Andrea Gentile: L’IMPERO FAMILIARE DELLE TENEBRE FUTURE

ott 11

Arriva in libreria, per la narrativa del Saggiatore, l’esordio letterario di Andrea Gentile, L’impero familiare delle tenebre future (€ 14), un testo che mi rende orgoglioso di svolgere opera di editor presso la casa editrice milanese. Riproduco la quarta di copertina e un passaggio del libro, già comparso su Affaritaliani.it:

In un centrosud fantasmagorico e in un presente dilatato, mentre l’anziano Papa R sta morendo in diretta su tutti gli schermi della nazione, una ragazza è preda della narrazione di un calvario psichico, fatto a sbalzi come la geografia immaginifica che si trova ad attraversare. Dalle case di un’anonima quanto sapienziale frazione, Masserie di Cristo, la protagonista trascina un titanico racconto alla ricerca di un corpo scomparso – quello della madre, recatasi all’ospedale dove è infermiera e sicuramente uccisa, già uccisa, nella certezza psicotica della testimone che tutto narra. Errabonda, disperata e veggente, tra incontri mitologici ed esperienze apocalittiche, questa ragazza in preda a un disturbo ossessivo compulsivo attraversa rade, campi calvi, dirupi, balze, torrenti, si inerpica su chine pericolose, penetra clandestina in antri magici arredati misteriosamente, mentre in video il morente Vicario continua a sopravvivere, ipnotizzando il suo popolo con il semplice ritmo del suo cuore indebolito e sciamanico. Fatti sconvolgenti, apparizioni che aprono brecce nel tessuto della realtà, architetture non euclidee colpiscono a raffica il lettore: obelischi eretti in memoria di stragi mai avvenute, sculture di pietre ferine, cimiteri dalle tombe cancellate, animali mutanti, fatti indicibili e un profluvio di carne pronta al proprio destino di putrefazione graduale e immedicabile. Nella marea montante di questa carne, si aggira come uno spettro la protagonista disperatissima e impossibilitata a mettersi in contatto con la madre: il più semplice e amoroso dei rapporti che si complica in una quête metafisica e ostacolata dall’incrocio di molti destini, cani licaoni e personaggi trapassati che riprendono corpo non avendo perduto l’anima, mentre al centro del libro dorme un sonno segreto l’immane animale che regge le sorti del cosmo…
In questa discesa per infera ad infera, si erige uno dei più sorprendenti esordi letterari dell’attuale narrativa italiana. Andrea Gentile impegna allo stremo la propria tenuta emotiva, catapultandoci in un’abnorme descrizione del territorio cerebrale e del significato della storia e degli universali, stracciati in quanto bersagli della narrazione e venerati in quanto sacre reliquie del fenomeno umano. Ricorrendo a una lingua conturbante per musica e sapienza, si costruisce un diario perpetuo che somiglia alle «croniche» fantastiche da territori dove il sogno si intesse col dramma mortale, cruento e mai defi nitivo. Talento immaginifico e plurilinguistico, Gentile si allinea alla nostra contemporaneità, che produce oggetti narrativi non identificati, rovesciando le strutture e alterando le percezioni: ponendo la volta delle stelle sotto i nostri piedi di viaggiatori mentali, ovverosia di lettori legittimati dall’autore a tornare a lande di incubo e di trasognate verità.

