nucleo della questione sta proprio nell'estremalità della rappresentazione. Per il momento mi sposto in altro àmbito, cioè quello cinematografico, riproducendo un bell'articolo di Attilio Scarpellini da Lettera 22, che riguarda un confronto/scontro tra Godard e Lanzmann. Io sto dalla parte di Lanzmann, che è il magistrale Virgilio a cui non mi è possibile rinunciare, colui che traccia il discrimine tra la moralità dell'arte e il suo degrado sottile e di successo - un degrado che getta nell'incomprensione la tragedia e la trasforma in una mitologia grazie a una spirale di ascendente morbosità dovuta alla finzione...



Il pericolo della riscrittura


x2.jpgRiscrivere espone a un pericolo. Bisogna affrontare molte pavidità, del tutto interiori, nell'isolamento, ma riguardanti l'esito concreto e materiale, cioè esterno, di ciò che si sta riscrivendo. Interpretazioni che diventano surinterpretazioni, irregolarità che vengono normalizzate, timore di risultare incompresi che per l'editore si commutano in allerta mercantilista con subitaneità. Si è doppiamente soli: nel senso che si è soli, ma sdoppiati. Un occhio suppostamente esterno si inserisce nel processo creativo. Bisogna tenere a freno la potenza normalizzante di questo sguardo secondo, sempre mentale, sempre giudicante: ipergiudicante - superegoico. Riproduco un brano dal bel saggio Riscrittura come interpretazione. Dagli umanisti a Leopardi di Francesco Tateo. I passi di e su Leopardi non hanno a che vedere nei loro termini con quanto penso di avere fatto o di fare: non sto a livello di Leopardi e non ci penso nemmeno ad avere scritto un classico. Vorrei porre l'attenzione sui rischi e i processi evidenziati da Leopardi, invece: si tratta di qualcosa di estremamente profondo rispetto ai movimenti di revisione, ai pericoli che corre l'esito che si raggiunge, alla castrazione della rottura delle norme ottenuta tramite fantasia: al libro che, scritto, si continua a scrivere nell'abbraccio eventuale dei lettori e, purtroppo, anche delle accademie che non comprendono e oggettivizzano ciò che non è oggettivizzabile. Tanto più che qui Leopardi sta alludendo a rotture di schemi e generi, così come il romanzo si propone l'allargamento della gabbia del genere storico romanzesco. L'ultimo passo, in corsivo e sottolineato dal sottoscritto, è una perfetta definizione di quello che intenderebbe essere il romanzo. gg

leopardiclass.gif‘Classici’ non appare che una volta nell’indice leopardiano, in un’accezione perfettamente contraria a quella di ‘antichi’, per designare appunto l’esattezza della pedanteria che guasta l’irregolarità del genio: «È un curioso andamento degli studi umani, che i geni più sublimi liberi e irregolari, quando hanno acquistato fama stabile e universale, diventino classici, cioè i loro scritti entrino nel numero dei libri elementari e si mettano in mano dei fanciulli, come i trattati più secchi e regolari delle cognizioni esatte» (Zibald. 307).
Segue uno sfogo contro i grammatici, in cui Leopardi recupera significativamente la figura di Omero, che «scriveva innanzi ad ogni regola» e «non si sognava [...] che la sua irregolarità sarebbe stata misurata, analizzata, definita e ridotta in capi ordinati per servir di regola agli altri, e impedirli di esser liberi, irregolari, grandi e originali come lui». È un discorso che può trovarsi testimoniato in tutti i tempi e in forme diverse, ma che qui appartiene ad un filone chiaramente riconoscibile che va da Poliziano, passando forse per l’anticlassicismo secentesco, al Vico, e che assume Omero quale simbolo del genio anteriore alle norme dell’arte, come assume Virgilio quale simbolo dell’arte matura. Un discorso plurisenso, che s’intreccia con la topica riguardante le forme di barbarie e che ha anch’esso la sua matrice nella cultura umanistica.
Intuizione originaria di Leopardi è l’identificazione dell’antico con la distanza e con l’eco, con l’immagine della distanza e col senso della perdita, si direbbe della negazione e del nulla, che non è disvalore ma valore dello spirito e della sensibilità, dell’umanità autentica, il contrario della inconoscibile materia e dell’immobile natura.



