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Giuseppe Genna - MEDIUMLa storia della morte e della transutanziazione del padre: il libro più intimo del Miserabile. Pubblicato in doc e pdf, in html multimediale, e in cartaceo attraverso Lulu.com (un libro vero, il prezzo è stampa e spedizione). Un abbraccio al lettore...
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Disse un Maestro:

"La contentezza mediocre che scaturisce dall’egocentrismo deve essere abbandonata".
E poi disse: "La vera cultura consiste nel riuscire a vedere l'unità esistente fra piacere e dolore".



Scusate: sto male... Ma in un altro senso. Sto male davvero.

Quello che avrei da dire su questo Paese di merda, l'unico nel Continente a non avere in Parlamento una forza di sinistra e nemmeno una socialista, bensì soltanto un contenitore vuoto di proposte che crede ciecamente nel libero mercato e un contenitore vuoto che crede ciecamente nel libero mercato, oltre a una falange sfascista e qualunquista che rappresenta il 25% della popolazione votante della mia regione - quello che avrei da dire lo si può indurre dai libri che scrivo, se si ha voglia di leggerli e se si ha voglia indurlo (per esempio, c'è qualcosa da indurre da qui). Quindi non ho da commentare, se non attraverso le parole di altri, che in questo Paese sono in verità tra gli intellettuali più avanti della compagine che era intellettuale e che a questo punto può tranquillamente continuare a snobbeggiare beandosi dei lucori tremolanti delle luci dello spettacolo, inscenato nemmeno ad arte, ma contro l'arte.
La parola, dunque, a dei miei compagni di strada, che dicono come la penso meglio di come lo direi io.

Elio e le storie tese - (Sanremo 1996) La terra dei cachi



Una cosa divertente che non farò mai più

reportagevf.jpgCon il geniale titolo "Topolino, me la dice una cosa su Minnie?", Vanity Fair, nel numero attualmente in edicola, ha pubblicato un reportage avantpop del sottoscritto, sequestrato per due giorni nei dintorni di Düsseldorf, dove ha assistito allo spettacolo on ice di Disney, che celebra il centenario di Walt (lo celebra da nove anni senza soluzione di continuità). Purtroppo lo spazio della rivista non è quello di un libro, poiché ci sarebbe da scrivere un libro alla Foster Wallace su quanto ho visto e vissuto: Disney era la presenza più umana e reale in questa sorta di Garbagnate sotto plexiglas, il più colossale centro commerciale che abbia mai visto. Per non dire della sconcertante epifania all'ingresso dell'immenso hotel in stile minimal-fusion e di ciò che accadeva nella hall e nelle stanze.
Ecco il testo del reportage
.

* * *

Un geniale autore americano, Stanley Elkin, negli anni Ottanta scrisse un romanzo, Magic Kingdom (edito in Italia da minimum fax), che si può riassumere così: sette bambini inglesi affetti da malattie terminali fanno una “vacanza da sogno” a Disneyland. Topolino arriva ad approcciarli filosoficamente: “Non è che Topolino è nato ieri, eh?”. Infatti è nato cent’anni fa. O meglio: nel 1901 è nato in papà di Topolino, Walt Disney, e la compagnia, per festeggiare il secolo di vita, si autocelebra sin dal 1999. Lo fa con uno show itinerante che arriva per la prima volta in Italia, Disney on ice, una produzione che non ha nulla di megalomane e molto di strabiliante: sedici tir, un circo di quarantesette pattinatori che potrebbero concorrere alle Olimpiadi invernali, macchine che creano il ghiaccio ovunque lo spettacolo approdi. Un anno in giro per il mondo disneyzzato, a mostrare quanto sia disneyzzato. Ora Disney on ice sbarca in Italia (a Milano, Torino e Roma), ma io, che sono uno scrittore e godo di privilegi inusitati, ho avuto l’onore oneroso di assistere allo show in anteprima – in Germania, a 50 km da Düsseldorf, in quel dell’Arena di Oberhausen, una sorta di Vigevano tedesca completamente plasticizzata.



Operazione interiore: nigredo amorosa

"Da questa visione innanzi cominciò lo mio spirito naturale ad essere impedito ne la sua operazione, però che l'anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; onde io divenni in picciolo tempo poi di sì fraile e debole condizione, che a molti amici pesava de la mia vista; e molti pieni d'invidia già si procacciavano di sapere di me quello che io volea del tutto celare ad altrui. Ed io, accorgendomi del malvagio domandare che mi faceano, per la volontade d'Amore, lo quale mi comandava secondo lo consiglio de la ragione, rispondea loro che Amore era quelli che così m'avea governato. Dicea d'Amore, però che io portava nel viso tante de le sue insegne, che questo non si potea ricovrire. E quando mi domandavano: "Per cui t'ha così distrutto questo Amore?", ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro".

Dante Alighieri, Vita nova, IV



Rondò veneziano: la nostalgia

anglee.jpg[Prima che iniziasse la kermesse cinematografica della 64ma edizione della Mostra di Venezia, il Riformista mi ha chiesto un articolo di consigli ai giurati, essendo stato giurato io stesso all'edizione precedente ed ero e sono vittima di una nostalgia dolce e infinita per quell'esperienza, la più bella della mia vita intellettuale. Riproduco l'articolo, con un addendum finale che scrivo ora. gg]

Un giorno di afa chimica, l’anno scorso, ero in treno, scaricato nel piazzale della stazione di Bologna dalla mia fidanzata, che mi aveva lasciato. Il cellulare squillò: non era la fidanzata che ci aveva ripensato, era il direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Marco Müller. Mi chiedeva di fare parte della giuria della competizione, all’ipogeo della mia misera esistenza. Era uno choc a pochi minuti da un altro choc, ma ben meno patetico di quello che avevo subìto negli affetti. Si tende a scordare che la Mostra del Cinema, tra i festival del grande schermo, vanta la maggiore durata, un arco di vita che definire mitologico è riduttivo. Non so da quanto uno scrittore non veniva invitato a prenderne parte.



