Giuseppe Genna: bio&biblio
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DIES IRAE e Vittorio Sereni
Non mi capita mai o, se è capitato, è capitato all'estero. Il pezzo che segue, un'analisi critica a opera di Luca Fiorentini (pubblicata su ORE PICCOLE) sulla scorta dell'impostazione mengaldiana, entra nel cuore di una distorsione ritmica e lessicale che, in un passo del Dies Irae, ho praticato su Amsterdam, da Gli strumenti umani di Vittorio Sereni. Non è che la letteratura sia un cruciverba e vada letta esclusivamente così. Certo è che non è possibile che la critica non intercetti operazioni di questo tipo, che sono intenzionali per l'autore, nonostante non siano previste al momento in cui il testo si crea.
L'articolo di Luca Fiorentini mi fornisce ossigeno, esattamente come proprio ad Amsterdam, nel corso di un'intervista per la presentazione dell'edizione olandese del Drago, me lo fornì un giornalista che mi chiedeva perché, a pagina 25 di un apparente thriller, io distorcevo High windows di Philip Larkin e domandava a me e a se stesso se davvero ci trovassimo di fronte a un thriller.
Ecco la puntale analisi di Fiorentini, che coglie appieno le mie intenzioni, partorite nel momento in cui scrivevo quel passo.
AMSTERDAM: VITTORIO SERENI, GIUSEPPE GENNA
di LUCA FIORENTINI
[da ORE PICCOLE.org]
In un passo del suo Dies irae (Rizzoli, 2006) Giuseppe Genna cita esplicitamente alcuni versi di Vittorio Sereni. La situazione è questa: c’è una ragazza, Paola C., che è appena arrivata ad Amsterdam dalla Germania. Si tratta di un personaggio tragico, in perenne fuga, tormentato da un dramma infantile mostruoso – il padre che, violentandola, le spezza l’osso iliaco. Aveva lasciato l’Italia all’inizio degli anni ‘80 per raggiungere la parte occidentale di Berlino, e dopo una fase iniziale di entusiasmo si era ritrovata a condurre una vita terrificante, divisa tra prostituzione e tossicodipendenza. Unico appoggio affettivo: Alex, personaggio a lei affine, ma in ultima analisi ancora più propenso all’autodistruzione. Quando quest’ultimo muore di AIDS, e sono gli stessi giorni in cui cade il Muro e Berlino si ritrova nel caos, Paola fugge ad Amsterdam. E nella capitale olandese, almeno in un primissimo momento, le cose sembrano andare bene.
Questa l’impressione della città non molto tempo dopo l’arrivo: Amsterdam la incantava. I suoi tre quattro variabili elementi, fusi in tante unità ricorrenti che la rendono una e insondabile, tre quattro fradici acerbi colori, perpetuati per uno spazio convoluto e materno, il flusso estatico della gioia costruita architettonicamente, vertiginosa sui canali che in sé sono flussi minimi di acqua limpida e scura, e lei ama riflettercisi dentro, appoggiata alle balaustre metalliche. Tutto più o meno così, all’inizio: un nuovo senso di gioia a cui abbandonarsi, intenso e rasserenante. Addirittura, in un impeto di ottimismo, Paola decide di iscriversi a un corso di danza sperando di instaurare una volta per tutte un rapporto felice con il proprio corpo. In più trova un ragazzo, Wanderley, che sembra volerle bene e che la tiene con sé. Le cose però precipitano presto: le lezioni di danza si rivelano disastrose per via dell’incubo insuperabile del bacino fratturato, e il ragazzo la fa ripiombare nella tossicodipendenza trovandole un posto nei suoi spettacoli trance (serate deliranti fatte di musica elettronica e pasticche). Paola deve ballare in trance, appunto, insieme ad altre ragazze mentre Wanderley sta alla consolle. E in poco tempo si ritrova in uno stato non diverso da quello che aveva abbandonato lasciando Berlino – sta esagerando con le pasticche, Paola. Anche Wanderley sta esagerando. È un’orgia