Agamben tra le teologie del romanzo


Giorgio_agamben.jpgdi Giorgio Agamben
[da Idea della prosa, Quodlibet, 2002]
[Mentre rivedo il romanzo, ho la possibilità di allargare la visione sugli elementi ideologici che permettono di denunciare la radice criminogena della letteratura. Nel mio caso, non solo il protagonista irradia il Male - e ne è totalmente e personalmente responsabile - utilizzando la retorica letteraria fuori della letteratura, e cioè pensando letterariamente ogni sua strategia, ma chi viene sedotto dal Male lo fa perché non ha compreso il Libro, l'impossibilità e la possibilità della domanda che, unendo l'uomo a se stesso, irradia dal Libro dei Libri come alleanza che ci fa fraterni. Questo prevedeva il progetto umanistico: questo esito criminoso. Il romanzo è anche la denuncia di questo crimine plurisecolare, che ha il suo culmine e la sua figurazione storica: che io racconto senza finzione. E' un intreccio di teologie che mi permette di sospendere la domanda: "Perché?", di rimanere nella posizione di apertura indiscriminata verso l'alterità, il che non concede vittorie postume al Male, che è sempre attivo secondo oggettivazione, autoidentificazione. Teologie particolari sono lo sfondo del libro a cui lavoro. Sono Benjamin, Scholem, Taubes, Fackenheim, ma anche Agamben. Per questo è importante ritrovare il ragionamento fondamentale di Giorgio Agamben intorno a cosa sia davvero la metafisica quand'essa è assimilata come legame comunitario di fronte all'apertura indiscriminata che fa l'umano. Per questo va riproposto tale ragionamento, per quanto arduo appaia. gg]

Scholem ha scritto una volta che vi è qualcosa di infinitamente sconsolato nella formulazione dell’assenza di oggetto della conoscenza suprema, che viene insegnata nelle prime pagine dello Zohar e che costituisce, del resto, la lezione ultima di ogni mistica. x2.jpgIn queste pagine, sul limite estremo della conoscenza sta il pronome interrogativo Che? (Mah), oltre il quale non vi è più alcuna risposta possibile: “Quando un uomo interroga, cercando di discernere e di conoscere grado dopo grado fino all’ultimo, raggiunge il Che?, cioè: hai compreso Che? Hai visto Che? Hai cercato Che? Ma tutto resta altrettanto impenetrabile che al principio”. Più intimo e occulto è, però, secondo lo Zohar, l’altro pronome interrogativo, che segna il limite superiore dei cieli: Chi? (Mi). Se Che? è la domanda che chiede il che cosa (il quid della filosofia medievale), Chi? è, infatti, la domanda che interroga il nome: “L’impenetrabile, l’Antico ha creato ciò. E chi è? È Chi?… Poiché è, insieme, oggetto di domanda e indisvelabile e chiuso, è chiamato Chi? al di là non ci sono più domande… Esistente e inesistente, impenetrabile e chiuso nel nome, non ha altro nome che Chi?, aspirazione al disvelamento, a essere chiamato con un nome”.
Certo, giunto al limite del Chi?, il pensiero non ha più oggetto, sperimenta l’assenza di un ultimo oggetto. Ma questo non è sconsolante o, piuttosto, lo è soltanto per un pensiero che, scambiando una domanda con l’altra, continuasse a chiedere Che? là dove, nonché risposte, non ci sono nemmeno più domande. Veramente sconsolante sarebbe se la conoscenza ultima avesse ancora la forma dell’oggettualità. Proprio l’assenza di un ultimo oggetto della conoscenza ci salva dalla tristezza senza rimedio delle cose. Ogni verità ultima formulabile in un discorso obiettivante, fosse anche in apparenza felice, avrebbe necessariamente il carattere destinale di una condanna, di un essere condannati alla verità. La deriva verso questa definitiva chiusura della verità è una tendenza presente in tutte le lingue storiche, che poesia e filosofia ostinatamente contrastano, e in cui trovano, invece, alimento tanto il potere significante dei linguaggi umani che loro ineluttabile morte. La verità, l’apertura che, secondo un oros platonico, è propria dell’anima, si fissa, attraverso il linguaggio e nel linguaggio, in un ultimo, immutabile stato di cose, in un destino
Questo difficile incrocio fra dono e memoria, fra un’apertura senza oggetto e ciò che può solo essere oggetto, è la verità in cui, secondo l’autore dello Zohar, il giusto dimora: “Chi? è il limite superiore del cielo, Che? il limite inferiore. Giacobbe li riceve entrambi in eredità: egli fugge da un limite all’altro, dal limite iniziale Chi? al limite finale Che? e si tiene nel loro medio”



