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	<title>G I U S E P P E   G E N N A</title>
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		<title>LA VITA AI TEMPI DELL&#8217;IMPERO</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 10:29:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per la cura di Francesca Borrelli, il manifesto ha pubblicato e sta tuttora pubblicando una serie di racconti d&#8217;autore, che vertono sullo stato attuale della nazione: una sorta di narrativa antropologica ma non per questo meno fantastica dell&#8217;usuale. La serie di racconti è titolata &#8220;Derive italiane&#8221; ed è illustrata dagli splendidi collage fotografici di Gianfranco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/08/vitaimpero.jpg" alt="" title="vitaimpero" width="301" height="81" class="alignleft size-full wp-image-2704" hspace=5 vspace=1 />Per la cura di Francesca Borrelli, il <strong><a href="http://www.ilmanifesto.it">manifesto </a></strong>ha pubblicato e sta tuttora pubblicando una serie di racconti d&#8217;autore, che vertono sullo stato attuale della nazione: una sorta di narrativa antropologica ma non per questo meno fantastica dell&#8217;usuale. La serie di racconti è titolata &#8220;Derive italiane&#8221; ed è illustrata dagli splendidi collage fotografici di Gianfranco Botto e Roberta Bruno. Ecco, in formato pdf, la pagina del manifesto col mio racconto, pubblicato il 17 agosto scorso. A seguire, il testo leggibile senza effettuare alcun download.</p>
<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/08/pdf_icon21.jpg" alt="" title="pdf_icon2" width="35" height="35" class="alignleft size-full wp-image-2706" hspace=5 /><a href="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/08/GENNA.pdf" target="_blank">Giuseppe Genna &#8211; <strong>LA VITA AI TEMPI DELL&#8217;IMPERO</strong> [3.6M]<br />
La pagina illustrata de &#8216;il manifesto&#8217;</a></p>
<p><strong>LA VITA AI TEMPI DELL&#8217;IMPERO</strong><br />
<em>di Giuseppe Genna</em><br />
Se devi arrivare al luogo della terapia, svolta a destra della immensa piazza dove correre è impossibile. Spezzata, diffranta piazza: ha eletto il marciume a sua natura seconda, uno strato di scaglie plastiche e organiche tra ricordi di aiuola. C’è una scuola verso l’angolo con Pellegrino Rossi. Davanti sono schierati i militari che il sindaco richiese, le tute mimetiche, i baschi scuri, l’indolenza di una foga trattenuta. Si tengono lontani oramai gli egiziani, i marocchi, anche i turchi.<br />
La piazza è gremita, interrotta dalle rotaie dei tram lunghi e verdi, acquistati da una controllata Fiat, deragliano spesso, molti feriti a Milano per i tram che sono deragliati da quando sono entrati in funzione. Una strada verticale attraversa e si spegne nella piazza stessa al passaggio pedonale, verso la buca della metropolitana, da cui soffia un vento caldo e carico di polvere chimica. I giornali free press, invecchiati in poche ore, pagine calpestate nella fretta da centinaia di persone, stanno ingricciati tra dente e dente della griglia orizzontale gialla per lo scolo dell’acqua al termine della scalinata di granito della linea tre, la gialla.<br />
Si prende per la pista piatta e sconnessa di Pellegrino Rossi. Passava di qui un tram, quattro binari sulla sinistra della carreggiata puntando verso fuori città. Hanno seppellito con l’asfalto quei binari rugginosi, nemmeno li hanno estratti dalla loro sede, per allargare via Pellegrino Rossi, e dopo un anno emergevano pezzi di rotaia ossidata arancione, a passare in moto si scivola, si muore.<br />
<span id="more-2702"></span>Hanno ricostruito tutto, abbattendo tutto. Il centro polifunzionale policolorato Virgin. Sulla destra sono crollate le case svuotate, malsicure, l’odore di coniglio bollito e carne in umido ormai impregnava le pareti, le scale emanavano un vapore di stantio e minerale. Abbattute da giganteschi rostri, macchine che scagliavano enormi piombi sferici, le facciate come volti tumorati, sfondati da un carcinoma, da un’esplosione ossea: non dall’esterno, ma dall’interno.<br />
Vado verso il neurolaboratorio, ad Affori, l’ultimo quartiere, superata la svolta verso piazzale Dèrgano.<br />
In piazzale Dèrgano ero stato anni prima. Tutto era carbonato e umido lì. Stracci pesanti di acqua, non strizzati, attaccati a fili della biancheria corrosi nella plastica, arrugginiti nel ferro interno, pendevano dai balconi di ferro, la graniglia povera commista alla vernice della muratura, le mollette in legno consunto.<br />
Là avevano sparato a un uomo.<br />
Lo avevo visto riverso, tutto attorno era una realtà rallentata, il colpo – dicevano – era stato secco, rauco, una tosse. La polizia stazionava lì, gli stivali opachi dell’ufficiale alto, il numero fittissimo di randagi affacciati in cerchio per scorgere lo scanalare del sangue, a sorpresa scurissimo e mucoso, sull’asfalto di piazza Dèrgano.</p>
<p>Il luogo della terapia è una piccola casa al centro della corte in un palazzo di ringhiera, non distante dall’ex nosocomio psichiatrico Paolo Pini, dove alla madre di mia madre praticarono cinquantasei sedute di terapia elettroconvulsivante, gli elettrochoc che la condussero al suicidio. L’accademia della sua morte di esausta. La terapia elettroconvulsivante sta per essere reintrodotta a Guardia Seconda, presso il Policlinico: si sappia.<br />
La piccola casa è adibita a terapie sperimentali. Sono terapie che tentano di ridurre l’assunzione di farmaci, l’opposto delle ricerche condotte dalle multinazionali. E tuttavia gli psichiatri e le psichiatre del centro firmano ricette per farmaci di seconda, terza, quarta generazione (i ricaptatori noradrenalinici, li si può prescrivere per un anno al massimo, gli effetti collaterali inducono sospetti, il mal di testa grigio colpisce il 10% dei soggetti). I pazienti non tollerano l’impatto con le terapie di avanguardia. Sono colpiti da delirium tremens, a volte, da orticarie giganti, da febbri costanti.<br />
E si distribuisce metadone pure. Si fa da SERT. Allora c’è la fila dei nuovi tossici.<br />
I nuovi tossici milanesi io non credevo esistessero in questo modo. Sono universitari della Bicocca, della Bocconi, quadri, manager, gente del terziario e però anche bulli da discoteca, gente che sta in officina o in cantiere – questa dittatura del proletariato che annulla ogni differenza di classe e invera il suo opposto, che è comunque dittatura di un proletariato.<br />
Entra nella stanza dove collaboro io una ragazza alta e pallida, fuori fa freddo, lei si è levata ogni abito fino alla maglietta. Controllo: non buchi sulle braccia. Il suo sguardo, intristito o etilico, comunque svuotato o internato, incarcerato in un’interiorità non qualificabile, è ciò che tento di studiare abolendo le differenze tra me e lei, tentando di vibrare insieme a lei, il suo minuscolo inarrivabile sisma psichico: esistenziale.<br />
Io sono qui per collaborare con i terapeuti, sotto la supervisione rigorosa degli addetti responsabili. Un umanista che si trova in mezzo alla città delle alte torri calcaree che crollano, le torri che Sigmund Freud e i suoi figli putativi per un secolo avevano eretto – quella città della speranza già malata.<br />
“E’ perché stanno ai piedi”<br />
“Cosa?” domando, mi scuoto dal torpore dell’empatia e della fantasticheria.<br />
“I buchi. Lei stava cercando i buchi”.<br />
“Dammi del ‘tu’, per favore”. E’ perché mi sento coetaneo, ma non è vero: io sono un quarantenne, la ragazza ha vent’anni appena.<br />
“Stanno nei piedi, perché nessuno così li vede”.<br />
“Lo so”. Lo so: si fanno in casa, da soli, vivono con i genitori e si chiudono nella stanzetta, per chi ha anche soltanto visto i Settanta, per chi giocando a pallone osservava i gruppi in circolo di tossici ai giardini mentre scaldavano con la fiamma dell’accendino sotto la scatoletta del Saridon – è incomprensibile che questi ragazzini si facciano da soli. Lo speedball che si procurano, coca o anfe con ero. Cosa piace?, cosa conduce a un’onda depressiva commista all’eccitante?, cosa li trascina da dietro la Centrale alla camera dove iniettano nel piede? Soli&#8230;<br />
“Non sento niente. Non è che ne voglio uscire, ma voglio uscirne”.<br />
Dicono sì e dicono no: contemporaneamente.<br />
L’aumento delle patologie legate al borderline, la semipsicosi al limite della personalità multipla, ha subìto un’accelerazione impressionante in questi anni.<br />
Alle risorse umane delle aziende, quando ancora assumevano, prima della crisi finale, sceglievano spontaneamente e senza accorgersene i candidati più borderline: deboli nell’identità, davano tutto sul lavoro, distruggevano il microclima dell’ufficio, confliggevano, era un disastro.<br />
Che cos’è politico, oggi?<br />
Dove ruota il disgregamento?<br />
Dove si trova il ciclo senza fine dell’invenzione, dell’idea e dell’azione?<br />
La fine di tutto il nostro esplorare&#8230;<br />
“Il corpo, non lo sento. Vado con ragazzi e ragazze, non lo sento”.<br />
“Non stiamo facendo psicoterapia” dico. “Non parlarne, se non vuoi”.<br />
“E’ indifferente. Non sento niente, nemmeno questo che sto dicendo. Ci sei tu lì davanti a me, non lo sento”.<br />
La materia è diventata la nostra idea. La teodicea del banale, la difesa delle bave umanistiche.<br />
“Tu non puoi capire. Noi amiche ce lo diciamo. Non sentiamo. Ci lecchiamo. E’ indifferente. Tu sei lì che ascolti, io sono là che guardo. Non si sente niente. Coi ragazzi è uguale. La fine delle serate: è uguale”.<br />
Alzatevi, andate: leccatevi l’un l’altro. Le notti fosforescenti, le notti dell’impero di occidente.<br />
“Non puoi capire. Senso del futuro. Che domanda del cazzo&#8230;”<br />
E’ bella, lievemente sciupata, sotto gli zigomi. Sarebbe recuperabile: sì, recuperabile a cosa? Ecco la Dea Normalità, alla cui presenza invisibile la mia generazione è stata abituata nella fascia prenatale. Il feticcio della generazione metropolitana che ci precedette. “Non immagini un futuro? Figli? Lavorare?”<br />
Tace. Lievemente imbronciata, solleva le mie stanche capacità di eccitarmi per qualcosa. Vorrei trasmetterle carne, vorrei inoculare in lei sperma sterile, vorrei scuoterle il gomito e slogarlo contro il muro. Lasciare la bava della mia generazione sulla sua schiena che non potrà comprendere&#8230;<br />
“Se mi dicono domani di andare in Australia, ci vado. Non c’è qualcosa di preciso, non so, non penso al domani. Quando mi faccio, forse, non penso, ma magari penso anche al domani”.<br />
La nuova generazione italiana si esprime quotidiamente con un lessico medio di 500 termini. Il resto è: puntini di sospensione, avverbi, treni di parole, gesti extraverbali. Lei agita le mani.<br />
Io tremo la mattina, in ansia, nel sisma, non avverto la terra sotto i miei piedi, la pavimentazione non esiste più, tremo per la crisi. Sono scosso dalla mia povertà futura. Sono precario da quando lavoro, da ventidue anni&#8230; Io&#8230; Io&#8230; E la ragazza che sta pronunciando parole come immersa in un liquore brunito, denso: “&#8230; che il senso del futuro è una stronzata. Quali sogni?”<br />
Dove è la cittadella del potere da assediare? Dove noi, se mi guardo attorno nel sisma del futuro, assalito dagli spettri? Noi non ci siamo, siamo inesistiti, introiettammo la borghesia mangiandola.<br />
All’improvviso entra R.: è la psichiatra che fa la volontaria ogni domenica. La ragazza che ho davanti la osserva svuotata. Uomini vuoti, svuotati, che siamo&#8230; Sta urlando, R., io non capisco, sta urlando di venire, venire a vedere, la televisione, è gravissimo, io mi alzo, è tutto rallentato e convulso al contempo.<br />
La ragazza è abbandonata. Sembra indifferente all’abbandono, ma non lo è: la radice nera, lo so, è l’abbandono – un abbandono infertole prima ancora che iniziasse.<br />
La sindrome universale, planetaria.<br />
Vado alla sala comune dei terapeuti, il televisore è acceso, Silvio Berlusconi è pallido, è buio, è allungato nel volto cavallino, è il Padre di Tutti, ha la bocca rotta, sanguinante, Nosferatu contrario, ineludibile, su qualunque canale televisivo, chiunque sta avvertendo pietà per Silvio Berlusconi, l’Uomo Colpito: da cosa? Si alza, spalanca la pesante portiera blindata dell’auto, la body guard tenta di coprirlo, ha lo sguardo assente, fuori di sé, spiritato, è il piccolo Dioniso dei misteri brianzoli, è assurto a re ed eccolo colorato di sangue shakesperiano. “Shakespeariano” non significa nulla, oggi. E’ in mezzo alla folla, c’è confusione, è piazza Duomo a Milano, ha i denti rotti, gli incisivi scheggiati e il labbro lacero, spalanca le braccia, mostra a chiunque che è salvo, con un gesto cristico. “Cristico” è un aggettivo privo di senso, oggi.<br />
E’ lui.<br />
Tutto è lui e lui è tutto. Ha occupato tutto: qualunque simbolo, qualunque gesto, ogni accadimento, passato presente e futuro, ogni falsificazione e qualunque certificazione di verità, la regola e la normalità e l’illegalità e il terrore e l’assenza di terrore. Ha portato a termine il progetto rivoluzionario, capovolgendolo.<br />
E’ la Carne del Buon Nonno: ecco la sua fragilità mortale. Empatizzano tutti. In un film su Hitler, La caduta, interpretato dall’attore tedesco Bruno Ganz, indugia il regista col primo piano della mano che trema per il Parkinson, la mano di Adolf Hitler: ecco l’oltraggio, ciò rende empatico chi ha tentato di distruggere l’empatia in toto.<br />
E noi? Io, gli psichiatri, la ragazza dello speedball? Dove siamo? Non siamo nel luogo dove si tenta di ricostruire l’empatia?<br />
Quale atto è l’atto politico? Chi ha ferito Silvio Berlusconi oppure le braccia aperte mentre sanguina di Silvio Berlusconi?<br />
Perché assistiamo? Perché, ancora una volta, gli occhi svuotati davanti allo speedball “schermo”?<br />
Perché la sensazione disperata della domanda: e ora cosa facciamo? Quale punizione ci capiterà?<br />
Verrà accertato che il quarantenne feritore del premier è sotto terapia psicofarmacologica, viene seguito in un centro come quello dove collaboro io. Il quarantenne feritore invierà subito le scuse al premier che ha sfregiato: chiederà: “Scusami”.<br />
O mia generazione, tra le perdute dei secoli tu sei la pallida – la tua violenza ti spaventa e il padre non ti perdona. Strappa il tuo cuore, nelle buche della terra nasconditi.<br />
Fora l’occidente l’impero che transita di qui.</p>
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		<title>Mario Benedetti: da UMANA GLORIA</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 17:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testi]]></category>

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		<description><![CDATA[Passi lontani, bambini crespi nell’aria forte, il piccolo gelo delle mani tenute vicine a prendersi. Oh inverno. Nel freddo, il sigaro di Vanni, l’erba bianca e dura, giocare. Abbiamo imparato nelle nostre case il modo di mangiare. I tetti, quei tetti mi dicevano che io ero i miei occhi e non altri. Nel freddo, adesso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2698" title="mariobenedetti" src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/08/mariobenedetti.jpg" alt="" width="250" height="188" /></p>
<p>Passi lontani, bambini crespi nell’aria forte,<br />
il piccolo gelo delle mani tenute vicine a prendersi. Oh inverno.</p>
<p>Nel freddo, il sigaro di Vanni, l’erba bianca e dura, giocare.</p>
<p>Abbiamo imparato nelle nostre case il modo di mangiare.<br />
I tetti, quei tetti mi dicevano che io ero i miei occhi e non altri.</p>
<p>Nel freddo, adesso, ho un po’ di febbre e qui da solo…</p>
<p>Una volta sono venute le luci prima di dormire e c’era la nonna.<br />
C’era la legna da preparare per il carbone e Ernesta<br />
doveva scendere alla locanda a comprare il toscano.<br />
<em>La jarbe jenfri i claps sul ôr de strade.</em><br />
L’erba tra i sassi sull’orlo della strada.<br />
La piccola staccionata.<br />
Noi non possiamo scendere più così.</p>
<p>Servirebbe guardare da lontano, pensare che si guarda.</p>
<p>Pieno un pomeriggio di dormiveglia voglio stare.</p>
<p>Stare con le nuvole ferme come una cosa bianca delle montagne.</p>
<p>In una finestra si ricorda il vento tra le foglie.</p>
<p>“Mi dici che non vieni e così penso<br />
se anche verrai non ti dirò niente<br />
ma se non parlerò tu capirai<br />
che non ti voglio”.</p>
<p>Era una che diventava una. Oh inverno.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Don DeLillo: PUNTO OMEGA</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jul 2010 08:43:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri visti]]></category>
		<category><![CDATA[Don DeLillo]]></category>
		<category><![CDATA[einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Punto Omega]]></category>

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		<description><![CDATA[Sul supplemento letterario del &#8220;New York Times&#8221;, il non eccezionale narratore Geoff Dyer (di cui intendo ricordare unicamente lo splendido Natura morta con custodia di sax, edito in Italia per i tipi Instar) esprime una considerazione che, da quanto si legge in Rete e su carta, sono in molti a ritenere corretta: e cioè che, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788806202590/delillo-don/punto-omega.html" target="_blank"><img alt="point_omega.jpg" src="http://www.carmillaonline.com/archives/point_omega.jpg" width="110" height="175" border="0" hspace=5 vspace=1 align=left /></a>Sul supplemento letterario del &#8220;New York Times&#8221;, il non eccezionale narratore Geoff Dyer (di cui intendo ricordare unicamente lo splendido <b>Natura morta con custodia di sax</b>, edito in Italia per i tipi Instar) <a href="http://www.nytimes.com/2010/02/07/books/review/Dyer-t.html" target="_blank">esprime una considerazione</a> che, da quanto si legge in Rete e su carta, sono in molti a ritenere corretta: e cioè che, dopo l’esplosione paraepica di <b>Underworld</b>, uno dei pesi massimi del romanzo americano fin de XX siècle, Don DeLillo è andato sgonfiandosi, depotenziandosi, deludendo, con libri minuscoli troppo autoreferenziati, densi di metalivelli evitabili, come <b>Cosmopolis</b>, che Dyer definisce “un alto-concettuale auto-karaoke”, mentre il precedente <b>Body art</b> era un calando già preoccupante. Come si faceva a scuola, nei temi, dopo avere comperato il quinterno a righe, tenterò di smentire il giudizio critico di Geoff Dyer: utilizzando cioè la premessa del “Secondo me”. E’ dalla quinta elementare che non facevo così, ma a ciò devo ridurmi per definire, in via del tutto personale, <img alt="frecciabr.gif" src="http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif" width="9" height="9" border="0" align="baseline" /> <a href="http://www.ibs.it/code/9788806202590/delillo-don/punto-omega.html" target="_blank"><b>Punto omega</b></a> (Einaudi, allo spropositato prezzo di 18.50 euro per 118 pagine&#8230;), il più recente romanzo firmato Don DeLillo.<br />
<span id="more-2687"></span><img alt="delillopo.jpg" src="http://www.carmillaonline.com/archives/delillopo.jpg" width="280" height="188" border="1" hspace=5 vspace=1 align=right />Anzitutto proverò a mostrare cosa e come credo DeLillo stia creando nel XXI secolo in àmbito letterario – il che significa: mostrando come Dyer &#038; co. proprio non abbiano compreso cosa sia stato DeLillo fino ad <b>Underworld</b>, durante <b>Underworld </b>e dopo <b>Underworld</b>.<br />
Tento quindi, in modalità relativista, l’anatomia di un capolavoro che rischia di rimanere incompreso o, se compreso davvero, scartato per impossibilità di “stare” nella sua onda intensa. Questo è un romanzo sull’autoconsapevolezza, sulla coscienza che sperimenta nuda se stessa – e non è certo questo il tempo per esercizi del genere, che vengono definiti “filosofici” come minimo, oppure sono allontanati dal cerchio magico della narrazione, quando a mio parere ne sono proprio il punto centrale.</p>
<p><b>Una necessaria premessa</b></p>
<p>Che cos’è il <i>Punto Omega </i>che dà il titolo al romanzo di DeLillo? Esattamente come non è possibile comprendere <b>Body Art</b> a prescindere dalle nozioni di “corpo” e di “arte” oppure capire <b>Cosmpolis </b>ignorando l’idea di “cosmo” e di “metropoli” e il riferimento a <i>Metropolis</i>, così non si può recepire nulla di <b>Punto omega </b>senza sapere che l’espressione è una singolarità finale che il filosofo Teilhard de Chardin pone come compimento dell’evoluzione coscienziale da cui, secondo questo teorico spiritualista, il cosmo è emerso e tornerà a trascendersi. Alcuni attributi dell’<i>Omega Point </i>di Teilhard de Chardin saranno utili a circostanziare parte della parabola narrativa allestita da DeLillo: poiché la coscienza <i>è</i>, essa è sempre esistita, anche se magari in stato potenziale, e quindi a maggior ragione nel suo acme che compie la coscienza stessa, il quale acme è appunto <i>Omega point</i>; esso non è astratto, ma personale, è la persona che si trascende, riconoscendosi come pura coscienza; raggiunto questo stadio di autoconsapevolezza, non si torna indietro, così come non si disimpara mai ad andare in bicicletta una volta appreso come si fa; è al di là dello spazio e del tempo anche se può crollare nella manifestazione spaziotemporale; è esterno, o meglio è trascendente rispetto a qualsiasi universo, costituendone il punto iniziale, anche se l’espressione è inadeguata, poiché <i>Omega Point </i>è in piena indipendenza da spazio e tempo, che sono sue manifestazioni.<br />