ripetuta, una bolla dove avvengono fatti insoliti e colorati dai sapori sempre uguali. La condanna di un destino tragico, a cui Paola non può fuggire, trova nella città di Amsterdam uno scenario perfetto per reiterarsi. Ed è proprio la citazione di Sereni a conferire a questa dinamica la dovuta grandezza. Riporto i versi in questione: Ma a ogni svolta a ogni ponte lungo ogni canale \ continuavo a cercarla senza trovarla più \ ritrovandola sempre. \ Per questo è una e insondabile Amsterdam \ nei suoi tre quattro variabili elementi \ che fonde in tante unità ricorrenti, nei suoi \ tre quattro fradici o acerbi colori \ che quanto è grande il suo spazio perpetua, \ anima che s’irraggia ferma e limpida \ su migliaia di altri volti, germe \ dovunque e germoglio di Anna Frank. \ Per questo è sui suoi canali vertiginosa Amsterdam (Dall’Olanda – Amsterdam, vv. 14-25, in Gli strumenti umani, Torino, Einaudi, 1965). Il ricordo sereniano nel passo citato da Dies irae, come si vede, è puntuale. Ora: una delle caratteristiche principali della poesia di Sereni è quella di basare spesso il proprio procedere lirico sulle figure della specularità e dell’iterazione (ho sottolineato nei versi di Amsterdam i casi più evidenti). Negli Strumenti umani in generale, e in Amsterdam in particolare (per quanto concerne la memoria di Anna Frank) queste due figure veicolano un messaggio preciso su quello che il poeta ritiene essere il senso ultimo della conoscenza: la ricomposizione di frammenti di vecchie esperienze, che appartengono tanto al singolo quanto all’umanità in generale. Secondo Sereni niente mai si presenta alla percezione come nuovo, c’è sempre una componente di già noto che permette di interpretare ciò che accade alla luce di ciò che è accaduto – l’immagine di Anna Frank, per esempio, è mille volte già vista (v. 6). Questa ripetitività delle cose ha poi una valenza duplice, perché se da un lato risulta rassicurante, dall’altro mette in luce come condizione base della vita una monotonia inesorabile. Sulla consapevolezza di quest’ultimo valore si guardino ad esempio i versi finali di una lirica come Intervista a un suicida (sempre negli Strumenti Umani, nella sezione intitolata Apparizioni o incontri). Ritornando a Genna, la parafrasi operata sui versi di Sereni serve ad anticipare quella che sarà per Paola la soluzione della sua fuga da Berlino. È nella coscienza dei tre quattro variabili elementi, fusi in tante unità ricorrenti che rendono Amsterdam una e insondabile che si realizza il senso di quello sguardo rivolto ai riflessi scuri dei canali: Paola sta osservando, di fatto, la propria vita. E in questo modo ricompone in sé le due valenze dell’iterazione sereniana, quella cognitiva e quella esistenziale. La prima inconsapevolmente, almeno nel momento in cui si svolge questa scena; la seconda tragicamente, alla fine di tutto, quando la ragazza si ritroverà nelle stesse condizioni da cui era partita.
[Una precisazione doverosa. Sul significato dell’iterazione e della specularità nella poesia di Vittorio Sereni esiste un saggio illuminante di Pier Vincenzo Mengaldo, intitolato appunto Iterazione e specularità in Sereni. Si può leggere nell’antologia critica del Meridiano curato da Dante Isella. Ovviamente, è un testo che io conosco: tutto quello che ho scritto su Sereni, più o meno, l’ho preso da lì].
Pubblicato il Domenica 27 Agosto 2006
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L'officina del romanzo in uscita da Mondadori a gennaio 2008 e i materiali relativi. |
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• I TITOLI TRADOTTI ALL'ESTERO
- La sezione STOREFRONT dei libri tradotti
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