Il Miserabile intervista Italo Rota

Pubblicato il 6 luglio 2010 | in Interventi

[L'edizione italiota di Rolling Stone mi incaricò ad aprile di andare a intervistare l'architetto e designer e artista visivo Italo Rota, di cui qui il sito ufficiale e qui la fan page su Facebook. L'intervista apparve nel numero di maggio dell'interessante magazine, corredata da alcune "mappe concettuali" di Rota - autentiche opere d'arte grafica e antisimbolica, che qui non riesco a riprodurre, mi risulta impossibile fotografarle ad alta definizione. Come si potrà notare dall'entusiasmo che dimostro nella prosa antigiornalistica impiegata, di Italo Rota sono semplicemente entusiasta. Lo ritengo una personalità neorinascimentale e, dai tempi del poeta Antonio Porta, l'intellettuale che più ha influito sulla mia formazione continua. gg]

Mettere piede nello studio di Italo Rota significa superare una soglia iniziatica: è come uscire dalla caverna di Platone, entrare in una mente ben più intelligente di quella di John Malkovich, addentrarsi in un labirinto giocoso privo di Minotauro al centro. Parlare con Rota significa essere esposti a uno tsunami di profondità, saggezza, spiazzamento creativo, magistralità. Da anni non restavo tanto sconcertato grazie a un incontro e offro doni agli dèi perché “Rolling Stone” mi ha messo faccia a faccia con uno degli artisti e degli intellettuali più strabilianti che io abbia mai conosciuto.
Per inquadrare Italo Rota: si tratta di uno dei massimi architetti italiani operanti qui e in giro per il mondo. Uno che ha realizzato gli interni del Musée D’Orsay come esordio lavorativo, per poi ristrutturare con Gae Aulenti il Museo di Arte Moderna al Centre Pompidou. Ha rimesso mano al Louvre, sta convertendo l’Arengario di Milano in Museo del Novecento e negli spazi liberi interviene in India su un tempio indù o in Spagna per l’Expo di Saragoza. E’ uno dei responsabili dei contenuti per l’Expo milanese – se messo in mano a lui, ho la speranza che l’evento sarà meno sciagurato di quanto mi attenda.
Io me lo ricordo, Italo Rota, per come uno scrittore mediocre può mantenere nella memoria immagini parziali della propria storia: nei Novanta era per me un pupazzo di Ontani che doveva venire eletto a nuovo simbolo di Milano, un burattino con il piede di porco (a ricordare l’origine etimologica di Mediolanum, che chiama in causa un maiale), uno scudo fatto di con pezzo di Alfa Romeo – insomma un patchwork che rendeva conto di molteplici presenze iconiche di quella che fu chiamata “capitale morale d’Italia”. A quei tempi, il simbolo elaborato da Rota scatenò polemiche infinite. Oggi sta in una sala del Museo di Arte Contemporanea di Francoforte. “Ero stato chiamato nella giunta come assessore alla Qualità della vita. Si trattava di risolvere la prima emergenza rifiuti a cielo aperto della storia italiana”. Se ne andò dal consiglio comunale ed è chiaro perché: non può fare l’assessore a Milano uno che è l’Innovatore, il Pensiero Che Si Fa Creazione, il Demiurgo Che Gioca E Ci Fa Giocare.
Rota sfoggia un’inedita barba da saggio rinunciatario, una sorta di realizzato buddhico. Resto a bocca aperta, mentre mi mostra le sue mappe, che sono concettuali ma non solo, come potete ammirare dall’installazione cartacea che ha creato per la rivista (a destra, una delle mappe di Rota): “La creazione di mappe fornisce un pretesto per un punto dal quale partire” quasi sussurra, con una calma che solleva in me un’invidia rara – da quali scrigni interiori questo spirito eccezionale trae una tale serenità? Le mappe di Italo Rota sono un percorso che attraversa il troppo che c’è, abbassano a prosa del mondo la mitologia della complessità, per opporre un’estetica altra, capace di spingere a un pianeta rinnovato, meno sociopolitico e più fisico. E dovrebbe essere un architetto: “L’architettura non è più necessaria. L’autentico mestiere dell’architetto risiede nel rivelare lo spazio della mente umana. Va compreso che gli architetti non hanno mai fatto le metropoli e che, soprattutto in Italia, le città sono immensi show-room. Il confronto con lo spazio è fondamentale, ma molti architetti non si sono mai sognati che si tratta di aprire degli autentici stargate. Del resto, l’ultima versione dell’architetto è gemellare al prete protestante: si vestono di nero, hanno l’uniforme. Pensano di eternarsi facendo calare supposti gioielli laddove chiunque ha pisciato cemento. E’ da più di cento anni che non funziona. Trovo che oggi ogni cosa non sia parziale, ma molto totale. E’ stato superato il corpo, non è più centrale il corpo umano se non quello estremo, moncato, innestato di protesi, oppure proteso verso una trasformazione che è coincidente con la vera scoperta della natura. Questa è una fase in cui la natura viene scoperta. Messa in pericolo, si trasforma, si innalza nell’attenzione collettiva. Certo, è tragico che gli elefanti rischino la scomparsa, ma come spiegare che esistono 3.000 tigri in Italia? La questione della domesticità animale non tocca il fatto che di natura si tratta. Ciò non entra in conflitto con una supposta malizia della tecnologia – la vera tecnologia del futuro consiste nel modo in cui penseremo. Semmai, le variabili che rendono tutto un po’ penoso, in questo passagio di era, sono l’assenza di amore e la mancanza della cura di sé: generazioni che hanno dismparato la sensazione del sentirsi preziosi. Perfino quando si ammalano le persone, in parte, sembrano non desiderare di guarire. Tutto ciò è parte di un immenso viaggio, una nuova migrazione (ma non abbiamo mai smesso di migrare). Questo viaggio ci conduce verso la riscrittura del confronto con la natura e fin da ora ha prodotto la riscoperta degli altri”.
