La performance a Officina Italia ha messo in luce alcuni frammenti per me significativi di APOCALISSE CON FIGURE. Questa installazione, che come ho già asserito costituisce un kaddish letterario impossibile per gli sterminati della Shoah, è una bolla che si apre a 4/5 del romanzo in uscita a gennaio 2008 per i tipi Mondadori. Essa non ha nulla a che vedere, in termini di retorica e struttura, con i capitoli, lineari e narrativi, che la precedono e la seguono. Nasce come bolla e nera e bianca (come la sua copertina: presto sarà messa a disposizione la versione integrale su Lulu, come MEDIUM, per chi volesse averne un esemplare) ed è tale perché in quel preciso punto io tocco ciò che per me non è più finzionalmente rappresentabile, non è più visibile con gli occhi della fiction – è un’eccedenza e richiede una retorica dell’eccedenza, o, come asserisco letteralmente nel passaggio più importante (solo per i termini di poetica) di questa installazione, va formulata una “Istruzione per tutti gli scrittori: sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca è osceno. Maledizione su di lui.”.
Non la “visione”, che sarebbe oscenità, a fronte di un’eccezione all’umano che introduce il disumano nel comparto della specie – bensì la “testimonianza cieca”. Che cosa significa? Cos’è la “testimonianza cieca”? Per evitare fraintendimenti di sorta e per allargare il discorso all’intera poetica del romanzo, mi appoggio a Blanchot e a Kafka, al testo fondamentale Da Kafka a Kafka (in Italia, ovviamente, irrecuperabile perché messo fuori catalogo): è il preciso movimento di poetica che nelle intenzioni (gli esiti saranno poi tutti da giudicare) ho tentato in tutto il libro e ha il suo apice proprio in APOCALISSE CON FIGURE.… Continua
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