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Quinta meditazione sull'iper-romanzo a venire


achab5.jpgL'ossatura di Moby Dick è necessariamente veterotestamentaria? Questa è la vulgata critica: sì, non si prescinde dai riferimenti biblici nell'esegesi del testo di Melville, che a sua volta è un'elaborazione dinamica e ipernarrativa dell'esegesi. Di questo sguardo morto, perché novecentesco, non mi interessa nulla, se penso a quanto ho da fare con una materia che è, soprattutto, universale. Il tentativo sarà quello di togliere all'ossatura la sua pellicola scritturale, senza sostituirla con alcunché di culturale secondo la valenza che il Novecento ha concesso all'aggettivo. O si supera il piano delle Scritture e si sfonda il livello degli archetipi, o l'opera è fallita.
Di seguito, un inedito intervento che costruisce analogie tra un commento di Sant'Ambrogio e Moby Dick. Già in questa analisi, che pone Nabot a fianco di Achab, io ritrovo nuclei che non possono essere esclusivamente ascritti alla Bibbia. Non guardo al sincretismo: guardo all'epoché praticata, che si condensa in immagini e parole distanti dall'evenienza scritturale del cosiddetto sacro. Mi interessa l'universale, cioè il tragico, come fenomeno generalizzato della coscienza che si incarna, e non come genere o come eventualità psichica.

[da LONGINO Letterature]

De Nabuthae Historia - Traduzione I 1-3
La storia di Nabot, anche se rispetto al tempo è antica, per quanto riguarda la pratica è cosa di tutti i giorni. Chi infatti, fra i ricchi, non brama ogni giorno i beni altrui? Chi, fra i più facoltosi, non cerca di scacciare il povero dal proprio campiello e di allontanarlo da confini della campagna dei suoi antenati? Chi è contento di quanto possiede? A quale ricco la presenza di un possedimento vicino ai propri non infiamma l’animo? Achab non è certamente nato una sola volta, ma quel ch’è peggio è che Achab nasce ogni giorno in questi tempi. Se ne muore uno solo, ne sorgono moltissimi altri, e sono di più quelli che rubano, che quelli che lasciano. Il povero Nabot non è stato ucciso una sola volta: Nabot è abbattuto ogni giorno, il povero è ucciso ogni giorno. Il genere umano, scosso da questo timore, si arrende. Dalle proprie terre il povero migra coi suoi figlioletti carico del proprio figlioletto, la moglie lo segue piangendo come se stesse seguendo il marito al sepolcro. Tuttavia si dispera di meno quella che piange i funerali dei suoi cari, poiché anche se ha dovuto perdere il sostegno del marito, ne conserva il sepolcro, anche se non ha figli, tuttavia non li compiange come esuli, non geme per la fame della tenera prole, più grave dei funerali. Fino a che punto, ricchi, estenderete la vostra insana cupidigia? Volete forse abitare la terra da soli? Perché cacciate chi ha la vostra stessa natura e ne rivendicate per voi il possesso? La terra è stata fondata in comune per tutti, ricchi e poveri: perché ricchi vi arrogate il diritto di proprietà del terreno? La natura, che genera tutti quanti poveri, non conosce ricchi. Infatti non nasciamo né con indumenti, né siamo generati con oro ed argento. La natura ci dà alla luce nudi, bisognosi di cibo, vesti e bevande, nudi ci riprende la terra che ci ha generati, essa non può racchiudere nel sepolcro i confini dei nostri possedimenti. Una piccola zolla di terra è più che sufficiente allo stesso modo tanto per il povero che per il ricco, e la terra, che non poteva contenere il desiderio del ricco mentre era in vita, adesso contiene tutto quanto il ricco. Quindi la natura non sa distinguerci quando nasciamo, non lo sa fare quando veniamo a mancare. Essa crea tutti simili, rinchiude tutti simili nel grembo del sepolcro. Chi distingue i ceti dei morti? Scopri la terra e se puoi individua il ricco. Scopri dopo un po’ di tempo il tumulo e, se lo riconosci, indica il povero, a meno che non lo riconosce per il solo fatto che col ricco muoiono anche tanti oggetti. Vesti di seta ed indumenti intessuti di oro, ai quali ambisce il corpo del ricco, danni dei vivi, non sono aiuti per i morti. Mettiti il profumo, ma sei fetido; perdi la gratitudine altrui, né acquisti la tua. Lasci eredi che litigano. 

