Cristina Alziati: poesie da ‘Come non piangenti’

giu 24

di CRISTINA ALZIATI | da Come non piangenti (Marcos y Marcos, 2011)

[Conobbi Cristina Alziati a un corso di lettura poetica presso la Libreria Rinascita a Milano, più che vent'anni fa. Le lezioni erano parecchio deludenti; l'anno precedente - mi pare - avevo dovuto dare l'addio ad Antonio Porta, a me maestro, che aveva tenuto un corso di poesia strepitoso e assai potente a Milano: il confronto non reggeva. Tuttavia stare lì, alla Libreria Rinascita, era bello e caldo, come diceva Dionigi ecco che rialzava me, curvo sulla terra, una dolcezza che non si riconosceva nel fisico magrissimo e nodoso, bensì nello sguardo e nel desiderio che l'ansia di domanda e di affermazione investiva proprio me, mentre mi rialzava da terra: a compiere questo gesto di bellezza dolce e per nulla inerme era una poetessa guerriera e tragica, che si chiamava e chiama Cristina Alziati. I suoi versi erano amatissimi da Franco Fortini, che ai tempi era sul punto di morire e lavorava a Composita solvantur (Einaudi), uno dei fondamentali della poesia dell'ultimo quarto di secolo, forse anche più. Ricordo una memorabile accelerazione al mito (uno slancio "ad Alcibiade"), ma vòlto politicamente, a una battaglia che è mito e storia indifferentemente: ricordo quei versi secchi e conflittuali, battuti a macchina neigli A4 che mi aveva fatto leggere Cristina Alziati. Per anni rimase una sorta di mitologia fuggita chissà in quali nebbie, presumibilmente nordiche. Ne ritrovo ora un libro, Come non piangenti, da cui traggo alcune poesie reperite in Rete. Il verso e il discorso si è disteso, si è fatto più diretto a volte, a volte antifrastico o apparentemente cortocicuitante, ma sempre pronto a sporgersi come oplita con la sua punta mortale, il richiamo mitologico e teologico sempre presente per pressione implicita o esplicitata in immagine e parola, la violenza delle ellissi e della retorica e degli scarti metrici: è proprio la poesia di Cristina Alziati. Sono felice di ritrovarla, di condividerla con chi legge queste pagine.
In calce alle poesie, un'intervista video alla poetessa. gg]

*
A mio padre

Ti sei lavato, hai indossato abiti intatti,
poi la mente mi slitta ad ogni passo.
Non ho voluto vederti, di certo
ti avranno sdraiato.
Solo vorrei sapere, oppure è un sogno,
che non fu angoscia la tua meticolosa
cura – i documenti posati sulla panca
la sedia che portasti nel giardino, il nodo -
ma un qualche imperscrutabile, ma lieve,
stato. Tutto è con te, segreto.
Forse a spartirne il peso io serbo,
dell’ atto tuo, l’altro versante – il tonfo
della sedia sulla pietra, e la tua assenza
e il dondolio, che cullo, lento, lentissimo
del corpo sotto il pergolato.

*

Ora risorgi. Chiudi un libro. Esci.
Entri nei varchi fra le gocce, nella pioggia.
Quello che deve sopravvivere viva.
Ancora vuoi sapere il capezzolo
dov’ è, dove le carni e quale impresa
prelevi, dove porti, come
venga smaltito questo Sondermùll,
ancora vuoi parlare con l’estroso
chirurgo cucitore, che nei lembi
della pelle ti ha cucito
la discarica all’ anima.

*

Tracce II

a Etty Hillesum

Non riesco a inginocchiarmi, scrivevi
e hai portato, dentro i giorni dannati dei campi,
per proteggere dio una gioia.

Forse pregare fu quello – le tue ginocchia,
ossa d’ombra sulla pietra, e tu
per questa terra a camminare in volo.

*

Mi hai portato una volta da lei
fra le colline, sedeva da anni
da anni costretta all’immobilità.
Quando torni lassù io ti vedo
che svolti la curva in cima alla salita
odo i tuoi passi, odo
una vostra allegria oltre i grandi vetri
che aprono la stanza alla campagna.
Conosco il suo sguardo per sempre.
M uoveva dentro le tue mani
arreso in un riposo, lento. Un giorno
le poserò sopra la nuda pietra
nudi i piedi, prima che tu la prenda
che confonda i tuoi palmi al suo finire.
Vedi, il congedo, mi dirai al ritorno,
è stato quello scambio.
Quello sconfinamento il confine.

*

Viandanti

Era prima dell’ alba, e andando
all’improvviso stava trafitta l’aria
e lucentissima la falce della luna,
la lama chiara dei monti. E ci inchiodava.

Vedi, ti domandavo, che questa vista
a me pare che tremi, ché fragile
la tengo fra le mani, e piango; dimmi,
volge a noi forse, bellezza, una preghiera?

di quanto è dono, di quanto
è offesa insieme, forse un crinale in noi
di unica luce luce?

Da questa sosta chiedo, dove non discerno
se l’ombra mia qui scivolata a terra
gioia o dolore sia. Segno di cosa il pianto.

*

Distempo

Tanto più vecchio di me: fosti così davvero
quando abitavi in Aracoeli e io appena
nascevo? Non l’avevo già in certe
radure del cuore incrociata, non
di soppiatto spiata la svelta
figura che leggera
da quella sua casa per sempre
nell’indigenza opaca discendeva,
e vera – del lavoro confitto nelle ore,
delle lotte confitte nel lavoro?
Quanti anni avevo io nelle radure
tu quanti, quando mi scrivevi? “Mi
piacerebbe immaginare d’incontrarti” ,
ed era un volo. lo ti ho preso per mano
dal tempo senza tempo, in una infanzia. Ora
dentro i millenni della storia stiamo
chiari, confusi come il giglio ai campi.

*

Ricapitolazione

In una notte come questa, e lontana
qualcosa mi aveva inciso nella mente
come elenchi i nomi. lo da allora
quando chiamo la terra e la casa
la dolcezza il pane, e dentro
c’è una notte come questa, io
quando dico terra,
è disfarla, dico, la terra – è farla

- quando dico mattina ed è questa
in cui guardo Sofia andare a scuola
con altri bambini, e domando
dove ora saranno i bambini dei fuochi
i soldati bambini, quando dico
mattina, e quegli altri, con i loro
giocattoli-mina quando dico bambini -

*

“Tu che hai scritto anni orsono
di generazioni condannate, o dell’ aria
fra il Tigri e l’Eufrate, sparita,
perché in questo mese di marzo
delle testate umanitarie taci, che spargono
uranio impoverito sulla Libia?”

Ma dimmi, che ci fai nella mia notte
uccello dal dolcissimo nome,
con la ‘o’ tutta chiusa, che si allunga
fino a battere piano sul palato, mia Dohle?
Qui da tempo non viene nessuno.
Vivo giorni di scorte.
Oggi ad esempio ho procurato
una terza versione dello Jephtha,
mi martello le orecchie
me ne sto radunata in tre battute
scendo con gli archi al semitono
prima che attacchi Scenes of horror,
Scenes of woe, sono di legno.
Fuori il pruno selvatico principia
a fiorire tutto solo nel giardino.
Perché non posi in pace tu ora,
mia Dohle, tu che stavi
stecchita sulla soglia stamattina?

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