Camilleri: Fusco e “Gli indesiderabili”

mar 07

di ANDREA CAMILLERI | da Gli indesiderabili (prefaz., Sellerio)

Con la funambolica biobibliografia di un misconosciuto del Novecento, la nota che Andrea Camilleri ha scritto per il picaresco reportage sugli ex-gangster rimpatriati in Italia alla fine della Seconda guerra mondiale: “La sorridente pietà di Fusco, non saprei come altrimenti definirla, lo porta a scegliere tra le tigri con meno denti e più spelacchiate”.

Le strade di Roma di cortei ne hanno visti migliaia, ma un corteo come quello del marzo 1955, composto da un centinaio di persone appena, sicuramente ancora non l’avevano visto, né l’avrebbero visto in seguito. I componenti erano tutti ultrasessantenni, e costituivano una fauna umana che avrebbe fatto la felicità di un disegnatore come George Grosz o di uno studioso come Lombroso: fronti basse, orecchie a foglia di cavolfiore, teste piene di bitorzoli, mani enormi e pelose. Una fauna della quale è possibile farsi un’idea osservando certe comparse del film Il padrino che, almeno da questo punto di vista, è attendibile. Marciando, non agitavano bandiere e non cantavano inni o canzoni. Una canzone rappresentativa della loro condizione avrebbe potuto essere quella che s’intitolava Spaghetti, pollo e insalatina e che paragonava una splendida e dispendiosa vita giovanile a Detroit alle ristrettezze e ai disagi dalla vecchiaia in patria. Ma Fred Bongusto non l’aveva ancora scritta. Perciò i manifestanti, guidati da un tale che si chiamava Frank Frigenti, si limitavano a distribuire in silenzio ai passanti foglietti ciclostilati, scritti in un italiano improbabile, nei quali erano esposte le loro richieste indirizzate alla “calorosa e generosa anima dell’Eccellentissimo Onorevole Mario Scelba, figlio prediletto di Cristo, onore e vanto della nobilissima terra di Trinacria” e all’ambasciatrice americana Claire Booth Luce, “angelo biondo che porta nel cognome suo stesso il simbolo di quel raggio di speranza che i derelitti aspettano con fiducia di figli pronti a ripagare col sangue il beneficio ricevuto”. Ma chi erano questi “derelitti”? Erano tutti ex gangster di origine italiana, perlopiù uomini-pistola, soldati semplici delle organizzazioni mafiose, bassa manovalanza, come si direbbe oggi. Nella loro vita non avevano fatto altro e altro non avrebbero saputo fare. Nel 1945 il governo degli Stati Uniti, assieme alle derrate alimentari del piano Marshall, aveva deciso di liberarsene rispedendoli in Italia con la qualifica di “indesiderabili”. Ne arrivarono, con navi diverse, quasi seicento. Avevano obbligo di residenza, vale a dire che ognuno di loro doveva andare ad abitare nel paese dov’era nato e dove oramai non aveva più parenti o amici dopo un’assenza ultraquarantennale (nella maggior parte, erano entrati clandestini negli Stati Uniti): non avevano risparmi o, se li avevano, quel poco che erano riusciti a mettere da parte sarebbe svanito in poco tempo per sopravvivere, dato che nessuno era disposto a concedere loro un qualsiasi lavoro. Chiedevano perciò un sussidio, un ricovero, un aiuto qualsiasi. Un rotocalco dell’epoca chiamò il corteo “la marcia delle tigri stanche”. Ma poteva essere concesso loro un sussidio per un lavoro (non entro in merito sulla particolarità di quel lavoro, se così si può chiamare) svolto all’estero? Forse qualche burocrate venne sollecitato a porre l’elegante questione, ma la cosa non ebbe seguito. Un frate francescano propose allora la creazione di un ospizio, come dire, esclusivo, dove gli ex gangster avrebbero trovato ospitalità e avrebbero trascorso le giornate meditando e pregando. Non se ne fece niente. Si trattava di una specie non solo non protetta, ma destinata a deliberata estinzione. “E chista è la raccanuscenza di l’amiricani pi avilli aiutati a sbarcari in Sicilia?” mi domandò un giorno uno di questi indesiderabili che avevo conosciuto. E concluse amaramente: “poviru e pazzu