Perché "il bene non fa romanzo"

satori.jpgOggi, a casa di un amico scrittore.
Lui: "Perché è la letteratura che è diabolica".
Io: "Come appendice del nostro sguardo. L'empatia dello scrittore è spostata, minata, turbata, deviata. Di fatto: è malsana. Fuori norma. Come la persona dello sciamano è fuori norma rispetto alla sua comunità. Però lo scrittore è sciamanico non come lo sciamano: è sciamanico in un altro modo. La letteratura non coincide con lo sciamanesimo, anche se lo incrocia in più esiti. Prima, mentre venivo da te, giro l'angolo, c'è la buca del metrò, e vedo che sta salendo le scale, con una fatica dolorosa, una nana equadoregna, sudamericana. E' davvero una nana, una nana brutta, le ossa distorte, fuori sede, dovevi vedere gli arti, i muscoli distrofici. Esce nella piazza e automaticamente si volta, come se non avesse la necessità di sorpendersi della piazza stessa, di orientarsi. Meccanicamente si dirige verso un'altra sudamericana, che si è messa in moto verso di lei prima che la nana apparisse: come faceva a sapere che sarebbe apparsa? Già così sarebbe troppo. Però fanno di più: anziché salutarsi, senza scambiarsi una parola, si consegnano vicendevolmente due santini, due madonne, ho visto scritto su un santino la parola Virgo. Sotto questa scena, che appartiene alla realtà, c'è il male, perché io l'ho strappata dalla realtà e ne ho fatto una narrazione".
"E' assolutamente così. Bisogna stare attenti, infatti, quando si scrive".
"Che il bene non fa romanzo ha un'accezione più profonda di quella superficiale. Il romanzo del bene non viene scritto perché la letteratura, lo scrittore è incapace di scriverlo. Ovviamente ci sono ritmi del bene, apici eroici ed epici, ma un romanzo sul bene non c'è - solo il bene, intendo: quello annoia. Dante ha le sue difficoltà in Paradiso, rispetto all'Inferno: non per colpa del bene, che sarebbe noioso, ma della letteratura, che non sa che farsene del bene. E non è che il bene non sia incantatorio o narrativo: il miracolismo, per esempio, è una tecnica del reale in cui il bene fa romanzo, aggrega comunità con una narrazione reale".
"Ma non lo scrittore può fare questo. La letteratura stessa è diabolica, dà vita al male. Lo tiene in sé, è apocalisse sempre".
"Questo è il tempo dell'apocalisse, pensi?"
"Sì. Non esiste più la letteratura, se non per pochissimi, e va bene così, è stato sempre così. Però non guardo soltanto alla letteratura, chi se ne frega della letteratura? E' il fenomeno umano, la sua evoluzione: lì vedo l'accelerazione verso una fine, cosa che peraltro è sempre stata pensata, ma che per la mia esperienza non è mai stata così solida, così tangibile. E' questione di tempo. Soprattutto in letteratura. Bisogna aspettare duecento anni, o più, perché diventi popolare nel senso epico. Ma la letteratura come l'ha conosciuta la modernità è finita".
"E' finita l'empatia. Pochi sono in grado di leggere davvero oggi, di sentire profondamente un testo. Poco è scritto con la sostanza dell'universale trattenuta dal guscio della lingua e della struttura".
"Lo scrittore è uno spettro e si aggira riconoscendo altri spettri. Ciò non impedisce che si possa lavorare sul presente. Ma chi si pone all'avanguardia e cerca strade di rottura, alternative, non può aspettarsi un riconoscimento. Io non credo all'ipotesi del successo della rottura".
"Eppure è accaduto. Ci sono stati tempi in cui la letteratura che rompeva era direttamente popolare".
"Ma i tempi mutano. Non si può pensare che ogni tempo sia uguale a ogni altro tempo. Questo nostro tempo ha sue peculiarità".
"Soprattutto l'accelerazione. Io mi ricordo dieci anni fa, quando si parlava di letteratura, lo facevamo in tanti, era una cosa diversa da oggi. Oggi parlo di letteratura con cinque, sei persone. E sono passati solo dieci anni. D'altra parte, le menti migliori mi sembrano essersi ingigantite, quanto a profondità, e sono quelle con cui ho la fortuna di parlare di letteratura".
"Io non parlo nemmeno di letteratura".
"Questo perché bisogna fare il testo. Bisogna captare. Bisogna immergersi negli universali, trovare la loro forma, attuale e futura. Attuale è interessante; futura è per me ormai fondamentale, sto slittando verso lì, verso la possibilità di sbagliare tutto e risultare ridicolo. Però per me, non dico per gli altri, ma solo per me, nel momento in cui scrivo, è nella forma futura che si dà una chance di verità, a rischio dell'indecifrabile, dell'incomprensibile, dell'astio e del dileggio".
"Sì, il momento veritativo della letteratura. Sta proprio lì. E' che oggi non so quanti sono disposti a credere che la letteratura conceda il momento veritativo".
"In 37 anni di vita ho già visto alcune stagioni mutare radicalmente il paesaggio. Anche questa trapasserà".
"Ho l'impressione che questa stagione tenda a perpetuarsi, raffreddandosi, congelando tutto. Credo, però, che succederà qualcosa di talmente enorme che le cose si rimetteranno in moto con rinnovato slancio, con una grammatica completamente diversa".
"Già adesso accade. La crepa è aperta. Si lavora perché si spalanchi".
"Sì. Pensa per esempio a Walser..."
"Sì, Walser..."