Dolore, annullamento, paura, Kafka, aiuto

kafkaaiuto.jpg"Gli orologi non vanno d’accordo, quello interiore corre a precipizio in un modo diabolico o demoniaco o in ogni caso disumano, mentre quello esterno segue faticosamente il solito ritmo.Che altro può accadere se non che i due diversi mondi si dividano?"
(Diari, 16 gennaio 1922)

"Oggi, a mezzogiorno, prima di addormentarmi, ma non mi addormentai affatto, giaceva sopra il mio petto una donna di cera. Aveva il viso reclinato sopra il mio, il suo avambraccio sinistro mi premeva sul petto".
(Diari, 16 novembre 1911)

"Insonne quasi del tutto; tormentato dai sogni, come se fossero graffiatidentro di me, in un materiale renitente".
(Diari, 3 febbraio 1922)

"Sembrava che a me come a tutti gli altri fosse dato il centro del cerchio e come tutti gli altri io dovessi percorrere il raggio decisivo e poi tracciare il bel cerchio. Invece ho preso sempre la rincorsa verso il raggio, ma sempre ho dovuto interromperlo. Dal centro del cerchio immaginario partono fitti raggi incipienti, non c’è più posto per un nuovo tentativo e la mancanza di posto significa vecchiaia, debolezza nervosa, e la mancanza di tentativi significa la fine".
(Diari, 23 gennaio 1922)

"La solitudine che per la maggior parte mi fu sempre imposta e in parte fu da me cercata (ma non fu anche questa costrizione?) perde ora ogni ambiguità e mira all’esteriore. Dove conduce? Può portare, e ciò mi sembra ineluttabile, alla follia. E qui non occorre aggiungere altro".
(Diari, 16 gennaio 1922)

“Da me vuoi sapere la via?”
("Rinuncia!", dai Racconti)



Manca

nigredp.jpgSe solamente arrivassi al nero vero, al nero vero...
Cosa credete impala che attraversate i colpi di tamburo delle mie pulsazioni interne, cosa credete filarie che mi intasate l'intrico rosso smalto delle arterie, cosa credete blatte che attente insistete sulla soglia delle mie barriere? Le mie barriere che ho pòsto a vigilare confini che ho dimenticato... Che le mie lingue non siano fuoco e battano sui tamburi delle pulsazioni mie? Credete che lo stormo che si avvicina in erosione dell'aria alla mia testa infuocata io non sappia arrestarlo? Io ho appreso con dura fatica e spreco di amore a cancellare, so ripulire con il polso sfiancato e i tendini corrosi dalla stanchezza e dal sordo dolore le superfici meno adatte, i confini che neanche supponevo...
Manca. Crogiolìo. Fatto patogeno. Sia accluso il mio cervello di pietra e il mio cuore di riso al latte, ogni infanzia mia vissuta e rivissuta e vomitata in crediti e per conto terzi, sia incluso il proiettile splendido e cherubino che sto sparando da anni non veduto io, sia acclusa ogni sfrangiata seta disfatta dalle mie disperazioni ché questo sono e sono capace, io, se manca, di occludere la mancanza e di stabilire, certo signore che troneggia nel centro di qualunque ventricolo che abbia battaglia, il mio luogo regnante, la mia solitudine famelica, l'opportunità del lavoro interiore - il suo sfrangiarsi in molte fibre e io le rimirerò a una a una.



Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM / 3

opera.gifIl testo del TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM
• Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM: Prima autoglossa | Seconda autoglossa

E' incalcolabile il passaggio che dalla Valle misurabile e quantificabile porta, nella seconda installazione del Trittico, al bambino che diviene il Bambino (vd. la seconda autoglossa). Il Bambino mentale, che si sottrae alla misurabilità spaziale e alla collocabilità temporale, è un considerato un archetipo. Il cosiddetto Ur-Kind, il Bambino Primordiale o quintessenziale, ha infinite evenienze nella tradizione artistica, specialmente pittorica, e anche in quella letteraria, sotto specie di archetipo. Se devo trovare un antecedente istantaneo a questa ossessione che attraversa i romanzi che ho scritto, questa sta nella Divina Commedia, al canto trentesimo del Paradiso.



Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM / 2

opera.gifIl testo del TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM
• Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM: Prima autoglossa

Questo percorso in autoglossa sul Trittico della Vallis Lacrymarum procede per balzi, per deviazioni, per attestazioni su passi, per derive e digressioni, in assenza momentanea di una riflessione sul disegno (e sulla struttura) del Trittico stesso che, come già detto, è un movimento che si ispira a Celan, ma più precisamente alla lettura che di Stretto fa Peter Szondi.
Non è un caso che abbia iniziato dalla fine. La frase terminale dell'ultima installazione è l'apertura che trasforma la fine in un esaurimento di potenza, in una stanchezza mentale, nel tentativo di trapassare nell'oltreculturale, in un'eccedenza in cui il pensiero accade: e tale tentativo, essendo comunque linguistico, è predestinato al fallimento. Mi importa tuttavia una figurazione retorica che non si inscrive nello spettro della retorica accademizzata e che è la nozione di pressione, che ho tentato di evidenziare nel saggio su Personaggio Vuoto, occupandomi di Lovecraft.
Cioè: cosa preme perché il pensiero, a furia di superamenti di ostacoli e soglie, essendo peraltro pensiero immaginale, giunga all'esaurimento e si ritrovi in uno spazio aperto di cui nulla sa dire? Questa pressione è un percorso, cioè è un destino nel senso conferito a tale nozione dalla tragedia classica greca. Qualcosa preme se "io" attraversa ostacoli. Desidero occuparmi a tale proposito di una delle soglie, od ostacoli, che il testo mi propone: è la figura del Bambino nella seconda installazione del Trittico, per cui ho dovuto richiamare, come paratia necessaria, la poesia di Wallace Stevens da Note sulla suprema finzione.



