Andrea Ponso su IL NEMICO di Emanuele Tonon
mag 21
di ANDREA PONSO
EMANUELE TONON, “IL NEMICO” E OLTRE. Appunti teologico-letterari per una proposta di lettura
Leggendo le due parti del libro di Emanuele Tonon, e in attesa del terzo capitolo di una trilogia che lo stesso autore non esita a definire trinitaria, sono stato, credo come tutti, profondamento colpito dal tipo di scrittura e, soprattutto, dalla particolare pratica che, in tale movimento, lega l’autore alla realtà che racconta: essa infatti, pur all’interno dei meccanismi di distanza tipici della scrittura, possiede una caratteristica riscontrabile in pochi autori, vale a dire quella di un contagio preciso, non appiccicoso o attaccaticcio, quanto piuttosto degno di uno scalpellino che entra in comunione con il lettore attraverso precisi e crudeli colpi da maestro. Altra cosa interessante e davvero lodevole riguarda, secondo me, il modo con cui una scrittura di questo tipo, per forza di cose (e anche per sua forza intrinseca) incontra e fronteggia il pericolo del rispecchiamento e del compiacimento dell’autore (e, di conseguenza, dello stesso lettore chiamato o ad un rifiuto totale e senza riserve, oppure ad una identificazione che con il movimento del contagio avrebbe poco a che fare in quanto, come in uno specchio, ci si attaccherebbe ai confini ben stabiliti dell’immagine: e se i confini sono netti il contagio perde naturalmente ogni sua spinta vera).
Intendo dire che momenti di autocompiacimento, seppure in negativo (forse l’unico tipo oggi ancora realisticamente e onestamente possibile) non mancano: in questo si mostra forse una mancanza di chi scrive che può nascondere una paura, un movimento difensivo che si ribalta anche nella postura del lettore. Potremmo dire che questo è ancora troppo umano o che forse, in una prospettiva più ampia, non lo potrà essere più. Tuttavia, questa tara/salvezza dell’umano in quanto incapacità di staccarsi dalla sua immagine per cadere effettivamente nel superamento della paura verso il contagio rettamente inteso e praticato, ci interessa qui per un altro ordine di motivi, legati essenzialmente a quella corrente di pensiero che attraversa tutta la tradizione e che va sotto il nome di gnosticismo. Secondo il mio punto di vista lo gnosticismo di Tonon è una sorta maschera usata con grande maestria. Cerco, seppure per sommi capi, di spiegarmi meglio, per poi riprendere alla fine il suo senso e la sua funzione nell’economia del racconto.
Prima di tutto sappiamo bene che lo gnosticismo (sarebbe meglio parlare di varie ed estremamente variegate correnti gnostiche, ma qui non c’è lo spazio) vede la creazione e la stessa creaturalità come una cosa essenzialmente negativa; l’umano è uno straniero, caduto in una sorta di sonno e di prigione per volere di un demiurgo/creatore che non può essere identificato con la divinità.
Per Tonon è così? In secondo luogo, l’eresia gnostica, come ogni eresia (nell’etimo) è in gran parte l’assolutizzazione di un punto di vista a scapito degli altri, essenzialmente di tipo dualistico: nel caso specifico una parte, chiamata anima o particella divina, a scapito dell’unità dell’uomo in quanto spirito, anima e carne, in quanto nuda vita e forme-di-vita: una sorta di feticismo teologico, estremamente intransigente. Per Tonon è così? Una terza caratteristica della gnosi è legata alla idea di salvezza e di redenzione che apparterrebbe solo a pochi e già data destinalmente in anticipo: non tutti si possono salvare, non tutti possiedono la gnosi per conoscere la loro situazione e, anche se avessero questa capacità di visione e di discernimento, non sarebbe sicura la salvezza, poiché occorre avere in sé una parte di quella scintilla divina che, appunto, non è prerogativa di tutti. Mentre insomma la dottrina cristiana è di tipo inclusivo, quella gnostica è invece di tipo esclusivo. Allora, per l’ultima volta mi chiedo: per Tonon è davvero così?
Naturalmente le domande che mi sono posto sono, almeno per me, di natura eminentemente retorica: non solo nel senso corrente per il quale avrebbero già una risposta nella mente di chi legge ma anche in un senso più profondo e più marcatamente legato alle funzioni appunto retoriche in senso letterario, come cioè dinamiche attive e funzionali al mondo/libro che l’autore ci propone. Cosa intendo dire con questo? Provo a spiegarmi. Ho come la sensazione che lo gnosticismo di Tonon non sia altro che una modalità per farci percepire con maggiore intensità il luogo devastato e non salvabile dal quale si scrive e si vive. In un contesto in cui ogni estetica si piega docilmente a caratteristiche anestetiche (nel doppio senso del termine: come non legate al sentire e quindi anche come una sorta di anestesia di tipo medico) la potenza della scrittura di Tonon si avvale di una visione di tipo potentemente gnostico, mostrando la negatività irredimibile dell’umano, del creaturale – la sua quasi costitutiva decomposizione e metastasi tumorale senza via di scampo. Ma sono convinto che il tutto non si fermi qui: se così fosse non saremo di fronte ad una grande opera, come credo che questo libro sia, ma piuttosto ad una riproposizione del negativo in quanto tale, come unica possibilità di descrizione dell’essere e del mondo; cosa che, all’altezza dei nostri tempi, avrebbe davvero poco valore. No, secondo me Tonon va molto oltre. Mi pare che abbia capito e soprattutto sentito nella pratica (non solo di scrittura ma anche e soprattutto di vita) che per poter davvero parlare di redenzione ci si debba immergere retoricamente ed esistenzialmente in quel sentire e pensare tipico di tanta gnosi in cui la salvezza è quasi del tutto bandita se non per pochi eletti; in cui la parcellizzazione dell’unità dell’uomo in quanto creatura e suo oltre, in quanto storia e angelologia, assume per forza di cose caratteristiche tragiche e non anestetizzabili; in cui la stessa politica mostra che la salvezza non è per tutti ma solo per chi “se la può permettere” tramite un tipo di conoscenza che confina oggi con il potere e il controllo dei pochi sui molti.
