Superamento dell'Apparente Grande Difficoltà
Si può affermare che accadono momenti, nell'esistenza, in cui l'allucinazione che gli umani definisono "realtà" (così stabile grazie alla memoria in stato di veglia, che collega istante a istante e ne desume un senso), si rovescia addosso all'individuo, provocando una dissociazione da quella stessa. Sembrerebbe un'onda anomala o, secondo una metafora alternativa, un enorme nodo da sciogliere. Può capitare che negli individui la percezione di quanto sta accadendo si appoggi a ciò che è stato trasmesso dalla cultura con cui l'uomo abita il mondo, e questo rovesciamento della realtà, che porta con sé il sentore della fine dell'individuo stesso venga in qualche modo nominato: il destino, la mala sorte o la sorte semplice, la disgrazia, l'inatteso, la fatalità. Oppure la percezione interna si dissocia essa medesima dalla dissociazione che la realtà opera sull'individuo, proprio quando questa sembra dirgli addio. L'umano elabora allora una cultura altra, un gesto che propriamente non è culturale e che non ha un'ospitalità certa presso il regno umano su questo pianeta, nonostante sia ripetuto dall'inizio. La sua natura è una certezza che si esprime attraverso esorcismi. Nell'esorcismo sembra esprimersi una speranza, invece si esprime una calma.
Dunque, l'Apparente Grande Difficoltà ha avuto risoluzione. Ciò che ci si attendeva, ascoltando la falsa verità del dato reale, era una smentita del dato reale. Nemmeno ce la si attendeva, tale smentita. Era, in un certo senso, assai logico e naturale che la Grande Difficoltà fosse falsa. Quando sarà oggettiva, si sarà giunti a percepire l'oggettività come un'increspatura dell'indifferenza.
L'Apparente Grande Difficoltà si è scongiurata da sola. Ciò che attende chi per ventura passi per questo stretto dominato dalle Sirene, è fare quanto fece Orfeo o quanto fece Ulisse, che sono figurazioni culturali di un più grande esorcismo, cioè di una più vasta calma. Si sta - in un modo calmo. Si continua a stare.
C'è un sollievo strano, come avere espulso una sostanza tossica, oppure avere vomitato, la pece è stata respinta dal sangue, la traspirazione è misurata, nello standard ci si muove osservando curiosamente se stessi e meditando gravemente sulla leggerezza conquistata, con la vaga vertigine di avere superato una montagna, osservando il profilo di quella successiva che si nascondeva dietro il massiccio appena attraversato, quasi non credendo più, come quando, ebbri per un alcolico ma non del tutto approdati all'incoscienza, si sorride soli al tavolo di una birreria e si saluta senza alcuna pulsione la cameriera che ha portato la bevanda, né grati né ingrati, prima di riprendere il corso dei pensieri.
Disse un Maestro:
"La contentezza mediocre che scaturisce dall’egocentrismo deve essere abbandonata".
E poi disse: "La vera cultura consiste nel riuscire a vedere l'unità esistente fra piacere e dolore".
Scusate: sto male... Ma in un altro senso. Sto male davvero.
Quello che avrei da dire su questo Paese di merda, l'unico nel Continente a non avere in Parlamento una forza di sinistra e nemmeno una socialista, bensì soltanto un contenitore vuoto di proposte che crede ciecamente nel libero mercato e un contenitore vuoto che crede ciecamente nel libero mercato, oltre a una falange sfascista e qualunquista che rappresenta il 25% della popolazione votante della mia regione - quello che avrei da dire lo si può indurre dai libri che scrivo, se si ha voglia di leggerli e se si ha voglia indurlo (per esempio, c'è qualcosa da indurre da qui). Quindi non ho da commentare, se non attraverso le parole di altri, che in questo Paese sono in verità tra gli intellettuali più avanti della compagine che era intellettuale e che a questo punto può tranquillamente continuare a snobbeggiare beandosi dei lucori tremolanti delle luci dello spettacolo, inscenato nemmeno ad arte, ma contro l'arte.
La parola, dunque, a dei miei compagni di strada, che dicono come la penso meglio di come lo direi io.
Elio e le storie tese - (Sanremo 1996) La terra dei cachi
Una cosa divertente che non farò mai più
Con il geniale titolo "Topolino, me la dice una cosa su Minnie?", Vanity Fair, nel numero attualmente in edicola, ha pubblicato un reportage avantpop del sottoscritto, sequestrato per due giorni nei dintorni di Düsseldorf, dove ha assistito allo spettacolo on ice di Disney, che celebra il centenario di Walt (lo celebra da nove anni senza soluzione di continuità). Purtroppo lo spazio della rivista non è quello di un libro, poiché ci sarebbe da scrivere un libro alla Foster Wallace su quanto ho visto e vissuto: Disney era la presenza più umana e reale in questa sorta di Garbagnate sotto plexiglas, il più colossale centro commerciale che abbia mai visto. Per non dire della sconcertante epifania all'ingresso dell'immenso hotel in stile minimal-fusion e di ciò che accadeva nella hall e nelle stanze.
Ecco il testo del reportage.
* * *
Un geniale autore americano, Stanley Elkin, negli anni Ottanta scrisse un romanzo, Magic Kingdom (edito in Italia da minimum fax), che si può riassumere così: sette bambini inglesi affetti da malattie terminali fanno una “vacanza da sogno” a Disneyland. Topolino arriva ad approcciarli filosoficamente: “Non è che Topolino è nato ieri, eh?”. Infatti è nato cent’anni fa. O meglio: nel 1901 è nato in papà di Topolino, Walt Disney, e la compagnia, per festeggiare il secolo di vita, si autocelebra sin dal 1999. Lo fa con uno show itinerante che arriva per la prima volta in Italia, Disney on ice, una produzione che non ha nulla di megalomane e molto di strabiliante: sedici tir, un circo di quarantesette pattinatori che potrebbero concorrere alle Olimpiadi invernali, macchine che creano il ghiaccio ovunque lo spettacolo approdi. Un anno in giro per il mondo disneyzzato, a mostrare quanto sia disneyzzato. Ora Disney on ice sbarca in Italia (a Milano, Torino e Roma), ma io, che sono uno scrittore e godo di privilegi inusitati, ho avuto l’onore oneroso di assistere allo show in anteprima – in Germania, a 50 km da Düsseldorf, in quel dell’Arena di Oberhausen, una sorta di Vigevano tedesca completamente plasticizzata.
Operazione interiore: nigredo amorosa
"Da questa visione innanzi cominciò lo mio spirito naturale ad essere impedito ne la sua operazione, però che l'anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; onde io divenni in picciolo tempo poi di sì fraile e debole condizione, che a molti amici pesava de la mia vista; e molti pieni d'invidia già si procacciavano di sapere di me quello che io volea del tutto celare ad altrui. Ed io, accorgendomi del malvagio domandare che mi faceano, per la volontade d'Amore, lo quale mi comandava secondo lo consiglio de la ragione, rispondea loro che Amore era quelli che così m'avea governato. Dicea d'Amore, però che io portava nel viso tante de le sue insegne, che questo non si potea ricovrire. E quando mi domandavano: "Per cui t'ha così distrutto questo Amore?", ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro".
Dante Alighieri, Vita nova, IV
Rondò veneziano: la nostalgia
[Prima che iniziasse la kermesse cinematografica della 64ma edizione della Mostra di Venezia, il Riformista mi ha chiesto un articolo di consigli ai giurati, essendo stato giurato io stesso all'edizione precedente ed ero e sono vittima di una nostalgia dolce e infinita per quell'esperienza, la più bella della mia vita intellettuale. Riproduco l'articolo, con un addendum finale che scrivo ora. gg]
Un giorno di afa chimica, l’anno scorso, ero in treno, scaricato nel piazzale della stazione di Bologna dalla mia fidanzata, che mi aveva lasciato. Il cellulare squillò: non era la fidanzata che ci aveva ripensato, era il direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Marco Müller. Mi chiedeva di fare parte della giuria della competizione, all’ipogeo della mia misera esistenza. Era uno choc a pochi minuti da un altro choc, ma ben meno patetico di quello che avevo subìto negli affetti. Si tende a scordare che la Mostra del Cinema, tra i festival del grande schermo, vanta la maggiore durata, un arco di vita che definire mitologico è riduttivo. Non so da quanto uno scrittore non veniva invitato a prenderne parte.
Dolore, annullamento, paura, Kafka, aiuto
"Gli orologi non vanno d’accordo, quello interiore corre a precipizio in un modo diabolico o demoniaco o in ogni caso disumano, mentre quello esterno segue faticosamente il solito ritmo.Che altro può accadere se non che i due diversi mondi si dividano?"
(Diari, 16 gennaio 1922)
"Oggi, a mezzogiorno, prima di addormentarmi, ma non mi addormentai affatto, giaceva sopra il mio petto una donna di cera. Aveva il viso reclinato sopra il mio, il suo avambraccio sinistro mi premeva sul petto".
(Diari, 16 novembre 1911)
"Insonne quasi del tutto; tormentato dai sogni, come se fossero graffiatidentro di me, in un materiale renitente".
(Diari, 3 febbraio 1922)
"Sembrava che a me come a tutti gli altri fosse dato il centro del cerchio e come tutti gli altri io dovessi percorrere il raggio decisivo e poi tracciare il bel cerchio. Invece ho preso sempre la rincorsa verso il raggio, ma sempre ho dovuto interromperlo. Dal centro del cerchio immaginario partono fitti raggi incipienti, non c’è più posto per un nuovo tentativo e la mancanza di posto significa vecchiaia, debolezza nervosa, e la mancanza di tentativi significa la fine".
(Diari, 23 gennaio 1922)
"La solitudine che per la maggior parte mi fu sempre imposta e in parte fu da me cercata (ma non fu anche questa costrizione?) perde ora ogni ambiguità e mira all’esteriore. Dove conduce? Può portare, e ciò mi sembra ineluttabile, alla follia. E qui non occorre aggiungere altro".
(Diari, 16 gennaio 1922)
“Da me vuoi sapere la via?”
("Rinuncia!", dai Racconti)
Manca
Se solamente arrivassi al nero vero, al nero vero...
Cosa credete impala che attraversate i colpi di tamburo delle mie pulsazioni interne, cosa credete filarie che mi intasate l'intrico rosso smalto delle arterie, cosa credete blatte che attente insistete sulla soglia delle mie barriere? Le mie barriere che ho pòsto a vigilare confini che ho dimenticato... Che le mie lingue non siano fuoco e battano sui tamburi delle pulsazioni mie? Credete che lo stormo che si avvicina in erosione dell'aria alla mia testa infuocata io non sappia arrestarlo? Io ho appreso con dura fatica e spreco di amore a cancellare, so ripulire con il polso sfiancato e i tendini corrosi dalla stanchezza e dal sordo dolore le superfici meno adatte, i confini che neanche supponevo...
Manca. Crogiolìo. Fatto patogeno. Sia accluso il mio cervello di pietra e il mio cuore di riso al latte, ogni infanzia mia vissuta e rivissuta e vomitata in crediti e per conto terzi, sia incluso il proiettile splendido e cherubino che sto sparando da anni non veduto io, sia acclusa ogni sfrangiata seta disfatta dalle mie disperazioni ché questo sono e sono capace, io, se manca, di occludere la mancanza e di stabilire, certo signore che troneggia nel centro di qualunque ventricolo che abbia battaglia, il mio luogo regnante, la mia solitudine famelica, l'opportunità del lavoro interiore - il suo sfrangiarsi in molte fibre e io le rimirerò a una a una.
Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM / 3
• Il testo del TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM
• Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM: Prima autoglossa | Seconda autoglossa
E' incalcolabile il passaggio che dalla Valle misurabile e quantificabile porta, nella seconda installazione del Trittico, al bambino che diviene il Bambino (vd. la seconda autoglossa). Il Bambino mentale, che si sottrae alla misurabilità spaziale e alla collocabilità temporale, è un considerato un archetipo. Il cosiddetto Ur-Kind, il Bambino Primordiale o quintessenziale, ha infinite evenienze nella tradizione artistica, specialmente pittorica, e anche in quella letteraria, sotto specie di archetipo. Se devo trovare un antecedente istantaneo a questa ossessione che attraversa i romanzi che ho scritto, questa sta nella Divina Commedia, al canto trentesimo del Paradiso.
Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM / 2
• Il testo del TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM
• Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM: Prima autoglossa
Questo percorso in autoglossa sul Trittico della Vallis Lacrymarum procede per balzi, per deviazioni, per attestazioni su passi, per derive e digressioni, in assenza momentanea di una riflessione sul disegno (e sulla struttura) del Trittico stesso che, come già detto, è un movimento che si ispira a Celan, ma più precisamente alla lettura che di Stretto fa Peter Szondi.
Non è un caso che abbia iniziato dalla fine. La frase terminale dell'ultima installazione è l'apertura che trasforma la fine in un esaurimento di potenza, in una stanchezza mentale, nel tentativo di trapassare nell'oltreculturale, in un'eccedenza in cui il pensiero accade: e tale tentativo, essendo comunque linguistico, è predestinato al fallimento. Mi importa tuttavia una figurazione retorica che non si inscrive nello spettro della retorica accademizzata e che è la nozione di pressione, che ho tentato di evidenziare nel saggio su Personaggio Vuoto, occupandomi di Lovecraft.
Cioè: cosa preme perché il pensiero, a furia di superamenti di ostacoli e soglie, essendo peraltro pensiero immaginale, giunga all'esaurimento e si ritrovi in uno spazio aperto di cui nulla sa dire? Questa pressione è un percorso, cioè è un destino nel senso conferito a tale nozione dalla tragedia classica greca. Qualcosa preme se "io" attraversa ostacoli. Desidero occuparmi a tale proposito di una delle soglie, od ostacoli, che il testo mi propone: è la figura del Bambino nella seconda installazione del Trittico, per cui ho dovuto richiamare, come paratia necessaria, la poesia di Wallace Stevens da Note sulla suprema finzione.
Wallace Stevens: da Note sulla suprema finzione
Per autoglossare un passo del Trittico della Vallis Lachrymarum, quello che concerne il Bambino a inizio della seconda installazione, mi serve una poesia di Wallace Stevens. Questa:
inizia a percepire l’idea, efebo
di questa invenzione, questo mondo inventato,
l’idea inconcepibile del sole.
puoi essere un uomo ignorante di nuovo,
osservare di nuovo il sole in un occhio ignorante,
osservarlo chiaramente nell’idea di questo.
non serve che tu pensi a una mente inventata origine
di questa idea, né serve comporre per la mente
il grande maestro nella combustione del suo fuoco.
pulisci il sole visto ora nella sua idea,
si lava nella più lontana pulizia del cielo,
noi espulsi e le nostre immaginazioni...
la morte di un dio è la morte di tutto.
lascia Phoebus il violaceo mentire a se stesso all’ombra del raccolto,
lascia Phoebus dormire e morire all’ombra in autunno.
Phoebus è un’idea, efebo. Ma Phoebus
era il nome per qualcosa che non ne avrebbe potuti avere...
c’era un progetto per il sole e c’è un progetto.
c’è un progetto per il sole. Il sole
non ha nome alcuno, l’oro è il suo fiorire, ma può
essere nella difficoltà di essere.
[da Note sulla suprema finzione, traduzione di Christian Sinicco, lievemente modificata dal sottoscritto]
Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM / 1
• Il testo del TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM
Comincio dalla fine.
La prima stesura della frase finale (non si tratta di un verso) era: IO ADESSO AZZERO TUTTO. L'accento, dunque, è sull'io: l'io azzera tutto, cioè esibisce la potenza di epoché, di annullare la percezione e la prospettiva da cui il mondo è guardato. E' così? No: poiché io non azzera il mondo: pretende di azzerare tutto - cioè ogni possibilità di percezione, vale a dire ogni possibilità di presenza di configurazioni percettive. L'adozione del maiuscolo, che è un unicum nel testo, è mutuata da un segmento del poema Il disperso di Maurizio Cucchi, titolata In treno:
"Ecco... | ECCO | Così SCAGIONATE perbacco | a passeggio REALI qua e là | LE PERSONE E LE COSE"
Il (mio) problema teorico
Ierisera un caro amico scrittore: "La percezione nella comunità di te come teorico è di inesistenza". Incomincio così, con più riferimenti personali, per circoscrivere alcune modalità, interne alla inestente comunità intellettuale italiana, realtive al dibattito teorico letterario. Questo itinerario non serve soltanto a descrivere il campo di interrogazione teorica, ma anche a stabilire i tratti incerti dell'oggetto dell'interrogazione stessa.
Dunque, dopo ciò che mi dice il mio amico scrittore, a un'ora di distanza, una cara amica scrittrice, al telefono: "Il problema è che la comunità non vede più l'emergenza della lingua, non ha i mezzi per interpretare e teorizzare, si rifà a schemi conchiusi". Contemporaneamente, una mail di un critico che stimo: "C'è nei tuoi libri qualcosa di stilisticamente irrisolto".
Parto da queste premesse non per parlare di me, bensì per fare intendere come, spesso se non sempre, alla generalità della inesistente comunità intellettuale italiana, un discorso teorico idiosincratico sfugga, per mancanza di riferimenti che impone l'impossibilità di percepire l'oggetto in questione. Sia detto che non ho mai pubblicato nulla di teorico o critico in forma cartacea (ho pubblicato la parodia del teorico, ma questo è altro discorso). Ciò, anzitutto, perché sono uno scrittore e non un critico e le cose critiche che ho scritto in Rete sono sempre partite da una specola prospettica, relativa a mie poetiche. Tutto ciò che di teorico posso esprimere è relativo a mie poetiche. Tranne un'eccedenza, che è la componente che crea diffidenza, ilarità o misinterpretazione. Tale eccedenza è un oggetto teorico extralinguistico e, quindi, se ne può parlare solo per analogia. Provo quindi a parlarne per analogia.
Michaux e il Canto del Personaggio Vuoto
A proposito del saggio sul Personaggio Vuoto e in particolare al segmento su Kafka e Giuseppina la cantante, Riccardo Corona mi invia alcuni passi da Henri Michaux, che sia lui sia io avvertiamo in consonanza con il discorso che tentavo di fare. Ringrazio Riccardo per la fatica della trascrizione e la gentilezza nell'offrirmela.[gg]
"In ciò che stavo ascoltando, mi ero inbattuto in un movimrnto contrario al
mio. Lo fermai. Più non si udì il mondo degli altri. MUSICA addio. Restò
SILENZIO. Rimanevo senza muovermi, assolutamente senza muovermì
Ero in riposo. Condizione prima. Innanzitutto il riposo, un riposo che non
fosse solo assenza di mobilità, per mutarsi bene presto in sonnolenza e
tutto sarebbe stato perduto, bensì un riposo d'un grado più avanzato, che è
l'abbandono alla perdita d'intervento.
Finita ogni captazione.
[...] Essere molto vigile e supremamente distaccato. E' necassario smettere, e io
avevo smesso, d'investigare: totalmente, o quasi.
Pensiero smobilitato, è questo che occorre.
Senza potervi neanche minimamente riflettere in quel momento, sentivo questa
condizione come capitale...Niente preferenze nella contemplazione. Vedere,
ma non esaminare. E' l' altro che guida l'osservazione. Non si deve
immischiarsene. L' altro non deve essere interrotto...
Quello che sembrava possedere, in fatto di coscienza, una misura più larga
della mia, quel lui che allettare è impossibile, col quale non si può
dialogare o discutere aveva
palesato le proprie conoscenze solo nel momento in cui, affaticato,
smettendo d'intervenire, di cercare e di funzionare personalmente, avevo
rinunciato alle riflessioni veramente mie, alle distraenti, pungenti,
sorprendenti riflessioni, di quelle che piacciono , che mantengono in zona
agitata...
Durante le magnifiche ore di quell'intervallo fondamentale, soprattutto
credo si siano realizzato alcune condizioni della Contemplazione...
La grandezza, l'incomparabile era presente.
Grandezza quando non c'è più ragionamento, quando cessa l'intercettazione
dell'intrusa che in ogni momento e e dappertutto s'infischia. Grandezza,
quando la restrittrice, quando la mediocrizzante se n'è andata..."
da H. Michaux Brecce, il brano si intitola "Avvento della contemplazione", p. 227, ed. Adelphi
Il Personaggio Vuoto: audiofile del seminario
Il saggio in quattro parti dedicato a Il Personaggio Vuoto è una traccia scritta di cui soltanto la quarta parte è stata sviluppata oralmente, nel corso del seminario universitario ideato e gestito da Donata Feroldi, dal titolo Il Personaggio: prospettive teoriche e metodologiche (qui il programma in pdf), tenutosi alla scuola di Alti Studi dell'Università di Siena. Il mio intervento è durato precisamente un'ora. Rendo disponibile, per chi utilizzasse adsl o fibra ottica, i due file che compongono l'intervento stesso. In calce, il link per scaricare in formato Word il documento intero e, infine, i quattro link dei passi che compongono questo abbozzo iniziale di un saggio destinato ad allargarsi.
Il Personaggio Vuoto: parte 1 [10M]
Il Personaggio Vuoto: parte 2 [11M]
Il saggio Il Personaggio Vuoto [.doc]
Il Personaggio Vuoto on line
1 - Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka
2 - Bartleby
3 - Lovecraft, ovvero l'Autore Vuoto e l'Opera Vuota
4 - L'antieconomia della narrazione in Burroughs
Il Personaggio Vuoto: 4 - L'antieconomia della narrazione in Burroughs
IL PERSONAGGIO VUOTO
1 - Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka
2 - Bartleby
3 - Lovecraft, ovvero l'Autore Vuoto e l'Opera Vuota
Burroughs, in una sorta di racconto autointervista del '63 (reperibile in Burroughs Live, a cura di Sylvère Lotringer): "Io non sono un dipendente. Io sono il dipendente. Il dipendente che ho inventato per mostrare questo spettacolo itinerante sulla strada della tossicodipendenza. Io sono tutti i dipendenti e le dipendenze e tutti i tossici del mondo. Sono la tossicodipendenza e sono incatenato a questa dipendenza nei secoli dei secoli. Ora utilizzo un'immagine basica della dipendenza. Estendetela. Io sono la realtà e sono totalmente dipendente da questa realtà. Datemi un vecchio muro, una cassetta della frutta e io posso, Dio me ne è testimone, sedere lì inerte per tutti i giorni a venire. Perché io sono il muro e anche la cassetta. Il che significa: necessito di un ospite umano".
Da questo assolutismo della percezione, che è la scoperta della dipendenza, Burroughs fa emergere il senso reale del Personaggio Vuoto, assumendolo in prima persona: è l'immagine di Bartleby alla sua indefinita fine, al di là della fine e dell'inizio: fermo, in contemplazione, davanti a un muro. Come è arrivato a questo punto, e insospettabilmente, William Seward Burroughs? Si è consapevoli che questo scrittore è la più prodigiosa macchina produttiva di Personaggi Vuoti del secolo?
