Finalmente, dopo anni: JR di William Gaddis!
lug 06
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| William Gaddis – JR – pagine: 928 – Tradotto da Vincenzo Mantovani – Prefazione di Tommaso Pincio – Alet Edizioni – € 34,00 |
Da una parte la famiglia Bast di Long Island è alle prese con la spartizione dell’eredità di Thomas. Stella potrebbe non riuscire ad assicurarsi il controllo dell’azienda di famiglia se Edward rivendicasse metà delle azioni. Dall’altra l’impero economico dei Moncrieff di Manhattan è preso di mira da un cacciatore di dote. Emily potrebbe perdere suo figlio mentre il prozio tenta di estrometterla dal controllo dell’azienda paterna.
Nessuno di loro, però, ha fatto i conti con l’ambizioso JR, undici anni e una madre troppo impegnata per occuparsi di lui. In gita scolastica alla Borsa di Wall Street per imparare come funziona “il nostro sistema”, JR fa tesoro di una lezione non detta che stuzzica la sua innata brama di possesso. Applicando alla lettera la regola di comprare a credito per rivendere in contanti, “perché il trucco sta nel far lavorare per te i soldi degli altri”, JR inizia come per gioco a muoversi nel mondo invisibile e volatile della finanza. Compra azioni e rileva aziende dal telefono a gettoni della scuola fino a creare un impero finanziario con ramificazioni estese alle società dei Bast e dei Moncrieff. E mentre Emily e Stella tentano di difendere i loro interessi, l’impero di carta di JR verrà travolto dal crollo dello stesso mercato borsistico che lo ha reso possibile. Ma basterà questo a fermare lo spirito del capitalismo che JR incarna?
Una commedia graffiante e rocambolesca, intrisa di surreale divertimento, ritrae il “sogno americano alla rovescia”, cioè quel che accade quando il sistema della libera impresa finisce fuori controllo.
Un ininterrotto “trionfo di voci” che compie una moderna rilettura dell’Anello dei Nibelunghi di Wagner per descrivere il conflitto inestinguibile fra amore, arte e sete di ricchezza, oggi più che mai realizzato.
• La recensione di Jonathan Frantzen su La Repubblica
• William Gaddis su Wikipedia
Dal libro:
“Lui si spinse fino a guardare oltre la spalliera del sofà, lungo il corridoio deserto che si apriva al di là del vano vuoto di una porta. «Amy…?» L’unico rumore che si udiva era quello dell’acqua corrente. Con movimenti rallentati, accostandosi al telefono bianco attraverso la moquette bianca, girando per la casa con passo irregolare e una specie di astuzia calcolata come per vincere la forza di gravità, andò infine alla porta a prendere la roba dal garzone e tornò indietro cautamente per mettersi carponi, spiegando i sacchetti vuoti sotto il cuscino del sofà.
«Jack…? Dove… che stai facendo, cos’è tutta questa roba?»
«Involtini primavera, manzo affumicato, pasta al forno, insalata, salmone, gelatina di frutta…»
«Ma è… non puoi metterla sulla moquette, è…» Cadde a sedere sull’orlo del sofà stringendosi l’accappatoio intorno alle ginocchia.
«Una specie di déjeuner sur l’herbe, togliti quella roba, credevo che potessimo…»
«Oh… e guarda, ti prego, è… hai già rovesciato qualcosa sulla…»
«Ripieno, ecco il… che diavolo è? una cosa imbottita, cetriolini, involtini di tacchino, budino di riso, aspetta, questa dev’essere l’insalata greca, ci mettono anche i funghi?»
«Perché fai queste cose?»
«Pensavo solo che avremmo…»
«Jack, perché fai queste cose!»
«Cosa? Pensavo solo che avremmo…»
«Comportarsi così! come ti sei comportato da quando ci… fare il buffone, Jack, non sopporto di vedere uno che… uno come te, Jack, un uomo come te, e mi… mi fai quasi dimenticare come sei veramente quando… quando vuoi essere…»
Lui sedeva con le spalle contro il bracciolo del sofà, curvo sull’involtino primavera. «Va bene – disse senza alzare lo sguardo, e con un morso ne staccò un boccone, – se vuoi mangiare qualcosa…»
«E non stare lì seduto con quella faccia offesa, non…»
«Ho detto che va bene!»
Lei si chinò abbassando la mano che le stringeva l’accappatoio intorno al collo per prendere qualcosa. «Cos’è questo…?»
«Budino di riso…» dal budino alzò lo sguardo al braccio risalendo fino all’ombra gettata dal seno pesante dove esso pendeva liberamente, poi si raschiò la gola e diede un morso all’involtino primavera.
«Com’è il budino di riso?»
«È davvero buonissimo, Jack, e la gola, ti sei fatto visitare da qualcuno?»
«Ho una ricetta per la penicillina, non l’ho ancora presa.»
«Perché no?»
«Me l’hanno appena fatta!»