Wallace Stevens: da Note sulla suprema finzione

Per autoglossare un passo del Trittico della Vallis Lachrymarum, quello che concerne il Bambino a inizio della seconda installazione, mi serve una poesia di Wallace Stevens. Questa:

inizia a percepire l’idea, efebo
di questa invenzione, questo mondo inventato,
l’idea inconcepibile del sole.

puoi essere un uomo ignorante di nuovo,
osservare di nuovo il sole in un occhio ignorante,
osservarlo chiaramente nell’idea di questo.

non serve che tu pensi a una mente inventata origine
di questa idea, né serve comporre per la mente
il grande maestro nella combustione del suo fuoco.

pulisci il sole visto ora nella sua idea,
si lava nella più lontana pulizia del cielo,
noi espulsi e le nostre immaginazioni...

la morte di un dio è la morte di tutto.
lascia Phoebus il violaceo mentire a se stesso all’ombra del raccolto,
lascia Phoebus dormire e morire all’ombra in autunno.

Phoebus è un’idea, efebo. Ma Phoebus
era il nome per qualcosa che non ne avrebbe potuti avere...
c’era un progetto per il sole e c’è un progetto.

c’è un progetto per il sole. Il sole
non ha nome alcuno, l’oro è il suo fiorire, ma può
essere nella difficoltà di essere.

[da Note sulla suprema finzione, traduzione di Christian Sinicco, lievemente modificata dal sottoscritto]



Autoglosse sul TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM / 1

opera.gifIl testo del TRITTICO DELLA VALLIS LACRYMARUM

Comincio dalla fine.
La prima stesura della frase finale (non si tratta di un verso) era: IO ADESSO AZZERO TUTTO. L'accento, dunque, è sull'io: l'io azzera tutto, cioè esibisce la potenza di epoché, di annullare la percezione e la prospettiva da cui il mondo è guardato. E' così? No: poiché io non azzera il mondo: pretende di azzerare tutto - cioè ogni possibilità di percezione, vale a dire ogni possibilità di presenza di configurazioni percettive. L'adozione del maiuscolo, che è un unicum nel testo, è mutuata da un segmento del poema Il disperso di Maurizio Cucchi, titolata In treno:

"Ecco... | ECCO | Così SCAGIONATE perbacco | a passeggio REALI qua e là | LE PERSONE E LE COSE"



Il (mio) problema teorico

muttley.jpgIerisera un caro amico scrittore: "La percezione nella comunità di te come teorico è di inesistenza". Incomincio così, con più riferimenti personali, per circoscrivere alcune modalità, interne alla inestente comunità intellettuale italiana, realtive al dibattito teorico letterario. Questo itinerario non serve soltanto a descrivere il campo di interrogazione teorica, ma anche a stabilire i tratti incerti dell'oggetto dell'interrogazione stessa.
Dunque, dopo ciò che mi dice il mio amico scrittore, a un'ora di distanza, una cara amica scrittrice, al telefono: "Il problema è che la comunità non vede più l'emergenza della lingua, non ha i mezzi per interpretare e teorizzare, si rifà a schemi conchiusi". Contemporaneamente, una mail di un critico che stimo: "C'è nei tuoi libri qualcosa di stilisticamente irrisolto".
Parto da queste premesse non per parlare di me, bensì per fare intendere come, spesso se non sempre, alla generalità della inesistente comunità intellettuale italiana, un discorso teorico idiosincratico sfugga, per mancanza di riferimenti che impone l'impossibilità di percepire l'oggetto in questione. Sia detto che non ho mai pubblicato nulla di teorico o critico in forma cartacea (ho pubblicato la parodia del teorico, ma questo è altro discorso). Ciò, anzitutto, perché sono uno scrittore e non un critico e le cose critiche che ho scritto in Rete sono sempre partite da una specola prospettica, relativa a mie poetiche. Tutto ciò che di teorico posso esprimere è relativo a mie poetiche. Tranne un'eccedenza, che è la componente che crea diffidenza, ilarità o misinterpretazione. Tale eccedenza è un oggetto teorico extralinguistico e, quindi, se ne può parlare solo per analogia. Provo quindi a parlarne per analogia.



Michaux e il Canto del Personaggio Vuoto


michaux.jpgA proposito del saggio sul Personaggio Vuoto e in particolare al segmento su Kafka e Giuseppina la cantante, Riccardo Corona mi invia alcuni passi da Henri Michaux, che sia lui sia io avvertiamo in consonanza con il discorso che tentavo di fare. Ringrazio Riccardo per la fatica della trascrizione e la gentilezza nell'offrirmela.[gg]

"In ciò che stavo ascoltando, mi ero inbattuto in un movimrnto contrario al mio. Lo fermai. Più non si udì il mondo degli altri. MUSICA addio. Restò SILENZIO. Rimanevo senza muovermi, assolutamente senza muovermì Ero in riposo. Condizione prima. Innanzitutto il riposo, un riposo che non fosse solo assenza di mobilità, per mutarsi bene presto in sonnolenza e tutto sarebbe stato perduto, bensì un riposo d'un grado più avanzato, che è l'abbandono alla perdita d'intervento.
Finita ogni captazione.
[...] Essere molto vigile e supremamente distaccato. E' necassario smettere, e io avevo smesso, d'investigare: totalmente, o quasi.
Pensiero smobilitato, è questo che occorre.
Senza potervi neanche minimamente riflettere in quel momento, sentivo questa condizione come capitale...Niente preferenze nella contemplazione. Vedere, ma non esaminare. E' l'altro che guida l'osservazione. Non si deve immischiarsene. L'altro non deve essere interrotto...
Quello che sembrava possedere, in fatto di coscienza, una misura più larga della mia, quel lui che allettare è impossibile, col quale non si può dialogare o discutere aveva palesato le proprie conoscenze solo nel momento in cui, affaticato, smettendo d'intervenire, di cercare e di funzionare personalmente, avevo rinunciato alle riflessioni veramente mie, alle distraenti, pungenti, sorprendenti riflessioni, di quelle che piacciono , che mantengono in zona agitata...
Durante le magnifiche ore di quell'intervallo fondamentale, soprattutto credo si siano realizzato alcune condizioni della Contemplazione...
La grandezza, l'incomparabile era presente.
Grandezza quando non c'è più ragionamento, quando cessa l'intercettazione dell'intrusa che in ogni momento e e dappertutto s'infischia. Grandezza, quando la restrittrice, quando la mediocrizzante se n'è andata..."