Il Personaggio Vuoto - 3: Lovecraft, ovvero l'Autore Vuoto e l'Opera Vuota
IL PERSONAGGIO VUOTO
1 - Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka
2 - Bartleby
Non sono né un critico né un teorico, sebbene, come ogni scrittore, disponendo di una poetica propria che fa riferimento a una tradizione non solo letteraria e gestando un amore per le poetiche a me distanti con tutto il loro bagaglio e corollario, io possa esprimere ragionamenti che in parte sembrino critica o teoria della letteratura. Si tratta tuttavia di un atto particolare: scrittori che scrivono di scrittori spostano l'orizzonte saltando nessi, ma praticando scarti che possono essere di notevole aiuto. Così non c'è da sorprendersi se l'atto teorico e critico più folgorante degli ultimi vent'anni di saggistica letteraria mondiale l'abbia compiuto uno scrittore su un altro scrittore: cioè Michel Houellebecq con il suo H.P. Lovecraft - Contro il mondo, contro la vita. E' un testo fondamentale nel discorso che porto avanti sul Personaggio Vuoto, poiché è fondamentale l'operazione che compie Lovecraft, che è poi tra l'altro il secondo scrittore che ho letto in vita mia e che mi ha spinto alla scrittura.
Il Personaggio Vuoto: 2 - Bartleby
“Messaggere di vita, queste lettere corrono verso la morte. Ah Bartleby! Ah umanità!”. Ecco l'esito finale di un Personaggio Vuoto, il Personaggio Vuoto americano per eccellenza, lo scrivano indefettibile e para-ascetico che rinnova un'impossibilità di redenzione del simbolico attraverso la sua formula vuota, una formula magica o, a ben vedere, anti-magica: "Preferirei di no" ("I would prefer not to"). L'esito è un a-verbalismo, l'impotenza dello scrittore, l'urlo che non appartiene ai linguaggi, la resa o il compimento di Melville, di Bartleby, di tutta l'umanità, l'urlo gridato con dolore profetico, quello che lancia l'Isaia che ha predetto e ha descritto e nonostante tutto ha visto compiersi la catastrofe annunciata: "Ah!". Lingua che esiste a-linguisticamente, ma che è lingua, verbale ed emotiva e corporea: non lingua morta - questo non è un decreto fallimentare, è la constatazione del compimento, è il Vivente della lingua. Oltre quell'urlo: il silenzio.
Il Personaggio Vuoto - 1: Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka
[La prossima settimana parteciperò a un seminario chiuso organizzato da Donata Feroldi all'Università di Siena. Feroldi, che sta tra l'altro completando il primo dizionario analogico italiano che viene pubblicato dal 1920, ha dato un titolo da vertigine al seminario: "Il personaggio". Da settimane nuoto nel mare magno delle possibili interpretazioni, dei depositi storici che la tradizione della teoria della letteratura, la filosofia tutta, l'apparato della critica e della mitografia hanno fornito come possibile e fallimentare mappatura. Data la particolare configurazione del seminario, che è dialogico, non devo tenere una relazione - valgono quindi intuizioni, idee, sospetti, accelerazioni e suggestioni. Su una di queste mi appunto qui. gg]
Il Personaggio che mi interessa è Vuoto. Il vuoto non è il non-essere, quindi posso parlarne. Il vuoto condensa in materia vibrando, come ormai la fisica sospetta, amaramente non riuscendo a cogliere come ciò accada e soprattutto come sia possibile che una non-sostanza produca sostanze. Dal vuoto - è l'ipotesi del mio lavoro - emergono forme, figure, condensazioni via via più pesanti - corpi infine e, certo, personaggi. Kafka parla della letteratura, in uno dei suoi journal, come di "assalto ai limiti dell'umano" - e io forzo questa abissale espressione e dico: "assalto ai limiti, alle configurazioni dell'umano, per cogliere l'umano, ciò che misteriosamente è umano in sé, il noumenico umano". A queste latitudini si manifestano, a mio avviso, i Personaggi Vuoti - gli Inesplicabili, gli Interrogativi, i Metafisici che Muovono Domande Continue e Continuamente Scansanti le Risposte Possibili: Bartleby, il Lee del Pasto Nudo, Jakob von Gunten e, ovviamente, tutti i personaggi di Kafka. Di questi, per il momento, mi interessa la protagonista del racconto Giuseppina la cantante ovvero il popolo dei topi.
Alcune riflessioni sulla ricezione di MEDIUM
La pagina di Lulu.com per acquistare la versione cartacea di MEDIUM è stata visitata 2340 volte. Le copie vendute sono al momento 309. L'obbiettivo che il progetto si poneva era di raggiungere in forma cartacea 300 lettori entro dicembre. Ogni capitolo di MEDIUM on line è stato visitato da una media di 2.000 utenti unici, per un tempo medio di 4'50": cioè, è stato effettivamente letto.
Per tramite di un'intellettuale bulgara visitatrice del sito, un editore di Sofia si è interessato a MEDIUM, che verrà tradotto e pubblicato in Bulgaria: l'autore non percepirà nulla dell'anticipo e dei diritti di vendita, che andranno invece a un'associazione benefica che aiuta bambini orfani.
Il sottoscritto ha ricevuto 124 mail estremamente commoventi e lunghe, che ha conservato in apposita cartella e a cui ha risposto in toto, lettere circa questioni personali intimissime, che riguardano la perdita del padre, della madre, di fratelli e sorelle, in relazione all'impossibilità di parlare di questa esperienza, così profondamente individuale e traumatica, così universale.
Prima riflessione: l'abbraccio che mi auguravo è riuscito.
Volti dell’Oscurità, Volti della Luce: meditare Corbin
 Meditazione scritta da Henry Corbin nel 1932 sulle rive del Lago
Siljan in Svezia all’età di 29 anni. Lui la intitolò ‘Teologia sulle
sponde del lago’:
"Tutto è rivelazione; esiste solo ri-velazione. Ma la rivelazione proviene dallo Spirito, e non si ha conoscenza dello Spirito.
Presto
sarà il tramonto, ma ancora le nuvole sono nitide, i pini non sono
ancora immersi nell’oscurità, poiché il lago li illumina in
trasparenza. E tutto è verde, squillante come il canto all’unisono di
tutte le canne di un organo. Si deve ascoltarlo seduti, molto vicini
alla Terra, con le braccia incrociate, gli occhi chiusi, fingendo di
dormire.
Non
è necessario avanzare imperiosi, come un conquistatore e voler dare un
nome alle cose, a tutto; esse ti diranno chi sei, se ascolti, ardendo
di desiderio come un amante. Poiché all’improvviso, nell’ininterrotta
pace della foresta del Nord, la Terra è venuta a te, visibile come un
Angelo che potrebbe essere una donna, e nella sua apparizione, questo
verde splendore e la fitta solitudine, sì, l’Angelo è vestito di verde,
il verde del crepuscolo, del silenzio e della verità. Allora tutta la
dolcezza della resa di un abbraccio trionfa su di te".
Il discorso che non riesco a fare 2.0
[Mi interessa la letteratura? A questa domanda dovrei rispondere "sì". E mentirei: perché mi interessa un territorio che supera la letteratura, la sopravanza, ed è un territorio di perenne indagine. Si sostituisca ad "attore" la parola "scrittore", a "spettatore" "lettore", a "teatro" "letteratura": ed ecco che è ancora Grotowski a incaricarsi di enunciare quanto io non riesco a enunciare e che ho deciso di fare enunciare ad altri - non soltanto Grotowski. Tra il 1970 e il '73, il grande regista polacco si esprimeva così, attraverso parole che valgono per arte, amicizia, amore e morte - cioè le aree umane dove l'incontro con se stessi (e quindi con gli altri) è intensificato alla massima potenza. La forma artistica extracanonica a cui allude Grotowski è dunque identica alle meccaniche amorose: un altro discorso che non riesco a fare...]
Non condurrò più esperimenti teatrali; la teoria sulla recitazione esposta in Per un Teatro Povero appartiene ormai al passato; gli esperimenti intrapresi riguardano ormai forme di attività che non avevano alcun rapporto con i tradizionali concetti teatrali di "spettacolo" e "spettatore". Mi sta a cuore l'attuale tendenza del teatro? No. Ed inoltre, mi sta a cuore il teatro come arte? Dovrei dare una risposta affermativa. Ma è essenziale e fondamentale? No...Potrei dire che stiamo cercando un certo genere di territorio, diverso dal teatro...La ricerca stessa potrebbe diventare un campo di indagine.
Il discorso che non riesco a fare
[Mentre tutto s'abbuia, sempre più, mentre lavoro a una sorpresa per i lettori di questo sito, mentre rileggo il romanzo e ne constato le zone in cui reintervenire, mentre la mia vita privata va a rotoli (rotoli di tessuto nero), sento la necessità di esprimere una volta ancora il discorso che non riesco a fare o, se tento di farlo, non è possibile che io sia capito. Non è un discorso mio e qui "io" c'entra poco: e già questo non è capito, sembra che io ci tenga tanto, troppo, addirittura diventi aggressivo se compio questo discorso. Concerne il superamento dei canoni-non/canoni attuali dell'arte. Concerne la libertà di fregarsene della tradizione soltanto nel momento in cui si è stati immersi nella tradizione fino a saturarsene. Concerne l'indifferenza agli esiti. Concerne l'indifferenza all'arte stessa. Se cerco di parlarne, osservo scatenarsi le più varie reazioni emotive, persino tra gli intimi che solitamente comprendono il mio dialetto idiosincratico e il fatto che per me, tale discorso, è l'unica spinta a scrivere. Ne riesco abbattuto. Uso, quindi, parole di altri. Ancora Grotowski (vedi qui e qui), prescindendo dall'arte teatrale, in uno scritto pubblicato postumo: Grotowski affida questo discorso a un momento in cui lui non c'è, e non ne parla, come forse dovrei imparare a fare io, evitando così di apparire come uno snob (che non sono) o uno che esclude gli altri da comprensione e partecipazione (idem). Le sottolineature nel testo sono mie: vanno riferite a ciò che ho in mente e a cui, evidentemente, Grotowski pure mirava. gg]
Jerzy Grotowski
4 Luglio 1998
E' possibile che il termine della mia vita si avvicini. Tengo prima di tutto a rettificare un'informazione che falsa la comprensione del lavoro del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards.
Action: l'ultimo spettacolo di Grotowski: questa informazione contiene tre deformazioni della verità.
Il mio ultimo spettacolo, come regista, s’intitola Apocalypsis cum figuris. Fu creato nel 1969 e le sue rappresentazioni sono terminate nel 1980. Da allora non ho più fatto alcuno spettacolo.
Action non è uno spettacolo. Non appartiene all’ambito dell'arte come presentazione. E' un'opera creata nel campo dell'arte come veicolo. E' concepita per strutturare, in un materiale legato alle performing arts, il lavoro su se stessi degli attuanti.
Scusate: me e i miei libri. Dialogo a distanza con lo scrittore/lettore
Devo scusarmi, ma sento la necessità di parlare di me e delle mie cose.
Oggi, incontro con un bravo scrittore, che non è stato compreso a pieno, finora. Scopro che è un lettore dei miei libri. Ne parliamo e io parlo come secondo me si parla di letteratura, e quando io dico: "A me, i miei libri non soddisfano, non è quello che voglio fare e nemmeno quello che volevo fare", l'uomo manifesta delusione, rabbia, incomprensione. Dice: "Hai fatto marchette, in pratica? Nel nome di Ishmael è una marchetta?". Cerco di spiegargli. Non ha letto Assalto a un tempo devastato e vile, e quindi mi identifica con i tre libri che hanno per protagonista Lopez (escludo Catrame, che è un libro breve e non un thriller). Cerco di spiegare che a me la narrazione attraverso romanzo non ha più nulla da dire. Che la mia poetica è un'altra. Che per me è fondamentale sovvertire e spaccare la forma romanzo. Alludo al romanzo, dicendogli: il prossimo libro è pensato come un insieme di metope. Lui risponde: "Sì, ma lo stile... Il tuo stile... Ishmael, Il Drago e Grande Madre Rossa hanno il medesimo stile, è il tuo stile!". Rispondo che io non ho stile. La delusione si ingrossa. Argomento: lo stile è zero, è difesa psichica, a me la scrittura e l'opera servono come arco di dissoluzione delle difese psichiche. C'è un'intenzione, per ogni libro, che è quella di arrivare a punti di me in cui la coscienza non è previamente giunta, e ciò non ha nulla a che fare con lo stile. La lingua è inesistente, il suo primato è superficiale. Faccio l'esempio di ciò a cui io guardo: i monumenti sacri induisti e buddhisti, scolpiti da anonimi che cercano di arrivare a dissolvere la psiche perché ritengono che l'uomo non sia solo corpo e psiche, sono opere che non vengono restaurate, perché essi stessi non sono il monumento: il monumento è il tempo che erode il monumento. Io guardo a questa cosa qui. Il romanzo tradizionale (che non esiste; diciamo, grezzamente, il romanzo che narra chiudendo, più o meno linearmente) non è più da me avvertito come forma veritativa: cioè, non mi fa calare in zone che non conosco. Posso raccontare storie, certamente, riutilizzare lo stile delle storie a cui certi lettori si sono abituati (lo scrittore/lettore in questione, per esempio, si è talmente abituato che il Dies Irae lo percepisce in continuità con la trilogia di Lopez). Mi continua a rispondere che i lettori così vengono delusi, che la mia è un'operazione elitaria. Gli controbatto che ciò a cui io penso e a cui mi piacerebbe lavorare è un'installazione, un ciclo di installazioni, di cui certi inserti e il finale del Dies Irae costituiscono un esempio. Si inalbera quando dico che non mi importa se i lettori saranno trecento. Dice: "Trascuri il lettore". Non trascuro il lettore. Il lettore è il tempo dei monumenti induisti: è l'erosione del libro, che viene consumato dai climi mentali e dalle ore di attenzione e di differenti comprensioni e prospettive spese da chi legge un romanzo del sottoscritto. Quanto alle marchette, si tratta di un falso problema: io ho scritto e scrivo con il massimo dell'onestà, in una forma che sorgivamente farei germogliare in altro modo, rendendomi impubblicabile. Ho scelto, invece, di usare squarci in strutture di genere consolidato, ma il genere non esiste, non ha per me più senso che esista. Per me: non per gli altri scrittori o per i lettori. La fatica che ho speso nell'organizzare e nel portare a termine un romanzo che nessuno aveva tentato prima, per esempio, è il mio tentativo di dissolvere il genere storico. Se sbaglio, vividdio: posso sbagliare, sono libero di sbagliare... Di fronte a ciò che sogno, l'autore/lettore arretra, abbastanza deluso: questo ciclo aperto, in cui il lettore non è più guidato, anzi, è portato a provare il dolore della mancanza di riferimento, il punto silenzioso che prima fa paura ed è nero, poi si illumina e diventa incandescente, dove non è più differenza tra me che scrivo e il lettore che legge - il punto preciso dell'abbraccio, del coito, dell'osmosi, della ricongiunzione di due parti innaturalmente separate... La polemica continua. Cito Hugo, Wallace Stevens, Eliot, Kafka, Celan, Burroughs, Petrolio di Pasolini: scrivevano calcolando i lettori del proprio tempo? Oppure si inabissavano alla ricerca di ciò che sarebbe stato abbracciabile dai lettori di ogni tempo?
Ognuno, ovviamente, ha la propria estetica: sia lo scrittore sia il lettore. Ognuno prende questo relitto, questa reliquia, che è il libro, messaggio lanciato privo di bottiglia, e lo legge come vuole. L'autore abbandona il proprio parto. Io sento questo, altri sentiranno altro.
Mi spiace che lo scrittore/lettore sia rimasto deluso e abbia percepito in me una falsità inesistente, nel momento in cui ho detto che, se dovessi giudicarmi, Assalto a un tempo devastato e vile e alcuni stralci di Dies Irae sono le cose scritte da me che mi soddisfano a pieno, perché mi hanno consentito un lavoro di inabissamento e incanto. I thriller erano votati alla fine del genere thriller, alla comunicazione di determinate informazioni, alla scrittura che poteva spaccarsi e permettere finestre sull'oscurità che non si sa: a me interessano quelle finestre. I lettori sono liberissimi di apprezzare non i buchi, ma il pieno. Ho scritto anche il pieno. Lo avrei scritto diversamente, date altre condizioni storiche. Un libro non è per sempre, nel mio caso. Lo stile è molti stili, poiché ciò che conta, per me, è l'indole della lingua, avvertire l'indole della lingua e starci. L'indole della lingua non è la lingua e non è lo stile.
Infine, il rapporto col popolare. Cosa fa uno scrittore? Intercetta. Intercetta ciò che è immaginario puro e comunitario, a più livelli. Gli immaginari fioriscono o sono già fioriti. A me interessa ciò che può fiorire. Se sbaglio a intercettare, sono un cattivo scrittore, epperò libero. Questa libertà il nostro tempo mette a repentaglio, io avverto la pressione di un simile repentaglio. Io spero di sfuggire al repentaglio e di potere scrivere fuori da ogni repentaglio: lo sguardo dell'altro non mi mette a repentaglio, a meno che non sia uno sguardo giudicante, la pupilla che percepisce in base a ciò che è avvenuto. La pupilla è aperta, essa stessa presenta il fundus oculi come un buco nero. Andare nel buco nero è la mia ambizione. L'esaurimento della letteratura, questo fallimento a priori praticato con inesausto amore, è la mia ambizione. La penultimità della letteratura è l'ambizione a questo esaurirsi, che fa la letteratura: l'eterno tentativo (eterno quanto è eterna la forma umana: quindi, è già terminato...) di avvicinare la letteratura all'ultimità che "significar per verba non si porìa". Tu sei quello che tu vuoi, ma non sai quello che tu sei.
Babsi Jones, i commenti e la Rete 2.0
Se uno dei blog fondamentali della Rete italiana viene sommerso, con il crescere dei lettori, da commenti che esulano dall'argomento del post a cui dovrebbero riferirsi, e se questi commenti non rasentano ma praticano radicalmente l'insulto, la denigrazione e la violenza verbale - se accade che la gestrice di questo blog mediti la chiusura dei commenti, allora siamo finalmente giunti al punto terminale di un lungo processo che non è assolutamente un regresso. Chi difende i commenti indiscriminatamente liberi ha poca esperienza di Rete, ci è arrivato grazie all'ondata di sistemi editoriali che hanno facilitato l'accesso e la pubblicazione. In questi anni si è fatta un'autentica antropologia della specie dei commentatori, che ha il suo apice nell'esilarante fenomenologia sugli Utonti vergata dalla firma di Gianmarco Neri. Esistevano prima dei blog i forum, bacheche a varia piattaforma. Prima ancora, le BBS. Esistono flame da quando si è interconnessi. Però, quanto accaduto con i commenti ai post sui blog, non facendo di tutta l'erba un fascio, non ha a mio parere precedenti: si è data la stura al peggio. La gramigna ha contaminato l'erba buona. IndyMedia è collassata su se stessa grazie al libero accesso. Quando si è dovuto decidere, anni fa, se Carmilla avrebbe avuto commenti aperti o meno, si è escluso a priori l'accesso di Utonti fastidiosi. Nel frattempo sono esplose discussioni rasentanti il patafisico su Nazione Indiana e vibrisse.
La protesta di fronte alla chiusura dei commenti chiama in causa la democrazia. E' un'idea distorta di democrazia elevare a tempio ecumenico l'osteria degli stolti, dove chiunque può deviare dalla discussione, essere sgarbato, anonimamente insultare. D'altro canto, una vasta torma di idioti identifica la Rete e i suoi processi di divenire come la deviazione dei blog, azzerandone il valore e sproloquiando ad infinitum sull'anonimato dei commentatori (un fenomeno contingente limitatissimo, mentre l'anonimato pretenderebbe dissertazioni e analisi ben più profonde) - una posizione da microcefali e da Utonti d'accademia, che non colgono il fenomeno di comunicazione e azione politica ed estetica più rivoluzionario di questo tempo (e non c'è da stupirsene: questi detrattori generalizzanti non colgono il proprio tempo in nulla...).
Di tutto ciò, personalmente, faccio a meno e mi frega zero assoluto. Mi interesserebbe invece che tutti i commenti ovunque fossero chiusi, che si accendessero i forum e nei forum si commentasse quanto si vuole, si aprissero thread, si litigasse e ci si sfogasse. D'altro canto, e ciò mi interessa ancor più, la risposta autenticamente democratica dovrebbe essere, a mio parere, di altra natura. I commentatori che intendono seriamente interagire con creatori di contenuti dovrebbero rispondere sullo stesso piano: produrre contenuti. A video, interventi scritti, mp3, spazi di visione e prospettiva, zone di controinformazione - che si risponda con equivalenti, non dico della medesima stazza qualitativa. La Rete è creatività e interazione democratica soltanto in questo senso. La Repubblica dei Creatori è la Rete 2.0. Serve un salto individuale per fare decollare un movimento inarrestabilmente colletivo. Creare artisticamente, politicamente, multimedialmente. YouTube vale miliardi di commenti che sono sterili. Vi manca la finestrella dove vomitare? Cazzi vostri. Vi manca il contatto da sviluppare seriamente con chi ha esposto sé in un sito? Inviategli una mail. Entrate nella produzione dei contenuti. Si pubblichino sui siti più mail con risposta del creatore del contenuto originale. In questo sito, io faccio così (c'è solo la mia risposta perché l'autrice della mail non mi aveva dato il permesso di pubblicargliela. Da quel momento, l'autrice della mail scrive in Rete: per esempio, su Carmilla). Su Giap di Wu Ming, accade. In Carmilla, accade. Ci si sporga, si faccia spreco di se stessi, ricercando verità in divenire, lasciando tracce che spostino gli orizzonti, li allarghino. E, quanto alla letteratura, auspico, e non da ora, installazioni connesse come un enorme arcipelago connette isole. Il modello è l'arcipelago. Si può colpire l'isola, per annientare l'immenso arcipelago nemmeno l'ordigno nucleare è sufficiente.
Si costruisce così il ciclo. La nuova oralità epica procede attraverso questi processi: installazioni e variazioni sull'installazione - non commenti esterni all'installazione, ma interventi nel corpo dell'installazione, che la variano, che la deviano, che inseriscono nuove digressioni, aprono nuove storie.
Quindi: solidarietà a Babsi Jones, fondamentale creatrice della nostra Rete.