Ora, scrivere un romanzo intorno a questo &#8220;tema&#8221;, bene o male, significa <i>non scrivere un romanzo </i>– o, perlomeno, non farlo secondo una poetica tradizionale in cui iscriviamo il racconto di storie come momento mitico che compie una comunità. Piuttosto, si tratta di raccontare come un momento mitico possa essere un <i>momento</i>, ovvero <i>cosa sia un momento.</i> Non si tratta di ragionarci sopra in termini filosofici, poiché DeLillo è un narratore. E’ come circondare un vuoto, tentare di sagomarlo o emblematizzarlo, rendere l’inspiegabile come puro inspiegabile e ciò che trascende il linguaggio farlo percepire come al di là del linguaggio. Quando ci si impegna in una simile poetica che possiamo definire “del grado zero del racconto”, il fine non è quello di trascendere la Storia – sarebbe sbagliato riguardare in questo modo a questo nobile tentativo di condensare la narrazione avendo in essa una fede abnorme: che è quella della letteratura in quanto medium veicolare, arte che conduce più dentro che mai ai linguaggi, fino a spostare tutto fuori da ogni linguaggio. Non c’è sfiducia nella narrazione, qui. C’è un’immensa fede a un compito che, solitamente, è più proprio della poesia che del romanzo. Narrazioni simili sono sempre esistite e non sono riportabili all’epoca in cui si manifestano. Che siano l’Odradek di Kafka o l’Orfeo di Apollonio Rodio, il Bartleby di Melville o la Katje di Pynchon, l’Austerlitz di Sebald o il Pym di Poe, il Daniel clone di Houellebecq o il Gilliat di Hugo, lo scrittore pomeridiano di Handke o il Carlo di Pasolini – la letteratura esonda di questi personaggi che possono esistere o non esistere, ma il cui impatto potentissimo è che <i>si sente che sono.</i> E sono coscienza, anzitutto – nuda coscienza, che osserva i fatti o li vive con un attaccamento in cui penetra un progressivo distacco, il che non li separa dal mondo eppure li separa dal mondo: Odradek è <i>nel </i>mondo ma non è <i>del </i>mondo. Sono figure cristiche? No, sono incarnazioni della coscienza, sono tutti <i>Punti omega</i>, che esistono qui ma sono al di là dell’universo che esiste. <b>Punto omega </b>di DeLillo è un romanzo che si iscrive in questa tradizione. Tale tradizione, che ad alcuni potrà apparire il momento in cui la narrativa si sfibra per mancanza di lingua e di impeto poietico, è una linea perpetua che indica (non realizza!) un trascendimento e si dà il compito di urlare sottovoce tutta la <i>potenza di essere.</i> A farne le spese è quello che si chiama plot, trama, andamento sinfonico, racconto. Ciò non indica alcun prevalere di una poetica su un’altra – da un lato chi apprezza il raccontare che si distende e diviene veritativo in un allargamento; dall’altro chi sta nel punto, concentrato, apparentemente distaccato e freddo, gravemente meditabondo. Giovanni Bellini contro Mark Rothko: ha senso porre una simile e idiotissima questione? No, per l&#8217;appunto. E’ tuttora questione di gusto e di prospettiva e di tipologia di lavoro su se stessi che la narrazione implica e a cui essa veicola, sia per lo scrittore sia per il lettore.</p>
<p><b>DeLillo rules</b></p>
<p>A questo punto, va detto come è fatto <b>Punto omega </b>di Don DeLillo: è fatto come un fotogramma in una pellicola. C’è una prima sezione, minima, vuota, lo stacco temporale, il momento in cui dal frame precedente si passa al nuovo e si ha, così, l’illusione del movimento. Poi c’è una più ampia immagine, estesa, ma immobile, fermissima nonostante faccia parte di un movimento che dà l’illusione di un flusso, impercepita in quanto immagine fissa perché lo sguardo vede il movimento e non i singoli frame. Infine il fotogramma si chiude con la nuova cesura: un niente che anticipa il frame successivo.<br />
<object width="240" height="192"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/I1jkoMfPa40&amp;hl=it_IT&amp;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/I1jkoMfPa40&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="240" height="192" hspace=5 vspace=1 align=right></embed></object>La metafora è calzante. Nello straordinario prologo c’è un uomo ridotto a sguardo, che assiste a una installazione del videoartista Douglas Gordon, <i>24 Hour Psycho</i>: su uno schermo al centro di una stanza di un museo d’arte contemporanea viene proiettato <i>Psycho </i>di Hitchcock, alla velocità di due frame al secondo, in modo che il film duri esattamente 24 ore. Tutto si dilata all’estremo, in questo improponibile lavoro sul tempo e la percezione e la rappresentazione e lo spazio. L&#8217;attenzione coglie tutto. Lo sguardo vede ogni cosa. La bocca spalancata, urla, i rivoli di acqua della doccia. Ogni elemento è in risalto. Tutto si connette a tutto.</p>
<blockquote><p>“Cominciò a pensare alla relazione fra una cosa e l’altra. Quel film e la pellicola originale avevano la stessa relazione che c’era tra la pellicola originale e l’esperienza vissuta realmente. Quello era lo scostamento dallo scostamento. Il film originale era finzione, quello era vero.”</p></blockquote>
<p>E a un dato punto, nella sala della proiezione, mentre l’uomo che guarda è dietro lo schermo e osserva il film <i>dal lato sbagliato</i>, entrano un anziano e un giovane, forse un docente universitario col suo assistente. Resistono poco, se ne vanno annoiati. Qui, DeLillo stacca.<br />
Inizia l&#8217;immagine del grande frame.<br />
Quei due uomini non c’entravano nulla con il mondo accademico. C’è il più vecchio, Elster, esperto del Pentagono, consulente per il conflitto in Iraq (valutatore di rischi: una reminiscenza della professione prediletta nella narrativa di DeLillo), un uomo stanco che ha abbandonato il Pentagono e l’esistenza metropolitana, per ritirarsi in pieno deserto, in una baracca di alluminio, una casa disossata, immobile in uno scenario immanemente immobile. Il giovane è invece un regista, Jim, desideroso di girare un lungometraggio con Elster che racconta, a ruota libera: soltanto Elster e un muro dietro. E cosa può raccontarci Elster? Del mondo – davvero, di <i>tutto </i>il mondo. Se non si comprende questo, sfugge totalmente il punto di <b>Punto omega</b>, nemmeno si arriva all’alfa, figurarsi se si raggiunge l’omega.<br />
Elster è Colui Che Sa e che però non ha più voglia di apprendere, poiché sa già tutto. Può parlare della guerra, del tempo, della verità, degli astri, del rischio, del pieno e del vuoto, della metropoli e dello spazio desertificato, della moglie e della figlia, del matrimonio e del divorzio, della gioventù e della vecchiaia, della gioia e della nausea, della vita e della morte, dell&#8217;assedio, della conquista, della polvere, di altri e più lontani e sanguinosi deserti. Si potrebbe andare avanti all’infinito. Questo soggetto, Elster, è universale.<br />
Le giornate passano non monotone, ma addirittura metafisiche.<br />
Jim viene da New York, il deserto è californiano, oltre San Diego, ed Elster è ovunque con la sua silenziosa presenza che puntella con sentenze orfiche, al limite del grottesco o dello sfiatato, se non si mantiene alta la fiducia nel narratore:<br />
<blockquote> “– Vogliamo essere la materia inerte che eravamo un tempo. Siamo l&#8217;ultimo miliardesimo di secondo nell’evoluzione della materia. Da studente andavo alla ricerca di idee radicali. Scienziati, teologi, leggevo gli scritti dei mistici dei vari secoli, ero una mente famelica, una mente pura. Riempivo quaderni con le mie versioni della filosofia mondiale. E oggi eccoci qua. Non facciamo che inventare leggende popolari sulla fine. La diffusione di malattie animali, tumori contagiosi. Che altro?<br />
– Il clima, – dissi io.<br />
– Il clima.<br />
– L’asteroide, – dissi.<br />
– L’asteroide, il meteorite. Che altro?”</p></blockquote>
<p>E anche:<br />
<blockquote>“– Il tempo che si sgretola. Ecco cosa sento qui. Il tempo che lentamente invecchia. Diventa vecchissimo. Non giorno dopo giorno. Si tratta di un tempo profondo, tempo epocale. Le nostre vite che si ritirano nel lungo passato. Ecco cosa c’è qui. Il deserto del pleistocene, la legge dell’estinzione.”</p></blockquote>
<p>Mentre è evidente che, a ogni pagina, a ogni voltare pagina precisamente, stiamo rivivendo l’installazione di Doug Gordon, ecco che arriva Jessie, la figlia di Elster.<br />
Si instaura un clima saturo di un eros estenuato.<br />
La figlia di Elster scompare.<br />
Vengono chiamate in soccorso le autorità. Partono le ricerche.<br />
E&#8217; ritrovato un coltello. C&#8217;è sangue secco, sulla lama. Il corpo non si trova, né vivente né cadavere.<br />
Elster collassa come una supernova, si raggrincia come una mummia, è come se fosse morto.<br />
Jim si avventura nel deserto, verso il punto in cui è stato rinvenuto il coltello, si muove a bordo dell’auto coperta di polvere di criosoto, un viaggio alla McCarthy rallentato a due frame al secondo. Si inocula nel luogo arcaico, Jim: tra calanchi che richiamano possenti movimenti tellurici risalenti a ere addietro, abbacinato dal sole, in un labiritno di massi e stratificazioni geologiche, perde la cognizione di dove sia la macchina, è l’inferno, sente che qui, perduto, abbandonato, al centro del deserto, sente che sarà perduto, che morirà, perché ci è venuto?, dov’è la macchina?, come tornare indietro?, finché il silenzio assoluto lo porta a una immobilità vastissima e avviluppante, a sentire il nulla, sì, “ma un nulla che <i>era</i>”.<br />
Ecco il punto, dunque. Un percorso dantesco in due pagine e mezzo, proprio la descrizione di un antinferno e poi un inferno e poi il buco nero che non può essere il nulla: il non essere non è. Soltanto per analogia possiamo sentircelo raccontare, in modi sghembi, in modi che non coincidono col romanzo classico – come il poema di Parmenide, che è una narrazione, o il <b>Sofista </b>di Platone, che è una narrazione, o lo <b>Zarathustra </b>di Nietzsche, che è una narrazione, o <b>La terra desolata </b>di Eliot, che è una narrazione.<br />
Scomparsa nel nulla, la figlia riapparirà? Qui, DeLillo stacca nuovamente.<br />
Siamo allo spazio tra frame e frame.<br />
E si torna nell’anonimato (<i>Anonimato 1</i> e <i>Anonimato 2 </i>sono i titoli di prologo e appendice). Di nuovo davanti all’installazione di <i>Psycho 24h</i>. Ancora lo sguardo: quell’uomo che chiaramente è e non è lo scrittore, il DeLillo in carne e ossa, un DeLillo immaginale, un niente che niente non è, è pur sempre un qualcosa. Si apre un incontro. Arriva una donna.<br />
L’installazione, come il film, termina. Il libro no. Si spalanca la possibilità di amore, vita, rifiuto, movimento – ma ormai non si può recedere dalla grave consapevolezza che il tempo esiste ma anche <i>è</i>: il che significa che non è più tempo, il mondo scolpito come una metopa universale, come un indefinito frame tra due stacchi la cui natura non è essere nulla, bensì l’abisso apparentemente silenzioso da cui può emergere ogni universo, il silenzio inorganico delle pietre così come il flusso ematico di una ragazza uccisa in mezzo a un deserto.</p>
<p><b>Rewinding DeLillo</b></p>
<p><b>Punto omega</b> rappresenta uno dei quadri di una personale di DeLillo – quadri narrativi. Se escludiamo il fallimento di <b>Falling man</b>, laddove l’uomo che cadeva era DeLillo stesso, <b>Body Art </b>e <b>Cosmopolis </b>sono da mettersi in relazione con questo ultimo lavoro – forse il più profondo dei tre, anche se probabilmente non si tratta di una trilogia, bensì di una serie che non è dato sapere quando DeLillo interromperà.<br />
E di cosa aveva scritto, del resto, DeLillo, in precedenza? Certo: della paranoia, della contemporaneità, del popolare trasformatosi in cultura di massa che è una cultura, della relatività e dei tempi, del sogno e incubo detti America. Di molte, certo, <i>cose. </i>Davvero?<br />
Inviterei gli amanti del complotto labirintico di <b>Libra </b>o dei settarismi esoterici de <b>I nomi </b>o dei sofismi da quarterback e avatar in <b>End Zone </b>o del terrore letterale in <b>Mao II </b>– inviterei i fan del cosiddetto “vecchio DeLillo” a misurare se già in quei lavori (e specialmente in <b>Great Jones Street</b>) i capitoli non fossero già dopotutto una molteplicità di <i>Punti omega </i>aggregati da un racconto esibito come finzione palese. Così come inviterei chi ha scambiato <b>Underworld </b>per un’opera à la Balzac a rileggere il tomone e a domandarsi se esso stesso non fosse una macroscopica installazione di un <b>Punto omega </b>interlacciato a un altro <b>Punto omega</b>, quasi ad infinitum, fino al terminale “Peace”, in evidente allusione allo “Shantih” di Eliot.<br />
Don DeLillo è “secondo me” lo scrittore che conduce la linea poetica della <i>narrazione a grado zero </i>oltre il XX secolo, imponendola come imprescindibile elemento della nostra contemporaneità – accanto a molte altre tradizioni e poetiche, il cui futuro non sappiamo quanto è certo, in senso letterario. Ciò costituisce un punto a favore della narrazione coscienziale di cui DeLillo è il più recente esponente, il monaco laico o il rinunciatario che appartiene a una lunga catena di scrittori, che vanno da Lascaux a Villon allo Shakespeare del <b>Racconto d’inverno </b>fino a Beckett, a Wallace Stevens, a Celan. E’ quella letteratura che, ovunque e in qualunque epoca, è in grado di situare il <i>fenomeno umano </i>– espressione, questa, che tra l’altro è il titolo del libro in cui appare per la prima volta il concetto di <i>Punto omega.</i></p>
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		<title>Alla periferia del Grande Gioco</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 07:59:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testi]]></category>

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		<description><![CDATA[[Questa breve spy story è stata pubblicata dalla rivista Maxim, con illustrazioni di Gianfranco Florio. E' inedita sia su Web sia in libro. gg] Scarica la versione illustrata in pdf [6.5M] La via era stretta, la perpendicolare obliqua di un’arteria squallida e intasata: auto di pendolari sonnolenti sempre, emissioni multiple, il vecchio smog sostituito dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img alt="florio1.jpg" src="http://www.carmillaonline.com/archives/florio1.jpg" width="160" height="217" border="0" hspace=5 vspace=1 align=left /><small>[Questa breve spy story è stata pubblicata dalla rivista <a href="http://www.maxim.it" target="_blank">Maxim</a>, con illustrazioni di <a href="http://gianfrancoflorio.blogspot.com/" target="_blank">Gianfranco Florio</a>. E' inedita sia su Web sia in libro. gg]</small></p>
<p><img alt="frecciabr.gif" src="http://www.carmillaonline.com/archives/frecciabr.gif" width="9" height="9" border="0" align="baseline" /> <a href="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/07/genna_maxim.pdf" target="_blank"><strong>Scarica la versione illustrata in pdf [6.5M]</strong></a></p>
<p>La via era stretta, la perpendicolare obliqua di un’arteria squallida e intasata: auto di pendolari sonnolenti sempre, emissioni multiple, il vecchio smog sostituito dal nuovo, nell’era del metano e del silicio. La palazzina: curva, stile fascista, vernice esterna verdemarcio, quattro piani. Borghese piccola piccola. Piena periferia. Stonate prove di acustica, disarmonici suoni disturbanti dalla parallela alla via, che era chiusa (uno sguardo allarmato nel constatare la parete di marciume e metalli contorti contro cui terminava quel vicolo cieco: presenza di bidoni arrugginiti: tracce di traffici oscuri, chiarissimi a chi osservava: acidi, materiale da discarica abusiva, tossico, inquinante, radioattivo, che decade a millenni da ora). Una discoteca, lì dietro, che occasionalmente era stata monitorata (piaceva ai russi, uno era stato ospitato la notte, dormiva dentro la discoteca, Kolarov si chiamava, uno che trafficava in uranio, trasportava codici di cassette di sicurezza elvetiche che solo lui sapeva, a memoria: la chiave perfetta del globo decadente &#8211; una chiave umana. E lo avevano sorpreso al buio, svegliandolo, i capelli grassi biondi, un ucraino in realtà).<br />
<span id="more-2684"></span>Nessuna portineria.<br />
Due battenti in griglie di alluminio.<br />
Non citofonare.<br />
Tra poco le volanti riempiranno la via, lo stanco ispettore arriverà un poco più tardi, dismesso, lo sappiamo tutti come va, ormai.<br />
Non si può mai sapere come va. Captata la richiesta di intervento alla polizia di Metropolis, chi troverà sulle scale, sulla scena?<br />
Un colpo secco al centro dell’incrocio delle barre di alluminio: si piegano, si spezzano, anche il vetro va in piccoli frantumi, non c’è sangue, è solo una piccola porzione in frantumi. E’ spezzata la serratura, saltata un metro più in là, nell’androne: ombroso, fresco. Un riparo modesto alla periferia di Alphaville.<br />
L’ascensore: legno moganato, il pulsante classico a fianco anni Sessanta, le cifre a segmenti come nei settanta negli orologi al quarzo: quarto piano.<br />
Salire le scale. Lentamente, pesantemente.<br />
Quando sta svoltando nella tromba delle scale a destra in vista del secondo piano, i corpi nell’androne, giù: massaie preoccupate, massaie frenetiche ed eccitate, l’orgasmo dell’omicidio, “Hanno sfondato la porta!”, “L’hanno uccisa senza pietà!”, le banalità delle storie multicolori che roteano attorno alla morte.<br />
Al quarto piano. Ecco la porta, semichiusa. Dovrebbe trattarsi di un bilocale, secondo le indicazioni che gli hanno inviato sul cellulare.<br />
Uno sguardo veloce (ancora non si avvertono le sirene: è un bene).<br />
Un piccolo corridoio, buio: da percorrere.<br />
La cautela innalzata a difesa è una forma di attenzione che fa scattare verso il salto di attacco. L’uomo è un felino, in occasioni ambigue.<br />
Sulla destra: un cucinotto stretto, la luce di latte che stenta a entrare dalla finestra ingrigita da lievi croste di smog. Il bicchiere di acqua non terminato sul tavolo in tek. Piatti, nel lavello finto inox.<br />
Sulla destra: il bagno. Porta chiusa, smerigliata. Nessuno dentro, in quanto buio? Cautela.<br />
Sulla destra: la sala. In realtà: tre letti e la televisione satellitare. Pareti ingiallite, la vernice bianca troppo vecchia per reggere alle usure dei respiri unticci dei clandestini, della grande ruota umana che è girata qui, corpo che sostuiva corpo, lo stesso letto per centinaia di dormienti clandestini.<br />
Dritto sul fondo, finalmente: la stanza finale.<br />
Lei è lì.<br />
Qualcun altro è lì: le massaie orgiastiche chi avranno lasciato a fare la guardia?<br />
Sporgere la testa rapidissimo: un uomo. Settant’anni, forse più. Chino sul letto. Sta toccando la gamba della donna morta. Si sta strusciando la mano sulla cerniera dei pantaloni. Lo sappiamo tutti: sta per.<br />
Entra, deciso.<br />
Il vecchio ha un sussulto, si chiede balbettando se per caso loro della polizia, e poi va a sbattere la nuca contro la parete rivestita di carta arancio e grani bianchi. Si fa male alla testa, si accascia. Incosciente. Non è grave.<br />
<img alt="florio2.jpg" src="http://www.carmillaonline.com/archives/florio2.jpg" width="180" height="591" border="0" hspace=5 vspace=1 align=right />Ecco la donna.<br />
Rivoltarla.<br />
La schiena inarcata naturalmente, schiena di latte. Le natiche, la perfezione della pelle. La lieve peluria.<br />
Rivoltata: è abbagliante. Carne bianchissima. L’anomalia è sul collo.<br />
Ovviamente: è cinese.<br />
Dove avrà messo il filo d’arianna che ci permetterà di uscire da questo labirinto?<br />
Il loro impero è ovunque, nelle strade delle nazioni esaltano il loro anonimo mandarinato.<br />
Le sirene. Clamori dalla strada. Arrivano le volanti.<br />
Il letto, sfatto. Lei: nuda, eterea oltre la bellezza. Questo sogno infranto, i molti pensieri, i giochi sporchi&#8230; Come si dice spesso delle cinesi: una bambola di porcellana. In un giallo si direbbe: la ceramica si è rotta.<br />
La borsa: presa. Aprire i cassetti del mobile vecchio e laccato con cura, le incisioni dorate per conferire un’aura di buona fattezza, di sicurezza illusoria ma permanente.<br />
Nel cassettone: niente.<br />
Nelle pieghe del letto: niente.<br />
Ovunque: niente.<br />
Il livido dello strangolamento sta maturando: grasso, approssimativo, petecchiale.<br />
Accontentarsi della borsa: le volanti si sono fermate con grande stridìo dei freni: all’americana, in piena suburra a Sin City.<br />
Uscire sul pianerottolo, salire verso i solai. Un colpo secco alla porta in legno fragile che porterà sul tetto: infatti, le scale verticali, poche. L’odore di cemento e calce vecchia. Il buio trafitto da polvere a particole, soffocante. L’ultima porta, nuovamente un colpo secco, e quindi è sul tetto incatramato e respira una boccata di aria umida e afosa l’Uomo dei Servizi Italiani.<br />
Si sposta per i tetti, in digradare, saltando infine dietro la barriera di bidoni arrugginiti sospetti (invierà un sms alla sede centrale: non torna nulla in quei bidoni, bisogna controllare i bidoni). Spazio di un largo cavedio lasciato a discarica: erba e rifiuti, plastica. Tra le reti di una branda verticale, dietro fusti rugginosi: gli imbecilli della polizia davanti al portone forzato.<br />
Va verso la discoteca dove avevano beccato Kolarov (la testa del russo che salta, sussulta al colpo di silenziatore, quel tremito, quello scatto pneumatico, come un sisma fatto di un’unica onda, e poi il gorgoglìo, il rilassamento dei muscoli, delle carni, dei cervelli, la testa esplosa come un ribes schiacciato&#8230;)<br />
La borsa della cinese. “Ti prego, fa’ che&#8230;”<br />
Trovato!</p>
<p>Il nome è Fan Qianrong, coniugata Nicotra. Certificato di matrimonio, allegato ai documenti, nel portafogli gonfio: Salvatore Nicotra di Torre Annunziata. Uno che presta se stesso a matrimoni a ciclo. A meno che non fosse un documento falsificato. Ma non rischiano. “Questi non rischiano” pensa l’Uomo dei Servizi Italiani. Fa caldo sotto la tuta da moto e rilascia folate calde il motore e anche il serbatoio del vecchio Monster Ducati. Almeno potesse levarsi il casco&#8230;<br />
Fan Qianrong. Una puttana, come sempre. Un centro massaggi, al solito.<br />
Era già davanti alla vetrina: Centro Massaggi Kichi, dietro Porta Romana, a pochi isolati dalla scuola di teatro: saranno famosi o credono ancora di poterlo diventare, i giovani idioti italiani.<br />