Sembrerebbe di discorrere con una versione potenziata di Heidegger o con un Milarepa che apprende anche dalla visione di serial cult: “L’esempio del Dr. House è interessante. C’è un risvolto quasi cristico in lui. Soprattutto il fatto che lui mostri, come elemento di continuità narrativa, che lui è il suo corpo e, allo stesso tempo, che il corpo è superabile. Pone una questione fondamentale: preferisci uscire da questo ospedale su due piedi senza sapere chi ringraziare oppure vuoi che io stia qui a tenerti la mano mentre muori? Viene evidenziato come guarire sia un lavoro singolare, interiore. E’ messa in luce la magistralità del dolore, che insegnando conduce alla guarigione”.
E’ provocatorio? No, Italo Rota ribalta ogni prospettiva con la naturalezza di un artista zen. Per lui, è evidente, la narrazione è tutto. Le sue mappe sottraggono da un surplus di elementi che catturano la nostra attenzione, fino a distrarci, per scoprire un ordine sotterraneo, carsico, che intride il rumore bianco della realtà. Sono anche una difesa, le sue mappe instabili, mutabili a seconda delle contingenze e delle condizioni: “Possono difendersi dai canoni. Il passato è obsoleto. Ci pesa, oggi. La tradizione è intesa da più di un secolo come qualcosa di fossile e non dinamico. Una delle conseguenze a priori di questo atteggiamento è l’espulsione della potenza femminile dalla storia del pianeta che ci ha preceduto. Il mondo maschile è secondario, marginale”.
E però la contemporaneità pone a un architetto un problema fondamentale: cosa ne sarà della metropoli? Resisterà come forma dell’abitare oppure assisteremo a un pulviscolo umano che riconquista spazi ora esterni? “Ho l’impressione di una crescita della popolazione metropolitana, che apre spazi per un mondo più vuoto, il che riconfigura il ritmo con la terra. C’è anche da tenere presente il ruolo del turismo nel futuro, che determinerà la relazione tra metropoli e vuoti. E poi c’è l’elemento antropico: gli uomini tornano a vivere assieme, riscoprono la loro natura, che è quintessenzialmente sociale”.
Vuoto: è una parola che pare fondamentale nell’euritmica della vita per come la pensa Rota. Vuoto è il momento del silenzio, è lo spazio da cui si osserva la forma del pieno: “E’ proprio il limite occidentale – l’incapacità di pensare il vuoto. Se uno va in Tibet, si rende conto del perché: una civiltà che da altitudini immense vede il vuoto, mentre l’occidente è fatto da civiltà marine, che hanno la linea dell’orizzonte a chiudere lo spazio di fronte”.
Pieni e vuoti e, attraverso questi, una mente agile, iperattiva, prensile come una mano con il pollice opponibile. Un Cern che lavora per la scoperta del bosone e – senza tante sorprese – lo scopre. Italo Rota è una lanterna magica umana, un caleidoscopio attraverso cui osservare il mondo in altro modo, anzi – in altri modi. E’ impressionante, per esempio, quando mostra un modello cartonato, che rappresenta lo studio di Sigmund Freud a Vienna. Si osserva la stanza con il canapè per i pazienti e attorno “cinquemila oggetti archeologici, reperti che rappresentano ognuno una deità. E’ una stanza della mente, è proprio quello che io intendo per stargate. Del resto, in India, si osservano nei templi statue di Einstein o Edison: persone scese nel mondo per aiutare a spiegare l’universo. Questo rimando continuo a un ordine soggiacente a un apparente caos si condensa nelle icone. Le icone sono il passato, il presente e il futuro. Sono ciò che mette in moto continuamente il mito. Il mito è qualcosa di molto concreto. Per esempio: tutta la storia del cinema è un tentativo di fare sopravvivere il mito”.
Folgorazioni. Improvvisi spalancamenti di abissi prospettici. Ciò che Rota dice è già di per sé un’architettura: piranesiana. Questo gigante neorinascimentale mingherlino mi suggerisce, congedandomi, di scrivere non un articolo, bensì una mappa, un abbecedario. Scuoto la testa, è impossibile. Italo Rota, artista delle mappe, non è mappabile. Ci vorrebbe un’enciclopedia. E un Diderot delirante che la compili.

* * *

Riproduco qui sotto una straordinaria lezione magistrale di Rota. Le affermazioni teoriche, che vengono espresse quasi in forma di sentenze orfiche ma non incomprensibili, vanno colte nel flusso di questo viaggio immaginale.

Versione stampabile di questo post Versione stampabile di questo post