E’ in libreria “Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili)” di Giulio Mozzi
set 24
Mondadori ha pubblicato la sezione apparentemente diaristica che giulio Mozzi aveva già pubblicato: gratis, in Rete. Il libro si intitola Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) ed è edito nella prestigiosa collana SIS (dove è pubblicato anche Canti del caos di Moresco: si tratta, nelle intenzioni, della collana autenticamente letteraria di Segrate).
Potrei già dire che ho letto in Rete il libro di Mozzi ma, a parte l’esborso, la trasposizione in carta rende “nuovo” il testo. Nonostante le dichiarazioni finzionalistiche di Mozzi (le storie raccontate non sarebbero “vere”), in realtà il diario assume una valenza duplice e molto potente, che nulla ha a che vedere col genre autofinzionale, sul quale Mozzi è recentemente intervenuto. La duplice valenza è politica e teologica. Questo di Mozzi è un libro politico e teologico. E’ un libro paolino, agostiniano. Pressa la prosa e in salti tra storia e storia l’incombenza di una presenza in terra, che è quella della Città Celeste.
La duplice valenza si appoggia al fatto che qui si tratta di un io che vive e descrive e si vede vivere e descrivere. L’infinita perforazione dello sguardo e del se stesso che Mozzi pratica sulla materia sociale ed esistenziale di un mondo cinetico (altroché non luogo, questo mondo in movimento su binari che non normativizzano assolutamente l’esperienza, anche se apparentemente non permettono deragliamenti nel percorso fisico) è un atto profondamente politico e lo è nel momento preciso in cui non si riesce più a percepire dove inizi e termini l’”io” e dove il “prossimo” all’”io”.
La scrittura di Giulio Mozzi può piacere o non piacere. Tuttavia, essa è per me una delle migliori italiane. La sensibilità linguistica di Mozzi, la sua capacità di creare abrasione irritante quando sposta la lingua da quella d’uso, la sua ritmica – sono qualità preziose, in un momento italiano che fatica a comprendere che il condizionamento pensativo e immaginario è anzitutto linguistico e, nel profondo, che la lingua non esiste.
Pubblico qui di seguito un intervento da vibrisse, bollettino, che Mozzi ha postato a proposito del suo libro, includendo la meditazione che lo chiude; e una recente intervista a Mozzi stesso, realizzata da Radames di Sul romanzo.
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Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili)
di giuliomozzi
Sarà in libreria da domani Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili), mio nuovo libro, pubblicato da Mondadori. Il libro contiene una selezione delle “storielle” che ho pubblicate per anni nei miei diari in rete (qui e qui). Ovviamente i testi, a leggerli su carta, e a prescindere dal fatto che sono stati selezionati, riveduti eccetera, fanno tutto un altro effetto. Il mio primo pensiero è: “Così chiunque potrà mettersi nello scaffale, per la modica cifra di 18.50 euro, qualcosa di meno di ciò che per anni è stato disponibile gratis – ed è tuttora disponibile – in rete”. Il mio secondo pensiero è che non sono in grado di garantire che ciò che è tuttora disponibile in rete resterà effettivamente tale (tra qualche settimana scadrà il contratto col server per il vecchio vibrisse, e non ho intenzione di rinnovarlo: troppo costoso). Il mio terzo pensiero è che per gran parte della società letteraria ciò che non è stampato su carta semplicemente non esiste (e non sto parlando né dei soli ultracinquantenni né delle sole pubblicazioni in rete: ma anche dei testi teatrali, ad esempio), e in fin dei conti queste storielle mi parevano degne di esistenza.
Detto questo: grazie a tutti coloro che mi hanno letto in questi anni. Ieri qualcuno mi chiedeva: “Ma ricomincerai a pubblicare un diario in rete?”, e qualcuno osservava: “Questo sarebbe proprio il momento buono per ricominciarlo”. Penso che non lo farò.
Chi è lui?
[Questo è il testo - inedito in rete - che chiude il libro].
Non ho mai scritto un diario privato. Il diario pubblico è stato finora la mia unica esperienza di diario. Non ho mai pensato, quindi, al diario come a un luogo segreto, che solum è mio, nel quale praticare la discussione interiore o la confessione.
Quando ho cominciato a scrivere il diario pubblico – pubblico in quanto pubblicato in rete –, vedevo che la rete era già piena di diari pubblici che consistevano di discussioni interiori e confessioni; e che praticamente tutti questi diari erano anonimi. Autori e autrici si firmavano con nomignoli e raccontavano quelli che sembravano essere, a tutti gli effetti, i fatti loro: loro, e delle persone che con loro dividevano la vita.