La vetrina del Centro Massaggi: l’estetica sempreguale delle decine di parrucchieri o negozi di massaggio – figure occidentali in grafica Hello Kitty. Imbarazzante, nella città di Blade Runner. Ogni negozio, un posto sicuro dove approdare, rifugiarsi, dirigersi in Germania, in Svezia. Magari approdare a e ripartire da Amburgo, come aveva fatto nel 2001 Mohammed Atta.<br />
Era ora di levarsi la tuta aderente di sintex nero.</p>
<p>Trader Armani: gessato lucido. Scarpa D&#038;G: una stringata Kristal. Orologio: Tudor Heritage al polso. Nessuna arma: bisogna fare in modo che non serva. La barba lievemente accennata. L’aria matura e scapestrata quanto basta per uno che ha superato i 45. A passi sicuri verso il centro massaggi delle puttane cinesi. Aprire con decisione, mantenendo flessuoso il polso, per non risultare ridicolo nel caso la porta risultasse chiusa.<br />
Infatti: è chiusa.<br />
Aspetta, controlla il cellulare, ha l’aspetto di un Nokia Xpress e non lo è. Attende qualche secondo.<br />
Un ennesimo sorriso ipocrita di una cinese: quanti ne ha visti in pochi giorni? E’ una delle operazioni più fastidiose che&#8230;<br />
“Cerco Fan”.<br />
Il volto improvvisamente corrucciato della puttana cinese. Lui entra. Le altre puttane sullo sfondo: arredamenti umani.<br />
La cinese scuote la testa. “No Fan”.<br />
“Fan. Fan Qianrong”.<br />
La puttana cinese continua a scuotere la testa. “No c’è nesuna Fan qui, no viene, noi masàgi&#8230;”.<br />
Scostarla. Avvicinarsi alla fila di “porcelline”: così chiamano le clandestine fuoriuscite quelli che le fanno fuoriuscire dalla madre Cina.<br />
Intimorite, una gestualità elementare e idiota.<br />
“Fan. Cerco Fan. Chi abita da Fan? Chi sa dove abita?”<br />
Nessuna risponde, sembra che abbiano visto la mummia di Deng Xiao Ping risorgere dal mausoleo di Stato: è venuto a riportarle nelle campagne del Sichuan, il vecchio comunista.<br />
Sulla sinistra: scale. Deve essere veloce e preciso. Scende.<br />
Profumi disgustosi, dolciastri. Aromi artificiali. I lettini con i separè. I manager e gli impiegati non mangiano alla pausa pranzo, qui a Paperopoli: si fanno assaggiare.<br />
Stanza sul retro. Porta anonima. Ovunque: puff di boa viola acceso. Dietro la porta: armadi.<br />
Nel primo: niente, roba delle altre, vestiti flosci. Secondo armadio: niente, borse delle puttane, profumi e mutandine rosa. Terzo: centro: il microdisco della videocamera digitale, dentro un portafoglio identico a quello di Fan. Ci avevano azzeccato.<br />
Risalire le scale con calma. La puttana cinese al telefono: chiama aiuti connazionali.<br />
Un rapido sguardo alle tremule creature Han: una a caso. “Sei tu Fan?”. Lo sguardo sorpreso di tutte.<br />
La prende per mano, la guida sotto, sulle scale si ferma, il gessato Armani è comodo, la stoffa che scivola sulle gambe conferisce una preziosa sensazione all’epidermide.<br />
Si fa assaggiare.</p>
<p>Casa sicura: davanti al Palazzo di Giustizia. Impossibile parcheggiare. Telecamere ovunque. Fare della casa sicura la propria casa. Dicesi “casa sicura” il covo che l’intelligence mette a disposizione in territorio ostile per i suoi agenti: un luogo privo di pericoli dove ripararsi, riposare, nascondersi, attendere. Case sicure in piena Mumbai Padana. A casa nostra, siamo estranei. E poi: un servizio segreto è tale soltanto se non lo si chiama servizio segreto. Chiamiamolo Terzo Servizio Segreto, visto che i due italiani li conosce anche il figlio del portinaio. Non va bene. Non bisogna avere in mente che lo sia: né servizio né segreto.<br />
Quindi la casa sicura è: uno degli studi fotografici più in vista della città.<br />
Per l’Uomo dei Servizi Italiani, una stanza in cohousing.<br />
Due piani per culattoni che truccano modelle e armadilli che scattano le foto in cambio di sesso semplice, invocato a ogni flash. Un sesso continuo, una ruota per criceti. Le modelle: enti bionici, glomeruli allungati, sagittari dalle anche meccaniche ad altezza ascelle, mascelle squadrate di titanio e sguardi che emanano iodoformio e ipnotizzano senza alcuna ragione.<br />
Dentra la Stanza. Seconda porta interna: blindata. La luce è troppo intensa. La mancanza di finestre non è sufficientemente attenuata dall’aria condizionata, rarefatta e gelida. Il laptop sulla scrivania nerolucida. Si muove nel bianco abbagliante. Il microdisco della digitale. Prepara l’unità esterna per leggerlo.<br />
Connessione riuscita. Ricerca dei driver: completata. Doppio clic sulla periferica. Inizia il carnevale delle brutte immagini.</p>
<p><img alt="florio3.jpg" src="http://www.carmillaonline.com/archives/florio3.jpg" width="280" height="328" border="0" hspace=5 vspace=1 align=right />Sono decine di ragazze cinesi, nude. Qualcuna è palesemente minorenne. Carne fresca in un ambiente iodato, saturo di vapori salini. La camera trema. Viene passata di mano: Fan entra in campo. Il collo era molto più allungato, a cigno, di quanto si aspettasse: l’avevano strangolata con violenza incontrollata. E’ nuda anche Fan: l’aveva vista soltanto due ore prima, nuda. La videocamera riprende male, tremula. Seguire con lo sguardo Fan: incede tra corpi scivolosi, nudi. Le donne superano la ventina, l’ambiente pare saunistico, privato – l’interno di una villa, forse. Fan procede, guarda i corpi delle altre puttane. All’improvviso, sprofonda.<br />
E’ inginocchiata. La testa ondula. Sta assaggiando un uomo. Si intravede la pancia piatta dell’uomo. Si intuisce una capigliatura argentea. Non entrano in campo i connotati.<br />
Aspettare.<br />
Le altre ragazze: si baciano, si leccano, fingono, gemono senza goffaggine.<br />
Si alza di colpo l’uomo con la pancia piatta e la capigliatura argento. E’ l’Uomo Famoso che nessuno si attendeva. Fan lo sta assaggiando fino in fondo.</p>
<p>Alla sede centrale devono avere discusso in una riunione lunga, molto lunga, circa l’opportunità. La situazione: i cinesi del Te Wu (il servizio segreto di Pechino) utilizzano a Milano un contatto di altissimo livello, che intermedia con gli arabi. E’ da qui, da Gotham, che si stanno preparando le Nuove Torri. Ci impiegheranno un decennio. Ingegneri cinesi addestravano qaedisti nei campi afghani, verso il confine pakistano, nel 2000: indisturbati. La guerra li ha disturbati. Il contatto italiano che fa da mediatore: è connesso con gli arabi. Sua moglie è araba. Lui dirige diverse società. E’ al top. Insospettabilissimo. Ora ci si spiega la necessità di un servizio segreto personale, parallelo, che girava per tutta la sua rete di società.<br />
I componenti passeranno attraverso lui. I suoi viaggi a New York. O in Brasile: è più semplice.<br />
Alla fine, alla sede centrale, avevano acconsentito.</p>
<p>Sta uscendo dallo stadio dove ha urlato. Lo stadio sta ribollendo di gioia. Scende con le guardie del corpo, entra nella Mercedes Facelift.<br />
Un uomo in Ducati Monster passa accanto rombando, le tre body guard sono infastidite, si voltano. L’uomo con la capigliatura argento è stupefatto, si sta allargando sulla sua camicia Eton, si allarga a vista d’occhio, la macchia di sangue ad altezza pancreas.<br />
Le scosse di dolore arrivano al cervello.<br />
Il cadavere di Fan si scuote nella bara vicino all’inceneritore.<br />
Le Nuove Torri non esplodono, crollano nei millenni.<br />
L’Uomo dei Servizi accelera verso la periferia della Piccola Mela Marcia, questa città di tradimenti insospettabili e silenziosi. 2010: e tutto ancora passa di qua.</p>
<p>Siamo ancora vivi. Siamo anche noi vorticanti nel grande maelstrom.</p>
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		<title>Il Miserabile intervista Italo Rota</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 08:45:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi]]></category>
		<category><![CDATA[italo rota]]></category>
		<category><![CDATA[rolling stone]]></category>

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		<description><![CDATA[[L'edizione italiota di Rolling Stone mi incaricò ad aprile di andare a intervistare l'architetto e designer e artista visivo Italo Rota, di cui qui il sito ufficiale e qui la fan page su Facebook. L'intervista apparve nel numero di maggio dell'interessante magazine, corredata da alcune "mappe concettuali" di Rota - autentiche opere d'arte grafica e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/07/italo_rota.jpg" alt="" title="italo_rota" width="200" height="179" class="alignright size-full wp-image-2676" hspace=5 vspace=1 /><small>[L'edizione italiota di <strong><a href="http://www.rollingstonemagazine.it/" target="_blank">Rolling Stone</a></strong> mi incaricò ad aprile di andare a intervistare l'architetto e designer e artista visivo Italo Rota, di cui <a href="http://www.studioitalorota.it/" target="_blank">qui il sito ufficiale</a> e qui la <a href="http://www.facebook.com/pages/Italo-Rota/307612644628?ref=mf" target="_blank">fan page su Facebook</a>. L'intervista apparve nel numero di maggio dell'interessante magazine, corredata da alcune "mappe concettuali" di Rota - autentiche opere d'arte grafica e antisimbolica, che qui non riesco a riprodurre, mi risulta impossibile fotografarle ad alta definizione. Come si potrà notare dall'entusiasmo che dimostro nella prosa antigiornalistica impiegata, di Italo Rota sono semplicemente entusiasta. Lo ritengo una personalità neorinascimentale e, dai tempi del poeta <a href="http://www.giugenna.com/?s=%22antonio+porta%22" target="_blank">Antonio Porta</a>, l'intellettuale che più ha influito sulla mia formazione continua. gg]</small></p>
<p>Mettere piede nello studio di Italo Rota significa superare una soglia iniziatica: è come uscire dalla caverna di Platone, entrare in una mente ben più intelligente di quella di John Malkovich, addentrarsi in un labirinto giocoso privo di Minotauro al centro. Parlare con Rota significa essere esposti a uno tsunami di profondità, saggezza, spiazzamento creativo, magistralità. Da anni non restavo tanto sconcertato grazie a un incontro e offro doni agli dèi perché &#8220;Rolling Stone&#8221; mi ha messo faccia a faccia con uno degli artisti e degli intellettuali più strabilianti che io abbia mai conosciuto.<br />
Per inquadrare Italo Rota: si tratta di uno dei massimi architetti italiani operanti qui e in giro per il mondo. Uno che ha realizzato gli interni del Musée D’Orsay come esordio lavorativo, per poi ristrutturare con Gae Aulenti il Museo di Arte Moderna al Centre Pompidou. Ha rimesso mano al Louvre, sta convertendo l’Arengario di Milano in Museo del Novecento e negli spazi liberi interviene in India su un tempio indù o in Spagna per l’Expo di Saragoza. E’ uno dei responsabili dei contenuti per l’Expo milanese – se messo in mano a lui, ho la speranza che l’evento sarà meno sciagurato di quanto mi attenda.<br />
<span id="more-2670"></span><a href="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/07/bagonghi.jpg"><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/07/bagonghi-252x300.jpg" alt="" title="bagonghi" width="252" height="300" class="alignright size-medium wp-image-2672" border=0 vspace=1 hspace=5 /></a>Io me lo ricordo, Italo Rota, per come uno scrittore mediocre può mantenere nella memoria immagini parziali della propria storia: nei Novanta era per me un pupazzo di Ontani che doveva venire eletto a nuovo simbolo di Milano, un burattino con il piede di porco (a ricordare l’origine etimologica di Mediolanum, che chiama in causa un maiale), uno scudo fatto di con pezzo di Alfa Romeo – insomma un patchwork che rendeva conto di molteplici presenze iconiche di quella che fu chiamata “capitale morale d’Italia”. A quei tempi, il simbolo elaborato da Rota scatenò polemiche infinite. Oggi sta in una sala del Museo di Arte Contemporanea di Francoforte. “Ero stato chiamato nella giunta come assessore alla Qualità della vita. Si trattava di risolvere la prima emergenza rifiuti a cielo aperto della storia italiana”. Se ne andò dal consiglio comunale  ed è chiaro perché: non può fare l’assessore a Milano uno che è l’Innovatore, il Pensiero Che Si Fa Creazione, il Demiurgo Che Gioca E Ci Fa Giocare.<br />
Rota sfoggia un’inedita barba da saggio rinunciatario, una sorta di realizzato buddhico. Resto a bocca aperta, mentre mi mostra le sue mappe, che sono concettuali ma non solo, come potete ammirare dall’installazione cartacea che ha creato per la rivista (a destra, una delle mappe di Rota): <a href="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/07/484_rota_schizzo.jpg"><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/07/484_rota_schizzo-300x248.jpg" alt="" title="484_rota_schizzo" width="300" height="248" class="alignright size-medium wp-image-2673" border=0 hspace=5 vspace=1 /></a>“La creazione di mappe fornisce un pretesto per un punto dal quale partire” quasi sussurra, con una calma che solleva in me un’invidia rara – da quali scrigni interiori questo spirito eccezionale trae una tale serenità? Le mappe di Italo Rota sono un percorso che attraversa il troppo che c’è, abbassano a prosa del mondo la mitologia della complessità, per opporre un’estetica altra, capace di spingere a un pianeta rinnovato, meno sociopolitico e più fisico. E dovrebbe essere un architetto: “L’architettura non è più necessaria. L’autentico mestiere dell’architetto risiede nel rivelare lo spazio della mente umana. Va compreso che gli architetti non hanno mai fatto le metropoli e che, soprattutto in Italia, le città sono immensi show-room. Il confronto con lo spazio è fondamentale, ma molti architetti non si sono mai sognati che si tratta di aprire degli autentici stargate. Del resto, l’ultima versione dell’architetto è gemellare al prete protestante: si vestono di nero, hanno l’uniforme. Pensano di eternarsi facendo calare supposti gioielli laddove chiunque ha pisciato cemento. E’ da più di cento anni che non funziona. Trovo che oggi ogni cosa non sia parziale, ma molto totale. E’ stato superato il corpo, non è più centrale il corpo umano se non quello estremo, moncato, innestato di protesi, oppure proteso verso una trasformazione che è coincidente con la vera scoperta della natura. Questa è una fase in cui la natura viene scoperta. Messa in pericolo, si trasforma, si innalza nell’attenzione collettiva. Certo, è tragico che gli elefanti rischino la scomparsa, ma come spiegare che esistono 3.000 tigri in Italia? La questione della domesticità animale non tocca il fatto che di natura si tratta. Ciò non entra in conflitto con una supposta malizia della tecnologia – la vera tecnologia del futuro consiste nel modo in cui penseremo. Semmai, le variabili che rendono tutto un po’ penoso, in questo passagio di era, sono l’assenza di amore e la mancanza della cura di sé: generazioni che hanno dismparato la sensazione del sentirsi preziosi. Perfino quando si ammalano le persone, in parte, sembrano non desiderare di guarire. Tutto ciò è parte di un immenso viaggio, una nuova migrazione (ma non abbiamo mai smesso di migrare). Questo viaggio ci conduce verso la riscrittura del confronto con la natura e fin da ora ha prodotto la riscoperta degli altri”.<br />
Sembrerebbe di discorrere con una versione potenziata di Heidegger o con un Milarepa che apprende anche dalla visione di serial cult: “L’esempio del <em>Dr. House </em>è interessante. C’è un risvolto quasi cristico in lui. Soprattutto il fatto che lui mostri, come elemento di continuità narrativa, che lui è il suo corpo e, allo stesso tempo, che il corpo è superabile. Pone una questione fondamentale: preferisci uscire da questo ospedale su due piedi senza sapere chi ringraziare oppure vuoi che io stia qui a tenerti la mano mentre muori? Viene evidenziato come guarire sia un lavoro singolare, interiore. E’ messa in luce la magistralità del dolore, che insegnando conduce alla guarigione”.<br />
<a href="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/07/italo_-rota_rollingstone.jpg"><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/07/italo_-rota_rollingstone-300x216.jpg" alt="" title="italo_-rota_rollingstone" width="300" height="216" class="alignleft size-medium wp-image-2675" border=0 hspace=5 vspace=1 /></a>E’ provocatorio? No, Italo Rota ribalta ogni prospettiva con la naturalezza di un artista zen. Per lui, è evidente, la narrazione è tutto. Le sue mappe sottraggono da un surplus di elementi che catturano la nostra attenzione, fino a distrarci, per scoprire un ordine sotterraneo, carsico, che intride il rumore bianco della realtà. Sono anche una difesa, le sue mappe instabili, mutabili a seconda delle contingenze e delle condizioni: “Possono difendersi dai canoni. Il passato è obsoleto. Ci pesa, oggi. La tradizione è intesa da più di un secolo come qualcosa di fossile e non dinamico. Una delle conseguenze a priori di questo atteggiamento è l’espulsione della potenza femminile dalla storia del pianeta che ci ha preceduto. Il mondo maschile è secondario, marginale”.<br />
E però la contemporaneità pone a un architetto un problema fondamentale: cosa ne sarà della metropoli? Resisterà come forma dell’abitare oppure assisteremo a un pulviscolo umano che riconquista spazi ora esterni? “Ho l’impressione di una crescita della popolazione metropolitana, che apre spazi per un mondo più vuoto, il che riconfigura il ritmo con la terra. C’è anche da tenere presente il ruolo del turismo nel futuro, che determinerà la relazione tra metropoli e vuoti. E poi c’è l’elemento antropico: gli uomini tornano a vivere assieme, riscoprono la loro natura, che è quintessenzialmente sociale”.<br />
Vuoto: è una parola che pare fondamentale nell’euritmica della vita per come la pensa Rota. Vuoto è il momento del silenzio, è lo spazio da cui si osserva la forma del pieno: “E’ proprio il limite occidentale – l’incapacità di pensare il vuoto. Se uno va in Tibet, si rende conto del perché: una civiltà che da altitudini immense vede il vuoto, mentre l’occidente è fatto da civiltà marine, che hanno la linea dell’orizzonte a chiudere lo spazio di fronte”.<br />
Pieni e vuoti e, attraverso questi, una mente agile, iperattiva, prensile come una mano con il pollice opponibile. Un Cern che lavora per la scoperta del bosone e – senza tante sorprese – lo scopre. Italo Rota è una lanterna magica umana, un caleidoscopio attraverso cui osservare il mondo in altro modo, anzi – in altri modi. E’ impressionante, per esempio, quando mostra un modello cartonato, che rappresenta lo studio di Sigmund Freud a Vienna. Si osserva la stanza con il canapè per i pazienti e attorno “cinquemila oggetti archeologici, reperti che rappresentano ognuno una deità. E’ una stanza della mente, è proprio quello che io intendo per stargate. Del resto, in India, si osservano nei templi statue di Einstein o Edison: persone scese nel mondo per aiutare a spiegare l’universo. Questo rimando continuo a un ordine soggiacente a un apparente caos si condensa nelle icone. Le icone sono il passato, il presente e il futuro. Sono ciò che mette in moto continuamente il mito. Il mito è qualcosa di molto concreto. Per esempio: tutta la storia del cinema è un tentativo di fare sopravvivere il mito”.<br />
Folgorazioni. Improvvisi spalancamenti di abissi prospettici. Ciò che Rota dice è già di per sé un’architettura: piranesiana. Questo gigante neorinascimentale mingherlino mi suggerisce, congedandomi, di scrivere non un articolo, bensì una mappa, un abbecedario. Scuoto la testa, è impossibile. Italo Rota, artista delle mappe, non è mappabile. Ci vorrebbe un’enciclopedia. E un Diderot delirante che la compili.</p>
<p>* * *</p>
<p><em>Riproduco qui sotto una straordinaria lezione magistrale di Rota. Le affermazioni teoriche, che vengono espresse quasi in forma di sentenze orfiche ma non incomprensibili, vanno colte nel flusso di questo viaggio immaginale.</em></p>
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		<title>Yves Bonnefoy: L&#8217;IMMAGINARIO METAFISICO</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 08:50:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[L’imaginaire métaphysique]]></category>
		<category><![CDATA[Yves Bonnefoy]]></category>

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		<description><![CDATA[di YVES BONNEFOY [Traduzione di Stefania Roncari per TELLUS folio da: ‘L’imaginaire métaphysique’ di Y. Bonnefoy, - éditions du Seuil, aprile 2006] La poesia deve essere una relazione irriducibilmente ambigua tra una volontà di presenza, cioè di adesione profonda, senza ritorno, e ciò che esiste quì e ora, nella finitezza (finitude) essenziale&#8230; il sogno “gnostico” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/07/YvesBonnefoy.jpg" alt="" title="YvesBonnefoy" width="196" height="300" class="alignleft size-full wp-image-2668" hspace=4 vspace=2 />di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Yves_Bonnefoy" target="_blank"><strong>YVES BONNEFOY</strong></a><br />
[Traduzione di  Stefania Roncari per <a href="http://www.tellusfolio.it" target="_blank">TELLUS folio</a> da: ‘L’imaginaire métaphysique’ di Y. Bonnefoy, - éditions du Seuil, aprile 2006]</p>
<p>La poesia deve essere una relazione irriducibilmente ambigua tra una volontà di presenza, cioè di adesione profonda, senza ritorno, e ciò che esiste quì e ora, nella finitezza (<em>finitude</em>) essenziale&#8230; il sogno “gnostico” di una realtà superiore, di mondi in cui le parole e la musica aiutano, rischiando, a immaginare la figura. Ogni poeta si divide, si dilania tra questo desiderio d’incarnazione e i sogni di “excarnation”.</p>
<p><strong>L’immaginario metafisico</strong></p>
<p>E’ all’immaginazione dell’essere cosciente a cui voglio attenermi, quella che non fa mistero nei suoi desideri e nei beni che cerca, quella che, al posto del labirinto notturno, dove l’inconscio è il maestro dei sogni, si esprime nelle fantasticherie (“reveries”), che amiamo fare quando siamo svegli.</p>