PS. Se qualche utonto si domandasse perché, dopo mesi di discussione pubblica su commenti chiusi e/o aperti, io prenda posizione solo ora, la risposta è sotto gli occhi: insieme ad altre pochissime realtà, Babsi Jones col suo blog fa arte: sta costruendo un ciclo, che è un'installazione e che non ha alcun valore di critica giornalistica sotto maschera o chiacchiera pseudo-tutto, a differenza degli intellettuali (?) che hanno fluvialmente quanto ridicolmente affrontato in pubblico un argomento da novellini della Rete, autoincoronandosi quali teorici della cultura e pastori del gregge, custodi della tradizione letteraria e defensor fidei di non si sa quale fede (certo non la mia).
"Sarà tutta spaccata la terra"
Gli esperti dell'Ipcc ritengono con una probabilità compresa tra il 90 e il 95 per cento ("very likely") che il riscaldamento climatico sia dovuto alle emissioni di gas serra determinate dalle attività umane. L'impatto di questi effetti durerà per gli esperti almeno un millennio. Entro la fine del secolo la temperatura superficiale della Terra crescerà da 1,8 a 4 gradi centigradi. Per quanto improbabile, non si può però neppure eslcudere la possibilità di un aumento fino a 6,4 gradi. I numeri citati dall'Ipcc non considerano l'effetto dell'aumento del livello dei mari dell'Antartico e della Groenlandia, resi noti da studi recenti, stabilendo che l'incremento alla fine del 2100 dovrebbe essere compreso fra i 19 e i 58 centimetri. In realtà i nuovi dati fanno ritenere che si possa arrivare a superare il metro.
Inascoltata, la voce di Isaia pronunciò parole oscure...
Intervista audio al Miserabile: sulla letteratura metafisica
Arianna Carmeli di RadioAlt ha intervistato il sottoscritto, a proposito del dispaccio lanciato da Ferruccio Parazzoli (se ne è discusso su Carmilla). L'appello di Parazzoli [nella foto a destra], che non cita la Bibbia bensì Thomas Stearns Eliot, è stato completamente frainteso da alcuni critici, che hanno pensato a un richiamo a una rinascita della letteratura cristiana. Ovviamente non è così. Nell'intervista, cerco di spiegare la prospettiva che ho còlto nell'appello di Parazzoli: che è un invito allo sfondamento metafisico a cui la letteratura è sempre stata votata e che nulla ha a che vedere con la religione. Si parla di Burroughs, di Pasolini, di Pincio, di Evangelisti, di Wu Ming, di Colombati, di Domanin, del postmoderno in Italia e di altro. Cliccate sotto per ascoltare l'audiointervista.
INTERVISTA AUDIO A GIUSEPPE GENNA
"L'uomo senza speranza"
"L’uomo senza la speranza non può assolutamente vivere, come senza amor proprio. La disperazione medesima contiene la speranza, non solo perchè resta sempre nel fondo dell’anima una speranza, un’opinione direttamente o quasi direttamente, ovvero obbliquamente contraria a quella ch’è l’oggetto della disperazione; ma perchè questa medesima nasce ed è mantenuta dalla speranza o di soffrir meno col non isperare nè desiderare più nulla; e forse anche con questo mezzo, di goder qualche cosa; o di esser più libero e sciolto e padrone di se, e disposto ad agire a suo talento, non avendo più nulla da perdere, più sicuro, anzi totalmente (se è possibile...) sicuro in mezzo a qualunque futuro caso della vita ec.; o di qualche altro vantaggio simile; o finalmente, se la disperazione è estrema ed intera cioè su tutta la vita, di vendicarsi della fortuna e di se stesso, di goder della stessa disperazione, della stessa agitazione, vita interiore, sentimenti gagliardi ch’ella suscita ec. Il piacere della disperazione è ben conosciuto, e quando si rinunzi alla speranza e al desiderio di tutti gli altri, non si lascia mai di sperare e desiderar questo. Insomma la disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l’uomo non dispererebbe se non isperasse. Infatti la disperazione più debole e meno energica è quella dell’uomo vecchio, lungamente disgraziato, sperimentato ec. che spera veramente meno. La più forte, intera, sensibile, e formidabile, è quella del giovane ardente e inesperto, ch’è pieno di speranze, e che gode perciò sommamente benchè barbaramente della stessa disperazione ec.
Quelli che meno sperano, meno godono della loro disperazione, e meno anche disperano, e conservano più facilmente una speranza benchè languida, pur distinta e visibile in mezzo alla disperazione. Tale è il caso degli uomini lungamente sventurati, e soliti ed assuefatti a soffrire e a disperare. Viceversa dico degli altri. La disperazione poi dell’uomo ordinariamente felice, è spaventevole.
Siccome non v’è infelicità che non possa crescere, così non v’è uomo tanto perfettamente disperato che sopraggiungendolo una nuova, impreveduta e grande sciaura non provi nuovo dolore. Anzi bene spesso quando anche sia preveduta, quando anche sia quella medesima per cui si disperava. Dunque la speranza gli restava ancora. E nessuno è mai tanto disperato che, se bene si dia a credere di non esser più suscettibile di maggior dolore, e di star sicuro nella sua piena disperazione, non sia realmente soggetto a sentire l’accrescimento del male. Non v’è infermo così ragionevole e capace di conoscer da se di avere necessariamente a morir del suo male (come sarebbe un medico ec.), che al ricever l’avviso di dover morire non si turbi fuor di modo. Dunque sperava ancora di non morire. [...] E come non v’è tanto gran male che non possa esser maggiore, così non v’è disperazione umana che non possa crescere. Dunqu’ella non è mai perfetta per grande ch’ella sia, dunque non esclude mai pienamente la speranza.
Osservate quell’uomo disperatissimo di tutta quanta la vita, disingannatissimo d’ogni illusione, e sul punto di uccidersi. Che cosa credete voi ch’egli pensi? pensa che la sua morte sarà o compianta, o ammirata, o desterà spavento, o farà conoscere il suo coraggio, a’ parenti, agli amici, a’ conoscenti, a’ cittadini; che si discorrerà di lui, se non altro per qualche istante con un sentimento straordinario; che le menti si esalteranno almeno di un grado sul di lui conto; che la sua morte farà detestare i suoi nemici, l’amante infedele ec. o li deluderà ec. ec. Credete voi ch’egli non tema? egli teme, (sia pur leggerissimamente) che queste speranze non abbiano effetto. Io son certissimo che nessun uomo è morto in mezzo a qualche società senza queste speranze e questi timori, più o meno sensibili; e dico morto, non solo volontariamente, ma in qualche modo. E s’egli è mai vissuto nella società ec. morendo anche nel deserto, e quivi anche di sua mano, spera (sia pur lontanissimamente) che la sua morte quando che sia verrà conosciuta ec. Tanto è lungi dal vero che la speranza o il desiderio possano mai abbandonare un essere che non esiste se non per amarsi, e proccurare il suo bene, e se non quanto si ama".
Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, 22 agosto 1821
Amorosa sottrazione
Io non so cosa mi tiene unito - mi tiene unito a me.
L'erba marfisa lupina cura dai morsi magicamente, dalle contaminazioni e dalle mutazioni, sotto il plenilunio la metamorfosi avanza. Vedi gli arti rigonfiarsi e i nervi contratti, crescere, le ossa ispessirsi, il cristallino è giallo, la bocca si dilata nella smorfia, le narici insufflano lo zolfo. Questa, la patologia. L'erba si trova in fondi segreti di certi crepacci nello Himalaya. Maestri, un tempo adepti del medesimo dolore, ne conoscono la precisa locazione. La individuano. La nascondono. Gli affari umani si riconfigurano, stravolti, nella medesima forma sempre. Cosa li tiene uniti a sé?
Oh dolce, vaporoso stampo umano...
Allora andiamo, tu ed io, quando la sera si stende contro il cielo.
Come un paziente eterizzato sul tavolo operatorio.
Oserò
turbare l'universo?
Non oso, non so. Il cielo è un calco, un immenso organo umano, fossilizzato, bianco. La mia Colchide mi sfugge. Oh, Colchide...
Thomas Stearns Eliot scrive nella casa dove i termosifoni fanno eco all'acqua rotta da bolle d'aria: "Ho i nervi a pezzi stasera. Sì, a pezzi. Resta con me. Parlami. Perché non parli mai? Parla. A cosa stai pensando? Pensando a cosa? A cosa? Non lo so mai a cosa stai pensando". Tu pensi.
D'inverno nessuno porta arance, nascoste nella giacca, alla città in assedio, innevata.
Occhio d'oro, osserva il mio luccichio tanto nero.
Sulla punta del mio indice si ravvoltola il verme della putrefazione: è minimo e biancastro. E' l'ultimo pontefice. Crede di esserlo, fermamente.
"Non sorrido più".
Signora tra tre leopardi bianchi. Mercoledì delle Ceneri, ogni giorno reiterato. In quale fuoco brucio? Dove sono io?
Exeunt omnes.
Genero solo prede, non c'è unione di ossa.
Installo sillabe. Faccio il mio lavoro, pagato. Arriverò a essere un servo inutile, finalmente?
Congedi assenti, dove le strade affondano, dove le strade sorgono.
Non c'è immagine di te, amorosa mancanza, nube di ozono che soffoca le prede, azzera l'ossa, non c'è immagine di te.
A volte, in angoli inaspettati, oppure no, a sorpresa, al centro del pavimento, sottile, un capello tuo ramato.
La memoria fu forte, oltre le ossa. Non è più. E' ora.
La sostanza non può che sgretolarsi: la sostanza non si sgretola.
E più delira e più è savio quegli, che scorre le sue ore in non amorosa solitude e ne teme il giogo.
Incatenato. Congedato. Incongedato. Spaventato. Inadatto al silenzio. Occhio d'oro che non vedrò se non al varco. Incatenato. Regnato. Ricondotto alla bianca landa.
La visione dorata riappare.
Io vedo gli occhi ma non le lacrime.
Giorni dopo giorni dopo il giorno
e il giorno è quello nero, si diffonde, aria secca, aria umida, flusso statico ostacolato, e si marmorizza - dove io non sono. Asfodeli neri. Indivie marcite. Nella palude l'acqua non è stagnante, la fauna non è amica. I belati furono sorrisi un tempo, non ricordo più. Non ricordo più gli anni trascorsi, i mali, le gioie, le accanite disperazioni: santità. Oblio che è buono scivolo e mi salvi, capovolgi il tuo parto discendente, radia i giorni a venire.
L'ipocrita erosione della tarma nell'armadio, meccanica, intenta intorno al pullover che fu mio un tempo, che fui io un tempo. Dove sono?
Mattine e sere si susseguono come danni muti, come esplosioni contenute nelle pire d'ossigeno dall'acqua oceanica. Sismi sotterranei, disse il veggente Hanussen, nel 2200 causeranno un'onda anomala e Nuova York ne sarà sommersa - così disse, e vestiva scarlatto, nel suo Palazzo Occulto.
Nomi dimenticati, lapidi dimenticate, sillabe che non hanno sfiorato il livido che liquido si espande. Assenze. Non desiderate intrusioni. Interruzioni. Poche salvifiche parole. "Tra barbarie e alienazione noi viviamo, o il paradiso artificiale sudafricano della scrittrice Karen Blixen" - così ha detto. Annuisco, salvo presso la mia meridiana umana. "Non piangiamo più - hai visto?" - così ho detto io.
Sono collaterale.
Uomo nudo, in controluce incarbonito, di spalle, nell'immenso prato piano che fu vivace, ora è spoglio, le mani a conca dalla gola alle narici: urlo.
Io
Un saggio ha detto:
Vi chiedo di non credere a nulla che non possiate verificare voi stessi.
Uno dei gravi errori dell'uomo, di cui ci si deve ricordare, è la sua illusione riguardo al suoi Io. L’uomo così come lo conosciamo, la “macchina-uomo,” l’uomo che non può “fare” e con cui ed attraverso cui tutto “accade” non può avere un Io permanente e singolo. Il suo Io cambia con la stessa rapidità dei suoi pensieri, sentimenti ed umori, ed egli commette un grave errore nel considerare se stesso sempre una sola stessa persona; in realtà, egli è sempre una persona differente, non quella che egli era un attimo fa.
Cercate di comprendere che ciò che di solito chiamate "Io" non è Io; vi sono molti “Io,” ed ogni “Io” ha un desiderio differente. Cercate di verificarlo. Voi desiderate cambiare, ma quale parte di voi ha questo desiderio? Molte parti di voi vogliono molte cose, ma solo una parte è reale. Sarebbe molto utile per voi cercare di essere sinceri con voi stessi. La sincerità è la chiave che aprirà le porte attraverso le quali vedrete le vostre parti separate, e vedrete qualcosa di nuovo. Dovete continuare a cercare di essere sinceri. Ogni giorno indossate una maschera, e dovete toglierla poco a poco.
L’uomo non ha un Io permanente ed immutabile. Ogni pensiero, ogni umore, ogni desiderio, ogni sensazione dice “Io.” Ed in ogni caso sembra si prenda per scontato che questo Io appartenga al Tutto, all’uomo intero, e che un pensiero, un desiderio o un’avversione siano espressi da questo Tutto. Nella realtà dei fatti, questa supposizione non ha alcun fondamento, Ogni pensiero e desiderio dell’uomo compare e vive in modo del tutto separato ed indipendente dal Tutto. Ed il tutto non si esprime mai, per la semplice ragione che esso esiste, di per sé, solo fisicamente in quanto cosa, ed in astratto quale concetto. L’uomo non ha un Io individuale. Vi sono, invece, centinaia di migliaia di piccoli Io separati, molto spesso interamente sconosciuti gli uni agli altri, che non vengono mai in contatto oppure, al contrario, ostili l’uno all’altro, reciprocamente esclusivi ed incompatibili. Ogni minuto, ogni istante, l’uomo dice o pensa, “Io.” E ad ogni istante “Io” è differente. Ora è un pensiero, ora è un desiderio, ora una sensazione, ora un altro pensiero, e via di seguito, senza fine. L’uomo è una pluralità. Il nome dell’uomo è legione.
L'apocalisse, sempre.
L'apocalisse è sempre. La letteratura o è apocalittica o non è. Quale apocalisse? In che senso? L'apocalisse come rivelazione e, prima di essere la rivelazione dell'interiore, nel qui e nell'ora, è scoperta, varco superato. Rivelazione, appunto.
Dalla Medea di Seneca:
I nostri padri videro secoli senza macchia, quando ogni frode era sconosciuta. Ogni uomo, quietamente, se ne stava alle sue spiagge, invecchiava sulla sua terra, ricco del poco che aveva, non conoscendo altri beni che quelli che gli dava il suolo natale. La nave tessala, Argo, congiunse le parti del mondo che a ragione erano divise, ai mari impose di subire le sferze dei remi, ai misteriosi flutti di mutarsi in causa dei nostri terrori. Ne pagò il fio, trascinata di pericolo in pericolo, la sacrilega nave, quando i due monti che sono le porte del mare, all'improvviso spinti l'uno contro l'altro, lanciarono un rombo simile a tuono, ed il mare, tra loro schiacciato, spruzzò le stelle e le nubi. Il coraggioso Tifi impallidì, tremando la sua mano abbandonò il timone, tacque Orfeo, la lira silenziosa, e Argo stesso perse la sua voce. E che dire quando la vergine sicula, Scilla, coi suoi cani rabbiosi intorno al ventre, spalancò d'un colpo le sue fauci? Chi non tremò in ogni fibra dinanzi a quel mostro che da solo tante volte latrava? E quando le terribili pesti, le sirene, tentarono con voce seducente il mar Ausonio, ma il Trace Orfeo, la cetra Pieria suonando, le costrinse quasi a seguirlo, loro ch'erano solite fermare, col loro canto, le navi? Quale fu il premio di un tale viaggio? Il vello d'oro, e con lui Medea, flagello più grande delle onde, mercede degna della prima nave.
Ora il flutto si è arreso e alle leggi si piega.
E Argo, la nave famosa,
che Pallade compose pezzo a pezzo,
Argo che porta i remi dei sovrani,
non c'è più bisogno di lei.
Piccola barca corre il mare alto.
È caduto ogni limite,
in terre sconosciute
sorgono mura di città,
le strade del mondo si spalancano,
muta sede ogni cosa.
Si disseta l'Indiano
al gelido Arasse,
bevono i Persiani all'Elba e al Reno.
Verrà giorno, in secoli lontani,
che Oceano sciolga le catene
delle cose ed immensa
si riveli una terra.
Nuovi mondi Teti scoprirà.
Non ci sarà più sul pianeta
un'ultima Tule.
Abbé Pierre: la politica dell'amore
Era una delle ultime figure carismatiche di una Chiesa che sta volgendo al termine, disabitata da quello che una volta si chiamò Spirito Santo. Ho la convinzione che l'attuale Papa sia il pontefice più metafisico del Novecento e di questo decennio, e che soltanto la struttura politica lo intrappoli in discorsi sociali che, buoni o cattivi, restano sociologici e non metafisici, e ingenerosi verso l'unico crisma che il successore di Gesù dovrebbe irradiare, e che Benedetto XVI ha irradiato, effettivamente, nell'indimenticabile discorso di insediamento. Che cosa deve dirci un uomo di Chiesa, se non che lo Spirito sopravanza la lettera? Il Papa deve soltanto insegnare che specie di concreto Amore fa e supera la vita - nient'altro. L'Abbé Pierre, spentosi oggi, ha declinato questo carisma nell'impegno sociale, certamente, ma non nella politica sterile e tutto sommato contraddittoria che la Curia si affanna a rimestare. Deve essere detto e mostrato il reale significato, concreto e materiale, della sostanza del Regno dei Cieli che è dentro di noi. L'Abbé Pierre non ne ha mai parlato esplicitamente: è un segnale da non confondere con l'ignoranza di una vigile consapevolezza, che invece egli ha sempre praticato e fatto fluire nel mondo (e a fondamento di ciò: si investighino i suoi anni di clausura). Il suo personaggio, spesso controverso per asserzioni e scandali provocati in seno alla Chiesa, mi è sempre sembrato oltre la fondazione di Emmaus. Egli è racchiuso per me nell'affermazione finale dell'intervista che pubblico di seguito. E' uno dei rari Inveratori dell'occidente contemporaneo.
Momenti veritativi dell'arte
Oggi, discussione con un amico scrittore. Non crede alla possibilità di uno spazio totalmente sganciato dall'esito letterario, non crede al mentre si fa letteratura, mentre si sta scrivendo: si fa sempre letteratura, per lui, la letteratura si sta facendo comunque, negli esiti attuali. Io non ne sono convinto. Avverto, personalmente, la necessità di un salto: un salto di retorica, un salto nel tempo che sia un futuro avanzato. Non propalo la trita teoria dell'arte per l'arte, ma quella della letteratura come gioco assoluto, come momento in cui "io" affronta "io", nel seno di se stesso: e scompare per incanto (letteralmente). Quel preciso momento mi interessa. Come teorico, irrito, se formulo questa necessità personale, che non ha riflessi se non per chi è disposto, leggendo, a praticare il superamento delle strutture narrative consolidate e l'idea di una lingua che significhi solamente tutto il significabile (la lingua può accogliere più che tutto il significabile; tutto il significabile è poco). Perfino ciò che ho finora fatto, cioè il nascondimento di questa pratica sotto strutture consolidate, è non visto, se l'atteggiamento non è quello di centrarsi sulla messa in discussione (una discussione priva di parole) dell'"io", della lingua consolidata, delle strutture consolidate. Tutto ciò io chiamo "occidente" e intendo la degenerazione climatica culturale dell'occidente: è la caduta, ed è avvenuta molte volte nella storia culturale della specie. Revoco la possibilità di compiere quest'atto, ma l'enunciazione della revoca impone incredulità o scetticismo. Eppure i momenti veritativi dell'arte sono per me (ripeto: per me) questi - quando il non-comunicabile emerge, privo di parole, nel mondo, poiché esso stesso è qui e ora: fa il mondo umano. In questa direzione io interpreto questi due passi da Benjamin:
«... l’identità spesso affermata fra l’essenza spirituale e linguistica costituisce un paradosso profondo e incomprensibile ... Eppure questo paradosso come soluzione ha il suo posto al centro della teoria del linguaggio. [...] Il problema originario della lingua è la sua magia. [...] Poiché la lingua non è mai soltanto comunicazione del comunicabile, ma anche simbolo del non-comunicabile.»
(Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo)
«La comprensione della concezione platonica del rapporto tra verità e bellezza è non soltanto il desiderio supremo di ogni filosofia dell’arte, ma anche uno sforzo insostituibile per determinare il concetto stesso di verità. [...] L’idea è qualcosa di linguistico, più precisamente: qualcosa che, nell’essenza della parola, coincide con quel momento per cui la parola è simbolo.»
(Il dramma barocco tedesco)
Quando il simbolo, qui inteso fuori da ogni ideologia romantica, è tale, il non-comunicabile è anch'esso tale non attraverso la parola: essa non esiste più, perché la parola diviene simbolo ed è qualcosa di diverso dalla parola. E' per questo motivo che ciò che trascina avanti l'arte (e indietro, verso l'arte dei primi nostri morti) è non la lingua, ma l'illeggibilità, che non ha nulla a che fare con la lingua: l'illeggibilità a cui mira l'arte non è altro che un'esposizione di simboli, ed essi sono "potenze" prelinguistiche, dinamiche, plasmabili, incarnabili per ritmi, finchè sfondano la parola, sembrano la parola, la traslano fuori dalla totalità dei significati.
Ma l'illeggibilità simbolica, oggi, può essere giocata solo idiosincraticamente: nel proprio cassetto o in una teca di museo. Se il simbolo è tale, da quei luoghi irradia: irradia silenzio. Se il simbolo non è tale, quei giochi sono stati giochi: momenti di libertà personali, misconosciuti dalla comunità che viene e che c'è già. Perché ciò che credo è che quanto detto, soprattutto nei passi da Benjamin, non esclude ma fonda il rapporto con la comunità con l'arte, anche se è chiaro che un simile rapporto è con una particolare comunità: una comunità a cui dell'"io" non interessa più l'illusione, una comunità che sente il fondamento dell'"io", che è cosa diversa dall'"io".
Questa poetica può avere oggi applicazione pratica soltanto grazie a situazioni di collettività aperta o di mecenatismo. Nel primo caso, alludo alla Rete. Nel secondo caso, alludo a una materia che non è industriale, ma non smette di essere popolare, poiché il popolo è la comunità che tenta i fondamenti dell'"io", che non è "io". E' anche vero che il popolo oggi va, come ha detto un altro scrittore, terapeutizzato - poiché l'alienazione tende a trascinare il popolo fuori dall'essenza del popolo.
Farlo capire è più difficile che scrivere un romanzo o un libro di poesia, attualmente.
