Fenomenologia di Roberto Bolle

lug 05

di GIUSEPPE GENNA | dal Corriere della Sera del 5 luglio

In un’epoca di scarsa memorabilità, si inscrive nell’immaginario collettivo la posa da wrestler e titano di Mario Balotelli, che esulta a modo suo mostrando il torso da body builder dopo il secondo gol rifilato ai tedeschi nella semifinale europea. Quella sorta di Riace vivente, immobile, con la tartaruga degli addominali a bilanciare la cresta platinata, l’arcata spallare a indicare potenza e stabilità, esprime una cifra mitologica. Le mitologie sono però molteplici e assai diverse. Chi non avesse mai avuto il privilegio di assistere dal vivo a uno spettacolo di Roberto Bolle, anche solo andando su YouTube, rimarrebbe sopraffatto dall’armonia e dalla forza fisica di questo genio della danza, che disegna traiettorie stratosferiche con il suo corpo scultoreo ma armonico, estraneo alle logiche della palestra e del Grande Fratello. E si tratta di un corpo estremamente pop: la persistenza mediatica mondiale delle arabesque dell’étoile scaligera è impressionante. La danza classica semina da sempre indizi di divinità. “La grazia innaturale di Nijinsky” (come canta Battiato in Prospettiva Nevskij) è tale perché appunto infrange le leggi di natura, come accade per miracoli e deità. A calmierare tale celestialità è la paura: “I danzatori dovrebbero essere pagati per la paura che provano. E’ la paura che dà la spinta” ammise disinibito il grande Rudolf Nureyev. Fu proprio lui a intuire l’immane talento e lo scintillante destino di Roberto Bolle, allora dodicenne: lo avrebbe voluto nel ruolo di Tadzio in Morte a Venezia di Britten. A dodici anni sarebbe stata un’iniziazione fin troppo dura e, come tutte le iniziazioni, vicina al rischio del collasso emotivo: il corpo e l’anima allacciati e distesi, contratti, poi allungati, lanciati nell’aria tra i fasci di luce, davanti agli occhi del mondo. Frenato in quell’avventura con il suo profeta Nureyev proprio dalla giovanissima età, Roberto Bolle compie qualche tempo dopo questo passo fatale, nemmeno si trattasse del più semplice dei grand jeté. E’ da subito un astro fulgente. Si prepara alla grandezza assoluta. Viene da Casale Monferrato e apprende a dimenticarlo. Più tardi affermerà la verità a cui sono destinati i danzatori inarrivabili: “Roberto Bolle esiste finché le luci del teatro non si spengono e cala il sipario. Fuori dal palcoscenico inizia un’altra parte della mia vita, che non desidero mettere in mostra”. Sembrerebbe una barricata contro l’assalto del gossip, questa sorta di colonia batterica che prospera nella nostra contemporaneità. Invece è l’enunciazione di un principio artistico assoluto. La conferma della dedizione intransigente al palcoscenico, Roberto Bolle la concesse qualche tempo fa, in piena videocracy – pare trascorsa un’era geologica: “Se sogni di ballare, la strada non è un casting al centro commerciale”. Il resto è una biografia da leggenda e, soprattutto, una volontà ferrea, il nucleo radiante di un involucro corporeo che affronta l’unione totale con la mente attraverso il sacrificio. Era esile, Roberto Bolle, e ha scolpito un corpo leonardesco attraverso nuoto e allenamenti massacranti. Si dice che ogni notte, prima di addormentarsi, ascolti Giselle e, al risveglio, Il lago dei cigni (il genio è maniaco, si sa). Poi è una progressione al momento in cui si rinnova il rito magico in cui quel dodicenne avrebbe potuto iniziare a snodare il corpo nella luce – senza Nureyev né profezie ad accompagnarlo, solitario e abbacinante, il sole della danza.

[A celebrazione dell'étoile Roberto Bolle e della sua attività polimorfa, che gli permette di riportare il balletto classico all'Arena di Verona a 19 anni dall'ultimo spettacolo del genere, il 23 luglio, il Corriere della Sera ha allestito uno speciale apposito, dedicato a Bolle e alle costellazioni attuali della danza classica, chiedendomi un contributo]

Silk.it: La sigaretta elettronica a 29€