<p>L’essere di una cosa o di una persona non è soltanto un fatto di esistenza materiale. Non siamo che vane forme della materia. La “metafisica” è la domanda dell’essere, della cosa.</p>
<p>&#8230; L’essenziale, dal mio punto di vista attuale, non è la teologia che spiega, ma il desiderio che chiede. Voglio solo ricordare questo desiderio, che sogna gli essenti, che abitano l’essere al di là dei fenomeni fuggitivi, nonostante la morte e ricordare che questo desiderio si accompagna ad un’angoscia precisa, quella che nasce dal timore che sia vano.</p>
<p>Ecco l’altra operazione che l’immaginazione compie: essa non nutre soltanto il desiderio di avere ciò che non si ha, ma ci permette di sognare che possiamo essere altro da ciò che siamo. Al desiderio comune di avere, di possedere, essa aggiunge o sostituisce il desiderio di partecipare ad una realtà superiore&#8230;Nascono così l’immaginazione e l’immaginario metafisico, che vogliono che il mondo che amiamo sia altro, pur restando lo stesso.</p>
<p>&#8230; questa febbre dell’anima, questa impazienza d’amore, favorisce la creazione artistica&#8230;il riflesso e l’intensificazione dell’immaginario metafisico.</p>
<p>La memoria trasfigura l’ immaginazione metafisica retroattiva; vede l’essere, crede di percepire una realtà superiore, la stessa che illumina il mito dell’età dell’oro&#8230;</p>
<p>L’immaginazione ontologica è creatrice di bellezza : quella bellezza che nasce quando, in un modo o nell’altro, è presente l’Uno dietro al molteplice.</p>
<p>&#8230; il bisogno di essere, di sentire l’assoluto nel fuggitivo, può essere soddisfatto tramite l’immaginazione e il sogno.</p>
<p>Quando le parole perdono la loro capacità concettuale, non descrivono più né spiegano e al loro posto, appare all’improvviso la presenza bruta di colui che, libero dalle articolazioni significanti, dalle leggi ammesse, dalle ipotesi d’intellezione, si erge davanti a noi, nello stato ancora integro (indéfait), agli albori del linguaggio. E’ il tutto, il tutto che è l’Uno. Non c’è pensiero, in questo istante di apertura, non può, come nel concetto, dissociarci da questo tutto, da questo Uno : facciamo corpo con esso, nella dissipazione dei saperi, delle categorie, della finitezza, dell’illusorio&#8230; Perché dubitare dell’attimo in cui siamo, in un mondo reso alla sua piena e immediata presenza?</p>
<p>&#8230; la pienezza dell’esperienza non è altro che l’essere fuggente dell’istante&#8230; la scoperta del ruolo di ostacolo del concetto, che gioca all’interno di noi. </p>
<p>&#8230; quegli istanti in cui il linguaggio, cessando di avere autorità sullo spirito, si apre alla presenza del mondo.</p>
<p>E’ nell’intensità di questi attimi di appagamento, quando il desiderio coincide al suo oggetto, che l’attività del concetto e della parola può esistere, anche se solo per un attimo e nella distanza. L’immaginazione metafisica invece, quella che s’insidia attraverso il sogno, non aspira a ritornare alla condizione terrestre, ma diventa l’oblio più lungo&#8230;, se non addirittura la perdita totale. Ciò che mette in scena, non è altro che la rappresentazione, le nozioni e non l’esperienza piena dell’essere, lo spessore dell’esistenza, attraverso cui le realtà del mondo si presentano a noi, quando ci avviciniamo al silenzio. Dall’alto e altrove questo scoppio magnifico non conosce la realtà nella sua profondità, di cui la finitezza è la chiave&#8230; E’ vero, lo riconosco, esso ricorda allo spirito, ciò che la parola ordinaria non dice, cioè l’assoluto, la “vera vita”, così il rapporto con la presenza potrebbe stabilirsi tra gli esseri. Solo attraverso l’immagine permette l’accesso a questa vera vita&#8230; Nel momento in cui parliamo il linguaggio ci sostiene e, poichè i concetti ci alienano, restiamo in questa prigione, eccetto gli istanti oltre le parole, vogliamo liberare la coscienza dalla speranza di una salvezza nella parola, nella nostalgia di una realtà più trasparente e superiore. Il grande sogno è in noi, si riaccende senza pausa&#8230; L’ analisi del sogno “metafisico”, questo vigilare intimo dei movimenti dello spirito, può realizzarlo la poesia, che non è l’arte, ma sia l’immaginazione senza freno, che l’adesione semplice alla vita.<br />
<span id="more-2667"></span><br />
<strong>Aut lux nata est aut capta hic libera regnat</strong></p>
<p>O la luce è nata qui, o prigioniera vi regna libera.</p>
<p>Che sorpresa! La luce può vivere qui, laggiù, perchè la Santa Sofia desiderata, mantenuta a distanza, è un altrove, un altrove essenziale, che diventa questo ‘hic’ misteriosamente stabilito nella grande frase tra ‘capta et libera’, tra il peso delle parole nel pensiero e nella grazia.</p>
<p>&#8230; l’Idea della perfezione è soltanto la nostra insidia.</p>
<p>Quale sguardo è possibile su questo raggio di sole che, per strette finestre, cade sulle ampie pietre disgiunte della navata e si muove, poi si perde : cerca di capire che l’eternità non ha altro luogo possibile che nell’istante, in cui già svanisce, che in tali pozzanghere dell’assoluto, la luce prigioniera potrebbe essere libera, dove è giusto che sia, cioè in noi, per quel poco che ci diamo all’evidenza.</p>
<p>&#8230; i numeri non sanno niente della morte, niente del caso, rifiutano la verità e quindi non è verso una vera unità che ci conducono, come, lo sottolineo, la sala di questi templi è rimasta chiusa, la luce fuori, quasi come un enigma, nel gioco degli abbagli e delle ombre nere sulle colonne.</p>
<p>&#8230; i poemi, queste ipotesi sulla vita&#8230; La parola si costruisce, in potenza è un’architettura, poiché le nozioni che inventa, staccano dal mondo esteriore ciò che,dopo aver scelto un oggetto, si pongono nella struttura delle rappresentazioni e delle azioni e si sostituiscono alla realtà empirica.</p>
<p>&#8230; con naturalezza l’intensità della poesia sarà vissuta, come l’intensificazione della luce e trasferirà, sul piano della percezione sensibile, il doppio sentimento che il poema trattiene, da una parte ciò che dà senso al mondo, dall’altra lo fa in modo più veritiero possibile, senza indulgere all’illusorio. La luce, metafora fondamentale se mantenuta aperta, sarà l’esperienza che permetterà al poeta, durante la vita, di verificare l’esattezza delle sue intuizioni e altri pensieri lo aiuteranno, nella pratica delle cose rese visibili dalla luce, ad apprezzare il rapportodi ciò che esiste, sulla terra e di ciò che sente, immagina, spera.</p>
<p>&#8230; la metafora non smette mai, le grandi opere lo dimostrano, di prestarsi allo spirito, di differenziarsi quando incontra le percezioni e la scrittura, di offrirsi alla luce, una e cangiante, con un’altra parola, nello spettacolo del mondo.</p>
<p>La luce sembra essere un fatto dello spirito, quasi il suo corpo, piuttosto che un fenomeno della materia. L’ (hic) in cui è prigioniera e dove tuttavia si vuole libera, non è soltanto una stanza costruita in pietra con vetrate, ma è il poema, dove lo spirito si guarda.<br />
La luce come metafora dell’essere, ma anche del suo incontro&#8230; è questo sentimento di “finitude” che bisogna provare, se si vuole raggiungere la piena realtà, che non è tanto la natura, ma il nostro rapporto come esseri mortali. </p>
<p>Le nozioni, le definizioni concettuali, tutto questo discorso impedisce, se non addirittura distrugge, la presenza del poeta, quindi è necessario che le riconosca attive e che le combatta nella sua parola, nel poema dilaniato, ricominciando ogni volta, senza mai smettere di restare sulla soglia della stanza, dove la luce prigioniera è ugualmente libera.</p>
<p>Libera, se la poesia potesse realizzarla. Nei poemi c’è soltanto questo mistero della rappresentazione, della sua anticipazione attraverso l’ immagine, nell’attesa infinita dell’ora, dove la libertà e l’incarnazione non sono più un’unica cosa, verosimilmente&#8230; quando la luce è anche nel cuore delle immagini&#8230;</p>
<p>In poesia il grande progetto è tra il mondo e l’essere che dice questa relazione della presenza, che permette alla cosa nominata di essere quasi cancellata, come temono gli strumenti concettuali. In essa non c’è posto per la forma immediatamente riconoscibile delle cose, se non soltanto sul piano dove è finzione&#8230;  </p>
<p><strong>Post-scriptum, 2006</strong></p>
<p>Cos’è l’arte? Il compito che ci aspetta non è tanto quello di creare il mondo, ma almeno quello di trasfigurare la luce, di creare un senso e una speranza, nella semplice chiarezza del cielo&#8230;</p>
<p>Questo immaginario metafisico che bisogna sopprimere&#8230; </p>
<p>Comprendere ciò che si è&#8230;</p>
<p>&#8230;gli unici luoghi dove la luce prigioniera potrà sentirsi libera, o quasi libera, sono i rari momenti nei grandi poemi&#8230;le parole liberate dai sogni.</p>
<p>Le parole non dicono altro che l’evidenza delle cose&#8230; </p>
<p>La scrittura non ha forse bisogno d’incontrare ciò che combatte, non in un’idea, in una semplice idea, come in filosofia, ma nella vita che s’insinua nelle esperienze più intime&#8230; ?</p>
<p>Ogni scompiglio di memoria è un evento di scrittura.</p>
<p><strong>Una terra per le immagini</strong></p>
<p>Il desiderio d’essere non è il desiderio di avere&#8230; dall’Illuminismo in poi, il discorso concettuale ha spinto la scienza a vedere nel tutto, compreso l’essere umano, soltanto la cosa; il desiderio trascendente si è indebolito. Ma non è scomparso, lo si ritrova oggi, nel bisogno che alcuni provano di vivere il rapporto dell’Io con gli altri, come un assoluto in potenza, al quale si deve tutto subordinare, perché è l’unico luogo del divenire, di una verità decisa dalla ragione d’essere su questa terra. Credo nel suo valore, lo considero l’unico fondamento concepibile di una realtà umana, l’immagino quindi durevole e in ogni caso lo vedo attivo nella ricerca artistica contemporanea. Può darsi che sia proprio nelle arti e nella poesia che possiamo raggiungere la piena libertà&#8230;: poiché la poesia, è volersi liberare dai vincoli del concetto e dei fantasmi&#8230; </p>
<p>E’ a partire da questo desiderio d’essere, che ora posso ritornare alle mie idee di dualità e di unità nella creazione artistica.</p>
<p>In che modo gli artisti o i poeti danno vita al desiderio d’essere?</p>
<p>I concetti, che hanno costruito il nostro mondo, non percepiscono questa finitezza, poiché si appoggiano soltanto ad aspetti dei fatti o delle cose, per dedurne leggi, l’intemporale, niente che faccia corpo con lo sguardo di chi lotta in questi destini&#8230;Sorti che appaiono come la condizione umana – Mallarmé l’ha pensato – e che sono di fatto il luogo della verità.</p>
<p>Il concetto è cieco di fronte la finitezza, ecco ciò che deve capire il desiderio d’essere&#8230; il pieno incontro con l’Altro, con la sua presenza. Non ci si disfa facilmente della rete dei concetti, che ha costruito l’universo nel quale dobbiamo vivere. Certamente questo mondo del concetto è reale soltanto nell’immagine, gli atti del vissuto pieno non sono compresi, i sentimenti che li determinano sono percepiti solo dall’esterno, dai loro effetti, lo slancio che li ha spinti è riconosciuto soltanto da un sentito dire.</p>
<p>L’arte e la stessa poesia sono dunque esposti all’insidia della forma, della bellezza attraverso la forma.</p>
<p>Sognare l’essere attraverso la forma è un atto d’orgoglio&#8230;</p>
<p><strong>Scrivere in sogno</strong></p>
<p>Qui, tutto è “racconto in sogno”, cioè la visione degli aspetti del mondo o di alcuni momenti della vita, ma deformata dal flusso delle condensazioni, degli spostamenti, delle simboliche inconsce dell’attività onirica. </p>
<p>Ci sono due livelli nelle ossessioni della parola inconscia, uno, molto conosciuto, studiato, che è quello dei bisogni, dei desideri, dei timori dell’essere nella società, del suo corpo, ciò che chiamiamo l’eroe&#8230;; l’altro è quello che incontra l’essere concreto che siamo.<br />
Un mondo di auto-illusioni, di fantasmi, dove abbonda il sogno ordinario, quello che calma i conflitti o che nasconde i desideri nelle rappresentazioni simboliche, nate dalle risorse delle parole. Un sogno che interesserà il terapeuta, ma che non può bastare alla riflessione della poesia.<br />
Questa intuizione che, nel flusso onirico libera a volte l’orizzonte, scopre dei significanti ancora capaci di gettare dei ponti verso il semplice. Questa intuizione e questi significanti sono l’interesse della poesia che, nel suo intimo, avrà il compito di prolungare il lavoro nella parola cosciente. Quindi è indispensabile, quando s’inizia a scrivere, saper riconoscere nella parte più intima di sé, il desiderio della presenza nel mondo. </p>
<p>Ci sono tanti ricordi d’infanzia in noi : l’inizio della parola quando la concettualizzazione era ancora incompiuta e difettosa. L’educazione moderna, che si fonda sul pensiero concettuale, ricorda soltanto le rappresentazioni e le nozioni che assicurano la sua coerenza.</p>
<p>&#8230;La presenza di una realtà che, nella sua profondità integra e suscettibile, a questo livello di unità, può parlarci diversamente&#8230; come se l’Uno si liberasse dal molteplice&#8230; la certezza che potrà aprirsi una soglia, attraverso l’uso delle parole, confermerebbe bruscamente ciò che mi aspettavo dalla poesia.<br />
Quella sera ho pensato di aver compreso il modo,così poetico, in cui Plotino aveva posto il problema dell’esperienza mistica, proprio lui che aveva disprezzato e amato le essenze, queste grandi strutture della coscienza dell’essere, che creano il linguaggio; al di là di questo platonismo plotiniano, dialettico, aperto, lucido, ancorato all’esistenza eppure distratto, si è aperto uno spazio, in questo caso mediterraneo, allo spirito. L’ebbrezza&#8230; </p>
<p>Esprimere una superiore pre-scienza : una prescienza e non una scienza, che chiama lo spirito a un sovrappiù d’esigenza, lasciando quasi credere che un passo in più e decisivo, è stato fatto durante il percorso. Rischiarati da una devozione più vicina al semplice e, poiché le tradizioni del paganesimo sono ancora forti in campagna, più consapevoli degli arcani dell’essere al mondo, questi muratori, pittori, scultori di paese, non avrebbero avuto l’intuizione dell’unità intimamente, se non si fossero avvicinati misteriosamente, ad altre vie dello spirito, rispetto gli artisti troppo geometrici delle metropoli?</p>
<p>Il desiderio dell’unità si libera degli intrighi dell’eroe, soltanto con un lavoro su di sé, attraverso percorsi più profondi.</p>
<p>&#8230;L’insostituibile bellezza e sapore di ciò che è&#8230; </p>
<p><strong>L’ossessione del Ptyx (<em>Su Mallarmé&#8230;</em>)</strong></p>
<p>Non ho mai dubitato delle parole, ma della sintassi! O meglio delle sintassi, poiché è un fatto già preoccupante che ce ne siano tante, quando alla realtà unica dovrebbe rispondere un’unica sintassi. Si deve imparare, per caso, leggendo, che ci sono delle lingue dove ciò che è sostantivo qui, è verbo da un’altra parte : la cosa e l’azione scambiano le proprie maschere!<br />
La sintassi inquieta. Non è a causa di una censura, della chiusura verso una luce troppo forte, il motivo della sua struttura così rigidamente organizzata?<br />
E’ proprio questa rete di sintassi e di concettualizzazione mescolate, dell’onnipresente ed insufficiente significante, ciò che appesantisce il fardello della <em>visione</em>, che è lo sguardo chiuso, il pensiero destinato a rimanere avventuroso e astratto, mentre invece ci vorrebbe la <em>vista</em>, questa volta l’identità dell’intellezione della cosa e della sua percezione immediata.</p>
<p>Questo grande poeta non ama la sintassi nei suoi usi ordinari.</p>
<p>Ptynx, uccello notturno, ma questa forma, ptyx, è inesatta, e se fosse corretta, non ci sarebbe a questo punto nella lista alfabetica, in cui un altro “ptyx”, quello che significa “piega,colmo, pieghettatura”, appare più lontano&#8230;Il greco “ptynx” è scomparso dal dizionario e così casualmente, “ptyx” sembra esistere e non esistere.</p>
<p>Mallarmé dice:”si, è vero, questa parola “ptyx” non esiste. E’ solo un errore d’impressione, bisogna cancellarla dalla lingua”.</p>
<p>Ptyx è una parola reale in una lingua che ci è sfortunatamente sconosciuta.</p>
<p>Le nostre verità riposano soltanto su pilastri di nebbie, su teologie o su metafisiche.</p>
<p>La sua esperienza fisica e spirituale, vissuta su tutti i livelli della sua coscienza, vissuta sull’orlo del baratro di tutte le parole. L’esperienza del Nulla, del Niente per Mallarmé è “orribile sensibilità”! – la “distruzione”, di parola in parola e al centro di ogni parola, dei contenuti del pensiero. Elimina nella lingua le relazioni che mettono in rapporto i vocaboli, riconosce, nel loro abisso silenzioso, lo stesso vuoto assoluto che c’è tra le stelle negli spazi cosmici. </p>
<p>‘Dopo il Nulla ho trovato il Bello” (Mallarmé).</p>
<p>Ciò che importa è il linguaggio, che si è rivelato essere la tomba del pensiero, che potrà forse servire, concretamente, a raccogliere la bellezza dispersa nella realtà empirica, a intensificarla, a chiarirla : basterà notare che l’aspetto materiale delle parole, cioè il suono, il ritmo, il colore, può evocare il suono e il colore del mondo, mentre i versi hanno il potere, dal momento in cui sono una forma, di comporre queste intuizioni fuggitive in impressioni d’insieme. </p>
<p>Insomma la scrittura del verso, ciò che ha di più immediato, non è forse ciò che potrà liberare lo spirito dal desiderio di sondare gli abissi immaginati dell’invisibile? </p>
<p>&#8230;  Mallarmé, per poter intraprendere questo percorso, avrà bisogno di liberarsi dai condizionamenti del desiderio di possesso, che trattiene lo spirito nella miopia dell’azione – gi basterà morire alla morte, per rivivere nella Bellezza. Il poeta, che ha trovato il Bello nel campo di rovine dei significati trascendentali, si è calato nelle parole&#8230; ha forse sognato un secondo grado del linguaggio?</p>
<p>L’unico atto possibile, d’ora in poi, l’unica via poetica, è il “miraggio interiore delle parole” e diventare l’osservatore.</p>
<p>La poesia del passato è evocata o nominata dalla parola “ptyx”, che rinvia all’epoca in cui il Nulla regnava da solo, prima della Bellezza&#8230; </p>
<p>”Siamo sublimi per aver inventato Dio e la nostra anima” (Mallarmé)</p>
<p>Il sonetto in –pyx- è una riflessione sulla poetica anteriore : sul “canto personale”, sulla poesia lirica.</p>
<p>Mallarmè aveva in mente da tempo questa parola enigmatica. Non l’avrebbe creata se non ne avesse verificato il senso. ”Mettetevi d’accordo, scriveva a Monsieur Lefébure, per inviarmi il senso reale della parola “ptyx”, o almeno mi assicuri che non esiste in nessuna lingua, cosa che preferirei, così riceverei il fascino di crearla dalla magia della rima”.</p>
<p>Mallarmé si era stupito, turbato dal vocabolo assente e presente, significante e non significante&#8230;</p>
<p>&#8230; il misterioso “ptyx” aveva permesso a Mallarmé di aggiungere o di sostituire la chimera di un secondo grado della parola, sogno di un verbo, sia trascendente che vicino a noi, tutte le volte che l’azzardo apre delle soglie.</p>
<p>Questa idea di un secondo livello dello spirito, in cui non resterebbe nulla della nostra sintassi, a causa della fioritura di un’altra sintassi assoluta&#8230; E’ da questa base d’intelleggibilità trascendente per la nostra coscienza, che Mallarmé si è rassegnato a credere nell’esistenza dell’insidia, al paese che non esiste&#8230;?</p>
<p>Bisogna dare priorità ai rapporti tra le parole, vedi la lettera di Mallarmé del 1868, quando parlava del “miraggio interiore”, dei riflessi delle parole su altre, captando aspetti della realtà empirica nell’unico spazio mentale rimasto. L’ascolto della vita dei vocaboli nel poema, di questo “miraggio”, del verso prima di tutto che è, in modo più direto della strofa o del poema intero, la forma necessaria affinché le relazioni si stabiliscano&#8230;  </p>
<p>”Nessun godimento, ma vivo nella bellezza” (Mallarmé). La bellezza che rifiuta le sensazioni casuali, che stabilisce, nel luogo naturale, libero dalla finitezza, rapporti di pura armonia&#8230; Questa felicità, la chiama :”estasi pura”.</p>
<p>Convoca le parole davanti allo spirito&#8230; il verso permette così di significare e di ricordare, la percezione dalla luna crescente nel canneto&#8230;</p>
<p>Se ci si abbandona al mormorìo del verso, più volte si prova una sensazione quasi cabalistica.</p>
<p>La parola è ciò che mette in relazione le parole del linguaggio.</p>
<p>Il verso, precisa Mallarmé, implica la “scomparsa elocutoria del poeta”.</p>
<p>Una lingua superiore? </p>
<p>Le nostre sintassi suscitano la “visione” e non la “vista”.</p>
<p>L’unico compito del poeta è la “spiegazione orfica della Terra”&#8230; </p>
<p>“Le lingue imperfette hanno perduto la lingua suprema”&#8230; Quale senso bisogna dare a questa frase, quando l’ ”immortale parola” è “ancora muta”?</p>
<p>Queste parole&#8230;  potrebbero essere un lavoro attento e sottile, come l’arte cinese sul filo dell’estasi.</p>
<p>Per dare senso alla vita noi disponiamo soltanto della realtà come si mostra e di parole che non cercano l’oltre.</p>
<p>L’immaginario metafisico ha spesso preso l’Occidente negli artigli delle sue chimere, ma questi sogni di excarnazione (excarnation)(sublimazione) non hanno fatto altro che indebolire, tra i devoti, la loro capacità di cercare nel luogo stesso in cui vivono, la vera vita, il vero bene.</p>
<p>&#8230; Poiché è nel tempo e nel luogo che si decide il destino. L’essere che inizia a parlare è sulla soglia : la soglia di un pensiero che verte direttamente, al destino, al rapporto con sé, al senso del mondo&#8230; e anche se questa soglia si sottrae, si fa invisibile nel pensiero concettuale, nel pensiero della generalità, può mettersi al posto della parola, al pensiero infantile, che non è solo una ricostruzione chimerica&#8230;, ma la chiave di un sapere che non ha preso forma, che può e deve essere riaffermata e approfondita.</p>