Seconda stesura del romanzo: le linee guida


x2.jpgCome affrontare la seconda stesura di questo nuovo libro a cui sto lavorando? Il libro, come già precedentemente asserito nel corso del lavoro teorico testimoniato dall'officina, ha già le sue linee guida, un'impalcatura strutturale che non può essere toccata, senza parlare dell'impostazione etica e ideologica, che evita la presenza di sottolivelli che non siano coincidenti con la superficie stessa del romanzo, a differenza di altri romanzi del sottoscritto, in cui i sottolivelli rovesciavano letteralmente e l'impianto e la superficie del testo. Le direttrici, dunque, sono due. La prima è stilistica: qui io impiego una lingua che non può che essere la mia lingua, ma stornata dei leopardismi e con una concessione topica e minima agli hugolismi che costituiscono il mio stile - la lingua qui è fredda, poiché siamo a contatto con il genere storico. A contatto con questa lingua, più paratattica che gelida (il gelo è in mimesi col protagonista del libro), c'è la materia che, in zone in cui la mano mi è sfuggita, rischia l'esposizione dei fatti in senso non letterario. Cosa significherebbe "senso letterario"? Che l'invenzione, che nel romanzo è negata, viene sostituita da uno sguardo continuamente in spostamento rispetto alla materia storica. Fatti pubblici, per esempio, sono descritti dalla prospettiva privata o presi al microscopio, con distorsione di montaggio che non inficia la verità storica. In alcune aree, che mi sembrano tutto sommato poche, la descrizione ha preso il sopravvento sulla scrittura, cioè sullo spostamento dello sguardo - ed è qui che intervengo, spostando l'asse ottica. L'altra direttrice su cui lavorare è l'intertestualità. Una delle tesi non secondarie del libro è che la letteratura è in questo caso storico criminogena. Il lavoro sull'intertestualità è quindi fondamentale. Il numero di citazioni occulte (anche quelle più riconoscibili, di cui una clamorosamente intercettabile nelle prime righe dell'incipit) deve di forza essere altissimo. Tra gli obbiettivi polemici c'è il progetto umanistico veicolato dalla letteratura e dalla lettura incompresa, non meditata e assimilata a fondo, con cui io identifico e colpevolizzo l'occidente sviluppato. Quindi: inserti che ritmino ulteriormente il testo, e inserti che non siano miei o, al massimo, che io modifico appositamente.
Per ampliare le prospettive della riscrittura ed evidenziare il lavoro da compiere su un testo che (quanto a me) è complesso (mentre sembra lineare, scorre, è semplice da leggere), pubblico di seguito uno straordinario saggio di Andrea Severi sull'intertestualità umanistica: la macchina del testo funziona così, il cuore funziona altrimenti. Qui siamo in un'officina che si occupa e del cuore e della macchina. L'intervento a seguire è il macchinico del testo, la messa a punto, i segreti della scocca, del motore, l'albero a camme da regolare.



