Considerazione sull'Editore nell'era della sottocultura
Qualche settimana fa, il periodico letterario Stilos, magistralmente diretto da Gianni Bonina, ha pubblicato un'inchiesta sulla figura dell'editore nel nostro presente. Le domande sono state inviate a me e hanno avuto risposta, ma - grazie al servizio mail di Fastweb, che mi perde il 50% di posta in entrata e in uscita - non sono mai giunte a Stilos. Le pubblico qui, ora: magari sono di stimolo a qualche lettore e/o aspirante scrittore...
L'editore italiano in genere sa fare il suo mestiere?
Lo sa fare in termini di mercato, al 90% dei casi a me noti. Non che il mercato sia in opposizione alla produzione di arte, non concordo con questa posizione veteronovecentesca. E’ possibile scavare arte nel mainstream a prescindere dalla bassa qualità che di solito nutre il mainstream stesso: un’opera di Anselm Kiefer ha un mercato immenso, che scavalca nelle cifre quello di cui è capace il più famoso bestseller. Inoltre il mainstream tiene presenti temi dell’oggi, ossessioni contemporanee, che sono anche componenti dell’opera che si va scrivendo. In generale, però, va detto che ho descritto un’eccezione. Il rapporto con gli scrittori, da parte degli editori, è deficitario sul piano intellettuale: sia gli editori sia gli scrittori non sono più intellettuali completi, il lavoro sui testi è generalmente teso a una nozione di “leggibilità” che equivale all’alienazione, alla facilie riconoscibilità di canoni che sono realtà indiscutibili all’interno dell’editoria.
Al di fuori dei protocolli storici delle avanguardie, se si presenta a un editore un libro in cui si è tentato di sperimentare, l’editore sa che non venderà, e questo crea un ostacolo. Viene meno la funzione fondamentale dell’editore. Va aggiunto, tuttavia, avendo lavorato per 17 anni in editoria e piccola e grande, che pochissimi autori sperimentano davvero a buoni livelli: da vent’anni osservo sperimentazioni-feticcio, condotte su idee critiche che fanno riferimento alla critica e teoria dei generi. Uno scrittore, oggi, o sa di neuroscienze, cosmologia, fisiche, neoetologia, etnologia, geopolitica, futurologia - per citare alcune discipline di un possibile plateau – o non è un intellettuale a tutto tondo. Da editore, mi troverei in imbarazzo davanti a scrittori che non sono intellettuali a tutto tondo.
E' da considerare un intellettuale e un organismo di promozione culturale oppure un imprenditore e una società a scopo di lucro?
Ormai è una società a scopo di lucro, per quanto concerne la grande editoria. La piccola editoria, più incline e obbligata in termini economici a sperimentare, spesso opera secondo canoni da considerarsi intellettuali. E’ certo però che i testi presentati, sia alla grande sia alla piccola editoria, sono a mia detta insoddisfacenti: pochissima potenza veritativa, derivante dalla minima complessità che governa il libro e di cui l’autore è portatore. Quanto alla promozione culturale, qui ci troviamo di fronte ai soliti fantasmi nella prospettiva novecentesca: non esiste promozione culturale perché l’idea di cultura, in un Paese sottosviluppato intellettualmente come è il nostro, è un’idea di fac-similazione della cultura. In questo caso, l’editore è promotore di relax e divertimento o, se proprio va bene, di qualche generica meditazione emotiva o ideale.
Quanto è rimasto del rischio d'impresa in una casa editrice?
Il rischio è ormai una certezza: chi si mette a fare editoria deve disporre di capitali – il rischio è economico, culturalmente non si rischia nulla. Quanto alle scoperte e alle innovazioni, esse sono còlte da una piccola schiera di operatori del cosiddetto “mondo della cultura” (forse 300 persone in tutta Italia) e dalla nicchia dei lettori che gli editori definiscono “alti” (in base al consumo dei libri): al resto della nazione non gliene frega niente. In questo senso, il falso si rovescia in vero, e ci troviamo di fronte al paradosso che il bestseller di questi anni, Il codice da Vinci, che non è letteratura, è il libro più politico del decennio.
Pubblicare presso un grande editore è garanzia di maggiore successo o solo di maggiore visibilità?
Entrambe ipotesi false. Anzitutto la visibilità di uno scrittore è eventualmente demandata ad altri media (tv in primis; ma anche copertine di magazine popolari). L’editore non aumenta la visibilità dello scrittore, se lo scrittore non lavora sodo alla propria visibilità: diventa manager di se stesso, inizia a tessere una tela di contatti, lavora cioè per la propria visibilità stessa. Il grande editore non sa quale libro che sta pubblicando avrà successo: quando lo vede salire in classifica, intensifica non tanto la pubblicità, quanto i contatti con il giro mediatico, per aumentare appunto la visibilità dell’autore. Normalmente, però, il grande editore è poco più che un tipografo.
La scomparsa della figura storica del direttore di collana che non era mai un editore ha svilito l'attività editoriale in un esercizio commerciale o non ha prodotto alcun mutamento?
Il direttore di collana fa appello a una struttura ormai defunta. L’unica reviviscenza di una collana, cioè di una serie di libri garantiti da un marchio che fidelizza i lettori, è Stile Libero di Einaudi: un’eccezione che non è tale, perché stiamo parlando in realtà di una casa editrice nella casa editrice. Il lettore medio, che entra in libreria, ormai quasi sempre in una Feltrinelli, non concepisce l’idea della collana, percepisce il singolo titolo come a se stante, e fa del resto bene, perché le collane sono pensate ripetto a target commerciali: la collana a target lettore giovanilista, lettore giovane, lettrici. Le strutture interne attuali dell’editoria non permettono, a un direttore di collana che non sia un dipendente della casa editrice, null’altro che la proposta del titolo. Poi c’è la decisione di pubblicazione, le eventuali strategie marketing, il publishing. Gli editor, oggi, sono direttori di collana, spesso ormai sono intellettuali o scrittori costretti a vestire abiti manageriali e a girare al largo da ogni considerazione intorno a quanto sia fondamentale un testo o meno (sia chiaro: attualmente, in Italia, solo saggistica e rara poesia sono fondamentali; quanto alla narrativa, gli esempi si contano sulle punte delle dita di due mani).
Pubblicato il Lunedì 30 Ottobre 2006
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