<p>Vogliamo tenere distanti, attraverso i simboli, i ricordi conservati in alcuni attimi di evidenza, le categorie invalidanti del pensiero concettuale&#8230; </p>
<p>Il desiderio di non possedere un oggetto, ma di ritrovarsi nella presenza, il desiderio d’essere e non più di avere – il desiderio represso ma mai disfatto.</p>
<p>La lingua materna è anteriore al concetto&#8230; </p>
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		<title>Audiovideo: Paul Celan legge &#8220;Mandorla&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 08:41:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[La rosa di nessuno]]></category>
		<category><![CDATA[mandorla]]></category>
		<category><![CDATA[papavero e memoria]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/celan.jpg" alt="" title="celan" width="149" height="205" class="alignleft size-full wp-image-2664" hspace=4 vspace=1 />La mandorla a cui allude Paul Celan, in questa poesia tratta da <strong>La rosa di nessuno</strong>, è un elemento decorativo romanico, gotico e bizantino-ortodosso, di forma ogivale, utilizzato per dare risalto alla figura sacra rappresentata al suo interno, nella tradizione orientale spesso pittato a lapislazzulo. Usata nell&#8217;affresco o nell&#8217;arte musiva, per raffigurare, di solito, il Creatore o il Cristo o la Madonna in maestà, spesso attorniati all&#8217;esterno della mandorla da altri soggetti sacri. La sovrasignificazione di Mandorla è data, nella poesia di Celan, anche dal richiamo effettuato attraverso l&#8217;originale tedesco per &#8220;mandorla&#8221;, cioè &#8220;Mandel&#8221;, che rimanda al poeta Mandel&#8217;stam. A ciò si aggiunga l&#8217;allusione a un precedente testo di Celan, apparso in <strong>Papavero e memoria</strong>, in cui, oltre alla dialettica tra i due occhi che si guardano e l&#8217;occhio che si chiude, la chiusa suona &#8220;Conta me tra le mandorle&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/X31Dp_7tVG8&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/X31Dp_7tVG8&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: center;">
<table cellspacing="2" cellpadding="2" width="98%">
<tbody>
<tr>
<td width="50%" valign="top" align=center><small><strong>Mandorla</strong></p>
<p>In der Mandel &#8211; was steht in der Mandel?<br />
Das Nichts.<br />
Es steht das Nichts in der Mandel.<br />
Da steht es und steht.</p>
<p>Im Nichts &#8211; wer steht da? Der König.<br />
Da steht der König, der König.<br />
Da steht er und steht.<br />
Judenlocke, wirst nicht grau.</p>
<p>Und dein Aug &#8211; wohin steht dein Auge?</p>
<p>Dein Aug steht der Mandel entgegen.<br />
Dein Aug, dem Nichts stehts entgegen.<br />
Es steht zum König.<br />
So steht es und steht.<br />
Menschenlocke, wirst nicht grau.<br />
Leere Mandel, königsblau.</small></td>
<td></td>
<td width="50%" valign="top" align="center"><small><strong>Mandorla</strong></p>
<p>Nella mandorla – cosa sta nella mandorla?<br />
Il nulla.<br />
Nella mandorla sta il nulla.<br />
Lì sta e sta.</p>
<p>Nel nulla – chi sta? Il re.<br />
Lì sta il re, il re.<br />
Lì sta e sta.</p>
<p>Ricciolo ebreo, non diventare grigio.</p>
<p>E il tuo occhio – per dove sta il tuo occhio?<br />
Il tuo occhio sta davanti al nulla.<br />
Sta verso il re.<br />
Così sta e sta.</p>
<p>Ricciolo d’uomo, non diventare grigio.<br />
Mandola vuota, blu regale.</small></td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>READING D&#8217;AUTORE ALLE COLONNE a cura di Alessandro Bertante</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 07:57:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Barone]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Bertante]]></category>
		<category><![CDATA[andrea scarabelli]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Philopat]]></category>
		<category><![CDATA[paolo melissi]]></category>

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		<description><![CDATA[oggi 23 giugno inediti di Marco Philopat e Andrea Scarabelli prossimi appuntamenti 30 giugno inediti di Paolo Melissi e Irene Chias 7 luglio Antiniska Pozzi e Massimo Gardella 6 agosto Simone Sarasso e Daniele Rudoni 25 agosto Adriano Barone e Matteo Di Giulio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/41566_131678770187131_1034_n.jpg" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-2658" title="41566_131678770187131_1034_n" src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/41566_131678770187131_1034_n.jpg" alt="" width="200" height="283" border=1 /></a><br />
<em>oggi 23 giugno</em><br />
inediti di <strong>Marco Philopat</strong> e <strong>Andrea Scarabelli</strong></p>
<p style="text-align: center;">prossimi appuntamenti<br />
<em>30 giugno</em><br />
inediti di <strong>Paolo Melissi</strong> e <strong>Irene Chias</strong><br />
<em>7 luglio</em><br />
<strong>Antiniska Pozzi</strong> e <strong>Massimo Gardella</strong><br />
<em>6 agosto</em><br />
<strong>Simone Sarasso</strong> e <strong>Daniele Rudoni</strong><br />
<em>25 agosto</em><br />
<strong>Adriano Barone</strong> e <strong>Matteo Di Giulio</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Gianluca Neri: IL GRANDE ELENCO TELEFONICO DELLA TERRA E PIANETI LIMITROFI (ESCLUSO GIOVE)</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 09:06:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[24/7 Bur]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca neri]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRANDE ELENCO TELEFONICO DELLA TERRA E PIANETI LIMITROFI (ESCLUSO GIOVE)]]></category>
		<category><![CDATA[macchianera]]></category>
		<category><![CDATA[rizzoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Da anni lo aspettavo (ehi!: la foto è cliccabile!): questo è l&#8217;esordio letterario di uno dei migliori autori hyperpop d&#8217;Italia, che si chiama Gianluca Neri. E&#8217; una narrazione che può paragonarsi a un dialogo platonico in cui Socrate è in realtà Douglas Adams e i suoi interlocutori non sono Agatone o Crizia, ma i Visitors. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/grande_elenco.jpg" target="_blank"><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/grande_elenco-300x230.jpg" alt="" title="grande_elenco" width="300" height="230" class="alignleft size-medium wp-image-2654" hspace=4 vspace=1 border=0 /></a>Da anni lo aspettavo (ehi!: la foto è cliccabile!): questo è l&#8217;esordio letterario di uno dei migliori autori hyperpop d&#8217;Italia, che si chiama <a href="http://www.facebook.com/gianluca.neri" target="_blank"><strong>Gianluca Neri</strong></a>. E&#8217; una narrazione che può paragonarsi a un dialogo platonico in cui Socrate è in realtà <strong>Douglas Adams</strong> e i suoi interlocutori non sono Agatone o Crizia, ma i Visitors. Tutti hanno preso qualcosa di pesante, prima di parlare (che so?, i tortelloni Rana, condimento incluso). Autore di memorabile satira che ha fatto il Web 1.0 e si mangerebbe il 2.0, collezionatore di scoop geopolitici che hanno fatto la realtà degli ultimi anni, Gianluca Neri è il tenutario di un bordello: si chiama <a href="http://www.macchianera.net/" target="_blank"><strong>Macchianera</strong></a>, è uno dei multiblog più seguiti della nazione ed è da lì che copio e incollo le sue dichiarazioni, non prima di avere espresso tutta la mia soddisfazione per questo libro Rizzoli 24/7 che desiderei tutti compraste, al prezzo di 9.50 euro e della mia amicizia. <a href="http://www.ibs.it/code/9788817037266/neri-gianluca/grande-elenco-telefonico-della.html" target="_blank">Si acquista qui</a>.<br />
La parola all&#8217;autore:</p>
<blockquote><p><a href="http://www.ibs.it/code/9788817037266/neri-gianluca/grande-elenco-telefonico-della.html" target="_blank"><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/grandeelenco-cover.jpg" alt="" title="grandeelenco-cover" width="160" height="250" class="alignright size-full wp-image-2655" hspace=4 vspace=1 border=0 /></a>Senza farla troppo lunga: quella che vedete a lato è la copertina del mio libro. Si intitola <a href="http://www.ibs.it/code/9788817037266/neri-gianluca/grande-elenco-telefonico-della.html" target="_blank"><strong>“Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)“</strong></a>. Sono 290 pagine ed è edito da BUR 24/7 – Rizzoli.<br />
L’ho scritto nel corso dell’ultimo anno, e rappresenta anche il motivo per cui in questo periodo il blog che state leggendo ha – come dire – “scalato la marcia”.<br />
L’ho iniziato per insonnia; per scommessa con un amico che mi spingeva a farlo; per vedere se Facebook andava bene per scrivere un libro (ed è andata bene: più di 10.000 fan tra la <a href="http://www.facebook.com/elencotelefonico" target="_blank">pagina italiana </a>e <a href="http://www.facebook.com/greatphone" target="_blank">quella inglese</a>); e in seguito ad una grande indignazione per un fatto di cronaca.<br />
Non è un libro di fantascienza. E’ un libro che fa (vorrebbe farvi) ridere. E restarci anche un po’ male, a volte.<br />
Io, confesso, mi sono divertito molto, a scriverlo. Ora spero che a voi piaccia.<br />
Già, perché non l’ho detto che ora la palla passa a voi? Lo trovate in tutte le librerie (a un prezzo scandalosamente ragionevole: € 9,50 – ma anche a molto meno se lo acquistate <a href="http://www.ibs.it/code/9788817037266/neri-gianluca/grande-elenco-telefonico-della.html" target="_blank">online</a>). Chi lo acquisterà troverà poi, su <a href="http://www.macchianera.net/" target="_blank"><strong>Macchianera</strong></a> e sulle pagine di Facebook, nuovi capitoli, scritti man mano, che comporranno un finale alternativo diverso da quello del libro.<br />
Se poi dopo averlo letto aveste voglia di tornare qui e farmi sapere se vi è piaciuto (ma anche se vi ha fatto schifo, eh, non fatevi problemi), beh, io ne sarei molto felice.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Emanuele Tonon: IL NEMICO</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 10:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Tonon]]></category>
		<category><![CDATA[Il nemico]]></category>
		<category><![CDATA[ISBN Edizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono orgoglioso di colloquiare, alle 19 presso la Libreria Centofiori di Milano (piazzale Dateo 5 &#8211; qui la mappa), con Emanuele Tonon a proposito del &#8220;romanzo eretico&#8221;, Il nemico (Isbn Edizioni). Non desidero scrivere molto, di questa che ritengo una delle narrazioni italiane più importanti degli ultimi anni (un articolato intervento è stato pubblicato qui, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/il-nemico-small.jpg" alt="" title="il-nemico-small" width="132" height="201" class="alignright size-full wp-image-2650" hspace=4 vspace=1/>Sono orgoglioso di colloquiare, alle 19 presso la <strong>Libreria Centofiori</strong> di Milano (piazzale Dateo 5 &#8211; <a href="http://maps.google.it/maps?f=q&#038;source=s_q&#038;hl=it&#038;geocode=&#038;q=libreria+centofiori,+milano&#038;sll=41.442726,12.392578&#038;sspn=15.435341,39.506836&#038;ie=UTF8&#038;hq=libreria+centofiori,&#038;hnear=Milano,+Lombardia&#038;ll=45.472019,9.218001&#038;spn=0.014114,0.038581&#038;z=15&#038;iwloc=A" target="_blank">qui la mappa</a>), con <strong><a href="http://www.facebook.com/emanuele.tonon" target="_blank">Emanuele Tonon</a></strong> a proposito del &#8220;romanzo eretico&#8221;, <strong><a href="http://isbnedizioni.it/il-nemico/" target="_blank">Il nemico</a></strong> (Isbn Edizioni). Non desidero scrivere molto, di questa che ritengo una delle narrazioni italiane più importanti degli ultimi anni (un articolato intervento <a href="http://www.giugenna.com/2010/05/21/andrea-ponso-su-il-nemico-di-emanuele-tonon/">è stato pubblicato qui</a>, a firma di <strong><a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1505134325">Andrea Ponso</a></strong>). E&#8217; un&#8217;opera ed è arte in quanto necessarissima e necessitatissima. E&#8217; un libro che si impone allo scrittore così come a chi legge, è tesissimo nel lavoro di reperimento di una verità vuota, di una luminosità che superi il conflitto tra luce bianca e buie tenebre. E&#8217; un racconto (quindi è soprattutto finzione) sulla morte del padre e uno sulla morte del Padre per come l&#8217;occidente contemporaneo l&#8217;ha massivamente immaginato. Il Nemico non è il Padre e nemmeno il suo Avversario tradizionale: è il Figlio. Tutto è redento a priori, ma la redenzione stessa è l&#8217;abisso dell&#8217;inaccettabile, del non sostenibile e, in fin dei conti, una devianza dalla natura naturale di tutto, compreso il fenomeno umano. Tale devianza ha conseguenze anche sul piano immaginale, non solo su quello biografico. Le due parti del &#8220;romanzo&#8221; di Tonon sono una contro l&#8217;altra scherate e contemporaneamente sono agganciate l&#8217;una all&#8217;altra, reciproche. Due scritture diverse le dominano, formidabili entrambe. E&#8217; davvero una letteratura teologica? Sì e no. Sì: è il tentativo di scrivere la <em>Sacra Scrittura</em>, di aggiungere il <em>Libro </em>che manca. No: lo stile è fondamentale, ma non è certo quello della tradizione bellettrista italiana,ciò che è &#8220;alto&#8221; nella lingua di Tonon è comunque qualcosa che attiene al pensiero. Qui mi fermo. Chi sarà stasera alle 19 presso la Libreria Centofiori ascolterà di più dalla viva voce dell&#8217;autore. Se non potesse o se volesse un anticipo, ecco un&#8217;audiointervista a Emanuele Tonon (dura 7 minuti circa):</p>
<p><a href=" http://isbnedizioni.it/il-nemico/files/2009/08/tononintera.mp3"><strong>Audiointervista streaming a Emanuele Tonon: su IL NEMICO</strong></a></p>
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		<title>LA SUA BATTAGLIA. Il dottor Cruciani, l’impunito Battisti e le menzogne del culturame</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 08:10:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[della Redazione di Carmilla (LA VERSIONE INTEGRALE DELL&#8217;INTERVENTO) Un intero libro contro Carmilla! Accidenti, che onore! Noi, secondo l’autore (il dottor Giuseppe Cruciani, titolare della rubrica &#8220;La Zanzara&#8221; su Radio 24, collaboratore di Panorama e di La 7), saremmo una lobby di inaudita potenza, capace di mobilitare fior di intellettuali di destra e di sinistra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>della <b>Redazione di <a href="http://www.carmillaonline.com" target="_blank">Carmilla</a></b><br />
<b>(<a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2010/06/003521.html">LA VERSIONE INTEGRALE DELL&#8217;INTERVENTO</a>)</b></p>
<p><img alt="GiuseppeCruciani.jpg" src="http://www.carmillaonline.com/archives/GiuseppeCruciani.jpg" width="210" height="201" border="0" hspace=4 vspace=2 align=right />Un intero libro contro Carmilla! Accidenti, che onore! Noi, secondo l’autore (il dottor <a href="http://www.facebook.com/pages/Giuseppe-Cruciani/77907077541?ref=mf">Giuseppe Cruciani</a>, titolare della rubrica &#8220;La Zanzara&#8221; su Radio 24, collaboratore di Panorama e di La 7), saremmo una lobby di inaudita potenza, capace di mobilitare fior di intellettuali di destra e di sinistra (da Erri De Luca a Tiziano Scarpa a Marco Müller, da Bernard Henri-Lévy a Philippe Sollers a Gabriel Garcîa-Márquez) in giro per il mondo. Il tutto a partire dalla “lista della vergogna”, cioè dalla nostra raccolta di firme (del 2004) a sostegno di Cesare Battisti.  Uno spietato assassino responsabile di tre, anzi quattro delitti trent’anni fa, oggi titolare di una vita agiata in una prigione brasiliana.<br />
Come mai, disponendo di simile potere, lo avremmo usato non per cause più illustri (tipo la verità su Piazza Fontana, la riapertura dell’inchiesta sulla morte di Pinelli, ecc.), bensì per appoggiare un oscuro portinaio della Rue Bleue, scrittore di romanzi in edizione economica, quasi sconosciuto in Italia? Come mai attorno a un criminale latitante si è mossa una fetta così consistente di “culturame”? Siamo grati al dottor Cruciani per avercelo spiegato.<br />
Il “culturame” in questione (i nomi sono centinaia, inclusi il mite Beppe Sebaste o il moderato Sandro Provvisionato, conduttore Mediaset) vive accanto al caminetto nostalgie e fantasie feroci, ai limiti dell’onirismo, degli anni Settanta e Ottanta. Si illude che esista ancora un mondo in cui lo scontro sociale non è mera formula, in cui la stratificazione in classi sussista intatta, in cui poteri incontrollabili politico-economico-criminali pratichino l’arbitrio ed esercitino una selezione per censo. Il dottor Cruciani, saggiamente, censura tale atteggiamento disfattista e antistatuale, che non prende atto di come va il mondo. Lo chiama “disprezzo per lo Stato”, accusa chi lo coltiva di istinti “psicotici”. Ha ragione. C’era da affidarsi a occhi bendati a una “democrazia” che non era che una sequela di prepotenze palesi e occulte. Collusioni tra Stato e mafia, stragi protette o istigate da segmenti degli apparati di difesa, condizionamenti internazionali, corruzione a ogni livello. Più tardi si è saputo dell’esistenza di Staying Behind (Gladio) e della P2. Ancora più tardi l’intera classe politica del periodo postbellico è sparita dalle scene: chi in prigione, chi in esilio, chi in un sordido riciclaggio sotto nuove sigle. Ma il dottor Cruciani ci spiega che quella – definita nell’ ’88 “lo Stato del ricatto”, da un noto eversore quale Gherardo Colombo &#8211; era una democrazia perfetta, quanto l’attuale. Ha senz’altro ragione. Invece ha torto marcio chi dice che, a quel tempo, qualcosa non andava, e non va tuttora.</p>
<p>&bull; <b>(<a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2010/06/003521.html"><i>continua a leggere</i> &#8220;LA SUA BATTAGLIA. Il dottor Cruciani, l’impunito Battisti e le menzogne del culturame&#8221;</a>)</b></p>
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		<title>Sul prossimo romanzo: l&#8217;icona vuota</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 10:49:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il nuovo romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[einaudi stile libero]]></category>
		<category><![CDATA[icona vuota]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho deciso di proporre all&#8217;Editore un romanzo che ha un soggetto certamente storico e puntuale nel senso della topicità assoluta: tale soggetto è detto comunemente essere un&#8217;icona e tale icona è per me un cattivo vuoto (un po&#8217; come una volta, in tempi post-hegeliani, ancora si rievocava la &#8220;cattiva infinità&#8221;). E&#8217; la storia di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/iconavuota.jpg" alt="" title="iconavuota" width="100" height="195" class="alignright size-full wp-image-2640" hspace=4 vspace=1 />Ho deciso di proporre all&#8217;<a href="http://www.giugenna.com/2010/06/08/il-nuovo-editore-e-einaudi-stile-libero-lintervista-ad-affaritaliani-it/">Editore</a> un romanzo che ha un soggetto certamente storico e puntuale nel senso della topicità assoluta: tale soggetto è detto comunemente essere un&#8217;icona e tale icona è per me un cattivo vuoto (un po&#8217; come una volta, in tempi post-hegeliani, ancora si rievocava la &#8220;cattiva infinità&#8221;). E&#8217; la storia di un parto in cui l&#8217;Occidente è attualmente immerso: due decenni ne figliano un terzo, svuotato da elementi tipici del fenomeno umano.<br />
E&#8217; dunque un&#8217;autentica icona quella su cui il romanzo farà perno? Certamente non nel senso in cui Pavel Florenskij affronta la profondità del tema iconico; diciamo, piuttosto, come parodia di quanto afferma Florenskij stesso in un celebre passo:</p>
<blockquote><p>L&#8217;icona è un&#8217;immagine del mondo venturo; essa (e del come non ci occuperemo) consente di saltare sopra il tempo e di vedere, sia pure vacillanti le immagini &#8211; «come in enigmi nello specchio» &#8211; del mondo venturo. Queste immagini sono del tutto concrete e parlare dell&#8217;accidentalità di alcune delle loro parti significa assolutamente fraintenderne la natura simbolica. E perfino se si ammette che è accidentale questo o quel tipo di particolari, ciò non porta affatto a fare altrettanto con altri tipi di particolari&#8230;</p></blockquote>
<p>Questa parodia intenderà risultare discreta rispetto alla questione metafisica che è quintessenziale a proposito della questione iconica. A tal fine suppongo di operare una mutazione stilistica rispetto alle ultime mie pubblicazioni (<strong>Italia De Profundis</strong>, <strong>Le teste</strong>, <strong>Assalto a un tempo devastato e vile 3.0</strong>), che sono <em>libri </em>dove l&#8217;idea di piana leggibilità è scartata, complicata e slogata intenzionalmente, tentando di giungere alla narrazione spalancando il perimetro del racconto. La piana leggibilità, desiderata dal mercato, è un protocollo stilistico che è essenzialmente lessicale e sintattico. Esso è mimetico rispetto allo slacciamento tra il fenomeno umano e il piano emotivo: un risultato storicamente conseguito nel ventennio di cui vorrei trattare, per condurre al presente occidentale odierno, che giudico extraemotivo o pseudoemotivo nella sua espressione di sentimenti. L&#8217;icona vuota altro non mi sembra che un&#8217;eiezione di questo processo: la lacrima che pare vera ed è finta, il perdurare nella memoria di cui non interessa a nessuno, la luce che non è tale. La rappresentazione di un simile vuoto è assai simile al mandarinato burattino di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alasdair_Gray" target="_blank">Alasdair Gray</a>: è in diretto rapporto col potere e con l&#8217;idea stessa di storia, di rottura del legame storico, della pressione su una comunità resa anonima.</p>