Come si parla di letteratura (secondo me)
Dal punto di vista personale, è un periodo nero. La svogliatezza addenta le gambe, la socialità si riduce a zero. Questo passi. Però un sintomo del tutto nuovo è l'indiscriminato desiderio di non parlare - se non con quattro o cinque persone, fidatissime - di letteratura. Me ne frega zero. Perché? Perché parlare di letteratura si è ridotto a un esercizio di minimi termini. Preferisco, allora, approfondire lo studio e la riflessione idiosincraticamente. E farlo avendo in mente perfettamente, da anni, da troppi anni, come si dovrebbe parlare di letteratura. Secondo me, così:
CHE COS’È LA LETTERATURA? INCONTRO CON FRANCO FORTINI
di Sergio Falcone
“Che cos’è la letteratura?”: una questione che rientrava nel pensiero estetico, da Kant a Hegel fino a Croce, Dewey, Lukàcs, Adorno. Lasciamo la storia della letteratura e avviciniamoci alla domanda che Sartre riprende polemicamente, nel 1947.
“Nella risposta di Sartre c’è una intenzionale separazione della letteratura dalla poesia. Egli è interessato alla letteratura, cioè a un tipo di comunicazione scritta che non adempia solo la funzione poetica. Ma quella idea di letteratura contenuta in Qu’est-ce que la litterature?, è molto importante, ed è una visione non del tutto scomparsa del nostro orizzonte, quanto la visione quasi opposta di Charles Du Bos. E, alla radice di questa seconda interpretazione – spiritualistica – della letteratura, c’è l’inclusione delle funzioni salvifiche della religione nell’esercizio della letteratura. La visione spiritualistica e neo-orfica risale al ‘700 e passa attraverso la tradizione del simbolismo e del surrealismo. Autori cari all’ermetismo italiano anni ’30, Novalis, Hoelderlin, tornano a essere letti dai giovani in questa fase di riflusso. Si trattava di nuove forme di sacerdozio che sostituivano i templi che la borghesia ascendente e la rivoluzione francese avevano cominciato a demolire. Blanchot, che io cito, porta questi fenomeni a una trasparenza quasi caricaturale. Poi c’è un’altra tendenza, soprattutto nella sinistra, dal ’17 in poi, di dare una lettura dei testi e della letteratura in generale, caricando sulle spalle della funzione letteraria precise responsabilità di tipo etico-politico e ideologico. La nostra storia letteraria, da oltre cinquant’anni, vede una vera e propria ‘mattanza’ di scrittori ad opera di poteri politici e ideologici”.
Macchina accelerata della retorica per arrivare al vuoto
 Lo scivolamento della retorica a cui guardo è il corrispettivo strumentale di un esito che conosco: esso è vuoto. Questo vuoto deriva dalla massima pienezza. Che la letteratura non serva a pensare è una verità che cerco di promulgare per parte mia, ma che anche Leopardi, nello Zibaldone, afferma. Si legga il passo che segue e lo si spinga però alle estreme conseguenze: quelle di una letteratura talmente rapida e vorticosamente strapiena di temi e motivi, che la mente non può che, stupefacendosi, accoglierli in assimilazione silenziosa, stando nel silenzio cagionato da quella inesausta rapidità. Leopardi, qui, dipinge un'operazione futura, che è quella che William S. Burroughs ha portato a termine e che ancora, in questo senso, non è stata compresa: "La rapidità e la concisione dello stile, piace perchè presenta all’anima una folla d’idee simultanee, o così rapidamente succedentisi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in una tale abbondanza di pensieri, o d’immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio, e priva di sensazioni. La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro. L’eccitamento d’idee simultanee, può derivare e da ciascuna parola isolata, o propria o metaforica, e dalla loro collocazione, e dal giro della frase, e dalla soppressione stessa di altre parole o frasi ec. Perchè è debole lo stile di Ovidio, e però non molto piacevole, quantunque egli sia un fedelissimo pittore degli oggetti, ed un ostinatissimo e acutissimo cacciatore d’immagini? Perchè queste immagini risultano in lui da una copia di parole e di versi, che non destano l’immagine senza lungo circuito, e così poco o nulla v’ha di simultaneo, giacchè anzi lo spirito è condotto a veder gli oggetti appoco appoco per le loro parti. Perchè lo stile di Dante è il più forte che mai si possa concepire, e per questa parte il più bello e dilettevole possibile? Perchè ogni parola presso lui è un’immagine ec. [...] Qua si possono riferire la debolezza essenziale, e la ingenita sazietà della poesia descrittiva, (assurda in [se] stessa) e quell’antico precetto che il poeta (o lo scrittore) non si fermi troppo in una descrizione. Qua la bellezza dello stile di Orazio (rapidissimo, e pieno d’immagini per ciascuna parola, o costruzione, o inversione, o traslazione di significato ec.), e quanto al pensiero, quella dello stile di Tacito.
Mito e retorica: l'esorcismo letterario
Roger Caillois: "In effetti, è proprio nel mito che si coglie meglio, dal vivo, la collusione dei postulati più segreti, più virulenti dello psichismo individuale con le pressioni più imperative e più perturbanti dell'esistenza sociale. Tanto basta per accordargli una posizione preminente e per incitare a ordinare in rapporto a lui alcuni di quei problemi essenziali che riguardano al tempo stesso il mondo della conoscenza e quello dell'azione".
Eppure l'azione mitica, provenendo da ciò che è oltre l'azione i nomi e le forme, secondo le scritture tradizionali va a costituirsi come esorcismo di prassi. Non si caccia il maligno o il principio che si oppone, ma si allontana il mondo e l'altro in una sfera distaccata dal Sé, il quale è pura agnizione vuota che si autoconosce in incanto. La funzione del mito è trascinare all'indentramento e, al tempo stesso, parlare della specie, poiché è la nostra una specie che si indentra attraverso l'incanto.
Se la scrittura affronta un mito, pratica un esorcismo.
Riflettere sull'assenza, nel contemporaneo, di esorcismi nei confronti del lettore e degli altri scrittori.
Nel nuovo libro, nella scena "impossibile" a cui ho lavorato due giorni, la tentazione e, quindi, la pratica di tre esorcismi: nei confronti del lettore, per impedirgli la noia, per vietargliela, in quanto in quel punto annoiarsi significherebbe compiere l'osceno; e nei confronti degli scrittori, affinché frenino fantasia e finzione - cioè l'aristotelica "imaginativa" - a fronte dell'estremo.
Nascondere l'esorcismo è fare letteratura mitica, non subliminale. Poiché la letteratura è penultima rispetto all'indentramento, l'esorcismo è un mezzo mitologico per interrompere l'interruzione dell'indentramento, a cui si è spinti leggendo o scrivendo l'autentica letteratura. L'esorcismo è quindi parte della retorica: è una figura retorica, essendo la retorica una mitigazione della violenza, un contenimento della violenza che, addolcita, si presenta agli astanti in forma di persuasione (ma persuasione a cosa? All'incanto dell'indentramento: all'abbandono alla radiazione mitica). L'esorcismo è una figura di una retorica "forte", corrispondente alla funzione del simbolo, che è un'entità extraretorica, ma che esercita la medesima violenza, condensando in un punto non dialettico la radiazione mitica.
L'esorcismo ripristina il silenzio interno quando esso viene rotto dai disturbatori, che sono gli ostacolatori dell'incanto, cioè della sostanza mitica che, condensandosi, produce tutta la letteratura, la quale è più delle storie, poiché la poesia istituisce uno spazio esterno alle storie che è purtuttavia uno spazio retorico. In questa logica: ripensare la letteratura come totalità retorica, abbattendo finalmente l'ultima barriera di genere, che è quella tra prosa e poesia che, sul piano della retorica, sono la medesima cosa. In questo io vedo il futuro unico della letteratura: narrazione, gemmazione apparentemente confusa di storie, esorcismi - per permettere alla radiazione mitica di irraggiare dal testo. Rischia di andare fuori gioco la comprensione. Pur d'accordo con questa posizione di Wu Ming 1, la considero circoscritta alla narrativa, che è un genere. Io guardo alla letteratura come totalità. Mi gioco la comprensione dei contemporanei, perché più vasta è la comunità a cui partecipo, e i viventi sono solo un terzo di questa comunità: a cui si aggiungono i morti e i futuri viventi.
Posso sbagliare e questo è il premio della libertà. Qualcuno deve sbagliare in questa direzione, del resto.
Littera facit saltum.
Chi capì Leopardi? Chi Kafka? Chi Celan? Chi Burroughs? Chi li ha davvero capiti a oggi? Aprite un libro di Burroughs e leggete. Come fa? E' avanti trent'anni: non ho dubbi. Indica la strada. La strada è quella. E' quella dantesca (per inciso: rifare la critica dantesca, perché Dante oggi non lo comprende davvero nessuno, lo comprendono in pochissimi - lavorare su questo, appena c'è tempo). La Commedia non è epica e fu pop - è pop. Burroughs (e non Pound, che credeva di compiere quest'opera) fa un passo avanti alla Commedia: i tre stati in un unico medesimo - Inferno, Purgatorio e Paradiso insieme e non è detto che li rappresenti qui e ora. Dante non sale l'"erta via", Burroughs sì: che qualità e vocazioni erano messe a disposizione di quell'uomo?
Una quantità sterminata di esorcismi in Burroughs: verso i lettori, verso gli altri scrittori.
Ciò che viene applicato come radiazione di fondo - motivo fondamentale dell'intenzione di scrivere, a livello personale - deve essere dunque da ora, quoad me, difeso: con esorcismi. Rumorosi, evidenti, essi sciolgono rumore ed evidenza.
La letteratura è libera così di essere la penultimità: poi è la trasmissione, che è ultima, ed è radiazione (dell'intenzione silenziosa.
Infine è il silenzio che sa se stesso.
Tuttavia devo fornire un esempio, altrimenti ciò che qui è meditato risulterebbe astratto in maniera insopportabile.
Fuga del giorno che viene
Dove ritorna cava la casa è la presenza Tua che recrimina su altro da sé e ridonda in domestici rumori: seta che sfiora pareti, palmo alle pareti, anca che scosta l'anta della madia bianca e l'atto vuoto torna normale, cittadino. Un filo non visibile e verticale, che lega orizzontale me a Te, è ciò che resta, la permanenza non svanisce, immota, non muta davanti ai residui che restano disanimati: il biglietto, la forcella, l'elastico, le locandine - le umanissime dimenticanze.
Io Regno dei Cieli vi dico che sono questa Presenza non detta, non vista, agente, interiore.
I cieli bassi delle campagne in nebbia a sud di Lombardia.
Trafori muri spessi di vaporoso nulla.
Sulla autostrada confacendo a te stessa, aderendo agli spostamenti, interiori.
Fede bianca al dito che reca la parola "Essere".
Bianco dito lungo, minimo fuso, da lieve a tremulo, a volte, dolcificato dalla sostanza dell'umore umano.
E io rimango aderendo allo stampo vuoto. Vedo le tracce del permanere. Laddove. Laddove...
Nel gelo, abbattendo barriere silenziose, stretti nel capogiro intorno la città, fino all'inferno di un circo dispiaciuto, fino all'inverno che unisce e separa, unisce e separa. O dondolio, o amore...
Umane paure, tremori: l'umano fuso, l'umana neve.
Uomo, pietra dolomia.
Uomo, erpice rugginoso.
Uomo, cielo distante.
Uomini-cristallo avanzano parlando.
Circo: un personaggio con voce grave ammonisce dal palco che ha perduto tutto quanto aveva guadagnato, dice che fugge a piangere e non piange. Parole sante di Reiner Maria Fassbinder stravolte nella loro santità, rotolate ai nostri piedi paralleli come mota metallizzata.
Tutto finito, tutto iniziato, la cresta dei momenti che saliamo e quindi discendiamo, a ritmi diseguali, la parola non è garantei significati, un attimo prima dell'enunciazione è la paura che tutto avanzi a farci indietreggiare.
Questo, amore, è il debito delle resistenze, la crestomanzia dei giorni a venire, gli immediati: gli immediati dintorni immagini il centro della pianura senza fine gelida, disseminata.
"Dipende da quanto Lei saprà o potrà...".
Presenza.
Oro bianco.
Essere Tu.
Davanti lo sguardo si apre lo sperato buio, la disperata luminanza che non conosco.
Vedi: brucio immobile come il martire orientale.
Io, avvitato al fondo dell'anulare Tuo, freddo, ho incise in me le prime, le ultime sillabe.
Noi siamo quelle.
Irritazione al grido iperletterario
Ierisera, a una cena esclusiva, molto mondana, la crème dell'editoria. Convocate più di 150 persone che "contano". Salotti milanesi mobilitati. Io ci sono e sto a un tavolo, accanto a una nota e storica pubblicitaria, una teorica della letteratura, tre editori e una amministratrice delegata. Per tutta la sera, ascolto discorsi intelligenti e posati, buon senso comune placcato a 24 carati, mentre mi piacerebbe stare vicino a uno dei tre editori, che è una persona geniale e che considero un amico di lunga pezza: è il "mio" editore. Impossibile intavolare con lui, a causa della posizione delle sedute, un discorso per me fondamentale che lui ha iniziato. Nello sviluppo della cena, resto solo con la storica pubblicitaria, un docente universitario, la teorica della letteratura, l'amministratrice delegata, un'esperta formidabile di arte contemporanea e i due editori restanti (il "mio" editore è stato risucchiato ad altri tavoli). Stimolato da non so quale domanda circa lo stato delle cose in letteratura, esprimo, per l'irritazione della pubblicitaria (che si alza e se ne va, indignatella, mentre sto parlando) e del docente universitario, all'incirca questa posizione: "Deve essere garantito uno spazio, che nulla ha a che vedere con l'editoria, di ricerca personale di letteratura artistica. Sto parlando di una ricerca che non discute l'esistenza di libri di letteratura. Parlo di un'esplorazione nell'inesplorato, della libertà a priori di prescindere da ogni lettore odierno, di tentare di parlare al lettore che vivrà tra cinquant'anni. Questa cosa non ha alcuna rilevanza sociale, è diversa dalla letteratura. Esorbita la forma-libro per come la conosciamo. Questa cosa è precisamente il cartafaccio di Amerika di Kafka, che doveva essere bruciato. O l'allucinante manoscritto semi-crittografato di Petrolio di Pasolini. Questo, di cui parlo, è un momento di ripiegamento dello scrittore su se stesso e di meditazione circa i semi che gli altri scrittori trascorsi hanno lanciato a fiore di terreno: semi che lo scrittore può fare fiorire, per piantare ulteriori semi. Questa attività è un gioco personale. Ed è l'unico modo, a mio parere, di compiere un salto che la letteratura in sé, per come è stata canonizzata dal contemporaneo, impedisce di compiere. Dov'è l'equivalente letterario di Arvo Pärt o di Anselm Kiefer? L'attività artistica a cui guardo può anche essere definita come estranea alla letteratura. Per compiere questo passo, io ho pensato di saltare del tutto l'editoria. L'editoria, con tutti i pregi che comporta, non può accettare il lavoro che matura e al limite deperisce nel cassetto. Per questo, riguardo all'opera a cui sto lavorando da anni, mi è chiaro che non si verificherà alcuna uscita editoriale. Pezzi sparsi dell'opera vanno già ora in Rete o appaiono come lacerti nei miei libri, ma l'opera in sé, a cui io guardo come a un'enorme installazione d'ordine nemmeno solo testuale, perché ci sono immagini, dvd acclusi o addirittura nascosti tra due pagine cucite tra loro, deve rimanere morta, per vivere eventualmente dopo. E' in via di sottoscrizione un contratto con un museo estero, dove una delle due copie di questa opera finirà sotto teca. Contemporaneamente, essa, nella sua forma digitale, sarà messa totalmente a disposizione in Rete. La cosa fondamentale è che l'editoria, nel caso sia interessata a un lavoro retorico come quello che sto compiendo, arriverà per ultima. Industria e mercato, comunque, saranno gli ultimi attori, e solo in certa eventualità: che io non abbia commesso un errore marchiano, che sarei comunque felice di compiere quale segno della libertà che mi sono avocato esclusivamente in questo caso. Se il testo interesserà, l'editoria si muoverà. Per contratto stipulato, tuttavia, io sarò non vivente, in quel momento, e l'opera sarà anonima, non recherà il mio nome. Qui si affrontano gangli che io considero fondamentali per un futuro dell'arte: gangli essenzialmente comunitari, che l'attuale comunità non comprende come non è compreso Burroughs - dobbiamo attendere ancora vent'anni perché Burroughs sia compreso, perché Lynch sia compreso: perché i loro gesti e le loro posture accolgano il senso che la comunità identifica come intercettato da quelle forme particolari - e questo accadrà se Burroughs e Lynch non hanno sbagliato. E se hanno sbagliato, non importa, perché finché c'è l'umano questi gesti e queste posture vengono realizzati. Il problema è di questo tempo e non è della comunità che vive questo tempo: è un problema dei creatori che non riescono, tranne poche eccezioni, a rendere rappresentazione di questo tempo e, nello stesso istante, dell'assenza del tempo. Mirare agli universali esige una fase preparatoria di silenzio, in cui è necessario essere liberi, totalmente liberi".
La pubblicitaria se ne è andata irratata, convinta che io parlassi di letteratura. E non era di letteratura che stavo parlando.
Mitografia
Uno scrittore venuto a trovarmi a casa: "Non può essere visto soltanto dalla prospettiva dell'aggregazione comunitaria, il mito. Altrimenti si giunge alla persuasione, occulta o palese, alla calcolabilità. Che cos'è il mito?"
"Una domanda aperta. Si pone nello spazio oscuro per cui dall'essere, misteriosamente, si giunge all'esserci del mondo, al divenire - un salto buio, dove non vediamo. La letteratura mitizza quando si pone, non in forma di risposta, ma in forma di immagine che domanda, in quello spazio. Non dipende dalla percezione. Il mito viene configurato dalla percezione della specie che mitizza (mettiamo: lo stupor mundi), ma la potenza da cui emerge è della natura e prescinde dalle specie che percepiscono. Estinta quella umana, non le stesse configurazioni mitiche, ma le potenze da cui il mito scaturisce influenzerebbero anche altri apparati percettivi. La forma dura e materiale, il divenire tutto pone la domanda del mito".
"Quindi è una domanda sul fatto che il disumano, o l'assenza dell'umano, sia nell'umano e il metafisico nel fisico. E' la natura che irradia il mito, secondo te?"
"E' l'essere. Nel passaggio di creazione (sia il Big Bang o altro), vi sono dimensioni che non sono parallele, ma interlacciate al tessuto universale che cogliamo soltanto nella sua dimensione materica, ma si tratta di mondi non captabili da percezioni e nemmeno da protesi tecnologiche delle percezioni. E' l'etere aristotelico o l'akasha degli orientali. Lì dimorano le potenze. Il pianeta Giove, la sua forma, irradia comunque una potenza, a disposizione di qualunque apparato percettivo, cioè coscienziale, che intercetti quella forma. La dualità in toto esprime la potenza mitica".
"Dunque il tragico utilizza il mito come forma primaria, specifica della specie umana. Ma il mito risiede nel regno delle potenzialità. E' già la tesi della filosofia della natura di Schelling".
"E riconduce l'uomo alla natura: cioè al non pensare, all'essere che accade, senza che linguisticamente (cioè attraverso l'intelligenza dialettica) sia possibile descrivere questo accadimento dell'essere".
"Bisogna apprendere dunque a modificare il meno possibile ciò che emerge nell'atto della scrittura. Fare in modo che ciò che si scrive (o da cui si viene scritti) appaia già conformato in forma mitica. Intercettare..."
"Questa è la mia posizione. Poi ce ne sono molte altre. Però per me il centro totale è questo: è questo che determina la 'penultimitività' della letteratura".
"Sì: che è 'penultima' perché non può rappresentare il mito fuori dal linguaggio e, quindi, fuori della specie".
"Esatto. Questa è la mia poetica: la mitografia dell'aperto e del misterioso in questo senso..."
"Usa la minaccia, utilizza la preghiera"
Fuoco di origine conosciuta si trascinò via la bambina mia, fuoco dal cielo, cielo interiore, salme depositate sul fondo del diaframma, il diaframma pelvico. Dentro pulsano e tutto è nero. Salme semoventi. Corpo di Paul Celan ricuperato nelle acque nere della Senna: uccisosi per troppa oscurità, di contro la chiarezza di affacciarsi al male, sull'assolutezza, sulla redenzione sempre tardiva, o Amore.
Schegge delle stazioni, dei muri che hai carezzato. Separata metri dai colloquianti, elevata metri dai terricci che reclamano l'orma tua, oro denegato, enormi figure discendono dalle scoscese dei tuoi òmeri flessuosi, in direzione Padre, e Tu cerchi vanamente il morto in vita che indirizza e guida, la verità che intirizzita grida di non assumere compostezza, di elevare il controllo a contraltare della conoscenza - affinché crolli, tempo spazio dorsale midollare osso temporale, e i lobi, i poveri lobi che rivoluzionano ora a pari di astri in un sistema alieno, distante, misconosciuto.
Tu vai in direzione Padre.
Dolcezza della Tua sconfitta. Fulgore del Tuo inizio posposto.
Nella fede la curva della Tua velocità.
Usa la minaccia, utilizza la preghiera.
Occhi di Brancusi che tentate l'infinito, bianchi spazi radio.
Aria narcotica che espiri.
Mano che tenta la mano nello spazio bianco dove s'invola, sagoma vuota, la salma iridescente di Constantin Brancusi, il termine indefinito della sua scala vorticosa, questo avvitamento che stai assecondando, Tu, Tu-Tu, che una notte ti svegliasti soltanto per trovarti volto a volto con il Tuo volto.
Il Tuo volto: gemmazione.
Tu sprofondi verso le glaciazioni, esse disciolgono, le calotte polari in discioglimento, le tue luci invase d'acque, tale è riassorbimento del mondo, questa la nascita del mondo, senza alcuna connessione a Te estranea, a Te esterna.
Finché si manifesta il Maestro, Amore.
Ascesa e catabasi alla Donna
Quanto è d'oro è d'oro, quanto è d'oro è nero.
Estimo delle Tue, Donna, comprensioni, delle Tue nescienze.
Formidabile sia la spinta cardiaca, formidabile è il tacere di un tratto, sotto il cipresso, piedi nudi pallidissimi nell'erba rasata bene, verso l'albero non secolare, controcielo testa china, il lungo collo che simula l'animale dolce, non domesticabile, passo dopo passo pensando in ritenzione, in ritegno.
Come esplodono i fulmini nel loro iniziale diramarsi? In germine, prima della diramazione, come scossa l'arco elettrico, donde accade?, sospeso nel cielo accalorato, elettrostatico.