da H. Michaux Brecce, il brano si intitola "Avvento della contemplazione", p. 227, ed. Adelphi



Il Personaggio Vuoto: audiofile del seminario

Il saggio in quattro parti dedicato a Il Personaggio Vuoto è una traccia scritta di cui soltanto la quarta parte è stata sviluppata oralmente, nel corso del seminario universitario ideato e gestito da Donata Feroldi, dal titolo Il Personaggio: prospettive teoriche e metodologiche (qui il programma in pdf), tenutosi alla scuola di Alti Studi dell'Università di Siena. Il mio intervento è durato precisamente un'ora. Rendo disponibile, per chi utilizzasse adsl o fibra ottica, i due file che compongono l'intervento stesso. In calce, il link per scaricare in formato Word il documento intero e, infine, i quattro link dei passi che compongono questo abbozzo iniziale di un saggio destinato ad allargarsi.

icoaudiogrey.gif Il Personaggio Vuoto: parte 1 [10M]
icoaudiogrey.gif Il Personaggio Vuoto: parte 2 [11M]

wordmini.gif Il saggio Il Personaggio Vuoto [.doc]

Il Personaggio Vuoto on line
1 - Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka
2 - Bartleby
3 - Lovecraft, ovvero l'Autore Vuoto e l'Opera Vuota

4 - L'antieconomia della narrazione in Burroughs



Il Personaggio Vuoto: 4 - L'antieconomia della narrazione in Burroughs

IL PERSONAGGIO VUOTO
1 - Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka
2 - Bartleby
3 - Lovecraft, ovvero l'Autore Vuoto e l'Opera Vuota

burroughspv.jpgBurroughs, in una sorta di racconto autointervista del '63 (reperibile in Burroughs Live, a cura di Sylvère Lotringer): "Io non sono un dipendente. Io sono il dipendente. Il dipendente che ho inventato per mostrare questo spettacolo itinerante sulla strada della tossicodipendenza. Io sono tutti i dipendenti e le dipendenze e tutti i tossici del mondo. Sono la tossicodipendenza e sono incatenato a questa dipendenza nei secoli dei secoli. Ora utilizzo un'immagine basica della dipendenza. Estendetela. Io sono la realtà e sono totalmente dipendente da questa realtà. Datemi un vecchio muro, una cassetta della frutta e io posso, Dio me ne è testimone, sedere lì inerte per tutti i giorni a venire. Perché io sono il muro e anche la cassetta. Il che significa: necessito di un ospite umano".
Da questo assolutismo della percezione, che è la scoperta della dipendenza, Burroughs fa emergere il senso reale del Personaggio Vuoto, assumendolo in prima persona: è l'immagine di Bartleby alla sua indefinita fine, al di là della fine e dell'inizio: fermo, in contemplazione, davanti a un muro. Come è arrivato a questo punto, e insospettabilmente, William Seward Burroughs? Si è consapevoli che questo scrittore è la più prodigiosa macchina produttiva di Personaggi Vuoti del secolo?



Il Personaggio Vuoto - 3: Lovecraft, ovvero l'Autore Vuoto e l'Opera Vuota

IL PERSONAGGIO VUOTO
1 - Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka
2 - Bartleby

lovecraftpv.jpgNon sono né un critico né un teorico, sebbene, come ogni scrittore, disponendo di una poetica propria che fa riferimento a una tradizione non solo letteraria e gestando un amore per le poetiche a me distanti con tutto il loro bagaglio e corollario, io possa esprimere ragionamenti che in parte sembrino critica o teoria della letteratura. Si tratta tuttavia di un atto particolare: scrittori che scrivono di scrittori spostano l'orizzonte saltando nessi, ma praticando scarti che possono essere di notevole aiuto. Così non c'è da sorprendersi se l'atto teorico e critico più folgorante degli ultimi vent'anni di saggistica letteraria mondiale l'abbia compiuto uno scrittore su un altro scrittore: cioè Michel Houellebecq con il suo H.P. Lovecraft - Contro il mondo, contro la vita. E' un testo fondamentale nel discorso che porto avanti sul Personaggio Vuoto, poiché è fondamentale l'operazione che compie Lovecraft, che è poi tra l'altro il secondo scrittore che ho letto in vita mia e che mi ha spinto alla scrittura.



Il Personaggio Vuoto: 2 - Bartleby

melvillebartleby.jpg“Messaggere di vita, queste lettere corrono verso la morte. Ah Bartleby! Ah umanità!”. Ecco l'esito finale di un Personaggio Vuoto, il Personaggio Vuoto americano per eccellenza, lo scrivano indefettibile e para-ascetico che rinnova un'impossibilità di redenzione del simbolico attraverso la sua formula vuota, una formula magica o, a ben vedere, anti-magica: "Preferirei di no" ("I would prefer not to"). L'esito è un a-verbalismo, l'impotenza dello scrittore, l'urlo che non appartiene ai linguaggi, la resa o il compimento di Melville, di Bartleby, di tutta l'umanità, l'urlo gridato con dolore profetico, quello che lancia l'Isaia che ha predetto e ha descritto e nonostante tutto ha visto compiersi la catastrofe annunciata: "Ah!". Lingua che esiste a-linguisticamente, ma che è lingua, verbale ed emotiva e corporea: non lingua morta - questo non è un decreto fallimentare, è la constatazione del compimento, è il Vivente della lingua. Oltre quell'urlo: il silenzio.