Insomma, Tonon indossa una maschera, si fa “ipocrita” (nell’etimo, che non a caso risale alla tragedia greca e ci ricorda appunto la pratica dell’attore; senza contare che la stessa etimologia di “persona” non fa che richiamare alla maschera della tragedia): ma la sua, appunto, non è ipocrisia nel senso corrente del termine e diventa appunto stretegia retorica. Pare insomma che Tonon abbia capito che per attuare oggi una vera e propria discesa kenotica, che scenda davvero fino in fondo, fin nella carne putrescente del sepolcro che è la nostra condizione attuale non basti più l’abbraccio all’umano e al creaturale in quanto tale, in quanto natura – ma si debba invece procedere oltre, abbracciandone ogni aberrazione, ogni divisione dicotomica che il potere scarica su ogni realtà, su ogni essere (inteso quest’ultimo non in senso ontologico classico, ma come semplice sentirsi essere e che diventa quindi una smaccante critica ad ogni ontologia). Tonon ha capito che per rimanere davvero con tutto il proprio essere esistenziale tra i refaim, tra i “senza forza” dello Sheol, si deve accettare che la maschera dello gnosticismo si incisti fino in fondo nell’altra maschera della “persona” (due maschere che nascondono palesemente e quindi richiamano ad un vuoto costitutivo e presente nella stessa carne, nella storia, in tutto come sottotraccia o “rumore bianco”), incarnandola fino in fondo, confondendola senza alcuna possibilità di redenzione visibile e gestibile. Ecco allora che lo gnosticismo non diventa un tentativo di rifiuto dal mondo o, peggio, un ritorno a pratiche esoteriche staccate dall’attuale condizione esistenziale e storica. Egli pare suggerirci che per non tradire il silenzio tremendo del sabato pasquale, per non cadere in eresie di tipo docetistico in cui l’umanità del redentore sarebbe solo una immagine, era necessario distruggere ogni anticipazione positiva di una redenzione data come scontata, come già acquisita in anticipo, senza il passaggio e l’immersione completa nella storia e nelle sue inconciliabili contraddizioni attuali e non solo metafisiche. Se le cose stanno davvero così, come a me pare, Tonon mostra che oggi, solo attraverso l’uso retorico di tale eresia si può davvero essere perfettamente ortodossi anche dal punto di vista cristiano (cosa in sé poco importante, ma che mi serve qui per mostrare il senso di una scrittura e non l’ubbidienza a questa o quella dottrina): l’abbraccio della storia e di tutto il creaturale non può fermarsi a concetti di natura ormai del tutto superati; Tonon ha trovato questo modo, questa pratica, questa maschera della gnosi per essere fedele fino in fondo, fino al sangue e alla putrefazione ad una realtà concretissima, anche politicamente orientata in maniera negativa, ad una storia che è la nostra storia di oggi e che si allarga anche alla cosmologia, alla teologia, alla filosofia e alla politica. La conoscenza in senso gnostico, allora, non è una fuga dalla carne, dal creato, quanto piuttosto un suo abbraccio più ampio, che non dimentica nemmeno un segno sulle mani di chi lavora, sul corpo di chi si ama, che non censura la devastazione dello stomaco e dell’universo in un movimento che senza retorica, a questo punto, potremmo senza più paura chiamare amore. Senza più paura: è questo il punto. È senza più paura che può avvenire il contagio, è senza più paura che anche le identificazioni dell’autocompiacimento non svaniscono ma diventano parte integrante di quella estrema debolezza dell’umano che le accetta in quanto tali, senza nascondersele, ma portandole ad un grado di fusione senza precedenti che, a ben vedere, è la loro accettazione e il loro rifiuto ad un tempo: lo stare in esse senza appartenervi mai fino in fondo.
Il paradosso finale che ci sembra suggerire questa scrittura è che solo partendo da un punto preciso e parziale (e, in questo senso, eretico) della visione dell’uomo si può poi risalire a quell’abbraccio che la croce ci ha mostrato nei confronti di tutto l’umano. L’eresia gnostica, insomma, diventa l’unica via retorica (nel senso specificato sopra) per essere perfettamente ortodossi e fedeli all’incarnazione di Cristo oggi.