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		<title>Il nuovo editore è Einaudi Stile Libero.L&#8217;intervista ad Affaritaliani.it.</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 09:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono felicissimo di annunciare che il Miserabile sottoscritto ha firmato un contratto per due romanzi con Einaudi Stile Libero. E&#8217; un grande onore, per me, essere accolto tra le file einaudiane stileliberiste, dove pubblicano scrittori che storicamente ammiro. Sono grato &#8211; e vorrei esprimere questa gratitudine pubblicamente &#8211; agli editori, Severino Cesari e Paolo Repetti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/einaudi_stile_libero.jpg" alt="" title="einaudi_stile_libero" width="143" height="124" class="alignleft size-full wp-image-2636" hspace=4 vspace=1 />Sono felicissimo di annunciare che il Miserabile sottoscritto ha firmato un contratto per due romanzi con <strong><a href="http://www.einaudi.it/catalogo/%28codDivisione%29/01/%28codLinea%29/A4/%28searchSessionKey%29/Stile%20Libero" target="_blank">Einaudi Stile Libero</a></strong>. E&#8217; un grande onore, per me, essere accolto tra le file einaudiane stileliberiste, dove pubblicano scrittori che storicamente ammiro. Sono grato &#8211; e vorrei esprimere questa gratitudine pubblicamente &#8211; agli editori, <strong>Severino Cesari</strong> e <strong><a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1078223016&amp;ref=mf" target="_blank">Paolo Repetti</a></strong>, e al mio agente, <strong><a href="http://www.pnla.it/" target="_blank">Piergiorgio Nicolazzini</a></strong>.<br />
Per comunicare il passaggio da <strong>Mondadori </strong>a <strong>Einaudi Stile Libero</strong>, sono stato intervistato da <strong><a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1283813488" target="_blank">Antonio Prudenzano</a></strong>, il boss della <a href="http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/" target="_blank">cultura</a> ad <a href="http://www.affaritaliani.it/" target="_blank">Affaritaliani.it</a>, uno dei portali di informazione più seguiti d&#8217;Italia. <a href="http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/giuseppe_genna_einaudi270510.html" target="_blank">Qui il link all&#8217;intervista</a>, che mi permetto di riprodurre qui di seguito.</p>
<p>* * *</p>
<p><strong>GENNA AD AFFARITALIANI.IT: &#8220;PUBBLICHERO&#8217; CON EINAUDI STILE LIBERO&#8221;</strong><br />
<em>I MOVIMENTI NELL&#8217;EDITORIA IN ANTEPRIMA/ Giuseppe Genna sceglie Affaritaliani.it per annunciare il nome del suo nuovo editore: Einaudi: &#8220;La collana Stile Libero ospiterà il mio prossimo romanzo, una spy story ambientata nel traumatico ventennio &#8217;80/&#8217;90&#8230;&#8221;. E rivela: &#8220;Io allo Strega? Sono indifferente ai premi, e non ritengo adatti i miei libri a una giuria come quella degli Amici della Domenica&#8221;. E sulla letteratura italiana contemporanea: &#8220;E&#8217; all&#8217;avanguardia nel mondo, il problema è riuscire ad esportarla&#8230;&#8221;. L&#8217;INTERVISTA A TUTTO CAMPO</em><br />
A sorpresa, <strong>Giuseppe Genna</strong>, uno degli scrittori  italiani più discussi (venerato da un fedelissimo gruppo di lettori e  amato da gran parte della critica, allo stesso tempo ha anche parecchi  “nemici”&#8230;) e controcorrente, cambia “casacca”. E <strong>sceglie <em>Affaritaliani.it</em> per annunciare il nome del suo nuovo editore: a sorpresa, si tratta di  Einuadi Stile Libero</strong>.<br />
di ANTONIO PRUDENZANO</p>
<p><strong>Genna, come mai Einaudi  Stile Libero?<br />
</strong>“Anzitutto si tratta di un editore che, a mio  parere, ha fatto in questi anni il catalogo della migliore narrativa pop  e di innovazione. Di fatto, è l’unica collana editoriale che si  percepisce come tale in libreria, ma a tal punto da apparire quasi un  editore a se stante, mentre è un trade Einaudi. Guidato da Severino  Cesari e Paolo Repetti, che svolgono da anni un lavoro di acume  intellettuale unico in Italia e un lavoro da editori autentici, che  entrano nel testo con alta consapevolezza (in questi anni, al di là  delle bandiere editoriali, per me Cesari è stato un preziosissimo  interlocutore intellettuale). Sono molto onorato di venire pubblicato  accanto ad autori che stimo tantissimo, da Wu Ming a Giorgio Falco, da  Giancarlo De Cataldo a Paolo Nori, da Tommaso Pincio al Valerio  Evangelisti di <em>‘Metallo urlante’,</em> per fare soltanto alcuni  nomi&#8221;.</p>
<p><strong>Lei di recente sul suo sito e su Facebook ha  proposto ai suoi lettori due sondaggi provocatori (vedi box a destra,  ndr). Uno per chiedere ai suoi fan con quale editore vorrebbero che lei  pubblicasse (ha vinto la risposta “minimum fax”, seguita da “alcuni  libri con Einaudi e altri con minimum fax”) e l’altro domandando che  libro desidererebbero che lei scrivesse, laddove ha trionfato il  “romanzo di fantascienza”. Quanto e in che modo i risultati dei due  sondaggi hanno influenzato la sua scelta?<br />
</strong>“Bisogna  circoscrivere il fenomeno, perché molto spesso, fuori dal Web, si tende a  misinterpretare cosa accade davvero in Rete. Chi mi ha onorato della  sua partecipazione ai sondaggi è sicuramente un lettore cosiddetto  ‘forte’, molto competente, che segue il dibattito critico in Rete e  fuori, attento alle novità editoriali, una persona che legge autori  contemporanei italiani e stranieri. Si tratta, quindi, di un nucleo di  lettori molto differente da ciò che il mercato editoriale presuppone  essere l’acquirente medio di libri. Non stupisce, dunque, che le opzioni  più votate siano totalmente controcorrente rispetto al mercato  dell’industria editoriale. Minimum Fax è infatti una casa editrice di  alta qualità ma non di dimensioni industriali, e il romanzo di  fantascienza viene oggi ignorato dai lettori in generale, mentre  incuriosisce i lettori ‘forti’ (me compreso) se utilizzato in forma  allegorica (per esempio: Michel Houellebecq ne ‘<em>La possibilità di  un’isola’</em> e Cormac McCarthy in <em>‘The road’</em> fanno utilizzo  proprio di questo genere, spalancando visioni addirittura teologiche).  Ovviamente, poiché i lettori che mi contattano sul Web e partecipano ai  sondaggi sono così competenti e affezionati, tanto da riconoscere le  poetiche a cui mi appoggio e i percorsi che ho intrapreso, non ho potuto  non tenere conto delle loro indicazioni, che spesso coincidono con le  mie opzioni&#8221;.</p>
<p><strong>Che romanzo pubblicherà? Cosa può  anticipare sulla struttura? E sulla trama? C’è già una data d’uscita? E  un titolo?</strong><br />
“Stiamo discutendo dell’idea su cui vorrei  lavorare e delle modalità poetiche con cui vorrei elaborarla. Mi  piacerebbe molto scrivere un romanzo che sia apparentemente una spy  story, estremamente compressa (non più di 400 pagine), a scene brevi e  molto chiare, intervallate da altre abbacinanti, un po’ come accade in <em>‘Europe  Central’</em> di William Vollmann. Ciò che vorrei investigare è quella  che chiamo ‘icona vuota’: un segmento dell’immaginario collettivo che si  sviluppa nel Ventennio 80/90, ha a che vedere con potere, stupro,  spettacolo, conflitto tra supposta moralità e autentica immoralità. E’,  quel Ventennio, un periodo traumatico che cova a mio parere il crollo  della società spettacolare e la crisi endemica del capitalismo  finanziario che stiamo vivendo oggi. Tutto ciò è possibile, ovviamente,  se all’editore piace l’idea. Se così fosse, il titolo che proporrò è: ‘<em>Morirai  guardata’</em>&#8230;&#8221;.</p>
<p><strong>L’approdo a Einaudi segna l’addio a  Minimum Fax che ha appena pubblicato la riedizione (con circa 150 pagine  in più) di<em> “Assalto a un tempo devastato e vile (3.0)”?</em></strong><br />
“Einaudi  Stile Libero non mi vincola a non pubblicare presso Minimum Fax. A me  piacerebbe, per l’appunto, puntare su una produzione più sperimentale e  oltranzista (nel senso dell’‘oltranza’ di cui parla Andrea Zanzotto),  che mi pare improbabile proporre a un editore di stazza industriale.  Vedremo cosa riserva il futuro. Non sono l’unica parte in causa, in  questo caso. Bisogna domandare e ascoltare il parere di Einaudi SL e di  Minimum Fax”.</p>
<p><strong>Einaudi fa parte del gruppo Mondadori, la  sua ex casa editrice. Anche a seguito delle recenti polemiche sul  caso-Saviano, non le crea ‘problemi’ tornare a pubblicare per il gruppo  editoriale del Presidente del Consiglio?<br />
</strong>“Considero tutta la  questione mal posta. Semplicemente, sono contro qualunque legge  bavaglio. Detto ciò, non è che questa situazione non sia stata dibattuta  in precedenza da scrittori mondadoriani ed einaudiani – anzi, le è  stata data un’etichetta significativa: è stata chiamata ‘l’annosa  questione’ (per approfondire: <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/mondadori.html">http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/mondadori.html</a>).  Dipende da quale posizione politica uno ritiene che sia più efficace:  sbattere la porta o restare all’interno di un determinato contesto (che  peraltro non mi pare per nulla influenzato politicamente, anche se non è  questo il punto). Non è che possiamo fare finta di non essere in una  società di mercato in cui l’economia ha un primato evidente sulla  politica. Ciò a cui io guardo, da intellettuale, e non per personale  narcisismo, è che i contenuti, i ritmi, i messaggi e le visuali di cui  posso essere eventualmente capace raggiungano i lettori. Detto ciò non  mi pare davvero di favorire scelte governative aberranti o di essere  assimilabile a componenti politiche rispetto alle quali sono in  dichiarata opposizione”.</p>
<p><strong>A proposito, uno come Giuseppe  Genna il premio Strega non lo vincerà mai?<br />
</strong>“Dopo  l’esperienza di<em> ‘Q’ </em>dei Luther Blissett, non mi pare che  Einaudi Stile Libero abbia mai candidato nessuno dei suoi autori al  Premio Strega. Personalmente, non sono né interessato né disinteressato  ai premi e ai riconoscimenti istituzionali: semplicemente sono  indifferente. Peraltro, non ritengo possibile che nessun mio libro possa  incontrare i favori di una giuria, tantomeno quella degli Amici della  Domenica”.</p>
<p><strong>Che momento sta vivendo la letteratura  italiana?<br />
</strong>“Io credo che sia estremamente buono, ai limiti  dell’eccezionale. Ritengo che purtroppo esista un difetto nella  propulsione e nella promozione all’estero che il comparto editoriale  italiano dovrebbe attuare e non attua, rispetto agli scrittori e ai  romanzi di cui dispone. Intendo che la nostra fiction e la nostra  poesia, al momento, mi sembrano all’avanguardia nel mondo. In  particolare ravvedo un violento declino della produzione di immaginario  letterario e di stile da parte del mondo in lingua anglosassone. Perché  accade un simile fenomeno? Da un lato, l’Impero sta esportando in  generale poco immaginario. D’altro canto, noi scriviamo in lingua  italiana: una lingua che, come annotava Pascoli, è morta e continua a  vivere oltre alla sua morte – una rima ci è impedita, diventiamo  ridicoli se solo la facciamo, la nostra lingua è sottoposta a un’usura  plurisecolare, eppure questa è la sua posizione di avanguardia:  scriviamo dalla zona dei fantasmi e delle immagini fantasma. In poesia, i  Nobel anglosassoni Heaney e Walcott stanno facendo ciò che fecero  Carducci e D’Annunzio da noi. Quanto alla narrativa, il lavoro che la  mia generazione ha compiuto sui generi non mi pare reperibile altrove.  Questo lavoro ha prodotto spiazzamenti di immaginario formidabili. Non  sto a fare nomi, perché escluderei sicuramente qualcuno per dimenticanza  non voluta, ma segnalo come un romanzo epico qual è <em>‘Le rondini di  Montecassino’</em> di Helena Janeczek (edito da Guanda) sia una  narrazione di livello perlomeno europeo, capace di scardinare e  ricomporre la nozione di epica in età contemporanea”.</p>
<p><strong>Genna  a parte, se la sente di prevedere qual è lo scrittore italiano  contemporaneo di cui si parlerà tra un secolo?<br />
</strong>“Detto che  sinceramente e non per posa mi ritengo uno scrittore secondario, non  credo che tra un secolo gli umani usufruiranno di una concezione di  storia e di canone come quella da cui noi proveniamo. La letteratura è  pronta a ribaltamenti almeno quanto la specie. Poi: ci sono molti autori  che mi sembrano davvero meritare di essere letti in un futuro,  indipendentemente dal fatto che rappresentino o meno il nostro  presente”.</p>
<p><strong>Cosa pensa della ‘moda’ degli esordienti?</strong><br />
“Che  in molti abbiamo lavorato negli anni per permettere accessi in esordio  alle realtà editoriali e che ciò si è rovesciato in una moda. Per quanto  concerne la qualità media della scrittura di esordio, dipende molto  dagli editor che lavorano sui debuttanti, a questo punto. Poi: ci sono  esordi folgoranti ed esordi che lasciano freddi. Non credo si possa  esprimere una sentenza generale o definitiva. Mi limito a segnalare  l’interesse economico e distorsivo, da parte dell’industria editoriale,  su questi scrittori. Faccio un esempio: Lara Cardella, anni e anni fa  esordì con <em>‘Volevo i pantaloni’</em>, bestseller di sapore anche  civile, in qualche modo. Cosa è successo all’autrice che debuttò allora?  Chi legge quel romanzo oggi? Quando si pensa all’industria editoriale,  bisogna a mio parere mettersi in una prospettiva di medio o lungo  termine, essendo consapevoli che una casa editrice non è una balia che  protegge né un ente mecenatesco (il che mi sembra un grosso peccato dei  nostri tempi): è un’impresa, sia pure culturale, e un’impresa deve fare  utili”.</p>
<p><strong>Di  recente lei si è molto speso per un autore debuttante defilato e  controcorrente, Emanuele Tonon, che per Isbn ha pubblicato <em>“Il  nemico” (</em>il 16 giugno prossimo alla libreria Centofiori di Milano alle ore 19 Genna presenterà il primo libro di  Tonon): Perché il suo romanzo l&#8217;ha colpita così tanto?<br />
</strong>“Ho  conosciuto Emanuele Tonon a un seminario su ‘Male e letteratura’. Non  sapevo del suo debutto presso Isbn. Mi sono comprato il suo ‘romanzo  eretico’ al tavolino di vendita a fondo sala e non per gli affondi che  questo impressionante scrittore friulano aveva lanciato nella  discussione. Ho letto ‘<em>Il nemico’</em> in due notti: il romanzo è  diviso in due parti – una notte per parte. Insieme a Giorgio Vasta e a  Demetrio Paolin, ritengo quello di Emanuele Tonon il più importante  parto di una nuova voce e di un nuovo sguardo nella nostra narrativa  contemporanea. A parte l’abisso filosofico e teologico che si spalanca  in questo romanzo, a parte il tremolio e il sisma violento di un corpo  lanciato al contempo contro la morte e contro la vita, a parte il ritmo  linguistico, cangiante e variabile e molto prossimo – in certi sensi – a  quello di Antonio Moresco, c’è una cifra tremenda che mi impressiona in  questo autore: è la sua prossimità al tragico, la sua familiarità con  ciò che è radicale e ultimativo – il disperato, prometeico urlo con cui  chiede alla verità di manifestarsi e ai propri occhi di strappare il  velo che gli impedisce di essere quella verità”.</p>
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		<title>I risultati del Miserabile Sondaggio sul prossimo romanzo</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 08:48:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>
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		<description><![CDATA[Si è concluso ieri, nel sacro giorno della festa della Repubblica, il Miserabile Sondaggio con cui i Miserabili Lettori hanno espresso quale romanzo del sottoscritto desidererebbero leggere prossimamente. Qui sotto, la tabella coi risultati: vince il romanzo di fantascienza, sopra le due specie di spy story. Nei prossimi giorni, alcune considerazioni, un inatteso annuncio e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2631" title="libro" src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/libro.jpg" alt="" hspace="4" vspace="1" width="200" height="133" />Si è concluso ieri, nel sacro giorno della festa della Repubblica, il <a href="http://www.giugenna.com/2010/05/25/nuovo-sondaggio-quale-libro-deve-scrivere-per-te-il-miserabile/" target="_blank"><strong>Miserabile Sondaggio</strong></a> con cui i Miserabili Lettori hanno espresso quale romanzo del sottoscritto desidererebbero leggere prossimamente. Qui sotto, la tabella coi risultati: vince il romanzo di fantascienza, sopra le due specie di spy story. Nei prossimi giorni, alcune considerazioni, un inatteso annuncio e la decisione presa in base anche a questi 1.000 voti (nell&#8217;inedia di ieri, ho monitorato con continui refresh, finché non ho visto raggiunta la cifra fatale). Intanto, vorrei esprimere un ringraziamento sincero a chi ha speso tempo per votare. A caldo, la considerazione centrale: la fantascienza non vende, il genere storico sì &#8211; il che significa che in Rete i lettori divergono significamente nelle attese e nelle preferenze in àmbito letterario. Ma su questo, nei prossimi dì. Ecco i dati:</p>
<p style="text-align: center;">
<img class="aligncenter size-full wp-image-2630" title="sondaggio" src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/sondaggio.jpg" alt="" width="385" height="506" /></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Miserabile Sondaggio a 871 voti: classifica riaperta</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 12:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Genna]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>

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		<description><![CDATA[Una spy story di 400 o 600 pagine? Un romanzo borghese? Storico? Di formazione? Di fantascienza? Fuori dai generi? VOTA IL SONDAGGIO! Probabilmente il fatto di avere pubblicato l&#8217;invito a votare il Miserabile Sondaggio su Macchianera ha portato a votare partecipanti che hanno sovvertito in parte le gerarchie delle opzioni. Attualmente il romanzo fantascientifico è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una spy story di 400 o 600 pagine? Un romanzo borghese? Storico? Di formazione? Di fantascienza? Fuori dai generi?</p>
<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/06/bourne.jpg" alt="" title="bourne" width="220" height="165" class="alignleft size-full wp-image-2626" hspace=4 vspace=1 /><strong><a href="http://www.giugenna.com/2010/05/25/nuovo-sondaggio-quale-libro-deve-scrivere-per-te-il-miserabile/" target="_blank">VOTA IL SONDAGGIO!</a></strong><br />
Probabilmente il fatto di avere pubblicato l&#8217;invito a <a href="http://www.macchianera.net/2010/05/27/miserabile-sondaggio-qual-e-il-prossimo-romanzo-che-devo-scrivere-per-te/" target="_blank">votare il Miserabile Sondaggio su <strong>Macchianera</strong></a> ha portato a votare partecipanti che hanno sovvertito in parte le gerarchie delle opzioni. Attualmente il romanzo fantascientifico è in testa col 28% dei voti, seguito dalla spy story da 400 pagine (24%) e da quella da 600 (16%), che ha raggiunto il romanzo extragenere (16%). Romanzo di formazione (9%) e storico (8%) chiudono la classifica. Da notare che l&#8217;opzione di purissimo genere vede in testa la spy story: indipendentemente dal numero di pagine, totalizza il 40% delle preferenze. Mancano 129 voti alla conclusione del Miserabile Sondaggio: votate, se interessati!</p>
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<table border=0 width=500 bgcolor="EEEEEE" background=http://pollcode.com/images/bg/leather.gif cellspacing=0 cellpadding=2>
<tr>
<td colspan=2><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF"><b>Quale romanzo di Giuseppe Genna vuoi leggere prossimamente?</b></font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="1"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo di genere crime, thriller o spy story, non piu&#8217; di 400 pagine</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="2"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo di genere crime, thriller o spy story, almeno 600 pagine</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="3"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un libro fuori dai generi, finto autobiografico come &#8220;Italia</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="4"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo tradizionale di formazione e visione sociale</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="5"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo storico tradizionale</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="6"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo di fantascienza, allegorico e massimalista</font></td>
</tr>
<tr>
<td colspan=2 align=center>
<input type=submit value="Vote"/>
<input type=submit name=view value="View"/></td>
</tr>
</table>
</form>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il Miserabile Sondaggio e la fantascienza: un intervento di Evangelisti</title>
		<link>http://www.giugenna.com/2010/05/31/il-miserabile-sondaggio-e-la-fantascienza-un-intervento-di-evangelisti/</link>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 09:37:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nugae]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Alla periferia di Alphaville]]></category>
		<category><![CDATA[alphaville]]></category>
		<category><![CDATA[Dies Irae]]></category>
		<category><![CDATA[distruggere alphaville]]></category>
		<category><![CDATA[Medium]]></category>
		<category><![CDATA[valerio evangelisti]]></category>

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		<description><![CDATA[Una spy story di 400 o 600 pagine? Un romanzo borghese? Storico? Di formazione? Di fantascienza? Fuori dai generi? VOTA IL SONDAGGIO! Nonostante la mia conclamata preferenza per la stesura di un romanzo di genere, una spy-story che si muova nelle spire dell&#8217;immaginario 80/90, compressa, veloce, vuota come la sua icona di riferimento, il Miserabile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una spy story di 400 o 600 pagine? Un romanzo borghese? Storico? Di formazione? Di fantascienza? Fuori dai generi?</p>
