Presentazione a Milano:
LE INCREDIBILI DISAVVENTURE DI UN AUTENTICO CACASOTTO di Manuel Manzano. Con assaggio…

feb 20

LE INCREDIBILI DISAVVENTURE DI UN AUTENTICO CACASOTTO - Manuel Manzano - KowalskiMilano – ore 19 – 20 febbraio
Libreria del giallo – La Sherlockiana
Via Peschiera 1, 20154 Milano Tel. 02/34535073
qui la mappa per raggiungerla

Manuél Manzano presenta il suo esilarante noir LE INCREDIBILI DISAVVENTURE DI UN AUTENTICO CACASOTTO, edito da Kowalski.
Interviene Giuseppe Genna.
Siete invitati a partecipare, librifaccini che abitate o siete di passaggio nella cupa capitale immorale d’Italia!!!

(PS. Per chi fosse su Facebook: qui l’evento)

Un assaggio: il primo capitolo

1. Tamagotchi

Perché le aveva tagliato la gola? E perché dopo l’aveva smembrata, fatta a pezzi, bollita, mescolata con il riso e data in pasto a Tamagotchi? Perché non aveva provato neanche un briciolo di rimorso mentre dava fuoco ai suoi vestiti e ai suoi effetti personali? Perché, una volta riesaminato l’accaduto e giunto alla conclusione che nessuno lo avrebbe collegato alla scomparsa della madre, provò quel sottile piacere che si sente quando si fanno bene le cose?
Semplicemente perché Gabriel Saviela era pazzo.
Dopo quasi cinquantacinque anni accanto alla sua – si fa per dire – santa madre, qualcosa nella sua testa aveva fatto clic.
Gabriel, o quello che restava di lui dopo le innumerevoli umiliazioni subite durante la sua miserabile vita, era andato definitivamente fuori di testa. Era suonato, e la realtà era qualcosa di molto diverso da ciò che credeva e, soprattutto, era diversa da ciò che credeva fosse accaduto quella sera. In effetti, la realtà era qualcosa di assai differente da quello che passava per la mente di Gabriel. Non del tutto differente, ma quasi.
Gabriel aveva sgozzato la madre perché quella donna – quell’orrore di donna di nome Margarita – si era rifiutata di mangiare Raulito, un pappagallino sovrappeso che abitava in una gabbietta minuscola sistemata accanto all’immagine di Sant’Antonio da Padova. “Così si fanno compagnia, che cazzo”, argomentava la signora quando era ancora in vita.
Tutti sospettavano – “tutti” in questo caso erano la cara defunta e un paio di pensionati che frequentavano
le mura domestiche e ai quali nel tempo libero Margarita trastullava il pisello per una cifra modica e qualche regalino nei giorni stabiliti – che Gabriel rasentasse lo stato mentale proprio di quelle persone che, di punto in bianco, si bloccano in piedi, immobili, con le braccia incollate ai fianchi, muovendo le dita a ritmo sincopato mentre sbavano a profusione due secondi prima di scagliarsi con tutto il loro peso sulla colonna vertebrale della vittima. E il fatto che fossero sempre rimasti a guardare evidenzia solo l’affinità psicologica ed emotiva che li univa o, detto in altre parole, Dio li fa e poi li accoppia.
Insomma, era un fatto innegabile: quella mattina Gabriel si era infilato i guanti di pelle e aveva tagliato la gola alla madre, ma solo dopo averle fatto schizzare via i bulbi oculari con i ferri da calza e averle spezzato ogni singolo metacarpo con una di quelle sfere di vetro che quando le capovolgi nevica su qualche vergine,
parco, ponte o cattedrale. L’aveva tagliata a pezzi di un paio di chili ciascuno, ma aveva preso un coltello vecchio e sdentato e ci aveva messo undici ore per farlo. Aveva cucinato sua madre con il riso lungo, quello che non scuoce, per darla da mangiare a Tamagotchi. Ma il cane traumatizzato – un chihuahua piuttosto nervoso che ingombrava poco più di un necessaire da bagno di medie dimensioni e che aveva assistito all’intera scena – non toccò boccone e morì dopo pochi minuti per infarto al miocardio, mentre contemplava, fra uno spasmo e l’altro, i pezzi di carne sparsi intorno alla ciotola e il sangue che macchiava le pareti, il tappeto e buona parte delle statuine di porcellana sopra il comò di nonna Remedios, che riposi in pace e che Dio l’abbia in gloria. Gabriel aveva bruciato i suoi vestiti e le sue cose e, già che c’era, aveva dato fuoco al suo appartamento e a quello della vicina, che morì asfissiata nel sonno accanto all’amante, defunto anch’egli dopo la rituale bottarella del giovedì.
Dopo avere fatto la doccia ed essersi cambiato, Gabriel Saviela era uscito di casa esattamente trentotto
secondi prima che arrivassero i pompieri, la polizia, i giornalisti, mezzo vicinato e un paio di venditori ambulanti, di quelli che hanno fiuto per gli affari facili.
Vale a dire che, nonostante avesse provato quel piacevole solletico che nasce dal dovere ormai assolto, Gabriel si era comportato come ci si sarebbe aspettati da lui (sempre che qualcuno lo conoscesse abbastanza da aspettarsi qualcosa da lui): mostrando la sua natura disturbata e dando libero sfogo a uno smisurato desiderio di vendetta covato per decenni. Ora Gabriel capiva alla perfezione il piacere che sembrava provare sua madre ogni volta che lo umiliava: era il diletto dato dall’accanimento spietato contro i più deboli, goduria malevola e perversa allo stato puro, né più né meno.
Cosa ci faceva un tipo del genere a piede libero? Perché non era rinchiuso nelle segrete di qualche clinica psichiatrica di massima sicurezza? È semplice: Gabriel era cieco come una talpa e a nessuno con un minimo
di senno gli passerebbe per la testa che un cieco sia in grado di fare quello che aveva fatto Gabriel, tantomeno quello che stava per fare.
Tre ore dopo questo atto brutale e dopo essersi previamente iniettato la sua dose mattutina di insulina,
Gabriel, felice e soddisfatto per la prima volta in vita sua, mangiava cocochas* di baccalà e un budino con panna nel bar di Santiago detto “il Torta”, nomignolo dovuto più alle torte prese in faccia durante la sua penosa infanzia che a un vera passione per i dolci.

* Protuberanze carnose site nella parte inferiore della testa del merluzzo e del baccalà. Le cocochas sono un piatto molto pregiato nell’ambito della gastronomia spagnola. [N.d.R.]