Voi mi dite, voi mi consolate, voi siete le sorelle con la parola dolce come l'ostia che adoro e l'ostia è il corpo di donna che, non incarnato, stampa orme luminose sulle piastre in peltro della mia casa cava.
Casa cava buia, casa interiore.
Che è d'oro è d'oro se è d'oro ed è nero. Quindi albeggia.
Alba, bianca, lontana, che con mano comune sfioriamo. Oh, tocco dell'indice al Tuo indice, in assenza di cielo, qui e ora, il punto che non reclama e regge. Qui, ora: tocco.
Teste entrambe immerse nell'orizzonte, tubolare, del tempo che collassa nei suoi parietali.
Culto incrociato.
Voce che indistinta ripete le vergogne di un tempo disciolto, che tarda a sciogliersi, duro, respingente. Vedi Tu, dai sopori che salgono dal lago alle tue spalle, dove canoe bianche infilano le linee in traiettoria, si annuncia un affioramento: alghe, corpi disciolti, le fosse comuni lituane sotto pochi centimetri di neve, larghe, impensabili, ai soldati di ritorno e che non sanno, l'uomo che si accorge di fare perno con il piede destro su poca terra e un lascito di gomito lo regge. Crani liquefatti, membrane sporgenti. "Erano diecimila circa. Avevamo fatto questo?"
Che è nero quanto sia d'oro, all'alba. Di nero e oro parla.
Libro muto che non scriviamo, non io, non Tu, avanzi dal buio e riesci nel cerchio di luce, nuda, pronunci parole che hanno detto addio alle sorelle parole.
Sorelle parole: addio.
Danza di avvicinamento della Donna del Ki
Dal lume nero, centrale e nero ispessito, Tu avanzi in passi a ritmo ordinato, prescritti, ogni volta diversi quando praticati: sono le sinuose Ondine, compongono la Tua figura di materia e voce trattenuta, la carne mentale che si muove nel temporale frontale, l'osso della miseria.
La tua voce non conosco ed è indefesso canto, che non ha se non intensità: alcuna nota turba il regno dei silenzi estremi, male io sto nel locus ceruleus che è il centro dell'occhio Tuo.
Così questi scambi unicordi, tra me e Te, l'inesistenza del confine, l'esausto uomo finale che io combatto e dice "Comincio io, quando voglio io, la guerra, che è vita", insinuano in sé i propri semi, stipati a lungo finché stagione giusta non si manifesti.
Bellezza delle fascìne sul Tuo volto, il Tuo volto-mondo.
Incarnagioni.
Ristrettezze dell'àmbito mentale, rattrappite come dita del papa Albino Luciani le parole, quando fu rinvenuto grigio cadavere con unghie infisse nella carta di omelie moderne e sue.
"Il papa Paolo mi imbarazzò, si tolse la stola e la mostrò ai credenti, e me la pose sulle spalle".
Pòsati sulle spalle a gravare il niente che apri, poiché attraversi i corpi, fascìna di luce, più che di luce: neutrini traversano particelle, le immagini che si accartocciano come i coni per castagne quando ero il bambino gradito, il bambino sapiente.
Tu di lontano non intuisci ed eserciti la forza al miscredente che oppone sé a Te, sé a Sé: avverto la pressione.
Non sei il tuo passato, non sei la tua ferita, non sei il tuo dolore.
Sia chiamata Tu, che dondoli, in occhi chiusi, in lume nero in un costume bianco, secondo ritmiche alte a un altro sole che si leva. Sei dietro quel sole, io sono davanti, le palpebre incendiate in orifiamma.
Il respiro dell'Assente
Bruciando lo sterno fa vortici: a spirale salgono sospese le immagini perdute, le non ancora guadagnate, in incendio, come la velina che copre d'inverno le arance. Il Tuo respiro mi giunge trapassando brume lacustri, collinari pettinati, la cintura degli obbrobri, la polluzione della città riscaldata a metano.
Di colpo il leccio si è riempito di corvi, sui rami posati in utile formazione: fomentano il dolore. Alle Tue movenze che non distinguo, guarda i piumaggi loro disfarsi in ulteriore incendio, i loro corpi d'oro levarsi in scatto sincrono, il Tuo lago allargarsi ed emergere la Forma di cui non riesco a dire, enorme, minacciosa: la materna.
Minacci la carne.
Tu riunisci lettere all'ispirito.
Ombra di Te, la flessuosa che assente respira e il cui sguardo chiamo, è ciò che hai da disciogliere in arti non visti: Ti propaghi due, e sei l'Una. Sei colei che comprende.
Dalla nuca, a fontana, dalle scriminature, a getti diseguali, formidabile dalle labbra fuoriesce a tratti luce di fiamma blu.
Sono in attesa dell'Inattesa, solo mi muovo con Te in danza a distanza, poi sei vicina e quindi spingi per emettere l'espirazione mia.
Tra costola e costola: gemme.
Luminosi irti di diademi ircocervi si consumano nel fuoco che induci, io sono l'ircocervo, sono il diadema.
La donna del Ki
Tu sei colei che all'incrocio degli assi sta, nel punto fermo, da dove la danza si fa e si osserva, armonica delle membrane esterne e dei fluidi che avanzano rigogliosi, obnubilando la nostra crescita parallela, disconnessa, diseguale. Come il seme di senape contiene l'albero della senape stesso, tronco disumano e virgulti che sorpassano le immagini, ti poni nelle radici mentre pronunci sillabe di paura e stoni il canto nella stonatura perfetto e saturo di sé, che saetta immediato, dove non sono presente e, inaudito il canto stesso, io perdo senso in dissennato ascolto.
Lieve terra che costudisce il seme.
Umane ambasce che irretiscono i retaggi.
La tela delle necessità, l'aracnide che avanza, come in una poesia non ricordata e tradotta male di Ted Hughes, o nel frontale di Nôtre Dame de Paris: il libro è muto, tu sei muta e ogni lingua sprigiona da te: io ti ascolto.
Sconosciuta ai più me stessi.
Radiosa lallazione, inizio che mi precede.
Io nella casa cava sono distante dalle cose disumane, io avanzo per tentoni verso carni stellari, esse si modificano in progresso inarrestabile, disciogliendo da sé i nodi, senza fissa dimora.
Ti sono sotterraneo, smuovo da sotto il terriccio secondo lo stampo dei tuoi passi a me superni.
Amorosa antitesi poetica
E dunque, una volta di più, e diversamente dai precedenti, l'abbandono. La sua configurazione fossile è rotta dall'intimo che discioglie, mercuriale, intravisto a pena, le concrezioni. Il noto messo a repentaglio dall'ignoto è un dolore accettabile? Questa solitudine negletta, questa negligenza in solitaria, pianificano i giorni a venire secondo insegnamenti del passato che un diverso abbandono, di altro genere e natura, ha cancellato in un colpo, sostituendoli con percezione della perdurante dolcezza. Pure, di sofferenza si tratta, ma di una sofferenza che non ha nulla da insegnare, poiché ora soltanto interessa la sofferenza che causa conoscenza. Dentro la scura bolla non apprende niente, se non da sé, il corpo cavo mercuriale, che si muove in membrane non avvertite. E sono, dunque, e non sono quanto prima ero, e questo apprendimento non segreto, ma umiliantemente sbandierato, non è dovuto che al corpo stesso e a quanto non si dice perché esce di figura. Tu, che sei figura, nella sottrazione più certo che nella presenza stata, non insegni niente, imponendo le mani della sofferenza sullo sterno mio che brucia.
* * *
quando ho pensato a te un po'
troppo e preso da perfetta e
pura Lussuria... sento a poco
a poco muoversi muscoli, e quanto
accadrà a me prima di chiudere... ti
amo comprendi... avverto il tuo corpo
veloce afferrarmi come bianche scintille
(il puro attimo di perfetta fame
Sì!)
stupendo nuota
il mondo che irride nel mio sangue immane,
si schianta in bagliori il cervello Al rapido abbaglìo
- e furioso trasporta, un prisma, per voglie,
carcinoma l'io scorge in isterica paura
un buffo girino dimenarsi in piacevole mota
* * *
il tuo ritorno sarà il mio ritorno -
i me stesso ti seguono, io solo resto;
un'effige di ombra o che pare
(un quasi qualcuno che è sempre nessuno)
un nessuno che fino al loro e tuo ritorno
trascorre perenne la propria solitudine
a sognare i loro sguardi aprirsi al tuo mattino
a sentire le stelle levarsi ai tuoi cieli:
quindi, nel nome misericordioso dell'amore,
non tardare più di quanto io privo di me
sopporti l'assenza dell'attimo in cui altri
stringa tra le braccia la mia stessa vita che è tua
- quando paure speranze credi dubbi spariranno.
Ovunque e della gioia perfetta integrità noi siamo
Entrambe le poesie, antitetiche e per questo significative rispetto alla personale lacerazione che attraverso, sono di Edward E. Cummings [gg]
Presenza nella sofferenza
Un grande disse:
"Uno dei primi punti è: come ricordare se stessi, come rendere se stessi più consapevoli; e poi si scoprirà che le emozioni negative sono uno dei fattori principali che ci impediscono di ricordare noi stessi. Perciò una cosa non può andare senza l’altra. Non puoi lottare con le emozioni negative senza ricordare te stesso di più e non puoi ricordare te stesso di più senza lottare contro le emozioni negative".
"Cerchiamo di essere consapevoli di noi stessi mantenendo la sensazione di ‘essere qui’ – niente di più. E questo è ciò che è sfuggito a tutta la psicologia occidentale, senza la benché minima eccezione".
Domanda: “Cristo parlò mai del ricordo di sé e con quali parole?”.
Risposta: “Quasi in ogni pagina, con parole diverse; ad esempio, ‘Vegliate’, ‘Non dormite’. Ne parla continuamente”.
"Continua ad osservare e scoprirai che c’è un posto dentro di te dove sei calmo, tranquillo e niente può disturbarti, solo che è difficile giungerci. Ma se lo fai spesso, riuscirai a ricordare qualche passo e ripercorrendolo ci arriverai di nuovo. Non ci riuscirai dopo una sola esperienza, perché non ricorderai la strada. Questo luogo tranquillo non è una metafora, è del tutto vero".
Stato Miserabile
Più diario, che riflessioni. Per sporgere l'"io", contro cui, si dice qui continuamente in termini di poetica e letteratura, si gioca. Ciò che manca, tuttavia, incarnato, qua presente ora, è proprio il gioco. La cupa melancolia dell'artista che ha una vita di merda è inadatta a descrivere questo "passaggio". Il futuro (esistenziale, sentimentale, lavorativo) è ora riguardato con l'orrore con cui ci si paralizza come davanti a uno spettro. E la letteratura non consola. Soprattutto questa chiusura, contro cui da anni si combatte, affligge e strema. La ristrettezza della cerchia di amici e delle risate, del divertimento non surrogato e dell'esperienza - danno corpo a una solitudine da isolamento contro cui le energie vengono meno. Il doppio giro di lancette d'orologio, nella casa cava ridotta a risibile emulazione monacense, l'assenza del piacere e dell'amore, non sono per me corroboranti o carburanti per la creazione. Non c'è struttura, non c'è sicurezza, non c'è stabilità, non c'è protezione. Minimo lo scambio alla pari, fraterno. Siamo dunque all'ipogeo e non resta che fare, secondo consigli Altrui, il morto che riesce a stare a galla nelle acque agitate. Queste acque sono oscure.
Dopo il diario, una sporgenza che ha sempre il senso di un dono, per chi legge: riflessioni attraverso variazioni d'autore sulla solitudine - Lawrence, Oz, Nin, Pirandello, Nietzsche, Schopenhauer, Leopardi, Kafka, Celan, Burroughs, Stevens.
La fisica è identica alla metafisica: sulla Coscienza
del Prof. G Venkataraman
[Mi è capitato spesso di trovarmi in contesti in cui, rispetto ai miei studi personali di fisica o di scienze della coscienza, per quanto dilettanteschi, l'espressione degli interlocutori non lasciava adito a dubbi circa l'ironia o la confusione che il discorso metafisico e quello fisico, se accostati, producono. Il fatto è che io non li accosto: li faccio coincidere. Per quanto grossolana e volutamente non tecnicistica sia l'esposizione che segue, il percorso che ne deriva è proprio quello che mi conduce a percorrere tale multidisciplinarietà, in vista di un affondamento in ciò per cui ho definito il discorso letterario come "penultimativo". Spero torni utile a chiarire l'approccio metafisico e di sfondamento a cui spesso alludo nelle considerazioni di poetica: basterà qui sostituire "letteratura" a tutti i tentativi della micro e macofisica - il significato del simbolo dell'Uomo Vitruviano di Leonardo, nell'immagine ingrandibile qui a fianco. G. Venkataraman è stato docente di fisica quantistica all'università di Bombay. gg]
LA MATERIA E L'ENERGIA NELL' UNIVERSO OGGI
L' origine e la storia della materia e dell' energia che si trovano oggi nell' Universo possono essere seguite e studiate andando indietro nel tempo fino al Big Bang (la grande esplosione). Che cosa dire della misteriosa entità che ci conferisce la capacità di essere coscienti di noi stessi e di avere esperienze associate ai sensi, cioè di sperimentare la vista, il suono, il gusto, il tocco e l' odorato? Esiste un misterioso 'qualcosa' al di là della materia e dell' energia che ci dà la facoltà di avere esperienze interiori? Da dove ci proviene questa capacità? Preesisteva al Big Bang? O ebbe una sorta di evoluzione man mano che le specie si evolsero? E in questo caso, come ebbe origine questa 'cosa' al di là della materia e dell' energia durante il processo di evoluzione della vita?...
Stare male
 | | | | Arnold Böcklin (1827 - 1901): Die Toteninsel ("L'isola dei morti"), 1883 [clicca per ingrandire] | | | Sapendo, soffri.
Proseguiamo nel deserto osservando tremolare le acque del miraggio: non è acqua in questo deserto.
Oltre Ciò da cui viene 'io', è soltanto fumo.
Meditazione: state male. State male. State male. Io non vi ascolto.
Padre, tu mi hai abbandonato.
Non più niente è come prima. Io sto male.
In tutto il corpo manifesto le ferite. Nella mente trafitta di dolore.
Nel nero fumo mi colpiscono e perforano le frecce del Vivente.
Iniziàti, è finita. Già non siamo più i bambini freschi, i bambini fragili. Siamo i fragili induriti.
Meditazione: il dolore, questo immenso maestro.
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I Sei Cobra delle Scritture
Da applicarsi e seguire, Giuseppe Genna, ponendo attenzione sulla metafora della musica a cui si fa indicazione, molto più complessa di quanto possa apparire superficialmente:
"Riflettete su tutto ciò che avete desiderato fino ad ora: troverete di avere bramato soltanto cose spregevoli, onorificenze momentanee, fama effimera. Dovreste invece implorare soltanto per sentire d'essere, per la purificazione del corpo, della psiche e della mente, e per la vostra meta; voi dovreste piangere per i Sei Cobra che si sono installati nella vostra mente corrompendola con il loro veleno: concupiscenza, rabbia, avidità, attaccamento, orgoglio e malignità. Placàteli come fa l'incantatore di serpenti ondeggiando il flauto; la musica che li può domare è l'attenzione alla sensazione di essere. Allora essi diventano dei giochi da bambini e potete gestirli come vi piace. Quando li avrete messi a terra otterrete l'equanimità e rimarrete imperturbati dall'onore e dal disonore, dal profitto e dalla perdita, dalla gioia e dal dolore".
Rapporti con Kafka
In un intervento sul Corriere della Sera odierno, tra molte importanti cose che Franco Cordelli si domanda, rispondendo, rispetto alla formazione dei "nuovi autori", compare la domanda: "Ci sarebbero tracce di Kafka nei libri di Giuseppe Genna?". La tesi di Cordelli è che i maestri che hanno formato i nuovi scrittori non lo sono davvero: non sono infatti praticati, non vi sono tracce dei maestri nei libri dei nuovi autori (quanto a me, avevo indicato, rispetto alla prosa, Kafka e Burroughs come determinanti per il mio rapporto col Novecento). Non potendo partecipare alla tavola rotonda da lui moderata al convegno del Mondello, rispondo qui a Cordelli, testualmente: tramite brani di testo. Anche se il ragionamento dovrebbe essere più personale, esteso e condotto per incontro reale, a cui sono interdetto causa febbre. Lungi da me paragonarmi a Kafka. Si tratta solo di evidenziare una filiazione rispetto alla fondamentale tematica kafkiana del "padre/Padre". gg
Dalla Lettera al padre di Kafka: "L’altro ieri mi hai chiesto perché mai avessi paura di te. Tu vedi la situazione pressappoco così: hai svolto un lavoro faticoso per tutta la vita, sacrificandoti per i figli, soprattutto per me, così ché la mia vita diventasse spensierata. Ho potuto studiare in libertà, senza dovermi mantenere, senza alcun problema. Tu non ti aspettavi di essere ringraziato, conosci bene la "riconoscenza dei figli", ma avresti apprezzato qualche segno di simpatia. Invece io, sin dagli inizi mi nascondevo da te, nella mia camera, in mezzo ai libri, cercando riparo nella compagnia di amici folli e di idee pompose. Non ho mai parlato apertamente con te, non ti ho mai seguito in chiesa, non ti ho visitato a Franzensbad e non ho mai nutrito alcun sentimento verso la famiglia, non mi sono mai interessato al negozio e ai tuoi affari ... ciò che accetto delle tue teorie è l’essere convinto, come lo sei tu, della tua innocenza nella nostra reciproca alienazione"
La mia poetica
Non ci sono molte parole da spendere: c'è da percepire la continuità di essere. Non esiste momento che uno percepisca di non essere, poiché il non essere non c'è. Quando ci si riferisce al non essere, a cosa ci si riferisce? Così, il mistero del linguaggio fronteggia l'essere: poiché il linguaggio è, fa parte dell'essere, e non riesce a coglierlo. Se l'essere non fosse, non sarebbe il linguaggio; ma se il linguaggio non fosse, l'essere continuerebbe a essere. Cos'è la morte rispetto all'essere? E' sicuramente una trasformazione, ma può forse l'essere diventare non essere? Il divenire non è paralizzato: il divenire è. L'essere non è un'idea: è l'attiva sensazione di esserci mentre qui e ora si sta addivenendo, prescindendo dal proprio nome, sesso, identità psicologica, forma corporea. Sapevo di essere a 4, 8, 12, 16, 20, 24 anni come so di essere ora: tale sapere che sono, e non che sono Giuseppe Genna e che vivo come vivo, è rimasto totalmente immutato nel tempo: la presenza non cresce e non decresce, è data tutta. Che differenza c'è tra il mio sentire semplicemente di essere e il sentire semplicemente di essere che è attivo in chi sta leggendo queste parole?
Per questo la poetica è del silenzio e la letteratura mi si para davanti come penultimativa. Ha una funzione fondamentale, quando è grande letteratura: intensifica lo stare nella pura sensazione di essere. Ci riesce tramite l'azione di un regno di potenze figurali, sottili: l'immaginario. L'immaginario pone la domanda: chi vede le immagini? Se l'uomo, che è, vede le immagini, che sono, dove si toccano l'uomo e le immagini?
Se sento di essere, qui e ora, il mondo va avanti, io agisco, penso, parlo, ho la febbre.
Che cosa è qui e ora? Come la linea appartiene allo spazio e viene originata dal punto che non appartiene allo spazio, il tempo è uno sviluppo che ha la sua origine in una realtà che non appartiene al tempo: essa è il qui e ora che fonda l'istante, talmente presente da essere inafferrabile, senza estensione temporale al punto che non si riesce a rivendicare la propria identità nel qui e ora: si sente solo di essere, si sente che si è.
La poetica è riassumibile in pochissimo, se si vuole. Per esempio, in qualche loghion dal Vangelo di Tommaso, stolidamente qualificato come "gnostico":
1. Egli disse: "Chiunque trova la spiegazione di queste parole non gusterà la morte".
3. Gesù disse, "Se i vostri capi vi diranno, 'Vedete, il Regno è nei cieli', allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, 'È nei mari', allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi.
Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa."
21. [...] Lui disse. "Che fra voi ci sia qualcuno che comprenda.
Quando il raccolto fu maturo, lui arrivò subito con un sacco e lo mieté. Chiunque abbia due buone orecchie ascolti!"
22. Gesù vide alcuni neonati che poppavano. Disse ai suoi discepoli, "Questi neonati che poppano sono come quelli che entrano nel Regno."
E loro gli dissero, "Dunque entreremo nel regno come neonati?"
Gesù disse loro, "Quando farete dei due uno, e quando farete l'interno come l'esterno e l'esterno come l'interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l'uomo non sia uomo e la donna non sia donna, quando avrete occhi al posto degli occhi, mani al posto delle mani, piedi al posto dei piedi, e figure al posto delle figure allora entrerete nel Regno."
Retorica di Lost e fiction letteraria contemporanea
Una persona che ha assistito alla presentazione del libro di Bruno Pischedda, venerdì scorso alla Feltrinelli di via Manzoni (l'ultima mia apparizione pubblica per un bel po', a parte un convegno a Mondello questa settimana), mi ha scritto, chiedendo delucidazioni circa un nesso a cui avevo accennato davvero troppo di sfuggita: parlavo di Lost come modello retorico che supera il protocollo finzionale della narrazione contemporanea (luminose eccezioni escluse). Non so se sono riuscito a fornire via mail delucidazioni, perché ormai ogni discorso risulta idiosincratico e servirebbe una sede diversa, che induce a meno contrazione, per spiegarsi su questo punto, che considero fondamentale: la contemporaneità è pronta, ai miei (miei, per l'appunto) occhi, a rovesciarsi. Pubblico qui di seguito la risposta data in mail: per quanto criptica risulti, magari è utile per innescare riflessioni. Certo è utile a me, perché delinea il preciso rovesciamento a cui guardo mentre rifletto sul nuovo libro che devo scrivere.
Prima che la ricordanza d'amore arretri
Dammi le tue mani per l’inquietudine
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine
Dammi le tue mani perché io venga salvato
Quando le prendo nella mia povera stretta
Di palmo e di paura di turbamento e fretta
Quando le prendo come neve disfatta
Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita
Potrai mai sapere ciò che mi trapassa
Ciò che mi sconvolge e che m’invade
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge
E che ho tradito col mio trasalire
Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo
Questo muto parlare dei sensi animali
Senza bocca e senza occhi specchio senza immagine
Questo fremito d’amore che non dice parole
Potrai mai sapere ciò che le dita pensano
Di una preda tra esse per un istante tenuta
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio
Un lampo avrà d’insaputo saputo
Dammi le tue mani perché il mio cuore vi si conformi
Taccia il mondo per un attimo almeno
Dammi le tue mani perché la mia anima vi s’addormenti
Louis Aragon, Le mani di Elsa
Stato dell'arte
Non bastasse la mole devastante di studio, meditazione e imminente stesura relativa al nuovo libro, mentre il sentimento è quello di affogare tra nozioni, panorami sconcertanti, storie intrecciate nell'obbrobrio dell'orrore assoluto - ecco giungere due proposte che si sovrappongono alla realizzazione del romanzo.