partii, poviru e pazzu turnai”. Il fatto è che la “raccunuscenza” ossia la riconoscenza per essere stati aiutati direttamente o indirettamente nello sbarco gli americani la dimostrarono a pochissimi mafiosi, i più potenti e i più furbi, che furono anche loro rispediti in Italia come indesiderabili, ma dotati di personali fortune (meglio non indagare come fatte) e in grado di passarsela meglio che negli Stati Uniti. Un caso esemplare è quello del famoso Lucky Luciano del quale si disse che nel giugno del 1943, un mese prima dello sbarco, fosse clandestinamente arrivato in Sicilia per preparare il terreno alle forze alleate. Di questa missione non esistono prove, all’epoca Luciano era ufficialmente nel carcere di Dannemora, condannato a trent’anni di reclusione. Ma a lui, nel 1942, si era rivolto il Naval Intelligence: “si trattava – scrive Fusco – di mettere al servizio della nazione in guerra la perfetta, capillare organizzazione portuale dell’onorata società”. Luciano, potentissimo anche tra le sbarre, accettò. L’operazione d’appoggio della mafia riuscì perfettamente, in soli due mesi i casi di sabotaggio e di passività antibellica si ridussero del settanta per cento. In “raccanuscenza” a Luciano vennero abbuonati i vent’anni di carcere che aveva ancora da scontare e a metà del febbraio 1946 venne imbarcato per l’Italia. Visse tra donne, cavalli e alberghi di lusso a Napoli, nel cui aeroporto morì nel 1962 colpito da collasso cardiaco. In definitiva però a Gian Carlo Fusco – giornalista sì, ma soprattutto grande narratore – non interessano quei due o tre che, come Luciano, poterono usufruire di un trattamento particolare. La sorridente pietà di Fusco, non saprei come altrimenti definirla, lo porta a scegliere tra le tigri con meno denti e più spelacchiate. Come Frank Frigenti, appunto, che vive estorcendo qualche migliaio di lire a giornalisti creduloni o rassegnati (quest’ultimo è il caso di Fusco) con la promessa della cessione di una valigia piena di carte esplosive e documenti compromettenti o come Lu (Napoleone) Grisafi, rimpatriato nel 1952, che viene salvato dall’indigenza totale da un maresciallo dei carabinieri che gli procura un posto di guardiano in una masseria. Ma il maresciallo non riuscirà a salvarlo dalla morte: Lu Grisafi verrà ucciso nel 1955, ultimo anello di una catena di vendette iniziate trent’anni prima. A questi “indesiderabili” Fusco dedica i migliori capitoli del suo libro, essi hanno i toni e i modi di un racconto tanto magistrale da trasformare in personaggi, che paiono inventati con estro inesauribile, persone realmente esistite. Le ultime pagine sono dedicate a un “indesiderabile” che negli Stati Uniti combatté una certa mafia venendone sconfitto, il livornese Ezio Taddei. Nel 1921 era stato condannato a otto anni per partecipazione, non dimostrata, ad attentati dinamitardi. Stava per uscire dal carcere quando gli commutarono, per istigazione alla rivolta, altri cinque anni. Liberato, tentò di scappare in Svizzera. Lo sorpresero e si fece due anni di carcere, quindi fu inviato per quattro anni al confino. Nel 1938 riuscì ad arrivare in Svizzera, da qui passò in Francia e l’anno dopo s’imbarcò clandestinamente per gli Stati Uniti. Nel ’44 pubblicò a New York un libro, tradotto da Samuel Putnam, che alcuni critici definirono un romanzo straordinario. Si intitolava The Pine and the Mole, in italiano Il pino e la rufola. In quegli anni era diventato amico di Carlo Tresca, che pubblicava il giornale “Il Martello” e aspramente polemizzava con Generoso Pope, filofascista e proprietario del giornale “Il Progresso Italo-Americano”. Nel 1943 Tresca venne ammazzato a revolverate. Taddei fece una sua personale inchiesta portando alla luce un nido di vipere, un vischioso intreccio tra politica, giornalismo e mafia. Gli costò l’espulsione. Oltretutto era un anarchico e con gli anarchici (ricordate Sacco e Vanzetti?) gli Stati Uniti non hanno mai avuto molti riguardi…