Nel contempo, grandi discussioni percorrevano la rete attorno ai casi di persone che, apparse nella pubblica diaristica con una identità, dichiaravano a un certo punto di non essere quel che sempre erano sembrati essere: non maschio o non donna, non massaia o non bancario. I discutenti si dividevano tra gli scandalizzati per la presa in giro (ma allora, pensavo io, ogni romanzo, in quanto narrazione credibile di cose non effettivamente avvenute, è una presa in giro) e gli ammirati per la qualità della finzione (con i fingitori confessi che tuttavia dichiaravano: «Solo diventando un altro ho potuto svelare il più profondo di me», e cose simili).
Mi sembrò a quel punto che, volendo iniziare a scrivere un diario pubblico, le scelte praticabili fossero: la finzione di essere un altro per raccontare autenticamente i fatti miei; o la finzione dei fatti narrati autenticata dal mio presentarmi con nome e cognome e tutto.
Perché in effetti io volevo iniziare a scrivere un diario pubblico. Da qualche tempo leggevo con interesse alcuni diari pubblici, e il genere letterario mi pareva interessante. Nel contempo mi pareva che la finzione di essere un altro, anche nel suo grado minimo – ossia nel nascondimento della propria identità dietro un nomignolo –, fosse una scelta troppo comoda. Decisi quindi di provare a scrivere un diario pubblico, firmato col mio nome e cognome, nel quale alla trattazione di argomenti pubblici – cioè: sotto gli occhi di tutti – rigorosamente autentici si affiancasse la narrazione di eventi privati scritta con piena libertà d’invenzione.
Disponevo all’epoca di un minimo notorietà dovuto ai libri pubblicati; disponevo anche di un minimo di pubblico in rete dovuto alla pubblicazione, iniziata nel 2000, di vibrisse, un «bollettino di letture e scritture» distribuito settimanalmente via posta elettronica. Probabilmente il mio diario avrebbe avuto, addirittura, dei lettori.
Mi resi conto ben presto che la scrittura quotidiana, o pressoché tale, ha le sue esigenze. L’esigenza più urgente era quella di definire, all’interno del genere letterario «diario in pubblico» (il cui statuto era allora piuttosto vago: gli esempi illustri e letterari di diario in pubblico non mancavano certo, basti pensare al Diario di uno scrittore di Dostoevskij, ma il diario in pubblico come evento di massa era una novità assoluta, e forse una delle poche novità vere della rete) dei sottogeneri, delle forme, che permettessero di gestire la quotidianità della scrittura. Un problema analogo a quello che ebbero i primi giornalisti, presumo.
Presi dunque alcune decisioni. La prima decisione fu meramente contenutistica: dalle mie narrazioni diaristiche doveva star fuori l’essenziale della mia vita, o almeno ciò che potevo presumere che i lettori presumessero fosse l’essenziale. Io sono uno scrittore, un consulente editoriale: la mia vita letteraria doveva stare fuori dal diario. Ai lettori avrei presentato ciò che a me appariva l’essenziale della mia vita: il lavoro quotidiano, l’alzarmi presto la mattina, i continui viaggi in treno, la difficoltà di mandare avanti – io, che sono un orso – una vita professionale fatta di relazioni.
La seconda decisione fu di principio: poiché, a chi avesse letti i miei libri, dovevo apparire come uno scrittore di storie malinconiche e sentimentali, avrei tentato di scrivere un diario comico.
La terza decisione, come le successive, fu formale: poiché nei racconti pubblicati nei miei libri il dialogo è quasi assente, avrei tentato di scrivere un diario fatto soprattutto di dialoghi.
La quarta decisione fu: scrivendo pressoché quotidianamente per lettori che mi avrebbero letto – nel migliore dei casi – pressoché quotidianamente, avrei privilegiato non la varietà ma la ripetizione, non il meraviglioso ma il banale. Perché la quotidianità è soprattutto ripetizione e banalità.
La quinta decisione fu: poiché tra gli stereotipi dello «scrittore» uno dei più frequentati vede lo scrittore come una persona isolata, che si isola, introversa, sempre immersa nei suoi pensieri o nelle sue fantasie, chiusa nel suo studiolo, eccetera, avrei assunto come tema principale delle mie narrazioni eventi che rompessero questo isolamento. Telefonate da chiamanti sconosciuti, incontri in treno o al bar con persone che mai più si reincontreranno.
Dietro tutte queste decisioni, la decisione fondamentale: tenermi la piena libertà d’invenzione e, insieme, apparire pienamente credibile. Avrei potuto riportare un evento tal quale era avvenuto, o raccontare un evento del tutto inventato: e non doveva vedersi la differenza.