La prima proposta è di ordine teatrale e si tratta di teatro da reinventare, alla ricerca di una terza via tra una cristallizzata tradizione autoriale e rappresentativa da una parte, e dall'altra l'altrettanto cristallizzata tradizione avanguardista (chiamiamola così, nella sua più rozza e vasta accezione). Nulla a che vedere con la Fabula Orphica o il Museo Trascendentale: ai monologhi e canti di queste due rappresentazioni, che costituiscono per me tuttora il culmine della felicità interna nell'attività di scrittura, si sostituisce una riscrittura e una durissima riflessione sulla trasformazione di trama e dialoghi già scritti, già entrati clamorosamente nella tradizione teatrale.
La seconda proposta è invece un sogno che torna a realizzarsi, ed è di lavorare eventualmente per la tv, in un dato modo che, già praticato, ha mutato e per sempre le mie personali prospettive poetiche.
Ovviamente, entrambi gli impegni sono paralleli alla scrittura del nuovo libro. Ho riflettuto e poi, pur nella scarsità di tempo, ho accettato. Lavorerò come Pascoli: su tre scrivanie.
Lo stato dell'arte, come si desume dagli aggiornamenti su questo sito, è: pensiero del niente, pensiero dell'amore, pensiero della letteratura. Meglio di così? Questo: la vita - che manca.
Regressione adolescenziale: dedicare una canzone
Nessuna riflessione, qui: soltanto regressione adolescenziale - la dedica di una canzone. L'altra sera, mentre tiravo il fiato rispetto alle allucinazioni imposte dallo studio, vedevo Elizabethtown di Cameron Crowe, regista geniale e hyppie che, come ti dicevo, era a Venezia e aveva un sorriso impressionantemente umano. Un uomo simpaticissimo e scanzonato, anche se indossava lo smoking. Nel film, a un certo punto, sento lo stralcio di una cover. Mi è nota, la canzone, era in testa negli anni 80 alla top ten, non ricordo il gruppo ma il video sì, non so il titolo. Ci ho messo giorni a recuperare il tutto e l'ho fatto solo perché volevo che l'ascoltassi. Mi fa pensare a te, a momenti trascorsi assieme e non trascorsi fisicamente assieme.
E' Big Love dei Fleetwood Mac, dall'album Dance!, e di seguito al link per ascoltarla pubblico il testo.
ASCOLTA LA CANZONE
"Il piccolo bianco puntuto orecchio"
Donna
Quand'eri
giovinetta pungevi
come una mora di macchia. Anche il piede
t'era un'arma, o selvaggia.
Eri difficile a prendere.
Ancora
giovane, ancora
sei bella. I segni
degli anni, quelli del dolore, legano
l'anime nostre, una ne fanno. E dietro
i capelli nerissimi che avvolgo
alle mie dita, più non temo il piccolo
bianco puntuto orecchio demoniaco.
* * *
Inverno
È notte, inverno rovinoso. Un poco
sollevi le tendine, e guardi. Vibrano
i tuoi capelli, selvaggi, la gioia
ti dilata improvvisa l'occhio nero;
che quello che hai veduto - era un'immagine
della fine del mondo - ti conforta
l'intimo cuore, lo fa caldo e pago.
Un uomo si avventura per un lago
di ghiaccio, sotto una lampada storta.
Umberto Saba, da Liriche nascoste
Ella fu e fie sempre d'Amore
Deh, spiriti miei, quando mi vedete
con tanta pena, come non mandate
fuor della mente parole adornate
di pianto, dolorose e sbigottite?
Deh, voi vedete che 'l core ha ferite
di sguardo e di piacer e d'umiltate:
deh, i' vi priego che voi 'l consoliate
che son da lui le sue vertù partite.
I' veggo a luï spirito apparire
alto e gentile e di tanto valore,
che fa le sue vertù tutte fuggire.
Deh, i' vi priego che deggiate dire
a l'alma trista, che parl' in dolore,
com' ella fu e fie sempre d'Amore.
* * *
L'anima mia vilment' è sbigotita
de la battaglia ch'e[l]l'ave dal core:
che s'ella sente pur un poco Amore.
più presso a lui che non sòle, ella more,
Sta come quella che non ha valore,
ch'è per temenza da lo cor partita;
e chi vedesse com'ell' è fuggita
diria per certo: - Questi non ha vita - .
Per li occhi venne la battaglia in pira,
che ruppe ogni valore immantenente,
sì che del colpo fu strutta la mente.
Qualunqu' è quei che più allegrezza sente,
se vedesse li spiriti fuggir via,
di grande sua pietate piangeria.
Sonetti IV e V dalle Rime di Guido Cavalcanti
Amorosa mancanza
Serata dove non visto sto, assiso immobile nel tempo che si ripete muovendosi, sempre il medesimo tempo, e matura l'assenza più acuta presenza, mentre ridono dei frutti salmastri e delle gradazioni di umanità che non appartengono più, mai più a me. Lavoro non finito, opera non finita, legacci densi di fumo altrui che è mio, la condizione solitaria nel gelo del ritorno, quando la protezione è sfumata non resta che la comprensione da pari a pari e questa manca perché tu non sei dove il desiderio modella per te perfetta la nicchia del tuo corpo che manca, l'angolo cieco sotto il labbro di te non tradita mai e per questo sono irriso e stanco della negazione, la maturazione e la lenta crescita che non scambia l'impossibile con l'impossibile, lo sbaglio verbale con la cecità istantanea, che perdura a testimonianza, e il buio amico e cavo dove io e te siamo amico e amica, il tempo rituale dell'emulazione e dell'unificazione che è altro da ciò che abbiamo trattenuto in noi, lo scavo destinato a qualunque zaffiro o aglio incastrati nel mozzo sporco di fango.
Non compreso, dunque, se non da te, irriso, mentre gli altri spalancavano le ostriche delle loro risa e divagavano in ampi cerchi d'assedio, non ridotto a niente poiché niente sono, punto che sta e ti osserva perché osserva sé, cerco la comprensione gentile della tua carne muta che radia luce, le tue labbra mute che rilasciano la parola dolce, la dolcezza sinuosa che si muove come un'ombra la notte se agitata, il gesto dell'eleganza che significa il bene, l'abbraccio tremulo che desidera essere compreso e io anche desidero essere compreso avvertendo il tremito dell'abbraccio fallace, che entrambi diciamo fallace. Perché lo diciamo fallace? E spalancando, solo, la porta della casa conosciuta e cava
qui è l'impossibile unione
di sfere d'essere, in atto,
qui sono il passato e il futuro
conquistati e riconciliati,
qui dove l'azione altrimenti
sarebbe movimento di ciò
che solamente è mosso da altro e non ha
in sé fonte di movimento,
spinto da forze demoniche,
sotterranee. E l'azione giusta
è anche libera
da passato e futuro.
Per noi è lo scopo, questo,
che non si raggiungerà mai qui;
noi che non siamo sconfitti
soltanto perché abbiamo continuato
a tentare, contenti alla fine
se il nostro ritorno nel tempo
dà vita a un suolo che ha senso.
Amore, freddo, pietra, luce.
Amor, tu vedi ben che questa donna
la tua vertù non cura in alcun tempo,
che suol de l’altre belle farsi donna;
e poi s’accorse ch’ell’era mia donna
per lo tuo raggio ch’al volto mi luce,
d’ogni crudelità si fece donna;
sì che non par ch’ell’abbia cor di donna,
ma di qual fiera l’ha d’amor più freddo:
ché per lo tempo caldo e per lo freddo
mi fa sembiante pur come una donna
che fosse fatta d’una bella petra
per man di quei che me’ intagliasse in petra.
Ed io, che son costante più che petra
in ubidirti per bieltà di donna,
porto nascoso il colpo de la petra,
con la qual tu mi desti come a petra,
che t’avesse innoiato lungo tempo,
tal che m’andò al core ov’io son petra.
E mai non si scoperse alcuna petra
o da splendor di sole o da sua luce,
che tanta avesse né vertù né luce
che mi potesse atar da questa petra,
sì ch’ella non mi meni col suo freddo
colà dov’io sarò di morte freddo.
Segnor, tu sai che per algente freddo
l’acqua diventa cristallina petra
là sotto tramontana ov’è il gran freddo,
e l’aere sempre in elemento freddo
vi si converte, sì che l’acqua è donna
in quella parte per cagion dd freddo:
così dinanzi dal sembiante freddo
mi ghiaccia sopra il sangue d’ogne tempo
e quel pensiero che m’accorcia il tempo
mi si converte tutto in corpo freddo,
che m’esce poi per mezzo de la luce
là ond’entrò la dispietata luce.
In lei s’accoglie d’ogni bieltà luce:
così di tutta crudeltate il freddo
le corre al core, ove non va tua luce:
per che ne li occhi sì bella mi luce
quando la miro, ch’io la veggio in petra,
e po’ in ogni altro ov’io volga mia luce.
Da li occhi suoi mi ven la dolce luce
che mi fa non caler d’ogn’altra donna:
così foss’ella più pietosa donna
ver me, che chiamo di notte e di luce,
solo per lei servire, e luogo e tempo.
Né per altro disio viver gran tempo.
Però, Vertù che se’ prima che tempo,
prima che moto o che sensibil luce,
increscati di me, c’ho sì mal tempo;
entrale in core omai, ché ben n’è tempo,
sì che per te se n’esca fuor lo freddo
che non mi lascia aver, com’altri, tempo:
ché se mi giunge lo tuo forte tempo
in tale stato, questa gentil petra
mi vedrà coricare in poca petra,
per non levarmi se non dopo il tempo,
quando vedrò se mai fu bella donna
nel mondo come questa acerba donna.
Canzone, io porto ne la mente donna
tal che, con tutto ch’ella mi sia petra,
mi dà baldanza, ond’ogni uom mi par freddo:
sì ch’io ardisco a far per questo freddo
la novità che per tua forma luce,
che non fu mai pensata in alcun tempo.
Rima seconda dalle Petrose di dante Alighieri
Il poggio faticoso e alto
Per fare una leggiadra sua vendetta
et punire in un dí ben mille offese,
celatamente Amor l'arco riprese,
come huom ch'a nocer luogo et tempo aspetta.
Era la mia virtute al cor ristretta
per far ivi et ne gli occhi sue difese,
quando 'l colpo mortal là giú discese
ove solea spuntarsi ogni saetta.
Però, turbata nel primiero assalto,
non ebbe tanto né vigor né spazio
che potesse al bisogno prender l'arme,
overo al poggio faticoso et alto
ritrarmi accortamente da lo strazio
del quale oggi vorrebbe, et non pò, aitarme.
Secondo sonetto dal Canzoniere di Francesco Petrarca
Infinito. Confusione. Amore.
L’uomo, desiderando sempre un piacere infinito e che lo soddisfi intieramente, desideri sempre e speri una cosa ch’egli non può concepire. E così è infatti. Tutti i desiderii e le speranze umane, anche dei beni ossia piaceri i più determinati, ed anche già sperimentati altre volte, non sono mai assolutamente chiari e distinti e precisi, ma contengono sempre un’idea confusa, si riferiscono sempre ad un oggetto che si concepisce confusamente. E perciò e non per altro, la speranza è meglio del piacere, contenendo quell’indefinito, che la realtà non può contenere. E ciò può vedersi massimamente nell’amore, dove la passione e la vita e l’azione dell’anima essendo più viva che mai, il desiderio e la speranza sono altresì più vive e sensibili, e risaltano più che nelle altre circostanze. Ora osservate che per l’una parte il desiderio e la speranza del vero amante è più confusa, vaga, indefinita che quella di chi è animato da qualunque altra passione: ed è carattere (già da molti notato) dell’amore, il presentare all’uomo un’idea infinita (cioè più sensibilmente indefinita di quella che presentano le altre passioni), e ch’egli può concepir meno di qualunque altra idea ec. Per l’altra parte notate, che appunto a cagione di questo infinito, inseparabile dal vero amore, questa passione in mezzo alle sue tempeste, è la sorgente de’ maggiori piaceri che l’uomo possa provare.
Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, 6 Maggio 1821
Amore. Anniversari.
Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, benchè tutto il resto del mondo fosse per me come morto. L’amore è la vita e il principio vivificante della natura, come l’odio il principio distruggente e mortale. Le cose son fatte per amarsi scambievolmente, e la vita nasce da questo. Odiandosi, benchè molti odi sono anche naturali, ne nasce l’effetto contrario, cioè distruzioni scambievoli, e anche rodimento e consumazione interna dell’odiatore.
È pure un bella illusione quella degli anniversari per cui quantunque quel giorno non abbia niente più che fare col passato che qualunque altro, noi diciamo, come oggi accadde il tal fatto, come oggi ebbi la tal contentezza, fui tanto sconsolato ec. e ci par veramente che quelle tali cose che son morte per sempre nè possono più tornare, tuttavia rivivano e sieno presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente allontanandoci l’idea della distruzione e annullamento che tanto ci ripugna e illudendoci sulla presenza di quelle cose che vorremmo presenti effettivamente o di cui pur ci piace di ricordarci con qualche speciale circostanza, come [chi] va sul luogo ove sia accaduto qualche fatto memorabile, e dice qui è successo, gli pare in certo modo di vederne qualche cosa di più che altrove non ostante che il luogo sia p.e. mutato affatto da quel ch’era allora ec. Così negli anniversari. Ed io mi ricordo di aver con indicibile affetto aspettato e notato e scorso come sacro il giorno della settimana e poi del mese e poi dell’anno rispondente a quello dov’io provai per la prima volta un tocco di una carissima passione.
Giacomo Leopardi - Zibaldone di pensieri
Considerazione sull'Editore nell'era della sottocultura
Qualche settimana fa, il periodico letterario Stilos, magistralmente diretto da Gianni Bonina, ha pubblicato un'inchiesta sulla figura dell'editore nel nostro presente. Le domande sono state inviate a me e hanno avuto risposta, ma - grazie al servizio mail di Fastweb, che mi perde il 50% di posta in entrata e in uscita - non sono mai giunte a Stilos. Le pubblico qui, ora: magari sono di stimolo a qualche lettore e/o aspirante scrittore...
L'editore italiano in genere sa fare il suo mestiere?
Lo sa fare in termini di mercato, al 90% dei casi a me noti. Non che il mercato sia in opposizione alla produzione di arte, non concordo con questa posizione veteronovecentesca. E’ possibile scavare arte nel mainstream a prescindere dalla bassa qualità che di solito nutre il mainstream stesso: un’opera di Anselm Kiefer ha un mercato immenso, che scavalca nelle cifre quello di cui è capace il più famoso bestseller. Inoltre il mainstream tiene presenti temi dell’oggi, ossessioni contemporanee, che sono anche componenti dell’opera che si va scrivendo. In generale, però, va detto che ho descritto un’eccezione. Il rapporto con gli scrittori, da parte degli editori, è deficitario sul piano intellettuale: sia gli editori sia gli scrittori non sono più intellettuali completi, il lavoro sui testi è generalmente teso a una nozione di “leggibilità” che equivale all’alienazione, alla facilie riconoscibilità di canoni che sono realtà indiscutibili all’interno dell’editoria.
Carlo Ginzburg e i tartufi per tutti
Ieri ho assistito a un evento eccezionale. L'eccezionalità risiede nel fatto che, a Milano, era dall'inizio dei Novanta che non assistevo a una discussione tra intellettuali di livello così alto e di profondità così abissale come ciò che mi si è parato davanti ieri alla Fondazione Feltrinelli, dove Carlo Ginzburg presentava il suo saggio di saggi Il filo e le tracce. Vero, falso, finto (edito da Feltrinelli e giunto alla quarta edizione). Accanto all'insigne storico, il filosofo Mario Miegge (autore di Che cos'è la coscienza storica?, edito sempre da Feltrinelli, nel 2004) e il docente di architettura, pittore e saggista Stefano Levi Della Torre (tre anni fa edito da Feltrinelli con Zone di turbolenza). Un confronto di impressionante alta qualità; pensieri e derive che mi hanno interrogato a fondo; un'apertura al pubblico che non sperimentavo davvero da anni.
Ecco una sommaria cronaca di un incontro straordinario nella Milano da sputare.
Io sono Datta
Tre sono le fasi che sciolgono il cosiddetto "nodo del cuore". Prima di queste tre, una fase preliminare, lunghissima e confusa, che è arrivare a comprendere che c'è un nodo del cuore e che il lavoro (e sto parlando del lavoro scritturale o creativo, e allo stesso tempo esistentivo) è sciogliere. Non creare il pieno: viceversa. Io sto nella citazione da Datta che T.S. Eliot nella sua Terra Desolata (che, per inciso, è il perno poetico intorno a cui si struttura il Dies Irae, nonostante il nicodemismo con cui si è utilizzato Underworld, che a sua volta ha però in Eliot il perno) pone come fase nera, con precisione simbolica insuperabile. Ecco, dunque, la strada che attende, mentre accompagna l'inutile domanda se riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre:
[...] Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate
Attendevano pioggia, mentre le nuvole nere
Si raccoglievano molto lontano, sopra l'Himavant.
La giungla era accucciata, rattratta in silenzio.
Allora il tuono parlò
DA
Datta: che abbiamo dato noi?
Amico mio sangue che scuote il mio cuore
L'ardimento terribile di un attimo di resa
Che un'èra di prudenza non potrà mai ritrattare
Secondo questi dettami e per questo soltanto noi siamo esistiti, per questo
Che non si troverà nei nostri necrologi
O sulle scritte in memoria drappeggiate dal ragno benefico
O sotto i suggelli spezzati dal notaio scarno
Nelle nostre stanze vuote
DA
Dayadhvam: ho udito la chiave
Girare nella porta una volta e girare una volta soltanto
Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione
Pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione
Solo al momento in cui la notte cade, rumori eterei
Ravvivano un attimo un Coriolano affranto
DA
Damyata: la barca rispondeva
Lietamente alla mano esperta con la vela e con il remo
Il mare era calmo, anche il tuo cuore avrebbe corrisposto
Lietamente, invitato, battendo obbediente
Alle mani che controllano
Sedetti sulla riva
A pescare, con la pianura arida dietro di me
Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
Poi s'ascose nel foco che gli affina
Quando fiam uti chelidon -
O rondine rondine Le Prince d'Aquitaine à la tour abolie
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
Bene allora v'accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih
Aspirando Walser
"Lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada".
La stanza degli spiriti, dove scrivo, comunica una tetraggine da laboratorio anatomopatologico, da gabinetto alchemico in cui fallisce l' operazione prima.
I pensieri confondono il reale (diciamo "la struttura di base": e cioè il lavoro, essenzialmente) e ciò che profondamente è emotivo, confuso esso stesso (diciamo "il sembiante che signoreggia troppo").
La lucidità non scardina gli spettri, così il raggio di azione si riduce a un nonnulla. L'esercizio interiore prescive lo scioglimento di nodi, ma i nodi sono più che uno e difficili da slegare: non esiste esercizio interiore, se non la passività, alla quale si denega la postura corretta di quella che, sembrando passività, è azione immobile.
Lo sguardo e la pelle non riescono ad accedere a consolazioni di sorta. Il futuro è demonico. Inoltre, niente salva, nulla capita a sottrarre, a divergere, cioè a divertire.
Non si riesce a giungere nemmeno a quella fase transitoria che lo scrittore elvetico Robert Walser descriveva all'inizio de La passeggiata (in Italia è edito da Adelphi) - fase evanescente per quanto consolatoria, e prodromo del ricovero in clinica psichiatrica: "Per quando mi riesce di ricordare, appena fui sulla strada soleggiata mi sentii in una disposizione d’animo avventurosa e romantica, che mi rese felice.
Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi mi appariva così bello come se lo vedessi per la prima volta.
Tutto ciò che scorgevo mi dava una piacevole impressione di affettuosità, di bontà, di gioventù.
In breve dimenticai che fino a poco prima, su nella mia stanzetta, ero rimasto ad almanaccare tetramente su un foglio bianco.
Mestizia, dolore e tutti i pensieri cupi erano come scomparsi, sebbene continuassi a percepire acutamente, dinanzi e dietro di me, una certa nota grave".
Abisso
 Che qualcosa non andasse, era annunciato. Qualcosa non significa che tutto, attorno, spalanchi i suoi pertugi più oscuri, per cui attraversare le esperienze diventa assenza di levità, metallizzazione, cupa assenza di luce. Non sto parlando di nodi psichici, non di depressioni. Sto parlando del rapporto col mondo, certo, ma soprattutto del rapporto con la creazione e dei rapporti di questa col mondo. L'immagine è questa: è come se io stessi natando su tre tavole da surf contemporaneamente, che si incrociano e sbattono tra loro, mentre il mare è in tempesta. Parlare di creazione è per me alludere alla creatività e all'artigianato artistico e solo per speculm in aenigmate riferirsi alla 'demiurgica ispirazione' che alcuni vorrebbero presidiasse l'opera. Eppure la metafora calza: qui si tratta di un abisso, nei termini precisi con cui lo descrive il mistico illuminato Jakob Böhme - evidentemente la nigredo ha da essere percorsa ancora per parecchio: "E così è un Abisso [Abgrund], che si chiama fondamento [Grund], a causa dellac ondensazione [Fassung] dell’oscurità, poiché in essa il tormento è causa della vita: poiché il lampo rabbioso è lo svegliarsi della vita ed eppure lì esso non è nulla se non in se stesso. Così esso è anche un desiderare [Begehren], e il desiderare è un cercare, ed eppure non può trovare nulla se non uno specchio e un’immagine del tormento oscuro e rabbioso, poiché in esso non c’è nulla: poiché esso è una figura del lampo serio e rabbioso, e della incisività e della dura forza, che è di Dio, per cui Egli chiama se stesso un fuoco che consuma, e un Dio collerico e ardente". Al quale risponde Meister Eckart (e questo solo quando la nigredo sarà una fase compiuta - chissà se prima della mia esistenza in vita...): "L'occhio con cui io vedo Dio è lo stesso con cui Egli vede me" e anche "La gente pensa troppo a quel che deve fare e troppo poco a quel che deve essere" cioè, insomma, "Per una mente serena tutto è possibile". Il che corrisponde a quanto l'illuminato del Tamil, Ramana Maharshi, rispose quando gli fu chiesto se è possibile mantenere stabile la consapevolezza della realtà mentre si è occupati nel lavoro mondano: "Il sentimento io lavoro è l'ostacolo. Chiedi a te stesso chi lavora?' Ricorda chi sei. Allora il lavoro non ti vincolerà, procederà automaticamente. Non fare sforzi né per lavorare né per rinunciare; è il tuo sforzo che è schiavitù. Ciò che è destino che accada accadrà. Se non sei destinato a lavorare, il lavoro non può essere ottenuto nemmeno se lo cerchi. Se sei destinato a lavorare, non sarai in grado di evitarlo e sarai forzato ad impegnarti in esso. Così, lascia questo al potere più alto; non puoi rinunciare o trattenere a volontà".
