‘Le radici nell’aria’ di Massimo Bocchiola
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di GIAN MARIO VILLALTA | Pubblicato in origine lunedì 15 Novembre 2004 [da Pordenonelegge.it]
Sono passati sette anni da Al ballo della clinica (Marcos y Marcos, 1997) e Massimo Bocchiola ci offre, con Le radici nell’aria (Guanda, 2004), una riflessione su quanto un poeta abbia il dovere di dire il presente senza tradire il passato. Senza tradire, prima di tutto, la propria vicenda poetica e personale, il proprio sguardo e la propria lingua. E poi senza tradire il tempo che si forma in lui e che con lui si muove, oggi, dentro altre distanze e altri interrogativi.
Al suo esordio assoluto, nel terzo dei “quaderni” legati alla rivista Testo a fronte, la poesia di Bocchiola era stata una scoperta: vi si leggeva l’inizio di una nuova avventura nella lingua italiana, capace di filtrare la propria voce attraverso la terra e la parlata di un luogo preciso, senza per questo snaturarsi o trovarsi costretta a esibizioni espressionistiche.
L’adesione alla realtà connotata – il paesaggio, il clima, la mentalità – non significava rinunciare alla visione né alla costruzione della pagina. Forse la dimestichezza con l’inglese (Bocchiola è diventato, nel frattempo, uno dei nostri più stimati traduttori) e la capacità di suggerire, in un solo sguardo, innocenza e malizia, partecipazione e distanza, preservavano quella poesia da qualsiasi tentazione di appiattimento sul parlato, per renderla invece luogo di una lingua felicemente credibile e creativa.
Cos’è cambiato in questi anni? Un approfondimento di responsabilità, direi, accompagnato da una dolorosa, anche se mai denunciata, condizione di disincanto. Bocchiola cerca, e trova, la misura della sua attuale distanza dal mondo che aveva nutrito in principio la sua poesia, paga i debiti con la sua terra, la famiglia, con la consapevolezza di un peso nuovo, di una nuova difficoltà nel comprendere e dire il mondo. Ma la novità dominante è data dall’unione del disincanto (da intendersi come maturità, come consapevolezza della fragilità dell’esistenza) con un’accoglienza più ampia della vita, pure con la costante presenza di una nota sorda di allarme per il futuro.
Le nuove poesie di questo libro ampliano, inoltre, la gamma espressiva della voce già conosciuta di Bocchiola, muovendo, anche sul piano tematico e compositivo, verso spazi e tempi che tendono a decentrarsi dalla sicura costante del suo patrimonio circoscritto, ma profondo, di storie e di immagini. Il risultato, alla fine, è però quello di far risaltare la densità di parola e immagine, dove l’appartenenza a un luogo è filtrata da un’interiorità ricca e intelligente, che però quasi vorrebbe celarsi, per lasciarsi attraversare dal sentire fuggevole del tempo. E’ doveroso registrare vari riferimenti e vari strumenti (la musica, il dialetto, i nomi dei paesi, l’inglese, la storia), peraltro degni di nota, ma credo che la linea tematica unitaria di questo nuovo libro sia da riscontrarsi in una specie di nostalgia del presente, che i diversi tempi della memoria e della storia concorrono a formare. Una nostalgia per questo tempo che costa grande fatica e pare sempre regalato, in mezzo all’assedio degli orrori mondiali, da cui ci troviamo preservati abbastanza, in fondo, ma sentendo insinuarsi in noi stessi il sospetto di complicità. Bocchiola suggerisce, non denuncia (per pudore e per una colpevole gratitudine); lascia capire che – a dire il vero – sappiamo così poco, ed è la nostra vita tutta lì, nel silenzio di quello che diciamo.
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ALCUNE POESIE DA LE RADICI NELL’ARIA
di MASSIMO BOCCHIOLA
(anche se attraversiamo la valle)
(anche se attraversiamo la valle
dell’ombra) cosa abbiamo da temere
corazzati dal nostro pacco-dono
per il primario? Salendo a Montalto
nel nuovo aprile, non resta più un albero
fiorito. La stagione al gatto e al topo
rastrella le ultime retroguardie
incerte dell’inverno, sui versanti
più freddi delle vigne, più spietata
dei nostri figli che prendono per mano
i vecchi di collina
***
(la luce)
C’era la luce in principio, o piuttosto
un liminare fra il cortile e il bianco
e le ombre di ondulati, scale a pioli
e carri. Oh, l’improvviso soprassalto
a uno sfumare di linee, l’estate
che impallidiva, diventava aritmica
salvo rifarsi come una ranocchia
nell’elettricità del temporale.
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(il ragno)
Macchinalmente tenere ogni filo
del sortilegio infermo, come i ragni
tessevano nell’orto quelle tele
basse nella verdura, che infuocava
Il sole pieno verso mezzogiorno;
e c’era anche un dolore per le strade
sterrate…come invece di abbracciarsi
in capo all’avventura, si perdessero
a una chiusa, frustrando scorribande.
(E i lunghi funerali che fermavano
tutto il paese – osterie, bar, botteghe.)
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(bramaròn)
Anche noi abbiamo visto tante volte
i bramaroni, ricami di brina
sui rami, che diceva nostra madre.
specialmente nella spianata bassa
prima di Lodi, dove si girava
per l’autostrada. Si sa, erano inverni
differenti (prendeva la corriera
bassa, a soffietto, che dalla Commenda
la portava in città, per l’istituto
magistrale, e infine fu mitragliata
dagli alleati nel ’44).
Aveva due parole per l’inverno:
l’altra indicava al tempo del disgelo
lo sgocciare del ghiaccio di grondaie
che qui da anni non si vede più

