Leggete assolutamente IL MIO NOME E’ LEGIONE di Demetrio Paolin
giu 04
E’ uscito presso Transeuropa Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin (12.90 euro – qui il booktrailer). E’ un libro necessario, poiché è una delle forme date al tragico in questi anni di narrativa italiana. Forma diffranta e tuttavia unitaria, in maniera ben diversa dal lavoro strutturale (ma anche stilistico) effettuato da Giorgio Falco nel suo L’ubicazione del bene, la narrazione di Paolin elude per trascendimento l’opposizione estetica tra bellezza e antibellezza. Ciò perché la bellezza non è uno stato di transizione, ma una conquista che, toccata e cioè realizzata, funziona retroattivamente sulla percezione dell’esperienza umana – e la redime. Si avverte a questo incrocio la possibilità di salvezza che annienta l’esperienza del male, radicalissima, effettuata nelle vicende affrontate dal protagonista del libro, Demetrio, professione “giornalista”. Non si tratta di uno sdoppiamento e nemmeno di autofiction: si tratta di coincidenza fantastica, cioè condotta attraverso “l’intelligenza fantastica” che delinea Solger quando circoscrive la nozione di “tragedia del bello”. Romanzo neoesistenziale per finta, poiché ci si trova di fronte a una narrazione neppure religiosa, ma veracemente metafisica, Il mio nome è Legione è un libro che coincide anche con il titolo: dire che si è il Male significa vedere il Male dall’esterno, e non essere identificati con l’interno. L’esperienza precoce di devastante crudeltà, l’attraversamento di snodi storici e mnemonici in cui consiste l’itinerarium mentis in hominem condotto da Demetrio – questo personaggio/viator che sperimenta amore arte morte e relazione in maniera totalizzante eppure non nevrotica – esplodono in un Liber Captivitatis che si propone come Evangelio al di là del laico e del mistico. Non c’è nulla di mistico nell’affrontamento dell’oscenità cronachistica che disvela la sua autentica natura metafisica, e nemmeno nell’attraversamento di duri ologrammi carnosi come il corpo di Cesare Pavese. Lotta inesausta del proprio corpo di gloria contro la religione di una memoria che sottomette e chiude ogni esperienza, Il mio nome è Legione è un libro di svestizione, un romanzo rilkiano che cerca la nudità redentiva, cioè la natura, quell’amore che è oblio in cui si sta e si è, laddove l’altro è se stesso e il prossimo tuo è te stesso, del tutto aculturalmente. Ciò comporta riflessi nello stile. Curata allo spasimo, la scrittura di Paolin è spesso di proposito sbagliata, devia verso certe forme di velocizzazione del parlato o di svogliatezza metaforica di una pena interiore: lo stile stesso, intendo, è metaforico – e questa è la precisa situazione dell’allegoria, poiché quando tutto è metafora si ha un salto quantico, si accede al piano dell’allegoresi. E dell’anagogia: qui l’umano infatti cresce. Decrescendo, nell’apparente depauperazione condotta attraverso la presa in carico del Male, il personaggio emblematico Demetrio, che è tutti noi, sale simbolicamente in un grado di maggiore lucidità percettiva e coscienziale. Rilkiano, il romanzo si fa qui agostiniano. Demetrio è che in interiore homine habitat veritas. Come si desume dal passo che riproduco qui di seguito, non prima di avere invitato davvero tutti i Miserabili Lettori ad acquistare ed esplorare Il mio nome è Legione di Paolin:
“Chiese al medico di poter entrare, l’uomo disse sì.
Sotto un lenzuolo di tela verde c’è suo padre. Ha la pelle del volto tirata, grigia. Non distante da lì, una macchina che non si vede scandisce una sequenza di rumori ordinati. Demetrio si avvicina al letto, gli stringe la mano che d’improvviso non riconosce, sente debole e minuta.
Il corpo appare lontano, siderale per quanto umano. Nel buio freddo del cosmo sta suo padre, ecco perché a toccarlo è così freddo.
Lo sarà per sempre. L’uomo sotto la coperta è nudo.
Suo padre ora è quello che è.
Si mostra, finalmente.
E’ una nuda cosa, come le pareti della sua cantina, dove l’hanno trovato stamani.
Suo padre, nuda proprietà di sé, gli sta davanti. Demetrio e suo padre. Demetrio è suo padre. Ora sono fratelli.
E’ necessario.
E’ male: un dolore così acuto, una ferita aperta come un’incisione nella carne. La carne si slabbra, suo padre scolora come il cielo del giorno che precipita in mare. Gli occhi sono semiaperti, e Demetrio vede la bocca asciutta.
E’ un diaccio deserto di una solitudine sterminata.”
