Gabriele Ferraresi: L’UOMO CHE RIUSCI’ A FOTTERE UN’INTERA NAZIONE

mar 15

Il critico Mario De Santis e Riccardo Quadrano su Radio Capital intervistano, tra risate e scottanti verità politiche immerse in coni d’ombra, Gabriele Ferraresi, l’autore de L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione, edito da il Saggiatore.

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Il libro

L’Italia non è mai stata innocente. Tantomeno l’Italia di oggi. Da oltre vent’anni un tycoon socialdemocratico delle telecomunicazioni governa il paese, lo tiene in pugno con segreti che solo lui conosce. Circondato da una corte innaffiata di modelle e immerso nell’orgia del potere, tiene in pugno il suo regno senza rinunciare alla vocazione per l’avanspettacolo. Investe cifre enormi in ricerche sull’immortalità, perché ha un sogno: la vita eterna.
Dall’altra parte dell’oceano decidono che è abbastanza. Barack Obama convoca Desmond Creek, agente Cia con le fattezze di John Malkovich a un passo dalla pensione, per sistemare la faccenda. Infiltrato nell’entourage del presidente italiano, l’agente si addentra nel carnevale dei poteri e ne viene sorprendentemente inghiottito. A partire dal viaggio nell’eden bianco di Valdai, dove il capo di stato russo ex Kgb strappa il cuore di un cervo vivo e lo offre in dono al premier. Tra strisce di coca disegnate con American Express e giganteschi idoli priapici in cartapesta, Creek scivola nel delirio grottesco di una nazione insana, senza mai abbandonare il fianco del presidente dalla cui naturale ipnosi viene irretito. La mano dell’agente rimane armata, ma il braccio sostiene quel piccolo uomo che è stato capace di sedurre un’intera nazione. E seducendola, di fotterla. Burattinaio manovrato dai pupi, l’agente dovrà mettere a tacere fantasmi del suo passato per compiere la missione e uccidere il premier del Bel Paese. Il quale a morire non ci pensa proprio: continua ad allestire un refrigeratore ipertecnologico che gli consentirà la sopravvivenza eterna.
Creatore di un immaginario pop e sfrenato, con una lingua divertita e tagliente Gabriele Ferraresi riesce a rappresentare l’Italia di oggi, il paese che balla sul Titanic. O su una Costa Crociere. Dalle pagine prende vita un teatrino cabarettistico cresciuto all’ombra dell’edonismo fosforescente degli ultimi decenni. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato: proprio come si guardava una puntata di Drive In.

Gabriele Ferraresi è nato a Milano nel 1982. Ha collaborato come inviato a Cronaca Vera dal 2006 a oggi, e, nel mezzo, ha lavorato per due anni in redazione a Maxim. Per la casa editrice Aliberti ha pubblicato Il testimone. È managing editor a Blogo.it.
Espertissimo di pop degli ultimi sei decenni italiani e stranieri, sta curando Il meglio di CRONACA VERA, che uscirà a maggio per il Saggiatore. Sta lavorando a un secondo, spiazzante romanzo.

Incipit: i primi due capitoli
[da Affari Italiani]