Analisi
ambrogio.jpgIl “De Nabuthae Historia”, redatto da Sant’Ambrogio tra il 385 ed il 390 d.C. è un’opera di esegesi biblica basata sul presupposto critico fondamentale che gli episodi, le narrazioni presenti all’interno delle Sacre Scritture costituiscano paradigmi universali della vita dell’uomo. Desumiamo l’applicazione di questo principio sin dalla primissima frase di quest’opera nella quale si afferma che la vicenda di Nabot (narrata in 1 Re 21) pur essendo storicamente rintracciabile e definibile, in verità non fa che rappresentare una pratica umana, purtroppo, comunissima. Ancora più esplicite in questo senso sono le successive affermazioni di Ambrogio laddove egli scrive che Achab nasce ogni giorno, usando tra l’altro un’espressione retoricamente piuttosto elaborata e certamente molto efficace che delinea nell’autore la piena padronanza dei contenuti letterali e poi allegorici, sarebbe meglio dire in questo caso paradigmatici o esemplari, delle Scritture, una padronanza che certamente gli deriva dalla lettura di esegeti orientali come Origene.
La paradigmaticità del fatto biblico storico viene poi naturalmente sfruttata da Ambrogio per trasmutare nel corso dell’esposizione il dato strettamente esegetico in una dura invettiva morale contro i costumi del presente: ciò che è vetus viene recuperato e compreso in vista della comprensione e critica del presente, uno dei principi fondamentali per qualunque studioso di antichità.
Achab è quindi per Ambrogio l’empio simbolo dell’avidità ed in senso più specifico, e storicamente molto interessante, è simbolo dell’avidità terriera. In effetti il problema espresso in modo assolutamente essenziale dalla vicenda di Achab e Nabot è stato importantissimo, complesso ed ampiamente discusso nel corso della storia umana, ed in maniera particolare nel corso della storia romana, che più aveva dovuto interessare lo stesso Ambrogio, formatosi secondo i canoni dell’istruzione classica. Un caso eclatante è, in questo senso, quello dei Gracchi, i quali cinquecento anni circa prima di Ambrogio tentano proprio di risolvere il problema dell’espansione dei latifondi a scapito della piccola e media proprietà terriera. Possiamo certamente affermare che all’epoca di Ambrogio questo problema, che comprende non solo questioni economiche, ma anche sociali, politiche ed etiche, fosse ancor più accentuato che all’epoca della Roma repubblicana, dal momento che non siamo più troppo lontani dalla formazione di un sistema economico propriamente feudale, soprattutto se pensiamo al fatto che ormai in età dioclezianea la divaricazione rigidamente bipolare fra ricchi e poveri, ovvero onestiores ed humiliores, si è decisamente affermata. Il nostro testo, con la sua dialettica fortissimamente antitetica, che contrappone continuamente i divites ai pauperes, non fa che confermare la rigidezza della divaricazione sociale del tardo impero.
Il presupposto psicologico sul quale si basa l’avidità, che argutamente Ambrogio individua in una domanda retorica (Quis contentus est suo?) in cui è significativamente abolita la contrapposizione ricchi/poveri, e vedremo perché, è l’incontentabilità dell’uomo, un’incontentabilità che secondo Ambrogio risulta direttamente proporzionale  alla quantità di beni di cui si dispone, come desumiamo dalla domanda retorica, che segue immediatamente quella prima citata, in cui Ambrogio si chiede Cuius non inflammet divitis animum vicina possessio? Si possono fare diverse considerazioni su queste due domande. Una prima considerazione, di carattere stilistico, evidenzia come il testo probabilmente derivi, come la maggior parte delle opere antiche di esegesi biblica, da un’omelia, quindi da una composizione rivolta oralmente all’uditorio, un uditorio che nell’ascoltare viene più facilmente coinvolto, presta maggiore attenzione se chiamato direttamente a rispondere ad un interrogativo, se chiamato direttamente a riflettere. A prescindere comunque dall’originario fine aurale della composizione la grande efficacia nell’ottenere il coinvolgimento rimane identica nella scrittura e così questa considerazione stilistica risulterà molto utile per dimostrare l’importanza del divitis nella seconda domanda e la sua complementare assenza nella prima. Il lettore o l’ascoltatore infatti, che sia ricco o che sia povero, deve sentirsi necessariamente coinvolto nell’accusa sottesa alla prima domanda, l’accusa della universalità del “peccato” di incontentabilità. D’altro canto questa domanda, che scuote la coscienza dell’uditorio nel suo complesso, è incastrata fra domande retoriche scandite tutte dai genitivi divitum, opulentissimorum, divitis. Ambrogio vuole quindi dire che chi ha molto dato ascolto al proprio sentimento di insoddisfazione materiale ed è riuscito ad accumulare beni in quantità, ha ottenuto tutto fuorché la contentezza, la soddisfazione che originariamente inseguiva, anzi il suo desiderio di possesso viene incrementato ulteriormente dalla visione di beni facilmente accessibili. È questo l’attacco destinato esclusivamente ai ricchi, che non fanno che accumulare beni che Ambrogio, e vedremo meglio perché, considera damna viventium. Una breve riflessione su quanto detto sin’ora può poi indurci a definire meglio la figura dell’autore del nostro brano come un politico moderato ed un estremista morale. L’estremismo morale, genuinamente cristiano, deriva dal fatto che, avendo