"Cuore troppo signoreggiato da un sembiante"
"Quelli affetti erano guisa padroni di tutto me e incorporati colla mia mente, che in nessun modo né anche durante il sonno mi poteano lasciare. Svegliatomi prima del giorno (né più ho ridormito), mi sono ricominciati, com’è naturale, o più veramente continuati gli stessi pensieri, e dirò pure che io avea prima di addormentarmi considerato che il sonno mi suole grandemente infievolire e quasi ammorzare le idee del giorno innanzi specialmente delle riforme e degli atti di persone nuove, temendo che questa volta non mi avvenisse così. Ma quelle per lo contrario essendosi continuate anche nel sonno, mi si sono riaffacciate alla mente freschissime e quasi rinvigorite. [...] Avanti d’addormentarmi ho previsto con gran dispiacere che il sonno non sarebbe stato così torbido come le notti passate, e così è successo, ed ora tutti quegli affetti sono debolissimi, prima per la solita forza del tempo, massimamente in me, poi perché il comporre con grandissima avidità quei versi, oltre che m’ha e riconciliato un poco colla gloria, e sfruttatomi il cuore, l’avere poi con ogni industria ad ogni poco incitati e richiamati quegli affetti e quelle immagini, ha fatto che questi non essendo più così spontanei si sieno infievoliti. Ma perché essi mi vadano abbandonando, non me ne scema il voto del cuore, anzi più tosto mi cresce, ed io resto inclinato alla malinconia, amico del silenzio e della meditazione; e alieno dai piaceri che tutti mi paiono più vili assai di quello c’ho perduto. E insomma io mi studio di rattenere quanto posso quei moti cari e dolorosi che se ne fuggono: per li quali mi pare che i pensieri mi si sieno più tosto ingranditi, e l’animo fatto alquanto più alto e nobile dell’usato, e il cuore più aperto alle passioni. Non però in nessun modo all’amore (se non solamente verso il suo oggetto), che il fastidio d’ogni altra bellezza umana è, posso dire, dei moti descritti di sopra quello che più vivo e saldo mi si mantiene nella mente. [...] Il guardare o pensare ad altro aspetto [...] mi par che m’intorbidi e imbruttisca la vaghezza dell’idea che ho in mente, di maniera che lo schivo a tutto potere". Giacomo Leopardi - Diario del primo amore
Scrivere nell'oltrelinguaggio
 Ricevuto l'S.O.S. di Kafka, recepisco ora un'istruzione. Essa è semplicemente un prodromo che permette di comprendere come e cosa sia il continuum vuoto a cui guardo, secondo svolte della scrittura recentemente consumatesi, ma preparate per un decennio almeno. L'istruzione è un banale commento all'opera del neoplatonico Proclo. Dice così e non augura buona fortuna: Le concezioni dualistiche prevedono la compresenza di Due Principi opposti e irriducibili che dovrebbero spiegare tutta la realtà; le filosofie monistiche invece intendono appiattire la ricchezza del reale su un solo Principio, e per questo sono considerate riduzionistiche; la non-dualità, detta così perché si sottrae all’assolutizzazione della dualità, si sottrae anche al riduzionismo monistico, poiché riconosce vari gradi di realtà che non sono riducibili ad uno solo. L’Uno di cui essa tratta, infatti, non ha simili pretese: Esso figura come ospitale e sconfinata dimora, o come il filo sottile che collega la molteplicità degli enti e degli stati di esistenza, non annullando le loro differenze. Di conseguenza, il metodo della non-dualità non può che essere unitivo e non-oppositivo, aperto all’Illimitato.
S.O.S. Kafka
"Prima non capivo perché la mia domanda non ottenesse risposta, oggi non capisco come potessi credere di poter domandare. Ma io non credevo affatto, domandavo soltanto". Questo punto di svolta è enunciato da Franz Kafka negli Aforismi di Zürau (in economica Adelphi usciti quasi tre anni orsono) e sta a bilanciare questo estremo pensiero: "Questa sensazione: «Qui non getto l’ancora» e subito sentirsi trascinati dai flutti ondeggianti".
Non trovo parole più semplici e indagabili, con livelli multipli e tutti sotterranei, per esprimere quanto accade alla scrittura e al rapporto con la scrittura a un certo momento dato: che per me è giunto, e che mi allibisce di ora in ora. Quando enuncio il desiderio di sfondare la barriera archetipa, sono serio, anche se consapevole che non si sentirà. Lo sfondamento è la linea che unisce i due poli enunciati da Kafka, che non sono nichilismo ed euforia, non morte e divenire, bensì un unico continuum interiore da cui si vedono affiorare immagini singole, metope dissepolte, tra le quali scattano gli archi voltaici delle storie. L'occhio è capovolto e vede questo continuum, se non è preoccupato dall'emergere delle metope.
Questo continuum è, al momento, nero.
Quinta meditazione sull'iper-romanzo a venire
 L'ossatura di Moby Dick è necessariamente veterotestamentaria? Questa è la vulgata critica: sì, non si prescinde dai riferimenti biblici nell'esegesi del testo di Melville, che a sua volta è un'elaborazione dinamica e ipernarrativa dell'esegesi. Di questo sguardo morto, perché novecentesco, non mi interessa nulla, se penso a quanto ho da fare con una materia che è, soprattutto, universale. Il tentativo sarà quello di togliere all'ossatura la sua pellicola scritturale, senza sostituirla con alcunché di culturale secondo la valenza che il Novecento ha concesso all'aggettivo. O si supera il piano delle Scritture e si sfonda il livello degli archetipi, o l'opera è fallita.
Di seguito, un inedito intervento che costruisce analogie tra un commento di Sant'Ambrogio e Moby Dick. Già in questa analisi, che pone Nabot a fianco di Achab, io ritrovo nuclei che non possono essere esclusivamente ascritti alla Bibbia. Non guardo al sincretismo: guardo all' epoché praticata, che si condensa in immagini e parole distanti dall'evenienza scritturale del cosiddetto sacro. Mi interessa l'universale, cioè il tragico, come fenomeno generalizzato della coscienza che si incarna, e non come genere o come eventualità psichica.
Quarta meditazione sull'iper-romanzo a venire
Dopo le precedenti meditazioni (qui, qui e qui), mi rifaccio a un forum sull'ermetismo, in cui trovo definizioni simboliche del bianco che, nel caso di Moby Dick [nel quadro simbolico a sinistra, ingrandibile cliccandoci sopra: l'evidenza delle due fasi alchemiche Nigredo e Albedo], interrogano ulteriormente e la domanda che si solleva è: a quale fase psichica e a quale meta coscienziale allude il bianco del Mostro? Ecco i due testi in questione:
Bianco il momento della purezza, anche fuori dalla sintesi si può dire poco direttamente, è l'agire pulito, se la parte nera in maniera più o meno densa o sottile è riconducibile al manifesto, il bianco è legato al non manifesto, è legato all'agire senza agire, è il fuoco interno che nel Nero impariamo ad accendere utilizzando gli attriti con le forze oscure, qui ormai la fiamma arde a pieno regime e brucia costantemente tutte le nostre impurità, ciò implica che comunque ne creeremmo... ma finchè la fiamma interna brucia il "sistema" si manterrà "pulito" e se non è pronto si preparerà al grande Fuoco, se nel Nero si impara a padroneggiare la prima attenzione, nel Bianco si lavora sulla seconda attenzione.
Considerando la valenza del 'Bianco', inteso nella grande opera, che è poi quella che ritroviamo nella visione popolare occidentale cristiana, non ho potuto fare a meno di richiamare quella che gli fu attribuita da Herman Melville in Moby Dick.
Qui il simbolo del bianco va oltre la purezza, qui il bianco racchiude tutto, attrae, inganna, nel bianco vi è la spettralità, è la ricerca che va oltre la comprensione, la decisione di andare avanti spinti da un fatale impulso. La forte valenza simbolica che venne attribuita qui al bianco della balena,ha reso nuove interpretazioni del bianco stesso. Richiama pure le false luccicanze che ritroviamo nel Libro Tibetano dei Morti, in cui queste attraggono le anime, che non riconoscendo la vera luce, finirebbero per perdersi.
Terza meditazione sull'iper-romanzo a venire
Dopo questa e questa, io che non sono battezzato e nemmeno simpatizzante cattolico (altra cosa è invece il rapporto che intrattengo con il nucleo esoterico del Cristianesimo pre-Nicea), mi affido alle riflessioni di un grande esegeta cattolico contemporaneo, cioè Gianfranco Ravasi. Che nel brano seguente affronta uno dei vari buchi neri dell'interpretazione veterotestamentaria, cioè Giona. Perché ho da rispondere alla domanda: chi è più di Giona? E: chi è più di Achab? E: cosa significa risorgere? Da quale morte si risorge?
La trama del Libro di Giona si compone di quattro episodi. Il primo lo troviamo nel primo capitolo. Giona, figlio di Amattai, riceve da Dio l'ordine di andare a Ninive per proclamare che la malvagità dei suoi abitanti è salita alla presenza di JHWH.
Ancora su Achab
Continuo la meditazione sul progetto quadriennale di iper-romanzo. Rilevo da un sito: "La Bibbia narra per l’appunto di costui come uno dei re che più degli altri fece infuriare Dio, come non era mai successo sino al suo avvento sul trono d’Israele. Infatti Achab, sposando la moglie Gezabele, fu persuaso a peccare d’idolatria adorando il Dio Baal (dio dell’acqua) e facendo convertire ad esso tutto il popolo d’Israele.".
La domanda è: cos'è l'acqua?
Più specificamente: cos'è l'acqua sub specie universalis? Poiché dell'universale m'interessa. L'acqua è il liquido psichico, secondo la tradizione orfica: acqua psichica che regge un teatro di personaggi natanti (malsicuri ma a galla e a rischio di affondare), in identificazione con se stessi e con le proprie utopie, fatto salvo lo sguardo testimoniale che sopravvive e racconta. Freud stesso considerò l'acqua, col celebre paragone dell'iceberg-conscio/inconscio, l'elemento psichico. Il mare color del vino omerico ha una tinta violacea, tutt'altro che romantica, e veracemente luttuosa: è lo spazio indefinito in cui avvengono naufragi.
La domanda, quindi, è: cosa sostituisce l'acqua come rappresentante universale dell'avventura psichica?
C'è da stare attenti
Quando mi capita - e mi sta capitando - la fase di esplosione creativa, io devo stare attento: è un segnale che qualcosa non va. Come San Girolamo nel deserto (il mio compito è esattamente quello: intercettare e tradurre, sebbene testi meno fondamentali del Libro a cui lavorava l'asceta), ho accanto un leone [nell'immagine cliccabile a destra, la versione di Dürer]: ma a me, quel leone, morde. Ho terminato il libro che uscirà l'anno prossimo; sto lavorando a una serie di prose poetiche (ma non è nemmeno vero che siano prose poetiche) che mai saranno edite; ho in testa quattro trame e il desiderio di affrontarne assolutamente due; inoltre ho da iniziare un lavoro di iper-romanzo che mi prenderà (per questioni di studio) almeno quattro anni. Prima che il leone spalanchi le fauci, dò un'idea della direzione in cui tento di andare proprio rispetto al romanzo che tanto mi impegnerà...
WIR SIND EIN VOLK: Grass e il caso Germania
 "Mi fa male ancor oggi. Un male che poco fa mi ha costretto a cacciare la testa tra i cuscini" - Günter Grass, Il tamburo di latta (1959)
Per coincidenza dovuta a sfighe personali e motivi di studio per il prossimo romanzo, mi sono trovato a Berlino nelle due settimane che hanno visto emergere, sui media europei e americani,  l'aspro dibattito intorno alla confessione di Günter Grass, che nella sua autobiografia, Sbucciare cipolle, rivela di essersi arruolato a 17 anni nelle file delle SS, dopo un rifiuto della Marina militare di Hitler presso le cui sedi aveva presentato richiesta, essendone respinto. Ne è fuoriuscita una colata lavica, uno strascico di letame intellettuale e storico, un boom di news. Nello stesso momento in cui un altro scrittore saliva alla ribalta di riflettori funerei: l'israeliano David Grossman, a cui avevano ucciso il figlio Uri, riservista militare caduto nell'invasione del Libano da parte di Israele.
Tempi ambigui che esigono un'analisi provvisoria. Provvisoria, ma necessaria: sul nostro tempo, sulla memoria, sulle responsabilità, sulla Germania e il nostro continente.
Solo, ma non pensoso
"Il dolore, questo grande Maestro". Tra i suoi magisteri, la sofferenza esige l'assenza di pensiero, mentre accade. La situazione di mente immobile si trasforma nel suo opposto soltanto quand'essa si mobiliti per elaborare strategie con cui sia possibile sfuggire il dolore. Eppure "pàthei, màthos" chiosa Eschilo: "Soffrendo, si raggiunge la conoscenza". Di quale tipo di conoscenza si tratta qui? Una conoscenza in cui la mente è immobile e si attraversa lo stato di assenza di pensiero? Tutto ciò, si ritiene, abbia a che fare, alla fine, con l'Amore: la beanza, detta idiosincraticamente. Un amore che prelude all'Amore attraverso il dolore - pura tradizione lirica, come testimonia il celebre sonetto petrarchesco, autentico sutra che, nella prospettiva che propongo, nessuna critica letteraria ha intercettato nel suo intimo recesso, "ch'è celato altrui".
Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l'arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perché ne gli atti d'alegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi;
sì ch'io mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né si selvagge
cercar non so ch'Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui.
Orfeo nell'incomprensione occidentale
Mentre sto costruendo il sito per la Fabula Orphica (che sarà rappresentata il 30 c.m., a Palazzo Te a Mantova), rifletto sempre più estesamente sulla radicale incomprensione a cui Orfeo (ma direi più precisamente: la tradizione orfica) è andato incontro trapassando per l'occidente moderno. Se già ai tempi di Poliziano sembrava offuscata la fabula alchemica che fa di Orfeo un mito d'iniziazione a un profondo lavoro su se stessi, è immaginabile che scendendo verso la nostra contemporaneità si sia prima cristallizzata e sia ora in erosione la valva fossile di una mitologia, di un processo archetipo e quindi metastorico. L'edizione Valla degli Inni Orfici è, a mia detta, la più alta e curata testimonianza di qualcosa che trapassa dalla vita invisibile dell'immaginario alla concretezza del sapere intelligente, che esclude la coscienza come campo di cui la mente è soltanto una delle possibili emergenze.
Verifiche: il Manifesto letterario del '99
 In occasione di un convegno organizzato nel 1999 dalla rivista Letture, venne elaborato un manifesto estetico che, ai tempi, parve bizzarro. Gli estensori, sotto l'egida di Ferruccio Parazzoli, erano Tommaso Pincio, Antonio Riccardi, Michele Monina e il sottoscritto. Il manifesto non pretendeva di imporsi ideologicamente, bensì di fotografare ciò che intendeva come presente avanzato - una porzione di futuro imminente. L'invito è a misurarlo con l'attuale deriva narrativa e poetica.
Genna su La Porta: fiction vs faction
Sul Corriere della Sera , pochissime righe a supporto dell'articolo che celebra Luoghi comuni di Pino Corrias: ne è autore Filippo La Porta che, nuovamente, si schiera per la schiavitù della letteratura alla cosiddetta "realtà" e contro l'immaginario. La risposta dell'autore del Dies Irae, Giuseppe Genna [a destra nella foto; a sinistra, Filippo La Porta].
• CARO LA PORTA, LA TUA REALTA' NON E' LA MIA. E NEMMENO LA LETTERATURA di GIUSEPPE GENNA
Poiché la critica vera è quasi morta, rappresentata ormai da grandissimi intellettuali come Citati Cordelli Siciliano Canali Mengaldo, dovremmo accontentarci della critica giornalistica? Su questo punto non ho il minimo dubbio: sì. La critica letteraria, sui giornali, accenna, grazie alla capacità di lettori professionali, a suggestioni intorno a un libro, e divulga affinché il libro venga letto. La critica vera, invece, non è critica: è teoria della letteratura o non è. La teoria della letteratura non ha praticamente rappresentanza sui quotidiani o sui mezzi di comunicazione e, da scrittore di ormai lunga navigazione nel cosiddetto "àmbito editoriale", è circa un ventennio (diciamo dalla fine di Alfabeta) che ravviso la pubblica assenza di teoria della letteratura su media massivi (discorso altro, ovviamente, per i libri: ne escono, e di ottimi). Soltanto gli intellettuali di cui ho fatto i nomi sopra sono recentemente intervenuti (e recentemente vale qui per un periodo, diciamo, di cinque anni: il che è tutto dire) con potenza e profondità, per aiutare gli scrittori a chiarire le tenebre in cui sono immersi nell'affrontare il presente.
Tragedia e tragico: sfondamento delle poetiche di genere
Chi era il critico di Sofocle? La critica non c'era, ai tempi tutt'altro che aurei della tragedia classica. C'era, invece, la teoria della letteratura e a rappresentarla non erano cialtroni: in età classica, della tragedia, discuteva Aristotele. Da questa incomprensione, che vado adesso a tentare di dipanare, nasce l'idea della poetica dei generi e, arrivando fino a oggi, a un ristorante dietro il Duomo di Milano, l'incomprensione stessa muove un grande intellettuale e poeta come Sanguineti ad affermare che "il tragico non è più, è stato sostituito dall'isterico". Queste riflessioni che compio sono a uso strettamente personale, valgono come parziale autocommento al Dies Irae, hanno a che fare con il piccolo ciclo della Fabula Orphica che ho scritto (di prossima pubblicazione qui e rappresentata in performance a giugno a Mantova, per la regia di Federica Restani), hanno a che fare con il prossimo romanzo che pubblicherò e a cui sto lavorando.
Il titolo di comodo Sulla tragedia sotto cui vengono iscritte le riflessioni della Poetica di Aristotele è un falso, è sviante. Bisognava interpretare, e da subito, quel titolo in altra maniera: Aristotele scrive sul tragico, è diverso.
Statemi alle costole
Queste qui accanto, cliccabili e ingrandibili per i più feticisti, sono le costole del mio torace, in una delle lastre scattatemi al pronto soccorso dell'ospedale Pini, specializzato in ortopedia, dove ho amabilmente trascorso, tra ieri e oggi, sei ore di noia e attesa, per sentirmi dire che la settima e l'ottava costola sinistre sono fratturate. La convalescenza prevede una settimana e mezzo di risposo assoluto e da ciò sono schiantato: possibilmente disteso (e infatti digito disteso), senza usare motorino o auto o tram, sono costretto nel carcere della mia casa, che, quando non ho voglia di studiare (e, dopo le 800 pagine del Dies Irae, non ne ho la minima voglia, nonostante sia già pronta la struttura per il prossimo romanzo). Per un importantissimo appuntamento di lavoro, violerò le disposizioni mediche domani: trattasi di qualcosa di talmente fondamentale, per me, da non potere rinunciare. Nel frattempo, ho inviato un invito agli iscritti alla newsletter dei Miserabili: quello di starmi alle costole, iscrivendosi alla newsletter di questo sito.
Per i curiosi, la colpa della frattura è mio: trasportavo pacchi che contenevano la Treccani di mio papà, non ho visto uno zerbino, sono inciampato e ho sbattuto col torace sullo spigolo di un gradino. Quando si dice "il peso della cultura"...
I Nuovi Miserabili in progress: arrivano adesioni
Dunque, formulato l'appello, in due giorni conto una straordinaria disponibilità da parte di amici intellettuali e perfino di lettori impegnati dei Miserabili, sul quale avrei deciso di tornare a patto di non essere solo a farlo.
Molti di coloro che hanno aderito non saranno in grado di postare direttamente: mi invieranno materiali che poi saranno pubblicati, via Movable Type, da me e dagli altri che vorranno o potranno eseguire un'operazione tecnologicamente semplice. Verrà attivato su gmail un indirizzo aperto a cui spedire e da cui prendere i materiali inviati, con l'unica avvertenza di un minimo di coordinamento, per non postare due volte lo stesso articolo: questo è il ruolo che, eventualmente, mi ritaglierò. Si tratterà di una stazione centrale delle recensioni, che tre anni di Miserabili hanno decretato essere il contenuto che interessa maggiormente i Miserabili Lettori, più che delle polemiche o degli interventi effettuati secondo la poetica dell'iperbole con cui governavo una testata di cui ero unico responsabile. I Nuovi Miserabili si propone a tutti i collaboratori di riviste e giornali per mirrorare i loro pezzi (previo accordo con il medium su cui li hanno pubblicati), in modo che si assista a un autentico punto di aggregazione culturale, che fornisca indicazioni sul mondo letterario. Saranno inoltre presenti interventi di carattere riassuntivo e/o propedeutico sulla tradizione letteraria: una linea, questa, che i Miserabili hanno sempre intensamente percorso. Tommaso Pincio su Philip Dick è un esempio di ciò che si potrà leggere a questo livello.
La grafica verrà rinnovata e non ci saranno più tracce del sottoscritto e delle sue produzioni, spostate in questo luogo, la Centraal Station del sottoscritto, che è un magazzino di accumulo e di riflessione privata effettuata in pubblico su temi e produzioni estremamente idiosincratici. Ciò non toglie che, elaborato per esempio il testo su Orfeo, che darà vita a una performance a Mantova, esso sia pubblicato sui Miserabili, che presenterà anche testi originali o meno di carattere narrativo o poetico.
Sto attendendo ancora alcune adesioni che considero decisive. Non è il caso di fare nomi, tanto chi legge queste righe sa benissimo che mi sto rivolgendo anche a l*i.
Un'ultima avvertenza riguardo all'appello. Se non vi arrivano mail da parte mia con questa proposta, tenete presente che negli ultimi tempi mi si sono distrutti due dischi fissi e ho la rubrica ridotta a venti indirizzi. Fatevi vivi. Facciamo qualcosa per la letteratura in Rete, per la letteratura in Italia: lo spirito è solo unicamente questo. Creiamo l'aggregatore letterario che non c'è, al servizio di tutti.