Il Personaggio Vuoto - 1: Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka

[La prossima settimana parteciperò a un seminario chiuso organizzato da Donata Feroldi all'Università di Siena. Feroldi, che sta tra l'altro completando il primo dizionario analogico italiano che viene pubblicato dal 1920, ha dato un titolo da vertigine al seminario: "Il personaggio". Da settimane nuoto nel mare magno delle possibili interpretazioni, dei depositi storici che la tradizione della teoria della letteratura, la filosofia tutta, l'apparato della critica e della mitografia hanno fornito come possibile e fallimentare mappatura. Data la particolare configurazione del seminario, che è dialogico, non devo tenere una relazione - valgono quindi intuizioni, idee, sospetti, accelerazioni e suggestioni. Su una di queste mi appunto qui. gg]

kafkagiuseppina.jpgIl Personaggio che mi interessa è Vuoto. Il vuoto non è il non-essere, quindi posso parlarne. Il vuoto condensa in materia vibrando, come ormai la fisica sospetta, amaramente non riuscendo a cogliere come ciò accada e soprattutto come sia possibile che una non-sostanza produca sostanze. Dal vuoto - è l'ipotesi del mio lavoro - emergono forme, figure, condensazioni via via più pesanti - corpi infine e, certo, personaggi. Kafka parla della letteratura, in uno dei suoi journal, come di "assalto ai limiti dell'umano" - e io forzo questa abissale espressione e dico: "assalto ai limiti, alle configurazioni dell'umano, per cogliere l'umano, ciò che misteriosamente è umano in sé, il noumenico umano". A queste latitudini si manifestano, a mio avviso, i Personaggi Vuoti - gli Inesplicabili, gli Interrogativi, i Metafisici che Muovono Domande Continue e Continuamente Scansanti le Risposte Possibili: Bartleby, il Lee del Pasto Nudo, Jakob von Gunten e, ovviamente, tutti i personaggi di Kafka. Di questi, per il momento, mi interessa la protagonista del racconto Giuseppina la cantante ovvero il popolo dei topi.



Alcune riflessioni sulla ricezione di MEDIUM

mediuminvertito.jpgLa pagina di Lulu.com per acquistare la versione cartacea di MEDIUM è stata visitata 2340 volte. Le copie vendute sono al momento 309. L'obbiettivo che il progetto si poneva era di raggiungere in forma cartacea 300 lettori entro dicembre. Ogni capitolo di MEDIUM on line è stato visitato da una media di 2.000 utenti unici, per un tempo medio di 4'50": cioè, è stato effettivamente letto.
Per tramite di un'intellettuale bulgara visitatrice del sito, un editore di Sofia si è interessato a MEDIUM, che verrà tradotto e pubblicato in Bulgaria: l'autore non percepirà nulla dell'anticipo e dei diritti di vendita, che andranno invece a un'associazione benefica che aiuta bambini orfani.
Il sottoscritto ha ricevuto 124 mail estremamente commoventi e lunghe, che ha conservato in apposita cartella e a cui ha risposto in toto, lettere circa questioni personali intimissime, che riguardano la perdita del padre, della madre, di fratelli e sorelle, in relazione all'impossibilità di parlare di questa esperienza, così profondamente individuale e traumatica, così universale.
Prima riflessione: l'abbraccio che mi auguravo è riuscito.



Volti dell’Oscurità, Volti della Luce: meditare Corbin


Meditazione scritta da Henry Corbin nel 1932 sulle rive del Lago Siljan in Svezia all’età di 29 anni. Lui la intitolò ‘Teologia sulle sponde del lago’:
"Tutto è rivelazione; esiste solo ri-velazione. Ma la rivelazione proviene dallo Spirito, e non si ha conoscenza dello Spirito.
Presto sarà il tramonto, ma ancora le nuvole sono nitide, i pini non sono ancora immersi nell’oscurità, poiché il lago li illumina in trasparenza. E tutto è verde, squillante come il canto all’unisono di tutte le canne di un organo. Si deve ascoltarlo seduti, molto vicini alla Terra, con le braccia incrociate, gli occhi chiusi, fingendo di dormire.
Non è necessario avanzare imperiosi, come un conquistatore e voler dare un nome alle cose, a tutto; esse ti diranno chi sei, se ascolti, ardendo di desiderio come un amante. Poiché all’improvviso, nell’ininterrotta pace della foresta del Nord, la Terra è venuta a te, visibile come un Angelo che potrebbe essere una donna, e nella sua apparizione, questo verde splendore e la fitta solitudine, sì, l’Angelo è vestito di verde, il verde del crepuscolo, del silenzio e della verità. Allora tutta la dolcezza della resa di un abbraccio trionfa su di te".



Il discorso che non riesco a fare 2.0

[Mi interessa la letteratura? A questa domanda dovrei rispondere "sì". E mentirei: perché mi interessa un territorio che supera la letteratura, la sopravanza, ed è un territorio di perenne indagine. Si sostituisca ad "attore" la parola "scrittore", a "spettatore" "lettore", a "teatro" "letteratura": ed ecco che è ancora Grotowski a incaricarsi di enunciare quanto io non riesco a enunciare e che ho deciso di fare enunciare ad altri - non soltanto Grotowski. Tra il 1970 e il '73, il grande regista polacco si esprimeva così, attraverso parole che valgono per arte, amicizia, amore e morte - cioè le aree umane dove l'incontro con se stessi (e quindi con gli altri) è intensificato alla massima potenza. La forma artistica extracanonica a cui allude Grotowski è dunque identica alle meccaniche amorose: un altro discorso che non riesco a fare...]