Le metope del romanzo

029-032-m.jpg

Un libro per metope dovrebbe istituire: una apparente linearità di lettura; il racconto di una vicenda mitica. Dove pongo le metope del romanzo? Sul frontone del Tempio Umano. La vicenda sembra lineare e non può esserlo: è un'esistenza intera, ed essa coinvolge esistenze intere. La vicenda per metope fa compiere salti in modo che la linearità sia mimata, ma non sia affatto linearità. x2.jpgQuanto al mito, si tratta di realtà: non c'è mito, qui - c'è l'ingiustizia di una nemesi che colpisce chi non ha commesso la colpa tragica, l'eroismo che diserta il protagonista, che finge sempre di essere un eroe tragico e non lo è mai.
E, per chi ha occhi per vedere, la struttura è esattamente ciò che fu come riappare dopo un tempo infinito. Il modello esplicito è architettonico ed è l'Altare di Pergamo al Pergamon Museum di Berlino. La stanza dedicata all'Altare è immensa e bianchissima. Il frontone esorbita dall'altare: è un fregio lunghissimo, le metope sono isolate, attaccate in linea orizzontale alle tre pareti della stanza che ne permettono l'esposizione, a destra, di fronte e a sinistra dell'altare stesso. Sono metope isolate, resti ritrovati, non collocabili nel corpo architettonico. L'audioguida non guida affatto, si stenta a comprendere il disegno generale. Ciò accade se le metope fanno parte di una storia che si credeva conosciuta e invece non lo è affatto: esattamente la situazione del romanzo. La battaglia tra dèi e titani là, mentre qui è la battaglia tra un uomo "di un'altra specie umana" e gli umani. Là, l'altare era dedicato a Zeus; qui, l'altare è dedicato all'uomo che non maledice, ma è maledetto (come prescrive il Talmud). Là, la classicità che fonda il progetto umanistico; qui, i danni del progetto umanistico, i danni estremi, la sua naturale e per secoli progettata conclusione.



A chiusura del romanzo: il senso di fallimento

x2.jpgIl romanzo è terminato. Ora comincia la seconda stesura. L'impianto, a mio avviso regge. E dunque?
E' il fallimento.
Questo momento in cui tutto è sbagliato, la scrittura è inadeguata, l'obbiettivo è mancato, l'incidenza del testo sulla realtà risulterà minima, il lettore non abbraccerà l'autore nel nucleo invisibile dell'immaginario, individuale e collettivo, che dilaga nella sua immane potenza, i protocolli non sono stati rispettati. Ho sbagliato. Sono andato oltre o sono rimasto al di qua. Non ho sfondato la barriera delle parole, non ho raggiunto il silenzio. Le citazioni so