Svolte karmiche e proposte a certuni
E' da - diciamo: all'incirca - dicembre che il sottoscritto viene senza posa rapidamente eiettato verso territori esistenziali non del tutto graditi oppure totalmente nuovi. Egli vive un'esistenza che è assolutamente irriconoscibile, nei modi e nelle attività e nella realtà affettiva, rispetto a quella di tre mesi fa. E' la svolta karmica.
Svoltando karmicamente, càpitano anche momenti di pensamento che sono in realtà fasi di ripensamento. Una delle fasi di ripensamento consisterebbe nella riapertura dei Miserabili, e-zine che al momento mi è impossibile gestire a causa di alcuni impedimenti: anzitutto il mio nuovo lavoro, che finora mi ha impedito di leggere e studiare per conto mio; una certa nausea dell'aggiornamento quotidiano effettuato in solitaria; la vana richiesta di aiuto formulata a persone con cui mi sarebbe piaciuto pubblicare i Miserabili. Sono attualmente in una fase che commistiona lutti vari a gioie improvvise a pesanti alienazioni. Scrivere il DIES IRAE, che uscirà il 22 marzo per Rizzoli, mi ha stremato. Però sto riflettendo, perché, a parte Vibrisse, alla letteratura-letteratura in Rete vedo che manca una stazione centrale, un aggregatore totale, che richiederebbe però una redazione, seppure in contatto soltanto via mail. Per il momento, chiedo al coloro a cui l'ho già chiesto: vi interesserebbe fare dei Miserabili una rivista letteraria coordinata da me (non diretta: si tratta solo di gestione tecnica dei documenti)? Coloro a cui mi rivolgo, possono esprimere un'eventuale adesione via mail. Da solo non ce la faccio, è assodato - o, almeno, al momento non ce la faccio. Con altri, sarebbe un discorso diverso. Già fatico a inserire articoli in Carmilla, e colgo qui l'occasione per ringraziare Valerio Evangelisti e Girolamo Di Michele per l'opera di riempimento delle assenze obbligate del sottoscritto.
Ah, una nota esoterica: la proposta vale anche per chi, in questo momento è "militarizzato"...
Bill Viola: 'Ascension'
Sono reduce dalla visione, nemmeno un quarto d'ora fa, di Ascension, video-opera di Bill Viola. Suppongo che questa sequenza, installata secondo i ritmi di un ciclo infinito (indefinito, in realtà; l'infinito, che è la materia dell'opera stessa, è altra cosa - non è cosa), rimarrà nel mio immaginario per sempre e nella mia memoria immaginativa per giorni e giorni. Non spendo una parola sull'allucinante contesto in cui è inserita, cioè la mostra Techne 05 all'Oberdan in Milano.
Impossibile tradurre in parole Ascension, come è impossibile tradurre in parole il Cristo Morto del Mantegna.
Da uno spazio nero silenzioso a tutto schermo, lentamente, per scatti liquidi, lumescenze che sono buie incominciano a scattare in alto sulla sinistra; progressivamente queste zone di buio meno buio del nero assoluto si sviluppano in luce pallida obliqua che cala verso destra e cresce in luminosità divenendo una serie di raggi obliqui paralleli, e un rumore disarmonico, roboante si inizia ad avvertire e poi c'è un'esplosione ed è uno choc, è un uomo che è tuffato con schianto e boato nel liquido che non sapevamo essere liquido, le gambe unite e le braccia aperte a croce, le miriade di bolle di ossigeno residuo del tuffo circondano il corpo, mobili,  e il corpo si solleva lentamente restando nella postura d'entrata, e il capo arriva a sfiorare quello che dev'essere l'epitelio del liquido, ma qualcosa ne blocca la fuoriuscita e quindi il corpo inizia ad affondare, lentissimo, fino a scomparire al fondo, uscendo di scena con le braccia che si contraggono come quelle di un cadavere, e resta il liquido, la luce intensa che cala dall'alto attraversa lo scintillio di un crescendo residuale di bollicine di ossigeno, quasi materia sottile astrale che pare un insieme di galassie, a tonalità bluazzurro, che roteano sciamando in una "forma", un residuo di forma, salgono verso l'alto ed esse sì, esse riescono a toccare l'epitelio che si spezza come fosse ghiaccio osservato da sotto e la luce cala, scivolando verso tunnel di buio a stento individuabili come forme ameboidali della luce che sta scomparendo e poi resta lo schermo piatto, nero, e il silenzio.
La scheda introduttiva parla di qualcosa di ipnotico. E' il contrario: è la coscienza consapevole.
Io ambisco a una letteratura che sia esattamente questa cosa, questa storia, questo mito, che accade oggi, per me anche, nel mio tempo. Ambisco a una letteratura che, giungendo allo schermo nero o a una luce bianca e intensa, permetta che cessi il pensiero, non serva a pensare, ma a immergersi nell'abissale sostanza da cui immagine e pensiero, forma e nome emergono o in cui si immergono.
[di seguito, cliccando su continua, due brevi videoclip del '96 dalla serie elementale di Bill Viola: Water e Fire da The Crossing ]
Meditazioni su Orfeo / 4: Rovesciamenti
Mentre la mente è stanca e i pensieri costano fatica, un'intervista a Emanuele Severino mi riporta, con inattesa precisione di traiettoria, all'Orfeo che devo comporre per la rappresentazione a Mantova (particolari, come già detto, in séguito). Uno dei momenti fondamentali, che non è detto che abbia rappresentazione nel testo, è la storia delle Argonautiche, cui segue la vicenda amorosa di Orfeo ed Euridice, la perdita di Euridice e, soprattutto, cosa accade prima della discesa agli Inferi di Orfeo: la vita che persegue il "rovesciamento", la perdita e ciò che viene dopo la perdita, lo snodo del divenire che non è più divenire. Una situazione che, per quanto io intendo, coincide perfettamente con i rovesciamenti di cui Severino tratta nel passo che qui sotto segue: dall'esito dei rovesciamenti si subisce un lutto che conduce allo sguardo in un abisso, della cui sostanza l'umano non è avvertito, e che non può essere pensiero, dato che, come in maniera ormai celebre lo stesso Severino ha sentenziato con efficacia, "il pensiero è l'immediato", ma esiste qualcosa da cui l'immediato emerge, qualcosa di non immediato e gli Inferi certo non sono immediati - il pensiero degli Inferi non è l'Infero. Ecco dunque la struttura non originaria che determina il presente da cui Orfeo si assenta, per introdursi in qualcos'altro, secondo le parole di Severino...
Cosa ha detto Marco Mancassola a Milano
Venerdì scorso, presso la libreria Feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano, il sottoscritto Miserabile Autore, con entusiasmo da groupie, ha presentato l'ultimo libro di Marco Mancassola, Il ventisettesimo anno [qui la mia recensione], edito da minimum fax. Sono "due racconti sul sopravvivere", che equivalgono a un romanzo breve e a una folgorazione che rasenta Stephen King in salsa esistenzialista. Miserabili e non miserabili lettori, milanesi o di passaggio nello schifo di città in cui alligno, hanno partecipato numerosissimi.
Ecco alcuni estratti tra le molte cose che Mancassola, davanti a una folla di lettori ha detto.
Come si insinua la metafisica in DeLillo
E' una meditazione, non un saggio. Libere associazioni comunque legate ai testi. Per esempio il passo a pagina 166 dell'edizione tascabile di Underworld, testo che ho a pezzi tra le mani, dopo il trattamento a cui l'ho sottoposto per il nuovo libro che ho scritto e che, è ufficiale, uscirà il 20 marzo da Rizzoli col titolo DIES IRAE (per la nuova collana 24/7, pagine 768 - particolari in séguito). Scrive DeLillo:
"E' famosa alla maniera moderna delle persone i cui nomi vengono strategicamente taciuti. Queste persone sono famose senza nome e senza faccia, spiriti che vivono separati dal proprio corpo, le vittime e i testimoni, i criminali minorenni, laggiù da qualche parte, ai confini della percezione".
E' un passo stratosferico. C'è tutto ciò che è stato imputato a DeLillo sotto l'odiosa etichetta di "massimalismo" e che, in realtà, non è che il portato antico di una tradizione classica anzitutto europea, che trapassa in America in gran parte per merito di Melville - del Melville di Moby Dick (lo preciso in armonia col sondaggio che ha lanciato Leonardo Colombati).
Tuttavia, e restando sul personale, come qui si fa e si farà, perché si tratta di un passo stratosferico?
Mantegna: mito-allegoria vs fiction-icona
Per il lavoro che sto conducendo in vista della grande esposizione mantovana sul Mantegna (qui sommari particolari, che verranno al più presto ampliati, a partire dal fatto che prima di me Edoardo Sanguineti reciterà cento haiku sull'opera del pittore), mi è molto utile la segnalazione del saggio di Nicola Lagioia, Babbo Natale, di cui più approfondita recensione apparirà presto su Carmilla.
Qui è solo una breve meditazione a cui mi lascio andare, secondo lo stile imposto a questo nuovo sito.
Praz su Warburg
Meditazione: la posizione contro la critica delle superfici, la critica nemmeno delle superfici ma superficiale, che è la critica odierna, più di 70 anni dopo le parole di Praz, si converte in un'asserzione che distrugge il velleitarismo critico contemporaneo, incapace di vivere l'esperienza che conduce all'assenza del processo per cui gli occhi divengono "indicibilmente dolorosi".
WARBURG
di MARIO PRAZ
[da "Pan" II, 1934, pp. 624-626]
Di Aby Warburg e della sua opera parlò Giorgio Pasquali in “Pegaso” (aprile 1930) in modo tale che anche i lettori che prima ignoravano fino il nome dell’umanista israelita non avranno dimenticato “l’omino piccino, coi baffi color pepe e sale e cogli occhi indicibilmente dolorosi” che era un maestro grande e divertente. Umanista è un titolo comodo e capace, ma al Warburg mi pare che meglio si confaccia del nome di dotto col quale i più connettono freddezza e aridità. Ardore di ricerca e disinteresse erano invece tratti così salienti del Warburg che le sue opere più gli premeva diffonderle fra i discepoli che farle rendere fino all’ultima stilla d’inchiostro. Di certe sue vaste concezioni non è serbato nei saggi ora raccolti che il canovaccio; ed è evidente che occorre illuminare l’opera con l’uomo, per non rischiare di confonderlo con un paziente coordinatore di curiose notizie, con uno spigolatore ai margini del prato vivo della storia. Alto era il suo disegno se la ricerca era minuta e pareva perdersi in infinitesimi. Studiare le sfumature dei trapassi da periodo a periodo in quella storia della cultura che era la sua passione, ecco il suo compito; e la trasmissione dell’eredità classica fu il pernio delle sue ricerche. Un particolare del costume osservato in un disegno, la ricorrenza di un motivo ornamentale, uno svolazzo di veste, una chioma fluttuante, una piega ovale, un exvoto di cera, un coperchio di scatola effigiante un’impresa d’amore, tutte queste cose che gli uomini di alta statura e di grandi gesti non curano, l’omino piccino le accarezzava con le sue mani amorose di collezionista; ma i suoi occhi vedevano lontano e profondo e non è detto che quella ossessione che lo dominò per un lungo periodo d’anni, ossessione di poteri occulti operanti dietro le piccole cose e le grandi, fosse in tutto e per tutto pazzia. Forse quell’ “impaziente aspirazione ad un punto di vista più ampio” contro cui egli insorge (nel saggio sulle Imprese amorose nelle più antiche incisioni fiorentine) come quella che fa troppo in fretta sorvolare su particolari significativi, conduce al superficialismo non solo nella storia della cultura: e per mancare di quella impaziente e comoda aspirazione i suoi occhi divennero “indicibilmente dolorosi”.
Vasari: Vita del Mantegna
di GIORGIO VASARI
[da LE VITE DE' PIÚ ECCELLENTI ARCHITETTI, PITTORI, ET SCULTORI ITALIANI, DA CIMABUE INSINO A' TEMPI NOSTRI]
Quanto possa il premio nella virtú, colui che opera virtuosamente lo sa; che non sente il freddo, gli incomodi, i disagi, né lo stento, solo per venire allo effetto dello esser premiato, et ha tanta forza l'ambizione nel vedersi onorare e guiderdonare, che la virtú si fa ogni giorno piú vaga, piú lucida, piú chiara e piú divina. Onde chi senza quella si muove ad alzarsi in buon credito fra gli uomini, indarno consuma se medesimo nelle fatiche e si empie d'amaritudine l'animo e la mente senza far frutto. Perché vedendo premiare piú di sé chi nol merita, cadono nella mente e | nello animo pensieri tanto maligni, che si scorda in una ora quel che in molti anni e con molte fatiche aveva da 'l cielo e dalla natura conseguito.
Meditazione su Orfeo / 3
Meditando su Orfeo, il centro attuale della riflessione consiste nell'impossibilità e nello scacco che la forma, il nome, la parola affrontano rispetto alla delimitazione della sostanza coscienziale da cui emergono. Orfeo per me (verrà spiegato più avanti il motivo per cui in questi giorni intensamente studio e medito su Orfeo) è non soltanto il fondatore del canto, e quindi della letteratura come incanto, ma colui che, essendo il fondatore, è esterno a ciò che ha fondato. Su questa apparente insufficienza, vorrei intervenire rovesciando il suo carattere in potenza: cioè in totipotenza, in possibilità totale di alternativa alla letteratura per giungere alla sostanza coscienziale. Finis libri sed non historiae.
A tale proposito, c'è un articolo di Carlo Bo, critico che non mi è mai interessato, su Miguel de Unamuno, autore che non ho mai affrontato degnamente. Riporto qui il testo dell'intervento, che è del 1999 e apparve sul Corriere della sera. Sviluppo e conclusioni mi interessano rispetto alle meditazioni su Orfeo.
Meditazione su Orfeo / 2
di UMBERTO CURI
[... lascia che altri meditino in luogo tuo...]
1. Credo che sia anzitutto necessario ricordare che la figura di Orfeo è collegata a tre distinti, anche se non indipendenti, filoni di fonti e di documenti a noi pervenuti in forma spesso frammentaria, e tuttavia tale da consentirci di ricostruire un'immagine di questa personalità, così al confine tra la leggenda e la storia, qual'è appunto la figura di Orfeo. Orfeo compare anzitutto come iniziatore ed eponimo dei riti che appunto da lui prendono il nome, e della setta, la setta orfica, di cui abbiamo testimonianze abbastanza certe a partire dal V secolo avanti Cristo. In secondo luogo a Orfeo viene fatto convenzionalmente risalire quel complesso frammentario di produzioni poetiche, dal contenuto spesso oracolare ed enigmatico, che va appunto sotto il nome di poesia orfica, in qualche modo in maniera analoga a come l'Iliade e l'Odissea sono riferiti ad Omero. La poesia orfica è collegata a sua volta, secondo tradizioni e testimonianze pressoché concordi, ai riti eleusini e quindi è un ulteriore sostegno alla tradizione di un Orfeo collegato con riti di natura misterica ed iniziatica. Infine Orfeo compare come protagonista di due grandi miti dell'antichità: il mito di Orfeo e di Euridice, e poi un altro mito in cui Orfeo è presente come comprimario anziché come protagonista, cioè quello degli Argonauti: il viaggio di Giasone alla ricerca del vello d'oro, questa sorta di impresa di avventura impossibile ai confini del mondo conosciuto.
Kafka: "Restate del tutto immobili e soli"
di FRANZ KAFKA
Non c'è bisogno che usciate dalla stanza.
Restate seduti alla scrivania ad ascoltare.
Non ascoltate nemmeno, aspettate semplicemente.
Non aspettate nemmeno.
Restate del tutto immobili e soli.
Il mondo vi si offrirà liberamente.
Per essere smascherato, non ha scelta.
Rotolerà in estasi ai vostri piedi.
Meditazione su Orfeo / 1
Nel libretto di Alessandro Striggio per l'Orfeo di Claudio Monteverdi, alla scena prima dell'atto quarto, Orfeo pone una domanda fondamentale, proprio perché formulata da colui che, dopo l'esperienza di un secondo lutto, inventerà la lirica (e musica e poesia). Ecco la domanda di Orfeo, mentre alle sue spalle cammina l'ombra della defunta Euridice, che all'Erebo il semidio sta cercando di sottrarre:
Ma mentre io canto ohimè chi m'assicura
ch'ella mi segua?
Meditazione sulle parole, sulle intenzioni e, infine, sulla sostanza da cui emergono le intenzioni. L'inventore della lirica sta già cantando: un anacronismo mitologico che mette in evidenza un aspetto fondamentale del fare letteratura (del cantare), che altrimenti sarebbe rimasto implicito, non visto, sebbene estraibile comunque dalla vicenda leggendaria.
Se io scrivo, che cosa temo di perdere?
Di qui, una lunga meditazione, che entra nell'àmbito sapienziale, su cosa sia a tutti gli effetti la funzione-Euridice. Importa invece che chi scrive mediti: mentre scrivo e sono nel buio, cosa sto cercando estrarre, di salvare dall'Erebo che (è sicuro) mi è interno alla coscienza-mente? E perché temo di perdere questa cosa se mi metto a osservarla, cioè se ne faccio un oggetto della mia percezione? La situazione è dunque che chi scrive sa che cosa lo sta seguendo, ma non può percepirlo secondo sensi interni o esterni, altrimenti perde ciò che sta seguendo la sua scrittura. Meditazione ulteriore: dove sta camminando chi scrive mentre è seguito da Euridice? Che luogo è? Come è fatto? E, oltre alle immagini, di cosa è materialmente fatto?
Musil: meditazione sulle potenze, cioè l'immaginario
Il compito gravoso è selezionare e sistemare parte importante di ciò che mio padre mi ha lasciato in eredità: libri. Che non sono libri semplici. Per esempio, mentre descatolo tomi e tomi di un'infanzia che non ho mai scordato, una congerie di Marx Gramsci Reich Marcuse Lukacs Fortini Pavese Schumpeter, mi càpita in mano il grande tomo dell'edizione einaudiana settantina de L'uomo senza qualità di Robert Musil. Lasciando perdere quanto l'uomo avesse occultato le sue qualità (intendo colui che trasmette l'eredità), vedo che si legge all'inizio (lo vedo dopo 21 dall'averlo letto e dimenticato):
"Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev'essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.
Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com'è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è".
Ecco, dunque, una perfetta allegoria per significare cosa sia la letteratura e cosa no. Ecco cosa si pone a cavallo tra il pensare e il nonpensare, da cui scaturisce la letteratura: la metafisica delle possibilità, cioè delle potenze, è l'attualità dell'immaginario, cioè la grande letteratura.
Meditazione su una riduzione della coscienza a mente
E' uscito da Cortina La mente di John R. Searle, un riduzionista non-riduzionista, tra i massimi esponenti della filosofia della mente. Medita su quanto si può estrarre dalle parole di chi, in prima battuta, percepisci e consideri come un nemico. In sede di epilogo del libro, che vale comunque come ottimo compendio sullo stato dell'arte delle neuroscienze, Searle scrive:
"A questo punto, ho svolto il compito che mi ero prefisso nel primo capitolo. Ho tentato di fornire una spiegazione della mente per la quale i fenomeni mentali siano parte del mondo naturale. La nostra spiegazione della mente in tutti i suoi aspetti - la coscienza, l'intenzionalità, il libero arbitrio, la causalità mentale, la percezione, l'azione intenzionale, ecc. - è naturalistica in questo senso: in primo luogo, tratta i fenomeni mentali come parte della natura".
E' precisamente questo - queste parole - il momento critico di una guerra tra visioni del mondo in un àmbito di cui gli intellettuali si stanno occupando superficialmente. Questo àmbito - coscienza/mente secondo le neuroscienze - è campo di battaglia come lo fu la filosofia ai tempi della disputa sull'innatismo o la letteratura ai tempi del prevalere dello stile classicista su altri possibili stili. E' questo il perno che fa ruotare il mondo oggi verso il mondo domani. Considerando Searle un nemico umanistico, ne traggo domande che, per me, sono decisive:
- E' corretto considerare la coscienza una funzione mentale e non viceversa?
- Da dove proviene la potenza che è la volizione spontanea e preterintenzionale di quella che Searle chiama "intenzionalità"?
- Da dove e come si desume l'idea di una totalità ralistica che Searle chiama "natura"?
- E' un "io" che tenta questa spiegazione "naturalistica" della mente?
Medita sul fatto che le funzioni linguistiche sono qui considerate come non primarie. Il naturalismo di Searle mette a un suo posto gerarchicamente definito e secondario la letteratura, ma solo se si pensa che la letteratura faccia leva su funzioni linguistiche.
Meditazione su Essere e Nonessere
Medita circa l'umana vanitas della letteratura che, meditando sul rapporto che chi scrive intrattiene col mondo, si lancia verso lo scacco della parola, della forma e dello stile, della struttura, e induce a pensare cosa sia il pensiero quand'esso non abbia oggetto, poiché questo è possibile ed è attività continua e certa, come dimostra il fatto che non ripeti in continuazione "sono un essere umano" eppure lo sai, e oltre, è possibile pensare di non essere un essere umano. Senza oggetto, il pensiero si riduce alla constatazione dell'essere e non altro. Se si è, non è detto che si pensi, ma se si pensa, è certo che si è. Affonda qui, nel buco bianco da cui, misteriosamente, emergono le saghe e le storie, e quella per noi più sorprendente, il mondo che consideriamo reale, il poema di Parmenide:
"Essendo ingenerato è anche imperituro, tutt’intero, unico, immobile e senza fine. Non mai era né sarà, perché è ora tutt’insieme, uno, continuo. Difatti quale origine gli vuoi cercare? Come e donde il suo nascere? Dal non essere non ti permetterò né di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare ciò che non è."
Due meditazioni
Medita su due passi concernenti due spettri tuoi interiori, l'intimo messo alla luce, che la luce della coscienza illumina e non basta. Bisogna infatti compiere lo sforzo di discriminare. Per questo, per la differenza tra l'atto linguistico e l'atto di discriminazione coscienziale, che equivale alla disidentificazione, la letteratura è in scacco, la lettura no: è essere fiondati nella possibilità della discriminazione, che non è pensiero.
Il primo spettro: il mantenimento materiale.
Il secondo spettro: la tua lotta contro la tua intelligenza.
E provengono dalla fonte più inattesa: Freud.
"Le connessioni fra il complesso di interesse per il denaro e quello della defecazione, che sembrano completamente dissimili, appaiono essere le più estese di tutte".
"Tutti quelli che desiderano avere una mente più elevata di quanto la loro costituzione permetta cadono vittime della nevrosi; sarebbero stati più sani se fosse stato loro possibile essere meno buoni".
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