<p><strong><a href="http://www.giugenna.com/2010/05/25/nuovo-sondaggio-quale-libro-deve-scrivere-per-te-il-miserabile/" target="_blank">VOTA IL SONDAGGIO!</a></strong></p>
<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/05/2001.jpg" alt="" title="2001" width="280" height="153" class="alignleft size-full wp-image-2620" hspace=4 vspace=2 />Nonostante la mia conclamata preferenza per la stesura di un romanzo di genere, una spy-story che si muova nelle spire dell&#8217;immaginario 80/90, compressa, veloce, vuota come la sua icona di riferimento, il Miserabile Sondaggio (che indica le preferenze dei Miserabili Lettori circa la stesura del mio prossimo libro) sembra avviato a fare trionfare un romanzo di fantascienza. Non che manchino, in merito, soggetti o velleità che nutro ormai da più di un decennio. La fantascienza sta all&#8217;inizio del mio immaginario, nonostante io non abbia una cultura in ambito fantascientifico (fatti salvi i classicissimi). Già nel <strong>Dies Irae</strong> apparivano inserti di un romanzo incompleto, difficile da intuire, sull&#8217;estinzione della specie umana a partire dall&#8217;esondazione nello spazio cosmico. Così in <strong>Medium</strong>. Altrettanto in <strong>Assalto a un tempo devastato e vile</strong>. <img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/05/valerio.jpg" alt="" title="valerio" width="64" height="120" class="alignright size-full wp-image-2621" hspace=4 vspace=1 />Ritengo la fantascienza una modalità di narrazione che attiva temi e immagini e trame in maniera assoluta. Innegabile la sua potenza allegorica &#8211; a mio dire surclassa quella attuale del noir o del romanzo storico. Tuttavia&#8230; Tuttavia è il caso di leggere quanto scrive del genere <a href="http://www.eymerich.com" target="_blank">Valerio Evangelisti</a> (nella foto), in <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788883251832/evangelisti-valerio/distruggere-alphaville.html" target="_blank">Distruggere Alphaville</a></strong> (Ancora del Mediterraneo &#8211; 14 euro) &#8211; è possibile desumere quanto sia stracciata l&#8217;accoglienza della lettura SF oggi. Una conseguenza di cattiva letteratura e di immaginari ormai esausti. Dopo le opzioni del sondaggio, l&#8217;intervento di Evangelisti.</p>
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<table border=0 width=500 bgcolor="EEEEEE" background=http://pollcode.com/images/bg/leather.gif cellspacing=0 cellpadding=2>
<tr>
<td colspan=2><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF"><b>Quale romanzo di Giuseppe Genna vuoi leggere prossimamente?</b></font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="1"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo di genere crime, thriller o spy story, non piu&#8217; di 400 pagine</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="2"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo di genere crime, thriller o spy story, almeno 600 pagine</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="3"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un libro fuori dai generi, finto autobiografico come &#8220;Italia</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="4"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo tradizionale di formazione e visione sociale</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="5"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo storico tradizionale</font></td>
</tr>
<tr>
<td width=5>
<input type=radio name=answer value="6"/></td>
<td><font face="Georgia" size=-1 color="#FFFFFF">Un romanzo di fantascienza, allegorico e massimalista</font></td>
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<td colspan=2 align=center>
<input type=submit value="Vote"/>
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</form>
<p><span id="more-2618"></span><strong>Periferia di Alphaville. 23,25, ora oceanica</strong><br />
di <a href="http://www.eymerich.com">VALERIO EVANGELISTI</a><br />
da <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788883251832/evangelisti-valerio/distruggere-alphaville.html" target="_blank">Distruggere Alphaville</a></strong> (Ancora del Mediterraneo &#8211; 14 euro)</p>
<p><em>Erano le 23,15, ora oceanica, quando Natasha e io uscimmo da  Alphaville attraverso i viali periferici.</em><br />
(Dal film  <em>Agente Lemmy Caution: Missione Alphaville</em>, di Jean-Luc  Godard. Idem per le successive citazioni.)</p>
<p><a href=a href="http://www.ibs.it/code/9788883251832/evangelisti-valerio/distruggere-alphaville.html" target="_blank"><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/05/distruggerealphaville.jpg" alt="" title="distruggerealphaville" width="200" height="326" class="alignright size-full wp-image-2622" border=0 vspace=1 hspace=4  /></a>In apparenza la battaglia è vinta. La narrativa di genere – quella  che, per semplificarne le diverse anime, definisco “paraletteratura”,  strappando la definizione insultante dalle mani di chi la avversa – in  Italia ha vinto e stravinto. Domina largamente il mercato, soprattutto  in una sua componente, quella poliziesca e noir. Vede, sull’onda del  consenso di pubblico, issati sul piedistallo della gloria (attenzione  dei media, premi importanti, collezioni prestigiose) i suoi autori,  anzitutto Andrea Camilleri, mentre nelle enciclopedie letterarie entra  per la prima volta la voce “Lucarelli, Carlo”. Nessun critico sensato  discrimina più un romanzo solo perché tratta di delitti o di astronavi,  di gangster o di pirati. L’ingresso di Dumas al Panthéon ha sancito a  livello mondiale un trionfo ormai acquisito.<br />
Esistono sacche di resistenza, ma sono patetiche. Chi le anima è di  solito di età avanzata, e continua a chiedersi, e a chiedere in giro,  dove mai siano finiti i Pasolini, i Calvino, i Gadda (la risposta è  elementare e di natura anagrafica, però darsela significherebbe  riconoscere la brevità del proprio futuro). Altri, molto più giovani, si  interrogano sul perché la ricerca linguistica e stilistica sia venuta  meno, facendo riemergere trame e intrecci come elementi portanti della  narrazione. Costoro, chiaramente, non leggono i quotidiani, non  conoscono Internet né guardano i telegiornali. Altrimenti saprebbero che  le frontiere culturali non sono più quelle di un tempo. La ricerca  sulla lingua ebbe il suo momento legato al sorgere di un’identità  nazionale, o addirittura locale. Oggi la priorità è comunicare al di là  di confini sempre più aleatori. Logico che ciò che si comunica – in  termini di storie, idee, vicende – abbia la meglio sull’invenzione  linguistica intraducibile.<br />
Ma ciò non dovrebbe costituire un grosso problema. Era già realtà  quando, nel secolo XIX e ai primi del XX, in Europa circolavano,  tradotti più o meno bene, i romanzi di Dickens, Balzac, Dostoevskij,  Flaubert, Tolstoj, Zola, ecc. Quanti, ignari di russo, saprebbero  formulare un giudizio critico compiuto sullo stile letterario di <em>Delitto  e castigo</em>? Quel che resta nella memoria è l’intreccio, in cui  l’ampiezza dei temi si fonde con una <em>suspense</em> che lascia col  fiato in gola.<br />
Oggi il mondo è una grande Europa, ancora incompleta. Sia dunque la  benvenuta qualsiasi narrazione capace di passare le frontiere, tipo  quella proposta dalla letteratura di genere.<br />
Insomma, la paraletteratura ha trionfato. È adesso che bisogna iniziare a  preoccuparsi.</p>
<p><em>Gli abitanti di Alphaville non sono normali. Sono prodotto di un  mutamento</em>.</p>
<p>Credo che alcune voci critiche non abbiano torto a denunciare la  scalata del <em>thriller</em> nelle classifiche dei libri più venduti, e  le strategie editoriali che alimentano il fenomeno. Non c’è dubbio, ai  miei occhi, che ciò si inquadri in un generale moto restaurativo,  destinato a diffondere il non-pensiero dove esistevano complessità e  profondità.<br />
Se non posso associarmi alla denuncia, è perché la narrativa di genere è  infinitamente più ricca dei titoli che svettano sulle classifiche  attuali. Insomma, la fantascienza ci ha dato Dick (ormai un punto di  riferimento, a proposito e a sproposito), Ballard, Vonnegut, i meno  celebrati ma non per questo meno importanti Sturgeon, Leiber, Sheckeley.  Dal genere <em>noir</em> sono venuti Hammett, Chandler, Manchette,  Ellroy, Izzo, Leonard. Persino il vecchio poliziesco d’indagine può  vantare un Simenon, un Malet, un Camilleri, una Vargas. Dal negletto <em>horror</em> sono emersi Lovecraft e King. Chi potrebbe asserire che questi nomi (e  tanti altri che ho nella penna, penso a Khadra, Taibo II, Markaris,  ecc.) abbiano involgarito, e non invece arricchito, la scena letteraria  contemporanea?<br />
Certo, quelli citati finora sono nomi stranieri. Il dramma pare nascere  quando si passa ai nomi italiani. Allora sembra che scatti l’antico veto  che da Croce passò a Prezzolini, e si è in seguito perpetuato. L’Italia  non è terreno adatto a un tipo di letteratura che punta agli eccessi di  immaginazione e alle speculazioni estreme. Quella, se proposta nello  Stivale, è puro fenomeno imitativo dettato dal mercato. Alle nostre  latitudini bisognerebbe rifiutare i modelli eteroimposti, e lavorare  invece su lingua e concetti nostrani, in qualche caso addirittura  regionali o di paese.<br />
Non è certo questa, sia chiaro, la posizione di avversari del <em>thriller</em> come Carla Benedetti o Antonio Moresco (il quale, da par suo, compie  un’operazione opposta a quella descritta: cerca di iniettare nella  narrativa “alta” l’afflato universale, addirittura cosmico, della  migliore narrativa di genere). Rischia di diventarlo se la critica  giustissima ai meccanismi del mercato coinvolge singoli autori, vilipesi  (forse) oltre il dovuto oppure esaltati (forse) oltre il comprensibile.  E’ proprio al mercato e alle sue distorsioni che andrebbe rivolta  l’attenzione primaria. Poi, se un ex attore di varietà scala le  classifiche con <em>thriller</em> scontati, buoni per palati grossolani,  se chi firma un mediocre romanzo familiare borghese fa altrettanto, se  una ragazzina spigliata si afferma descrivendo le proprie esperienze  sessuali in uno stile che oscilla tra Luigi Capuana e Pierre Louys, e se  invece il successo non arride a uno scrittore che partorisce un romanzo  ai limiti della leggibilità, e insulta e scalpita cercando un alibi  nell’invenzione linguistica proposta quale dogma, che male c’è? Fin  dalle origini la letteratura ha avuto diverse tipologie, sia qualitative  che tematiche, e ciascuna di esse ha conosciuto il proprio sviluppo,  senza che una pretendesse di elidere le altre. Semmai il male sta  nell’insultare e nello scalpitare.<br />
Che senso ha litigare in nome dello spazio occupato negli scaffali delle  librerie? Personalmente, da narratore “di genere”, non mi sono mai  sentito minacciato dal successo di Alessandro Baricco, che certo segue  canoni completamente diversi dai miei. E leggo con passione e curiosità,  privi di spirito competitivo, Dario Voltolini, Tiziano Scarpa, Michele  Mari, Antonio Moresco, più infiniti altri. Hanno loro scopi e loro mete  stilistiche. Perché mai li dovrei odiare?<br />
Semmai mi preoccupa l’incapacità della letteratura di genere a  confrontarsi, serenamente e con spirito amichevole, con simili  personaggi. Ma questo è un problema interno a quel tipo di narrativa, e  prelude alla triste necessità della sua distruzione da dentro.</p>
<p><em>«Aiutami. Sono parole che non conosco. Non me le hanno mai  insegnate.» «Impossibile, principessa. Devi farcela da sola, e allora  sarai salva. Se non ce la farai sarai perduta, come i morti di  Alphaville.»</em></p>
<p>Prima di proseguire, mi permetto una sintetica digressione. La  letteratura – o anche la narrativa di stampo artigianale – è  essenzialmente un mezzo di comunicazione. Attraverso un linguaggio  idoneo allo scopo, l’autore cerca di trasmettere ad altri storie, stati  d’animo, concetti, visioni, contenuti che per lui sono pregnanti. Senza  lettore, non ci sarebbe scrittore. Qualche volta, i contenuti possono  essere individuati nel linguaggio stesso, ma ciò è raro (anche se  ovviamente è lecito), perché limita la possibilità di comunicare, e  restringe il campo dei ricettori a chi intenda quel gergo; quando la  vocazione naturale di un <em>medium</em> (come appunto la letteratura) è  farsi universale.<br />
Per dirla in parole più semplici, se Zola avesse scritto in dialetto  provenzale, e Dickens in <em>cockney</em>, oggi difficilmente li  conosceremmo in Italia.<br />
Dal lato dello scrittore, le cose cambiano. Come notò a suo tempo Lucien  Goldmann, egli si muove tra diversi <em>sistemi</em>: uno è quello  dell’assieme della letteratura, a cui deve giocoforza rapportarsi; un  altro è quello della società in cui vive. A quest’ultimo appartengono,  aggiungo io, anche i meccanismi mercantili attraverso i quali la sua  produzione può raggiungere i lettori. Meccanismi differenti col variare  dei periodi storici. I problemi di mercato che aveva Dante Alighieri  erano diversi da quelli di Balzac (gravissimi, come sappiamo), a loro  volta differenti da quelli di un autore contemporaneo, o di un giovane  esordiente.<br />
E’ nel dibattersi tra i diversi sistemi che lo attraversano che lo  scrittore definirà se stesso. In rapporto alla letteratura precedente (o  magari futura), in rapporto al contesto storico in cui agisce, in  rapporto agli obblighi di mercato che deve necessariamente attraversare  per giungere a trasmettere ciò che desidera arrivi ad altri. Il  “successo” intimo e personale gli arriderà se, traversati tutti questi  ostacoli, saprà portare al destinatario qualcosa di innovativo, in  rapporto ai sistemi che intendono condizionarlo. Il “successo” sociale  (possibile anche per l’altra via) sara più rapido se lo scrittore si  adeguerà ai sistemi che lo trascinano: tramite l’imitazione di modelli  pregressi, la sintonia della creazione con le domande della società, la  navigazione esperta attraverso i canali mercantili.<br />
Si noti a quante scosse è comunque sottoposto il testo, attraverso i  percorsi che ho indicato. All’inizio è qualcosa di unico e, in certo  modo, di inconoscibile. Tutti gli approcci psicanalitici o psicologici  alla critica letteraria sono falliti miseramente (Barthes ne ha indicato  il perché con una frase fulminante: “<em>Colui che parla</em> – nel  racconto – non è <em>colui che scrive</em> – nella vita – e colui che  scrive <em>non è colui che è</em>”). Per l’analista è già difficile  esplorare, a furia di sedute, la mente del paziente che ha nello studio.  Figurarsi quando si tratta di uno scrittore con cui non si ha nessun  contatto, e magari è deceduto da qualche secolo. Lo studioso deve  fidarsi delle sue confessioni scritte o, peggio, considerare tali le sue  opere. Senza badare al fatto che queste, del tutto o in parte, vivono  di finzione (mi rifaccio ancora a Goldmann).<br />
Da parte sua, nemmeno lo scrittore ha una padronanza completa della  propria psiche. Se la parte più remota viene detta “subconscio”, un  motivo ci sarà. La posizione dell’autore, o almeno dell’autore  consapevole del proprio lavoro, somiglia a quella degli antichi  alchimisti. Il creare è anche ricerca interiore. Plasmare la materia  grezza (sia la storia che la parola), raffinarla gradualmente, è  operazione che plasma l’oggetto ma anche l’operatore. Se l’alchimista,  nel passare dalla <em>nigredo</em> all’<em>albedo</em>, alla <em>citrinitas</em> e infine alla <em>rubedo</em> perfeziona la materia e al tempo stesso “si  fa Dio”, cioè si avvicina via via alla capacità creativa della divinità  (un’imitazione intesa non come bestemmia, quale nella cattiva  interpretazione del <em>Frankenstein</em>, bensì come una sorta di  preghiera), così lo scrittore, nel concepire intrecci e nel renderli  intelligibili (dunque trasmissibili), si approssima per gradi  all’inconoscibile; che però, nella società odierna, è la parte ignota di  se stesso, e non un demiurgo esterno.<br />
Oserei affermare che, se può esistere un metro assoluto di qualità  letteraria (e io ne dubito), esso risiede nella misura in cui lo  scrittore fa trapelare, senza mai renderla esplicita (essendo in gran  parte ignota a lui stesso), questa sua operazione. Il che, per fare nomi  a caso, accosta Dostoevskij a Philip K. Dick, Lovecraft a T.E.  Lawrence. Oppure, con riferimento ai risultati concreti dell’opera  alchemica, nei casi in cui lo scrittore – che a questo punto può non  avere un nome – disvela con sincerità l’interazione intenzionale di ciò  che produce con uno dei sistemi in cui è inserito: in questo caso,  quello sociale. E allora potremo accostare senza ritrosie i Wu Ming a  Balzac, Jack London a Moresco o a Genna.<br />
Restano fuori dai giudizi qualitativi le semplici gabbie linguistiche  che rinserrano il nulla, le narrazioni a formula fissa che si rincorrono  identiche, i racconti incomunicabili, ecc. Guai all’alchimista che si  fa “soffiatore” (semplice manipolatore di prassi notorie), guai a quello  che prescinde da chi potrà trarre beneficio dalle sue invenzioni.<br />
Insomma, la fase dell’<em>opera al rosso</em> ha due facce: una  soggettiva, inerente alla creazione, e l’altra oggettiva, inerente al  creato. Strumento analitico utile, ai fini di una valutazione  qualitativa, è solo quello dell’onesta dichiarazione dei propositi.  Fermo restando che questa non conduce automaticamente al <em>quid</em> destinato a restare ignoto, essendo ancora ignoti i meccanismi della  psiche e le regole dell’universo.<br />
Un’ottima divulgazione di tutto ciò si trova in uno scrittore molto  popolare: Dante Alighieri. Letto in mille forme, ma quasi mai da chi, a  conoscenza delle regole alchemiche, potesse distillare l’oggetto  primario della <em>Commedia</em>: la creazione, il “farsi Dio”,  l’intervenire alla luce delle conoscenze accumulate sul proprio presente  – per decifrarlo e, all’occorrenza, cambiarlo.</p>
<p><em>Gi abitanti di Alphaville non morirono tutti, ma tutti erano  rimasti colpiti.</em></p>
<p>Si dirà: ma che c’entra tutto ciò con la narrativa di genere,  adagiata per sua stessa natura sulla piattezza e la ripetitività? Viene  da rispondere: e che c’entra tutto questo con l’odierna letteratura <em>mid-cult</em> spacciata per “alta”, in cui non uno dei problemi posti dalla storia  viene affrontato, quanto meno in termini accettabili? Salgari e Dumas,  in tutta la loro modestia, trattavano l’uno di colonialismo e l’altro di  democrazia. Si collegavano a forme addirittura ancestrali di  affabulazione, fino a toccare, nei momenti più felici, il livello  onirico e, al di là di quello, addirittura la sfera archetipica.  Operavano con sincerità di intenti. Se la loro materia restava grezza,  non c’era però dubbio che, nel manipolarla onestamente, si “facessero  Dio” – tanto che hanno influito potentemente sulla psiche di intere  generazioni.<br />
Può dirsi lo stesso della narrativa <em>mid-cult</em>, dell’odierno  “romanzo borghese”, delle mille varietà dell’effimero presuntuoso che ci  circonda? Direi di no. Se ai suoi tempi un Dumas poteva dialogare con  un Balzac, oggi con chi può dialogare uno scrittore di genere? I nomi,  in Italia, non superano le dita di due mani. All’estero talora va  meglio: negli Stati Uniti, in America Latina, per esempio. Talaltra va  peggio. Mentre Jean-Patrick Manchette, in Francia, sudava su ogni  singola parola per distillare purezza stilistica e linearità narrativa,  al servizio di trame capaci di aggredire i massimi sistemi, attorno a  lui regnavano il baccano dei <em>nouveaux philosophes</em> dal pensiero  elementare e catodico, il rombo dei tromboni, dei cantori del nulla, <em>à  la</em> Philippe Sollers. Gli equivalenti d’oltralpe di chi, da noi,  vive di stile, snocciola nozioni e non dice niente.<br />
Con questo non intendo asserire una superiorità automatica dello  scrittore “di genere”  rispetto ai colleghi più nobili. Non è vero, e lo  si vedrà tra poco. Il nocciolo del discorso è semplificabile in un  esempio. Se un Pasolini (per il quale nutro una simpatia moderata, lo  ammetto) riesce a dominare la scena ancora oggi, è perché la trasparenza  delle sue intenzioni era palese, fino a rasentare la purezza, e perché  si abbandonò ai <em>sistemi</em> che lo avvolgevano: l’interazione con la  tradizione pregressa, quella col contesto sociale, l’analisi di se  stesso.<br />
Altri scrittori del medesimo periodo storico sono di fatto dimenticati,  dopo averlo dominato, come Alberto Moravia. Il fatto è che scelsero di  agire in un sistema o nell’altro, però non in tutti. Non riuscirono a  “farsi Dio”.</p>
<p><em>«Credi che siano morti tutti? No, non ancora. Può darsi anche che  guariscano, e che Alphaville diventi una città felice come Firenze, come  Angoulême City, come Tokyorama.»</em></p>
<p>Se il grosso problema, per lo scrittore senza etichette, è la  ripetitività, per quello di genere sono le gabbie. Il successo persino  eccessivo arriso al <em>noir</em>, il potere contaminante della  fantascienza (che può anche agonizzare, ma dopo avere riversato sulla  società immagini, idee e un intero vocabolario utile a descrivere i più  recenti sviluppi della società stessa), l’estendersi dell’<em>horror</em> nelle più inattese diramazioni mediatiche, ecc.: tutto ciò resta vitale  finché resiste alla minaccia incombente della cristallizzazione in  formule prive di anima e di tasso inventivo.<br />