individuato come radice negativa la non contentezza del “proprio”, comune a tutti gli uomini, ed implicitamente consigliando così di accontentarsi di ciò che si ha, ma allo stesso tempo affermando, più avanti nel testo, che tutti gli uomini nascono nudi, cioè privi di ogni cosa, il ragionamento, sulla base delle parole stesse dell’autore, ci spingerebbe a proporre Sant’Ambrogio come un pauperista, appunto, estremo. D’altro canto, però, e di qui dobbiamo riflettere sul moderatismo politico di Ambrogio, il diritto alla proprietà non viene negato, ciò che viene messo in discussione è la pretesa dei ricchi di avere essi soltanto questo diritto (ius soli), è in relazione a questo che Ambrogio impianta la sua retorica “giusnaturalistica” sulla impossibilità di distinguere per natura, alla nascita, i ricchi dai poveri. Il povero quindi, come il ricco, sentendosi coinvolto dalla domanda sulla soddisfazione, è in verità semplicemente incitato a non pretendere più di ciò che ha ottenuto in eredità. La povertà e l’umiltà proposte dalla morale di Ambrogio sono sì estreme, ma il loro risvolto è limitato alla vita dello spirito, non a quella materiale. Il povero quindi non deve rinunciare ai suoi miseri possedimenti aviti, anzi Ambrogio difende proprio strenuamente la conservazione delle proprietà di generazione in generazione e rappresenta, nel suo discorso, la tragedia dell’abbandono della terra dei propri avi in uno stile fortemente patetico, e per le immagini evocate, e per la scelta terminologica, ma anche per il rallentamento ritmico ottenuto grazie all’ampliamento del periodo rispetto ai passi immediatamente precedenti. Quella dell’esilio è per Ambrogio una morte, se non qualcosa di peggiore della morte ed il nostro autore ha tutte le ragioni per affermare qualcosa del genere, perché era davvero tragica la situazione dei poveri che arrivavano a perdere anche il proprio appezzamento di terreno, poiché oltre al trauma psicologico, che certamente ne derivava, si rischiava facilmente di finire dalla povertà all’indigenza assoluta, che poteva poi spingere queste persone a diventare schiavi, cioè non persone, secondo le categorie antiche, che rimasero a lungo radicate anche dopo l’avvento del cristianesimo con la sua critica radicale alla schiavitù. Domina quindi, in relazione a questi argomenti, il campo semantico della morte, sia in maniera esplicita (bustum, funerea, sepulchrum, species mortuorum, tumulum, pereunt) sia con espressioni di tristezza ed orrore (sequitur inlacrimans, deplorat, deflet, amisit praesidium, dolet, ingemit, nudos recipit terra, damna viventium), che arrivano anche a sfiorare suggestioni “gotiche”, pur essendo il termine decisamente anacronistico, quando ad esempio Ambrogio dice: Eruderato paulo post tumulum et, si cognoscis, egentem argue nisi forte hoc solo… . È questa stessa scelta stilistica che conduce l’autore alla creazione del paradosso espresso dalla domanda “Numquid soli habitabitis super terram?, che si spiega proprio grazie a quanto appena detto: se i poveri vengono tutti esiliati, e diventano quindi schiavi, o comunque individui non autonomi, e quindi sub- umani, ad abitare la terra rimangono solamente i ricchi.
Tutto questo ragionamento potrebbe infine essere sintetizzato dall’espressione, che non a caso ho inserito tra quelle di tristezza ed orrore, damnum viventium, riferita al lusso, alla ricchezza, alla brama di oggetti materiali. La ricchezza è un danno dei viventi, un danno per i viventi, una sorta di malattia, qualcosa che insidia la vita e che quindi porta alla morte,  sia per i ricchi, i quali, secondo il dettato del Vangelo, non possono accedere al paradiso, quindi alla vita vera, stante appunto la loro condizione di insaziabilità materiale, sia per i poveri vessati dall’avidità dei ricchi, generata appunto dalla stessa accumulazione di ricchezze. La ricchezza e l’avidità che ne consegue sono aspetti esecrabili dell’uomo perché generano dolore e morte.
Un’altra interessante considerazione da fare intorno a questo testo riguarda la sua apparentemente stupefacente laicità di forma e contenuto. Pur essendo il testo di un vescovo, certamente fra i più rigidi dell’antichità cristiana (come dimostra la sua posizione nella questione sulla statua della vittoria) e pur prendendo spunto da una storia tratta da un testo sacro, l’argomentazione segue dei canoni assolutamente tradizionali per la letteratura latina profana (il legame con la terra, la perversione del lusso etc.), ma addirittura a livello compositivo è impossibile non rimanere colpiti nel momento in cui, laddove sarebbe più che lecito aspettarsi da una autore cristiano il nome di Dio, cioè dove si parla di creazione del mondo, dell’uomo e così via, riscontriamo la presenza del termine natura, termine proprio della letteratura filosofica profana greca e latina, né tra l’altro riscontriamo altri riferimenti all’Antico od al Nuovo Testamento a supporto delle tesi esposte (immediato poteva essere un rimando esplicito al comandamento “non desiderare la cosa d’altri”), le quali vengono sostenute con il solo supporto della retorica e della logica.  Anche se la nostra analisi si riferisce soltanto ad un breve estratto dell’intera opera, i dati sin qui analizzati hanno comunque un loro valore particolare, visto che l’estratto costituisce comunque l’inizio dell’opera stessa ed è pertanto comunque assolutamente fondante.