«Sì, va bene – disse lei più pacatamente, – ma devi… vuoi che chiami la farmacia qui sotto?… fanno le consegne a domicilio, potrei…»
«No, me la posso procurare io – si sporse in avanti, tra gli angoli aguzzi formati dalle ginocchia, per prendere il salmone. – Ne vuoi un po’?»
«Che cos’è?»
«Salmone affumicato.»
«No, non credo, veramente, ho paura che tutto il resto, qui… ha un’aria piuttosto…»
«Sta’ lontano dall’insalata greca.»
«Sì, vorrei che la mettessi… e… e quello, qualunque cosa sia, se li mettessi qui sul tavolino, sembrano terribilmente unti. Jack, credi che potremmo…»
«Ecco… – glieli porse, rimettendosi in piedi. – Per caso non hai dello scotch? Maledizione, ho dimenticato le sigarette…»
«No, temo di no, questa casa è assolutamente…»
«Ti spiace se uso il telefono?»
«No, na… naturalmente…»
Restò in piedi, afflosciato su se stesso, dandole le spalle della giacca mentre faceva il numero, ma alla fine abbassò il ricevitore e si voltò per infilare il piede nella scarpa. «Un amico, downtown, la moglie lo ha appena lasciato – disse chinandosi per allacciarsi la scarpa, – con lui dentro quell’appartamento è doppiamente vuoto, forse non sente il telefono.»
«Puoi provare a cercarlo più tardi, Jack, se…»
«Cosa devo fare di tutta questa roba?» Si era chinato a raccogliere la gelatina di frutta.
«Sul… sul tavolino, Jack, se vuoi attendere e chiamare il tuo amico più tardi, potresti andare a farti una…»
«Non c’è bisogno di chiamarlo da qui, posso telefonargli da un posto qualsiasi… – era tornato a chinarsi per raccogliere un biglietto da cento dollari appiccicato alla pasta al forno e si era raddrizzato guardandosi intorno, come se cercasse qualcosa per pulirlo. – Un nostro amico si è perso in un White Rose bar, probabilmente sarà andato a cercarlo, se esco magari li trovo tutt’e due, disse rinculando verso l’ingresso.»
«Jack, non essere sciocco, piove, e la tua gola è…»
«Piove, e la mia gola… credi che sia la prima volta che vengo sorpreso dalla…? cosa credi che abbia, undici anni? Che sia uno dei tuoi undicenni della prima j…?»
«Ti comporti come se lo fossi.»
«Be’, cosa! cosa dovrei… mi dici di chiamare, mi dici di non chiamare, mi dici di trovarmi un posto per la notte, mi dici di non uscire sotto la pioggia, non so neanche dove siamo, quel sofà dev’essere costato duemila dollari, è come accamparsi nella vetrina di Bloomingdale, dove diavolo siamo, lo sai? La casa è vuota, la stanzetta con un lettino dentro dove siamo entrati venendo qui, vuoi che io…»
«No, no, ti prego, chiudila, è… solo un bugigattolo, è…»
«Be’, allora vuoi dirmi cosa… – accostò la porta per chiuderla e tornò indietro fermandosi davanti a lei, – cosa… cosa… senti, perché piangi, cos’ho…»
«No, tu… tu non c’entri…» si tirò l’accappatoio sul viso.
«No, ma… Amy, per favore, cosa…»
«Ho detto che tu non c’entri! – e si alzò di colpo riavvolgendosi nell’accappatoio giallo e allontanandosi senza voltarsi indietro, – se vuoi restare resta, o va’ pure al tuo White Rose a cercare il vostro… a cercare chi volete, ma togliti quel vestito assolutamente ridicolo e fa’ una doccia calda prima di buscarti una polmonite.»
«Va bene – rimase là fermo e disse tra sé, – va bene…» e si sedette sul sofà, tornò a togliersi una scarpa e là sotto trovò un cucchiaio di plastica, poi si rialzò cercando qualcosa in cui piantarlo, vide la pasta al forno e ne inghiottì vari bocconi prima di voltarsi indietro a guardare attraverso la porta aperta e prendere quella direzione, col suo passo irregolare e silenzioso attraverso il vano e lungo il corridoio deserto, oltre la porta socchiusa di una camera buia verso quella illuminata davanti a sé che spinse per chiudersela alle spalle, solo a metà, e che si voltò a chiudere del tutto prima spingendo con tutta la sua forza e poi fermandosi, chiudendola infine lentamente con l’irrigatore appeso al battente che dondolava, prima di voltarsi e indugiare davanti al water, sfilarsi l’altra scarpa, giacca, calzoni e camicia tutti in un mucchio e impregnati del vapore della doccia quando uscì per trovare un asciugamano color lavanda col monogramma in cui avvolgersi nel corridoio illuminato, un passo silenzioso dopo l’altro sulla moquette, silenzioso come la sua sosta davanti alla stanza buia, e il suo tocco sulla porta.
«Jack?»
Si strinse l’asciugamano intorno alla vita, «solo… una coperta, pensavo che potrei aver bisogno di una…».
«Dove vai?»
«Sul sofà, pensavo che potrebbe servirmi una coperta, devo prenderne una dal…?»”

