La poetica di tutti i generi: il genere rosa
giu 08
I generi sono finiti? Una meditazione senza pretese circa il genere rosa (e quello fantascientifico) quali matrici radianti di tutte le poetiche di genere che hanno preso la scena a fine del Novecento e a inizio del nuovo millennio. Il caso emblematico di Barbara Cartland e la condensazione epica nella letteratura cosiddetta “femminile”, per via del mercato delle lettrici.
Le riflessioni che Helena Janeczek ha pubblicato su Nazione Indiana non costituiscono soltanto la più recente esposizione di una strana trasformazione che i discorsi degli scrittori hanno manifestato – e cioè lo slittamento dalla teoria o dalla critica emblematica o dal confronto tra poetiche e testi alla pura sociologia della letteratura, con disquisizioni intorno a formati, processi industriali, trasformazioni delle piattaforme post-Gutenberg, ricerca delle identità e ipotesi sui gusti dei lettori. Il ragionamento di Janeczek, oltre a risultare ficcante denuncia civile in forma di constatazione acuta e fenomenologia che in una civiltà normale si definirebbe drammatica, costringe a spostare il pensiero, a muoverlo, nella direzione dello statuto delle poetiche, in particolare quelle di genere. Poiché non ci si trova in una civiltà normale, anche il discorso di Janeczek non appare normale: esso è ambiguo, poiché tramite la fenomenologia editoriale richiama alla responsabilità del confronto sulle poetiche di genere, che il primo decennio del XXI secolo, almeno in Italia, ha vaporizzato, forse esaurendo definitivamente l’idea stessa di poetica di genere nel momento in cui manda in produzione seriale la prassi di genere.
Ciò che viene richiamato, nella denuncia dell’autrice de Le rondini di Montecassino, è tuttavia il genere rosa, che ha una storia complessa e internazionale – ovviamente manifestando una congerie di reazioni nazionali, in termini di penetrazione nell’immaginario collettivo nazionale, nozione che si poteva tranquillamente adottare in quella che vorrei definire del tutto idiosincraticamente “la mia modernità”.
L’autrice di genere rosa Barbara Cartland è la quinta più prolifica autrice di successo del XX secolo. La sua biografia coincide totalmente con il XX secolo: è nata nel 1901 ed è morta nel 2000. Ha pubblicato 722 titoli, addirittura 23 in un medesimo anno, il che le è valso un posto nel Guinness dei primati. Le toccò subire una censura statale per un dramma teatrale, agli esordi, quando già era divenuta famosa per un romanzo che oggi si definirebbe thriller. Fu prefata da Churchill.
Il genere rosa, di cui Cartland è fondatrice ed esauritrice, è tutto il Novecento letterario, nei termini delle poetiche di genere, fatta esclusione per la fantascienza, che però ha in Isaac Asimov l’autore più prolifico di successo in assoluto del secolo passato (un soffio di pagine sopra Simenon). Il Novecento romanzesco è, nei generi, rosa e fantascienza. E’ l’immaginario occidentale, dell’industria culturale di massa, che disegna il sogno borghese di un passato emotivizzabile a piacere e quindi onirizzato nelle sue configurazioni, ma anche di un futuro che continua a risultare scommessa omerica a oggi, forse non più nelle modalità della science fiction che ci si attenderebbe nei libri e nelle altre opere di immaginario (per i cultori, ci si ferma a Battlestar Galactica, quanto a serial tv: trasmessa fino al 2009, è una ripresa di una serie prodotta un quarto di secolo prima).
All’interno della produzione di genere rosa, così come in quella fantascientifica, si trova tutto il genere storico che il secolo eredita nella forma datane da Hugo e Dumas, più che da Balzac.
Volumetti o tomi che vengono letti a centinaia di migliaia vengono ambientati durante la Guerra di Secessione, in frangenti western, in location esoticamente europee, in discronie che sono accettabili dall’immaginario delle mad woman, fino al postfemminismo.
Il rovescio di questa medaglia, la quale ha un valore monetario del tutto sociologico, è costituito dalla massa di “pubblico femminile” (come negli Ottanta del Novecento lo si definiva) che legge Stephen King in massa: un fantastico inquietante, addirittura orrorifico. La medaglia è però la stessa: l’ideologia del piacere di affrontamento dell’inconscio sta a fianco del piacere del sogno di una storia romantica. La distopia è l’altra faccia non dell’utopia, bensì dell’evasione dalla realtà se e solo se l’evasione conduce a un parallelo della stessa realtà.
L’utopia non esiste.
All’interno del genere rosa e del suo gemello fantascientifico, intendo, si condensano tutti i generi e le micropoetiche che hanno interessato o preoccupato le restanze attuali dell’attività critica letteraria, ideologica o meno.
Si evidenzia qui che il punto cieco della critica è la qualità e la quantità di immaginario veicolato in un secolo che, fino a ora, è stato rivisto sotto altre e forse più nobili prospettive, cioè quelle dell’inoltramento stilistico totale in un tempo capitalista occidentale.