Sant’Ambrogio e Moby Dick  

Un risvolto di quest’opera di Ambrogio che sarebbe molto interessante approfondire più minutamente riguarda l’eventuale influsso che essa potrebbe aver avuto sulla creazione del personaggio di Achab nel romanzo di Melville Moby Dick. Posto che Melville ha tratto ispirazione per il suo personaggio prima di tutto dal libro dei Re (Moby Dick è ricchissimo di citazioni bibliche dirette ed indirette), è quantomeno curioso osservare le consonanze piuttosto accentuate tra l’interpretazione di Ambrogio del personaggio biblico e la rielaborazione narrativa operata da Melville. Abbiamo infatti detto che Ambrogio estrapola da un racconto biblico scarno ed elementare la personificazione di una avidità “diabolica” che desidera avere continuamente, senza fermarsi di fronte a nulla, un’avidità caratteristica dei ricchi, ai quali preoccupato il nostro autore, in un accesso di ciceronismo, arriva a chiedere Quousque extenditis, divites, insanas cupiditates? Ebbene l’Achab di Melville è proprio un uomo che ricerca qualcosa in maniera insana, sacrificando l’intera sua vita nel tentativo di ottenere questo qualcosa, arrivando a comportamenti estremi, quali l’isolamento dal resto del mondo (quello della terraferma perché è sempre per mare, ma anche quello della ciurma della sua stessa nave), un isolamento, quello di Achab che ci fa quantomeno tornare alla mente il paradosso posto da Ambrogio, anche perché la sua solitudine è confortata solamente da pochissimi altri eletti (ricchi) presenti sulla sua nave.  Certamente il “qualcosa” che ricerca il capitano di Melville ha a sua volta un valore simbolico molto ampio, sul quale qui non possiamo dilungarci: la ricchezza dell’Achab di Melville è una ricchezza spirituale superba, ulissiaca, che stimola alla ricerca di un (del) principio assoluto, quale la balena bianca viene a configurarsi nel corso di un romanzo che è ricolmo di richiami più o meno espliciti a significati allegorici. Certamente, però, fortissima è la consonanza degli esiti tanto dell’avidità dei “ricchi” di Ambrogio, quanto della foga vendicatrice del personaggio di Melville: entrambe le interpretazioni, l’una letteraria e l’altra prettamente esegetica, della storia di Achab e Nabot conducono all’idea di morte.
Il tema della morte, e lo stile che ne consegue sono centrali nell’interpretazione, a distanza di diversi secoli, di uno stesso passo biblico, che di per sé non darebbe molto adito a rappresentazioni così caratteristicamente imperniate su questo tema e questo deve quantomeno metterci sull’attenti nel momento in cui desideriamo ricercare le possibili fonti di ispirazione di un’opera letteraria ed in particolare di un’opera letteraria come Moby Dick, frutto innegabile di una redazione dotta e documentatissima.




Pubblicato il Venerdì 22 Settembre 2006

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