Non condurrò più esperimenti teatrali; la teoria sulla recitazione esposta in Per un Teatro Povero appartiene ormai al passato; gli esperimenti intrapresi riguardano ormai forme di attività che non avevano alcun rapporto con i tradizionali concetti teatrali di "spettacolo" e "spettatore". Mi sta a cuore l'attuale tendenza del teatro? No. Ed inoltre, mi sta a cuore il teatro come arte? Dovrei dare una risposta affermativa. Ma è essenziale e fondamentale? No...Potrei dire che stiamo cercando un certo genere di territorio, diverso dal teatro...La ricerca stessa potrebbe diventare un campo di indagine.



Il discorso che non riesco a fare

giunigredo.jpg[Mentre tutto s'abbuia, sempre più, mentre lavoro a una sorpresa per i lettori di questo sito, mentre rileggo il romanzo e ne constato le zone in cui reintervenire, mentre la mia vita privata va a rotoli (rotoli di tessuto nero), sento la necessità di esprimere una volta ancora il discorso che non riesco a fare o, se tento di farlo, non è possibile che io sia capito. Non è un discorso mio e qui "io" c'entra poco: e già questo non è capito, sembra che io ci tenga tanto, troppo, addirittura diventi aggressivo se compio questo discorso. Concerne il superamento dei canoni-non/canoni attuali dell'arte. Concerne la libertà di fregarsene della tradizione soltanto nel momento in cui si è stati immersi nella tradizione fino a saturarsene. Concerne l'indifferenza agli esiti. Concerne l'indifferenza all'arte stessa. Se cerco di parlarne, osservo scatenarsi le più varie reazioni emotive, persino tra gli intimi che solitamente comprendono il mio dialetto idiosincratico e il fatto che per me, tale discorso, è l'unica spinta a scrivere. Ne riesco abbattuto. Uso, quindi, parole di altri. Ancora Grotowski (vedi qui e qui), prescindendo dall'arte teatrale, in uno scritto pubblicato postumo: Grotowski affida questo discorso a un momento in cui lui non c'è, e non ne parla, come forse dovrei imparare a fare io, evitando così di apparire come uno snob (che non sono) o uno che esclude gli altri da comprensione e partecipazione (idem). Le sottolineature nel testo sono mie: vanno riferite a ciò che ho in mente e a cui, evidentemente, Grotowski pure mirava. gg]

Jerzy Grotowski
4 Luglio 1998
E' possibile che il termine della mia vita si avvicini. Tengo prima di tutto a rettificare un'informazione che falsa la comprensione del lavoro del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards.
Action: l'ultimo spettacolo di Grotowski: questa informazione contiene tre deformazioni della verità.
Il mio ultimo spettacolo, come regista, s’intitola Apocalypsis cum figuris. Fu creato nel 1969 e le sue rappresentazioni sono terminate nel 1980. Da allora non ho più fatto alcuno spettacolo.
Action non è uno spettacolo. Non appartiene all’ambito dell'arte come presentazione. E' un'opera creata nel campo dell'arte come veicolo. E' concepita per strutturare, in un materiale legato alle performing arts, il lavoro su se stessi degli attuanti.



Scusate: me e i miei libri. Dialogo a distanza con lo scrittore/lettore

Devo scusarmi, ma sento la necessità di parlare di me e delle mie cose.