Tutte queste decisioni, un po’ vaghe all’inizio, si precisarono nel giro di un paio di mesi. Rileggendo tutto il diario da cima a fondo mi sono stupito io stesso della velocità con cui i «sottogeneri» della narrazione quotidiana – e non solo loro: anche quelli che adoperavo per dare notizie, commentare eventi pubblici, discutere di questioni letterarie – si formarono e si stabilizzarono. Al punto che non mancarono in rete – con mio divertimento, al di là dell’intento denigratorio di alcune di esse – le pubblicazioni parodistiche: si può parodiare, infatti, solo ciò che è formato e stabilizzato.
Non scelta consapevolmente, ma venuta così, fu la forma della narrazione con chiusura in sospeso – o narrazione interrotta, che mi sembra più appropriato. A me interessava, in ciascuna narrazione, arrivare fino al punto in cui l’isolamento del personaggio mio omonimo risultasse spezzato. Arrivato lì, consideravo la narrazione terminata. In effetti, il più delle volte le narrazioni sembravano interrotte: soprattutto quelle che terminavano con una battuta detta dall’interlocutore del personaggio mio omonimo alla quale il personaggio mio omonimo non sapeva più che cosa rispondere – essendo stato scassinato il suo sistema di isolamento, non era più in grado di sostenere lo scambio. Spesso, però, nello spazio in calce a ogni pagina di diario nel quale lettori e lettrici potevano a loro volta scrivere, fiorivano le ipotesi di continuazione della storia. La cosa mi sembrava divertente – perché si raccontano storie, se non per sentirsene raccontare delle altre? – e però mi turbava: in quelle ipotetiche continuazioni delle storie, infatti, il personaggio mio omonimo tendeva a diventare un qualcuno che non riconoscevo più. Nel personaggio mio omonimo da me creato – personaggio, sia chiaro, di finzione – mi riconoscevo, poiché la messa in atto da parte sua di determinate pratiche comunicative era nient’altro che la parodia, ossia la critica, della messa in atto di determinate pratiche comunicative da parte mia. Nelle ipotesi di continuazione delle storie donate da lettori e lettrici, succedeva generalmente un’altra cosa: le pratiche comunicative del personaggio mio omonimo non erano parodiate ma, non trovo altro modo per dire la cosa, andavano a male. E non si può restare indifferenti, quando qualcuno ti rivela che le tue pratiche comunicative possono andare a male.
Si dice che chi scrive un diario privato lo fa per cercare risposte alla domanda: «Chi sono io?». Non so se questo che si dice sia vero, ma più volte persone che da tempi più o meno lunghi scrivono un diario privato mi hanno raccontato di avere intrapresa una lettura del loro diario e – scoprendo l’estraneità di pagine e pagine intere, di mesi e anni interi eppure senza ombra di dubbio da loro stessi scritti – di essersi domandati: «Chi ero io?», e quindi: «Chi sono io?», e, inevitabilmente, «Chi sarò io?».
Per compilare questo libro io ho riletto tutto il mio diario pubblico, e la domanda che mi è rimasta e vi consegno è un’altra: «Chi è lui? Chi è quest’uomo che sembra non saper praticare alcuna comunicazione se non sotto il segno del sadismo reciproco?».
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Intervista a Giulio Mozzi
di Radames
Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.
Mi sono avvicinato alla scrittura nel 1966, a sei anni, come tutti. In prima elementare. Andavo bene a scuola, soprattutto nello scrivere, perché sono nato in una famiglia colta. A quattordici anni, grazie all’abilità di una venditrice porta a porta, fui iscritto a un corso di dattilografia.
A ventidue anni, grazie al diploma di dattilografia, trovai lavoro presso l’ufficio stampa della Confartigianato del Veneto. I miei compiti all’inizio erano: dattiloscrivere in bella copia i comunicati, incollare i francobolli sulle buste, alzare il telefono quando suonava e dire – a seconda dei casi – “Le passo il dottore” o “Il dottore è
fuori stanza”. In quell’ufficio incontrai, non subito, persone che videro in me qualche capacità e che mi formarono. Quando lasciai quel posto di lavoro, nel 1989, avevo una compiuta professionalità da ufficio stampa.
Il mio secondo lavoro, dal 1989 al 1996, fu: fattorino-magazziniere in una libreria universitaria. Portavo in giro pacchi con l’ApeCar, preparavo le bolle delle rese, cose così.
Il 30 aprile del 1988 ero a Roma per lavoro, ma avevo un mezzo pomeriggio libero. Andai a spasso. In una libreria comperai un piccolo libro di poesie, pubblicato da una casa editrice infame e scritto da una sconosciuta. Le poesie mi sembravano molto belle. La sconosciuta risultava nata nel 1970, e il libro era stato pubblicato nel 1987. Pensai: “Questa qui scrive cose così belle: ma le ha scritte a sedici anni!”. La sconosciuta abitava a Roma, c’era scritto in quarta di copertina. Ero a Roma. A Roma c’erano otto numeri di telefono corrispondenti a quel cognome. Telefonai. Un’ora dopo facevamo conoscenza. La sconosciuta era Laura Pugno, e quel giorno era il giorno del suo diciottesimo compleanno. Laura e io ci scambiammo, negli anni, centinaia di lettere. Il 17 febbraio 1991 spedii a Laura – che allora abitava a Londra – una lettera piuttosto lunga. Lei mi fece notare che quella lettera era un racconto. Ne convenni.