Corleone
26-06-1994

L’uomo è minuscolo e vecchio, fatto di cuoio, è vecchio da sempre.
Indossa larga una camicia a quadri sotto la giacca verde di fustagno: lurida, il colletto annerito. La tavolaccia su cui appoggia i gomiti è consumata e scura, in un angolo un coltello Opinel da caccia è stato piantato nel legno.
Questo uomo di cuoio minuscolo e vecchio guarda il Presidente dell’intera nazione e sposta la penna Bic con il cappuccio smangiato, è un suo vecchio tic, sopra una risma di fogli in carta intestata «Mapei – Prodotti per l’edilizia». Entrambi stanno seduti su sgabelli di legno grezzo. Come contadini aspettano la sera.
Nella villa abusiva della campagna siciliana friniscono cicale, il vento va a folate e scompiglia un leccio.
Aggiustano la seduta tra gli scricchiolii. Il vecchio è macrocefalo un minimo. La sua fronte appare tagliata da una ruga orizzontale molto profonda. Si sforza di contenere il dialetto siculo e parlare in italiano.
«Mi dica una cosa Presidente, di questo continente che è l’intera nazione mi dica una cosa soltanto. Com’è Roma davvero?»
Il nuovo Presidente del Consiglio sta occupando la capitale da due mesi. Oggi, per l’occasione, che qualunque altro politico vivrebbe con imbarazzato terrore, indossa un blazer blu Gianni Campagna doppiamente inopportuno: per l’ambiente rurale in cui si trova e per la temperatura estiva di Corleone. Suda, ma sembra respirare ottimismo, il celebre profumo della vita. Ha vinto le elezioni con un nuovo partito, nato in pochi mesi sulle ceneri di un altro storico, però ormai inopportuno. La socialdemocrazia nella penisola ora ha un nome e questo nome è uno slogan: CHE ITALIA!. Il vecchio minuscolo, che viene soprannominato u Curtu a volte e a volte la Bestia, è stato il suo grande elettore in Sicilia: lì CHE ITALIA! ha letteralmente conquistato l’isola. Secondo i giornali quel travaso di voti era imprevedibile, uno sconquasso elettorale di potenza devastante: quel risultato, raccolto in poche settimane, non lo aveva potuto prevedere nessun istituto di sondaggi, nemmeno il più ottimista.
Merito del minuscolo vecchio di cuoio. La totalità dei seggi in Sicilia esige ora quale prezzo?
Non è mai meno che entusiasta, il nuovo Presidente, nemmeno nella calura e nel cicaleccio della campagna corleonese: «Roma… Roma è bella. Però fa più freddo di quanto credessi. E c’è gente strana lì, strana molto. Ci serve ancora la vostra mano, ci serve ancora. Ce la dareste ancora una mano?» chiede quasi garrulo, felice che il vecchio sia più basso di lui.
Sospira, il vecchio. Sembrava prima cuoio, ora pietra. «Presidente, adesso mi fa pure un effetto chiamarla Presidente… Noi con lei ci conosciamo da tanto, a Roma c’è gente strana, a cui pure noi dobbiamo fare attenzione, dobbiamo tenere riguardo, dobbiamo portare rispetto. Se lo ricordi che mica ci siamo solo noi lì. Ci sono tutti, glielo posso giurare davanti a Dio, davanti ai miei figli. Ci sono tutti.»
Il Presidente lo fissa negli occhi. Quelli dell’anziano siculo sono spenti.
Dal giardino squillano bambini che giocano a pallone. Si lanciano insulti in dialetto. Il Presidente li intuisce da una finestra con l’intelaiatura scrostata, che una volta era stata bianca. Uno dei ragazzini indossa una maglietta di Totò Schillaci, l’eroe palermitano dei mondiali di Italia ’90: agli ottavi di finale era già capocannoniere. Contro il bambino urlano i suoi compagni di gioco, si chiama Salvatore. Il Presidente pensa che chiunque in Sicilia si chiami Salvatore.
Lo sguardo impenetrabile, perché spento, del vecchio non scoraggia l’ottimismo inguaribile del grande venditore che è il nuovo Presidente. Torna a mulinare: «Non ci lasci soli. Senza di voi siamo perduti. Il nostro è un affare» spalanca un sorriso bianchissimo. «Fifty-fifty, siamo soci.»