sl.jpgOggi, incontro con un bravo scrittore, che non è stato compreso a pieno, finora. Scopro che è un lettore dei miei libri. Ne parliamo e io parlo come secondo me si parla di letteratura, e quando io dico: "A me, i miei libri non soddisfano, non è quello che voglio fare e nemmeno quello che volevo fare", l'uomo manifesta delusione, rabbia, incomprensione. Dice: "Hai fatto marchette, in pratica? Nel nome di Ishmael è una marchetta?". Cerco di spiegargli. Non ha letto Assalto a un tempo devastato e vile, e quindi mi identifica con i tre libri che hanno per protagonista Lopez (escludo Catrame, che è un libro breve e non un thriller). Cerco di spiegare che a me la narrazione attraverso romanzo non ha più nulla da dire. Che la mia poetica è un'altra. Che per me è fondamentale sovvertire e spaccare la forma romanzo. Alludo al romanzo, dicendogli: il prossimo libro è pensato come un insieme di metope. Lui risponde: "Sì, ma lo stile... Il tuo stile... Ishmael, Il Drago e Grande Madre Rossa hanno il medesimo stile, è il tuo stile!". Rispondo che io non ho stile. La delusione si ingrossa. Argomento: lo stile è zero, è difesa psichica, a me la scrittura e l'opera servono come arco di dissoluzione delle difese psichiche. C'è un'intenzione, per ogni libro, che è quella di arrivare a punti di me in cui la coscienza non è previamente giunta, e ciò non ha nulla a che fare con lo stile. La lingua è inesistente, il suo primato è superficiale. Faccio l'esempio di ciò a cui io guardo: i monumenti sacri induisti e buddhisti, scolpiti da anonimi che cercano di arrivare a dissolvere la psiche perché ritengono che l'uomo non sia solo corpo e psiche, sono opere che non vengono restaurate, perché essi stessi non sono il monumento: il monumento è il tempo che erode il monumento. Io guardo a questa cosa qui. Il romanzo tradizionale (che non esiste; diciamo, grezzamente, il romanzo che narra chiudendo, più o meno linearmente) non è più da me avvertito come forma veritativa: cioè, non mi fa calare in zone che non conosco. Posso raccontare storie, certamente, riutilizzare lo stile delle storie a cui certi lettori si sono abituati (lo scrittore/lettore in questione, per esempio, si è talmente abituato che il Dies Irae lo percepisce in continuità con la trilogia di Lopez). Mi continua a rispondere che i lettori così vengono delusi, che la mia è un'operazione elitaria. Gli controbatto che ciò a cui io penso e a cui mi piacerebbe lavorare è un'installazione, un ciclo di installazioni, di cui certi inserti e il finale del Dies Irae costituiscono un esempio. Si inalbera quando dico che non mi importa se i lettori saranno trecento. Dice: "Trascuri il lettore". Non trascuro il lettore. Il lettore è il tempo dei monumenti induisti: è l'erosione del libro, che viene consumato dai climi mentali e dalle ore di attenzione e di differenti comprensioni e prospettive spese da chi legge un romanzo del sottoscritto. Quanto alle marchette, si tratta di un falso problema: io ho scritto e scrivo con il massimo dell'onestà, in una forma che sorgivamente farei germogliare in altro modo, rendendomi impubblicabile. Ho scelto, invece, di usare squarci in strutture di genere consolidato, ma il genere non esiste, non ha per me più senso che esista. Per me: non per gli altri scrittori o per i lettori. La fatica che ho speso nell'organizzare e nel portare a termine un romanzo che nessuno aveva tentato prima, per esempio, è il mio tentativo di dissolvere il genere storico. Se sbaglio, vividdio: posso sbagliare, sono libero di sbagliare... giunigredo.jpgDi fronte a ciò che sogno, l'autore/lettore arretra, abbastanza deluso: questo ciclo aperto, in cui il lettore non è più guidato, anzi, è portato a provare il dolore della mancanza di riferimento, il punto silenzioso che prima fa paura ed è nero, poi si illumina e diventa incandescente, dove non è più differenza tra me che scrivo e il lettore che legge - il punto preciso dell'abbraccio, del coito, dell'osmosi, della ricongiunzione di due parti innaturalmente separate... La polemica continua. Cito Hugo, Wallace Stevens, Eliot, Kafka, Celan, Burroughs, Petrolio di Pasolini: scrivevano calcolando i lettori del proprio tempo? Oppure si inabissavano alla ricerca di ciò che sarebbe stato abbracciabile dai lettori di ogni tempo?
Ognuno, ovviamente, ha la propria estetica: sia lo scrittore sia il lettore. Ognuno prende questo relitto, questa reliquia, che è il libro, messaggio lanciato privo di bottiglia, e lo legge come vuole. L'autore abbandona il proprio parto. Io sento questo, altri sentiranno altro.
Mi spiace che lo scrittore/lettore sia rimasto deluso e abbia percepito in me una falsità inesistente, nel momento in cui ho detto che, se dovessi giudicarmi, Assalto a un tempo devastato e vile e alcuni stralci di Dies Irae sono le cose scritte da me che mi soddisfano a pieno, perché mi hanno consentito un lavoro di inabissamento e incanto. I thriller erano votati alla fine del genere thriller, alla comunicazione di determinate informazioni, alla scrittura che poteva spaccarsi e permettere finestre sull'oscurità che non si sa: a me interessano quelle finestre. I lettori sono liberissimi di apprezzare non i buchi, ma il pieno. Ho scritto anche il pieno. Lo avrei scritto diversamente, date altre condizioni storiche. Un libro non è per sempre, nel mio caso. Lo stile è molti stili, poiché ciò che conta, per me, è l'indole della lingua, avvertire l'indole della lingua e starci. L'indole della lingua non è la lingua e non è lo stile.
Infine, il rapporto col popolare. Cosa fa uno scrittore? Intercetta. Intercetta ciò che è immaginario puro e comunitario, a più livelli. Gli immaginari fioriscono o sono già fioriti. A me interessa ciò che può fiorire. Se sbaglio a intercettare, sono un cattivo scrittore, epperò libero. Questa libertà il nostro tempo mette a repentaglio, io avverto la pressione di un simile repentaglio. Io spero di sfuggire al repentaglio e di potere scrivere fuori da ogni repentaglio: lo sguardo dell'altro non mi mette a repentaglio, a meno che non sia uno sguardo giudicante, la pupilla che percepisce in base a ciò che è avvenuto. La pupilla è aperta, essa stessa presenta il fundus oculi come un buco nero. Andare nel buco nero è la mia ambizione. L'esaurimento della letteratura, questo fallimento a priori praticato con inesausto amore, è la mia ambizione. La penultimità della letteratura è l'ambizione a questo esaurirsi, che fa la letteratura: l'eterno tentativo (eterno quanto è eterna la forma umana: quindi, è già terminato...) di avvicinare la letteratura all'ultimità che "significar per verba non si porìa". Tu sei quello che tu vuoi, ma non sai quello che tu sei.