Pensai che se ero stato capace di scrivere un racconto, potevo anche scriverne un altro.
Nel 1992 Laura propose di fare una piccola rivista, con alcuni suoi versi e quella mia lettera-racconto. Fabbricammo così “L’aimée”, rivista fotocopiata in quaranta copie. La spedimmo in giro: qualche copia in Italia, molte copie all’estero (a riviste che – ci basavamo su un repertorio di riviste letterarie che Laura aveva scovato in Gran Bretagna, o forse negli Stati uniti d’America – dichiarassero un qualche interesse per la letteratura italiana). Due mesi dopo io avevo due proposte di pubblicazione tra le quali scegliere; e Laura cominciò a pubblicare in riviste.
Oggi io ho parecchi libri e altre cose alle spalle. Laura – che ora vive a Madrid – ha pubblicato due libri di poesia e due libri di narrativa (il terzo sta arrivando).
Non so cosa sia l’istinto creativo. So che mi vengono in mente delle cose, e a volte non so bene perché mi vengano in mente; altre volte lo so. Una volta che mi è venuta in mente una cosa, posso decidere o no di lavorarci. Se decido di lavorarci, è lavoro per l’immaginazione razionale. Intendo per “immaginazione razionale” un’attività immaginativa che proceda per deduzioni, induzioni, possibilità.
Ho sempre scritto nei ritagli di tempo. Nel tempo lasciato libero dalle convivenze e dal lavoro. Ovviamente per avere del tempo libero bisogna avere una vita organizzata, con la minor quantità possibile di caos (in alternativa, si può avere una vita totalmente caotica: ma non è il mio genere).
Una sola cosa è certa: scrivo a casa mia.
Be’, diciamo che senza un pc o una macchina per scrivere o carta e penna faccio fatica a scrivere. A volte mi vengono in mente delle cose mentre sono in viaggio – sono spesso in viaggio -, e comincio a lavorarci mentalmente. Ho una buona memoria. Poi quando posso mi siedo e trascrivo, copio dalla memoria alla carta.
Li leggo.
No, li ho sempre letti. Cominciai, com’è naturale, da libri adatti all’infanzia: Salgari, Verne, Collodi. A quattordici anni, come tutti, lessi Dostoevskij senza capirci niente. A diciannove anni mi innamorai di Alberto Savinio e Francis Ponge. A ventidue anni mi innamorai di Antonio Porta ed Elio Pagliarani. Eccetera.
Leggo più poesia che prosa narrativa. Negli ultimi dieci anni, più filosofia che poesia o prosa narrativa.
Invece, e mi stupisco, sto smettendo di ascoltare musica.
E’ evidente a tutti che abitare a Roma o a Milano, o in subordine a Torino, o in subordine ancora a Bologna, procura molti vantaggi. Io abito a Padova, e benché sia una persona mobile non ho la possibilità fisica di costruire con gli scrittori romani o milanesi eccetera quei legami di empatia, di complicità eccetera che possono nascere solo da
una frequentazione regolare. E che possono generare, a seconda delle persone, grande formazione reciproca o accordi di potere.
Va detto che io non sono particolarmente socievole. Se fossi particolarmente socievole mi sarei trasferito a Roma.
Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita?
Eh: se potessi tornare indietro, provare un “percorso di vita” senza lo “scrivere”, e poi tornare qua, sarei in grado di rispondere.
Posso dire che il leggere mi ha procurato alcune grandi amicizie: Laura Pugno, Umberto Casadei, Leonardo Colombati, Massimo Adinolfi.
Non ho particolari desideri. Mi sono reso conto di saper fare delle narrazioni di qualità discreta, e quindi le faccio.
Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova. Ha pubblicato diversi libri di racconti. Ha lavorato a lungo (dal 2001 al 2009) per l’editore Sironi. Attualmente (giugno 2009) lavora come consulente per Einaudi Stile Libero. Dal 2000 pubblica “vibrisse”, bollettino di letture e scritture (http://vibrisse.wordpress.com). Nel 2006 ha dato vita a vibrisselibri (www.vibrisselibri.net), casa editrice e agenzia letteraria in rete. Per maggiori informazioni: http://vibrisse.wordpress.com/002-giulio-mozzi/
