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PERFORMANCE AUDIO DA APOCALISSE CON FIGURE [7.0MB]


Porto a voi una preghiera diversa. Voi che siete gli innocenti dispersi. Gli innocenti concentrati in luoghi di non dicibile sterminazione, di ineffabile orrore.
Voi i cui nomi, uno per uno, meriterebbero di abradere le parole che qui si stanno scrivendo, e di prenderne i posti e le vostre storie, e i volti che avete visto e le gioie che avete vissuto, e i dolori anche, anche le tragedie: sei milioni di nomi uno dietro l’altro, tornati individuabili, nel digesto finale della nostra storia.
Parole vostre, e di chi riuscì a sopravvivere, compongano questo memoriale in azione.
E i bambini.
Vittime, voi, dell’impunità di una storia che continua, a cui si tenta di opporre arte e memoria, incluse queste parole, sapete che la letteratura non redime, le sentenze non redimono.
Sostenete queste mani, questa mente.


Tornando dal fronte russo, in arretramento tutte le divisioni della Wehrmacht, mentre l’Armata Rossa vomitava dalla Siberia inestinguibili riserve umane e i binari delle retrovie venivano fatti saltare in dodicimila punti da partigiani impavidi nel gelo sovietico – tornando a piedi con la sua divisione, il soldato tedesco W.R. sentì sotto la suola destra, a fiore di terra, scricchiolare e spaccarsi un osso. Si piegò, immerse le mani nel terriccio sfatto in fango, scostò la massa terrosa e vide il gomito slogato che si era spezzato al suo peso: sepolto. Chiamò gli altri commilitoni, e scavarono, per un’area che si estendeva oltre quanto riuscirono a scavare, e videro nel fango i capelli, la pelle conservata dal gelo trascorso degli inverni, e le ossa, e l’informe colliquame di migliaia di corpi che furono vivi, e videro i crani perforati da colpi a bruciapelo, lembi di pelle su cui le fiamme postume non avevano attecchito.
Erano alle porte della città di Dvinsk, arretrando in fuga verso il Baltico, lungo il fiume Daugava, sulla strada al ventiduesimo chilometro.
Il soldato chiese: “Siamo stati noi? Siamo stati noi a fare questo?”


Voce di Heinrich Himmler nel 1940, allocuzione alle divisioni di Einsatzgruppen, disse: “È molto più facile andare contro il fuoco nemico con una compagnia, anziché provvedere, con una compagnia, a schiacciare, in un determinato territorio, una popolazione recalcitrante di specie culturalmente inferiore, compiendo esecuzioni, deportando la gente, portando via donne urlanti e piangenti… Tutto questo dover fare, l’attività segreta, stare di guardia alla Weltanschauung, questo essere coerenti con se stessi, questo dovere ignorare ogni compromesso, in molti casi è molto, molto più difficile. […] Esiste una soluzione chiara e limpida del problema giudaico: fare sparire questo popolo dalla faccia della terra. Le SS si sono assunte questo onere, noi ci siamo caricati della responsabilità relativa. E ne porteremo il segreto nella tomba con noi”.


Bocca di Adolf Hitler, il labbro inferiore unto di saliva e di purea di coste e patate lesse sminuzzate, fatta fuoriuscire la forchetta ancora lorda di un filamento di costa unto, pronuncia: “La natura è feroce, e quindi possiamo esserlo anche noi. Se io spedisco il fiore dei tedeschi nella tempesta d’acciaio della guerra che si prepara, senza provare il minimo dispiacere per il prezioso sangue tedesco che verrà versato, non dovrei avere il diritto di togliere di mezzo milioni di individui di una razza inferiore, che si moltiplicano come insetti nocivi?”


Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte, noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo, la sera noi beviamo e beviamo… Nella casa vive un uomo che gioca con le serpi, che scrive,
che scrive in Germania, quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarethe, i tuoi capelli di cenere Sulamith, noi scaviamo una tomba nell’aria, chi vi giace non sta stretto…