Babsi Jones, i commenti e la Rete 2.0

bjcomm.jpgSe uno dei blog fondamentali della Rete italiana viene sommerso, con il crescere dei lettori, da commenti che esulano dall'argomento del post a cui dovrebbero riferirsi, e se questi commenti non rasentano ma praticano radicalmente l'insulto, la denigrazione e la violenza verbale - se accade che la gestrice di questo blog mediti la chiusura dei commenti, allora siamo finalmente giunti al punto terminale di un lungo processo che non è assolutamente un regresso. Chi difende i commenti indiscriminatamente liberi ha poca esperienza di Rete, ci è arrivato grazie all'ondata di sistemi editoriali che hanno facilitato l'accesso e la pubblicazione. In questi anni si è fatta un'autentica antropologia della specie dei commentatori, che ha il suo apice nell'esilarante fenomenologia sugli Utonti vergata dalla firma di Gianmarco Neri. Esistevano prima dei blog i forum, bacheche a varia piattaforma. Prima ancora, le BBS. Esistono flame da quando si è interconnessi. Però, quanto accaduto con i commenti ai post sui blog, non facendo di tutta l'erba un fascio, non ha a mio parere precedenti: si è data la stura al peggio. La gramigna ha contaminato l'erba buona. IndyMedia è collassata su se stessa grazie al libero accesso. Quando si è dovuto decidere, anni fa, se Carmilla avrebbe avuto commenti aperti o meno, si è escluso a priori l'accesso di Utonti fastidiosi. Nel frattempo sono esplose discussioni rasentanti il patafisico su Nazione Indiana e vibrisse.
La protesta di fronte alla chiusura dei commenti chiama in causa la democrazia. E' un'idea distorta di democrazia elevare a tempio ecumenico l'osteria degli stolti, dove chiunque può deviare dalla discussione, essere sgarbato, anonimamente insultare. D'altro canto, una vasta torma di idioti identifica la Rete e i suoi processi di divenire come la deviazione dei blog, azzerandone il valore e sproloquiando ad infinitum sull'anonimato dei commentatori (un fenomeno contingente limitatissimo, mentre l'anonimato pretenderebbe dissertazioni e analisi ben più profonde) - una posizione da microcefali e da Utonti d'accademia, che non colgono il fenomeno di comunicazione e azione politica ed estetica più rivoluzionario di questo tempo (e non c'è da stupirsene: questi detrattori generalizzanti non colgono il proprio tempo in nulla...).
Di tutto ciò, personalmente, faccio a meno e mi frega zero assoluto. Mi interesserebbe invece che tutti i commenti ovunque fossero chiusi, che si accendessero i forum e nei forum si commentasse quanto si vuole, si aprissero thread, si litigasse e ci si sfogasse. D'altro canto, e ciò mi interessa ancor più, la risposta autenticamente democratica dovrebbe essere, a mio parere, di altra natura. I commentatori che intendono seriamente interagire con creatori di contenuti dovrebbero rispondere sullo stesso piano: produrre contenuti. A video, interventi scritti, mp3, spazi di visione e prospettiva, zone di controinformazione - che si risponda con equivalenti, non dico della medesima stazza qualitativa. La Rete è creatività e interazione democratica soltanto in questo senso. La Repubblica dei Creatori è la Rete 2.0. Serve un salto individuale per fare decollare un movimento inarrestabilmente colletivo. Creare artisticamente, politicamente, multimedialmente. YouTube vale miliardi di commenti che sono sterili. Vi manca la finestrella dove vomitare? Cazzi vostri. Vi manca il contatto da sviluppare seriamente con chi ha esposto sé in un sito? Inviategli una mail. Entrate nella produzione dei contenuti. Si pubblichino sui siti più mail con risposta del creatore del contenuto originale. In questo sito, io faccio così (c'è solo la mia risposta perché l'autrice della mail non mi aveva dato il permesso di pubblicargliela. WORLDIZEYOURSELF.jpgDa quel momento, l'autrice della mail scrive in Rete: per esempio, su Carmilla). Su Giap di Wu Ming, accade. In Carmilla, accade. Ci si sporga, si faccia spreco di se stessi, ricercando verità in divenire, lasciando tracce che spostino gli orizzonti, li allarghino. E, quanto alla letteratura, auspico, e non da ora, installazioni connesse come un enorme arcipelago connette isole. Il modello è l'arcipelago. Si può colpire l'isola, per annientare l'immenso arcipelago nemmeno l'ordigno nucleare è sufficiente.
Si costruisce così il ciclo. La nuova oralità epica procede attraverso questi processi: installazioni e variazioni sull'installazione - non commenti esterni all'installazione, ma interventi nel corpo dell'installazione, che la variano, che la deviano, che inseriscono nuove digressioni, aprono nuove storie.
Quindi: solidarietà a Babsi Jones, fondamentale creatrice della nostra Rete.

PS. Se qualche utonto si domandasse perché, dopo mesi di discussione pubblica su commenti chiusi e/o aperti, io prenda posizione solo ora, la risposta è sotto gli occhi: insieme ad altre pochissime realtà, Babsi Jones col suo blog fa arte: sta costruendo un ciclo, che è un'installazione e che non ha alcun valore di critica giornalistica sotto maschera o chiacchiera pseudo-tutto, a differenza degli intellettuali (?) che hanno fluvialmente quanto ridicolmente affrontato in pubblico un argomento da novellini della Rete, autoincoronandosi quali teorici della cultura e pastori del gregge, custodi della tradizione letteraria e defensor fidei di non si sa quale fede (certo non la mia).



"Sarà tutta spaccata la terra"

isaiaterra.jpgGli esperti dell'Ipcc ritengono con una probabilità compresa tra il 90 e il 95 per cento ("very likely") che il riscaldamento climatico sia dovuto alle emissioni di gas serra determinate dalle attività umane. L'impatto di questi effetti durerà per gli esperti almeno un millennio. Entro la fine del secolo la temperatura superficiale della Terra crescerà da 1,8 a 4 gradi centigradi. Per quanto improbabile, non si può però neppure eslcudere la possibilità di un aumento fino a 6,4 gradi. I numeri citati dall'Ipcc non considerano l'effetto dell'aumento del livello dei mari dell'Antartico e della Groenlandia, resi noti da studi recenti, stabilendo che l'incremento alla fine del 2100 dovrebbe essere compreso fra i 19 e i 58 centimetri. In realtà i nuovi dati fanno ritenere che si possa arrivare a superare il metro.

Inascoltata, la voce di Isaia pronunciò parole oscure...



Intervista audio al Miserabile: sulla letteratura metafisica

minilistenlogo.jpgArianna Carmeli di RadioAlt ha intervistato il sottoscritto, a proposito del dispaccio lanciato da Ferruccio Parazzoli (se ne è discusso su Carmilla). L'appello di Parazzoli [nella foto a destra], che non cita la Bibbia bensì Thomas Stearns Eliot, è stato completamente frainteso da alcuni critici, parazzolitondo.jpgche hanno pensato a un richiamo a una rinascita della letteratura cristiana. Ovviamente non è così. Nell'intervista, cerco di spiegare la prospettiva che ho còlto nell'appello di Parazzoli: che è un invito allo sfondamento metafisico a cui la letteratura è sempre stata votata e che nulla ha a che vedere con la religione. Si parla di Burroughs, di Pasolini, di Pincio, di Evangelisti, di Wu Ming, di Colombati, di Domanin, del postmoderno in Italia e di altro. Cliccate sotto per ascoltare l'audiointervista.

iconaAudio2.gifINTERVISTA AUDIO A GIUSEPPE GENNA



"L'uomo senza speranza"