Tutt’attorno nulla giace. Bisogna correre. Sterpaglie si affastellano, escrementi di cavalli si ammonticchiano, paglia su paglia su paglia. Tu mi hai generato, mamma.
E, ora, io, sono, qui.
Era di gennaio, ed era il giorno della grande nevicata.
Eri su un letto bianco. Nessun lenzuolo rosa attorno a te: solo il verde melmoso e ospedaliero.
Non del tutto eutocico il parto.
I medici ti ronzano attorno, accennando a problemi di sofferenza fetale.
Stare a un passaggio a livello e aspettare: tutta la vita: nessuna possibilità di retromarcia. Dietro: la vallata infinita dei mondi infiniti.
Il display del cardiotocografo non è ottimista. Intanto i medici e gli infermieri appoggiano il trasduttore sull’addome, registrano le contrazioni uterine, valutano la loro frequenza.
Bisogna fare il cesareo. È un parto cesareo quello che ci vuole.
Rinunciare alla via vaginale e andare convintamente su quella addominale.
Anestesia: così possiamo ridurre la morbilità perioperatoria.
Il tuo corpo diviene museo. Si muove mummificato, madame Tussauds, senza magnetica, senza neanche dissipazione.
Stando, tu avversi il genere umano.
Una schiera di uomini e donne in mascherine e guanti bianchi ti accerchia. Sono tanti, e tu sei sola.
Ti spalmano un liquido sulla pancia.
Procedono.
L’incisione è longitudinale. È un taglio. Ora l’adipe sottocutaneo è attraversato, la lama raggiunge la fascia muscolare.
Sei museo, sei a metà tra l’essere e il non, né luna né stelle né lampi.
Respiri.
Ti aprono, tu vedi, vedi nello schermo buio del tuo stato indefinito, del tuo essere nel non, un’opera, la vedi lì di fronte a te, in quell’ospedale, tra bisturi e ferri e lame e odore di lattice e spirito, lo spirito, vedi, la Natività mistica di Sandro Botticelli, non alla National Gallery, qui e ora è qui, nel luogo indefinito del tuo stare, dodici angeli nel loro carosello vorticoso, uomini e donne qui, dodici angeli, un brano di paradiso, fulgente, il taglio è compiuto, il taglio che me svelerà, te squarcerà, il medico apre, taglia la fascia a destra e sinistra sotto il piano adiposo sottocutaneo, allarga la fascia in senso cranio-caudale, vede i muscoli divaricati, tocca, apre con le mani, come il macellaio sventra pollame, come lo svelamento di un gorgo vaginale, dischiava, che gli angeli danzano e ballano e tengono in mano ramoscelli di ulivo, e scendi con il viso, mentre io non ho, non sono, sinuosi gli angeli, scendi verso la caverna, è una bocca la caverna, la tua pancia, liquido amniotico fluisce sulle lenzuola, verso il basso, come un ruscello del presepio, sgorga sillabico e frammenti liquidi di una vita che fu, un impasto amniotico di amnios e cruore scorre verso le gambe, si distende sfilacciandosi, distanziandosi dalle viscere, e tu lo senti, lo guardi quel dipinto, è acqua sangue tempo, in te ripieghi, vuoto di forze, guardi ma non guardi quella grotta, forata nel retro, e vedi il bosco e la tettoia di paglia retta dai tronchi e il Bambino e il giaciglio e la vergine e il Padre e le fiere, ti aprono, in due, in quattro mani spalancano, una è dentro alla ricerca di me, me che non sono, me che, qui e ora, vivo, vivrò, vissi, scava, il Bambino nel dipinto si illumina spento, la mano del medico scava, afferra la mia testa, mi spinge verso l’esterno, verso questo gelo, il giorno della famosa nevicata, dei corpi polari e distanti, che eludono il calore dei corpi degli altri, le vite degli altri, è tutto qui, e io, nel momento che sarà, che fu, vengo afferrata per la testa, angeli, dodici ballano e cantano nel paradiso dorato, afferrata e tirata fuori vengo, io, qui e ora, sarò, io.
La Natività mistica subisce un colpo. Si squarcia. Svanisce il canto, l’abisso di caverna.
Svanisce il Bambino.
Si svela l’opera, si squarcia e svela.
Guardo fuori. È la neve, per prima, a tumefarmi, a gelarmi.
Una pozza di meconio vischioso ed escrementale mi segnala cosa sarà.
Non è straniante ora percepire il cordone ombelicale, continuazione del me.
Si svela l’opera, si squarcia e svela.
Svanisce il canto, l’abisso di caverna.
Svanisce il Bambino.
La madre può vederlo. Sulla tela, ora, qui, solo radici putrefatte.
Con un taglio netto e metallico, l’infermiera recide il cordone ombelicale, che ancora mi legava al mondo altro.
Sulla tela, ora, qui, solo radici putrefatte.
Nasco, io.
Sono, io, qui e ora, una radice putrefatta?