Pausa di silenzio azteco del vecchio. Poi: «Fosse per me, sarebbe cento a zero».
Il sorriso del grande venditore si spegne. Il vecchio minuscolo si alza dallo sgabello. È tozzo come un tronco secolare. Infila un braccio dietro la schiena, sotto la camicia e gratta. Sul volto appare una smorfia di piacere. «Presidente, mi dica una cosa ancora: i magistrati. Hanno capito il messaggio, i magistrati?»
La trattativa era andata a buon fine. In cambio dei sessantuno seggi la legge era cambiata con un maxiemendamento, approvato a due mesi dall’elezione. Niente più articoli che prevedono il carcere duro, niente più detenzione a centinaia di chilometri dai parenti, niente più censura sulla posta ricevuta in carcere. Il Presidente andava dicendo ai senatori: «È solo un acconto». Il saldo sarebbe venuto poi.
Il sorriso ritorna smagliante: «Hanno capito!».
«Ecco, questa è una bella notizia, Presidente. Adesso ci facciamo due passi. Andiamo a vedere le vacche.»
Il villino nella campagna corleonese pare vuoto. Ora non si sentono neanche i bambini giocare. Il Presidente osserva in silenzio gli stivali di gomma nera del vecchio. Sono incrostati di terra e fango.
Camminano lentamente. Il silenzio totemico del vecchio è insostenibile. Non può non parlare, il Presidente parla sempre, motiva senza tregua, straparla spesso e nessuno sembra accorgersene. «Sono arrivato con l’aereo di Stato. In tutto abbiamo impiegato tre ore. Pensi che in aereo da Milano a Palermo è un’ora e quaranta e da Palermo a Corleone in auto un’altra ora e quaranta.»
«Dice che dobbiamo farci l’aeroporto qui a Corleone?»
«No, ma mi dica delle vacche.»
Il vecchio si ferma un istante, torna a grattarsi, non risponde.
Non pago del silenzio atavico, il Presidente sciorina parole: «Pensi che io ne ho uno di aereo, un altro aereo oltre al mio, che è pieno, di… di vacche!». Alza gli occhi al cielo e pensa al carico di soubrette imbarcato sul jet privato. «Sta a Fontanarossa, a Catania. Non potevamo farlo atterrare insieme al nostro!»
L’andatura del vecchio nano è rigida perché non è abituato a camminare. Il Presidente sa che non si muove da quella costruzione abusiva, sono sempre gli altri a venirlo a trovare. È latitante da quasi un quarto di secolo. Rare riunioni si celebrano lì una volta l’anno e lui era stato invitato alla precedente, tre mesi prima delle elezioni. Già allora si respirava aria di festa. Ora la festa era cominciata.
«Le vacche sull’aereo… Che minchia ha capito, Presidente?» e lo abbatte con una pacca sulla spalla. Non ride.
Spalanca l’ingresso delle stalle. Il Presidente immagina di trovarci montagne di cadaveri disossati e bidoni di acido.
Ci sono due mucche.
Vedono il vecchio padrone e muggiscono docili. Salutano la mano che le munge ogni giorno e allevia i loro dolori. Lui le guarisce dalla mastite. La fattoria degli animali mafiosi non sembra avere la minima intenzione di ribellarsi al fattore.
«Venga, Presidente, venga.»
Allunga il braccio e prende due sedute. Si accinge alla mungitura.
«Ma io non ho mai fatto niente del genere in vita mia!» Uno schizzo di letame sull’orlo del blazer è una certezza e non più un timore.
«Presidente, mi ascolti bene: cu non fa nenti, non sbagghia nenti.»
«Cosa vuol dire?»
«Di niente si deve preoccupare: di niente. Si segga. Mungiamo.»
Il vecchio massaggia le mammelle del bovino prima di partire, come fa ogni mattina. È insospettabilmente agile, veloce. Stringe i capezzoli del mammifero con delicatezza, sposta il secchio sotto la pancia della vacca, stringe ancora e tende la pelle, il latte sgorga.
Il Presidente è stupito.
«Adesso tocca a lei Presidente: mi faccia vedere come munge.»