Biobiblio

Gian Carlo Fusco (La Spezia, 1915 – Roma, 1984), giornalista, romanziere, sceneggiatore cinematografico, attore e protagonista della scena artistica italiana a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, è stato del tutto “snobbato”, spesso perfino dimenticato dalla critica ufficiale, ma osannato nei salotti mondani di tutto il bel Paese come “il più grande narratore orale della seconda metà del Novecento”, come lo definì una volta Oreste del Buono. Solo ultimamente oggetto di una riscoperta sia di critica che di pubblico – riscoperta che sta prendendo forma proprio grazie al passaparola di vecchi e nuovi lettori che in modo del tutto autonomo hanno ripreso ad interessarsi del grande autore spezzino dopo la ripubblicazione del suo lavoro più noto Duri a Marsiglia (Einaudi Stile Libero) – Fusco sta finalmente guadagnandosi il posto che merita nella vicenda letteraria italiana del secondo Novecento.
Questo personaggio leggendario condusse una vita irrequieta, durante la quale ha praticato mestieri di ogni sorta, alcuni forse immaginari, dall’attore cinematografico al boxeur (in realtà da ragazzo sognava di diventare un famoso pugile, ma, nell’unico incontro ufficiale che combatté nella sua vita, finì male perdendo tutti i denti). Da giovanissimo fugge di casa per inseguire a Marsiglia una ballerina di varietà e per l’occasione s’improvvisa ballerino. All’età di 26 anni è sul fronte greco-albanese, nel Genio telegrafisti; alla fine della guerra diviene un protagonista della vita notturna versiliese, dove si fa passare per medium, fachiro, e, come racconta Monicelli, incantatore di serpenti: da animatore, al Tombolo di Viareggio, riusciva a far danzare a ritmo di boogie-woogie una biscia da lui ammaestrata (complice anche la Simpamina che le somministrava ogni sera e che contribuiva a renderla, nelle movenze, simile ad un pericolosissimo rettile). Proprio questa immagine dell’incantatore di serpenti meglio rappresenta Fusco e il fascino ammaliatore che sprigionava.
Inizia a lavorare come giornalista scrivendo per “La Gazzetta di Livorno”; Manlio Cancogni lo fa entrare nel gruppo dei collaboratori de “Il Mondo”, dove inizia a frequentare le migliori penne del momento, per poi passare per le redazioni de “L’Europeo”, de “Il Giorno” e de “L’Espresso”, facendosi ammirare sempre più per i suoi irresistibili racconti. Personaggio eccentrico, amava, tra l’altro, far credere di essere appartenuto ad ambienti della mala marsigliese, ma in realtà era semplicemente affascinato da Marsiglia e dalle quelle atmosfere fosche cantate nelle opere di Baudelaire e Rimbaud e descritte nei film di Gabin e di Duvivier. Il suo genio è quello del cantastorie: un “novellista del Trecento risorto davanti al Golfo dei poeti” (Beppe Benvenuto) con una passione quasi morbosa per il particolare, un affabulatore trascinante nella pagina scritta e nella vita. Frenetico, collerico, simpatico, amabile e istrionico allo stesso tempo; da una parte sempre e comunque eccessivo, “maledetto”, irregolare sino al parossismo, dall’altra smagliante e irresistibile – quando si lasciava andare alla sua vena immaginifica si poteva star certi che avrebbe incantato tutti con i propri formidabili racconti -, Fusco è ormai diventato un personaggio da leggenda metropolitana. Chi lo ha conosciuto ha sempre nuove storie da raccontare su di lui: come quella volta in cui il giornalista spezzino, che aveva preso l’abitudine di girare armato, in preda ad una crisi da abuso di droghe mescaline, sparò accidentalmente due colpi di arma da fuoco contro il soffitto di un locale di via del Babbuino a Roma, l’attuale Caffè Notegen. O come l’altra nota vicenda che coinvolse la ditta Nardini, società che inviava settimanalmente a casa di Fusco un carico di grappa, indirizzato al bar Fusco, essendo impensabile che una sola persona potesse bere tanto. O di quell’inseparabile amico, Bubù (Rick Rolando), marsigliese ai limiti della mala, compagno di sbronze e di nottate, di cui Fusco ne ricorda l’amicizia ne l’autobiografico A Roma con Bubù.
Maestro del giornalismo di cronaca e costume, ha scritto e pubblicato molto, agendo in qualunque media. Con Enzo Biagi è autore della commedia … e vissero felici e contenti, interpretata da Romolo Valli; ha fatto radio e ha collaborato a varie sceneggiature cinematografiche, con Carmelo Bene, Mario Monicelli, Vittorio Gassman e Tinto Brass, per il quale ha scritto i primi sei film che. E’ stato un ironico, delizioso scrittore e un grande narratore orale. Memorabile è il suo ruolo di un militare scombinato e macchiettistico nel film di Monicelli Vogliamo i Colonnelli (1973), accanto a un grandissimo Ugo Tognazzi, deputato golpista.
Fusco è stato uno scrittore molto prolifico ed eclettico, al quale è stato riservato uno strano destino, perché, pur essendo stato un formidabile scrittore, il suo nome non compare nelle enciclopedie e nelle storie della letteratura. Eppure, almeno tre dei suoi libri, il già citato Duri a Marsiglia, Guerra d’Albania (da cui è stato tratto, in parte, l’ultimo sforzo cinematografico di Mario Monicelli, Le Rose del deserto) e Le Rose del Ventennio (su cui è basato il film di Giuseppe De Santis Italiani brava gente) sono opere dotate del potere d’incidere, con l’efficacia del proverbiale.
“Nelle sue pagine – ricordava Giovanni Arpino – Fusco scavava sempre un ritratto, un carattere, una figurina che costituisce il micidiale esemplare dei tempi.”

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