Su ‘La Lettura’ del Corsera: La Spoon River della Rete
dic 06
L’altra storia del Web: dalla Silicon Valley sarda a MySpace, i risvegli bruschi di 20 anni di Internet
di GIUSEPPE GENNA | da La Lettura, inserto del Corriere della Sera, 4.11.2011
Non tutti sanno che, oltre al cimitero degli elefanti, ne esiste uno dei salmoni. I salmoni risalgono correnti sfiancanti, per giungere a morte certa e riposare insieme ai loro simili. La storia del Web negli ultimi 20 anni coincide con l’evoluzione da salmoni a elefanti. Si è passati dai «fighetti» controcorrente a quelli di massa, che fanno corrente. Era composta da scriteriati salmoni quell’armata Brancaleone che si muoveva in una Rete creativa soprattutto in Italia. È infatti il nostro Paese a pubblicare per primo in Europa, nel 1994, un quotidiano online. Compie l’impresa un miliardario sardo con un nome che pare uscito dai «Sopranos», Nicky Grauso. Siccome Grauso è sardo, va online «L’Unione Sarda». Siccome Grauso è ricco, compra anche il più importante quotidiano polacco e così anche «Zycie Warszawy» va in Rete. Nicholas Negroponte, che a quei tempi sarebbe un guru della Rete, dal prestigioso MIT si fa vivo, ipotizzando la Sardegna come nuova Silicon Valley: un tragico equivoco in cui cadrà pure il grande manager Franco Tatò, convinto che l’area geografica seminale del Web sarebbe stata la Basilicata.
La società di Grauso, Video online (o VOL, come è più nota tra i «fichissimi» appartenenti alla community) raccoglie 15 mila abbonati, quasi il 40% di tutti coloro che in Italia navigano in Rete. Tuttavia Grauso esagera. Insieme ai dischetti da inserire nei pc per connettersi attraverso modem che stridono come aragoste vive messe in acqua bollente, elabora un browser, cioè l’equivalente attuale di Firefox. Un browser sardo lentissimo e pieno di errori, poetico, aveva tante chance di imporsi quanto un motore di ricerca ciociaro oggi contro Google.
Va detto che il leader dei navigatori di allora, Netscape, così come il motore di ricerca più frequentato, Altavista, attualmente riposano anch’essi al cimitero degli elefanti di Rete. Dai dischetti da inserire nell’unità ausiliaria per connettersi alla Rete via modem (il wi-fi era realistico quanto un’ipotesi lanciata dal Signor Spock in una puntata di Star Trek) a Grauso a VOL al guru Negroponte — tutta questa masnada di eroi esploratori finisce nel dimenticatoio. I ganzi della Rete sono infatti velocemente passati ad altro. Bill Gates era un elefante in tempi di salmoni. Sosteneva che la Rete non avrebbe funzionato. Siccome Steve Jobs disse il contrario, Gates mutò idea e lanciò il navigatore Explorer, accaparrandosi fette di mercato abnormi e diventando il monopolista di tutto: computer, software, Rete, forse anche della Via Lattea. Preso da insana follia, Bill Gates lancia nel 1996 un magazine di letteratura e arte e altre cose di cui non sa nulla di nulla, «Slate». Dopo un anno e mezzo, il tutto finisce in un’agonia devastante. «Slate» a tutt’oggi prospera, ma è uno dei tipici casi di zombie di Rete, non infrequenti — certi elefanti vanno a morire e poi scoprono che erano solo in catalessi.
Nel frattempo quelli davvero à la page hanno imparato a farsi il sito. Hanno appreso gli esoterismi del codice di Rete, l’html, e hanno dato sfogo alla loro creatività su un network che si chiama Geocities. Prima di essere acquistato e poi spedito a calci al cimitero degli elefanti da Yahoo (dal 2009 esiste una spettacolare pagina in cui si annuncia la serrata definitiva: http://geocities.yahoo.com/index.php), il servizio di Geocities è come il giubbotto di pelle nera per gli ammiratori di Fonzie o la cresta per quelli di Neymar. Non c’è italiano digitale che non si faccia il suo piccolo angolo di Rete, elegante come il guardaroba di un ospite della De Filippi. Migliaia di Benedette Parodi thai si confrontano con centinaia di Carli Lucarelli finlandesi. È l’autentica scoperta della globalità della Rete e dei saperi. Per questo motivo gli utenti trendy del Web passano ai portali, luoghi inutili in cui si leggono articoli inutili su discipline inutili. Sono gli outlet della Rete. C’è la chat, ci sono i forum, c’è il motore di ricerca, c’è la «comunità». Nascono e muoiono in pochi anni, ad altezza 2000, prima di avviarsi, caracollanti sotto il peso non leggero di una bolla speculativa, verso il cimitero degli elefanti. Da Ciaoweb (firmato Fiat!) a Jumpy (l’imperdibile portale di Rete di Mediaset, ribattezzato «Giampy» come i fighetti milanesi) i portali virano all’estinzione.
Intanto i nuovi vip Internet sono tutti impegnati a digitare sui messenger, diabolici microsoftware che assoldano torme di adolescenti capaci di scriversi sms di Rete da sei pagine in 20 secondi, eliminando le vocali. I messenger trionfano attraverso il risveglio primaverile degli ormoni, ma creano il primo germe del successo di Facebook: C6 è la dimenticabile chat della comunità Atlantide, che verrà diroccata quando arriva lo tsunami social di Facebook.
Prima però avviene l’avvento del 2.0: tutto è social. Se non sei social, sei scemo. La prima fase è la blogosfera. C’è stato un momento in cui chiunque ha potuto esprimere con anarchica saccenza giornalistica la sua opinione sul fatto che esistessero davvero Al Qaeda o Paris Hilton. Facebook ha creato un comodo tapis roulant verso la discarica per la maggior parte dei blogmondiali. Faceva fatica «postare », anche se era molto figo e, se non «postavi», non eri nessuno. I blog si aprivano, si sfruttavano intensivamente e dopo qualche mese si abbandonavano per anni in network cavernosi dai loghi orrendi, come Tripod o Splinder. Quest’ultimo è un elefante che ha annunciato che il suo ultimo viaggio avverrà entro pochi giorni.
Il più recente tra i fallimenti che furono cool è MySpace di Rupert Murdoch, ma non è il più grottesco. L’iniziativa più surreale pensata per la Rete si chiamava e si chiama tuttora Second Life. Una specie di videogioco totale che crea paesaggi situazioni e personaggi (avatar), i quali interagiscono tra loro, facendo soprattutto sesso e pratica di lettura. Tutti gli avatar hanno nomi che nascono da un malsano incrocio tra medioevo latino e oculistica polacca. Chiunque provasse a entrare su Second Life si trova davanti a una schermata fissa per ore e ne esce ipnotizzato. C’è un’economia reale in questomondo virtuale: tutto si compera in dollari che si chiamano Linden. Ora quelle lande sono praticamente deserte. Le librerie di grandi marchi editoriali, aperte in fretta e furia, sono state rottamate. Per scrivere questo articolo, sono entrato in Second Life e ho incontrato soltanto un avatar, che si chiamava Di Pietro. Era un’enorme costola di elefante morto.
Giuseppe Genna
Twitter @giuseppegenna

