Metafisica di Federica Fracassi

lug 30

Io ho problemi con le donne.
Nel senso: mi annoio e non riesco a innamorarmi. Non riesco nemmeno a capire se mi interessa l’amore. Davvero, ci ho provato, ma sono stanco. Mi è chiaro che non mi piacciono gli uomini e i travestiti e che non potrei, stanti così le cose, innamorarmi di uomo o di un travestito. Invece, potrei innamorarmi di una donna. Mi è abbastanza chiaro che non potrei più innamorarmi di un certo tipo di donna: poiché per anni sono stato ingabbiato in un’assurdità del genere, ero cretino, vagolavo in un etere denso e non aereo, era piombo fuso e rarefatto nell’aria, limatura nera, e pensavo esistessero le tipologie. A oggi, ancora, subisco certo fascino dei tipi. L’altro giorno vado a tenere un seminario, tra gli allievi c’è una ragazza che, capisco, è lesbica: me la sarei sposata lì, su due piedi.
Tutto questo per dire che mi accingo a parlare di una donna e di una forma di amore che non ha nulla a che vedere con l’amore volgarmente inteso. Tra l’altro, questa donna è praticamente sposata con una persona che profondamente ammiro e alla quale anzitutto mi rivolgo: Renzo, Federica, capite bene cosa sto dicendo.
Parlo dell’attrice Federica Fracassi di Teatro Aperto, che da oggi è impegnata, fino al 22 gennaio, a Napoli, al Teatro Galleria Toledo (081-425824), nella rappresentazione dei Canti del caos – Seconda parte di Antonio Moresco.
L’altro giorno ho assistito alle prove, alla Scuola Paolo Grassi. E mi viene da dire questo che adesso dico.

Dovete immaginare una persona che diventa qualcosa che non è una persona. Dovete immaginare che incontrate quella persona, pallida come un fantasma, le pupille degli occhi fattesi rosse, che si soffia il naso e ha 38 di febbre. Dovete immaginare che quella persona l’avete vista, sempre saltuariamente, però sempre in attimi che avevano qualcosa di sincronico rispetto a vostre intime intensità, per cui la persona vi appariva come una manifestazione. Questa persona poteva stringere in mano un sacchetto del pane, poteva andare in bicicletta abbigliata secondo stili assurdi.
Poi dovete immaginare dove sono: in una buca. Un sotterraneo. L’aria è troppo calda. E’ una bolla di aria calda dove in sospensione è polvere.
Accanto a voi, compresse in un angolo, sedute strette, cinque persone sconosciute. Tutte, insieme a voi, fissano i movimenti di coloro che si muovono sepolti in una propria forma di concentrazione: la quale assume configurazioni ginniche, posture ottiche zen, svuotate, immobili nell’interiore, e gomiti, sbilanciamenti degli arti, slogature momentanee, sguardi svuotati che si fanno presenti, imprecisioni corporee, distensioni muscolari attoniche, tremiti di ginocchi, stiramenti tendinei.
E non è ancora iniziato.
Semplicemente, si stanno preparando a iniziare.

Potrei guardare tutti, scelgo di scrutare i movimenti preparatori di Federica Fracassi. Vedo il regista Renzo Martinelli, che è il di lei compagno, anche lui pressato nell’angolo alla consolle di luci e audio, l’angolo opposto al mio. La guarda. E’ testimoniale.
Governa lo spazio non essendoci.
Il forgiare di pura forza. L’invisibile forza che forgia, che dà lo spazio. Visibilio della forza.

Questa donna che si contorce rilassandosi mi riduce a un’ulteriore passività. E’ una passione.

Sembra una bambina down o un cadavere che ha ripreso a vivere, senza sangue, avendone però.
Stringe gli occhi, le palpebre corrugate.
Presenza di un biancore abbacinante.
Impressiona.

Ecco l’inizio e uno di colpo si chiede: quando è iniziato?

Per molto tempo fanno gli altri, parlano gli altri.
Lei è come una psicotica, un’autistica, un’epifrenica.
A un dato momento, iniziano scosse impressionanti.

La sua voce è trasformata, rende attoniti, è un urlo, continua, ci percuote, noi stretti all’angolo nel buio, mentre è avvolta in un tappeto arancione come un cadavere trafugato, è più presente che mai, è inquietante perché sembra che la sua voce giunga dall’interno delle mie costole, vibra lo scheletro, è rauca, è l’isteria della creazione, è la fine universale in forma di donna, accusa, urla, la sua gola batte il tamburo di una mia paura così profonda, così profonda, così profonda…
E riprende, non molla l’osso, questo enorme cane nero che è la bianca Federica Fracassi, i suoi occhi, giuro, sono rossi, la sua lingua pesante e vibratile, questo coito nell’aria, come se stesse scopando l’aria e quindi anche me e anche quelli che ho accanto, porcodio, mi trascina in una bestemmia, come mantra, sto pensando soltanto a una bestemmia, mentre lei non recita nemmeno, perché scuote il manto dell’aria, mi schiaccia, preme l’immensa pianta del piede bianco sulla mia fronte schiacciata in largo palco vuoto, vedo il pieno ovoidale e contorto del suo corpo che si riforma, continuamente, nuove scosse al tessuto pesantissimo del tappeto che la avvolge, ritmicamente secondo variazioni pesanti, assurde, eugenetiche, frizionando l’aria con questo gong che le sta in gola, agglutinata nell’aria, questo suo corpo impressionante e bianco e nudo mentre non è nudo.
Mi sconvolge.

E non riesco a tirare il fiato.
Questa cosa che non ho visto mai di quanto è femminile nel mondo, nel mondo che ho visto.
Questo arcaico.
Questo preumano che non è vero, come pensavo, che chiede e chiede e chiede e non è possibile soddisfare e abbracciare.
Questo magma indefinito che è il centro oscuro della tenerezza.
L’amore dei cristalli, nell’aria rarefatta, atrofizzato io, espansa lei, ma in un altro modo rispetto a quando vidi la Donna espansa, incontenibile. E m’invade.
L’uomo testimoniale non l’ha plasmata, ma lei plasma me e non riesco a respirare che ha già iniziato a vomitare, vicino al frigorifero della scenografia assurda, stesa inarcata con il collo verso il faro, invasa dalla luce del faro di scena che si muove al muoversi del suo volto inebetito e grosso, deformato e divino, la sposo su due piedi, chi è questo che ho accanto di cui sento il respiro pesante, e il buio, e nel buio lei seminuda che si contorce con nuovi ritmi, è un’iniezione, mi sta praticando un’iniezione, la sostanza sconosciuta, novissima, mi entra nella vena con impressionante singulto di questi due corpi che vedo manifestarsi in lei, questa donna bina, questa trimurti, questa kali le cui braccia sono infinite, la sua pelle è il bianco gommoso del polipo, è seta che adesso s’incendia e si fa neve in salita nell’aria bruciante, arroventata e bulimica, che mangia tutto.
Comprendo: è beatrice.

Di colpo non penso più.
Di colpo la Donna mi dice: non dico niente.
La Donna dice: non pensare.
Esisto di fronte alla Donna, in silenzio.
Sono la Donna silenziosa, toccata e intatta.
Con immenso, mascolino sforzo, questa Donna trasla la cenere di me morto, ciò che resta, verso l’ineffata sostanza del non pensare.
Grazie.

 

Pubblicato originariamente su i Miserabili, martedì 20 gennaio 2004

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