Washington D.C.
8-11-2011

«Splendido novembre, non trova?» L’Uomo Nero domina il mondo, sotto il porticato bianco che domina il mondo. Ignora il formicolio dei collaboratori e della security, colossi bianchi come statue classiche greche e anabolizzate. Si concentra, assaggia l’aria. Questa è la Casa Bianca. La luce del primo mattino invade ogni angolo del palazzo neoclassico firmato da James Hoban nel 1792: tutto l’edificio al 1600 di Pennsylvania Avenue brucia in un incendio di fotoni. Valuta la banalità della domanda, dopotutto è al cospetto di un essere umano sul cui impero non tramonta mai il sole. Ci si brucia sotto quel sole?
«Sì, Presidente, un ottimo novembre.»
«Desmond Creek. Lei non è una leggenda nella Cia. Nessuno è una leggenda nella Cia. È l’unico modo per essere grandi agenti: non essere leggende. So che la sua partenza è imminente e so pure che l’idea per la copertura è sua: è molto creativa. Non ci deluda. Ce lo tolga dai coglioni, quel caudillo italiano. Per sempre.» Non ride, non l’ha detto per ridere: un pezzo della scacchiera internazionale va immolato.
L’Uomo Nero emana una luce abbagliante, costringe l’agente Creek a chiudere gli occhi: è impossibile sostenerne lo sguardo.
Percepisce, l’agente, l’abisso tra quanto mostra quest’uomo al resto del mondo con la sua costruita semplicità e che cos’è, a trenta centimetri di distanza, quella parabola perfetta per raccontare l’America.
Sprofonda in quell’abisso, Desmond Creek.
«Certo, Presidente.»
Il congedo è rapido. Le consegne immediate. Il potere ha parlato.
Ruota su di sé, come se avesse realmente dimenticato un’aggiunta secondaria ma affettuosa, amicale: è tutto calcolato. «Si prenda il pomeriggio libero, agente Creek. Posso dirle che contiamo su di lei, io e i nostri partner. Non l’abbiamo scelta per caso: questo lo sa, vero? Conto di rivederla qui, a missione conclusa, per offrirle un Rob Roy. È l’unica leggenda che la riguarda: il suo cocktail preferito.»
Sa tutto, l’Uomo Nero. Il che non basta: bisogna anche essere capaci di stare attenti a tutto. L’informazione sul cocktail prediletto da Desmond Creek è un affaire in sé: Desmond la riteneva un’informazione riservata, di cui l’Agenzia non era a conoscenza. Dedicato a Robert Roy McGregor (da qui la contrazione in Rob Roy), un capo clan scozzese di fine Seicento, eroe popolare e fuorilegge: un Robin Hood privo di fama spettacolare. La leggenda sostiene che il Rob Roy fosse stato creato da un barman non assunto, al Waldorf Hotel di New York, in onore della prima dell’opera lirica Rob Roy, a Herald Square su Broadway. Anno del Signore 1894. Quell’eroe misconosciuto degli shakeraggi di pregio ebbe l’ardire di miscelare angostura, bitter, vermouth e scotch whisky: una base alcolica che avrebbe irritato Sua Maestà, tanto era griffata Highlands. Ne verrà ricavata in seguito una versione involgarita: un distillato che pesa sulle papille per eccessiva presenza di torba.
Desmond Creek rimane insensibile al touché del Presidente. Nella torba affondano morti preceltici, dopotutto non c’è da prendersela a cuore più di tanto.
Un’ora passa.
Riemerge, Desmond, sui sedili posteriori, quando l’autista ha già condotto la Cadillac blindata lungo la New York Avenue. La Carnegie Library è a pochi metri: l’ha sempre trovato un edificio di merda. Non capisce chi lo incensa come un monumento imperdibile.
A bassa voce ordina al ragazzino: «Portami da Everard’s Clothing, sulla ventesima».
Una delle migliori boutique di Washington D.C. costringe a un’inversione di marcia, secondo i desiderata di una spia che, come tutte le spie, sconta e paga a caro prezzo le sue idiosincrasie e le sue ambizioni di raffinatezza. Il suv Cadillac prosegue lungo la K Street Northwest.
Desmond Creek si osserva nel finestrino. Nessuno potrebbe immaginare che quell’uomo vestito in abito sartoriale Hickey Freeman da duemila dollari, camicia di Bergdorf Goodman, cravatta Duchamp, gemelli Bulgari sia un assassino.
Everard’s era sulla piazza ormai da quindici anni e si confermava come uno dei migliori a Washington. L’aveva letto, Desmond, anche sull’Examiner, la celebrazione era poi arrivata con un articolo sul Washington Post. Clientela composta principalmente da uomini del Congresso e funzionari governativi. Acquisti classici: completi, camicie, accessori Carrot & Gibbs, abbigliamento femminile per amanti di provincia da sgrezzare, a cui costruire una credibilità paracongressuale e da party privé partendo dal guardaroba – Everard’s vantava anche una fornita boutique per signore e aveva aperto un punto vendita perfino a Georgetown.
Il fondatore, Louis Everard, un elegantone nero sulla cinquantina, conosceva parecchi segreti. Le cabine in mogano, dove gli uomini del Congresso tastavano il proprio ego e ne nascondevano le flaccidità, erano i suoi confessionali. Henry Kissinger glielo aveva detto lì: non gli piaceva scopare. Soltanto dopo aveva suggerito (lui!) a Everard di dimagrire.
Creek scende dalla Cadillac davanti a Everard’s. Congeda il ragazzino, talmente anonimo da risultare irritante.
Prenderà un taxi per tornare.
Lo incrocia un passante.
«Mi scusi, lei non è quell’attore famoso? Come si chiama…»
Seziona l’imbecille che lo infastidisce: è sovrappeso, i capelli unti tirati all’indietro, cinquant’anni forse, addosso una lisa t-shirt dozzinale dei Washington Redskins, roba anni novanta, neanche merchandising ufficiale. Escluso che sia un pericolo. Escluso anche che sia un divertimento.
«John Malkovich!» esplode l’idiota, come se avesse vinto a Jeopardy! «È lei!»
«No.»
«Ma guardi che è incredibile! Siete identici!» e inizia ad avvicinarsi.
Desmond arretra. Una piccola carica di saxitossina è già tra le sue mani, aperta e inoculata nell’ago ipodermico: il problema sarebbe già risolto. «Le assicuro che non sono io. Non ho molta voglia di sorridere. Arrivederci.»
«Ma glielo dico io! Si fidi: lei è veramente John Malkovich.»
Desmond sferra un calcio al pechinese nano di una cicciona che sta passando a fianco del vincitore di Jeopardy!, un Wu Ting Fang di venticinque centimetri al garrese. Quello ruota lungo il marciapiede, piagnucolando, mentre la padrona stride in cerca di autorità.
Lo sconosciuto è terrorizzato, Desmond non ha smesso di fissarne lo sguardo bovino nemmeno mentre effettua il cross con il cane della massaia rifatta.
Alle spalle di Desmond, si apre una grassa risata. Louis Everard giganteggia all’ingresso del negozio. «Allora sta succedendo ancora. Non è finita. Niente pensione. Bentornato Desmond.»

(continua in libreria)