Personalmente, comincio a non poterne più dell’investigatore privato  cinico e disilluso, del poliziotto coraggioso che si scontra con  l’abulia dei superiori, dell’agente tormentato da problemi intestinali,  del <em>serial killer</em> tanto idiota quanto capace di raffinate  nequizie, dell’astronave carica di rutilanti gerarchie in viaggio verso  ultime frontiere, di giudici zelanti che riaprono casi dimenticati, di  avvocati anticonformisti in crisi esistenziale ecc. Ognuno di questi <em>topoi</em> ha alle spalle alberi genealogici illustri. Ogni loro riproposizione  negli stessi termini accorcia, magari inconsapevolmente, la distanza che  separa <em>L’esorcista</em> da <em>L’esorciccio</em>, il laboratorio  dell’alchimista dalla cucina di casa. Gli esiti sono garantiti (come Eco  ha dimostrato analizzando la ripetitività in Rex Stout), ma logorano  progressivamente il genere, riconducono l’opera “al nero”.<br />
Quella che poteva essere una sfida, diventa acquiescenza e consolazione.  Inutile criticare, da una posizione tanto fragile, le banalità del  romanzo borghese. Inutile stigmatizzare il vuoto a partire da un vuoto  ancora peggiore. Sarà magari vero che la narrativa <em>noir</em> (e qui  comprendo sotto l’etichetta l’intera letteratura di genere, “nera” in  varie forme) ha le potenzialità per descrivere meglio di ogni altra la  società odierna. Però non basta prendere atto di questo, e adagiarsi  sulla rassicurante constatazione di essere nel giusto. La cognizione  deve farsi coscienza e, sul piano dell’atto, tradursi in militanza.<br />
Basta con i percorsi obbligati e i luoghi comuni. Basta con l’astronauta  coraggioso, il commissario umano, il giudice senza macchia,  l’assassinio seriale dalle efferatezze allucinanti e dalla psicologia  confusa, il mostro vampiresco che percorre la storia identico a se  stesso. Tutto ciò conduce a quella che alcuni hanno chiamato,  parzialmente a ragione, la “voga thrilleristica”. No. Il genere è  sostanza esplosiva a cui manca l’innesco. Autori come Ballard, Ellroy,  Vonnegut, Manchette, Raymond e quasi tutti gli altri che ho citato più  sopra lo hanno trovato e attivato. Usciti dagli schemi e dai percorsi  obbligati, si sono visti immersi nella letteratura senza  classificazioni, non più emarginabili, non più viventi da emarginati. Se  poi qualche accademico continua a sollevare il sopracciglio, diventa  problema suo, non loro. Il parruccone si troverà a sua volta in un  ghetto, fino a riuscire a berciare solo sulle pagine screditate e  avvilenti de <em>Il Domenicale</em>.<br />
Per quanto paradossale possa suonare, la vitalità della narrativa di  genere è direttamente proporzionale alla sua vocazione al suicidio. Il <em>feuilleton</em> di basso livello (non quello alla Dumas, bensì quello alla Paul Féval,  alla Xavier de Montépin, alla Carolina Invernizio, alla Émile  Richebourg) contribuì grandemente a democratizzare la scena letteraria,  inducendo alla lettura strati sociali che ne parevano esclusi per censo.  Poi perì o, quanto meno, seppe cambiare pelle. Tramiti ne furono il  gigantesco Fantômas, riassunto delle paure di un’epoca, e l’ironico  Arsène Lupin, che a colpi di umorismo sottile seppelliva i progenitori.<br />
Nuovi filoni sono emersi, ma anch’essi, negli esponenti di punta, votati  all’autodistruzione . Prendiamo l’Italia quale osservatorio, in  riferimento non agli scrittori italiani, bensì a quelli tradotti.  Collane popolari, come <em>Il Giallo Mondadori</em> o <em>Urania</em>, sono  state (e in misura ridotta sono ancora) fattore importante di  alfabetizzazione in un paese in cui il tessuto delle librerie è fitto  solo in metà dello stivale, mentre nell’altra metà prevalgono ancora la  cartolibreria e l’edicola. Oggi, autori che fecero in quelle sedi la  loro prima apparizione, hanno raffinato i loro mezzi espressivi fino a  diventare irriconoscibili, e nessuno oserebbe collocarli di fianco a  Edgar Wallace, a Mickey Spillane o a Murray Leinster.<br />
Come avvenne per il nostro cinema <em>peplum</em>, interi generi letterari  di successo hanno lasciato la scena e occupano oggi solo la memoria.  Sono spariti il western, il romanzo di pirati, la narrativa di guerra  alla Sven Hassel. Sono apparsi McCormack, Björn (Hassel non è stato  sostituito perché, dopo Joseph Heller, la narrativa militarista può  interessare solo i poveri di spirito). E’ oggettivamente difficile  rimpiangere, di fronte a costoro (che nessuno definirebbe specialisti in  western o in storie piratesche), Louis L’Amour, Zane Grey o Luigi  Motta, per quanto rispetto retrospettivo dobbiamo a simili autori.<br />
Aveva ragione Manchette ad asserire che il <em>noir</em> era la migliore  chiave interpretativa di una società a sua volta anneritasi, in cui  crimine e potere si erano fusi. Però di questo assunto non fece mai un  assioma e, appena si accorse che sciami di imitatori rischiavano di  ridurre a formula sterile le sue intuizioni, li scomunicò uno dopo  l’altro – salvo poche eccezioni – con quelle parole capaci di scorticare  di cui lui solo possedeva il segreto.<br />
Il <em>noir</em> – dopo avere assassinato il “poliziesco” puro – resta  grande in quanto si ricollega direttamente alla tragedia. Ma, in questa  accezione, non richiede né investigatori né delitti. Romanzi neri, anzi,  nerissimi, sono quasi tutti quelli di Zola, compresi alcuni che non  appaiono tali (tipo <em>La conquête de Plassans</em>, che descrive  l’instaurarsi di un delirio erotico-religioso in una cittadina di  provincia; oppure <em>Au Bonheur des dames</em>, con la vicenda del  vecchio ombrellaio rovinato dall’ascesa dei grandi magazzini).<br />
Il <em>noir</em> può continuare a proporsi quale oggetto letterario dotato  di centralità se capirà che la lotta contro il “giallo” è stravinta, ed  è inutile continuarla sullo stesso terreno formale. Le migliori opere  di Paco Ignacio II e di James Ellroy sono una biografia di Ernesto Che  Guevara e un’anti-storia degli Stati Uniti.<br />
Quanto alla fantascienza, la sua grande stagione ’50-‘70 non ha avuto  seguito. Il <em>cyberpunk</em> ne è stato l’ultima propaggine. Però non si  può dire che la narrativa fantascientifica, il genere tra tutti più  vitale e fecondo, più letterariamente propositivo, sia morto di  consunzione. Al contrario: ha deciso con lucidità di compenetrare tutto  ciò che lo attorniava, dalla letteratura “alta” a ogni sfera della  comunicazione. La fantascienza scritta si è volutamente suicidata (le  vendite di <em>Urania</em> sono passate da 40.000 copie a un decimo  appena) per contaminare della propria sostanza l’ambiente circostante, e  trasmutarlo. Ha raggiunto <em>l’opera al rosso</em>. Si è fatta  quintessenza o, per usare un termine più comune, pietra filosofale. Il  genere più nobile ha avuto il più nobile dei destini.<br />
Un esempio da seguire. Alphaville va smantellata, in vista però di una  fusione, non di un’evaporazione.</p>
<p><em>«Ho paura della morte. Ma per un modesto agente segreto come me è  un elemento normale, come il whisky. E io ho bevuto whisky per tutta la  vita.»</em></p>
<p>Insomma, il destino di Alphaville, se vuole perpetuarsi, è esplodere.  Autodistruggersi, in vista non della morte, bensì di un’altra vita. La  saggistica selvaggiamente assemblata che propongo persegue questo fine,  articolato in tre fasi: 1) comprendere la ricchezza del genere; 2)  violarla in molte forme; 3) passare ad altro, pur senza rinnegare  l’ambito d’origine.<br />
(&#8230;)</p>
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		<title>Miserabile Sondaggio: classifica temporanea e considerazioni transitorie</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 09:17:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una spy story di 400 o 600 pagine? Un romanzo borghese? Storico? Di formazione? Di fantascienza? Fuori dai generi? VOTA IL SONDAGGIO! A due giorni dalla messa on line, il Miserabile Sondaggio che domanda ai Miserabili Lettori qual è il prossimo romanzo del Miserabile sottoscritto che vorrebbero leggere, i voti totali sono 431 in questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una spy story di 400 o 600 pagine? Un romanzo borghese? Storico? Di formazione? Di fantascienza? Fuori dai generi?</p>
<p><strong><a href="http://www.giugenna.com/2010/05/25/nuovo-sondaggio-quale-libro-deve-scrivere-per-te-il-miserabile/" target="_blank">VOTA IL SONDAGGIO!</a></strong></p>
<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/05/ggmini.jpg" alt="" title="ggmini" width="70" height="104" class="alignright size-full wp-image-2616" hspace=4 vspace=1 />A due giorni dalla messa on line, il Miserabile Sondaggio che domanda ai Miserabili Lettori qual è il prossimo romanzo del Miserabile sottoscritto che vorrebbero leggere, i voti totali sono 431 in questo istante. In testa è l&#8217;opzione del romanzo fantascientifico (31%), seguita dalla spy story o di 400 o di 600 pagine (13%+12%) e da quella del romanzo (pseudo)biografico fuori dai generi (22%). Il mio voto è andato alla spy story compressa in 400 pagine: mi piacerebbe lavorare sull&#8217;immaginario 80/90 e in particolare su un&#8217;icona &#8220;vuota&#8221; che implica potere, stupro, spettacolo mediale, amore e morte. Con questa dichiarazione di voto non intendo influenzare le scelte altrui. Sorprende che in testa alle preferenze di lettori evidentemente &#8220;forti&#8221; ci sia un genere &#8211; quello fantascientifico &#8211; che le persone sembrano non gradire e l&#8217;editoria scoraggia dal praticare. Ciò implica alcune riflessioni che svolgerò prossimamente.</p>
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		<title>Il Miserabile Sondaggio sul prossimo romanzo tra Affari Italiani e il boom di voti</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 07:40:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una spy story di 400 pagine? Un thriller di 600? Un romanzo borghese? Storico? Di formazione? SF? VOTA IL SONDAGGIO! Nemmeno un giorno, 250 voti: i Miserabili Lettori si sono espressi con un&#8217;intensità che mi sbalordisce, conoscendo da esperto i &#8220;numeri&#8221; del Web attuale (davvero: 250 votanti, quasi tutti in 12 ore, sono tantissimi). Ieri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una spy story di 400 pagine? Un thriller di 600? Un romanzo borghese? Storico? Di formazione? SF?</p>
<p><strong><a href="http://www.giugenna.com/2010/05/25/nuovo-sondaggio-quale-libro-deve-scrivere-per-te-il-miserabile/" target="_blank">VOTA IL SONDAGGIO!</a></strong></p>
<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/05/libro.jpg" alt="" title="libro" width="124" height="93" class="alignleft size-full wp-image-2611" hspace=4 vspace=2 />Nemmeno un giorno, 250 voti: i Miserabili Lettori si sono espressi con un&#8217;intensità che mi sbalordisce, conoscendo da esperto i &#8220;numeri&#8221; del Web attuale (davvero: 250 votanti, quasi tutti in 12 ore, sono tantissimi). Ieri su Facebook ho espresso la mia preferenza: a me piacerebbe scrivere una spy story &#8220;compressa&#8221;, sotto le 400 pagine, con scene brevi e incisive, facendo saltare i capitoli (un po&#8217; come nell&#8217;<a href="http://www.ibs.it/code/9788804592648/vollmann-william-t/europe-central.html" target="_blank">ultimo Vollmann</a>) e occupandomi dello snodo 80/90 dell&#8217;immaginario occidentale. I Miserabili Lettori Votanti non sono del medesimo avviso: chiedono a sorpresa un testo di fantascienza.<br />
Intanto devo personalmente ringraziare <strong><a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1283813488" target="_blank">Antonio Prudenzano</a></strong> di <a href="http://www.affaritaliani.it" target="_blank"><strong>Affaritaliani.it</strong></a>, che <a href="http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/genna_chiede_ai_suoi_fan_che_libro_scrivere250510.html" target="_blank">ha dedicato al nuovo Miserabile Sondaggio un articolo</a>. E&#8217; da tenere d&#8217;occhio, <strong><a href="http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/" target="_blank">Affari Italiani</a></strong>: prossimamente, in quella sede, un annuncio che ritengo importante per tutti i lettori.</p>
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		<title>Nuovo sondaggio: quale libro deve scrivere PER TE il Miserabile?</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 10:39:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il Miserabile sondaggio, con cui a 1.000 voti si è compreso che il nucleo irriducibile dei Miserabili Lettori desidera come editori per il sottoscritto o minimum fax o Einaudi Stile Libero o entrambi, passo a proporre un nuovo Miserabile sondaggio per me ancor più sigificativo &#8211; sia dal punto di vista affettivo sia dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/05/miserabile_genna.jpg" alt="" title="miserabile_genna" width="150" height="175" class="alignleft size-full wp-image-2595" hspace=4 vspace=1 />Dopo il <strong><a href="http://www.giugenna.com/2010/02/11/risultati-del-miserabile-sondaggio-sulleditore-ideale-per-il-miserabile-scrittore/" target="_blank">Miserabile sondaggio</a></strong>, con cui a 1.000 voti si è compreso che il nucleo irriducibile dei Miserabili Lettori desidera come editori per il sottoscritto o <strong><a href="http://www.minimumfax.com" target="_blank">minimum fax</a></strong> o <a href="http://www.einaudi.it/catalogo/%28codDivisione%29/01/%28codLinea%29/A4/%28searchSessionKey%29/Stile%20Libero" target="_blank"><strong>Einaudi Stile Libero</strong></a> o <strong>entrambi</strong>, passo a proporre un nuovo Miserabile sondaggio per me ancor più sigificativo &#8211; sia dal punto di vista affettivo sia dal punto di vista conoscitivo.<br />
Una volta esisteva il committente. Poi si è passati a un modello artistico ispirazionista, che corrispondeva all&#8217;intercettazione spettacolare di un pubblico. Oggi entrambi i modelli mi sembrano integrarsi o annullarsi. In quanto narratore, avverto diverse committenze. Certo, quella dell&#8217;editore, che può essere una blanda indicazione, un ragionamento a fronte di una intenzione narrativa oppure una richiesta esplicita. Colpisce più in profondo, a mio avviso, la committenza di quella che io e alcuni miei amati colleghi continuiamo a riconoscere quale <strong>Repubblica dei Lettori</strong>: nella quale avete cittadinanza voi che leggete queste righe. Conoscere la vostra opinione è per me abbastanza fondamentale. Vi chiedo quindi di esprimere liberamente un parere, votando una delle opzioni nel sondaggio qui sotto. Si può votare soltanto una volta al dì con lo stesso ip. E, nei prossimi giorni, un annuncio a sorpresa&#8230;</p>
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		<title>Da POINT OMEGA di Don De Lillo</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 10:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Genna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[don de lillo]]></category>
		<category><![CDATA[Don DeLillo]]></category>
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		<description><![CDATA[da FREQQ &#8220;Tre anni dopo il controverso L’uomo che cade, sta per tornare in libreria Don De Lillo: l’autore più paranoico e metafisico della letteratura postmoderna americana (ammesso che il primo aggettivo valga ancora qualcosa). Anzi, per dirla tutta, in America è già tornato visto che il suo nuovo romanzo Point Omega è uscito il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giugenna.com/wp-content/uploads/2010/05/pointomega_delillo.jpg" alt="" title="pointomega_delillo" width="120" height="185" class="alignleft size-full wp-image-2592" hspace=4 vspace=2 />da <a href="http://freqq.wordpress.com/" target="_blank">FREQQ</a></p>
<p>&#8220;Tre anni dopo il controverso <strong>L’uomo che cade</strong>, sta per tornare in libreria Don De Lillo: l’autore più paranoico e metafisico della letteratura postmoderna americana (ammesso che il primo aggettivo valga ancora qualcosa). Anzi, per dirla tutta, in America è già tornato visto che il suo nuovo romanzo <strong><a href="http://www.amazon.com/Point-Omega-Novel-Don-DeLillo/dp/1439169950" target="_blank">Point Omega</a></strong> è uscito il 2 febbraio. In Italia ci sarà da aspettare ancora un po’ per leggere la breve novel (117 pagine hardcover, l’edizione originale) incentrata sull’incontro, in una casa sperduta nel deserto, tra Elster, un anziano ex stratega del Pentagono nauseato dalla guerra (in Iraq) e un artista contemporaneo giunto fin lì per filmarne la storia. Come al solito De Lillo non ci va leggero fin dall’idea di partenza.Di seguito l’inizio del libro, da noi indegnamente tradotto.&#8221;</p>
<blockquote><p><strong>POINT OMEGA</strong> di Don De Lillo</p>
<p>    La vita vera non è riducibile a parole dette o scritte, da nessuno, mai. La vera vita si svolge quando sei solo, mentre pensi, perso nel ricordo, oniricamente autocosciente, nei momenti submicroscopici. Lo diceva spesso, Elster, e in più di un modo. La sua vita era accaduta, diceva, quando era seduto a osservare un muro bianco pensando alla cena. Una biografia di ottocento pagine non è molto più di una morta congettura, ripeteva. Quasi gli credevo quando diceva cose del genere. Sosteneva che lo facciamo di continuo, tutti noi, diventiamo noi stessi, al di sotto dei pensieri fuggevoli e delle immagini sfocate, quando ci chiediamo pigramente quando ci accadrà di morire. Così è come viviamo e pensiamo, che ce ne rendiamo conto o meno. I pensieri scombinati che facciamo quando guardiamo fuori dal finestrino del treno, macchioline opache di panico meditativo.<br />
    Il sole era a picco. Era quello che desiderava, per sentire meglio la fiamma ardente che gli batteva in corpo,per sentire il suo stesso corpo, reclamarlo da quel che chiamava la nausea delle notizie e del traffico. Era il deserto, al di là delle città e delle metropoli. Si trovava qui per mangiare, dormire e sudare, qui per non fare nulla, solo sedersi e pensare. C’era la casa e poi nient’altro che distanza, niente panorami o ampie vedute; solo distanze. Era qui, diceva, per smettere di parlare. Non c’era nessuno con cui parlare eccetto me. All’inizio lo faceva con parsinomia e mai al tramonto. Niente di simile a quei gloriosi tramonti da pensionati, costruiti su obbligazioni e capitali investiti. Per Elster il tramonto era un’invenzione dell’uomo, una nostra sistemazione percettiva della luce e dello spazio dentro elementi di stupore. Guardavamo e ci stupivamo. C’era un tremito nell’aria come di un colore a cui nessuno aveva dato un nome e le forme della terra acquisivano definizione, una chiarezza di contorno ed estensione. Forse era la differenza di età che c’era tra noi a farmi pensare che in realtà provasse qualcosa di diverso nelle ultime luci del giorno, un’inquietudine persistente, incontrollata. Il che avrebbe spiegato il silenzio.<br />
    La casa era un ibrido triste. Un tetto di lamiera corrugato posato sopra una facciata di legno. Un sentiero di pietra mai terminato di fronte e una veranda che si sporgeva da un lato. Lì era dove ci sedevamo, trascorrendo la sue ore silenziose. Il cielo terso, la prossimità delle colline chiaramente visibile nel mezzogiorno.<br />
    Notizie e traffico. Sport e meteo. La sua acida terminologia per la vita che si era lasciato alle spalle. Più di due anni convivendo con le dure idee che produce la guerra. Tutto è rumore di fondo, diceva, ondeggiando una mano. Gli piaceva ondeggiare una mano, in segno di abbandono.<br />
    C’erano state le valutazioni del rischio e le scartoffie sulle linee di condotta. I gruppi di lavoro interagenzia. Lui era l’outsider, uno studente che aveva ottenuto i voti sufficienti ma non aveva alcuna esperienza di gestione. Si sedeva a un tavolo in una sala riunioni segretata insieme a strateghi e analisti militari.<br />
    Era là per concettualizzare, trasformare la sua parola in virgolettati, per applicare idee e principi panoptici a questioni come lo spiegamento delle truppe e la controinsurrezione. Era abilitato a leggere trasmissioni classificate e trascrizioni confidenziali e ad ascoltare le chiacchierate degli esperti locali, i metafisici delle agenzie di intelligence, i fantasisti del Pentagono.<br />
    Il terzo piano del cerchio E del Pentagono. Sbruffoni gonfiati, diceva.<br />
    Aveva restituito tutto quello in cambio di spazio e tempo. Gli sembrava di aver respirato tutte quelle cose attraverso la pelle. Laggiù le distanze assorbivano ogni particolare del paesaggio. Continuo a vedere quelle parole. Fiamma, spazio, immobilità, distanza. Si sono trasformati in stati mentali che riesco quasi a visualizzare. Non so cosa significhi esattamente. Continuo a vedere figure in isolamento, osservo dimensioni fisiche del passato racchiuse all’interno delle emozioni che scaturiscono da quelle parole, emozioni che si fanno più profonde col tempo. Questa è l’altra parola: tempo.<br />
    Guidavo e osservavo. Lui stava a casa, seduto a leggere sulla pensilina cigolante avvolto in una nube d’ombra. Mi sono spinto dentro le gole, nei canyon, lungo sentieri non segnati, sempre acqua, portandomi acqua dovunque, sempre un cappello, indossando un cappello parasole e un fazzoletto al collo, mi sono fermato in cima a promontori sotto un sole punitivo. Mi fermavo e osservavo. Il deserto era fuori dalla mia portata, ero un alieno, era fantascienza, saturante e remota insieme, e dovevo forzarmi a credere che mi trovavo davvero lì.<br />
    Lui sapeva sempre dov’era, sulla sua sedia, vivo per il proto mondo; i mari e le scogliere di dieci milioni di anni fa.  Chiudeva gli occhi, entrando silenziosamente in contatto con la natura di antiche estinzioni. Praterie in libri illustrati per bambini, una regione brulicante di cammelli felici e zebre giganti, mastodonti e tigri dai denti a sciabola.<br />
    L’estinzione era un tema ricorrente per lui. L’orizzonte ispirava di continuo temi. Spaziosità e claustrofobia. Questo sarebbe diventato un tema.</p></blockquote>
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